Dal centro nazionale

Abbonamento a feed Dal centro nazionale
Aggiornato: 2 ore 29 min fa

Il presidente Truffelli: «Al voto, informati e responsabili»

Mar, 30/01/2018 - 13:05
L’impegno dell’Azione Cattolica in vista delle elezioni politiche del 4 marzo

«Il 4 marzo rappresenterà un appuntamento importante per il nostro Paese e l’Azione Cattolica vuole contribuire ad accompagnare il percorso che ci porterà da qui al voto»: così Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Ac, nel video che presenta “Verso le elezioni”, la pagina di questo sito che ospiterà «materiali per pensare, per cercare di capire, per approfondire, per confrontarsi, per dare vita ad occasioni di dibattito vero, libero e responsabile» su questa campagna elettorale che chiede un di più di passione e di responsabilità a tutti.

Da giovani a giovani: scegliamo di votare

Mar, 30/01/2018 - 13:02
Appello al voto dei giovani e degli studenti di Azione Cattolica

È rivolto in maniera particolare ai loro coetanei, molti dei quali si apprestano a votare per la prima volta alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, l’Appello al voto dei giovani e degli studenti di Azione Cattolica. Votare – ricordano i giovani di Ac e gli studenti del Msac  - non è solo un diritto e un dovere di ciascun cittadino maggiorenne della Repubblica. Votare è prendere pienamente parte al destino del nostro Paese e dunque al nostro. Anche se la “la politica ci appare lontana dalle nostre vite”, non dobbiamo mai dimenticare che “la politica incide profondamente sulla nostra quotidianità, sul presente e sul futuro di ciascuno. Se non ci interessiamo, conteranno solo le scelte degli altri. Diamo il nostro contributo all’Italia che sogniamo, cominciando dalla scelta di andare a votare“.

Costruttori di pace

Lun, 29/01/2018 - 14:30
L’abbraccio di papa Francesco e le iniziative promosse dall’Ac per una cultura della pace

«Con grande affetto saluto i ragazzi e le ragazze dell’Azione Cattolica della Diocesi di Roma! Spero che anche facendo rumore, sappiate fare cose buone, no? Cari ragazzi, anche quest’anno, accompagnati dall’Arcivescovo Vicario, dai vostri genitori ed educatori e dai sacerdoti assistenti, siete venuti numerosi al termine della “Carovana della Pace”. Vi ringrazio per questa iniziativa. Grazie, grazie tante! Non stancatevi di essere strumenti di pace e di gioia tra i vostri coetanei!»: con queste parole papa Francesco ha accolto domenica 28 gennaio, all’angelus in Piazza San Pietro, i ragazzi dell’Acr romana e il loro travolgente entusiasmo di piccoli costruttori di Pace. Un abbraccio paterno quello di Francesco che idealmente avvolge le tante iniziative di pace promosse dall’Azione Cattolica Italiana, appena svoltesi o che si stanno ancora realizzando in tutta Italia, nel quadro della proposta del “Mese della Pace” che ogni anno punta a dare continuità e concretezza alla consolidata tradizione di impegno dell’Ac per la promozione di una cultura di pace.

Tre le direttrici che hanno caratterizzato gli appuntamenti da Milano a Palermo, da Amalfi a Otranto, da Torino a Cosenza, da Trento a Latina come in tutto il paese: lo studio e l’approfondimento culturale quale contributo per l’elaborazione di una vera e propria pedagogia della pace; l’impegno concreto per le vie del mondo e al fianco degli ultimi attraverso un esercizio responsabile della cittadinanza e la passione per il bene comune; la festa dell’incontro e la gioia dello stare insieme per rafforzare i legami tra generazioni diverse e all’interno della società e della comunità ecclesiale.

Lavoro, famiglia, immigrazione, scuola, territori, generazioni, ambiente sono alcuni dei temi approfonditi nelle iniziative di pace diocesane e parrocchiali promosse dall’Ac, poiché rappresentano alcune delle grandi questioni aperte del nostro presente; capitoli di pace ancora da scrivere come spesso ci ricorda Francesco con il suo magistero. Alla base dei conflitti e delle ingiustizie del mondo contemporaneo vi sono storie di egoismo quotidiano, piccoli e grandi tradimenti del nostro essere umani; del nostro essere chiamati per vocazione alla fraternità, alla condivisione, alla reciproca promozione e non allo scontro, alla divisione e all’inganno.

C’è bisogno di costruttori di pace. È una richiesta che ci viene affidata con fiducia e speranza da Papa Francesco e che l’Azione Cattolica accoglie nel suo agire quotidiano. Per questo insieme agli amici della “Comunità Papa Giovanni XXIII” abbiamo chiesto l’istituzione del “Ministero della Pace”, per gestire i conflitti sociali, promuovere la difesa civile, attuare politiche di disarmo, difendere i diritti umani, educare alla nonviolenza.

Grande successo sta avendo in queste settimane il progetto di solidarietà “Scatti di Pace” nato dall’incontro tra l’Azione Cattolica e Terre des Hommes; dal comune impegno nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. In particolare, si offrirà sostegno a oltre 200 bambini con disabilità fisiche e mentali nel territorio di Erbil in Iraq, per migliorare le loro condizioni di vita e quelle delle loro famiglie offrendo supporto psicologico e un servizio di fisioterapia a domicilio.

(La foto che accopagna l'articolo è di Enrico Giovannini)

Meditate che questo è stato

Sab, 27/01/2018 - 09:35
Il Giorno della Memoria - Per non dimenticare

Istituito 17 anni fa, il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio perché in questa data le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello, oltre la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), apparve l’inferno. E il mondo vide allora per la prima volta da vicino quel che era successo, conobbe lo sterminio, la Shoah del popolo ebraico in tutta la sua realtà. Il Giorno della Memoria non è una mobilitazione collettiva per una solidarietà ormai inutile. È piuttosto, un atto di riconoscimento di questa storia: come se tutti, quest’oggi, ci affacciassimo dai cancelli di Auschwitz, a riconoscervi il male che è stato.

Auschwitz è il nome tedesco di Oswiecin, una cittadina situata nel sud della Polonia. Qui, a partire dalla metà del 1940, funzionò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata «macchina» tedesca denominata «soluzione finale del problema ebraico». Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, composta da diversi campi - come Birkenau e Monowitz - ed estesa per chilometri. C’erano camere a gas e forni crematori, ma anche baracche dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte. Gli ebrei arrivavano in treni merci e, fatti scendere sulla cosiddetta «Judenrampe» (la rampa dei giudei) subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle «docce» (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo ad Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.

Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe», e ha sostituito il termine «olocausto» usato in precedenza per definire lo sterminio nazista, perché con il suo richiamo al sacrificio biblico, esso dava implicitamente un senso a questo evento e alla morte, invece insensata e incomprensibile, di sei milioni di persone. La Shoah è il frutto di un progetto d’eliminazione di massa che non ha precedenti, né paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di «soluzione finale» del cosiddetto problema ebraico, che prevede l’estinzione di questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una per quanto deviata strategia politica. È deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere. È una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei).

L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. La Germania vara nel 1935 a Norimberga una legislazione antiebraica che sancisce l'emarginazione. Tre anni dopo l’Italia approva anch’essa un complesso e aberrante sistema di «difesa della razza», rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal resto del paese. Ma questa terribile storia ha dei millenari precedenti. Prima dell’Emancipazione, ottenuta in Europa nella seconda metà dell'Ottocento, gli ebrei erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti. Tanto nel mondo cristiano quanto sotto l'Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata), hanno sempre rappresentato il «diverso», la presenza estranea. Anche se da millenni vivono qui e si sentono europei.

Dopo la Shoah è stato coniato il termine «genocidio». Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti, e ancora troppi sono in corso sulla faccia della terra. Riconoscere delle differenze non significa stabilire delle gerarchie nel dolore: come dice un adagio ebraico «Chi uccide una vita, uccide il mondo intero». Ma mai, nella storia, s’è visto progettare a tavolino, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo. Studiando le possibili forme di eliminazione, le formule dei gas più letali ed «efficaci», allestendo i ghetti nelle città occupate, costruendo i campi, studiando una complessa logistica nei trasporti, e tanto altro. La soluzione finale non è stata solo un atto di inaudita violenza, ma soprattutto un progetto collettivo, un sistema di morte.

Il Giorno della Memoria non vuole misconoscere gli altri genocidi di cui l'umanità è stata capace, né sostenere un’assai poco ambita «superiorità» del dolore ebraico. Non è infatti, un omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l’uomo è stato capace di questo. Non è la pietà per i morti ad animarlo, ma la consapevolezza di quel che è accaduto. Che non deve più accadere, ma che in un passato ancora molto vicino a noi, nella civile e illuminata Europa, milioni di persone hanno permesso che accadesse.

La comunità inTRAprendente

Ven, 26/01/2018 - 06:21
Giornate della progettazione sociale

L’Azione Cattolica Italiana e, in particolare, il Movimento Lavoratori dell’Ac (Mlac) sono impegnati a promuovere forme di progettazione sociale e pastorale per dare un aiuto concreto ai giovani e agli adulti che vogliono valorizzare le proprie competenze affinché si sentano protagonisti nel proprio territorio, generando senso d’appartenenza, solidarietà civile e sinergia con gli attori locali. Forme di progettazione sociale atte dunque a incentivare la capacità di intercettare i bisogni e le attese delle persone nei loro contesti, favorire il discernimento comunitario come metodo d’analisi della realtà e diventare strumento di cambiamento, di costruzione del bene comune.

Per questo, con la collaborazione preziosa dell’Ufficio nazionale della Pastorale Sociale e del Lavoro, della Caritas Italiana e del Progetto Policoro, nel 2007 è nato il «Bando della Progettazione Sociale», un’iniziativa che mira ogni anno a premiare e promuovere la realizzazione di progetti ispirati ai principi della Dottrina sociale della Chiesa, finalizzati alla costruzione di relazioni tra le persone e gli attori sociali del territorio.

Tanti i progetti presentati anche per il Bando Seminatori di idee 2018, alcuni dei quali saranno premiati ricevendo un piccolo sostegno economico nel corso delle “Giornate della progettazione sociale”, organizzate dal Mlac e con a tema «La comunità inTRAprendente» - a Roma il 27 e 28 gennaio presso la Domus Pacis, in via di Torre Rossa 94 (Sala Raffaello).

Intervengono alle Giornate: Maria Grazia De Nicola, assessore alle politiche sociali di Collegno (TO), l’esperienza Daje Marche, Vito Gurrado, amministratore di Meridonare, Paola Springhetti, giornalista e docente alla Facoltà di Scienze della comunicazione sociale – UPS Roma, Matteo Truffelli, presidente nazionale Ac, Tommaso Marino e Maurizio Biasci, segretario e vicesegretario nazionale Mlac, don Marco Ghiazza, assistente nazionale della Gioventù Operaia Cristiana (Gioc) e dell’Acr.

Memoria del futuro

Gio, 25/01/2018 - 19:59
Convegno nazionale degli Assistenti di Ac-Fuci-Meic-Mieac

La celebrazione del 150° anniversario della fondazione dell’Azione Cattolica Italiana caratterizzerà il prossimo Convegno nazionale degli Assistenti regionali, diocesani e parrocchiali di Ac, Fuci, Meic e Mieac, dal 29 gennaio all’1 febbraio prossimo, ad Assisi presso Casa Leonori. Partecipano a Memoria del futuro. Da 150 anni il prete a servizio dell’Ac: F. Sportelli (Univ. della Basilicata), R. Cananzi (presidente dell’Isacem), A. Lazzaretto (Univ. di Padova), G. Vian (Univ. Ca’ Foscari-Venezia), mons. A. Napolioni (vescovo di Cremona); p. G. Michelini (preside Istituto Teologico di Assisi), M. Truffelli (presidente naz. dell’Ac), mons. D. Sorrentino (vescovo di Assisi), L. Marcelli (responsabile naz. dell’Acr), mons. G. Sigismondi (Assistente generale di Ac e vescovo di Foligno), mons. D. Viganò (prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede).

Per farsi terra e paese

Gio, 25/01/2018 - 10:02
Un commento al Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018

di Ivan Maffeis* - Forse da ragazzi un po’ tutti, come il trovatello de La luna e i falò di Cesare Pavese, ci siamo ritrovati a chiudere gli occhi per provare se, riaprendoli, la collina fosse scomparsa, lasciando intravedere un paese migliore.
Al desiderio di «andare più lontano», la cultura digitale ha dato un contributo decisivo. L’individuo ha davvero “scollinato”, ha trovato l’America, un mondo seducente di immagini, news e commenti, che consente di trasferire sulla pubblica piazza anche i momenti più personali. L’ebbrezza della velocità, in macchina come nella vita, presenta rischi pesanti. Si può arrivare a pensare che tutti i contenuti siano uguali, che tra rappresentazione e realtà non corra chissà quale distinzione, che le proprie credenze contino più dei fatti e che, comunque, ci si possa sottrarre a tutto ciò che è dissonante.
Su questo sfondo si rafforzano facilmente pregiudizi e stereotipi, sospetti e chiusure. Diventa difficile anche riconoscere le fake news, le informazioni infondate, «basate su dati inesistenti o distorti», eppure così plausibili ed efficaci nella loro capacità di presa e tenuta.
Ha ragione chi sottolinea come il fenomeno non sia nuovo. In realtà, a renderlo preoccupante oggi è il numero di contatti che raggiunge in maniera tempestiva e poco arginabile. Se i social non possono essere considerati la causa principale delle fake news, like e condivisioni ne facilitano la propagazione, secondo un dinamismo che dei contenuti premia più la visibilità della loro stessa veridicità.
Al riguardo, nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco denuncia «la logica del serpente», che arriva a offuscare «l’interiorità della persona» e a rubarle «la libertà del cuore». Perfino un’argomentazione impeccabile, «se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità».
A quel punto, a che serve?
«Ero tornato, avevo fatto fortuna, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più – riconosce il protagonista del romanzo di Pavese al suo ritorno dall’America –. Quello che restava era come una piazza l’indomani della fiera…».
Non che tale esito sia ineluttabile. Anzi, Francesco – e con lui tutto il magistero ecclesiale – è portatore di uno sguardo fiducioso nelle capacità dell’uomo di «raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi».
Si tratta di «riscoprire il valore della professione», dove il giornalista è «il custode delle notizie», al cui centro «non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone». Un «giornalismo di pace», attento a comprendersi a servizio di quanti «non hanno voce» e a porsi alla «ricerca delle cause reali dei conflitti».
D’altra parte – visto che, oltre che fruitori, tutti siamo diventati produttori – il Papa sottolinea «la responsabilità di ciascuno nella comunicazione della verità»; responsabilità che chiede di educarsi ed educare al discernimento, alla verifica, all’approfondimento.
Del resto, nel suo rapporto con la realtà, la verità rimane un’esigenza insopprimibile, che non si risolve in una «realtà concettuale» e nemmeno nel «portare alla luce cose oscure». Verità è «ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere», spiega Francesco, che aggiunge: «L’uomo scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama». Pavese direbbe: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
In ultima analisi, sottolinea ancora il Messaggio, «l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente». L’esperienza della comunità ecclesiale ne riconosce il volto in Gesù Cristo, verità ultima e piena dell’uomo.
È questo fondamento che ci sta a cuore, anche nella comunicazione. È per questo che si torna. È per questo che – come il protagonista de La luna e i falò –  non si smette di cercare: «Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione».

*Sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali. Per approfondire, consultare il sito dedicato al Messaggio

 

Auguri a Gaetano Pugliese neo presidente del Mieac

Gio, 25/01/2018 - 01:03

Nel corso dei lavori della sua sessione invernale, il Consiglio Episcopale Permanente della Cei ha provveduto alla nomina del professor Gaetano Pugliese a nuovo Presidente nazionale del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica (Mieac). A lui l’augurio di buon lavoro della Presidenza nazionale e di tutta l’associazione nella consapevolezza della centralità della cura educativa, che da un lato esprime il desiderio di rafforzare ciò che ci è più caro, la formazione delle coscienze, e dall’altro rappresenta l’impegno a trovare risposte nuove e profetiche alle domande del presente. Un grazie riconoscente alla professoressa Elisabetta Brugè per i suoi anni di servizio generoso e competente alla guida Mieac.

Ricostruire, ricucire, pacificare

Mar, 23/01/2018 - 13:17
I vescovi italiani al Paese

«Ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società» e ritrovare la misura alta della politica, che è vocazione, non «un trampolino di lancio verso il potere». È il cuore della prolusione del card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, al Consiglio permanente, in corso a Roma in questo di fine gennaio 2018. Cita ripetutamente Paolo VI, il presidente dei vescovi italiani. Ricordando che fare politica implica la capacità di vivere la politica come gratuità e servizio, di guardare al passato per costruire il futuro, di prendersi cura senza soluzione di continuità dei poveri e della vita.  Non si sottrate ai temi del presente: migrazioni, antisemitismo e xenofobia, lavoro, famiglia, scuola, pace nel Mediterraneo. E in vista delle elezioni di marzo chiede ai cittadini di andare a votare e a tutti i candidati sobrietà. Perché «è immorale lanciare promesse che già si sa di non riuscire a mantenere», e «altrettanto immorale è speculare sulle paure della gente».

«Ricostruire, ricucire e pacificare», i tre verbi da riformulare, presi della sapienza antica del libro del Qoélet. L’urgenza morale è «ricostruire ciò che è distrutto», il patrimonio di un Paese bello e fragile, come sanno le persone che hanno perso tutto con il terremoto. L’urgenza «spirituale» è «ricucire ciò che è sfilacciato»: la comunità ecclesiale e il Paese. L’urgenza sociale è «pacificare ciò che è nella discordia», in un Paese in cui domina il rancore sociale.

«Bisogna reagire a una “cultura della paura” che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». È la parte della prolusione dedicata alle migrazioni. «Non è chiudendo che si migliora la situazione del Paese», ammonisce il cardinale, rilanciando quanto affermato dal Papa nella Giornata del migrante: «Avere dubbi e timori non è un peccato», il peccato «è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte», in un clima politico che alimenta equivoci, incomprensioni e contese.

«I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa per diritto evangelico», ricorda il cardinale citando ancora Paolo VI: «In virtù di questo diritto evangelico – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione».

«L’antisemitismo è inammissibile», e «noi siamo spiritualmente semiti». Sono le parole coraggiose di Pio XI, rilanciate dal presidente della Cei insieme a quelle della Populorum progressio contro il razzismo. L’Italia è un esempio virtuoso in questo senso, ricorda Bassetti ringraziando Francesco per le parole di gratitudine verso il nostro Paese adoperate nel recente discorso al Corpo diplomatico.

«Lavorare meglio, lavorare tutti». Per la Chiesa italiana – spiega Bassetti ringraziando il presidente Mattarella per avere definito il lavoro, nel discorso di fine d’anno, una priorità – non è uno slogan, ma l’obiettivo da porsi per affrontare quella che è «una vera emergenza sociale, resa ancora più impellente dai dati relativi alla disoccupazione giovanile». Dai giovani, i nuovi emigranti, sale un grido di dolore che «va raccolto e va fatto nostro», la promessa relativa al prossimo Sinodo dei vescovi.

Dalla Settimana sociale di Cagliari, sono emerse alcune proposte concrete sul lavoro: un’esperienza positiva da non sprecare, ma anzi da rafforzare e far crescere, tenendo presente gli obiettivi da raggiungere: «Creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo». «Se si fermano le famiglie, si ferma il motore sociale del Paese. Smette di battere il cuore della società». «Aiutare, curare e sostenere, in ogni modo possibile, le famiglie italiane» è l’unica cura possibile, garantisce Bassetti definendo il «patto per la natalità» proposto dal Forum delle famiglie un passo positivo, che ha ricevuto un consenso trasversale tra tutti gli esponenti di partito.

«Come vescovi ci uniamo innanzitutto all’appello del Capo dello Stato a superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare alle urne con senso di responsabilità nei confronti della comunità nazionale». È l’appello della Chiesa italiana per le prossime elezioni politiche. Bassetti richiama «il valore morale e democratico del voto» e puntualizza che «la Chiesa non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico». «Dialogare, non negoziare», la direzione di rotta indicata da Romano Guardini, Paolo VI e Papa Francesco.

«Sobrietà, nelle parole e nei comportamenti», l’invito per la campagna elettorale. La bussola di tutti i candidati deve essere la ricerca sincera del bene comune, non a parole ma con i fatti. Tra gli ambiti privilegiati su cui impegnarsi, Bassetti raccomanda la scuola, di cui «sono parte integrante e qualificata le scuole pubbliche paritarie».

«Vivete la politica con gratuità e spirito di servizio. Guardate al passato per costruire il futuro. Abbiate cura, senza intermittenza, dei poveri e della difesa della vita». Sono le tre indicazioni ai cattolici in politica con cui il cardinale ha concluso la prolusione. «La vita non si uccide, non si compra, non si sfrutta e non si odia!», il monito di Bassetti anche riguardo alle Dat. Durante il Cep, ha annunciato il presidente, verrà affrontata, tra l’altro, una proposta che, «in un orizzonte davvero europeo, riguarda il rilancio dell’impegno per la pace nel Mediterraneo».

 

Accendi una luce contro la tratta

Sab, 20/01/2018 - 10:17
3 febbraio. Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone

Sabato 3 febbraio alle ore 16, a Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione della Giornata mondiale di Preghiera e riflessione contro la Tratta di persone, si terrà la veglia di preghiera «Accendi una luce contro la tratta» presieduta da mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare del settore sud di Roma e la Santa Messa presieduta da mons. Angelo De Donatis, vicario generale per la diocesi di Roma. L’appuntamento a cui aderisce anche l’Ac è organizzato da Comitato della giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta - Diocesi di Roma - USMI Nazionale e Diocenana - Fondazione Migrantes Nazionale e Diocesana - Caritas Diocesana - Associazione Giovanni XXIII - Centro Astalli - Comunità di Sant’Egidio - Movimento dei Focorali - Slaves no More.

Compassione e prudenza

Sab, 20/01/2018 - 09:44
La relazione del card. Turkson al Seminaio Toniolo

Trascrizione non rivista dall’autore

S.Em.za Card. Turkson

Presentazione del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace 2018

Domus Mariae, 19 gennaio 2018

Signor Presidente, cari amici. Ho accolto con piacere l’invito ad approfondire con voi ancora una volta il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. Un’occasione, questa, per scambiarci gli auguri del nuovo anno e per incontrare numerosi giovani all’inizio di questo 2018, quando la Chiesa si prepara a celebrare per loro e con loro un Sinodo ad essi dedicato.

L’iniziativa del Beato Paolo VI di rivolgere a tutti gli uomini e le donne del mondo, ogni 1° giorno dell’anno, un Messaggio per la Pace è oramai tradizione consolidata. Tali Messaggi presentano, all’alba di ogni nuovo anno, questioni particolarmente rilevanti che rivestono carattere di urgenza per la Chiesa e per il mondo.

«Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace».

Il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace per il 2018 già contiene importanti indicazioni per la comprensione di quanto Papa Francesco ci comunica circa questo aspetto del “fenomeno epocale” delle migrazioni. Si distingue la figura del migrante da quella del rifugiato e si afferma che la pace non è presente e stabile in queste persone, e per queste persone, nel contesto nel quale il più delle volte vivono o sono costrette a trovarsi. Di qui, la ricerca della pace secondo il senso della speranza, che è la categoria centrale del Cristianesimo: senza speranza non c’è un senso, e senza un senso non c’è orizzonte di salvezza.

Il tema del Messaggio di quest’anno rientra pienamente nell’ambito della cura della casa comune così efficacemente e diffusamente presentato dal Santo Padre nella enciclica Laudato si’.

Se è vero che tale enciclica evoca principalmente il creato, la natura e la sua cura, questo non la confina, per così dire, in un contesto settoriale, per quanto ampio: si tratta, infatti, di un’enciclica sociale, ed è sotto questo specifico e innovativo profilo che si rivolge alla casa comune.

Così, il Messaggio del 2018 si colloca, rispetto alla Laudato si’, come riflesso della necessità di comprendere questioni solo in apparenza distinte fra loro, ma che in verità si intrecciano il più delle volte anche in modo tragico: la cura del creato, il modello di sviluppo e progresso, la questione migratoria.

Scrive Papa Francesco: «Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura».

Da queste parole emerge tutta la rilevanza della compassione. Essa non è solo un sentimento morale, ma è, appunto, cum-patior, sentire insieme, soffrire insieme. È, cioè, una via primaria di azione che il Santo Padre indica a tutti e in particolare ai responsabili della cosa pubblica. Ci auguriamo che in essa possano trovare la linfa per il governo del movimento dei popoli.

La compassione, nella visione di Papa Francesco, deve accompagnarsi alla prudenza, “auriga virtutum”, da intendersi come capacità di comprendere e governare le azioni umane.

Di qui, l’idea dell’accoglienza che necessita, sì, della linfa della compassione, ma anche di prendere corpo nella prudenza, cioè dell’impegno concreto e di forme efficaci di sostegno per costruire l’integrazione. Quest’ultima, di fatto, è il compimento della compassione stessa.

Il Messaggio, in questo senso, chiede a tutti noi di avere uno sguardo contemplativo che ci consenta di rispondere a questa domanda: che cittadinanza speriamo di costruire e quale forma di cittadinanza stiamo costruendo? E ci invita a costruire la cittadinanza della nuova Gerusalemme con le porte sempre aperte «per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze (in cui) la pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno» (n. 3).

In questo senso, che definirei agostiniano, il Messaggio della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ci spinge a considerare i migranti e i rifugiati come uomini e donne che cercano ma anche portano pace, intendono, cioè, - nella loro ricerca - costruire la pace.

Parlando oggi di questo testo, vorrei concentrarmi sulle sue parti conclusive, poiché contengono - penso - il cuore stesso di tutto il Messaggio, che assume una valenza altamente propositiva. Sono i paragrafi 4 e 5 che poi vorrei discutere con voi secondo l’idea del programma di questa giornata.

Il Santo Padre, parlando di “pietre miliari per l’azione”, ritorna sulle quattro azioni da “combinare” per elaborare una strategia: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

Anche qui, la base da cui partire è l’unione tra compassione e prudenza.

Occorre, infatti, essere molto prudenti perché gli accordi che si stipulano per arginare o limitare i flussi migratori tra Paesi di partenza, Paesi di transito e Paesi di arrivo rischiano di ledere i diritti umani di migranti e rifugiati. Sono tristi realtà le violazioni della loro dignità nei campi di detenzione dove essi sono spesso costretti a sopravvivere ammassati l’uno sull’altro.

La compassione e la prudenza prescrivono un equilibrio da mantenere tra queste moltitudini di persone e il bene delle comunità che le ricevono, senza chiudere gli occhi e il cuore dinanzi ai fatti reali.

Noi, in questo senso, non dobbiamo e non possiamo rispondere come se il problema non esistesse, riparandoci dietro i nostri egoismi. Dobbiamo, invece, creare comunità, tendere una mano e aiutare offrendo risposte positive per governare il processo.

I responsabili della cosa pubblica devono definire misure razionali e ragionevoli per accogliere, proteggere, promuovere e integrare, nel quadro generale e responsabile del bene comune, così come favorire - nello stesso modo - l’inserimento civile dei nuovi arrivati. Nello stesso tempo, i nuovi arrivati hanno il dovere di considerare e rispettare gli ordinamenti e la cultura dei Paesi nei quali sono accolti.

Leggo il brano centrale sul programma di azione del Santo Padre: «“Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. […] “Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. […] “Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. […] “Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali».

Di qui, un’altra domanda che riguarda anche la Chiesa, oltre che la società civile: in che modo noi possiamo accogliere, proteggere, promuovere e integrare?

Sicuramente questo Messaggio introduce una domanda di carattere politico alla quale noi siamo chiamati a rispondere: quale atteggiamento dobbiamo assumere noi, persone delle istituzioni ecclesiali, di fronte a una questione sociale così rilevante? E in base a quale concetto di laicità dobbiamo muoverci? Qual è, cioè, il confine con la politica istituzionale (realtà mondana) che noi dobbiamo marcare in questo contesto che coinvolge così nel profondo l’umanesimo cristiano, cioè la nostra più intima identità?

Noi non elaboriamo proposte politiche specifiche, ma non possiamo rinunciare a richiamare ogni politica e anche le diverse politiche ai principi di giustizia, con il fine della costruzione di una vera pace.

Ed è bene considerare che ciò che i migranti si sono visti negare nei loro Paesi di provenienza, essi lo possono costruire lì dove approdano. Di questo, fanno esperienza quelle comunità, cristiane e non cristiane, che offrono accoglienza e mettono in atto metodi di integrazione. Papa Francesco afferma, infatti, che abbiamo la capacità di trasformare «in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati».

Vorrei, a questo riguardo, richiamare il Discorso del Santo Padre ai partecipanti al forum internazionale “migrazione e pace”, del 21 febbraio 2017, nel quale egli indica una metodologia in grado di rispondere in modo coordinato e concreto ai flussi migratori, tenendo fermo il timone sul rispetto primario della dignità di ogni persona umana, senza distinzioni.

Fu in tale occasione che il Pontefice indicò per la prima volta la via dell’accoglienza, della protezione, della promozione e dell’integrazione per poi giungere a quanto si legge nel paragrafo 5 del Messaggio della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, intitolato: «Una proposta per due Patti internazionali».

Il Santo Padre auspica che tale via, connotata dalle quattro azioni, a loro volta ispirate da compassione e prudenza, animi il processo che nel corso del 2018 condurrà le Nazioni Unite a definire e approvare due patti globali, uno per i migranti, l’altro per i rifugiati.

Grazie ad essi è possibile costruire la via della pace, indicata, appunto, dal Messaggio. Scrive infatti Papa Francesco: «In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche.

Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza».

Vedete, quindi, anche qui, la potenza del Messaggio che il Pontefice rivolge ad un mondo in drammatico disordine.

È vitale, perciò, che le Conferenze episcopali e le organizzazioni cattoliche di volontariato ascoltino con grande entusiasmo la voce del Papa.

Presto il processo internazionale dei Global Compacts consentirà di delineare un quadro unitario di azione; i documenti finali tracceranno una linea guida per tutti gli Stati. La Chiesa si sente pienamente coinvolta in questa sfida ed accompagna con decisione il processo in atto a livello della comunità internazionale.

«Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi di attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati», scrive il Santo Padre nella Lettera alla Signora Angela Merkel, Cancelliere della Germania, in occasione dell’apertura dei lavori del vertice G20, il 29 giugno 2017.

E torno ancora sullo sguardo contemplativo complessivo, perché è qui che risiede, per tutti noi, il perno dell’istanza educativa di questo Messaggio.

Il Papa invita ad usare uno “sguardo contemplativo” nei confronti di migranti e rifugiati. Non si può guardare al fenomeno solo dal punto di vista della sicurezza senza tener conto delle sicurezze di chi necessita protezione e assistenza per poter vivere in maniera degna!

Fondamentale è che vi sia disponibilità a conoscere oggettivamente la realtà delle migrazioni, il bene che esse portano, il loro effettivo contributo all’edificazione sociale. E nello stesso tempo occorre sapere che ci sono limiti nella capacità di accoglienza.

Inoltre, occorre creare una mentalità realmente consapevole e informata su ciò che sta avvenendo nel processo di migrazione, sulle ragioni per cui la gente fugge dal proprio Pese dove non trova le condizioni per vivere dignitosamente, con tutto ciò che tale situazione dischiude su corruzione e traffici vergognosi.

L’aspirazione ad una vita degna, alla libertà, deve mobilitare all’azione tutti i Paesi e tutta la famiglia umana. Dobbiamo mostrare solidarietà verso queste persone, tenendo conto che il bene comune richiede un equilibrio tra il bene delle comunità che ricevono i migranti e le necessità di chi arriva in cerca di un futuro migliore.

Vorrei chiudere con le parole stesse del Santo Padre: «Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, “ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia” in altre parole realizzando la promessa della pace. […] Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita».

Vi ringrazio.

Un patto per la natalità

Gio, 18/01/2018 - 12:54
L’appello del Forum delle Famiglie alla politica

Il nostro Paese sta vivendo l’inverno demografico più difficile della sua storia. Da circa quarant’anni i tassi di fecondità sono molto bassi: meno di due figli per donna, ossia inferiori a quanto necessario per garantire il semplice ricambio tra le generazioni. Oggi siamo ad un 1,34 figli per donna. Solo il continuo aumento dell’aspettativa di vita e l’immigrazione hanno parzialmente arginato il problema. Ma il calo della popolazione sta diventando sempre più evidente ed insostenibile.
Un dato, soprattutto, induce a riflettere: è molto marginale la quota di persone che dichiara di non volere figli. È attestata invece oltre il 40% un’ampia parte di popolazione che desidererebbe due o più figli, e che però non ha i mezzi per andare oltre il primo.
Nella consueta indagine condotta dall’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) sui costi necessari al mantenimento di un figlio, emerge che per mantenere un bambino nei primi 12 mesi le famiglie italiane devono sostenere un costo che varia da un minimo di 7.072,90 € ad un massimo di 15.140,76 €,con un aumento medio dell’1,1% rispetto al 2016. Ad una famiglia con un reddito medio di 34mila € netti all’anno, portare un figlio dagli 0 ai 18 anni costa quasi 170mila €. Una famiglia con reddito più basso può arrivare a spendere 113mila € mentre, se il reddito raddoppia, può spendere anche 270mila € a figlio in 18 anni.

Il contesto attuale, insomma, sembra non scommettere più sulle famiglie ed i giovani. La triste sensazione è che l’Italia abbia smesso di credere nel proprio futuro.
Sono 5,5 milioni le donne tra i 18 e i 49 anni che rinunciano ad essere madre (una donne fertile su due) perché essere madri e lavoratrici in Italia è ancora troppo difficile. Parallelamente il 71 per cento delle donne tra i 20 e i 34 anni mira ancora ad avere almeno due figli e soltanto il 7 per cento è disposto a rassegnarsi a non averne.
Si aggiunga ancora che nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, su dieci donne che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro otto erano mamme e una buona parte di queste spiegava la scelta con la difficoltà di «gestire insieme figli e lavoro».

Gli effetti della denatalità, di cui ancora facciamo fatica ad essere pienamente consapevoli, sono già dirompenti. Come mantenere il PIL, e il rapporto con il debito, con una popolazione in costante diminuzione?  Come affrontare la crescente spesa sanitaria e pensionistica? Come sostenere i costi, anche sociali, di una popolazione sempre più anziana? Già oggi, da diversi punti di vista, vediamo i primi effetti nefasti di tutto questo. Siamo un popolo incurvato su se stesso, stanco, che ha smesso di sperare.

Per anni la politica ha considerato la natalità un tabù. Il tema tocca infatti argomenti apparentemente divisivi: maternità, famiglia, immigrazione. Ma è arrivato il momento di non guardare più alla prospettiva
di parte o agli interessi elettorali. In ballo c’è il destino di una nazione. Su questo punto è indispensabile accantonare tutte le controversie ideologiche. I bambini devono essere considerati un Bene Comune perché rappresentano il futuro di tutti noi.

Sono indispensabili interventi decisi per invertire una tendenza che ci sta portando verso un domani senza prospettive. Tali interventi devono essere universali, coerenti e garantiti nella loro esistenza e durata, e non semplici aiuti occasionali. È necessaria una politica di lungo periodo che veda in questo punto un investimento irrinunciabile: serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti alla natalità, uniti alla promozione di una più ampia cultura dell’accoglienza dei bambini, così come un ampio programma di consolidamento del lavoro femminile, con soluzioni di conciliazione del tempo del lavoro con quello della famiglia, anche attraverso servizi adeguati e a basso costo. Si tratta di scelte non più rinviabili. Per troppo tempo la politica si è limitata a fingere di intervenire, commentando di volta in volta gli allarmanti dati Istat senza, tuttavia, trasformare quelle analisi in azioni concrete, se non con misure rare ed estemporanee.

Per questo il Forum delle Famiglie chiede ai Partiti e alle Liste in corsa per la prossima tornata elettorale, di considerare il tema della natalità e delle politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi. I nodi sono arrivati al pettine e la situazione non è più rinviabile. È possibile – e anzi è un bene – che vi siano visioni differenti sui tanti temi del dibattito politico. Ma su questo punto, ve lo chiediamo con forza, appellandoci al vostro senso di responsabilità, è necessaria un’unità di intenti: occorre remare tutti nella stessa direzione per invertire la rotta. Si tratta di un segnale decisivo per ridare speranza all’Italia. Ne va del futuro del nostro bellissimo e amatissimo paese.

 

 

Scatti di Pace

Sab, 13/01/2018 - 17:49
Progetto di solidarietà e sussidio del Mese della Pace per l’anno 2018

Come ci invita a fare Papa Francesco nel Messaggio per la LI Giornata Mondiale della Pace, come veri e propri fotografi, siamo chiamati a mettere a fuoco tutte quelle realtà del mondo spesso dimenticate, a partire dai rifugiati e dai migranti in cerca di un domani migliore. In quest’ottica, ecco il progetto di solidarietà 2018 dell’Azione Cattolica che incontra la realtà di Terre des Hommes, impegnate nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Assieme a Terre des Hommes vogliamo metterci accanto ai piccoli rifugiati (in particolare a oltre 200 bambini con disabilità fisiche e/o mentali) nel territorio di Erbil in Iraq, per migliorare le loro condizioni di vita e quelle delle loro famiglie offrendo supporto psicologico e un servizio di fisioterapia a domicilio. Come? Attraverso l’acquisto del gadget realizzato per l’occasione - una cornice magnetica - possiamo dare continuità a questo sogno nostro e di Terre des Hommes, e soprattutto a quello di quanti fuggono dalla guerra alla ricerca di un futuro di pace. - Modulo ordine Pace 2018 - Booklet Pace 2018 - Sussidio Pace 2018

Violenza, diritto e giustizia

Ven, 12/01/2018 - 18:32
Pubblicato «Dialoghi» n. 4-2017

Al di là di ogni sogno utopistico, il tempo che viviamo mostra crudele il trionfo della violenza nelle vesti più inedite. La violenza di genere, il terrorismo a matrice religiosa, le crescenti violazioni dei diritti umani sono solo alcuni volti di un fenomeno che accompagna l’umanità da sempre; come la considerazione che è solo nella ricostruzione delle relazioni che si possono immaginare argini credibili ed efficaci al dilagare della violenza. È la traccia su cui muove il Dossier «Violenza, diritto e giustizia» proposto da «Dialoghi» (n.4-2017, Editrice Ave) e curato da G. Dalla Torre (qui di seguito proponiamo l’introduzione) con i contributi di Ottavio. De Bertolis (L’errare dell’uomo: una prospettiva bibblico-teologica), Luigi Ciaurro (La violenza tra politica e diritto), Mattia. F. Ferrero (L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità), Consuelo Corradi (Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide), Leonardo Nepi (La violenza di genere), Nicola Selvaggi (La “violenza istituzionale”).

Il numero del trimestrale promosso dall’Ac e diretto da P. De Simone si apre con l’Editoriale di Matteo Truffelli (Ius soli: per tornare a progettare il futuro) che mette in evidenza la necessità di cambiare la narrazione predominante della realtà dell’immigrazione, di aiutarci tutti insieme a guardare a essa come a un vero e proprio patrimonio del nostro tempo, una promessa di futuro, il segno di una realtà nuova che sta già prendendo forma.

Segue Primo Piano, con l’analisi geopolitica di Fulvio Scaglione (Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi), una lettura che offre interessanti termini di riferimento per una riflessione sul neo indipendentismo contemporaneo a partire da due casi di scuola. L’eredità della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani è il tema dell’articolo (L’interesse decisivo) di Mauro Magatti, segretario del Comitato scientifico-organizzatore delle giornate cagliaritane.

Nella rubrica Eventi e Idee il contributo di Gianni Borsa (Un faro di cultura e passione civile) dedicato alla storia del Premio Capri San Michele, esemplare nel volere coniugare i valori della cultura e della fede - di recente assegnato a «Dialoghi» per la sezione riviste 2017; e quello di Vincenzo Rosito (Essere Chiesa nella post-metropoli) che descrive come sia cambiato il volto della questione urbana, i bisogni e i desideri che individui e comunità sono chiamati ad armonizzare e definire, e su quanto questo coinvolga la Chiesa chiamata a confrontarsi con i nuovi contesti della società globale.

Si prosegue con la sezione Il libro i libri che ospita articoli di: Raffaele Maiolini (Ripensare la morte, nella luce di Cristo), a partire dai saggi raccolti in «Escatologia nel nostro tempo» di H. U. von Balthasar; Fabio Mazzocchio (Domande antiche, attuali risposte), a partire dagli scritti filosofici proposti da «Tradurre la Metafisica di Aristotele» di E. Berti; Marina Severini (Il femminile e la costruzione dell’umano), a partire dalla riflessione psicanalitica de «La costola perduta» di F. Stoppa; Paolo Trionfini (Lo stratega dello sviluppo italiano), a partire dalla biografia di «Sergio Paronetto» curata da T. Torrisi.

Chiude il numero la rubrica Profili che propone il ritratto (Egidio Tosato: costituzionalista e costituente) curato da Fernanda Bruno e dedicato a uno dei massimi giuspubblicisti italiani, protagonista del processo costituente, noto per il suo rigore scientifico e morale.

In allegato, il sommario del trimestrale

*****

Violenza, diritto e giustizia

Introduzione al Dossier a cura di Giuseppe Dalla Torre I nuovi volti della violenza. I contributi che seguono sembrano dominati da questo elemento: al di là di ogni sogno utopistico, al di là di più concrete aspettative, il tempo che viviamo mostra crudele il trionfo della violenza nelle vesti più inedite. L’esempio per eccellenza è quello del terrorismo a matrice religiosa che insanguina le nostre strade: paradosso – o provocazione – per la nostra età che si dice secolarizzata. Una violenza che, a differenza di altre, induce sgomento e panico a livello collettivo per l’imprevedibilità: è una guerra latente nella quale, a differenza dei conflitti del passato, il nemico non si distingue, non lo si vede, non si muove dietro a bandiere e con divise diverse dalle nostre, ma è come noi, è in mezzo a noi, mimetizzato ed evanescente.

Ed ancora, il nuovo volto della violenza di genere, quello che con un orrendo neologismo – il quale, pur non volendolo, cela una certa inclinazione discriminatoria – viene chiamato “femminicidio”. Sarebbe interessante sapere in quale misura sia un fenomeno nuovo, o piuttosto un fenomeno che solo ora emerge; sapere se è legato o meno alla crisi della famiglia; sapere se è favorito o meno dal contesto culturale che denota le nostre società. Certo la percezione è quella di un fenomeno dilagante, con manifestazioni sempre più efferate, che interpella non solo i responsabili della vita pubblica ma tutti noi.

Dunque, avendo messo alle spalle la stagione, lunga e sanguinosa, delle violenze di Stato e delle violenze allo Stato, con le relative ideologie ispiranti alla aggressività, sembrava di poter immaginare il ritorno ad una vita nella quale la violenza, pur inevitabile, era finalmente ricondotta nell’alveo tradizionale delle devianze nella vita sociale, contrastate dalla forza del diritto. Si trattava di un sogno immemore, perché la storia insegna che l’evolversi delle esperienze nel tempo conduce ineludibilmente alla nascita di nuove forme di violenza. Ma un sogno immemore anche perché il secolo che abbiamo alle spalle ha demitizzato l’idea di un diritto come forza, legittimata dalla giustizia, che si oppone alla violenza. Le orge del positivismo giuridico che si sono manifestate nei totalitarismi novecenteschi, infatti, hanno messo a nudo con gli occhi di poi il potenziale di violenza che può essere contenuto nel diritto positivo. L’avvenuta scoperta delle tragiche esperienze dei lager e dei gulag ha mostrato, in maniera inconfutabile, quante lacrime e quanto sangue seguano la impropria identificazione di legalità e legittimità, di diritto e giustizia.

La violenza ha volti nuovi; ma la violenza ha anche molte espressioni. A cominciare dalle guerre che travagliano varie parti del mondo: «Siamo già entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli», ha detto papa Francesco con un’espressione che è diventata comune. Si tratta di conflitti cui gli Stati democratici assistono inermi e le Nazioni Unite manifestano tutta la loro inanità. C’è la violenza che è alle origini del grande fenomeno emigratorio, dalle dimensioni bibliche, data dai retaggi dei depredamenti coloniali e dai cambiamenti climatici provocati dall’uomo; ma anche la violenza – quotidianamente sotto i nostri occhi – che si consuma nei confronti degli immigrati, disperati in cerca di condizioni di vita più umane. Ci sono le nuove forme di violenza nei confronti della vita dei più deboli: i non ancora nati, i minori, i malati, gli anziani, su cui disserta la bioetica talora con conclusioni anch’esse aggressive. Torna, dopo l’“età d’oro” del welfare, col declinare dello Stato sociale, la violenza in quello sterminato campo che è il lavoro ed annessi.

Paradossalmente, anche nel campo dei diritti umani, cioè di quelli che dovrebbero esserne i primari argini, dilaga la violenza. Uno fra tutti: la libertà religiosa. Gli analisti dicono che oggi, su dieci abitanti del pianeta, sette soffrono per violazioni della libertà di coscienza. È un mare sterminato, che ben si comprende solo che si guardi alla geopolitica. Ma la cosa più sorprendente è che, magari in forme criptiche o vellutate, anche nei nostri paesi democratici e giustamente orgogliosi dei propri ordinamenti giuridici supergarantistici, si consumano violazioni della prima delle libertà. Basti leggere la giurisprudenza di vari Stati, o quella europea, in materia di porto di simboli religiosi in ambienti pubblici o in luoghi di lavoro, per – forse sorpresi – rendersene conto.

A ben vedere contro i diritti umani c’è una violenza più sottile ed insidiosa, data dal loro sradicamento dalle antiche matrici giusnaturalistiche e dalla loro banalizzazione, che giunge talora alla giuridificazione dei desideri. Sicché i diritti umani finiscono per non essere più quelle spettanze da riconoscere ad ogni uomo, dappertutto, sempre, ma quelle riconosciute a chi ha la capacità di affermare se stesso su altri. Dunque la violenza riappare in un diritto non giusto.

Ovviamente sarebbe stato impossibile, nel breve spazio di un Dossier, affrontare un mare così articolato e complesso di tematiche. Ci si è limitati ad alcuni profili, eminentemente teorici, di un fenomeno che accompagna l’umanità da sempre. Perciò l’apertura del Dossier è data da un saggio biblico-teologico di Ottavio De Bertolis, il quale mostra come la violenza abbia origine sin dall’inizio della storia umana, nel peccato che è la negazione del limite, il quale intacca le tre relazioni comunionali: con Dio (Adamo ed Eva), con il fratello (Caino e Abele), con la creazione (Babele). Sicché è solo nella ricostituzione delle relazioni – il famoso “gettare ponti” di papa Francesco – che si possono immaginare argini credibili ed efficaci al dilagare della violenza.

Le necessarie distinzioni tra forza e violenza, il cui principio discriminatore è la giustizia, sono affrontate da Luigi Ciaurro, che le inquadra nel complesso rapporto fra Stato, politica e diritto. Si tratta di un rapporto non privo di ambiguità, nella misura in cui, come s’è più sopra accennato, Stato e diritto sorgono per arginare la violenza ma talora finiscono per servirsene.

I contributi successivi analizzano alcuni nuovi profili della violenza. Il primo è quello che attiene all’hate speech, o linguaggio d’odio: si tratta di un fenomeno in dirompente espansione, facilitato dai nuovi media, capace di generale episodi di intolleranza, discriminazione e violenza.

Altro caso è quello della “missione suicida”, vale a dire l’attacco violento quasi sempre causato da motivazioni politico-religiose e compiuto in modo cosciente da una persona che sceglie la popolazione civile come obiettivo e adotta un metodo di aggressione che richiede la sua propria morte come aspetto essenziale dell’azione. Affacciatosi verso la fine del secondo conflitto mondiale con i kamikaze, è un fenomeno che – come bene mostra Consuelo Corradi – si è venuto affermando dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001, e che manifesta una distruttiva ricerca di trascendenza.

Alla violenza di genere è dedicato il saggio di Leonardo Nepi, che dinnanzi alla problematicità del fenomeno individua linee di contrasto, tra l’altro smascherando il convincimento sempre più diffuso secondo cui alle sue radici sarebbe nientemeno che l’istituto matrimoniale, in quanto ritenuto come paradigmato sull’assoggettamento della donna all’uomo.

Infine Nicola Selvaggi esamina quella particolare violenza istituzionale che, anche negli ordinamenti democratici, è nascosta – ma non troppo – nella afflittività del sistema sanzionatorio penale. Da tempo si parla di una riconsiderazione, funditus, delle pene, nel quadro di una visione criminologica volta alla riconciliazione tra autore del crimine e vittima, vero presupposto per la riparazione del male fatto, per l’emenda del reo e per la pacificazione sociale.

Senza illusioni sulla reale possibilità di cancellare completamente un fenomeno che accompagna l’uomo dalle origini, perché è dentro l’uomo, i saggi raccolti nel Dossier inducono a pensare che non ci possa essere efficace contrasto della violenza a prescindere dalla preoccupazione di creare, mantenere, ricostruire relazioni. E qui la misura della relazione che è propriamente il diritto, come strumento non di potere ma di giustizia, ha molto da dire e da dare.

Un frutto prezioso che domanda impegno e progettualità

Ven, 12/01/2018 - 10:47
I 70 anni della Costituzione repubblicana

di Gian Candido De Martin* - Dal 1° gennaio 1948 abbiamo una Carta costituzionale, patto fondativo della convivenza civile: la democrazia si è fatta Costituzione, dopo 18 mesi di lavoro serrato dell’Assemblea costituente, eletta il 2 giugno 1946 contemporaneamente alla scelta referendaria per la forma repubblicana. Un lavoro serio, svolto soprattutto nell’ambito della commissione dei 75, in cui si sono confrontate culture politiche assai diverse (cattolica, liberale, socialista, anche marxista), che alla fine hanno però saputo trovare una sintesi utile, tradotta in 139 articoli, di cui i primi 12 di principi fondamentali e gli altri suddivisi tra la parte I sui diritti e doveri dei cittadini e la parte II dedicata all’ordinamento della Repubblica. Un esempio di collaborazione certo non semplice, oggi difficilmente replicabile, allora animata da alcuni obiettivi e valori di fondo condivisi, frutto di un costituzionalismo non nazionalista, ma aperto alla collaborazione internazionale e in nuce anche all’integrazione europea.

Così si è arrivati a codificare in norme scritte con una lucida chiarezza, senza ambiguità, alcuni caposaldi destinati a valere nel tempo, per dare senso e solidità alla democrazia ritrovata dopo la parentesi fascista: il valore della libertà e dei diritti inviolabili, nel rispetto del pluralismo delle convinzioni personali politiche e religiose, così come dell’eguaglianza sostanziale, intesa come pari opportunità e giustizia sociale da perseguire per consentire a tutti i cittadini lo sviluppo della propria personalità e la partecipazione effettiva alla vita del Paese, in una prospettiva in cui ha una centralità sia la promozione di un lavoro non disgiunto dalla dignità umana sia il ruolo delle autonomie territoriali e sociali. Un quadro avanzato di principi, non a caso fatto proprio da varie altre Costituzioni coeve o successive in Europa e in altri continenti. Si può aggiungere che hanno certamente pesato nell’elaborazione della Carta alcuni significativi apporti di costituenti di matrice cattolica di grande qualità, i quali hanno contribuito  tra l’altro a radicare e valorizzare principi di grande portata, come quelli di solidarietà e di sussidiarietà, espressi con grande forza dal magistero sociale della Chiesa.

Oggi, a 70 anni di distanza, ci si può chiedere se la Costituzione sia (ancora) giovane o vecchia. E la risposta sembra in fondo agevole, considerando sia la tenuta sostanziale della prima parte, la quale semmai richiede un costante impegno per esplorarne potenzialità finora inesplorate (ad esempio, in tema di funzione sociale della proprietà in rapporto alle esigenze di tutela ambientale oppure nella regolazione del ruolo di partiti e sindacati), sia la validità, tutto sommato, anche della parte sull’organizzazione dei pubblici poteri, che ha fin qui garantito una corretta vita democratica del sistema, anche nel dibattito su eventuali modifiche (come si è visto in occasione delle proposte dei governi Berlusconi e Renzi, poi bocciate a larga maggioranza dagli elettori). Certo talora datata, anche nel linguaggio (es. si parla di paesaggio, che oggi si chiama ambiente), ma non superata, anzi da difendere rispetto a taluni tentativi - spesso superficiali ma non per questo meno pericolosi - di scorciatoie riformatrici che rischiano di minarne principi ed assi portanti.

Piuttosto si può sostenere che la Costituzione abbia bisogno di una opportuna manutenzione, con interventi di aggiornamento mirati su singoli punti, come d’altronde è avvenuto molte volte in questi primi sette decenni di vigenza: sono oltre una ventina le modifiche apportate in questo arco di tempo, la maggiore delle quali riguarda il tentativo di valorizzazione delle autonomie regionali e locali - in base al fondamentale principio autonomistico sancito nell’art. 5 - allorché si è rivisto organicamente il titolo V della parte II nel 2001. In verità, questo disegno di potenziamento a vario titolo di comuni, province e regioni è restato finora senza un seguito effettivo, talché resta aperto un grande problema di attuazione, reso ancor più complesso e urgente per via della confusione che si è determinata con interventi di ridimensionamento delle autonomie durante la recente crisi economica, in cui si era addirittura prevista la soppressione delle province.

La scelta per una fisiologica manutenzione non esclude che qualche intervento di modifica sia auspicabile su qualche punto: ad esempio, ad avviso di chi scrive, per limitare l’autodichia che consente alle Camere di decidere in toto sui titoli di ammissione dei parlamentari, oppure per evitare che le specialità regionali siano fonte di malintesi privilegi finanziari, oppure ancora per consentire l’accesso alla Corte costituzionale anche alle autonomie locali. Si può anche aggiungere che molti opportuni adeguamenti sono possibili senza modifiche alla Carta, ma operando ad es. sui regolamenti parlamentari, come ha fatto positivamente il Senato (purtroppo non la Camera) nelle scorse settimane per scoraggiare il cambio di casacche o far funzionare meglio le commissioni legislative o come si potrebbe fare per dar finalmente voce in Parlamento a regioni e enti locali.

Un’ultima considerazione. Per sottolineare l’esigenza di una conoscenza reale del significato e dei contenuti della Carta, specie a fronte dei populismi dilaganti e del degrado della partecipazione democratica, con progressivo distacco dei cittadini dalla vita pubblica. È indispensabile una nuova stagione di cittadinanza attiva e di capacità progettuale per riprendere il filo dei valori costituzionali da interpretare concretamente, evitando che paure e crescenti diseguaglianze scoraggino l’impegno di chi ha di mira il bene comune. Ciò che dovrebbe sollecitare in particolare i laici cristiani, per i quali un serio impegno per la politica è la forma più alta della carità, come ribadito di recente anche da papa Francesco.

*Professore emerito di Diritto pubblico alla LUISS «G. Carli» di Roma e presidente dell’Istituto «V. Bachelet» per lo studio dei problemi sociali e politici dell’Azione cattolica italiana

Il Senso, questo sconosciuto

Gio, 11/01/2018 - 11:09
Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così

di Luigi Alici* - A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell’infinitamente piccolo, più che a quella dell’infinitamente grande.
Una banale influenza (quest’anno, non tanto banale…), che scombussola l’agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata.
Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l’ultimo dell’anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima.
Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s’indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l’abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta…
Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all’improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l’attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati.
Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell’amore e della misericordia; il senso dell’intero e delle parti, del filo d’erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi…
A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato!
E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più.
Di fermarti, di contemplare, di adorare.
Di metterti sulle tracce di quel filone d’oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero.
La linea di frontiera che separa l’essenziale dal superfluo, il discreto dall’invadente, lo stupore dall’ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato.
Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo.
Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.

*Luigi Alici è docente di Filosofia morale all’Università di Macerata. Il testo che pubblichiamo è tratto dal suo blog Dialogando

 

Che sia un tempo di serietà e concretezza

Mar, 09/01/2018 - 12:22
Il prossimo 4 marzo, alle urne per le elezioni politiche

di Paolo Rametta* - Il 28 dicembre scorso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere, dando il via all’iter che porterà il 4 marzo prossimo alle elezioni politiche e mettendo fine alla legislatura, ovverosia il periodo tra la prima seduta delle Camere in seguito ad elezioni (avvenute il 24 e 25 febbraio 2013) e il loro scioglimento. Questa legislatura, la XVIIesima della nostra storia repubblicana, si conclude in modo “naturale”, seguendo la previsione della Costituzione che fissa a cinque anni la durata della legislatura, salvo scioglimento anticipato.

Dal momento del loro scioglimento le Camere continuano ad essere dotate di funzioni fondamentali: la continuità delle funzioni è garantita dall’articolo 61 della Costituzione, che prevede che «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti». A ben vedere però sia la Camera dei Deputati che il Senato non potranno approvare leggi ordinarie; si limiteranno a convertire in legge eventuali decreti legge approvati dal Governo, a ratificare trattati internazionali che il nostro Paese si era impegnato a ratificare e ad esercitare i poteri di controllo (ad esempio le interrogazioni parlamentari ad un Ministro o il funzionamento degli organi di controllo, come la Vigilanza Rai).

Se le Camere vedono grandemente diminuita la loro ordinaria operatività anche il Governo, specularmente, vede mutare le proprie prerogative.

A differenza di altri casi, il governo attualmente in carica, retto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si avvia a concludere la legislatura in modo “ordinato” (come si dice in gergo giornalistico), senza le proprie dimissioni - né volontarie né imposte da voti di fiducia; ed in effetti queste verranno rassegnate solo all’elezione delle nuove Camere, con la contestuale richiesta del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti, rinviando le dimissioni vere e proprie al momento dell’incarico del nuovo Presidente del Consiglio.

Quindi il Governo, pur con un necessario low profile richiesto dalla mancanza di “controaltare” parlamentare (essendo le Camere sciolte), potrà affrontare a pieno titolo i prossimi appuntamenti sulla scena internazionale. Prima tra tutti il turno di presidenza dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che spetterà all’Italia per l’intero 2018. In secondo luogo l’importante riunione dell’Eurogruppo - il tavolo dei Ministri dell’Economia dell’Eurozona - che si terrà il 22 gennaio e che tratterà della crisi degli istituti di credito, tema particolarmente caldo nel nostro Paese.

Si prospetta una partenza di anno decisamente non limitata al semplice “disbrigo” degli affari correnti.

Nel frattempo si è entrati nel vivo della campagna elettorale, mentre i partiti stanno stringendo gli ultimi accordi di apparentamento e definendo le liste elettorali da presentare entro fine gennaio. La sfida di questa fase sarà probabilmente quella di mantenere un dibattito il più possibile costruttivo e basato su contenuti prospetticamente rivolti al progresso del Paese, come ha ammonito nel suo intervento per la conclusione dell’anno istituzionale il Presidente Mattarella: «Il tempo delle elezioni costituisce un momento di confronto serrato, di competizione. Mi auguro che vengano avanzate proposte comprensibili e realistiche, capaci di suscitare fiducia, sviluppando un dibattito intenso, anche acceso ma rispettoso. È, questa, inoltre, una strada per ridurre astensionismo elettorale e disaffezione per la vita pubblica».

*Componente del Centro studi dell'Azione cattolica italiana

Le radici della libertà

Mar, 09/01/2018 - 09:54
Josef Mayr-Nusser: fedele al Vangelo e al proprio tempo

di Alberto Ratti* - Mentre festeggiamo i 70 anni della Costituzione italiana, non possiamo non ricordare le tante persone e i tanti giovani in particolare che, grazie alla loro testimonianza e al loro sacrificio, hanno permesso al nostro Paese di sconfiggere e lasciarsi alle spalle il nazi-fascismo e i suoi orrori.
Fra questi, moltissimi giovani e dirigenti di Azione Cattolica hanno dato la propria vita per la libertà e il riscatto dell’Italia. Esemplare la vita di un giovane altoatesino ancora poco conosciuto che è stato beatificato lo scorso 18 marzo nella Cattedrale di Bolzano: Josef Mayr-Nusser.
Rifiutandosi di prestare il giuramento delle SS naziste, perché contrario ai metodi e alle atrocità compiute da questi reparti e all’assolutismo dell’obbedienza dovuta a Hitler, Mayr-Nusser pagò con la vita la propria obiezione di coscienza.
Nel corso della sua breve esistenza egli pose l’accento, in molti dei suoi articoli e discorsi, sul tema della testimonianza, su un cristianesimo vissuto coerentemente e capace di trasformare la vita. Pienamente partecipe delle dinamiche sociali e culturali del suo tempo, Josef non si cimentò in riflessioni teoriche staccate dalla realtà o indifferenti alle difficoltà. Anzi, riteneva che soltanto attraverso una fede incarnata e credibile si potessero stemperare i conflitti, appianare le differenze, vivere per costruire un mondo e una società migliori.
La testimonianza di Mayr-Nusser può essere la dimostrazione che è possibile essere contemporaneamente persone fedeli al proprio tempo, alla storia che si è chiamati a vivere e al Vangelo. La Chiesa ha riconosciuto il suo martirio dettato dall’odio alla fede e ora la sua vita interroga ciascuno di noi. La sua decisione di non prestare giuramento scuote la nostre coscienze.
Mayr-Nusser nacque nel 1910, alla periferia est di Bolzano (all’epoca territorio austriaco), quarto di sette figli. La giovinezza di Josef fu caratterizzata da una sana e popolare religiosità contadina, dalla partecipazione giornaliera all’Eucaristia e dalla recita insieme del rosario. Egli crebbe in un ambiente e contesto familiare dove erano importanti «prove e sacrifici, senso del dovere, fede profonda, attenzione ai poveri». Successivamente, ciò che più di ogni altra cosa formò Mayr-Nusser come uomo e come cristiano fu l’appartenenza ai giovani di Ac e il rapporto con il loro assistente. La fede vissuta in maniera intensa e personale trovò così nell’aspetto comunitario e relazionale la dimensione più consona per fiorire e rafforzarsi. Nel 1934 Josef Mayr-Nusser fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento.
Gli obiettivi fondamentali che egli si era proposto di perseguire erano tre: essere una comunità giovanile gioiosa, una scuola di vita per giovani cristiani, una fucina d’azione.
Incominciò da allora un lavoro molto esigente di formazione e di analisi critica della realtà, per mantenere viva l’attenzione di tutti i soci sui principali temi di attualità, in un contesto sempre più difficile e complicato. Josef sembrava aver molto chiaro quali rischi e derive si stavano palesando per il continente e decise di prendere l’iniziativa per scuotere dal torpore le coscienze delle persone, soprattutto cattoliche, affinché prendessero posizione contro quelle ideologie contrarie al messaggio del Vangelo e alla Chiesa.
Il 26 maggio 1942 sposò Hildegard Straub, una giovane che lavorava nella sua stessa azienda e con la quale condivideva gli ideali e l’impegno sociale all’interno dell’Azione Cattolica. Dalla loro unione nascerà nel 1943 il piccolo Albert.
Scoppiata la Seconda guerra mondiale, fu costretto ad arruolarsi per essere destinato alle SS combattenti. Durante l’addestramento a Konitz (Prussia), il giorno del giuramento Josef rifiutò la sottomissione a Hitler e fu l’unico tra i suoi compagni a non piegarsi.
Struggenti le parole scritte in alcune lettere inviate alla moglie prima del rifiuto: «[…] Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza paura o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza» (Lettera alla moglie del 27 settembre 1944). E ai suoi compagni di caserma che gli chiedevano di ripensarci diceva: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai».
Mayr-Nusser morì il 24 febbraio 1945 su un vagone bestiame, stremato dal freddo e dalla fame, mentre veniva trasportato verso il campo di concentramento di Dachau, dove avrebbe dovuto essere fucilato. Si può dire che un lungo filo rosso sembra collegare idealmente Josef Mayr-Nusser a tante altre figure, non ancora “ufficialmente” sante, come Gino Pistoni, Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, tutti uccisi nel periodo fascista e durante la Seconda guerra mondiale, e, in tempi più recenti, ad Aldo Moro, Vittorio Bachelet o ancora al giudice Rosario Livatino.
Anche la vita di Mayr-Nusser, seppur breve, suscita ammirazione ed è segno di non arrendevolezza al potere e alla brutalità di certe ideologie e totalitarismi: egli ha testimoniato la differenza evangelica, la coerenza fra quello che professava e la vita concreta, non rifuggendo il proprio tempo, ma confrontandosi seriamente con le questioni e le problematiche sociali, avendo sempre presente il rispetto dei valori fondamentali della dignità della persona e della convivenza civile.
A lui e a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per ideali più grandi dobbiamo la nostra libertà e le grandi conquiste della democrazia e della legalità; inoltre, non possiamo che ringraziare per il loro servizio all’intera comunità nazionale.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana. Una versione più estesa dell’articolo è pubblicata sul numero 12/2017 di «Aggiornamenti Sociali»

Un ponte tra Vangelo e vita

Gio, 04/01/2018 - 09:56
Associazionismo e parrocchia: una relazione vitale

di Matteo Truffelli* - La domanda sul significato, le forme e le implicazioni del rapporto tra associazioni laicali e parrocchie non è certo inedita. La storia dell’Azione cattolica, che proprio in questi mesi ricorda i 150 anni della fondazione, ne è profondamente intessuta, con esperienze diverse che oscillano tra un legame di profonda identificazione e, talvolta, dinamiche di non semplice coesistenza. Se la questione non è nuova, però, differente è il contesto, sociale e culturale, ma anche ecclesiale, in cui ci è chiesto di tornare a ragionare. Collocandola nella cornice della “conversione missionaria” a cui tutta la Chiesa oggi è chiamata. Una conversione che non può che partire da quelle articolazioni che più di tutte possono avvicinare l’annuncio del Vangelo all’esistenza quotidiana delle persone: parrocchie e associazioni, appunto. Che o vivranno insieme questa conversione o, probabilmente, non la vivranno affatto.

Per entrare in profondità dentro al nodo dei rapporti tra associazionismo e parrocchia possiamo rifarci forse, per analogia, a un’immagine solo apparentemente distante dal nostro tema. Quando i Padri del Vaticano II vollero, attraverso il titolo, descrivere il contenuto della Costituzione Gaudium et spes decisero di parlare della Chiesa nel mondo contemporaneo. Non si trattava, ovviamente, di giocare con le parole. La Chiesa sceglieva di non porsi di fronte o tantomeno al di sopra delle vicende umane ma, nella logica dell’Incarnazione, di sentirsi parte di esse.

Ebbene, la forza evocativa di quella scelta lessicale può aiutarci a comprendere, per analogia, quale possa essere il rapporto tra associazioni – in modo la particolare l’Azione Cattolica – e parrocchie. Se è vero infatti, come dice la Gaudium et spes, che la Chiesa non può comprendere se stessa fuori dal mondo, è ancora più vero che l’Azione Cattolica non può descriversi se non in una relazione vitale con la parrocchia in cui vive e per la quale vive. Senza scegliere dove stare, senza decidere a che condizioni poterci stare. Semplicemente sentendosi parte della parrocchia in cui si trova per poter essere, dentro di essa, fermento vivo e tessuto connettivo, capace di costruire comunità e di alimentare la missionarietà.

È proprio questo che Papa Francesco ha ricordato in occasione dei due straordinari incontri con l’Azione Cattolica di tutto il mondo lo scorso aprile: «Il carisma dell’Azione Cattolica», ha detto, «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Parole che avevano il tono della conferma, piuttosto che quello del richiamo: la natura dell’Azione cattolica e la sua storia sono sufficientemente eloquenti. Essa vive e non può che vivere radicata nella comunità parrocchiale, per essere in essa e per essa quel gruppo di persone che insieme, in quanto associate, desiderano prendersi cura del cammino di tutto il popolo, lavorando con i pastori e condividendo con essi la ricerca delle strade sulle quali “camminare insieme” a servizio del mondo, perché «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, 17 ottobre 2015). Questa ricerca, oggi, significa anzitutto ricerca delle strade da percorrere per comprendere e attuare le indicazioni dell’Evangelii gaudium.

Potremmo, allora, dire che se da un lato l’Azione cattolica è continuamente chiamata a incarnarsi nella parrocchia per condividerne il respiro, dall’altro essa può essere lo strumento che aiuta la parrocchia a incarnarsi in un territorio, a essere lievito dentro di esso. «Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie», ci ha detto Francesco il 30 aprile 2017, rivolgendosi a una festosa e straripante Piazza San Pietro: «Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti». Proprio in quanto associazione laicale, l’Azione cattolica può rappresentare un efficace ponte tra l’annuncio del Vangelo e le dinamiche dell’esistenza quotidiana.

C’è bisogno di una associazione che faccia tutto ciò? Spesso questo dato viene guardato con sospetto da chi teme la creazione di inutili sovrastrutture o l’emergere di gruppi distinti, se non addirittura elitari. Un nodo che si scioglie solo uscendo da una logica ecclesiale ancora nutrita dall’illusione che ci siano spazi da occupare, ossia solo allontanandoci dalla tentazione del potere. Solo così è possibile vivere con serenità le dinamiche della corresponsabilità, radicate nella consapevolezza che l’impegno di annunciare il Vangelo è assegnato a ciascun battezzato.

Essere associazione non è un fatto puramente strumentale, organizzativo. È esperienza di corresponsabilità, esercizio concreto di condivisione dei talenti, delle domande, della vita di fede. È l’offerta di una trama di relazioni buone tra le persone e i gruppi, di uno spazio strutturato di dialogo e confronto, di una forma capace di educare alla passione per il bene comune. Non serve per separare, ma per unire.

Ecco: a rendere virtuoso il rapporto tra parrocchia e associazioni è proprio la scoperta di questa profonda unità di intenti. Un legame che va ben oltre le questioni formali. Quando parrocchia e associazione sperimentano questa comunanza si scoprono dentro una dinamica che non è certo di competizione, ma di condivisione della comune missione: scoprire come rispondere all’urgenza di accorciare le distanze con la vita delle persone. Si entra allora davvero nella logica che Evangelii gaudium descrive puntualmente quando afferma che è bene «occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi».

*Questo articolo del Presidente nazionale dell’Azione cattolica è tratto dal mensile Vita Pastorale (gennaio 2018)

 

La preghiera e la vicinanza dell'Ac a Carlotta per la scomparsa di papà Carlo

Mar, 02/01/2018 - 17:52

La Presidenza nazionale, insieme a tutta l'Associazione, si stringe attorno al Segretario generale, Carlotta Benedetti, e ai suoi familiari, colpiti improvvisamente dalla morte di papà Carlo. "Dio si è fatto uomo perché l'uomo si facesse Dio" afferma Sant'Agostino. Così, in questi giorni, il buio della morte riceve luce dalla stella che brilla sul Bambino di Betlemme, venuto a donarci un destino di eternità. Nella preghiera chiediamo a Dio, per Carlo Benedetti, il compimento di questo destino e per coloro che ne piangono la scomparsa il conforto dello Spirito, riversato nel cuore di ciascuno.

Pagine