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Aggiornato: 1 ora 53 min fa

SANTISSIMA TRINITÀ

14 ore 54 min fa
Liturgia del:  27 maggio 2018

La Parola del giorno: Dt 4,32-34.39-40; Salmo 32 (33); Rm 8,14-17

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20) In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

“Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù, così dicendo, ha rivelato agli apostoli il mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e li ha invitati ad annunciarlo a tutti, affinché tutti in lui trovino la parola di salvezza e la strada per comunicare con Lui.
È un Dio che si è fatto conoscere nei tempi antichi, prima ad Abramo, a Mosè, ai profeti e che ha portato a compimento la sua definitiva rivelazione attraverso Gesù Cristo stesso, come Giovanni dichiara all’inizio del suo Vangelo (cfr. Gv 1,18). Oggi il Signore continua a raggiungerci là dove siamo con il suo Spirito Santo, così come ci ha promesso: “Ed ecco, io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Che cosa dobbiamo fare noi? Avere fiducia e confidare nella sua Parola, diventando suoi testimoni. La sua Parola è rivolta a noi come parola d’amicizia, offerta per dialogare con noi: Dio parlando da amico, si rivela come amico vicino a ciascun uomo, impegnandoci a condurre una vita degna dell’amore ricevuto. Dio si rivela all’uomo attraverso la sua storia quotidiana: cammina con lui, rispetta i suoi tempi, attende e si china su chi conosce sconfitte e cadute.
Il Signore ha fissato per sempre la sua dimora in ogni uomo, in ogni essere umano, in modo da imprimere su di noi la sua immagine. Celebrare la Trinità può apparire superfluo: in fondo, ogni nostra preghiera inizia e finisce con l’invocazione di questo nome, mentre tracciamo il segno di croce. Eppure la festa di oggi, mentre ci aiuta a cogliere qualcosa del mistero del Dio di Gesù Cristo, finisce anche per farci comprendere meglio la nostra identità e vocazione.
Ecco: non celebriamo la Trinità per proiettarci in una strana, fantasiosa e forse persino comoda dimensione ultraterrena. Contempliamo la Trinità per conoscere Dio (!) che così ha voluto rivelarsi. E per conoscere non una divinità “qualunque”, facilmente confondibile tra le molte vie religiose che abitano il nostro tempo e le nostre città; la Trinità è il volto del Dio cristiano, di cui il Figlio è stato per noi rivelazione, racconto (cfr. Gv 1,18). E la coscienza di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio ci porta a conoscere Lui per capire meglio noi stessi: la nostra identità, la nostra missione.
Accogliere un Dio-Trinità significa, in fondo, rinunciare a qualunque isolamento per aprirsi alla comunione; contemplare un Dio estroverso significa mettere da parte ogni forma di indifferenza, di chiusura, di rivendicazione.

 

Fa’, o Signore, che il mondo riconosca i segni della tua presenza e ti cerchi nell’intimo di ogni uomo là dove tu hai fissato per sempre la tua dimora e aiuta i sofferenti e i peccatori a trovare nel tuo Spirito la forza di lottare, nella tenerezza del Padre l’accoglienza misericordiosa, nell’esempio del Figlio la strada per risorgere.

PENTECOSTE

Mer, 16/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  20 maggio 2018

La Parola del giorno: At 2,1-11; Salmo 103 (104); Gal 5,16-25

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,26-27; 16,12-15) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Gli apostoli, pur avendo condiviso per lungo tempo la vita di Gesù, sono in uno stato di profondo turbamento; ma quando Cristo appare loro e, come promesso, dona ai suoi apostoli il “Paraclito”, ecco che tutto si rischiara. Attraverso il dono dello Spirito si crea un legame indissolubile tra loro e Dio; ed è proprio grazie all’aiuto dello Spirito Santo che gli apostoli potranno accogliere la sfida della testimonianza della fede in Dio nel mondo. Anche noi nel battesimo riceviamo lo Spirito Santo: noi tutti battezzati entriamo quindi nell’alleanza con Dio, un legame che Dio non scioglierà mai. La vita di oggi è tentata da quella che papa Francesco chiama «tristezza individualista»: ci ritroviamo sempre più soli, rinchiusi nelle nostre case, ad affrontare i problemi e le sfide che la vita ci pone. Le logiche economiche prevalgono sul sostegno dato da una positiva coscienza comunitaria. Viviamo in un mondo fatto di contrapposizioni, a volte feroci, tra le idee, che spesso sfociano in violenza. Assistiamo a comportamenti incomprensibili da parte di coloro che hanno responsabilità di governo. Noi battezzati abbiamo ricevuto il “Dono”, lo Spirito Santo è con noi: il soccorritore, l’aiutante, l’intercessore, Esso ci aiuterà a comprendere la storia che stiamo vivendo. Se guardiamo gli eventi con la luce della fede, ritroveremo la speranza, il coraggio e la strada giusta per continuare il nostro cammino di testimonianza anche in questa società inquieta. Coraggio quindi, ricordiamoci che siamo discepoli di Cristo e a noi è stato dato il compito di realizzare il progetto di Dio: in noi stessi, nella famiglia, nella comunità, nella società. Possiamo tener presente costantemente che “l’altro sono io”, specialmente nei confronti di quelli che sentiamo “diversi”; dobbiamo saper superare gli steccati che la società costruisce e tenere presente che “l’umanità” è una, nel tempo e nello spazio.

Signore, ravviva in noi la forza del tuo Spirito Santo, sostienici nelle nostre fatiche e nelle nostre cadute affinché possiamo vivere la nostra vita coerentemente con la tua parola.

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 09/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  13 maggio 2018

La Parola del giorno: At 1,1-11; Salmo 46 (47); Ef 4,1-13

Dal Vangelo secondo Marco (16,15-20) In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

I santi mistici – coloro che sono ascesi in alto, dentro al mistero di Dio – che hanno punteggiato di luci la storia della nostra fede sono stati anche quelli più incarnati, più partecipi della realtà, più capaci di immettervi dentro linfa vitale nuova, di porre gesti nuovi e parole diverse dall’ordinario, di generare segni nuovi, tutti molto concreti. I santi mistici – uomini e donne ascesi con Gesù – hanno generato nella storia umana le prime scuole per coloro che erano analfabeti, i primi ospedali per coloro che erano malati, i primi ricoveri per coloro che erano senza tetto, i primi luoghi di riscatto per le donne che erano offese nella loro dignità, le prime mense per coloro che erano affamati, i primi luoghi di preghiera vera e di incontro con se stessi per coloro che vivevano nella dissipazione. Entriamo così nel vivo del Vangelo di oggi, che è la conclusione del Vangelo di Marco, il più antico Vangelo a essere composto. Vediamo che il momento dell’ascensione di Gesù al cielo che è poi il Padre stesso, circondato dagli angeli e dai giusti, è tutto custodito e incorniciato da una realtà che la precede e la segue. Il brano infatti inizia con la consegna che Gesù fa ai suoi di “andare e predicare il Vangelo ad ogni creatura”; termina con l’inizio di questa realtà, nella quale Marco utilizza gli stessi verbi: essi “andarono e predicarono il Vangelo dappertutto”. Andare e predicare. Gesù non dice ai suoi: venite in cielo con me. Dice loro: andate per il mondo e predicate il Vangelo a tutti, addirittura ad ogni creatura includendo qui – quanto poco lo valorizziamo – ogni creatura vivente, non soltanto gli esseri umani, in un coinvolgimento radicale di tutto il creato immesso in modo vitale dentro la vita di Dio. Risuonano le parole di Paolo: «Tutta la creazione geme e soffre in doglie di parto aspettando (letteralmente: tendendo il collo) l’adozione a figli» (Rm 8,22-23). Il massimo innalzamento per i figli di Dio coincide con il più profondo e concreto inchinarsi verso la creazione e le creature per servirle amandole, per amarle servendole. Ecco il senso dell’ascensione, la scia di luce che Gesù ci rende visibile risalendo verso il Padre e sottraendosi ai nostri occhi di carne, per aprirci quelli più profondi e non soggetti a infermità dello spirito, resi vivi dallo Spirito Santo effuso in noi.

Dio, Padre di misericordia verso cui il Figlio Gesù ascende, Figlio Gesù che risalendo al Padre ci apri la via che sei tu, Spirito Santo che effuso in noi ci immetti dentro questa via vivente: Trinità Santa, donaci la capacità di accogliere tutta la profondità, l’altezza, l’ampiezza e lo spessore della vita di Dio in noi, per poter andare e predicare il Vangelo dappertutto a ogni creatura, con segni che confermino la nostra credibilità di figli di Dio.

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 02/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  6 maggio 2018

La Parola del giorno: At 10,25-26.34-35.44-48; Salmo 97 (98); 1Gv 4,7-10

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,9-17) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Il brano si inserisce nel lungo discorso che Giovanni mette in bocca a Gesù nell’ultima cena. È il cuore di quel discorso (capp. 13-17), quasi un testamento spirituale, e quindi il centro di tutto il Vangelo. La parabola della vigna (15,1-8) è per Giovanni una metafora per passare subito a parlare di ciò che gli interessa: il “rimanere”. È un rimanere reciproco e vicendevole tra il discepolo e Gesù. Rimanere nel suo amore significa entrare nel circuito dell’amore del Padre e del Figlio. Ma è anche un amore che si dispiega nella comunità e diventa esperienza di amore reciproco. L’amore reciproco trova la sua sorgente nell’amore di Gesù. Possiamo amare solo se amati. L’amore reciproco è fondato sul “come” il Signore ci ha amati. Questa esperienza di amore diventa gioia. È la gioia di un amore pieno: essere amati e amare, amare Dio e amare i fratelli. È esperienza di comunità: una sorta di entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione. È anche amore di amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (15,13). E Gesù comanda l’amore reciproco (ci comanda ciò di cui abbiamo più bisogno): «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (15,17). L’evangelista è più esplicito in 8,31: «Se rimanete nella mia Parola, sarete miei discepoli». È la Parola che rende disponibili i discepoli a rimanere con Gesù. È sempre la Parola la condizione per continuare a crescere nel discepolato: «Se le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (15,3). Nella spiritualità laicale la Parola della Scrittura è al centro. Illumina la vita. L’annuncio del Vangelo diventa allora non solo una parola che mi parla di Dio, un suo messaggio per me, una sua lettera. È innanzitutto una parola che parla di me e mi aiuta a interpretare la mia esistenza; come una luce per riconoscere la presenza del Risorto nelle pieghe della vita. Non sono io innanzitutto che interpreto la Bibbia. È la parola che mi interpreta. «La sacra scrittura si presenta agli occhi della nostra anima come uno specchio, in cui possiamo conoscere ciò che in noi c’è di bello e di brutto» (Gregorio Magno).

Dio Padre vignaiolo amorevole che vegli su noi, Figlio vera vite in cui siamo innestati vitalmente, Spirito Santo amore che congiungi il Padre e il Figlio intrecciandoci nella vita trinitaria, Dio, comunità di amore, concedici di entrare e rimanere nel circuito della vita trinitaria che è concretezza d’amore ricevuto e accolto, custodito e irradiato.

V DOMENICA DI PASQUA

Mer, 25/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  29 aprile 2018

La Parola del giorno: At 9,26-31; Salmo 21 (22); 1Gv 3,18-24

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,1-8) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Se per definirsi “pastore”, Gesù ha avvertito il bisogno di specificare che si tratta di “quello bello”, allo stesso modo qui per definire se stesso come “vite”, egli sente il bisogno di aggiungere questo particolare attributo, che lo caratterizza come “la vite vera”. Pertanto, non si tratta di una “vite” qualsiasi, ma di quella “vera”: questi è Gesù. Perché questa rivendicazione? È evidente qui lo sfondo veterotestamentario dell’immagine della vite e della vigna, con cui più volte viene identificato Israele. È intenzione del Signore non solo di appropriarsi dell’immagine, ma anche e soprattutto di evidenziarne il compimento. La vigna, scelta da Dio e da lui preparata con cura (Israele), trova il suo compimento nella persona di Gesù di Nazaret, la vera vite, di cui vignaiolo e padrone è il Padre stesso. Si sta parlando, in altri termini, del raggiungimento del progetto di Dio nell’opera di amore realizzata dal Figlio, il suo pieno compimento in Gesù. Egli è “la vite vera”, curata premurosamente dal Padre celeste. Colpisce che coloro che sono ancorati a questa “vite” non solo vi appartengono in qualità di “tralci”, ma posseggono una specifica qualità, definita come “purezza”(«voi siete già puri»; v. 3a), motivata dall’annuncio della Parola (v. 3b). Ai tralci non resta che rimanere uniti alla vera vite, per essere esattamente tralci, che portano molto frutto e che vivono, di conseguenza, la relazione del discepolato. Il verbo maggiormente presente in questa straordinaria dialettica d’amore tra la vite e i tralci è, per l’appunto, il verbo “rimanere” (7 ricorrenze). Esso esprime in modo meraviglioso il senso dell’appartenenza piena e totale alla vite, che è il Cristo Signore. Tra gli altri verbi, alcuni (tagliare, potare, raccogliere, gettare, bruciare) sintetizzano l‘azione del Vignaiolo nei confronti dei tralci; altri (portare frutto, non poter far nulla, chiedere, volere) esprimono l’identità straordinaria del discepolo, il quale, poiché amato e curato dal Padre, è chiamato a portare frutto e glorificare il Padre di Gesù. Portare molto frutto e divenire, di conseguenza, sempre più discepoli del Signore: questo è l’unico modo per rendere gloria al Padre che è nei cieli, lodarlo e glorificarlo.

O Vite meravigliosa di speranza, rendici tuoi tralci per sempre; fa’ che non smarriamo mai la nostra identità. Tienici fortemente ancorati a te; tagliaci, potaci, purificaci nel fuoco del tuo amore. Fa’ che amiamo il Padre tuo e nostro, affinché portando nel nostro cuore il frutto della fede, lo glorifichiamo con tutta la nostra vita. Amen.

IV DOMENICA DI PASQUA

Mer, 18/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  22 aprile 2018

La Parola del giorno: At 4,8-12; Salmo 117 (118); 1Gv 3,1-2

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,11-18) In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il brano del Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua si apre con la meravigliosa identificazione di Gesù con il “pastore, quello bello”, tradotta generalmente dalle nostre Bibbie con il “buon Pastore”. La bellezza, di cui qui si parla, è quella che attrae, dal momento che ci sono anche altri pastori, ma non affascinanti e piacevoli, come lo è il Signore Gesù. Del pastore è detto che “dà la vita per le pecore”, a differenza del mercenario, il quale, alla vista del lupo, “abbandona le pecore e fugge”, perché le pecore non gli appartengono e di loro “non gli importa nulla”. Inoltre, c’è una profonda relazione tra il pastore e le sue pecore, data dalla conoscenza reciproca, paragonata addirittura a quella che c’è tra il Padre e il Figlio suo. Il Pastore poi vuole condurre nel medesimo ovile tutte le altre pecore: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto». È evidente che il brano evangelico afferma senza mezzi termini che l’unico vero Pastore è Cristo, al quale appartengono tutte le pecore e nessuna di esse è fuori da questa meravigliosa appartenenza. Come è ben espresso dall’affermazione finale: «Anche quelle io devo guidare». Il testo si chiude con la contemplazione dello straordinario e mirabile ovile, dove tutte le pecore, anche quelle in precedenza disperse, “ascoltano” la voce del “Pastore bello”, diventando un solo gregge con una sola guida. Questo brano del Vangelo di Giovanni è scandito dall’espressione “dare la vita”, il cui soggetto è il “Pastore bello”, capace di offrirsi in totale e soave oblazione. Come una sorta di ritornello, l’espressione ritorna a più riprese, a sottolineare il fatto che Cristo è davvero l’unico Pastore delle sue pecorelle, che le ama e le protegge. Il motivo per cui il Padre ama il Figlio, infatti, è dato esattamente dalla volontà di quest’ultimo di dare la vita per le sue pecorelle. È tutta qui la differenza! A rafforzare questo concetto è il fatto che, nell’ultima cena, Pietro dirà la stessa cosa nei confronti di Gesù (Gv 13,37.38), impegnandosi con lui in una sequela, che poi, di fatto, lo porterà a dare la vita per il suo Signore (cfr. Gv 21,19). Mentre nell’Antico Testamento il Pastore è colui che guida Israele, per Giovanni  è colui che “dà la vita”, come Cristo, “pastore buono e bello”, che “non è venuto per essere servito, ma per servire e offrire la vita in riscatto” e per la salvezza di tutte le genti.

Attiraci a te, o Cristo, Pastore bello e affascinante; guidaci nel recinto della tua tenerezza; trascinaci nell’ovile del tuo amore. E, gustando il dono della tua vita offerta per ciascuno di noi, aiutaci a testimoniare il tuo amore e la tua misericordia, dando anche noi, a nostra volta, la vita per te e per i fratelli. Amen.

III DOMENICA DI PASQUA

Mer, 11/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  15 aprile 2018

La Parola del giorno: At 3,13-15.17-19; Salmo 4; 1Gv 2,1-5a

Dal Vangelo secondo Luca (24,35-48) In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

In poche ore tutto è cambiato: Gesù è risorto ed è apparso a Simone e a due discepoli a Emmaus. Le testimonianze si moltiplicano e confermano che è accaduto qualcosa di grande, eppure i discepoli nel cenacolo sono spaventati e pieni di dubbi. Gesù, che conosce in profondità il nostro cuore, prende l’iniziativa e viene a incontrarci e ad abitare la nostra inquietudine, dicendoci di non avere paura. «Pace a voi», dice il Risorto con una delicatezza carica di amore, per dirci che insieme a Lui tutto è possibile, tutto è attraversabile; come diceva meravigliosamente don Tonino Bello: «Di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via». Più volte poi nel Vangelo, si parla della necessità del compimento delle Scritture e Gesù stesso in diverse occasioni si ferma a spiegarle e a svelarne il senso. Cosa può dirci questo, oggi? Forse che non può esserci fede autentica senza una profonda adesione alla Scrittura e che quindi siamo chiamati a scegliere tra le tante parole delle nostre giornate quella Parola che parla della vita e alla vita. Dice il Salmo 119: «Lampada per i miei passi è la Tua Parola, luce sul mio cammino»; la Parola, infatti, proietta la sua luce sui fatti della storia, disvelandone il senso, e fa del futuro il tempo del compimento della promessa di Dio e del suo disegno di salvezza. La presenza viva di Gesù rende questo nostro tempo già un tempo di salvezza, anche oggi, mentre andiamo al lavoro, a messa, mentre siamo in famiglia; Gesù non ci lascia mai soli, ma cammina insieme a noi, come il viandante di Emmaus. Per questo, sappiamo che la vita è un’impresa a volte anche dura, ma sempre possibile.

Mio Signore e mio Dio, tu mi scruti e mi conosci e bussi alla mia porta per abitare il mio buio accendendolo di luce. Ti ringrazio poiché ho scoperto che la Scrittura è la tua Parola quando tante volte l’ho vista all’opera nella mia vita e nella storia del mondo. Cammina con me e poi fermati a mensa con la mia comunità, perché si fa sera e la notte è lunga, Signore. Amen.

II DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  8 aprile 2018

La Parola del giorno: At 4,32-35; Salmo 117 (118); 1Gv 5,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31) La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

«Pace a voi» è il saluto del Maestro che porta consolazione ai suoi amici che sono nel timore. Il Signore viene e “sta in mezzo”, condivide la nostra esperienza. Nella seconda scena di questo brano troviamo Tommaso, l’incredulo. Se ci pensiamo, i gesti di Gesù sono gli stessi nelle due scene. Viene, porta la pace e mostra i segni della crocifissione. Tommaso però si sente insicuro, ha bisogno di vedere e toccare il corpo di Gesù. È un po’ come la nostra esperienza di fede: cerchiamo dei segni che ci confermino che crediamo davvero in Qualcuno che si possa in qualche modo toccare; cerchiamo di mettere “il dito nella piaga” perché questo gesto colmi la nostra insicurezza. Tommaso è l’immagine evangelica della nostra fragilità: siamo donne e uomini “bisognosi di”. Gesù però non scappa scandalizzato dinanzi alla prova che Tommaso chiede, ma alza il vestito, mostra le ferite e accompagna il dito dentro la sua carne. Egli ci indica una strada: metti in gioco la tua vita per qualcosa di bello, senza che “una prova” ti obblighi a farlo; metti in gioco la tua libertà per un ideale, senza avere la certezza che si realizzi; abbi il coraggio di seguire i tuoi desideri e vivere in pienezza, cercando di raggiungere ciò che ti rende profondamente felice, senza che gli ostacoli o lo sconforto delle cadute ti abbattano al tal punto da farti rinunciare a vivere. Abbi il coraggio di credere, pur senza vedere, perché i panorami più belli si scorgono solo al termine del cammino, una volta che si è raggiunta la vetta, pur dovendo scontare un po’ di fatica e difficoltà nel percorrere sentieri in salita. Solo così sarai beato e la pace sarà con te.

Mio Signore e mio Dio! Sostieni il mio desiderio di cose grandi e aiutami quando lo sconforto sembra avere la meglio. Sostieni la mia fragile fede e consolami quando mi sembra di non procedere mai. Sostieni il mio passo nel cammino e rialzami quando inciampo nel peccato. E aiuta, Signore, la mia incredulità.

PASQUA DI RISURREZIONE

Sab, 31/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  1 aprile 2018

La Parola del giorno: At 10,34a.37-43; Salmo 117 (118); Col 3,1-4

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9) Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

«Il solo e vero peccato è rimanere insensibili alla risurrezione» (Isacco il Siro). La vittoria della morte di Gesù rappresenta il culmine della nostra vita di fede cattolica: siamo ancora disposti ad accogliere e a comprendere un atto di amore così grande? Sembra quasi surreale che qualcuno possa sacrificarsi per la nostra vita! Oggi più che mai questo messaggio deve scalfire i nostri cuori. Chiusi nelle nostre solitudini non siamo più in grado di farci “servi per amore”, non siamo più in grado di uscire dal nostro egoismo e compiere un gesto di vera gratitudine: donaci Signore quella fede che ci conduce a te anche quando la realtà parla di morte, anche quando attorno a noi nessuna luce è più in grado di dissolvere il buio che ci avvolge. Donaci il coraggio di Maria di Magdala che distrutta dal dolore e spinta dall’inquietudine e dalla tristezza per aver perso un Amore troppo grande si reca al sepolcro, sperando di vederti. Non ti ha trovato, ha visto solo una tomba vuota, non ha visto la morte, eppure noi umani siamo fatti così: crediamo che sia tutto lì, davanti i nostri occhi! Occorre amarti per comprendere anche solo un frammento dell’immenso amore che ti ha spinto alla morte di croce! Occorre affidarci al tuo amore per noi, per far luce nella nostra vita. Allora anche noi, entrando chinati nel sepolcro e vedendolo vuoto, potremo credere al grande mistero della risurrezione. Oggi, con Giovanni e con tutta la Chiesa, popolo di Dio, sentiamo e crediamo che Gesù, il Risorto, è la primavera del mondo: Gesù, tu hai vinto la morte, in te risorgeremo, ora e per l’eternità e, come per la terra, queste risurrezioni porteranno frutto “per tutto l’uomo, per tutti gli uomini”. La Pasqua ci dice che ogni fatto buono che viviamo e ogni sentimento pulito che proviamo sono “esperienze di risurrezione”. E noi siamo chiamati a farle crescere, a svilupparle, a raccontarle, perché diventino patrimonio della comunità intera.

Signore Gesù, donaci la gioia di credere fermamente nella tua risurrezione, affinché in ogni giorno della nostra vita possiamo vivere da risorti e non manchi mai nei nostri cuori l’amore verso il più debole e verso il povero. Tu sei presente nei fatti che viviamo e nelle persone che incontriamo: donaci occhi capaci di riconoscerti risorto e tante energie per far crescere la vita in mezzo agli uomini.

SABATO SANTO VEGLIA PASQUALE

Ven, 30/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  31 marzo 2018

La Parola del giorno: Salmo 41-42 (4-43); Rom 6,3-11

Dal Vangelo secondo Marco (16,1-7) Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Le donne arrivano al sepolcro, il primo giorno della settimana, al sorgere del sole, immerse nei loro pensieri di morte, e si immaginano un cadavere dentro una tomba sigillata. Il Vangelo usa termini funerari: pietra sigillata, olio aromatico, sepolcro. Le donne si propongono soltanto di fare la pietosa azione di lavare il cadavere e ultimare i riti previsti per una degna sepoltura. Ma come fare? La scena che trovano è sorprendente e imprevista: la pietra è rotolata e nella tomba un giovane annuncia la risurrezione. Ma non sono pronte a cogliere questa straordinaria notizia e disattendono poi il mandato ad andare per “dire ai suoi discepoli e a Pietro” che li avrebbe preceduti in Galilea. Non potevano capire e reagiscono in modo inatteso con la fuga, il silenzio, la paura, il disorientamento e, soprattutto, il terrore. Una tale concentrazione di sentimenti negativi non sono mai così presenti nel Vangelo. Pure le donne sono un ulteriore “modello imperfetto di discepolato”. Marco conclude quindi il suo racconto con l’impossibilità di annunciare il Vangelo della risurrezione? Chi allora lo ha potuto accogliere? Il giovane con la veste bianca, dentro il sepolcro, non è un angelo, ci rinvia subito al giovane che fugge spogliato (14,51-52). Egli è l’emblema del discepolo che ha fatto esperienza del mistero pasquale, vivendo sulla propria pelle l’esigente logica della spoliazione e della rinascita in Cristo. È lui il frutto, non gli apostoli e non le donne, dell’intero percorso dei discepoli in tutto il Vangelo. Non esiste annuncio di risurrezione se non a partire dall’esperienza personale fatta dal discepolo. E questo strano giovane è simbolo di ogni discepolo di ogni tempo. Noi siamo quel giovane spogliato e rivestito. Sparite le donne, il lettore resta solo con questo giovane. Il mandato di annunciare la risurrezione è affidato a tutti quelli che sono passati per la spoliazione e sono rinati in Cristo. Può cioè annunciare la risurrezione solo chi l’ha vissuta nella sua dolorosa esperienza. Il luogo della risurrezione è la passione, la spoliazione. Alla fine due sono i modi in cui può sfociare la sequela: quello che soffoca la forza del Vangelo nella fuga e nella paura o quello di chi, vivendo fino in fondo la croce e accettando l’invito alla conversione del cuore e della mente, assume la dinamica della risurrezione. Il lettore è chiamato alla decisione.

O Signore Gesù, noi sappiamo che non esiste nessuna fede “a poco prezzo”. La strada di un credere facile, delle idee chiare e distinte e delle visioni non è cristiana. Tu hai accettato per amore di salire su di un patibolo infamante, fa’ che possiamo accettare lo scandalo della tomba vuota. Concedici la forza di percorrere tutto il cammino per vederti risorto: la spoliazione delle nostre sicurezze e convinzioni, per essere rivestiti di te e del tuo Vangelo.

VENERDÌ SANTO PASSIONE DEL SIGNORE

Gio, 29/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  30 marzo 2018

La Parola del giorno: Is 52,13-53,12; Salmo 30 (31); Eb 4,14-16;5,7-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,1-11 forma breve) In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Gesù aveva manifestato solennemente la chiara consapevolezza e la piena libertà nel fare dono della propria vita. Non sono gli uomini a strappargliela, ma è lui a offrirla, in perfetta conformità con il disegno salvifico di Dio. Giuda con il suo tradimento asseconda, evidentemente senza volerlo, l’obbedienza di Gesù al Padre, mentre Pietro con la sua azione violenta tenta di ostacolarla. Gesù è il Signore: nessuno ha potere su di lui. «Sono io!» è il nome divino, che Gesù attribuisce a se stesso, perché gli appartiene. È lui a dare per amore la vita allo scopo di radunare i figli di Dio dispersi, per raccogliere cioè tutti gli uomini nella grande famiglia di Dio. La sua è un’opera di riscatto, di riconciliazione, di riunificazione. La violenza divide, l’amore unifica! I discepoli non sono ancora pronti a seguirlo fino in fondo. I loro criteri e i loro desideri non combaciano con quelli di Gesù. I buoni propositi di fedeltà si infrangono di fronte al pericolo. Solo con la Pentecoste riceveranno il dono della parresia. Pietro, guidato da un altro discepolo, tenta un ultimo gesto di vicinanza con il Signore, ma poi si perde per strada: si fa vincere dalla paura; la vita, lui, non la rischia; con Gesù, in quella situazione, non ha nulla da spartire. Come accade a noi, quando ci lasciamo dominare dal rispetto umano, dalla paura, dalla mondanità, dal compromesso. Ma Gesù non ci abbandona: nessuno deve andare perduto. «Sono io!», sta a dire che lui c’è: sempre! C’è di fronte al Padre per compiere il suo disegno di salvezza; è con noi, perché arriviamo anche noi ad essere là dove lui è. Per noi e a noi dona la sua vita, perché l’abbiamo in abbondanza. La forza dell’amore vince la morte con tutto ciò che le appartiene: viltà, paura, tradimento, peccato. Su di lui si costruisce un’esistenza umana bella, sicura, solida.

 

Condividere, Signore Gesù, il tuo cammino verso il Calvario ci mette paura; eppure “calvario” è la nostra stessa vita. Tu hai portato la tua croce per rendere a noi possibile l’abbraccio della nostra croce, anche delle croci quotidiane che rendono pesanti le nostre giornate, con il tuo amore, con la tua forza d’animo, con il tuo coraggio: l’accettazione umile e fiduciosa delle nostre croci è sorgente di vita e di salvezza. Solo con te, Gesù, in ogni sconfitta ci è dato di uscirne vittoriosi, capaci di un amore sempre più autentico e sempre più grande, per non abbandonare nessuno nel suo cammino.

GIOVEDÌ SANTO CENA DEL SIGNORE

Mer, 28/03/2018 - 09:00
Liturgia del:  29 marzo 2018

La Parola del giorno: Es 12,1-8.11-14; Salmo 115 (116); 1Cor 11,23-26

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,1-15) Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Giovanni apre il racconto della passione e morte di Gesù presentando il gesto profetico della lavanda dei piedi. Con la lavanda dei piedi, Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio il contenuto del mistero di Cristo: Egli depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo; lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Gesù sa che è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre e sa che quest’ora è il punto cardine della sua parabola umana. Egli intende vivere quest’ora non per costrizione, ma per amore. Per questo, sino all’ultimo istante della sua vita, la sua ora è un atto di supremo amore e il gesto di lavare i piedi ai suoi discepoli ne è il segno. È il segno del desiderio di Cristo di amare e salvare tutta l’umanità, di dare la sua vita per tutti, di attirare tutti gli uomini a sé per dar loro la vita in pienezza. Con la lavanda dei piedi Gesù mostra ai discepoli che il fuoco dell’Amore trinitario di Cristo potrà e dovrà bruciare quotidianamente tra loro e in loro. Per Gesù, «essere per gli altri» voleva dire innanzitutto e sempre abbassarsi per servire, prendendo a carico ciò che nell’altro può sembrare meno nobile, meno gradevole, più sporco. E Gesù ci annuncia così che lo possiamo fare anche noi, se accettiamo di viverlo nell’immediatezza dell’umile servizio di cui il nostro prossimo ha bisogno oggi. Siamo invitati a imitare la sua umiltà, ad abbracciare e servire i nostri fratelli, a compiere gesti di carità, e testimoniare con la nostra stessa vita che è possibile vivere come Gesù ci ha mostrato.

Cristo, luce della vita, illumina il nostro cammino. Trasforma quanto in noi resiste alla tua grazia e spezza la nostra superbia. Fa’ che, immersi nella pienezza del tuo amore, possiamo lavare i piedi ai nostri fratelli. Il tuo cuore, pieno di tenerezza verso di noi, vinca tutte le nostre resistenze. La tua presenza è la nostra gioia e la tua gioia è la nostra forza.

LE PALME

Mer, 21/03/2018 - 08:00
Liturgia del:  25 marzo 2018

La Parola del giorno: Is 50,4-7; Salmo 21 (22); Fil 2,6-11

Dal Vangelo secondo Marco (11,1-10 benedizione delle Palme) Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”». Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!».

È il momento dell’ingresso di Gesù nella città santa, in Gerusalemme; è l’inizio di una settimana decisiva, l’ultima della vita terrena di Gesù, scandita dall’evangelista Marco con precisione sempre più insistente, persino geografica. Gesù arriva a Gerusalemme da Betfage e dal Monte degli Ulivi, cioè dalla strada su cui avrebbe dovuto venire il Messia. Marco concentra l’attenzione sull’identità di Gesù con il riferimento apparentemente marginale della cavalcatura che gli serve per entrare in città; l’episodio ha lo scopo di mettere in luce il senso di quanto sta per accadere. Gesù cavalcando un asinello si mostra come colui che realizza diverse profezie legate al re Messia. Egli entra nella Città Santa cavalcando un asino, l’animale cioè della semplice gente comune della campagna, e per di più un asino che non gli appartiene, ma che, per questa occasione, ha chiesto in prestito. Non arriva, dunque, in modo sfarzoso, perché la sua non è una signoria regale; ma l’avvento del suo regno non si impone. Egli compie le profezie senza clamore e senza pretese. Quello di Gesù non è un ingresso come tanti. Lui non è un pellegrino qualsiasi che si reca nella città santa per la Pasqua, Egli sa che sta per compiersi la sua missione. Dopo che Gesù è salito sul puledro, l’attenzione si sposta da lui a quanto accade intorno a lui, sugli astanti che gettano i mantelli sul puledro e ai suoi piedi. Con questo ingresso solenne, Egli vuole dire che Colui che entra in Gerusalemme è il Messia, figlio di Davide. È questo l’unico momento in cui Lui permette che la folla dica la sua identità. Chi lo accoglie è gente umile, semplice, che fa festa, che lo acclama come Re d’Israele; è un clima di gioia quello che si respira. Gesù ha risvegliato nel cuore tante speranze soprattutto tra la gente umile, semplice, povera, dimenticata, quella che non conta agli occhi del mondo. Lui ha saputo comprendere le miserie umane e ha mostrato il volto di misericordia di Dio. All’inizio di questa Settimana Santa, anche in noi ci sia la lode, come hanno fatto coloro che hanno accolto Gesù a Gerusalemme con i loro «osanna», e il ringraziamento, perché è a partire da questo momento che il Signore Gesù rinnoverà il dono più grande che si possa immaginare: ci donerà la sua vita, il suo corpo e il suo sangue: il suo amore.

Padre misericordioso, ti ringraziamo per il dono del tuo amore infinito, come l’abbiamo visto in tuo Figlio, Gesù. Ti preghiamo, fa’ che ogni giorno della nostra vita possiamo compiere la tua volontà, ed essere testimoni coraggiosi della tua presenza nel mondo. Fa’ che possiamo vivere con il tuo figlio Gesù e dire, con un gesto di muta adorazione, quanto ci sia caro vivere la tua vita e meditare la tua morte.

V DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 14/03/2018 - 08:00
Liturgia del:  18 marzo 2018

La Parola del giorno: Ger 31,31-34; Salmo 50 (51); Eb 5,7-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (12,20-33) In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Filippo è contattato da alcuni greci che vogliono vedere Gesù. Si aspettavano di incontrare un grande filosofo saggio, disposto a condividere con loro la sua dottrina. E, invece, trovano un uomo turbato e dubbioso, che vede in quell’interessamento da parte dei pagani una specie di segnale, un’intuizione della propria fine. Tutto si sta compiendo, dunque, sta per suonare l’ultima campana. Che fare, ora? Arrendersi? Lasciar perdere, sparire? Abbandonare l’uomo al suo destino? Una scelta, l’ultima, assurda, paradossale, esiste: bisogna morire, come il chicco di frumento. Per amore, solo per amore. Il Signore ci dice che se vogliamo avanzare, rinascere, dobbiamo prepararci a morire a qualcosa. È vero: lo sposo “muore” al suo egoismo per dedicarsi alla sposa. La sposa “muore” sacrificando la sua libertà per dare alla luce un figlio. Il volontario “muore” dedicando il suo tempo libero all’ammalato. Eppure tutti questi gesti danno luce a una dimensione nuova, all’amore; a una nuova creatura, alla solidarietà. L’immagine del parto dice bene questa logica intessuta nelle cose: le doglie sono necessarie per dare alla luce una nuova creatura. Certo: accettare questo discorso è difficile. Quando stiamo soffrendo non pensiamo alla vita che ne scaturirà. Quando stiamo male facciamo fatica a intravedere il dopo. Quando siamo al buio e al freddo della terra come il chicco non pensiamo a un Dio misericordioso, ma a un despota che permette la nostra sofferenza. Dobbiamo trovare il coraggio di morire a noi stessi, come ha fatto il Signore Gesù. Di imparare a obbedire alla realtà, per portare frutto. Scommessa ardita, rischio inaudito, follia.

O Signore Gesù, tu ci dici che l’amore vero si nutre di fatti, non di belle parole, né di facili promesse. Donaci un po’ della tua fantasia creatrice per inventare forme concrete di donazione al prossimo, che ci impegnino a pagare di persona, nel lavoro faticoso e disinteressato, nel dono gratuito del nostro tempo,  nell’ascolto e nella condivisione delle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle.

IV DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 07/03/2018 - 08:00
Liturgia del:  11 marzo 2018

La Parola del giorno: 2Cr 36,14-16.19-23; Salmo 136 (137); Ef 2,4-10

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,14-21) In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Nicodemo è un dottore della Legge inquieto che, per non farsi vedere, cerca risposte di nascosto, come spesso facciamo anche noi. Non va di moda farsi vedere in compagnia di gente come il Nazareno! Ieri e oggi! Gesù ci sta, non fa l’offeso, lo accoglie nella sua immensa fragilità. E invita a uscire dagli stereotipi, anche quelli santi e religiosi. «Dio ha tanto amato il mondo», gli dice Gesù. Che bizzarria! Tutte le religioni cercano di staccarsi dal mondo, sottolineano l’infinita distanza tra Creatore e creatura, constatano la pesantezza della vita al punto da proporre un cammino di distacco dalla realtà. Il Dio di Gesù, invece, si lega al mondo, lo ama. Tanto. Quel “tanto” rivela un aspetto di Dio che troppe volte dimentichiamo: l’esagerazione dell’amore di Dio per noi. Gesù, continuando, ci ricorda che Dio non vuole giudicare il mondo, ma salvarlo. Se ci credessimo! Se la smettessimo di credere in un Dio pronto a sottolineare, antipatico preside di scolaresca, le nostre incongruenze, per aprirci a quel «ha tanto amato il mondo» che ribalta la prospettiva. È troppo scomodo credere nell’amore, troppo impegnativo. Meglio un Dio lontano da rispettare, a cui poter dire: «Ho fatto ciò che dovevo». Davanti all’amore, chi può dire: «ho fatto a sufficienza»! Sarà l’innalzamento sulla croce il segno della misura dell’amore che Dio ha per noi. La nostra fede consiste nel lasciarci amare da questo Dio che sceglie di compromettersi col mondo, che incarnandosi lo salva, dà una luce del tutto nuova alla nostra umanità. Se Dio trova amabile il mondo, perché noi lo troviamo insopportabile? Non corriamo il rischio di subire la vita? Di vedere la realtà, il lavoro, la scuola, come una specie di punizione? E gli altri, alle volte, non rappresentano forse un ostacolo alla nostra realizzazione? L’amabilità che Dio ha verso il mondo ci spalanca a una dimensione che non sempre vediamo; ci lascia intuire che c’è uno sguardo divino sulle cose che potrebbe suggerirci un nuovo modo di essere, con più simpatia verso gli esseri umani di qualsiasi sorta siano.

 

Ti chiediamo o Dio, Padre di ogni misericordia, di farci amare il mondo, perché le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, specialmente dei poveri, e di tutti coloro che soffrono siano le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di noi, discepoli di Cristo, e perché non ci sia nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel nostro cuore.

III DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 28/02/2018 - 08:00
Liturgia del:  4 marzo 2018

La Parola del giorno: Es 20,1-17; Salmo 18 (19); Cor 1,22-25

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-25) Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto queste cose, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, cedettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Gesù ci conosce in profondità. Egli sa che cosa passa nella nostra mente e che cosa custodisce il nostro cuore. È decisivo che si compia in noi un’opera di purificazione, tale da renderci persone libere e limpide. Non si possono mescolare interessi egoistici, fossero pure di tipo religioso, con una filiale apertura al mistero di Dio. Il tempo di Quaresima è tempo di purificazione e di conversione. L’episodio della “purificazione del tempio” rivela quanto stia a cuore a Gesù l’autenticità della nostra fede e del relativo culto a Dio. Con la sua incarnazione e con la sua Pasqua passiamo dal tempio, fatto da mani d’uomo, alla sua bellissima umanità: è il suo corpo crocifisso e risorto il nuovo e definitivo tempio in cui incontrare Dio e rendergli culto. Gesù dirà alla Samaritana che, al di là di “luoghi sacri”, è ormai indispensabile l’unione con lui, possibile per l’azione dello Spirito Santo, perché Dio va adorato “in Spirito e Verità”. I discepoli comprendono questo dopo la risurrezione di Gesù: è la luce della Pasqua a permettere di penetrare, sotto la guida della Scrittura e della parola stessa di Gesù, nella bellezza e nella profondità del mistero di Cristo. In Gesù Dio manifesta tutta la grandezza salvatrice del suo amore misericordioso. È a motivo di Gesù che ci è dato di salire fino a Dio, condividendo la sua vita e il suo amore. «Nessuno va al Padre se non per mezzo di me». Solo la preghiera «nel nome di Gesù» arriva a Dio ed è da lui gradita ed esaudita. Perciò noi preghiamo sempre «per il nostro Signore Gesù Cristo», per dire che condividiamo con Gesù pensieri, criteri di valutazione, “sentimenti”, per usare un termine paolino. Il tempo di Quaresima è occasione propizia per (ri)centrare la nostra fede e, di conseguenza, la nostra vita e il nostro culto in Gesù, perché, come per San Paolo, anche per noi «vivere è Cristo».

Il terremoto del centro Italia del 2016 ha lasciato ferite ancora aperte e ha abbattuto tanti luoghi di culto, anche di grande valore storico e artistico. Un patrimonio di fede e di cultura è andato distrutto: un’esperienza dolorosa, che ha rischiato e rischia di mettere a terra tante persone e tante comunità. Ti ringraziamo, Signore, per la forza d’animo, che hai trasmesso a quanti hanno continuato ad abitare terre sconvolte dal terribile sisma. La tremenda prova possa essere occasione propizia per ricercare ciò che veramente dona stabilità e sicurezza. Allarga, Signore, i nostri cuori alla fiducia e alla speranza. Riattiva in tutti e in ciascuno un forte senso di responsabilità, perché si costruisca una Chiesa, tuo Corpo, e una società solidali e stabili, luoghi degni di essere abitati per la tua gloria e a vantaggio del bene comune.

II DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 21/02/2018 - 08:00
Liturgia del:  25 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18; Salmo 115 (116); Rm 8,31b-34

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Sei giorni prima della Trasfigurazione, Gesù aveva interrogato i discepoli sulla sua identità. Dopo che Pietro aveva risposto: «Tu sei il Messia, il Cristo, il figlio del Dio vivente!», egli, sconcertando tutti, aveva predetto la passione e la morte. Occorreva un chiarimento. Con la voce che scende dal cielo, Dio proclama: «Questi è il Figlio mio amato. Ascoltatelo». Con la Trasfigurazione, agli apostoli Gesù appare per quello che è: la luce del mondo. Gli apostoli intuiscono che la divinità di Gesù non esclude le difficoltà, le paure e nemmeno la morte: intuiscono che la passione porta alla risurrezione. Così insegna anche a noi a comprendere il mistero della passione e ad interpretare meglio la risurrezione. Per capirla, infatti, è necessario sapere che Colui che patisce e che poi è glorificato non è un uomo qualsiasi, ma il Figlio di Dio, il quale si è incarnato per salvarci. L’esperienza della trasfigurazione è, per i discepoli, un anticipo della risurrezione. Hanno bisogno di questa luce per poter affrontare lo scandalo della passione del Signore e della sua morte in croce. Succederà anche a noi: solo la luce della Pasqua potrà renderci sopportabile il peso della croce. Alla dichiarazione del Padre, Gesù aggiunge: «chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e passa dalla morte alla vita». La parola di Cristo è dunque parola di vita, che ci apre la porta della vita eterna. Le parole del Padre, quindi, non sono dirette solo ai tre discepoli, ma a tutti noi. Tutti noi dobbiamo domandarci: oggi Gesù come ci parla? Attraverso il Vangelo, il Magistero della Chiesa e mediante la nostra coscienza. Ci parla anche nei poveri, depositari dei tesori del Regno. Gesù parla attraverso le pagine del Vangelo e l’insegnamento della Chiesa, cioè il magistero dei successori degli apostoli. Rivolgendosi ad essi Cristo ha detto: «Chi ascolta voi ascolta me!». Allo stesso tempo ogni volta che la coscienza ci rimprovera per qualcosa di male che abbiamo fatto, o ci incoraggia a fare qualcosa di buono, è Gesù che parla, mediante il suo Spirito. La parola di Dio, la Chiesa nei suoi ministri, i poveri e la nostra coscienza ci aiutano a portare la croce nel cammino verso la luce della risurrezione.

O Dio, nostro Padre, donaci l’esperienza viva della tua misericordia; o Gesù, nostro fratello, concedici la gioia della tua dolce amicizia; Spirito Santo Amore, non farci mancare la tua guida sicura, perché accettando nella nostra vita il mistero della croce, possiamo camminare spediti verso la luce della risurrezione ed entrare nella gloria del tuo Regno.

I DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 14/02/2018 - 20:00
Liturgia del:  18 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gen 9,8-15; Salmo 24 (25); 1Pt 3,18-22

Dal Vangelo secondo Marco (1,12-15) In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Gesù, ricolmo di Spirito Santo, è condotto dallo Spirito nel deserto, “passaggio obbligato” per una profonda esperienza di Dio, che Satana tenta di ostacolare. Marco non descrive il contenuto della tentazione, ma permette di intuire la vittoria di Gesù, in pace con le bestie selvatiche, quasi in un clima di “paradiso terrestre” ritrovato, e riconosciuto come loro Signore dagli angeli che si pongono al suo servizio. Con Gesù si ricostruisce l’“Eden iniziale”, come a dire che il disegno sapiente e amoroso di Dio ormai può essere riconosciuto, accolto e realizzato. Gesù è “la nostra pace”, che riapre per tutti gli uomini le porte del cielo, quelle porte che erano state chiuse a motivo della resa dell’uomo alla tentazione di Satana. Pensando di poter fare a meno di Dio, gli uomini si sono preclusi l’accesso alla salvezza, cioè alla pienezza della vita e della felicità. Ora, per mezzo della vittoria di Gesù, siamo messi in grado di superare la tentazione e di ritrovare la via del pieno compimento della nostra umanità. È necessario, pertanto, perseguire, al seguito di Gesù e con la forza che proviene dal suo Spirito, quell’opera di riconciliazione e di pacificazione, che conduce a una vita buona e bella, cominciando da un cuore convertito e rinnovato, reso capace di aprirsi alla luce e alla potenza trasformante del Vangelo. All’inizio della Quaresima, tempo dei quaranta giorni di “deserto”, l’invito alla conversione indica nuovamente e riapre la strada percorsa da Gesù, perché è a lui che siamo chiamati a volgere il nostro cuore e la nostra vita: è lui il Vangelo al quale convertirsi, nel quale credere e a cui affidarci con piena confidenza. Quello che viviamo è tempo favorevole, tempo di grazia, per raggiungere quella armonia interiore, che trova il suo riflesso e la sua conferma in relazioni umane rinnovate e in un rapporto sereno e costruttivo con tutta la realtà creata, cose e animali compresi. Gesù ci svela in maniera del tutto nuova la vicinanza di Dio e del suo progetto di salvezza, cioè il suo Regno: è lui l’umana rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, che permette all’uomo di ritrovare se stesso e ottenere le energie di cui ha bisogno al fine di raggiungere il proprio bene e la felicità fino alla sua pienezza. Non c’è da rimandare o da cercare altrove. Il tempo di Quaresima è occasione propizia per riprendere coscienza della vicinanza di Dio e dell’opera che ha iniziato in noi fin dal battesimo: tempo favorevole per riscoprirci figli e fratelli/sorelle e per vivere di conseguenza.

Signore Gesù, il tuo Spirito ci ha introdotto nell’itinerario penitenziale della Quaresima. Fa’ che la tua Chiesa si lasci oggi rinnovare profondamente alla luce e con la potenza della tua Parola, per essere segno luminoso di speranza per questo nostro mondo, tentato dalla disperazione. Dona a ciascuno di noi la grazia di riprendere chiara e grata consapevolezza del battesimo e delle sue esigenze. Rendici discepoli e apostoli del Vangelo, capaci di spargere semi di fraternità e di armonia in un contesto umano violento e caotico. In te e solo in te, Signore, è la nostra pace.

LE CENERI

Mer, 14/02/2018 - 08:00
Liturgia del:  14 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gl 2,12-18; Salmo 50 (51); 2Cor 5,20-6,2

Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Ovunque uomini e donne che rincorrono i loro obiettivi. Con qualsiasi mezzo. Li vedi affannati in tutti i posti dove ci sia un po’ di gente. A patto di poter fare il loro discorso. Non sai mai capire se puoi fidarti. Se quello che dicono sia quello che pensano. Hanno un secondo fine. O, forse hanno sempre uno stesso scopo: il loro tornaconto. Gesù li chiama ipocriti.
Letteralmente: “coloro che stanno sotto la crisi”, la evitano. Non solo quelli che si mostrano belli, mentre la loro realtà è molto peggiore. Ma soprattutto quelli che non vogliono confrontarsi, mettersi in discussione, crescere. Non sanno mettersi in relazione né con gli altri, né con Dio, né tantomeno con se stessi. È questo il senso, infatti, delle tre opere buone: l’elemosina riguarda il rapporto con gli altri; la preghiera, il rapporto con Dio; il digiuno la relazione con il proprio corpo, con se stessi. A loro interessa solo la scorza. Vogliono solo apparire. Cercare di essere diversi da quello che siamo è una fatica improba e destinata all’insuccesso. Ma è questa la ricompensa che scelgono. Per chi sceglie di seguire Gesù, invece, lo stile è ben diverso. Il dono agli altri è gratuito. La preghiera è interiore e riservata. Le rinunce non sono ostentate, ma serene ed equilibrate. Qual è la nostra ricompensa, qualora volessimo seguire Gesù? Non ci basterebbe certo il paradiso! Noi abbiamo bisogno che la nostra vita, qui ed ora, sia significativa. Piena di senso. Piena di amicizia e di amore. Insomma essere se stessi: è una ricompensa impagabile. Questa ricompensa la ricevi “nella tua camera”. Che significa camera nuziale, dove l’amore dà gioia alla vita. È la stanza interiore dove siamo amati da Dio. Starci ogni tanto ci aiuta ad essere autentici. Liberi di essere fuori quello che siamo dentro.

 

Signore Gesù, iniziamo oggi il cammino quaresimale verso la Pasqua di risurrezione, e tu ci chiedi di cambiare le nostre relazioni con gli altri, con te e con noi stessi. Ma come potremo convertirci con le nostre povere forze, noi peccatori? E come potremo solo iniziare il cammino se tu non ci attiri a te? Ti preghiamo, o Signore, fa’ brillare davanti a noi la luce della tua risurrezione, fa’ nascere e crescere dentro ciascuno di noi il desiderio della vita nuova che ci doni, perché non ci stanchiamo nella fatica e non ci scoraggiamo nel peccato ma camminiamo sempre con lo sguardo rivolto a te.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARO

Mer, 07/02/2018 - 07:00
Liturgia del:  11 febbraio 2018

La Parola del giorno: Lv 13,1-2.45-46; Salmo 31 (32); 1Cor 10,31-11,1

Dal Vangelo secondo Marco (1,40-45) In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

L’episodio che viene presentato in questo brano, senza indicazione di luogo e di tempo, serve all’evangelista Marco per dimostrare che Gesù è venuto ad abolire tutte le frontiere, non solo quelle materiali, ma anche e, soprattutto, quelle culturali e religiose che dividono gli uomini. Al contrario della legge di Mosè, che anziché aiutare i malati di lebbra, si difendeva da loro isolandoli ed escludendoli dalla comunità, Gesù si commuove, stende la mano, tocca il malato e lo guarisce. Esprime così, con il contatto umano, una solidarietà che va oltre la semplice compassione. Gesù supera la legge di Mosè con la misericordia che esprime vicinanza, perdono e rinascita, guarigione e reinserimento nella comunità. Anche a noi, malati di solitudine, colpa, vergogna, e altro ancora, oggi ripete: «Lo voglio, sii guarito», torna a vivere, riprendi la tua strada. Non dice solo parole, ma compie un gesto che esprime il contatto umano e partecipa profondamente al dolore. La sua missione, come sarà chiaro alla fine del Vangelo, sarà proprio quella di assumere su di sé il dolore, la colpa, ogni chiusura egoistica, per interrompere la catena della violenza e trasformarla in amore gratuito. Ma c’è una parte essenziale nel brano evangelico che va attentamente considerata. Quel lebbroso va da Gesù, si getta in ginocchio, grida il suo bisogno e il suo desiderio di guarigione, ha fiducia in Gesù. Nella nostra cultura si tenta di dire che è sbagliato riconoscere i propri peccati, i propri limiti perché tutto dipenderebbe dalla nostra educazione o dai condizionamenti dell’ambiente in cui viviamo. Invece abbiamo bisogno più che mai di riconoscerci per quello che siamo, cioè peccatori, con i nostri limiti, le nostre incoerenze, ma desiderosi di guarire, di essere nell’armonia e nella pace. Non sempre, tuttavia, questo riconoscimento basta per essere pienamente in comunione con Dio e con gli altri. Gesù ha detto al lebbroso e lo ripete a noi oggi: «Va’ e presentati al sacerdote»; va’ da colui che ha il potere di riconciliarti pienamente perché ministro di Dio e della Chiesa. Il sacramento della riconciliazione e del perdono non perdona solo i nostri peccati, ridonandoci la pace e riaprendo il nostro dialogo con Dio, ma ci rende anche annunciatori della misericordia di Dio che abbiamo sperimentato. Quello, il lebbroso guarito, «allontanandosi, cominciò a proclamare e divulgare la parola».

 

Signore Gesù, tu sei sempre pronto ad aiutarci e hai pazienza con noi; ti metti ogni momento accanto a noi e ci prendi per mano. Non ti scoraggi per quello che siamo; non ci abbandoni quando decidiamo di allontanarci da te; non desideri che viviamo nei nostri mali. Metti nel nostro cuore e nella nostra volontà la forza di inginocchiarci davanti ai tuoi ministri ed esprimere, con umiltà, il nostro desiderio di conversione. E rendici così annunciatori del tuo amore e della tua misericordia. Amen.