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Aggiornato: 49 sec fa

Le vulnerabilità dei giovani

Mar, 21/11/2017 - 09:08
Futuro Anteriore. Il Rapporto Caritas 2017

di Andrea Casavecchia* - Con la pubblicazione di “Futuro Anteriore. Rapporto 2017 su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia” la Caritas concentra l’attenzione sulla condizione di vulnerabilità che colpisce le nuove generazioni. Rispetto al passato si evidenzia la trasformazione storica per il Paese dello stivale: le povertà dopo il 2007, anno precedente alla crisi economica, riguardano più i giovani degli anziani.
Anche nel complesso la situazione non è felice. I dati Eurostat ci indicano che gli italiani a rischio di povertà e di esclusione sociale sono aumentati tra il 2010 e il 2015 di 2 milioni e 578 mila e hanno raggiunto il 28,8% della popolazione, contro il 23,3% dei poveri in tutta l’Unione europea. Quando si considera la grave deprivazione – le persone che non sono in grado di vivere in modo dignitoso – la situazione è ancora peggiore: mentre nello stesso lasso di tempo la porzione di popolazione nei paesi UE si è ridotta (-6,7%) in Italia è aumentata del 63,7%, più di 7 milioni di persone vivono in uno stato di grave indigenza.
Il rapporto mostra la diversificazione delle categorie sociali che sono colpite dal rischio di povertà: se prima si parlava di Mezzogiorno, di anziani soli, disoccupati e nuclei familiari numerosi, oggi si aggiungono i giovani con meno di 34 anni, le famiglie di cittadini stranieri, le famiglie con figli minori, i lavoratori poveri. Tra queste l’impatto dei giovani è impressionante: il 48,7% delle persone che vive in condizioni di povertà assoluta ha un’età compresa tra 0 e 34 anni. Le vulnerabilità dei giovani sono diverse.
Si riscontra un divario generazionale evidente: la povertà diminuisce all’aumentare dell’età. Le motivazioni sono diverse innanzitutto gli anziani hanno una casa propria e una pensione che li tutelano dai rischi economici più gravi; poi emerge una distanza nella disponibilità dei beni: la ricchezza di un capo famiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, invece un capo famiglia over 65 in media ha visto aumentare la sua disponibilità del 60%. Emerge il timore che per la prima volta nella storia contemporanea i figli siano più poveri dei loro padri.
Una seconda vulnerabilità è l’assenza di mobilità generazionale. In Italia coloro che nascono all’interno di una categoria sociale tendono a rimanere all’interno di quella: istruzione, reddito, opportunità lavorative si tramandano tra le generazioni.
C’è poi l’abbandono scolastico e la povertà educativa, che coinvolge il 14,7% della popolazione giovanile. Secondo una rilevazione di BankItalia riportata nel Rapporto sono i giovani figli di migranti a evidenziare i livelli più elevati l’abbandono tra loro raggiunge il 31,3%.
Dopo si esamina il delicato rapporto tra giovnai e mercato del lavoro. Si sottolinea la difficoltà di inserimento lavorativo e il timore di una generazione perduta per il mondo della produzione: il tasso della disoccupazione per i giovani nel 2016 ha toccato il 37,8% in Italia contro il 18,7% di quello europeo. Un dato particolare è evidenziato per i Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non sono in apprendistato) agli sportelli Caritas si avvicinano maggiormente maschi 56,2% e cittadini stranieri 77,4%.
Un’ultima dimensione della vulnerabilità dei giovani riguarda le dipendenze: si sottolinea come il 23,1% sia fumatore, il 19,4% consuma alcol, il 34% tra i 15 e i 19 anni ha usato una sostanza psicoattiva illegale e almeno un giovane su due gioca d’azzardo.
Dal Rapporto Caritas osserviamo uno spaccato della popolazione giovanile di cui forse si parla poco. Ci richiama alla responsabilità di prenderci cura delle nuove generazioni per ridurre la vulnerabilità. Più che la scusa della crisi economica si dovrebbe iniziare a parlare di una nuova redistribuzione delle opportunità su base generazionale.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

 

Non amiamo a parole ma con i fatti

Sab, 18/11/2017 - 10:10
La prima Giornata mondiale dei poveri

Il 19 novembre 2017 si celebra la I Giornata mondiale dei poveri, voluta fortemente da Papa Francesco a conclusione del Giubileo della Misericordia, affinché tutta la comunità cristiana si senta chiamata a tendere la propria mano ai poveri, ai deboli, agli uomini e alle donne cui viene calpestata la dignità.

1. «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere. La serietà con cui il “discepolo amato” trasmette fino ai nostri giorni il comando di Gesù è resa ancora più accentuata per l’opposizione che rileva tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci. L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri. Il modo di amare del Figlio di Dio, d’altronde, è ben conosciuto, e Giovanni lo ricorda a chiare lettere. Esso si fonda su due colonne portanti: Dio ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,10.19); e ha amato dando tutto sé stesso, anche la propria vita (cfr 1 Gv 3,16).
Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo. In tal modo la misericordia che sgorga, per così dire, dal cuore della Trinità può arrivare a mettere in movimento la nostra vita e generare compassione e opere di misericordia per i fratelli e le sorelle che si trovano in necessità.

2. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3).
«Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45). Questa espressione mostra con evidenza la viva preoccupazione dei primi cristiani. L’evangelista Luca, l’autore sacro che più di ogni altro ha dato spazio alla misericordia, non fa nessuna retorica quando descrive la prassi di condivisione della prima comunità. Al contrario, raccontandola intende parlare ai credenti di ogni generazione, e quindi anche a noi, per sostenerci nella testimonianza e provocare la nostra azione a favore dei più bisognosi. Lo stesso insegnamento viene dato con altrettanta convinzione dall’apostolo Giacomo, che, nella sua Lettera, usa espressioni forti ed incisive: «Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? [...] A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17).

3. Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!
Tra tutti spicca l’esempio di Francesco d’Assisi, che è stato seguito da numerosi altri uomini e donne santi nel corso dei secoli. Egli non si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Lui stesso vide in questo incontro la svolta della sua conversione: «Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Test 1-3: FF 110). Questa testimonianza manifesta la forza trasformatrice della carità e lo stile di vita dei cristiani.
Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58).
Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce.

4. Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 25-45).
Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri. Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita.

5. Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!
Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo. Dinanzi a questo scenario, non si può restare inerti e tanto meno rassegnati. Alla povertà che inibisce lo spirito di iniziativa di tanti giovani, impedendo loro di trovare un lavoro; alla povertà che anestetizza il senso di responsabilità inducendo a preferire la delega e la ricerca di favoritismi; alla povertà che avvelena i pozzi della partecipazione e restringe gli spazi della professionalità umiliando così il merito di chi lavora e produce; a tutto questo occorre rispondere con una nuova visione della vita e della società.
Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro. Benedette, pertanto, le mani che si aprono ad accogliere i poveri e a soccorrerli: sono mani che portano speranza. Benedette le mani che superano ogni barriera di cultura, di religione e di nazionalità versando olio di consolazione sulle piaghe dell’umanità. Benedette le mani che si aprono senza chiedere nulla in cambio, senza “se”, senza “però” e senza “forse”: sono mani che fanno scendere sui fratelli la benedizione di Dio.

6. Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi. Alle altre Giornate mondiali istituite dai miei Predecessori, che sono ormai una tradizione nella vita delle nostre comunità, desidero che si aggiunga questa, che apporta al loro insieme un elemento di completamento squisitamente evangelico, cioè la predilezione di Gesù per i poveri.
Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza. Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione.

7. Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente la Giornata Mondiale dei Poveri, che quest’anno sarà il 19 novembre, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Potranno poi invitare i poveri e i volontari a partecipare insieme all’Eucaristia di questa domenica, in modo tale che risulti ancora più autentica la celebrazione della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, la domenica successiva. La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio. Il suo abbandonarsi completamente al Padre, mentre esprime la sua povertà totale, rende evidente la potenza di questo Amore, che lo risuscita a vita nuova nel giorno di Pasqua.
In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo. Secondo l’insegnamento delle Scritture (cfr Gen 18,3-5; Eb 13,2), accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente. Con la loro fiducia e disponibilità ad accettare aiuto, ci mostrano in modo sobrio, e spesso gioioso, quanto sia decisivo vivere dell’essenziale e abbandonarci alla provvidenza del Padre.

8. A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie il grido di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il Padre nostro è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.

9. Chiedo ai confratelli vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi – che per vocazione hanno la missione del sostegno ai poveri –, alle persone consacrate, alle associazioni, ai movimenti e al vasto mondo del volontariato di impegnarsi perché con questa Giornata Mondiale dei Poveri si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo.
Questa nuova Giornata Mondiale, pertanto, diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente affinché siamo sempre più convinti che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda. I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo.

Messaggio del Santo Padre Francesco
per la I Giornata mondiale dei poveri
Dal Vaticano, 13 giugno 2017
Memoria di Sant’Antonio di Padova

 

Generatività sociale, prospettive di futuro

Ven, 17/11/2017 - 12:12
Doppio appuntamento. Camera dei Deputati e a Milano per la Terza giornata della generatività

L’epoca della Generatività Sociale” è il tema che sarà discusso in un dibattito alla Camera dei Deputati martedì 28 novembre 2017 promosso dall’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà per conoscere esperienze e percorsi tra sussidiarietà e responsabilità delle comunità. A Milano, invece, sabato 2 dicembre la “Terza Giornata della Generatività Sociale”. Sarà l’ispirazione poetica di Pessoa a guidare la riflessione generativa che invaderà gli spazi di BASE Milano. All'interno, informazione sugli eventi e le modalità di partecipazione.

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(Primo Evento)

L’epoca della generatività sociale | Un dibattito alla Camera

Si parlerà di generatività sociale, uno dei fenomeni sociali più interessanti e innovativi di questi ultimi anni nel nostro Paese, nel dibattito che si terrà a Roma martedì 28 novembre 2017 nell’Aula Aldo Moro della Camera dei Deputati, promosso dall’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà insieme all’Archivio della Generatività Sociale, all’Associazione COMM.ON! e a VITA Magazine.

“L’epoca della generatività sociale. Esperienze e percorsi tra sussidiarietà e responsabilità delle comunità” è il titolo dell’incontro e inquadra i temi che verranno sviluppati dall’economista Leonardo Becchetti e dall’imprenditore sociale Johnny Dotti, i quali descriveranno lo scenario, l’impatto sociale e le opportunità che si stanno delineando in Italia e che saranno esemplificati da quattro buone pratiche presentate da Patrizia Cappelletti (coordinatrice Archivio della generatività sociale) e raccontate dalla testimonianza di Gabriele Littera, fondatore e amministratore delegato di Sardex.net realtà sarda, da Domenico Pedroni, presidente della Fondazione Castello di Padernello della bassa bresciana, e da due videoracconti che presenteranno le esperienze dell’Associazione Cometa di Como e di Lurisia con sede nel cuneese.

La generatività sociale è un agire che ammette l’esistenza di un prima, un adesso e un dopo, tra loro in relazione e che, proprio in virtù di questa reciprocità, è capace di generare continuamente il nuovo e ridare vita alle forme sociali.

Mauro Magatti, che dell’Archivio della generatività sociale ne è il responsabile scientifico, afferma che “La generatività è un’azione che si assume la responsabilità del proprio darsi, accettando di radicarsi ad un’origine per essere aperti a ciò che non si conosce ancora. È un’azione consapevole, diretta a uno scopo liberamente scelto di mantenere viva quell’infinita trama di interdipendenze che è la Vita».

Saranno pertanto diverse le riflessioni, gli esempi e le proposte concrete che stimoleranno le considerazioni di quattro membri dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, gli onorevoli Simona Malpezzi (PD), Barbara Saltamartini (Lega), Raffaello Vignali (AP) e Antonio Palmieri (FI) e dalle conclusioni del Viceministro dell’Economia Luigi Casero sollecitati dalle domande del direttore di VITA Giuseppe Frangi e che dovranno in qualche modo offrire degli scenari di come quella che può essere considerata una evoluzione e attualizzazione delle sussidiarietà possa essere calata nei territori per favorire un incontro tra le istituzioni e la comunità, raccolta nelle sue diverse forme organizzative formata da enti, istituzioni, organizzazioni nonprofit e gruppi informali.

In questa direzione andrà anche una specifica proposta che l‘Associazione Comm.On!, costituitasi proprio per favorire questi processi generativi, rivolgerà al mondo delle organizzazioni e delle imprese quale stimolo ad essere loro stesse soggetti attivi di questo processo che troverà ulteriore amplificazione nel corso della “Terza Giornata delle generatività sociale” (www.generativita.it) programmato per sabato 2 dicembre a Milano.

L’incontro, che sarà introdotto dai saluti dall’On. Simone Baldelli (vice Presidente della Camera dei Deputati), si terrà alle ore 15.00 ed è aperto al pubblico previa registrazione all’indirizzo https://generativitasociale.eventbrite.it entro venerdì 24 novembre.

Recapiti
L’epoca della generatività sociale

Ufficio Stampa - Contatti
Patrizia Cappelletti - patrizia.cappelletti@unicatt.it - cell. 3491700916
c/o Università Cattolica del Sacro Cuore
largo Agostino Gemelli, 1
20123 Milano

Programma dell’incontro
Martedì 28 novembre 2017, ore 15.00
Camera dei Deputati - Sala Aldo Moro
Piazza di Monte Citorio - Roma

Titolo incontro
L’epoca della generatività sociale

Esperienze e percorsi tra sussidiarietà e responsabilità delle comunità

Saluti istituzionali
On. Simone Baldelli (vicePresidente della Camera dei Deputati)

Proposte, modelli e opportunità della generatività sociale
Leonardo Becchetti
(economista)
Johnny Dotti (imprenditore sociale)

Storie di persone e territori che fanno innovazione
Patrizia Cappelletti
(coordinatrice Archivio della generatività sociale)

Introduce le storie di
Sardex, con la testimonianza di Gabriele Littera
Castello Padernello
, con la testimonianza di Domenico Pedroni
e i videoracconti di Cometa e Lurisia

Quale alleanza con le Istituzioni?
Ne discutono gli Onorevoli
Simona Malpezzi (PD), Barbara Saltamartini (Lega)
Raffaello Vignali (AP) e Antonio Palmieri  (FI)
(membri Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà)

Conclusioni
On. Luigi Casero (Viceministro dell’Economia)
Modera
Giuseppe Frangi (direttore di VITA Magazine)

Promotori
Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà
Associazione COMM.ON!
Archivio della Generatività Sociale
VITA Magazine

Informazioni
Per partecipare all’incontro è necessario registrarsi
entro venerdì 24 novembre su:
https://generativitasociale.eventbrite.it
Accesso dall’ingresso principale in Piazza di Monte Citorio
Obbligatorio abbigliamento istituzionale (giacca per gli uomini)

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(Secondo Evento)

TERZA GIORNATA DELLA GENERATIVITA'
SCENARIO PER UNA SOCIETÀ GENERATIVA

“Hanno tutti, come me, il futuro nel passato”, scriveva Pessoa insistendo sull’impossibilità di generare presente e futuro prescindendo dall’apertura alle tracce del passato.
L’ispirazione offerta dal poeta portoghese è il claim scelto per la Terza Giornata della Generatività Sociale promossa dallo stesso Archivio, con il sostegno del Gruppo Unipol, Fondazione Cattolica Assicurazioni e Fondazione Cariplo.

L’evento si terrà a Milano presso BASE, sabato 2 dicembre 2017 dalle ore 10.30.

La generatività sociale è un agire che ammette l’esistenza di un prima, un adesso e un dopo, tra loro in relazione e che, proprio in virtù di questa reciprocità, è capace di generare continuamente il nuovo e ridare vita alle forme sociali.

La generatività è un’azione che si assume la responsabilità del proprio darsi, accettando di radicarsi ad un’origine per essere aperti a ciò che non si conosce ancora. È un’azione consapevole, diretta a uno scopo liberamente scelto di mantenere viva quell’infinita trama di interdipendenze che è la Vita», racconta Mauro Magatti, responsabile scientifico dell’Archivio della generatività sociale, un progetto promosso dal Centro di ricerca ARC dell’Università Cattolica di Milano e dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma.

Quando l’essere umano non si apre al mondo ci può essere solo stagnazione e impoverimento, personale e collettivo. Un avvilupparsi autoreferenziale e sempre più sterile negli ultimi decenni è diventato sterile sistema. La crisi iniziata nel 2008 ha svelato l’insostenibilità di un intero modello economico e sociale che ha oscurato l’interdipendenza tra i mondi umano, sociali, economico e ambientale. Siamo a un bivio storico e tocca a noi ripensare il mondo e noi stessi. Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma e la generatività sociale è una via per dare vita a un nuovo convivere sostenibile e contributivo.

Intento dell’appuntamento è quello di contaminare e accrescere una comunità che diventa promotrice e testimone di un traghettamento possibile. Il 2 dicembre, pertanto, alcune delle esperienze raccolte in questi anni nell’Archivio dialogheranno con esperti del settore economico e sociale per riflettere insieme e, insieme, ispirare in molti altri il desiderio di iniziare il nuovo. Tra le realtà presenti alla Terza Giornata vi sono, CasermArcheologica di Sansepolcro, uno spazio laboratoriale recuperato da una vecchia caserma e attualmente dedicato all’arte contemporanea con percorsi espositivi, mostre permanenti di artisti in residenza e percorsi di coinvolgimento della cittadinanza; Piano C, spazio milanese attivo nella sperimentazione di un nuovo modello di conciliazione famiglia-lavoro; Lurisia, azienda specializzata nella produzione e commercializzazione di acque e bevande.

Contribuiranno alla riflessione Mauro Magatti, Leonardo Becchetti, Chiara Giaccardi, Silvano Petrosino, Johnny Dotti, Andrea Rapaccini, Fabrizio D’Angelo, Sofia Borri, Alessandro Invernizzi, Ilaria Margutti.

Condurrà la mattinata Elisabetta Soglio del Corriere della Sera.
Le ispirazioni e i paradigmi si mescoleranno a momenti artistici di co-creazione.
Per la partecipazione all’incontro è necessario accreditarsi all’evento su www.eventbrite.it.

 

 

 

Seminatori di idee

Ven, 17/11/2017 - 11:37
Mlac - Ultimi giorni per prentare i progetti al Concorso di idee 2018

di Maurizio Biasci - Il 30 novembre è ormai alle porte ed anche quest’anno questa data coincide con la scadenza del bando Mlac per presentare i progetti al “Concorso di Idee 2018”.  Il titolo che abbiamo pensato per la dodicesima edizione è “Seminatori di idee”. Attraverso la Progettazione sociale il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica si prefigge iI fine di trasformare la realtà in cui viviamo insieme all’impegno di responsabilizzare le realtà istituzionali e i corpi intermedi è generare così una nuova realtà sociale attraverso proposte e progetti concreti mediante la diffusione di un’adeguata cultura della progettualità e di corretti sitili di vita. Per ulteriori informazioni visitate e scaricate il bando su  mlac.azionecattolica.it

Maurizio Biasci - Il 30 novembre è ormai alle porte ed anche quest’anno questa data coincide con la scadenza del bando Mlac per presentare i progetti al “Concorso di Idee 2018”.  Il titolo che abbiamo pensato per la dodicesima edizione è “Seminatori di idee”. Attraverso la Progettazione sociale il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica si prefigge iI fine di trasformare la realtà in cui viviamo insieme all’impegno di responsabilizzare le realtà istituzionali e i corpi intermedi è generare così una nuova realtà sociale attraverso proposte e progetti concreti mediante la diffusione di un’adeguata cultura della progettualità e di corretti sitili di vita.
È  possibile presentare progetti riguardanti uno dei seguenti ambiti di intervento:

*Promozione di percorsi di educazione alla laboriosità nell’ambito formativo ed educativo, con un’attenzione all’alternanza scuola-lavoro, per accompagnare l’esperienza dei giovani all’essere proattivi, realizzatori di idee e all’autentico senso del lavoro.

*Promozione di nuove forme di relazione e sostegno tra le persone, per il ben-essere della comunità, e sviluppo di reti di coesione sociale innovative (vicinato solidale e coabitazione, sostegno a persone deboli, anziani, reciprocità con zone in difficoltà anche per eventi naturali, ecc.).

*Riscoperta e valorizzazione di tradizioni locali, materiali ed immateriali (antichi grani e sementi, antichi metodi di coltivazione e lavorazione, antichi tessuti, antichi strumenti, antichi mestieri, antiche prassi comunitarie, antichi borghi, ecc.).

La grande novità assoluta di quest’anno è la possibilità di esprimere un proprio giudizio sui progetti presentati  attraverso il voto on line. Sulla pagina web del Mlac dedicata al concorso di idee, gli utenti potranno votare il progetto che preferiscono, registrandosi ed esprimendo un solo voto. Al progetto che riceve il maggior numero di voti verrà assegnato un bonus di 5 punti all’atto della valutazione, successivamente al secondo progetto che ottiene il maggior numero di voti 3 punti, successivamente al terzo progetto che ottiene il maggior numero di voti 2 punti, successivamente al quarto progetto che ottiene il maggior numero di voti 1 punto.

Per ulteriori informazioni visitate e scaricate il bando su     mlac.azionecattolica.it

La scuola che sogniamo

Ven, 17/11/2017 - 06:52
Nota Msac - Dieci proposte di studentesse e studenti per il bene del Paese

di Adelaide Iacobelli e Lorenzo Zardi* - Oggi, 17 novembre, è la Giornata internazionale delle studentesse e degli studenti. La data fa riferimento a un terribile atto di violenza: 9 tra studenti e professori cecoslovacchi, nel 1939, furono giustiziati senza processo a seguito di una manifestazione antinazista. E così nel 1941 fu istituita la giornata che anche noi, come Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac), scegliamo di ricordare.
Siamo in una situazione diversa e di certo migliore rispetto agli studenti del 1939, ma anche se lontani per distanza cronologica, fisica e di contesto, condividiamo la fiducia nei luoghi di istruzione, il rispetto per il ruolo dello studente e il desiderio di contribuire con tutto noi stessi a migliorare ciò che c’è.
Dopo 78 anni da quel triste 17 novembre, oggi pomeriggio renderemo le nostre aule scolastiche dei laboratori di idee perché sogniamo di più per le studentesse e gli studenti italiani e sappiamo che una scuola migliore rende il Paese migliore. Ecco perché oggi portiamo in tutte le classi d’Italia 10 temi scolastici, ed è solo l’inizio: dalle riflessioni che verranno elaborate nel mese di novembre costruiremo un parere dal titolo “C’è biSogno di scuola!”, da sottoporre anche all’attenzione delle forze politiche che nei prossimi mesi si confronteranno in vista delle elezioni.
Come studentesse e studenti vogliamo dire a tutto il Paese che “C’è biSogno di scuola!”, ma di una scuola che utilizzi la valutazione come strumento e non come obiettivo del processo di apprendimento, che si interroghi sul senso della bocciatura e sia pronta a ripensarci se il rischio è che lo studente perda fiducia in se stesso.
C’è biSogno di scuola, perché gli adulti prendano a cuore il periodo delle nostre scelte importanti, con processi efficaci di orientamento in entrata e in uscita dalla scuola superiore.
C’è biSogno di scuola in edifici dall’edilizia sicura, in cui non temere mai per la propria vita.
C’è biSogno di scuola, perché è lì che facciamo esercizio di rispetto delle diversità, per crescere come cittadini consapevoli e responsabili.
C’è biSogno di scuola per garantire la qualità del nostro apprendimento, che può passare anche attraverso i percorsi di alternanza scuola-lavoro, ma se siamo tutelati e ascoltati.
C’è biSogno di scuola per imparare a vivere gli spazi di partecipazione come occasione di confronto e di costruzione del bene comune per permettere a ciascuno di esprimersi e di superare situazioni difficili, prima che il disagio personale si trasformi in atti di bullismo o di discriminazione.
Come Movimento Studenti di Azione Cattolica, inoltre, vogliamo ribadire che c’è biSogno di scuola anche dove si impara una professione, ma si è comunque nell’età della crescita. Per questo scegliamo di prenderci a cuore tutte le studentesse e gli studenti dei centri di formazione professionale regionali: abbiamo inviato oggi stesso alla Conferenza delle Regioni una proposta di Statuto delle studentesse e degli studenti perché non ci siano studenti di serie A e di serie B, e anche chi si forma in centri regionali possa avere gli stessi diritti e doveri dei coetanei.
Un detto africano dice “Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”. Allora oggi, 17 novembre, i sogni di una scuola migliore, elaborati e discussi da migliaia di studentesse e studenti, possono diventare la realtà di un Paese migliore che torna a sperare.

*Segretaria e vicesegretario nazionali del Movimento Studenti di Azione Cattolica

Tutto quanto aveva per vivere

Mer, 15/11/2017 - 13:21
In arrivo il testo per la meditazione personale

È in arrivo in questi giorni il sussidio (2017-2018) che l’Azione Cattolica e molte altre aggregazioni laicali italiane mettono a disposizione di ciascuno per coltivare una vita spirituale laicale, centrata sull’intreccio tra Parola e Vita. Tutti i soci adulti di Ac riceveranno presto la loro copia. Il titolo del sussidio «Tutto quanto aveva per vivere» fa riferimento al versetto che chiude il brano della povera vedova nel Vangelo di Marco (12,38-40). Attraverso questa figura di donna, l'evangelista ci accompagna a conoscere Gesù Cristo e poi a seguirlo in un cammino di spogliazione delle nostre false immagini religiose e di rivestimento dello stile di Gesù che è donazione gratuita. Un percorso cadenzato da una molteplicità di incontri, tra cui spiccano in modo particolare figure femminili (la suocera di Pietro, la donna affetta da emorragia, la figlia di Giairo, la donna siro-fenicia) e, tra esse, proprio la povera vedova, che dà tutto. È lei il modello del vero discepolo.

Truffelli al workshop sull’associazionismo cattolico

Mer, 15/11/2017 - 10:09
Settima edizione del Festival della Dottrina Sociale

Appuntamento da non perdere il prossimo 24 novembre (ore 15) con il workshop dedicato a “L’associazionismo cattolico. Un patrimonio per tutto il paese”, nell’ambito della settima edizione del Festival della Dottrina Sociale (con a tema “Fedeltà è cambiamento”), a Verona presso il Cattolica Center dal 23 al 26 novembre. Tra i relatori del workshop il presidente nazionale dell’Ac M. Truffelli, il cui intervento (150 anni di fedeltà nel cambiamento: il contributo dell’Azione Cattolica alla società italiana, il tema del suo intervento) precede la tavola rotonda (“L’associazionismo cattolico nella vita del paese: storia e attualità”) con I. Sandrini delle Acli, M. Spanò dell’Agesci, V. Bosio del Csi, G. Marangoni del Ctg, L. Marigneti del Seac. Modera i lavori il direttore di Avvenire M. Tarquinio. Apertura e conclusioni del workshop affidate a P. Bedoni presidente di Cattolica Assicurazioni. Il rapporto tra riforma del Terzo settore e associazionismo cattolico al centro dell’Intervento di A. Fici, L. Pilon, G. Giudetti.

Le ragioni del tema della settima edizione del Festival
«La fedeltà e il cambiamento, a prima vista, sembrano indicare due modi di essere troppo differenti per risultare componibili» spiega mons. Adriano Vincenzi, coordinatore del Festival. «Ma se la fedeltà è il modo di rispettare la propria e l’altrui dignità – prosegue – se traduce l’originaria apertura alla verità, al bello e al bene, diventa subito chiaro che la fedeltà richiede un cambiamento: per essere noi stessi in maniera sempre più compiuta chiediamo a noi stessi di cambiare».
La manifestazione, alla sua settima edizione, si pone come un intreccio tra alcuni attori della vita sociale: imprenditori, avvocati, medici, operai, commercialisti, giovani, insegnanti. Da questi incontri nascerà un’attenta analisi critica della società: «È in forza della fedeltà alla grandezza e intangibilità di ogni essere umano che non sono accettabili l’alto tasso di disoccupazione, un modello di crescita economica che fa aumentare il numero dei poveri, una sanità che cura di più e meglio chi ha soldi, l’eccesso di individualismo, una finta democrazia senza partecipazione dei cittadini» aggiunge Mons. Vincenzi.
Per questo il Festival si propone come laboratorio di idee e buone pratiche: «”Fedeltà è cambiamento” significa che non si guarda solo indietro, non ci si guarda solo attorno, ma si guarda in avanti».

La serata inaugurale del Festival si terrà giovedì 23 novembre alle ore 20,30 (all’Auditorium del Cattolica Center, di via Germania 33, a Verona) con l’intervento del cardinale Luis Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis. Il Cardinal Tagle terrà un intervento dal titolo “Di fronte al cambiamento: una prospettiva dall’Asia”.

I soggetti promotori del VII Festival della DSC sono: Fondazione Toniolo, Fondazione Segni Nuovi, Fondazione Cattolica Assicurazione, Circolo NOI Lievito, UCID, Confcooperative, ACAI, Gruppi della Dottrina Sociale della Chiesa, Collegamento Sociale Cristiano, Movimento Studenti Cattolici.

Presente alla manifestazione anche il caridnale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Tra i relatori segnaliamo inoltre il sociologo ed economista Mauro Magatti, l’on. Cosimo Ferri, sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, Renato Balduzzi, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, Alberto Minali, a.d. Cattolica Assicurazioni, Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Lavoro, sanità, giovani, economia, giustizia: queste le tematiche che verranno affrontate.

Sintesi storica del Festival, dal 2011 ad oggi
Perché “un festival” della Dottrina Sociale della Chiesa? Questa parola è stata scelta volutamente per portare in piazza il patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa come riflessione e come esperienza concreta da condividere con la società di oggi. La dottrina sociale è stata infatti concepita per essere lievito, non può quindi stare separata dalla farina della vita quotidiana. Visti i risultati delle sei precedenti edizioni è stato naturale riproporre un settimo festival.
La prima edizione, svoltasi nel 2011, aveva come titolo “Volti, idee, azioni: economia, istituzioni, società” e intendeva ribadire i punti cardine della Dottrina Sociale, ovvero il principio di persona, di bene comune, di solidarietà e di sussidiarietà.
La seconda edizione invece, nel 2012, recitava “Crisi, significati, riferimenti: la necessità di un pensiero diverso” e voleva sottolineare la necessità di invertire la rotta puntando su un’economia al servizio dell’uomo, non su un uomo al servizio dell’economia, e su uno sviluppo a misura d’uomo che riduca le disuguaglianze.
Con il tema 2013 “Meno disuguaglianze più differenze” il festival ha affrontato il rapporto tra disuguaglianze e differenze in un’ottica di responsabilità che ha cercato di offrire risposte adeguate alla crisi che da anni stiamo attraversando.
“Oltre i luoghi, dentro il tempo” è stato il titolo del IV Festival della Dottrina Sociale, che si è svolto nel 2014. Lavoro, impresa, ambiente, scuola sono stati alcuni dei temi affrontati alla luce della Dottrina Sociale, con un focus sulla necessità di accettare il movimento, il cambiamento, il nuovo, il non ancora sperimentato.
La penultima edizione del festival, nel 2015, aveva come titolo “La sfida della realtà”. Un tema ispirato dall’Evangelii gaudium (cap. IV, 231) e che si muove nella linea della dottrina sociale della Chiesa, che non ha mai ceduto all’utopismo o al moralismo, ma ha sempre fondato i suoi insegnamenti su un sano realismo.
“In mezzo alla gente” è stato poi il tema del VI Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, che si è svolto a Verona dal 24 al 27 novembre 2016. È un tema che indica la scelta di aprirsi e stare con tutti, e allo stesso tempo lancia una sfida: passare dall’isolamento elitario ad una amicizia sociale in cui ci si riconosce tutti come attori e portatori di una ricchezza legata alla unicità di ciascuno.

L'Azione Cattolica una storia che continua

Mer, 15/11/2017 - 08:47
Rai Storia racconta l'Azione Cattolica

Un'occasione per ripercorrere alcuni degli eventi più significativi del cammino della più grande e longeva aggregazione laicale italiana; un aiuto a comprendere quale Azione Cattolica ci consegnano i centocinquanta anni di storia che l’Associazione ha vissuto dalla sua nascita ad oggi: ecco cosa offre  il documentario “L’Azione Cattolica una storia che continua  realizzato da Antonia Pillosio, in onda su Rai Storia venerdì 24 novembre alle ore 22.10. Nel documentario anche fotografie e pellicole provenienti dall’Archivio dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI e da materiali delle Teche Rai.

«In questi 150 anni di vita l’Azione Cattolica ha sempre cambiato se stessa, ha sempre cambiato strutture, regole, ha cambiato priorità, ha cambiato molte cose del proprio essere – dice Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica - ma le ha sempre cambiate per rimanere fedele a ciò che era originariamente, un insieme di laici che vogliono condividere la responsabilità di portare la missione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo».

«Il Papa riconosce che l’Azione Cattolica ha preso come programma della sua vita e della sua attività le indicazioni - aggiunge il Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin - che lui ha dato nell’Evangelii gaudium e credo che queste indicazioni, come è ben noto, si riassumano fondamentalmente nel binomio discepoli e missionari».

Il racconto – “accompagnato” dai due storici Giovanni Vian e Giorgio Vecchio – parte dai primi passi di vita dell’Associazione che risalgono al lontano 1867, quando due giovani credenti laici, Mario Fani, che aveva creato il Circolo di Santa Rosa a Viterbo, e Giovanni Acquaderni, attivo nella città di Bologna, sentono la responsabilità di farsi carico del difficile contesto storico che stava attraversando la Chiesa in quegli anni e fondano insieme la Società della Gioventù Cattolica, prima cellula dell’Ac di oggi.

Ad arricchire la narrazione alcuni spunti inediti di Maria Dutto, presidente dell’Azione Cattolica di Milano tra 1976 e 1983, sulla Gioventù Femminile e la figura di Armida Barelli negli anni del dopoguerra: «Nel programma della Gioventù Femminile c’era lo studio, c’era la preparazione a stare nel mondo, c’era la possibilità di fare scelte che non fossero solo matrimoniali, e magari imposte. Era un impegno, lo scrive la Barelli, per imparare a leggere, imparare a scrivere, per leggere i giornali e gli strumenti. Era una promozione delle donne».

Tra le testimonianze, quella di don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera”: «Io devo dire che ne ho fatto il percorso, ho fatto l’aspirante, il delegato aspiranti. Ricordo i momenti di formazione a Mompellato per la diocesi di Torino, e mi ha formato, soprattutto mi ha consegnato l’importanza della relazione, della capacità di ascolto, dell’assunzione della responsabilità, di essere testimoni non nelle parole ma nei fatti». Infine, il vaticanista Enzo Romeo: «Ricordiamo che dell’Azione Cattolica parla il Concilio Vaticano II, ed è l’unica Associazione ecclesiale che viene citata dal Concilio».

Ingresso libero sino ad esaurimento posti. È gradita prenotazione allo 06.66132325 o scrivendo a segreteria.presidente@azionecattolica.it

L’Africa che non ci scandalizza

Mer, 15/11/2017 - 08:46
Il punto sul recente Convegno Toniolo

di Nadia Matarazzo* - Un continente ai confini dell’Europa, un’enorme sacca di povertà nell’economia mondiale, una terra da risollevare esportando la buona politica e l’arte dell’amministrazione. Queste sono solo alcune delle definizioni con le quali siamo abituati a identificare l’Africa, o per meglio dire le Afriche, che hanno più di tutto bisogno di una bonifica culturale: quella del nostro linguaggio, tuttora – il più delle volte inconsapevolmente – impregnato di una concezione coloniale dura a morire.
Lo scorso 10 novembre è stato celebrato il convegno dell’Istituto Toniolo di Diritto Internazionale della Pace, dedicato proprio ad approfondire gli scenari geopolitici e sociali africani, con lo scopo di iniziare a ragionare dei problemi del mondo a partire dai luoghi in cui essi originano.

La domanda intorno alla quale si è snodata la riflessione è stata “perché occuparsi di Africa?” e ciascuno dei relatori ha formulato una possibile risposta a partire da uno degli aspetti in gioco nel determinare il destino del gigante africano: il presidente nazionale, Matteo Truffelli, ha richiamato la necessità di emancipare il continente antico dagli stereotipi che lo circondano, ricordando che da quest’anno il Segretariato del Forum Internazionale di Azione Cattolica conta per la prima volta due rappresentanti africani; il presidente del comitato scientifico dell’Istituto Toniolo, Ugo De Siervo, ha sottolineato il ruolo dell’Africa in tutte le questioni cruciali nell’era della globalizzazione; il vicepresidente di Caritas, Paolo Beccegato, che ha moderato il tavolo, ha parlato dell’Africa come di una terra in cui convivono speranza e disperazione, e da cui si leva una grande istanza di umanità in cerca di risposte; Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto Internazionale dell’Università Lateranense, ha fatto luce sull’unicità della geopolitica africana, dilaniata da conflitti che in larga parte rappresentano l’eredità tossica del colonialismo europeo; padre Giulio Albanese, missionario comboniano della Fondazione Missio, ha ripercorso le traiettorie dello sfruttamento e delle sperequazioni economico-sociali responsabili di alcuni drammatici scenari africani, troppo spesso occultati dal silenzio mediatico; il presidente di FOCSIV, Gianfranco Cattai, ha offerto un’analisi critica della cooperazione internazionale, sottolineandone l’impotenza se le relazioni tra i popoli non si fondano innanzitutto su equità e giustizia; Mario Foschini, infine, dell’ufficio studi Coldiretti, ha rilevato la necessità di rispondere alla domanda di cooperazione nel campo delle politiche agricole con progetti concreti e orientati alle specificità di ciascun territorio.

Quello che emerge è uno scenario estremamente complesso e articolato, vittima di una stigmatizzazione che, colpevolmente, ne ha ridimensionato drasticamente la vivacità, abituandoci a pensare alle società africane come sempre bisognose di qualcosa, un qualcosa che tuttora si concretizza in interventi esterni di natura top down, soffocanti e complici perciò dell’appiattimento culturale nel quale l’Africa è stata relegata in gran parte del dibattito internazionale.

Ma torniamo al titolo di questo convegno, che mette in rilievo, su tutte, le questioni migratorie, tratto caratteristico degli scenari africani. Le migrazioni non avvengono soltanto dall’Africa, ma attraversano l’Africa in lungo e in largo: flussi di migranti e profughi ben più numerosi di quelli sui quali si accendono i riflettori europei sono invece quelli che percorrono moltissimi Paesi africani, alcuni dei quali affrontano numeri rispetto ai quali quelli registrati in Europa sono soltanto briciole sparute.  E proprio dai temi migratori viene una considerazione doverosa in questo tempo in cui la securitizzazione delle politiche di frontiera sembra inarrestabile: uno sguardo attento alla realtà di un bacino di partenza, come quello africano, mette in luce l’inefficacia di tutte quelle politiche che affrontano i flussi migratori come un problema da risolvere, là dove, invece, essi non sono altro che la conseguenza di una serie di problemi legati allo sfruttamento del sottosviluppo, alla povertà e alle sperequazioni economico-sociali. E la grande responsabilità dei cattolici è quella di contribuire alla realizzazione di un nuovo progetto culturale universale, che sappia mettere l’umano al centro dell’economia e della politica, così che ad ogni popolo sia data la possibilità di percorrere il proprio itinerario di sviluppo integrale.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

Festa dell'adesione con Francesco

Mer, 15/11/2017 - 07:58
L’8 dicembre tutti in Piazza San Pietro

Siamo oramai prossimi all’8 dicembre, giorno in cui rinnoviamo nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane il nostro sì all’Azione Cattolica e alla Chiesa. Di più, quest’anno la festa dell’adesione si colloca dentro un tempo straordinario: stiamo ricordando le 150 “primavere” dell’Ac e questo compleanno speciale rende il nostro aderire ancor più significativo. Per quanti lo desiderano, l’invito della Presidenza nazionale è a vivere questa giornata di comunione a Roma: dopo aver celebrato l’Eucaristia presso la cappella dei Santi e Beati dell’Ac in Centro nazionale, andremo insieme in Piazza San Pietro per ascoltare le parole che papa Francesco ci rivolgerà durante l’Angelus. Per ragioni logistiche, è chiesto di comunicare la propria partecipazione compilando la scheda allegata all’interno e da inviare a iscrizioni@azionecattolica.it entro il 28 novembre p.v. Al referente indicato verranno comunicate ulteriori notizie tecniche per la partecipazione.

Premio “Vittorio Bachelet” per Tesi di Laurea

Mar, 14/11/2017 - 08:28
I requisiti e le modalità per la partecipazione al bando 2017

La Fondazione Istituto Vittorio Bachelet bandisce il Premio “Vittorio Bachelet” per Tesi di Laurea sullo sviluppo e la riforma delle istituzioni democratiche, la partecipazione e la cittadinanza attiva - Edizione 2017. Le tesi ammesse sono quelle discusse tra l’1 dicembre 2016 e il 30 novembre 2017. Le domande di partecipazione dovranno essere inviate entro il 09 dicembre 2017. Il vincitore illustrerà la propria ricerca nell’ambito del XXXVIII Convegno Bachelet (febbraio 2018). Tutti i requisiti e le modalità per la partecipazione sono indicati nel bando in allegato.

L’Istituto dell’Azione Cattolica Italiana per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet”, intitolato alla memoria del Presidente di Azione cattolica italiana ucciso dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, è uno strumento che l’Ac si è data nel 1988 per mantenere viva l’eredità di pensiero e di insegnamento di Vittorio Bachelet, che nella sua vita coltivò con amore la passione per i problemi sociali, giuridici e politici del nostro Paese e del mondo. L’Istituto ha cercato infatti di raccogliere l’interesse di Vittorio Bachelet per questi temi, senza dimenticare la passione educativa che sempre lo animò e che contraddistingue, fra l’altro, l’attività formativa dell’Azione cattolica.

Lo stesso Bachelet ebbe modo di scrivere: «È urgente formare generazioni nuove a un senso della società, non certo per avere “riserve” per le future formazioni ministeriali – per cui ci sono anche troppi aspiranti – ma per continuare piuttosto con una diffusione nel corpo sociale, quel servizio che, almeno in parte, è già stato offerto per il vertice; per formare cioè una “classe dirigente” come si suole dire, intesa però non in senso solamente politico, ma come guida cristianamente ispirata dell’opinione, della stampa, dei costumi, dell’educazione non solo scolastica (ma anche – ad esempio cinematografica), delle relazioni di lavoro, della vita professionale in genere».

Mi smo s vama (Siamo con voi), per sempre

Ven, 10/11/2017 - 11:24
Una felice realtà: l’Azione Cattolica e le scuole per l'Europa in Bosnia

di Fabiana Martini - Ci sono segni che lasciano il segno. Come cicatrici pronte a ricordarti il passato in un presente che è già futuro, possibilità di vita che quel passato doloroso non ha del tutto ucciso. Amicizia che supera la sofferenza. Fiducia che supera la tragedia. Come le rose di Sarajevo: buche lasciate sull’asfalto dalle bombe e riempite di resina rossa per andare oltre ciò che è stato senza dimenticarlo. Come le scuole interetniche, oggi scuole per l’Europa: segno del coraggio della Chiesa Cattolica, che ancora sotto le bombe progettò quest’enclave di speranza e scommise sulla convivenza, così duramente provata dalla guerra; segno della vicinanza dell’Azione Cattolica alla Bosnia, una vicinanza che generò la candidatura dei bambini di Sarajevo al Premio Nobel per la Pace (in tutta Italia furono raccolte 134 mila cartoline), una storia di relazioni ancora vive e il concreto sostegno a quest’esperienza educativa, che in oltre vent’anni (partì nell’anno scolastico 1994/1995) ha formato 13226 mila studenti tra i 6 e i 18 anni più o meno così ripartiti: 70% di cattolici, 10% di musulmani, tra il 5 e il 7% di ortodossi e il resto protestanti o non religiosi. Una vicinanza che è stata ufficialmente e allegramente sancita durante l’incontro nazionale dell’Acr del 18 ottobre 1997, quando 50 mila ragazzi hanno cantato «mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi».

E l’Ac c’è stata, davvero, non solo in rappresentanza, ma attraverso l’incontro dei volti, delle mani e dei passi. E vuole esserci ancora. Per questo, due decenni dopo quell’evento, con un gruppo di ex responsabili nazionali siamo tornati a Sarajevo (ma anche a Tuzla e a Stup) con le nostre gambe per abbracciare i bambini e i ragazzi, le donne e gli uomini che ogni giorno danno corpo a quest’utopia, e dire che ci siamo e possono ancora contare su di noi.

Oggi più che mai è importante: oggi che le scuole sono 14 dislocate in 7 centri, tutte moderne e funzionali; oggi che lo Stato se ne fa carico, provvedendo alla retribuzione del personale educativo e amministrativo e a tutte le spese correnti; oggi che non c’è più la guerra. Perché, come ci ha ricordato mons. Pero Sudar, vescovo ausiliario di Sarajevo e instancabile promotore di quest’esperienza, «la convivenza è la chiave del futuro del mondo» e bisogna dimostrare che è possibile realizzarla. Come un tempo avveniva a Sarajevo.

Una convivenza vera, che non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze. Quella disponibilità che fa sì che nelle scuole cattoliche per l’Europa, quando arriva l’ora di religione, a ognuno venga garantita la sua confessione (e l’ora di etica ai non religiosi), per poi ritrovarsi tutti nell’ora di storia delle religioni. Quella disponibilità che fa sì che non si cancellino le ricorrenze cristiane o quelle musulmane, ma si festeggino entrambe. Quella disponibilità che fa sì che al termine del percorso di studi un giovane di Tuzla, dichiarato studente dell’anno 2017, dica: «In ogni uomo c’è qualcosa che merita attenzione e rispetto e, prima di dare un giudizio sull’altro, bisogna mettersi nei suoi panni». Questa disponibilità non è molto praticata e diffusa: l’Ecri, l’organismo antirazzismo del Consiglio d’Europa, nel terzo rapporto sulla Bosnia reso noto a fine febbraio ha sollecitato a mettere fine «con urgenza alla segregazione etnica in vigore nelle scuole del Paese», elemento che si coglie anche fuori dalle aule scolastiche, ma che è particolarmente grave si verifichi lì dove si costruisce il futuro di queste terre e dove si pongono le basi per una società inclusiva.

I bambini, del resto, sono tutti uguali: la differenza più grande che si può trovare è tra chi tifa per il Sarajevo e chi sostiene lo Zeljeznikar, tutti sono invece golosi di burek e sognano di fare le vacanze al mare. Come tutti i bambini sognano anche un futuro, ma per dare un futuro alla Bosnia, non solo ai quasi 5000 allievi che frequentano le scuole per l’Europa, occorre non abbandonare questo Paese e non abbandonare la speranza che vivere insieme da fratelli sia davvero possibile: per questo motivo la Fondazione Pro sapientia et clementia (www.katolickeskole-bih.com) ha pensato di istituire delle borse di studio destinate a giovani che fanno l’Università in Bosnia ed Erzegovina, dando la priorità a orfani di uno o entrambi i genitori, a ragazzi e ragazze provenienti da famiglie numerose o vittime di discriminazioni, a figli di disoccupati o in difficili condizioni economiche. Un’occasione che viene offerta a ciascuna e a ciascuno di noi per ripetere ancora una volta: «Mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi!».

* Chi desidera contribuire può versare il proprio contributo a:
Beneficiario: Zaklada Pro Sapientia et Clementia, Kaptol 7, 71000 Sarajevo, Bosnia Erzegovina
Coordinate bancarie: Intesa Sanpaolo banka dd Bosnia ed Herzegovina, Obala Kulina bana 9a, 71000 Sarajevo, Bosnia and Herzegovina
SWIFT: UPBKBA22
IBAN: BA391549212001729922
Reference number (optional): 871897

Corri a dire la tua

Gio, 09/11/2017 - 14:19
Sinodo sui Giovani e Ac

di L. Alfarano, M. Tridente, don T. Drazza - Diventare protagonisti, pensare strade nuove, camminare assieme: è questo che la Chiesa ci invita a fare proponendo un Sinodo sui giovani, che si terrà nell’ottobre 2018. La data è solo il punto di arrivo di un percorso che intende coinvolgere non solo le conferenze episcopali ma tutti i giovani – cattolici, atei o di qualsiasi altra professione religiosa. In questa prima fase di riflessione, l’obiettivo è quello di raccogliere proposte, dubbi, critiche anche su una Chiesa che – forse a torto, forse a ragione – sembra a volte troppo distante dal mondo in cui viviamo. Come farlo? La Segreteria del Sinodo per intercettare la voce dei giovani propone un questionario online, ancora disponibile sul sito youth.synod2018.va (sotto il link documenti) fino al 30 novembre. Corri a dire la tua.

L'Africa che cambia

Mer, 08/11/2017 - 10:12
Il programma del prossimo convegno dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”

di Michele D’Avino* - «Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo», scriveva Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo. Eppure nella cultura dominante che la società occidentale ha sviluppato su questo grande continente non si può far a meno di riscontrare il permanere di luoghi comuni e pregiudizi senza tempo, che relegano i Paesi africani a periferia del mondo sviluppato, oggetto d’interesse non tanto per quello che vi accade, ma per quello che da essi arriva a noi. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati innanzitutto.
Se è vero che i flussi migratori dal continente africano sono in costante aumento, la rappresentazione operata dai media è troppo spesso parziale e non coglie la reale portata del fenomeno, i suoi presupposti e le dinamiche in atto.
Occorre infatti uno sguardo ampio su quello che sta accadendo in Africa, non solo sul piano politico-istituzionale, ma anche su quello sociale ed economico. Il PIL medio registrato negli ultimi anni è tra quelli più alti su scala globale e il continente offre ancora vaste regioni ricche di materie prime solo parzialmente sfruttate. Inoltre il saldo positivo della bilancia demografica e la presenza di una popolazione attiva tra le più giovani del mondo candidano l’Africa tra i principali protagonisti delle sorti dell’intero pianeta nel prossimo futuro.
La rilevanza strategica del continente africano rischia però di piegarsi agli interessi particolari di pochi grandi investitori stranieri e alle politiche economiche di espansione messe in atto da Paesi  delle maggiori economie emergenti come Brasile, India e Cina, che già da anni stanno rafforzando su più fronti la propria presenza sul territorio africano. Molte Ong, come Human Rights Watch, hanno più volte denunciato speculazioni consumate a danno delle popolazioni locali, allontanate dai propri villaggi e senza più terra da coltivare.
Il continente africano sarà al centro del convegno promosso dalla Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica e dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” sul tema “L’Africa tra migrazioni, interessi esterni e nuovi scenari di cooperazione”, che si terrà a Roma, il prossimo 10 novembre, presso la Domus Mariae (dalle ore 16 alle ore 20).
I lavori, presieduti da Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”, si apriranno con i saluti del presidente nazionale di Ac, Matteo Truffelli, e proseguiranno con quattro riflessioni affidate a voci autorevoli della comunità scientifica e del mondo del volontariato, con la moderazione di Paolo Beccegato, vice direttore di Caritas Italiana. Interverranno Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio Stampa della Fondazione Missio Italia, Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, Gianfranco Cattai, presidente nazionale di Volontari nel mondo‐FOCSIV, Marco Foschini, Centro Studi dell’Area Economica di Coldiretti. È prevista inoltre la partecipazione di una delegazione del FIAC, il Forum Internazionale dell’Azione Cattolica.
«Acquista credibilità la convinzione che problemi epocali, come quello delle migrazioni dall’Africa all’Europa, non si risolvono se l’Ue non aiuta l’Africa a vincere le sfide del sottosviluppo rurale» ha avuto modo di affermare Foschini, in vista dei lavori del Convegno.
«In questa battaglia l’Italia può e deve giocare un ruolo di primo piano – ha sottolineato – perché ha un’esperienza importante e densa di sviluppo dal basso che vede i contadini, gli agricoltori locali, protagonisti attivi della trasformazione delle loro realtà. Le nostre Ong allo sviluppo hanno saputo trasferire e rendere partecipi le popolazioni rurali africane di questo spirito d’intrapresa, ma come “sistema Paese” non siamo riusciti ad andare oltre a “progetti pilota” dove talvolta ad una fase, ad esempio la formazione, non succede quella successiva della produzione agricola con gli strumenti adeguati. Ora, con una condivisione politica comunitaria, dobbiamo dimostrare di credere in quanto di meglio abbiamo saputo fare nel nostro cammino di sviluppo e andare oltre questi limiti, che non sono solo finanziari ma anche culturali, legati a visioni unilaterali e riduttive dello sviluppo umano integrale».
L’Africa sta cambiando e pone interrogativi nuovi che ci riguardano tutti, individui e popoli, singoli Stati e comunità internazionale. Il convegno sarà un’occasione preziosa per far maggior luce su questioni complesse e interconnesse come migrazioni, interne ed esterne, condizioni di vita delle popolazioni africane, rischi di “neo-colonizzazione” di multinazionali e di Paesi terzi, nuovi scenari di cooperazione e possibilità di coinvolgimento della comunità ecclesiale e della società occidentale, in una prospettiva di sviluppo sostenibile e governance globale, in attesa di un futuro più giusto per tutti.

*Direttore dell'Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”

«Andare, camminare insieme!»

Mar, 07/11/2017 - 09:37
Concluse le celebrazioni per i 500 anni della Riforma Luterana

di Matteo De Matteis e Valentina Soncini* - Il 31 ottobre 2017 si sono concluse le celebrazioni per i 500 anni della Riforma Luterana, le prime nella storia non contrassegnate da scontri o muri. Quali acquisizioni si possono evidenziare per continuare ad alimentare il gusto e l’attenzione al dialogo ecumenico tra fratelli nella fede? Partiamo da alcune domande che nascono nel cuore del credente. Perché ricordare il quinto centenario della Riforma Luterana? Perché il nostro papa Francesco ha partecipato alla celebrazione di un evento che ha “spaccato” la Chiesa?
Un primo motivo forse è questo: ci troviamo in un momento storico propizio per tentare di guarire le ferite[1]. Ci si presenta, cioè, un’occasione per porre fine ad atteggiamenti apologetici (meglio “polemici”?), sempre presenti da una parte e dall’altra, e per provare a gettare a quel momento della storia uno sguardo obiettivo, al fine di scoprire che alcune incomprensioni di allora sono già superate, alcune fratture possono essere ricomposte e che alcune questioni sollevate dai riformatori possono offrire spunti utili anche per la nostra fede cattolica oggi.

Quali sono stati finora i guadagni obiettivi del dialogo per un riavvicinamento tra luterani e cattolici?
Il primo grande passo è già avvenuto con la Dichiarazione congiunta tra la Federazione luterana mondiale e il vertice della Chiesa cattolica. Essa è stata non casualmente firmata ad Augusta (1999) dove circa 500 anni prima era stata promulgata la Confessione augustea con i principi del luteranesimo, falliti i tentativi di mediazione. Con questa dichiarazione sono state superate le condanne dottrinali che ci hanno divisi per quasi 500 anni, riguardo il punto delicatissimo della giustificazione per fede: ormai siamo tutti d’accordo che siamo salvi per fede e non grazie alle nostre opere.

In occasione del 500° anniversario è stato fatto anche un secondo passo con la firma nel 2016 di un’altra Dichiarazione Congiunta, ispirata a Gv 15,4: «Rimanete in me e io in voi». Al centro di questo testo si coglie la gratitudine per il cammino insieme che si sta delineando e il desiderio di essere segno dell’amore di Dio per ogni uomo, dal quale nasce l’intento di continuare anche a livello teologico un dialogo che superi ostacoli e ferite che ancora permangono. Si legge proprio al cuore del messaggio: «Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l’umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell’azione redentrice di Dio»[2].
Il primato della misericordia diventa ciò che unisce e manda insieme, questo è segno univoco dell’amore di Dio, è amore che nasce dalla stessa fede: l’amore testimoniato insieme rende credibili.
Questa seconda dichiarazione aggiunge nuovi passi alla prima, quella teologica. Il cammino avanza e diventa motivo di maggiore fraternità.

Il venir meno delle precomprensioni permette di accostarsi ora a Lutero con maggiore obiettività per trarne importanti insegnamenti teologici e spirituali. Innanzitutto, Martin Lutero ci ricorda di vigilare sul rapporto tra la fede e le opere, per non dimenticarci che la salvezza è un dono che non riusciremmo mai a meritare o a raggiungere da soli. È sempre ricorrente infatti la tentazione di mercanteggiare con Dio, cercando di ottenere credito ai suoi occhi attraverso le opere che compiamo (per esempio quando la nostra fede assume connotati superstiziosi o magici, quando adempiamo ai precetti solo per “ingraziarci” Dio, …).

Martin Lutero fu un uomo “sottomesso” alla Parola di Dio: è per noi uno stimolo a riflettere quanto la struttura ecclesiale, le scelte pastorali e lo stile comunitario siano coerenti con il Vangelo e scoprire invece cosa è stato contaminato da mondanità (come lo era la gestione delle indulgenze: lo scandalo che fece attivare la reazione di Lutero). Ebbe inoltre il merito di mettere la Bibbia nelle mani del Popolo, 500 anni prima che lo dicesse a tutti i cattolici il Concilio Vaticano II.

Tra le questioni inaugurate dai riformatori e aperte tuttora nel dibattito ecumenico, troviamo punti irrisolti relativi al legame con la tradizione apostolica e con i sacramenti. Un punto riguarda anche il sacerdozio non riconosciuto come sacramento dai luterani che invece riconoscono solo il sacerdozio comune. Dalla posizione dei luterani traiamo spunto noi cattolici per riflettere sui presbiteri. Sentiamo infatti il grande bisogno che i preti siano disponibili a consegnarsi al discernimento della Chiesa intera, per essere aiutati a ripensarsi, a recuperare uno stile più sinodale, a riconoscere il primato del sacerdozio comune del Popolo di Dio di cui essere ministri, a riconoscersi membri di un “corpo” che ha senso solo se in comunione al proprio vescovo… insomma, a ripensare l’esercizio del proprio ministero in obbedienza alle indicazioni dell’ultimo Concilio.

Infine, la rilettura della storia ci insegna che bisogna saper distinguere le intenzioni iniziali del monaco teologo Martin Lutero, dagli esiti finali del processo da lui innescato: egli intendeva proporre una riforma nella Chiesa, a causa dagli evidenti abusi nella pratica delle indulgenze, e anche una riflessione teologica sulle varie questioni che abbiamo sopra ricordato e che già altri avevano invocato. Gli eventi che ne seguirono furono influenzati anche dall’incapacità della Santa Sede di mettersi in dialogo, dall’irrigidimento dello stesso Lutero e dei suoi seguaci e dalla strumentalizzazione della vicenda ad opera dei politici del tempo. Dobbiamo riconoscere perciò a questo monaco agostiniano il merito di aver costretto la Chiesa a ricordarsi di essere semper reformanda, sempre bisognosa di riforma. Come ha dichiarato papa Francesco in un intervista a “La Civiltà Cattolica” prima del suo viaggio in Svezia nel 2016: «Quello che mi viene spontaneo da aggiungere adesso è semplice: andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma».

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

[1] Conferenza Episcopale Tedesca - Chiesa Evangelica in Germania, “Guarire le memorie, testimoniare Gesù Cristo. Una parola comune per il 2017”, Il Regno [5-2017]

[2] Dichiarazione Congiunta in occasione della Commemorazione Congiunta cattolico-luterana della Riforma (Lund, 31 ottobre 2016), https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20161031_omelia-svezia-lund.html

 

Vi precede in Galilea

Gio, 21/09/2017 - 10:03
Risonanze sull’icona biblica che accompagnerà il triennio - Mc 16,1-8

di  Marco Ghiazza* - Vorrei condividere qualche risonanza su questa Parola che la Presidenza Nazionale ha individuato come riferimento per il cammino di questo triennio e che ha riportato come titolo degli “Orientamenti”.
Già questo di per sé costituisce una provocazione: è la Parola che orienta le nostre scelte e le nostre azioni? È la Parola che anima e alimenta la nostra Passione Cattolica?

PASSATO IL SABATO: il tempo della speranza
Questa pagina si apre con una indicazione di tempo che può divenire atteggiamento, modo di porsi e di stare in mezzo agli altri: “Passato il sabato”.
Non un sabato qualunque, ma “quel” sabato, quello che noi chiamiamo, nel linguaggio dei riti, Sabato Santo.
Il Sabato Santo è quel giorno che sintetizza tante condizioni: il silenzio, l’attesa ed anche la paura. Può diventare rimando pure a quella strana – e talvolta falsa – prudenza di chi non si decide mai e si ripara dietro a formule evasive: “Non è opportuno”.
Il Sabato Santo è il giorno dello scoraggiamento, talvolta della rassegnazione.

Il Vangelo ci annuncia che il Sabato è “passato”. Siamo chiamati ad abitare questo tempo con questa consapevolezza: che l’attesa non sarà senza compimento; che la paura può essere superata; che la pigrizia non può più travestirsi da prudenza. Che nessuno di noi è chiamato allo scoraggiamento, né alla rassegnazione. È anche questo il nostro “#futuropresente”.

Ci sono persone che vivono il Sabato Santo come una condizione, uno stato di vita.
Il 30 aprile Papa Francesco ha detto: “Cari ragazzi, giovani e adulti di Azione Cattolica: andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo”.
Ecco: siamo chiamati a raggiungere quanti sono nell’ombra del Sabato con l’atteggiamento di chi crede che quel Sabato sia già stato raggiunto dalla luce. La nostra non è arroganza, ma è la missione di aprire, anche oggi, “sentieri di speranza”.
Sì: se il Sabato Santo è ancora presente nelle vicende che affrontiamo, crediamo che però non ne rappresenti l’esito.

Come disse Gabriel Garcia Marquez – citato dal Papa durante il viaggio in Colombia – “…davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera”

“Passato il sabato”: ecco la fonte profonda del nostro impegno, dell’azione, della “passione cattolica”; ecco il nostro modo di leggere la storia e di abitare il tempo.

LE DONNE VERSO IL SEPOLCRO: dal “tra noi” al “con tutti e per tutti”
Il tempo della nuova creazione, il tempo dell’aurora segnalati dal giorno e dall’orario in cui Marco ricorda il cammino di tre donne verso un sepolcro: Il primo giorno – ovvero il “giorno uno” della Genesi - al levar del sole.
Le tre donne sono un’immagine, persino un ammonimento.
Nel corso di un appuntamento dedicato al discernimento, ci troviamo di fronte a tre donne che si pongono domande.
Sono, dunque, le nostre “patrone”? Non esattamente.
Ma rischiano di divenire le nostre icone, l’immagine che ci descrive.

“Dicevano tra loro”, tra loro.
Il discernimento può talvolta essere confuso con questo parlare “tra noi”, che finisce per essere un parlarci addosso.
Attenzione: le donne (i discepoli) diventano comari se si incontrano per la lamentela e non per la ricerca.
È vero: le fatiche esistono; talvolta appaiono insormontabili, insuperabili, al di sopra delle nostre capacità e della nostra sopportazione, come il masso che le donne temevano di dover spostare con le sole loro forze.
È questo fare riferimento anzitutto a noi stessi e alle nostre capacità che ci rende comari.
Nel guardare a noi stessi i sassolini diventano massi, perché quando lo sguardo si restringe, le proporzioni cambiano.

Nella preghiera noi coltiviamo, custodiamo questa fiducia e questo stupore: il masso è già stato rotolato. Anche in questo il Signore ci precede. La sua Grazia “fa nuove tutte le cose” e ce le ridona.

Così le nostre domande si trasformano: non ci chiediamo tanto come e con quali forze “far rotolare le pietre”; piuttosto, come discepoli-missionari, ci domandiamo come annunciare ad ogni uomo – a partire dai più oppressi dai pesi della vita – che “le pietre sono state rotolate” da un Amore capace di vincere la morte.

Ecco il discernimento: non un parlare “tra noi”, quanto il contemplare insieme la forza della Risurrezione e, alla luce della Pasqua, rileggere la storia.

VI PRECEDE: abitare la Galilea
Quindi una voce: “Non è qui” e “Vi precede” “lo vedrete”
“Non è qui”. Sono, al tempo stesso, le parole più complesse e più affascinanti.
Descrivono un’assenza e, lo sappiamo per esperienza, nessuno di noi accetta facilmente di non poter vedere, incontrare la persona o le persone alle quali è particolarmente affezionato.
Il Vangelo non vuole alimentare la nostalgia, ma la ricerca.
Così “Non è qui” non diventa la parola che condanna alla mancanza, ma diviene lo sprone per abbandonare ogni presunzione, ogni arroganza, ogni pretesa di fissare – come tentò di fare Davide – una dimora stabile per il Signore. “Non è qui” è la parola che definisce i “credenti inquieti”, coloro che non si stancano di cercare il Signore della vita e della storia.

“Vi precede”: ecco perché a ragione parliamo di una Chiesa “in uscita”.
Il Risorto ci precede: è bene collocarci nell’atteggiamento che questa indicazione ci suggerisce.
Non ci sono più “precursori”, come fu per Giovanni il Battista e come alle volte capita di sentirci, in quella “responsabilità” - talvolta presunzione - di “portare Dio” quasi fosse una nostra proprietà.
Non ci sono precursori ma uomini e donne che condividono il loro essere stati raggiunti dall’amore di Dio.
Non precursori, ma cercatori.
Non portatori, ma contemplatori di un Dio perennemente all’opera nella Galilea di ciascuno.

“Lo vedrete”. Vedere Dio è stata sempre una delle massime aspirazioni di ogni uomo.
Fu la richiesta di quei Greci che avvicinarono Filippo e scoprirono che Dio si manifesta nella piccolezza di un seme e nel donarsi fino in fondo.
Ma non si tratta forse tanto di vedere Dio con gli occhi del mondo.
Rischieremmo di idolatrare le circostanze così come ci si presentano; rischieremmo di fare di qualcosa che abbiamo prodotto il nostro Dio: magari per “sentirlo” più vicino a livello emotivo; tanto vicino da essere controllabile; tanto simile alla nostra vita da non stimolare più alcun cambiamento, nessuna conversione.
Non si tratta di vedere Dio con gli occhi del mondo, quanto piuttosto di guardare il mondo con gli occhi di Dio.
Ecco perché si torna in Galilea, nella terra della ferialità, con lo sguardo purificato dalla Passione e rinnovato dalla Pasqua: per “fare di Cristo il cuore del mondo”, come recita un’antifona.

Come dicono gli Orientamenti 2017-2020: “Andare in Galilea non significa certo, “andare fisicamente” ma riscoprire il Battesimo come sorgente viva. Così come … e là lo vedrete non indica una vista fisica, bensì una profonda esperienza interiore: non si può credere che Gesù è risorto finché non lo si sperimenta nella propria esistenza”.
Ogni casa è Galilea, luogo in cui il Risorto si rende presente a coloro che custodiscono uno sguardo contemplativo.
Come raccontava il père Aimé Duval: “A casa mia la religione non aveva nessun carattere solenne: ci limitavamo a recitare quotidianamente le preghiere della sera tutti insieme. Però c’era un particolare che ricordo bene, e me lo terrò a mente finché vivrò. Le orazioni erano intonate da mia sorella e, poiché per noi bambini erano troppo lunghe (duravano circa un quarto d’ora), capitava spesso che lei a poco a poco accelerava il ritmo, ingarbugliandosi e saltando le parole, finché mio padre interveniva intimandole severamente: “ Ricomincia da capo!”. Imparai allora che con Dio bisogna parlare adagio, con serietà e delicatezza. Mi rimaneva vivamente scolpita nella memoria anche la posizione che prendeva mio padre in quei momenti di preghiera. Egli tornava stanco dal lavoro dei campi, con un gran fascio di legna sulle spalle. Dopo cena s’inginocchiava per terra, appoggiava i gomiti su una sedia e la testa fra le mani, senza guardarci, senza fare un movimento né dare il minimo segno d’impazienza. Ed io pensavo:”Mio padre, che è così forte, che governa la casa, che sa guidare i buoi, che non si piega davanti al sindaco, ai ricchi, ai malvagi… mio padre davanti a Dio diventa come un bambino. Come cambia aspetto quando si mette a parlare con Lui! Dev’essere molto grande Dio, se mio padre gli s’inginocchia davanti! Ma dev’essere anche molto buono, se si può parlargli, senza cambiarsi il vestito!”... Al contrario, mia madre si sedeva in mezzo a noi, tenendo in braccio il più piccolo. Recitava anche lei le orazioni dal principio alla fine, senza perdere una sillaba, ma sempre a voce sommessa. E intanto non smetteva un attimo di guardarci, uno dopo l’altro, soffermando più a lungo lo sguardo sui più piccoli. Ci guardava, ma non diceva niente. Non fiatava nemmeno se i più piccoli la molestavano, nemmeno se infuriava la tormenta sulla casa. Ed io pensavo: “Dev’essere molto semplice Dio, se gli si può parlare tenendo un bambino in braccio e vestendo il grembiule. Ma dev’essere anche una “persona” molto importante, se mia madre quando gli parla non fa caso neppure al temporale!”.  Le mani di mio padre e le labbra di mia madre m’insegnarono ad amare Dio”.

Le mani di mio padre; le labbra di mia madre… e potremmo, vorremmo dire: la premura del mio presidente; la discreta vicinanza del mio assistente; le intuizioni dei ragazzi; il coraggio dei giovani; la responsabilità degli adulti; la fiducia degli anziani… mi insegnarono e mi insegnano ad amare Dio.

E, amando Dio, ad amare con lui e in lui questa vita; ad amarne le dinamiche, le relazioni buone e persino le tensioni.
Mi insegnano a “gettare il ponte sul mondo”, secondo l’espressione di don Primo Mazzolari in uno scritto – a mio modesto giudizio attualissimo – sul ruolo dell’Azione Cattolica nella parrocchia.
Mi insegnano ad “amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore dell’Amore. Ci impegniamo perché noi crediamo all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta per impegnarci perpetuamente” (don P. Mazzolari, “Impegno con Cristo”).

Uscire per fuggire?
Usciamo anche noi, come nella conclusione di questa pagina.
Ma non lo facciamo più pieni di spavento, ma di coraggio.
Non più muti, ma desiderosi di “vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno dall’Azione Cattolica” (Papa Francesco, 27 aprile 2017).
Questo è ciò di cui ha bisogno l’Azione Cattolica.

*Assistente centrale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi – Lectio tenuta al Convegno dei Presidenti e Assistenti diocesani unitari e regionali di Ac, Bologna, 9 settembre 2017

Sulle orme del beato don Francesco Bonifacio

Mer, 20/09/2017 - 11:43
Testimoni di fede e di speranza

di Caterina Pozzato* - «In modo inatteso la figura di don Francesco ha messo in comunicazione generazioni diverse» afferma Giovanni Grandi nella prefazione al libro di Mario Ravalico Don Francesco Bonifacio. Assistente dell’Azione cattolica fino al martirio (Ave, Roma 2016). È successo proprio questo ai vicentini partecipanti, dal 6 al 12 agosto scorso, al campo mobile da Trieste a Crassiza sulle orme del Beato Bonifacio. Di più: due associazioni diocesane sono state messe in stretta comunicazione attraverso terre di confine.
Ventun persone dai trenta ai sessantasei anni hanno camminato fianco a fianco, accompagnati dai responsabili dell’Ac triestina – giovani, adulti, unitari – che li hanno aiutati con generosità, con cura e con passione ad incontrare il passato e il presente di una terra di confine dove l’intreccio di storie di culture diverse si respira nell’aria e si coglie negli accostamenti architettonici, una terra teatro di vicende drammatiche e di belle esperienze di fede.
Il vice adulti triestino, Erik Moratto, e sua moglie Paola ci hanno fatto incontrare la “scontrosa grazia” di Trieste, città crogiolo di esperienze culturali e religiose, come testimoniano le sue straordinarie chiese, da San Giusto, la cattedrale dove don Francesco fu ordinato, alla preziosa chiesa greco ortodossa di San Nicolò, da quella Valdese, alla grande Sinagoga, segni di una presenza vivace di popolazioni che il grande porto commerciale attirava. L’esperta Francesca ci ha introdotti nel drammatico contesto storico che queste stesse popolazioni hanno vissuto tra l’armistizio del ‘43 e i primi anni Cinquanta, contesto nel quale si situa anche la drammatica vicenda di don Francesco, assassinato e fatto sparire. La Risiera di San Sabba e le foibe ne sono l’emblema. Ma Trieste e l’Istria sono anche cordialità, calore e sapore: la presidenza di Trieste, guidata da Gianguido, ci ha fatto apprezzare la cucina triestina nella storica osteria da Libero. Davvero un buon inizio, favoriti anche dal borino che ha fatto la sua comparsa al momento opportuno, in vista di un percorso da fare a piedi.
Passati a Muggia, accolti da don Andrea nella parrocchia dell’antica pieve, è stato compito del giovane Giulio, del consiglio diocesano triestino, guidarci lungo i meravigliosi sentieri, tra Slovenia e Croazia, sul lungomare da Capodistria a Strugnano e sulla Parenzana. Paesaggio stupendo, olivi e vigneti e abbondanza di piante da frutto; gente cordiale: vicentini, triestini e istroveneti parlano un’unica lingua. Ci siamo sentiti a casa, e non solo per la lingua. Come dimenticare la stupita curiosità delle persone semplici di Tribano, pronte a dialogare con gli ospiti del nuovo ostello, la vivacità della comunità italiana che ci ha ospitato a Buie con tutti gli onori, la disponibilità del parroco di Buie ad accoglierci nella chiesa di San Giorgio a Tribano e a raccontare la vita della sua gente e delle sue comunità?
Da Pirano, passando per Tribano, Buie, l’incantevole Grisignana fino a Crassiza, la parrocchia dove don Francesco ha svolto il suo prezioso ministero negli ultimi anni, dal 1939 alla morte, tappa per tappa, accompagnati da Mario e Giuliana, abbiamo conosciuto i luoghi della giovinezza, della formazione, della vocazione, del servizio pastorale e associativo, del martirio di don Francesco.
La narrazione appassionata di Mario e la bellezza dei luoghi hanno suscitato in noi una ricchezza di emozioni, sentimenti, stati d’animo, riflessioni.
Rimanere, andare e gioire, i tre verbi di papa Francesco, sono la cifra della vita di don Francesco, che ha avuto il coraggio di rimanere nei suoi luoghi, lì dove era stato mandato, nonostante la consapevolezza del pericolo, è uscito per andare nelle contrade a cercare i ragazzi: se non venivano alla parrocchia di Crassiza per la lontananza aveva lui cura di andare di luogo in luogo a incontrarli. E tutto faceva sempre col sorriso.
E poi altri due verbi: custodire e portare frutto. Don Francesco ha sicuramente portato frutto, non solo in vita per le relazioni che ha saputo curare, l’attenzione alle giovani generazioni e l’impegno a far nascere e crescere circoli di azione cattolica. A distanza di anni il suo sorriso è ancora vivo nella memoria di quanti lo hanno incontrato e la sua opera rivive nella passione di chi cerca con tenacia la verità. Ma sicuramente ha portato frutto perché ha custodito la fede, i ragazzi e i giovani, la sua Azione cattolica. Doveva crederci proprio tanto a quest’associazione, patria dell’anima. Ora il testimone passa a noi: noi dobbiamo portare frutti, saporiti, si spera, come quelli delle piante istriane, noi siamo chiamati a custodire come uomini e come cristiani la bellezza del territorio in cui viviamo, le persone, specialmente i più piccoli e i più fragili, le relazioni. “Non c’è qualità di persone che possa venir esclusa dal nostro amore” dice don Francesco nell’ultima omelia pochi giorni prima del martirio.
Un’ultima risonanza: la lunga preparazione del campo, a cura di quattro amici, e poi l’esperienza del cammino ci hanno fatto fare pratica di alta sartoria, “sartoria delle relazioni”.

*Presidente diocesano dell’Azione Cattolica Vicentina

«Ius Culturae», chi sa e vede comprende e approva

Mar, 19/09/2017 - 08:30
Ruolo di «Avvenire» e impegno dell’Azione Cattolica

di Matteo Truffelli*- Caro direttore, desidero ringraziarti per la significativa ed efficace campagna di informazione che Avvenire ha condotto in questi mesi in merito al dibattito sullo ius culturae. La carrellata di volti, nomi, storie e speranze con cui quotidianamente i lettori del giornale hanno potuto confrontarsi, e a cui giustamente avete scelto di dedicare l’intera prima pagina dell’edizione domenicale, ha rappresentato, innanzitutto, un esempio di buon giornalismo. Un contributo serio e circostanziato alla formazione di un’opinione pubblica libera e informata. Non è poco. Come in tanti altri ambiti della vita del nostro Paese, ma forse in questo in maniera particolare, si avverte sempre più forte, infatti, l’incidenza sulla società italiana di campagne di disinformazione e di tentativi di manipolazione della realtà che per ragioni ideologiche - o, peggio, per scopi tristemente strumentali - sfruttano la paura e il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca.

E così diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo. Quando invece, anche se sembra paradossale dirlo, per poter capire cosa c’è in ballo quando parliamo di ius culturae e di ius soli temperato basterebbe che ci aiutassimo tutti insieme a fare una cosa semplice: guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità.

Sono tre caratteristiche, queste ultime, che come tutti sappiamo appartengono in maniera esemplare ai bambini, e che troppo spesso perdiamo diventando adulti. Non a caso, sono proprio loro, i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani a insegnarci a vivere senza timori e senza pregiudizi la presenza in mezzo a noi di altri bambini e ragazzi provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Asia. Sono loro i primi a domandarci perché questi loro coetanei devono rimanere diversi da loro, non possono essere e sentirsi italiani, europei, cittadini della città in cui vivono. Come presidente di un’associazione diffusa su tutto il territorio italiano, dalle grandi città ai piccoli paesi di montagna, lo posso dire con tranquillità: i tanti gruppi di ragazzi, giovanissimi e giovani che animano le nostre parrocchie, i nostri quartieri e nostri paesi sono già pieni di migliaia di “non cittadini”, di figli di questa o di altre terre che desiderano crescere, formarsi, fare amicizia, innamorarsi e trovare il proprio posto nel mondo qui, in Italia, o forse domani in un altro Paese, esattamente come tutti i figli di genitori italiani. È per questo che l’assemblea nazionale dell’Azione cattolica dello scorso aprile ha accolto la richiesta proveniente dai ragazzi dell’Acr di inserire, tra le proprie scelte, quella di impegnarsi a sostegno della possibilità che sia riconosciuta «la cittadinanza italiana a tutti i bambini che sono nati e vanno a scuola in Italia, anche se figli di genitori stranieri». Lo vogliamo fare, innanzitutto, contribuendo a offrire a tutti, piccoli e grandi, occasioni e strumenti per formarsi un’opinione su questo tema senza accontentarsi di stereotipi e falsità. Ti sono grato, perciò, perché le pagine di Avvenire hanno offerto davvero un buon servizio in questo senso.

*Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana – Testo indirizzato al direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio e pubblicato sul quotidiano nell’edizione di martedì 19 settembre 2017.

L’Italia del futuro ha bisogno dei cattolici, peccato che…

Lun, 18/09/2017 - 17:49
“Conversazioni a Spello”. L’intervento di Ferruccio de Bortoli

“Senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare”. È un passaggio dell’intervento su Cattolici, politica e società” tenuto da Ferruccio de Bortoli, già direttore del Il Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, oggi presidente della Casa Editrice Longanesi, alla prima edizione delle “Conversazioni a Spello, volute dall’Azione cattolica italiana, con la collaborazione dell’amministrazione della cittadina umbra, allo scopo di offrire occasioni di dibattito culturale, religioso e sociale presso Casa San Girolamo: casa di spiritualità dell’Ac italiana, luogo privilegiato per la formazione alla fede e al dialogo con il mondo. Un impegno per cattolici: “La difesa dei valori repubblicani. Ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete”.

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Se dovessi dare un titolo più giornalistico a questa mia conversazione – che non ha alcuna ambizione al di là della testimonianza personale – lo farei così. L’Italia del futuro ha bisogno più che mai dei cattolici, peccato che troppi cattolici impegnati soprattutto in politica, abbiano lo sguardo rivolto al passato. Insomma, non raramente i cattolici sono i peggiori nemici di se stessi. Alcuni inseguono il miraggio della ricostituzione di un partito unico – e mi riferisco per essere chiari ai cattolici della maggioranza del Pd – ben sapendo che la Dc era un aggregatore pluralista di anime diverse. Era il collante indispensabile nell’era delle ideologie contrapposte. E il ritorno al proporzionale, di per sé sciagurato, non la fa resuscitare. Fa resuscitare altri, per esempio Berlusconi, ma non lo scudo crociato. E, dunque, alcune utopie centriste – e mi riferisco qui, per essere preciso, soprattutto ai cattolici di Ap – appaiono più segnate dal timore di perdere un relativo potere, personale o di gruppo, piuttosto che dalla preoccupazione di difendere un insieme di valori condivisi. Il leader del Pd insegue, senza dirlo, il sogno di una ricostituzione della Dc. La figura di La Pira è tra i suoi riferimenti identitari, sentimentali. Ma com’è distante la concezione dell’uso del potere fra i due sindaci di Firenze! Il partito della nazione altro non è che un’evoluzione, seppur riverniciata di scoutismo 2.0, del partito unico dei cattolici. Ma la Democrazia cristiana sapeva includere, dialogare e portare al naturale compromesso le diverse componenti della società. La mediazione è l’essenza intima dell’arte di governo. Va bene coltivare una preferenza maggioritaria, come ha fatto anche Veltroni prima di Renzi, ma gli esecutivi di coalizione non sono una maledizione, sono la normalità della politica europea. La Dc, pur con i suoi difetti e le sue colpe, non fu mai dominata da pensieri unici e da leadership personali. Ebbe cavalli di razza e correnti organizzate, non regni assoluti e dispotici. La sintesi politica, la composizione di interessi diversi – e almeno questo dovremmo imparare dalla storia dell’impegno dei cattolici in politica – è espressione dell’intelligenza e del rispetto delle idee dell’altro, non la tendenza antropologica all’inciucio, parola orribile da estirpare dal vocabolario politico. Perché il compromesso, tra parti diverse anche distanti, era più facile nel Novecento delle ideologie, delle idee in lotta anche violenta, e lo è meno oggi in una società indubbiamente più aperta e informata? Questa è una domanda che rimane senza risposte. E colpisce, nell’attualità di questi giorni, la dominanza dei rancori sull’elaborazione dei progetti e il rilancio delle idealità. Soprattutto nel centro sinistra. Uno schieramento che si divide pur nella certezza che fra qualche mese dovrà porsi il problema delle alleanze. Impegnato a far perdere il proprio ex collega piuttosto che battere l’avversario. I cattolici in politica dovrebbero essere i portatori del dialogo e della comprensione delle ragioni, quando ci sono, dell’altro. Assistiamo invece a una deriva settaria. Non è una storia del Novecento, è il risultato di una visione personalistica della politica.

Molti cattolici in politica agiscono e pensano poi come se fossero ancora in maggioranza nel Paese. Non lo sono più da tempo. E così si comporta a volte la stessa Chiesa. O perlomeno ha dato l’impressione di crederlo nell’era ruiniana del collateralismo di centrodestra. Io credo che dalla constatazione realistica di essere minoranza nel Paese e di non dover attendersi atti dovuti dalla società civile – ovvero il riconoscimento di una rendita di posizione storica – possa nascere per il mondo cattolico un nuovo slancio, un rinascimento che, come è scritto nella Evangelii gaudium di Francesco, consenta di “iniziare processi più che possedere spazi”.

Un passaggio che è rimasto privo di un approfondito dibattito riguarda quelli che un tempo si chiamavano i valori non negoziabili, la formula è caduta in disuso, ma è stata accantonata con troppa superficialità. Quei valori relativi alla famiglia, ai diritti dei nascituri, alla dignità del fine vita, lo sono ancora? Sono ancora così essenziali? La risposta non può essere che positiva – sono cambiati solo i toni, non c’è più una crociata – ma se vi mettete nei panni del normale cittadino di ispirazione cattolica non lo è tanto. Le minacce di una società troppo secolarizzata e materialista, che attenta ai principi etici della vita, erano così incombenti ai tempi di Wojtyla e Ruini, da giustificare persino le posizioni più oltranziste, l’organizzazione del family day? Oggi quelle minacce sono scomparse o si sono solo attenuate? Una riflessione storica su quel periodo è necessaria, non è stato un periodo breve. È durato almeno un quarto di secolo. Se pensiamo all’intero arco della presenza cattolica in politica (tenendo conto dell’opposizione allo Stato liberale unitario, il non expedit, il patto Gentiloni, pur nella parentesi del Pd di Sturzo), il protettorato di Wojtyla e Ruini, è stato incomparabilmente lungo. E ha avuto come effetto collaterale, come ha scritto opportunamente Franco Monaco, la “marginalizzazione del laicato cattolico politicamente impegnato”. O l’esaltazione di alcune posizioni apparse anche utilitaristiche, come le ripetute investiture di personaggi politici da parte del mondo di Comunione e Liberazione. L’ultimo Meeting di Rimini sembra aver sancito comunque una svolta significativa: senza una discussione meno formale e più approfondita di quello che è accaduto in questi ultimi anni, il mondo cattolico dimostra nei fatti di subire, anziché contribuire a formare secondo gli insegnamenti evangelici, i provvedimenti che una società moderna non può non affrontare. E mi riferisco non solo alle unioni civili. È meno ostico difendere barriere valoriali – come secondo me la giusta opposizione alla stepchild adoption – se si è partecipi dell’evoluzione della società, anticipando posizioni di buon senso, come quella sul testamento biologico. Senza dare la sensazione di esprimere una resistenza storica che finisce per essere considerata ottusa, dogmatica, passatista. Così la critica all’atteggiamento cattolico di chiusura prevale sul confronto nel merito delle idee. E così si finisce nell’angolo, si è costretti a inseguire. Ecco un’altra domanda. Perché i cattolici danno quasi sempre l’impressione di inseguire, raramente di anticipare l’evoluzione della società dando l’impressione di essere aggrappati al passato? La riflessione sugli eccessi e sui limiti della globalizzazione appartiene di diritto alla sfera cattolica ma ciò non viene riconosciuto da tutti. Forse anche perché si paga il prezzo di un pregiudizio? Certamente, ma alla formazione del pregiudizio contribuiscono gli stessi cattolici. Il tema del rispetto dell’ambiente oltreché dell’uomo e dei suoi diritti universali è patrimonio indiscutibile della tradizione cattolica. L’apertura estremamente significativa di Francesco nell’enciclica Laudato si’ è rimasta confinata alla riflessione colta, non è penetrata, come ci si poteva aspettare, nella pratica quotidiana, ma chi può meglio dei cattolici interpretare questo bisogno ecologico dell’età contemporanea?

Un ulteriore tema è quello che riguarda la tragedia dell’immigrazione e la giusta difesa dei diritti universali di chi, disperato, è costretto a fuggire dalla propria terra, il Papa ha autorevolmente affermato il dovere evangelico dell’accoglienza e si è espresso per lo ius soli e lo ius culturae. Il mondo del volontariato cattolico – che è parte prevalente del capitale sociale italiano, autentica ricchezza nascosta del nostro Paese – ha dato e dà un esempio di umanità straordinario. Ma è sbagliato dare l’impressione che nella gestione dei flussi non vi sia un limite, che l’affermazione dello spirito evangelico faccia inevitabilmente premio sul rispetto delle regole. È un grande errore, con effetti controproducenti, sottovalutare le paure dei propri concittadini. A volte esagerate, non c’è dubbio. Non vi è stata mai una vera invasione. Ma non è giusto considerare alla stregua di pericolosi razzisti strati, per lo più poveri e a loro volta emarginati, di popolazione che esprimono paure e reagiscono di conseguenza. È un modo inconsapevole di alimentare le peggiori pulsioni sovraniste e razziste. Una novità di rilievo è stata la recente presa di posizione del presidente della Cei Gualtiero Bassetti che pur affermando che “la cultura della carità è l’antidoto agli egoismo” e “la dignità è sempre in calpestabile e inalienabile”, ha approvato le nuove regole per le ONG nei salvataggi in mare, e ha posto nella sostanza l’opera solidale di valore assoluto dell’accoglienza nell’ambito del rispetto di regole di convivenza civile che sono la premessa perché i diritti di chi viene salvato siano poi garantiti effettivamente.

Questo passaggio della Cei dell’era di Francesco, così diversa dalle gestioni precedenti, credo sia stato estremamente importante per i cattolici impegnati in politica. C’è un limite all’accoglienza, come peraltro vi è anche nel Vangelo di Luca alla parabola del buon samaritano. E ciò è importante per sfatare il pregiudizio che il buonismo cattolico finisca per travolgere i già deboli impianti legislativi di una società a bassa legalità come la nostra. Se si allargano le braccia nell’intento lodevole di accogliere non si possono dimenticare diritti e paure degli strati più deboli della società. Non certo i poveri che beneficiano dell’infinita fonte di carità cristiana. Ma sono gli altri, la maggioranza invisibile, il ceto medio in declino, la classe operaia minacciata nella sua stessa esistenza che poi votano le proposte politiche più estreme e contrarie alla dottrina della Chiesa.

La questione dei migranti si lega inevitabilmente ai rapporti con l’Islam. Riprendo uno scritto di Giovanni Paolo II del 28 giugno 2003, la Ecclesia in Europa, nel quale il santo pontefice proponeva l’esigenza di un rapporto corretto e prudente con l’Islam, avendo coscienza del notevole divario con la cultura europea, che ha profonde radici cristiane. Il principio della libertà religiosa veniva ovviamente difeso. Ma si sottolineava “la frustrazione dei cristiani che accolgono credenti di altre religioni dando loro la possibilità di esercitarlo e si vedono rifiutare l’esercizio del culto cristiano nei loro Paesi”. Questa frase è di grande attualità e segnala il disagio di parte del mondo cattolico che nota non solo la scarsa reciprocità. Assiste alla persecuzione di chi ha la propria fede in tanti paesi musulmani, e rimane attonito di fronte al silenzio dei Paesi occidentali, alla distrazione o all’imbarazzo di governi formati anche da esponenti cattolici. E ancora: noi tutti siamo evidentemente favorevoli all’integrazione e al riconoscimento della cittadinanza dei musulmani. Le loro comunità sono già inserite nel tessuto socioeconomico. Ma pochi – e tra questi non certo i cattolici – incalzano queste comunità rimproverando loro l’atteggiamento neutrale se non giustificativo tenuto nei confronti del fenomeno terrorista. Un fenomeno che fa parte del loro album di famiglia, come si sarebbe detto un tempo, e non del nostro. Quando vogliamo affrontare, e lo dico ai cattolici impegnati in politica, questo spigoloso argomento? Dimostrarci aperti è un dovere evangelico; deboli e poco convinti delle nostre identità no.

E allora, in conclusione, quale dovrebbe essere un rinnovato ruolo dei cattolici in politica, tenendo conto che il partito unico non vi sarà più e la condizione di minoranza sarà difficilmente ribaltabile? A mio modesto giudizio c’è l’occasione storica di ridare sostanza a un senso di cittadinanza inaridito da nuove forme di egoismo e di individualismo rese devastanti dalla Rete. La difesa dei valori repubblicani, il rispetto delle istituzioni e della loro laicità può essere, come è accaduto anche in passato, una battaglia con i cattolici dei vari schieramenti in prima fila. Ma bisogna parlarsi e trovare nuovi piani di compromesso e non altri motivi di divisione. Riprodurre una rete di solidarietà sociale che, grazie alla forza del volontariato, può rappresentare una nuova forma di economia sociale e partecipata. Impegnarsi a rinnovare il tessuto dei corpi intermedi della società senza i quali non vi è comunità e forse, in prospettiva, nemmeno democrazia. Perdonare di meno se stessi, smettere di chiudere gli occhi sugli eccessi del potere curiale, ritrovare la bellezza evangelica delle parole che trasmettono i sentimenti. Grazie.

 

 

Servi premurosi del popolo di Dio

Lun, 18/09/2017 - 15:12
Esercizi spirituali per Assistenti di Ac e sacerdoti

Anche quest’anno, dal 5 al 10 novembre presso Villa La Quiete (Foligno) si svolgeranno gli Esercizi spirituali per Assistenti di Azione Cattolica e sacerdoti. Una bella occasione per vivere una forte esperienza di Dio, suscitata dall’ascolto della sua Parola, in un clima di silenzio e di preghiera. Il predicatore sarà mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno e Assistente generale dell’Ac. All’interno, la locandina, insieme ad alcune indicazioni di massima, e la scheda di iscrizione (entro il 21 ottobre). Per ulteriori informazioni si può scrivere a segreteria.vescovo@azionecattolica.it

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