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Aggiornato: 2 ore 29 min fa

I DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 14/02/2018 - 20:00
Liturgia del:  18 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gen 9,8-15; Salmo 24 (25); 1Pt 3,18-22

Dal Vangelo secondo Marco (1,12-15) In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Gesù, ricolmo di Spirito Santo, è condotto dallo Spirito nel deserto, “passaggio obbligato” per una profonda esperienza di Dio, che Satana tenta di ostacolare. Marco non descrive il contenuto della tentazione, ma permette di intuire la vittoria di Gesù, in pace con le bestie selvatiche, quasi in un clima di “paradiso terrestre” ritrovato, e riconosciuto come loro Signore dagli angeli che si pongono al suo servizio. Con Gesù si ricostruisce l’“Eden iniziale”, come a dire che il disegno sapiente e amoroso di Dio ormai può essere riconosciuto, accolto e realizzato. Gesù è “la nostra pace”, che riapre per tutti gli uomini le porte del cielo, quelle porte che erano state chiuse a motivo della resa dell’uomo alla tentazione di Satana. Pensando di poter fare a meno di Dio, gli uomini si sono preclusi l’accesso alla salvezza, cioè alla pienezza della vita e della felicità. Ora, per mezzo della vittoria di Gesù, siamo messi in grado di superare la tentazione e di ritrovare la via del pieno compimento della nostra umanità. È necessario, pertanto, perseguire, al seguito di Gesù e con la forza che proviene dal suo Spirito, quell’opera di riconciliazione e di pacificazione, che conduce a una vita buona e bella, cominciando da un cuore convertito e rinnovato, reso capace di aprirsi alla luce e alla potenza trasformante del Vangelo. All’inizio della Quaresima, tempo dei quaranta giorni di “deserto”, l’invito alla conversione indica nuovamente e riapre la strada percorsa da Gesù, perché è a lui che siamo chiamati a volgere il nostro cuore e la nostra vita: è lui il Vangelo al quale convertirsi, nel quale credere e a cui affidarci con piena confidenza. Quello che viviamo è tempo favorevole, tempo di grazia, per raggiungere quella armonia interiore, che trova il suo riflesso e la sua conferma in relazioni umane rinnovate e in un rapporto sereno e costruttivo con tutta la realtà creata, cose e animali compresi. Gesù ci svela in maniera del tutto nuova la vicinanza di Dio e del suo progetto di salvezza, cioè il suo Regno: è lui l’umana rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, che permette all’uomo di ritrovare se stesso e ottenere le energie di cui ha bisogno al fine di raggiungere il proprio bene e la felicità fino alla sua pienezza. Non c’è da rimandare o da cercare altrove. Il tempo di Quaresima è occasione propizia per riprendere coscienza della vicinanza di Dio e dell’opera che ha iniziato in noi fin dal battesimo: tempo favorevole per riscoprirci figli e fratelli/sorelle e per vivere di conseguenza.

Signore Gesù, il tuo Spirito ci ha introdotto nell’itinerario penitenziale della Quaresima. Fa’ che la tua Chiesa si lasci oggi rinnovare profondamente alla luce e con la potenza della tua Parola, per essere segno luminoso di speranza per questo nostro mondo, tentato dalla disperazione. Dona a ciascuno di noi la grazia di riprendere chiara e grata consapevolezza del battesimo e delle sue esigenze. Rendici discepoli e apostoli del Vangelo, capaci di spargere semi di fraternità e di armonia in un contesto umano violento e caotico. In te e solo in te, Signore, è la nostra pace.

LE CENERI

Mer, 14/02/2018 - 08:00
Liturgia del:  14 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gl 2,12-18; Salmo 50 (51); 2Cor 5,20-6,2

Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Ovunque uomini e donne che rincorrono i loro obiettivi. Con qualsiasi mezzo. Li vedi affannati in tutti i posti dove ci sia un po’ di gente. A patto di poter fare il loro discorso. Non sai mai capire se puoi fidarti. Se quello che dicono sia quello che pensano. Hanno un secondo fine. O, forse hanno sempre uno stesso scopo: il loro tornaconto. Gesù li chiama ipocriti.
Letteralmente: “coloro che stanno sotto la crisi”, la evitano. Non solo quelli che si mostrano belli, mentre la loro realtà è molto peggiore. Ma soprattutto quelli che non vogliono confrontarsi, mettersi in discussione, crescere. Non sanno mettersi in relazione né con gli altri, né con Dio, né tantomeno con se stessi. È questo il senso, infatti, delle tre opere buone: l’elemosina riguarda il rapporto con gli altri; la preghiera, il rapporto con Dio; il digiuno la relazione con il proprio corpo, con se stessi. A loro interessa solo la scorza. Vogliono solo apparire. Cercare di essere diversi da quello che siamo è una fatica improba e destinata all’insuccesso. Ma è questa la ricompensa che scelgono. Per chi sceglie di seguire Gesù, invece, lo stile è ben diverso. Il dono agli altri è gratuito. La preghiera è interiore e riservata. Le rinunce non sono ostentate, ma serene ed equilibrate. Qual è la nostra ricompensa, qualora volessimo seguire Gesù? Non ci basterebbe certo il paradiso! Noi abbiamo bisogno che la nostra vita, qui ed ora, sia significativa. Piena di senso. Piena di amicizia e di amore. Insomma essere se stessi: è una ricompensa impagabile. Questa ricompensa la ricevi “nella tua camera”. Che significa camera nuziale, dove l’amore dà gioia alla vita. È la stanza interiore dove siamo amati da Dio. Starci ogni tanto ci aiuta ad essere autentici. Liberi di essere fuori quello che siamo dentro.

 

Signore Gesù, iniziamo oggi il cammino quaresimale verso la Pasqua di risurrezione, e tu ci chiedi di cambiare le nostre relazioni con gli altri, con te e con noi stessi. Ma come potremo convertirci con le nostre povere forze, noi peccatori? E come potremo solo iniziare il cammino se tu non ci attiri a te? Ti preghiamo, o Signore, fa’ brillare davanti a noi la luce della tua risurrezione, fa’ nascere e crescere dentro ciascuno di noi il desiderio della vita nuova che ci doni, perché non ci stanchiamo nella fatica e non ci scoraggiamo nel peccato ma camminiamo sempre con lo sguardo rivolto a te.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARO

Mer, 07/02/2018 - 07:00
Liturgia del:  11 febbraio 2018

La Parola del giorno: Lv 13,1-2.45-46; Salmo 31 (32); 1Cor 10,31-11,1

Dal Vangelo secondo Marco (1,40-45) In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

L’episodio che viene presentato in questo brano, senza indicazione di luogo e di tempo, serve all’evangelista Marco per dimostrare che Gesù è venuto ad abolire tutte le frontiere, non solo quelle materiali, ma anche e, soprattutto, quelle culturali e religiose che dividono gli uomini. Al contrario della legge di Mosè, che anziché aiutare i malati di lebbra, si difendeva da loro isolandoli ed escludendoli dalla comunità, Gesù si commuove, stende la mano, tocca il malato e lo guarisce. Esprime così, con il contatto umano, una solidarietà che va oltre la semplice compassione. Gesù supera la legge di Mosè con la misericordia che esprime vicinanza, perdono e rinascita, guarigione e reinserimento nella comunità. Anche a noi, malati di solitudine, colpa, vergogna, e altro ancora, oggi ripete: «Lo voglio, sii guarito», torna a vivere, riprendi la tua strada. Non dice solo parole, ma compie un gesto che esprime il contatto umano e partecipa profondamente al dolore. La sua missione, come sarà chiaro alla fine del Vangelo, sarà proprio quella di assumere su di sé il dolore, la colpa, ogni chiusura egoistica, per interrompere la catena della violenza e trasformarla in amore gratuito. Ma c’è una parte essenziale nel brano evangelico che va attentamente considerata. Quel lebbroso va da Gesù, si getta in ginocchio, grida il suo bisogno e il suo desiderio di guarigione, ha fiducia in Gesù. Nella nostra cultura si tenta di dire che è sbagliato riconoscere i propri peccati, i propri limiti perché tutto dipenderebbe dalla nostra educazione o dai condizionamenti dell’ambiente in cui viviamo. Invece abbiamo bisogno più che mai di riconoscerci per quello che siamo, cioè peccatori, con i nostri limiti, le nostre incoerenze, ma desiderosi di guarire, di essere nell’armonia e nella pace. Non sempre, tuttavia, questo riconoscimento basta per essere pienamente in comunione con Dio e con gli altri. Gesù ha detto al lebbroso e lo ripete a noi oggi: «Va’ e presentati al sacerdote»; va’ da colui che ha il potere di riconciliarti pienamente perché ministro di Dio e della Chiesa. Il sacramento della riconciliazione e del perdono non perdona solo i nostri peccati, ridonandoci la pace e riaprendo il nostro dialogo con Dio, ma ci rende anche annunciatori della misericordia di Dio che abbiamo sperimentato. Quello, il lebbroso guarito, «allontanandosi, cominciò a proclamare e divulgare la parola».

 

Signore Gesù, tu sei sempre pronto ad aiutarci e hai pazienza con noi; ti metti ogni momento accanto a noi e ci prendi per mano. Non ti scoraggi per quello che siamo; non ci abbandoni quando decidiamo di allontanarci da te; non desideri che viviamo nei nostri mali. Metti nel nostro cuore e nella nostra volontà la forza di inginocchiarci davanti ai tuoi ministri ed esprimere, con umiltà, il nostro desiderio di conversione. E rendici così annunciatori del tuo amore e della tua misericordia. Amen.

 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 31/01/2018 - 07:00
Liturgia del:  4 febbraio 2018

La Parola del giorno: Gb 7,1-4.6-7; Salmo 146 (147); 1Cor 9,16-19.22-23

Dal Vangelo secondo Marco (1,29-39) In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

L’evangelista Marco tende a organizzare lo spazio e il tempo della vita e della missione di Gesù. Così ci presenta una giornata tipo del suo ministero in Galilea. Inizia alla mattina nella sinagoga come luogo di preghiera pubblica; entra nella casa di Simone, luogo della vita quotidiana e privata; incontra la gente nello spazio della vita pubblica (davanti alla porta). Una giornata, quindi, che si apre con la preghiera pubblica, si snoda attraverso l’insegnamento e le opere e si chiude con la preghiera solitaria e personale. L’azione di Gesù interessa l’essere umano nella sua totalità. La sua azione non si ferma alla pura sfera del religioso, ma investe la sfera dell’amicizia e spinge a incontrare la folla che gli presenta i suoi bisogni e le sue difficoltà. Stare insieme con gli amici e immergersi tra la folla; attenzione alla miseria umana, ma anche attenzione a Dio. Nella preghiera Gesù continua la sua missione e il suo servizio perché presenta e porta al Padre le necessità e i bisogni di tutti. La solitudine e la preghiera completano il quadro del suo mistero, fanno parte della sua attività, rientrano nell’agenda dei suoi impegni. La preghiera per Gesù e per ognuno di noi, diventa sorgente dell’attività, sosta ma anche punto di partenza; avvalora e dà senso alla nostra ricerca di Gesù. Abbiamo bisogno, soprattutto oggi, di rinnovare la nostra autentica, personale e comunitaria ricerca del volto di amore, di misericordia, di perdono, di solidarietà di Gesù perché la nostra fede sia autentica testimonianza, annuncio della speranza, gioia per la nostra sequela. Un uomo che prega scopre nuovi orizzonti, nuove vie ed è spinto ad andare oltre, a uscire da se stesso per incontrare Dio e gli altri. La vita non può essere vissuta in tutte le direzioni; occorre compiere delle scelte autentiche di fede che nascono dal nostro battesimo. Ma possiamo incontrare e trovare Gesù e compiere la volontà del Padre solo con la preghiera per avere da lui la forza per essere più attenti e solidali nei confronti degli altri, soprattutto di quelli che soffrono.

 

Alla fine di questa giornata, ci rivolgiamo a te, Signore Gesù. Fa’ che la nostra nostalgia di te, la nostra sincera ricerca umana, la nostra speranza di incontrarti, non siano semplici aspirazioni, ma diventino concreta realtà, scelte quotidiane, sane abitudini. Fa’ che guardando a noi, gli altri scoprano almeno qualche riflesso del tuo volto misterioso e irradiante e, nella sua luce, giungano all’amore del Padre. Amen.

 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 24/01/2018 - 07:00
Liturgia del:  28 gennaio 2018

La Parola del giorno: Dt 18,15-20; Salmo 94 (95); 1Cor 7,32-35

Dal Vangelo secondo Marco (1,21-28) In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Gesù, dopo il battesimo e le tentazioni, comincia la sua predicazione in Galilea, chiama i primi quatto discepoli e insieme con loro si reca a Cafarnao, sulle sponde del lago di Tiberiade, città importante sul transito verso la Siria. È giorno di sabato, entra nella Sinagoga, comincia a insegnare «come uno che ha autorità», scatenando le prime tensioni proprio perché si rivela guaritore e maestro. Nel giorno di sabato, il servizio nella sinagoga comprendeva preghiere, lettura della Scrittura e insegnamento svolto da chiunque, invitato, avesse una sufficiente preparazione. Il brano sembra incentrato tutto sul racconto dell’esorcismo descritto secondo uno schema preciso: incontro tra Gesù e l’ossesso, esorcismo, impressione sugli astanti. Marco fa in modo che risulti chiaro che lo stupore non è causato soltanto dal miracolo, ma dal fatto che viene dopo l’insegnamento definito autorevole per contrapposizione a quello degli scribi. Questi, al tempo dei fatti, sono i maestri e interpreti della legge che era spiegata mediante il riferimento alla Scrittura e ai maestri giudei. L’insegnamento di Gesù appare, invece, diretto, fondato sulla sua autorità personale riconosciuta dallo stesso “posseduto”; il quale non è tale a causa di impurità rituale, ma di una forza esterna diretta da Satana che per bocca dell’uomo reclama i suoi diritti: “che c’entri con noi?”. Ed è proprio lo spirito immondo ad ammettere e confessare la vera identità di Gesù: egli è sì il Nazareno, ma prima di tutto il “santo di Dio” venuto a inaugurare il Regno di Dio cui segue la fine del potere dei demoni («Sei venuto a rovinarci!»). A questo punto, come al vertice di una scena dialettica e senza bisogno di gesti particolari, la “parola” compie il miracolo. La meraviglia degli astanti non è altro che una nota di carattere numinoso, una dottrina nuova insegnata con autorità, che determina la diffusione della fama di Gesù. Come Gesù, che mette sempre insieme insegnamento e guarigioni, parole e fatti, anche noi siamo invitati a non separare la fede dalla vita. Alle parole seguano sempre dei gesti concreti. E completiamo ogni nostra attività con la riflessione e la preghiera che danno il senso a tutto il nostro indaffararci.

 

Quando mi chiami, o Signore mio Dio, vorrei sempre rispondere “io vengo”, desidero seguirti, ma la mia debolezza impedisce alla volontà di mettere le ali. Ecco allora: io mi metto dinanzi a te povero e nudo. Ristora la mia fame; riscalda la mia freddezza, rischiara la mia cecità perché io possa vederti; e non permettere che io mi perda.

 

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 17/01/2018 - 07:00
Liturgia del:  21 gennaio 2018

La Parola del giorno: Gn 3,1-5.10; Salmo 24 (25); 1Cor 7,29-31

Dal Vangelo secondo Marco (1,14-20) Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Giovanni Battista, il precursore, ha portato a compimento la sua missione, ha preparato la via del Signore, ed ora ha inizio l’attività pubblica di Gesù, che parte da Cafarnao, in Galilea. Temi essenziali della predicazione di Gesù, su cui si sofferma l’attenzione dell’evangelista Marco, sono la conversione e la fede nel Vangelo. Gesù chiama a convertirsi, cioè a cambiare il proprio percorso di vita, a orientarsi seguendo e vivendo il Vangelo, a muovere i propri passi verso il vero bene che porta alla salvezza eterna. Il Regno di Dio si è fatto vicino, è arrivata l’ora messianica: «È... giunto tra noi» (Mt 12,28), è «in mezzo a voi» (Lc 17,21). Seguirlo coinvolge tutta la vita, non è una scelta solitaria e individuale: credere porta a un’apertura verso gli altri, in un cammino di fede, di condivisione delle proprie certezze, di aiuto a superare i dubbi e le difficoltà. È Gesù stesso che chiama: con semplicità, ma con decisione. Simone, Andrea, Giovanni e Giacomo, hanno già avuto modo di conoscere Gesù, come si deduce dalla narrazione degli altri evangelisti (Gv 1,39; Lc 5,1-11). Secondo il racconto di Marco, tutto sembra più immediato: essi stanno lavorando in mare perché sono pescatori. Gesù li nota e li invita a seguirlo. Essi, con una decisione immediata, lasciano tutto (affetti, responsabilità, lavoro) lo seguono e formano con lui una comunità. Gesù è chiaro: con un mutamento radicale della vita ora saranno pescatori di uomini. L’invito a seguire Gesù è coronato da questa prospettiva: si rimane pescatori, ma si cambia oggetto della raccolta. L’espressione viene notevolmente illuminata se accostata alle parole di Luca che in italiano sono tradotte allo stesso modo, ma che hanno un significato più ricco: «Prenderete uomini perché abbiano (o “riabbiano”) la vita» (Lc 5,10). Anche «rianimerete uomini». Reti, mare, barca, padre, garzoni, sono le cose a cui fa riferimento la domanda di Gesù in Gv 21,15: «Mi ami tu più di queste cose?». Al discepolo che diventa apostolo è chiesto un amore per Gesù più grande di quello per le cose. Si potrà “rianimare uomini perché vivano” solo se si attinge alla fonte della vita: Gesù è la vita. Così è chiaro perché «Gesù ne costituì dodici che stessero con lui ed anche per mandarli a predicare e a scacciare i Demoni» (Mc 3,13-19). Si tratta di fare due cose: stare con Gesù e andare in missione. «Discepoli missionari», dice papa Francesco.

 

Gesù, parlaci, ti prego: noi siamo pronti ad ascoltarti. Entra nei nostri cuori, rianima la nostra vita stanca: quando uscendo alla mattina salutiamo i nostri cari, quando rientriamo alla sera e non abbiamo voglia di parlare. Aiutaci a diventare tuoi discepoli nella quotidianità della nostra vita, poiché abbiamo sperimentato cosa sia la gioia del Vangelo. Fa’ che la tua presenza sia come sangue nuovo che circola nelle vene e ci porta vita nuova.

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/01/2018 - 07:00
Liturgia del:  14 gennaio 2018

La Parola del giorno: 1Sam 3,3b-10.19; Salmo 39 (40); 1Cor 6,13c-15a.17-20

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,35-42) In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Giovanni Battista indica in Gesù l’Agnello di Dio, a due dei suoi discepoli; Gesù incontra i due e dialoga con loro, invitandoli non a una conoscenza teorica, ma a una esperienze diretta: «Venite e vedrete». I discepoli del Battista quel giorno restano insieme a Gesù e in seguito, uno di loro, Andrea, va da suo fratello Pietro per condurre anche lui da Gesù. Vi sono nel racconto – potremmo dire – varie “traduzioni” o mediazioni per l’incontro con Gesù: Giovanni è il mediatore per i suoi due discepoli, Andrea per Pietro; infine l’Evangelista per noi lettori. Questa catena virtuosa ci permette di comprendere che noi non arriviamo veramente al Signore senza chi ci trasmette e “traduce” qualcosa; la fede cristiana passa grazie al prezioso servizio, al ministero di qualcuno: per arrivare al Signore abbiamo bisogno di “ponti”; non c’è un incontro diretto, verticale, unico, esclusivo con un Dio tutto e solo mio! Abbiamo bisogno degli altri per incontrare il Signore, del loro aiuto e servizio. Abbiamo bisogno di vivere concretamente la Chiesa, di un sacerdote per i sacramenti, di un padre, di una madre, di fratelli e sorelle, anche nella fede; di chi si fa nostro compagno di viaggio. Non siamo isolati, ognuno per conto proprio: per incontrare il Signore c’è bisogno del prossimo; il cristiano non è per definizione un individualista, ma sa di dover chiedere aiuto agli altri e di farsi, a sua volta, prossimo per i fratelli; non ci si salva da soli, ma vivendo la comunione con gli altri, che si fanno nostri “traduttori”, a volte anche scomodi! È la nostra esperienza che ce lo dice. Facciamo dei concreti passi di crescita e formazione personale quando ci impegniamo in relazioni stabili con qualcun altro. Lo sposo, con il quale mi sono impegnata “per sempre”, mi sostiene, ma anche mi limita. L’amico sincero è il solo che sa dirmi in faccia la verità che non vorrei sentire. Il collaboratore stretto con il suo modo diverso di lavorare mette alla prova il mio perfezionismo. Nel gruppo ecclesiale scopro ogni volta quanto il Signore è presente nella vita dei miei fratelli e delle mie sorelle nella fede. Sono loro che ci portano a Cristo.

 

Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per narrare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre a sé gli uomini. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora; siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole.

(Da una poesia-preghiera del XIV secolo)

 

BATTESIMO DEL SIGNORE

Sab, 06/01/2018 - 19:00
Liturgia del:  7 gennaio 2018

La Parola del giorno: Is 55,1-11; Cant. Is 12,1-6; 1Gv 5,1-9

Dal Vangelo secondo Marco (1,7-11) In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

«Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). Non si è mai udita una dichiarazione d’amore così ricca di stima, proferita da un padre nei riguardi del proprio figlio! Eppure ci meraviglia tantissimo un’espressione follemente umana posta dall’evangelista Marco sulle labbra del Padre verso il Figlio unigenito, Gesù. Non possiamo che riconoscerci tutti, in quanto figli, in questo sguardo del Padre che si compiace nel Figlio. È pur sempre lo sguardo di un padre che, carico di tenerissima fierezza, riporta ogni figlio al tempo in cui da bambino percepiva l’amore paterno che accompagnava la quotidiana crescita dell’uomo che doveva poi divenire. Cosa si nascondeva nell’intreccio di quegli sguardi! Quanto amore si veicolava per invogliare ad essere responsabile e custode del dono della vita nella società civile, nell’esperienza professionale, nel servizio ecclesiale! Non si può dimenticare che, proprio mentre si giocava a scoprire la vita con l’entusiasmo dei primi passi, l’amore che si compiaceva sempre più della crescita dei figli si perdeva nell’oceano di domande e di sogni sul futuro “buono” di un’esistenza proiettata verso un domani dai contorni poco chiari. Quando un figlio viene alla luce del mondo, trasporta con sé un carico innumerevole di promesse, di progetti e di superlative avventure tese tutte a una piena e felice realizzazione. Tutto è affidato non a un futuro illusorio, ma alla carica progettuale di un divino disegno nascosto nel nome che ogni genitore con sano orgoglio pronuncia per il proprio figlio nel giorno del battesimo. Un nome scelto e voluto per racchiudere una progettualità esistenziale, che solo il Padre conosce per ogni figlio “immerso” nel Figlio. Ogni genitore, lungo la storia, si identifica nell’immagine e nella somiglianza di quel Padre modello e sorgente di ogni genitorialità. Nell’amore che il genitore nutre per il figlio si conosce e si manifesta l’amore compiacente del Padre. Ogni figlio, così inserito in questo circuito amoroso, diviene nella vicenda storica “figlio amato”, per affratellare l’umanità sgretolata nell’isolamento e per condurre ogni sguardo smarrito sotto l’unico sguardo ristabilizzante del Padre. Vivere da figli di un Padre misericordioso, accoglierci come fratelli e sorelle: è questo il senso semplice del nostro battesimo. Amati e perdonati, siamo chiamati a fare del nostro meglio per lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

 

Nei secoli della grazia e dell’attesa ti sei rivelato, o Dio, come il Vivente, il Santo, il Creatore e il Signore, che tra gli uomini guida in segreto la storia e chiama ognuno secondo il suo consiglio. Ma il segreto del cuore della tua vita è rimasto nascosto. Solo «quando il tempo si compì» (Gal 4,4) lo hai fatto spuntare ai nostri occhi come raggiante ascesa della conoscenza della tua gloria nella figura di Gesù Cristo. Tu ci hai rivelato te stesso e io credo alla tua parola. Fa’ che non dimentichi mai l’annunzio che di là ci è venuto!

(Romano Guardini)

 

EPIFANIA DEL SIGNORE

Mer, 03/01/2018 - 07:00
Liturgia del:  6 gennaio 2018

La Parola del giorno: Is 60,1-6; Salmo 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6

Dal Vangelo secondo Matteo (2,1-12) Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

I Magi, figure di sapienti e re orientali, sono attratti da colui che è annunciato dalla stella come re di tutte le genti: uomini della ricerca, uomini del cammino. Disposti a lasciare tutto, ad affrontare qualunque difficoltà, pur di seguire l’astro: «Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima». Eppure non hanno alcuna certezza. Nel corso del cammino intrapreso hanno dovuto chiedere continuamente, cercare, indagare, leggere i segni del cielo inviati loro da Dio. Hanno dovuto stare all’erta, fiutare l’inganno di Erode, usare intelligenza e scaltrezza per assecondare comunque l’opera di Dio e per poter godere finalmente della visione del bambino: «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». Il cammino dei Magi descrive il cammino della fede che ciascuno di noi fa dentro la Chiesa: i doni di Dio per ciascuno di noi, la Parola che ci illumina la strada, i sacramenti nei quali riconosciamo il Signore, la testimonianza delle persone. È nei fatti concreti della vita, compresi alla luce della Scrittura, infatti, che ciascuno di noi può vedere la stella da seguire. La stella è la chiamata di Dio, la nostra vocazione. In questo cammino impariamo a cogliere la presenza del Signore nei momenti belli come in quelli dolorosi. Non dobbiamo stupircene, dice Carlo Borromeo, poiché Dio, nella sua sapienza infinita, trae il bene anche dal male. La vita cristiana è un continuo atto di riconoscimento della presenza di Dio nell’esperienza di ogni giorno. Mettiamoci dunque in cammino anche noi, con coraggio, disposti ad aprire lo scrigno del nostro cuore e a consegnare il dono della nostra vita nelle mani del bambino. Solo in quelle mani tutto sarà conservato e potrà dare il suo frutto migliore.

Una stella rivela la vera luce, indica la strada della salvezza. Sostienici, Signore, nel cammino di conversione! Rallegriamoci perché Dio, nella sua misericordia, veglia sul nostro andare verso il Cristo, il Re Salvatore.

 

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Dom, 31/12/2017 - 19:00
Liturgia del:  1 gennaio 2018

La Parola del giorno: Nm 6,22-27; Salmo 66 (67); Gal 4,4-7

Dal Vangelo secondo Luca (2,16-21) In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

La scena è semplice ed essenziale: Maria, Giuseppe, Gesù e alcuni pastori. Poi i messaggeri che aiutano a interpretare l’evento. Non c’è la stella, non ci sono i Magi, sapienti orientali, a dare un tono di avvenimento universale, importante e atteso. Non c’è il presepe con il giorno e la notte, con l’acqua e la neve, il fornaio e la massaia, rappresentazione del nostro desiderio di eliminare il paradosso del Natale, per pacificare tutti nei buoni sentimenti. Dio scende nella storia degli uomini: “La Parola si è fatta storia”, carne fatta di vissuti, desideri, contraddizioni. In questa storia Dio entra come piccolo, povero, emigrato, emarginato. Non sembrano le premesse per un futuro di successo. Gesù vive ciò che dirà: «Ti ringrazio, Padre, poiché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno dei cieli». Non si impone, ma si propone alla libertà. Il Natale è l’annuncio dell’intervento di Dio nella storia a favore dei poveri e dei piccoli, è la realizzazione della promessa antica in Gesù di Nazaret: l’uomo è pensato per ospitare Dio. Questa è la salvezza. Dio interviene continuamente a favore dei poveri nella Bibbia. È un annuncio per l’oggi di ogni tempo: oggi Dio viene! E questo incontro fa sgorgare, profonda, traboccante, la gioia. Dove e come viene Dio, oggi, a liberare e salvare la mia vita? La gioia non nasce dall’evasione (divertimento, successo), ma dall’aver scoperto il tesoro e la perla preziosa per la mia vita, per la quale sono disposto a perdere tutto. E tutto assume il suo giusto valore, relativo rispetto ad essa. Attorno ad essa unifico la mia vita. La gioia nasce dall’incontro liberatore con un Altro. Il segno del Dio che viene è un bambino in una mangiatoia. Il paradosso della salvezza nella piccolezza e nella povertà contesta la salvezza cercata nel potere e nella ricchezza. La povertà è la virtù di chi è ricco, tanto da essere libero dalle ricchezze. La povertà è crescita in umanità, poiché mi stimo tanto ricco che vivo di essenzialità per mettere il mio cuore nella vera ricchezza. “Andiamo a vedere”: i pastori muovono i passi per vedere il bambino della mangiatoia e ascoltare le parole che si dicono di lui. La testimonianza è sempre fatta di parole e fatti. È il “compito” che ci è affidato: andare a vedere i segni della piccolezza e della povertà dove nasce il Salvatore; andare ad ascoltare la Parola che annuncia e ci fa incontrare Dio nel paradosso, nello scandalo della piccolezza. Essa ci dirà che non siamo soli e senza senso nella storia: Dio nasce oggi!

Maria che porti il fuoco della carità! Maria che porgi la misericordia, Maria che hai fatto germogliare il frutto, Maria che hai ricomprato l’umana generazione, poiché hai portato in te il Verbo per mezzo del quale è stato ricomprato il mondo: Cristo lo ha ricomprato con la sua passione e tu con il dolore del corpo e della mente. Maria mare pacifico, Maria donatrice di pace, Maria terra fruttifera. Tu, Maria, sei quella nuova pianta dalla quale abbiamo ricevuto il fiore profumato dell’unigenito Figlio di Dio, perché in te, terra fruttifera, questo Verbo fu seminato. Tu sei la terra e la pianta. Maria carro di fuoco, tu hai portato il fuoco nascosto e velato sotto la cenere della tua umanità.

(Santa Caterina da Siena, Orazione XI , scritta il 25 marzo 1379)

 

SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

Mer, 27/12/2017 - 07:00
Liturgia del:  31 dicembre 2017

La Parola del giorno: Gn 15,1-6;21,1-3; Salmo 104 (105); Eb 11,8.11-12.17-19

Dal Vangelo secondo Luca (2,22.39-40) Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

La domenica dopo il Natale si celebra la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Ogni presepe mostra Gesù insieme con la Madonna e san Giuseppe nella grotta di Betlemme. Dio ha voluto nascere in una famiglia umana, ha voluto avere una madre e un padre. Il brano del Vangelo lucano è esempio superbo di come la Sacra Famiglia si abbandoni a Dio rispettosa delle leggi e delle norme morali e religiose che fanno da cornice vincolante alla sua esistenza come a quella delle famiglie del suo tempo e del nostro tempo. Il gesto che Maria e Giuseppe compiono nel “presentare” il loro primogenito al tempio non è un gesto soltanto simbolico, ma esprime un’idea chiara: il loro bambino appartiene a Dio. Ciò esprime il principio di sacralità della vita su cui ogni cristiano deve riflettere: “ogni figlio è un dono”. Spesso siamo abituati a pensare che la famiglia nasce per nostra volontà e non riflettiamo sul fatto che essa nasce per la sua chiamata, secondo il suo “progetto di Dio“ su di noi. Per comprendere pienamente questo, è necessario riscoprire lo Spirito Santo, come colui che ci guida e ci dà la forza per aderire al piano di Dio. Se vogliamo conoscere la volontà del Signore, non possiamo non ricorrere alla luce dello Spirito: è Lui che abita in noi e ci introduce ai segreti di Dio. La povertà è un altro aspetto vissuto dalla Sacra Famiglia. Il nostro sguardo si lascia attirare anche dalla semplicità della vita che essa conduce a Nazaret. È un esempio che fa bene alle nostre famiglie, le aiuta a diventare sempre più comunità di amore e di riconciliazione, in cui si sperimenta la tenerezza, l’aiuto vicendevole, il perdono reciproco, dando alle cose il giusto valore senza lasciarsi abbagliare da falsi traguardi. Papa Francesco indica tre parole-chiave per vivere la pace e la gioia in famiglia: «permesso, grazie, scusa». E prosegue: «Vorrei anche incoraggiare le famiglie a prendere coscienza dell’importanza che esse hanno nella Chiesa e nella società. L’annuncio del Vangelo, infatti, passa anzitutto attraverso le famiglie, per poi raggiungere i diversi ambiti della vita quotidiana». Oggi, in un clima sociale che tende a relativizzare ogni punto di riferimento, la Sacra Famiglia diventa ed è “modello” per le nostre famiglie. Un modello talmente semplice e lineare che sembra paradossale se confrontata con i modelli di famiglia “allargata” o mobile o temporanea sempre più diffusi. Dove sta il comune denominatore tra la Sacra Famiglia e quella che dovrebbe essere la famiglia di oggi? Semplicemente nella capacità di “credere, amare, rispettare” la famiglia per ciò che rappresenta nella società: la pietra angolare che rende solido l’edificio chiamato umanità.

 

Famiglia di Nazaret, modello di santità per ogni famiglia, Famiglia di Nazaret, icona della Trinità, sul tuo esempio aiutaci a vivere l’uno per l’altro, insegnaci la logica della comunione, ispiraci alla pace, alla convivialità delle differenze, educaci a sperimentare il senso semplice delle cose, della vita, della morte, del dolore, della gioia, del lavoro. Amen.

 

NATALE DEL SIGNORE

Dom, 24/12/2017 - 19:00
Liturgia del:  25 dicembre 2017

La Parola del giorno: Is 52,7-10; Salmo 97 (98); Eb 1,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-5.9-14) In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Il prologo di Giovanni introduce tutto il Vangelo e ne sintetizza il contenuto. È un brano di incredibile bellezza e profondità, che motiva l’attribuzione al quarto evangelista dell’immagine e del simbolo dell’aquila, che vola alto e può fissare la luce del sole. Giovanni gioca sul contrasto luce e tenebre. Con la luce esalta la grandezza del Verbo di Dio che è «Via, Verità, Vita»; con le tenebre descrive il fallimento umano, dovuto alla menzogna, all’egoismo, al peccato. Ma le tenebre non hanno vinto la luce; è piuttosto vero il contrario: con la venuta di Gesù si sono diradate le tenebre del mondo e dell’umanità. Gesù è il Verbo fatto carne, uno di noi che, risorto dai morti, continua a stare in mezzo a noi. La “tenda”, in cui dimora, è l’intera umanità con la sua storia e ciascun uomo con la sua vita. Nessuno può essere a lui equiparato, neppure Giovanni Battista che pure, al dire di Gesù stesso, è «il più grande tra i nati da donna». Anche il Battista ha avuto bisogno di essere illuminato da Cristo, perché «non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». La testimonianza, infatti, è il compito affidato da Gesù alla sua Chiesa, nelle sue diverse articolazioni, e, nella Chiesa, ad ogni discepolo, a ciascun cristiano. Il Natale è lo svelamento del volto di Dio che nessuno ha mai visto né può vedere, ma «il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, lo ha rivelato». Gesù Cristo è il volto dell’amore misericordioso del Padre. Guardando a lui, possiamo “vedere” Dio e, contemporaneamente, possiamo conoscere il progetto di Dio sull’uomo e su ciascuno di noi. La nostra vocazione fondamentale e comune è essere e diventare ogni giorno di più «conformi all’immagine di Gesù» (cfr. Rm 8,29), Figlio unigenito e primogenito tra molti fratelli e sorelle, cioè fra tutti coloro che compongono la grande famiglia umana. Prendere la forma di Gesù significa per noi diventare pienamente umani. Il mistero dell’Incarnazione non ci chiede, quindi, di sforzarci per diventare qualcosa di diverso da quello che siamo, secondo un’idea sbagliata di perfezione morale. Ma ci indica la strada per diventare sempre più noi stessi, sempre più umani. E la nostra strada è Gesù.

 

Padre, che nel tuo figlio Gesù mi hai reso figlio tuo, illumina la mia vita con la luce della tua Parola. Sostieni i miei passi nel cammino che mi attende, perché io possa riconoscerti negli avvenimenti lieti e tristi e lasciarmi guidare da te, dopo che mi hai fatto battere il cuore, quando mi avrai spiegato che le Scritture parlano proprio di me. Raccogli attorno a te tutti i tuoi figli perché si realizzi presto il tuo Regno «come in cielo così in terra».

 

IV DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 20/12/2017 - 07:00
Liturgia del:  24 dicembre 2017

La Parola del giorno: 2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Salmo 88 (89); Rm 16,25-27

Dal Vangelo secondo Luca (1,26-38) In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

La prima parola che ci raggiunge è gioia: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te». L’angelo è annunciatore di una buona notizia: la presenza del Signore in Maria. E come ogni buona notizia è fonte di gioia. Sarà una gioia ancora più grande e condivisa alla nascita: «Vi annuncio una grande gioia: oggi, nella città di Davide è nato per voi un salvatore» (2,10-11). «La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che incontrano Gesù» (Eg 1). Se la nostra vita quotidiana non è pervasa da questo sentimento di base, forse è perché le porte del nostro cuore sono chiuse al Signore che bussa. L’esperienza cristiana è gioia, pienezza di vita, libertà. La seconda parola è paura: «A queste parole (Maria) fu molto turbata». All’annuncio dell’angelo, Maria reagisce con paura e dubbio. Sente la distanza tra la grandezza di Dio e la propria piccolezza e inadeguatezza. È la stessa reazione di Geremia: «Ecco io non so parlare perché sono giovane» (Ger 1,6). Lei è donna in tutta la densità della sua umanità. Vuole rispondere con tutta se stessa, per questo prende sul serio i sentimenti del cuore e i dubbi della mente. La terza parola è grazia: «Piena di grazia [...] hai trovato grazia presso Dio». Grazia è il contrario di paura. È la presenza di Dio che protegge. La paura di fronte a Dio nasce quando Lui è vissuto come padrone e non come Padre. Per questo Maria può rispondere «eccomi» ed accogliere la chiamata con la sua totale disponibilità, affidando a lui la sua vita. Quando scopriamo che Dio è presente nella nostra vita, quando prendiamo coscienza che lui ci accompagna giorno per giorno, allora non soccombiamo più alla paura e la gioia prende posto in noi. Si sviluppa dentro di noi uno spazio intimo nel quale possiamo colloquiare col nostro Signore. Maria parte poi per visitare la cugina Elisabetta. Di fronte a lei prende coscienza di cosa le è successo: una vita nuova è iniziata dentro di lei. Può così liberare il gioioso canto di lode al suo Signore: «L’anima mia magnifica il Signore».

 

O Dio, Padre buono e misericordioso, tu guidi le sorti della storia. Rendi la nostra vita aperta al soffio del tuo Spirito, scardina le nostre sicurezze, serrate come porte chiuse, donaci un cuore che arde alla voce della tua Parola. Fa’ che ciascuno di noi sia disponibile, come Maria, alla tua volontà e dacci la gioia di diventare anche noi spazio di presenza, nella carne della nostra umanità, del tuo amatissimo Figlio, Gesù Cristo.

 

III DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 13/12/2017 - 07:00
Liturgia del:  17 dicembre 2017

La Parola del giorno: Is 61,1-2.10-11; Cant. Lc 1,46-54; 1Ts 5,16-24

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,6-8.19-28) Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Anche il Vangelo di questa domenica ci presenta la figura del Battista. Egli è il testimone, è un’indicazione, uno strumento che dice: «Non guardate me, guardate più in là, guardate oltre me, guardate ciò che sta dentro me». Nel Vangelo c’è una grande domanda che fanno a Giovanni Battista: «Chi sei tu?». «Chi sono io? Sono un marito... un bravo cristiano... un lavoratore... un dipendente... ingegnere... artigiano... commerciante». Sì tutto vero, ma è troppo poco. Questo è il ruolo che tu sei, è il vestito che indossi, ma dentro chi sei? Il ruolo è un vestito. Purtroppo in molte persone si è smarrita la persona ed è rimasto solo il ruolo. Se togliessimo il vestito, il ruolo, sotto il vestito non vi troveremmo niente. Ma la grande domanda rimane: «Al di là di tutti i ruoli e i vestiti, chi sono io?». Chi sono io dentro, in profondità, nel mio animo? Questa è la grande domanda: cos’è, cioè, che mi rende unico, diverso, irripetibile. Giovanni Battista inizia a dire cosa innanzitutto non è. «Non sono Elia, né Cristo, né un profeta». È importante rifiutare tutti i ruoli che gli altri ci appiccicano addosso, tutte le etichette che ci mettono. È l’inizio della libertà. «No, non sono come voi volete. Non rientro nei vostri schemi». Poi Giovanni Battista dice chi è: «Io sono voce di uno che grida: Preparate la strada». Ha trovato chi è in profondità (missione): «Lui è voce», altoparlante, di qualcun altro. Questo è il primo nostro compito: dare voce all’infinito. L’uomo è chiamato a testimoniare l’invisibile, il di più che si porta dentro. Questo è il primo servizio che dobbiamo a Dio: permettere che Dio scelga me per suonare la sua musica, la sua sinfonia. Non sono io che suono. È Lui che suona in me. Io sono lo strumento. Il ruolo di Madre Teresa era essere suora; la sua missione essere «matita nella mani di Dio». Questa è la grande chiamata di ciascuno di noi. Noi viviamo, ma la vita non è nostra. Noi siamo padri, madri, ma la paternità o la maternità non è nostra. Non la possediamo. Il grande male dell’uomo è sentirsi proprietario delle cose e delle persone. Le sente sue, ma non lo sono. Noi siamo amministratori, voce, non possessori. Nel Vangelo c’è una frase forte: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete». Quella frase vuol dire: «In mezzo a voi sta uno che voi proprio non volete conoscere». Giovanni usa qui il verbo greco oida che indica il sapere esattamente una cosa, la certezza inconfutabile. Gesù userà questo verbo con i discepoli da Lui scelti: «Conosco quelli che ho scelti». Che si usi questo verbo vuol dire allora che i giudei e farisei hanno scelto deliberatamente, coscientemente, di non conoscere Gesù.

Signore Gesù, il Battista ti ha annunciato presente nel mondo, e ti ha testimoniato con uno stile di vita semplice e povero. Rendi anche noi umili annunciatori della tua Parola e, nella nostra vita ordinaria, testimoni della tua presenza in mezzo agli uomini, in modo che molti nostri fratelli ascoltando noi, ascoltino te e riconoscendoti, come i discepoli a Emmaus, possano seguirti e diventare tuoi apostoli con la gioia del Vangelo.

 

II DOMENICA DI AVVENTO

Ven, 08/12/2017 - 19:00
Liturgia del:  10 dicembre 2017

La Parola del giorno: Is 40,1-5.9-11; Salmo 84 (85); 2Pt 3,8-14

Dal Vangelo secondo Marco (1,1-8) Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Marco è l’unico dei sinottici a non presentare una storia dell’infanzia. Egli preferisce mettere il lettore immediatamente in contatto con la figura di Gesù e l’annuncio del Vangelo; nondimeno i primi versetti della sua opera hanno un certo senso, una funzione analoga a quella dei vangeli dell’infanzia: introdurre al mistero di Cristo con una prospettiva già fortemente pasquale. Anzitutto, ci dice il testo, il Vangelo è Gesù stesso, Cristo e Figlio di Dio. L’evangelista non comincia subito narrando la comparsa di Gesù, ma presenta un tempo di preparazione. Tale preparazione è costituita da tre elementi: le Sacre Scritture; Giovanni Battista; la risposta penitente del popolo alla predicazione di Giovanni. Indicazioni preziose anche per noi. Vivere l’Avvento significa riprendere in tutta la sua serietà l’invito alla conversione e chiederci seriamente, come singoli e come associazioni, quali siano oggi gli ostacoli più gravi alla nostra accoglienza del Signore. La risposta varierà secondo le situazioni, ma un tratto è comune: la necessità di superare la depressione spirituale, l’assuefazione accidiosa alle cose di Dio, l’incapacità di gioire della novità del Vangelo. Il testo greco di Marco ci dice letteralmente che la gente usciva verso il Battista. Per noi si tratta di uscire dal nostro Egitto, di decifrare i nostri faraoni e le nostre servitù, per ritrovare il cammino della libertà. La gente che accorre dal Battista non è sedotta da promesse di benessere, ma è attratta dal fortissimo senso di Dio che egli comunica. Anche oggi, il cammino di conversione non si può ridurre a un’operazione di pulizia etica, a una rigenerazione psicologica. Conversione è il recupero anzitutto del senso di Dio, il motivo valido per vivere in pienezza. Contemplando la scena della gente che affluisce nel deserto per ascoltare il Battista, saremmo portati a vedere qualcosa di analogo nell’attuale diffusa dedizione a pratiche di meditazione, di ricerca di armonia con se stessi e con la natura. In realtà questa visione non collima con il deserto di cui parla il Vangelo. Questo è piuttosto il luogo scomodo dell’incontro con Dio, è il luogo faticoso dove raddrizzare i sentieri. Non i “nostri” sentieri, ma i “suoi” sentieri. Non si può edulcorare l’invito di Giovanni alla conversione senza coglierne la rudezza esigente.

O Signore nostro Dio, ti presentiamo questo nostro mondo, meraviglioso e terribile, pieno di guerre e ingiustizie. Noi vorremmo cambiarlo, ma senza cominciare da noi stessi. Donaci di vivere sempre quello che crediamo e di credere quello che predichiamo. Tu ci inviti alla conversione, ma come possiamo cambiare noi stessi? Dopo i nostri sforzi, ricadiamo inevitabilmente nei soliti peccati. Solo tu ci puoi attirare a te; infiamma il nostro cuore di amore. E allora potremo finalmente incontrarti e saremo nella gioia.

 

Immacolata concezione della Beata Vergine Maria

Mer, 06/12/2017 - 07:00
Liturgia del:  8 dicembre 2017

La Parola del giorno: Gen 3,9-15.20; Salmo 97 (98); Ef 1,3-6.11-12

Dal Vangelo secondo Luca (1,26-38) In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Dio desidera la carne umana, in Gesù assume il nostro limite, abita la nostra temporalità, senza fingimenti, ma col desiderio di trasfigurarla e orientarla verso la pienezza, attraverso il dono di se stesso. L’episodio con cui la comunità dell’evangelista Luca ci racconta l’inizio di questo dinamismo funge da riferimento per ogni credente. La fanciulla di Nazaret, infatti, non è la cristallizzazione di una figura mitica o l’idealizzazione di una personalità da “santino”, bensì tratteggia la possibilità inscritta in ogni carne umana, realizza l’evento attuabile nel corpo intero dell’umanità. Maria è stata donna capace di farsi trovare (questo il senso del suo «Eccomi»: “guarda, sono qui, non sono scappata!”), nella piccolezza del suo essere terra abitata dalla grazia, proprio perché libera da appartenenze sacrali (a differenza del sacerdote Zaccaria che officiava al tempio e rimase incredulo e muto) e disponibile a lasciarsi interrogare e cambiare da un annuncio di vita nuova. Ella ha saputo aprirsi all’impensato, a ciò che l’orizzonte mondano ritiene impossibile. Non ha cercato difese o giustificazioni, non ha sollevato riserve o anteposto progetti suoi. Si è aperta al sogno intimo di Dio non attraverso una accettazione passiva – od obbedienza cieca – ma con una lettura intelligente di quanto accadeva («Come è possibile? Non conosco uomo») per poi affidarsi nello stile del servizio («Sono la serva del Signore»). E così è per noi: attraversati fedelmente dalla nostalgia di Dio, potremo dare a Dio carne se non rimaniamo fermi alla superficie di quanto la Parola ci annuncia, ma la comprendiamo e accogliamo con la sapiente profondità delle anime innamorate, con l’assunzione piena della dignità offerta a ogni libero pensiero. Abiteremo, allora, questo tempo con la leggerezza di una tenda (il nostro corpo di carne...) che custodisce e annuncia il segreto di Dio nel generoso e silenzioso servizio all’uomo.

 

Come Salomone, o Dio, noi vogliamo costruirti una casa, sistemarti dentro le nostre sicurezze; vorremmo definirti entro i confini di dottrine teologicamente inconfutabili: è la tentazione tipica dell’animo religioso, condita di slancio devozionale. Ma la tua voce si fa udire nella notte, ovvero quando tutto tace e si spegne. Ecco che lì, nella luminosa notte dell’abbandono, inattesa arriva la Parola. Tu sei un Dio nomade, viaggiatore mai sazio di nuove partenze e inesplorati traguardi. Allora ti offriamo i nostri volti, le nostre lacrime e i nostri sorrisi perché la tua Parola possa prendere carne anche oggi, in mezzo a noi.

 

I domenica di avvento

Mer, 29/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  3 dicembre 2017

La Parola del giorno: Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Salmo 79 (80); 1Cor 1,3-9

Dal Vangelo secondo Marco (13,33-37) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Nel Vangelo di Marco queste sono le ultime parole di Gesù prima della sua passione, perciò qualcuno ha scritto di considerarle il suo testamento spirituale. Eppure c’è qualcosa in più di un sapiente appello nell’invito alla vigilanza e all’attenzione rivolto a ciascun credente all’inizio di ogni nuovo anno liturgico. Non si tratta semplicemente di rimanere svegli, vincere le distrazioni e superare l’indifferenza – azioni peraltro sempre più urgenti, proprio perché assenti nell’agire comune di questo nostro tempo –; ci è in realtà chiesto di andare alla radice di noi stessi, riappropriarci della nostra umanità, riscoprirci esseri gettati nel tempo e segnati dal “frattempo”, collocati tra la consegna della casa da parte dell’“uomo partito per un viaggio” e il suo ritorno. Un ritorno che ha come unica certezza l’indefinitezza, l’impossibilità di conoscere “quando è il tempo”. Un solo indizio: l’oscurità della notte. Questo ritorno sarà avvolto dall’assenza di luce, simbolo di tempi bui, tenebre personali e collettive, sogni che si tramutano e involvono facilmente in incubi alienanti. Questi tempi bui non sono forse il contesto in cui spesso ci ritroviamo a vivere e che – proprio perché “bui” – fatichiamo a riconoscere e ammettere?

Tempi bui quelli in cui facile è la tentazione alla resa, l’insidia dello scoraggiamento e l’appiattimento su modelli di vita omologanti e auto-rassicuranti. Tempi bui quelli in cui non riconosciamo più il volto dell’altro, lo riduciamo a merce di scambio, a pacco da respingere o – al più – da tollerare con stanca indifferenza. Tempi bui quelli che feriscono e negano dignità a donne, bambini, ultimi e indifesi, quelli in cui non ci si stupisce più per l’unicità delle fattezze di ogni singola storia. Tempi bui che attendono occhi di luce, sguardi capaci di futuro, spiragli di cielo, feritoie di bellezza, cuori con la nostalgia dell’oltre, orizzonti di umanità nuova. Attendere e vegliare nella notte significa pertanto esporsi, giocare allo scoperto, assumersi la sfida dell’imprevisto, inventare traiettorie nuove, osare la speranza verso un avvenire che si riappropri dei tratti della promessa e abbandoni quelli della minaccia. Saper guardare dentro la notte: questa la sola cosa necessaria. Infatti quell’iniziale «Fate attenzione» in realtà così risuona: «Guardate» (blepete, nella lingua originale greca). Stare svegli, porre attenzione, guardare il proprio tempo è il segreto di ogni umana rinascita. Nella ferma consapevolezza che il viaggio in cui si è avventurato l’Uomo-Dio è quello della umanizzazione del mondo, della liberazione della terra, del riscatto di ogni vita.

 

 

O Signore Gesù, tu che hai guardato con amore il giovane ricco, e hai posato i tuoi occhi pieni di tenerezza e perdono su Pietro, ora ci inviti a stare in questo mondo con gli occhi bene aperti. Guarda ora anche alla tua Chiesa chiamata ad annunciare il Vangelo: donale di non addormentarsi nelle nostalgie del tempo passato. Liberala dalla paura di abbracciare i diversi, i peccatori, gli oppositori. E non permettere che le fatiche della vita ci possano togliere la gioia del Vangelo.

 

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Mer, 22/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  26 novembre 2017

La Parola del giorno: Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?
Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Al termine della storia, Gesù, in veste di giudice, prenderà atto di una divisione presente tra gli uomini. E Lui stesso precisa le ragioni di questa situazione: «Avevo fame, sete, ero nudo, forestiero, malato, carcerato e mi avete sfamato, dissetato, vestito, ospitato, visitato, trovato». Sei situazioni vaste quanto è vasto il campo del dolore umano. Fame di pane o di presenza amorevole, sete d’acqua o di relazioni vere, necessità di abito per ripararsi o ricerca di protezione, forestieri perché di altra nazione o perché incapaci di conoscere o farsi conoscere, malati nel corpo o feriti nell’anima, prigionieri per impossibilità di movimento o per assenza d’orizzonte di speranza. Fare esperienza di fragilità, nella nostra esistenza sempre segnata dal limite, ci rende tutti piccoli e per questo idonei a capire le necessità di chi ci vive accanto.
Possiamo però scegliere se avere mani e cuore attenti ai bisogni degli altri. A nessuno di noi è chiesto di compiere miracoli, ma di prenderci cura. Non di guarire i malati, ma di visitarli; di accudire con premura un anziano in casa, custodire in silenzioso eroismo un figlio handicappato, aver cura senza clamori del familiare in crisi, di un vicino che non ce la fa. Prendersi cura del fratello è così importante che Dio lega la vita eterna a un pezzo di pane dato all’affamato.
Celebrare Cristo Re dell’universo, che usa come unica misura di merito l’attenzione al “piccolo”, ci regala una grande verità su noi stessi, sulla possibilità che abbiamo, fin d’ora, di scegliere la vita nella realtà di ogni nostro giorno.
Il giudizio però, prende sul serio anche la fragile libertà umana.
Gesù ci avverte che è possibile fallire la vita: «Via lontano da me, maledetti». Lontani dal povero, siamo lontani da Lui, lontani da noi stessi. È questa la perdizione: la lontananza dalla vita.

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.
Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fato parte di questa terra
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.
(Francesco, Laudato si')

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 15/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  19 novembre 2017

La Parola del giorno: Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-15.19-21 forma breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”».

Parabola della “apparente ingiustizia” di Dio, questa raccontataci da Matteo con pochissime pennellate. Il padrone distribuisce a suo piacimento il denaro, prima di partire per un lungo viaggio. E forse, fra i servi, ci saranno stati confronti, mormorii, disapprovazioni. Ma poi, mettendosi davanti questo denaro, quelli che avevano avuto di più avranno pensato che maggiore doveva essere il loro impegno nell’amministrarlo, superiore il rischio nell’investirlo. E si sono messi all’opera. L’ultimo, magari dopo essersi lamentato in cuor suo di aver ricevuto di meno, e mosso più dalla paura che dalla fiducia del suo padrone, che comunque glielo aveva affidato, se lo era tenuto per sé. Anzi l’aveva nascosto per bene. Al ritorno, Dio sorprende i servi: non vuole indietro i talenti affidati, raddoppia la posta, la moltiplica: «Sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto». Non si tratta di una restituzione, ma di un rilancio. Noi non esistiamo per restituire a Dio i suoi doni. Questa immagine, dettata dalla nostra paura, immiserisce Dio. Noi viviamo per essere come Lui, a nostra volta donatori: di pace, libertà, giustizia, gioia. Il mondo e la vita ci sono affidati come un dono che deve crescere, un giardino incompiuto che deve fiorire. Dopo la lunga assenza di Dio e la sua longanime fiducia in noi, il giudizio non sarà sulla quantità del guadagno, ma sulla qualità del servizio; non sul numero, ma sulla verità dei frutti (fedele nel poco).
Nessuno è senza talenti. Ogni creatura che incontriamo è un talento, da custodire e lavorare per fare ricca la vita. Ognuno è talento di Dio per gli altri. “Giocarsi” la vita, buttarsi nella meravigliosa impresa del servizio è quanto chiede il Signore a ciascuno di noi: Lui saprà “moltiplicare” in frutti l’affidamento di queste risorse. Al contrario, stringere egoisticamente il pugno per trattenere il dono senza “trafficarlo” non lo conserva, ma lo rende sterile. Nella logica del Regno, condividere è generare risorse (lo si vede anche nella moltiplicazione dei pani e dei pesci), conservare è perdere irrimediabilmente.
E così, alla fine, l’apparente ingiustizia si fa somma giustizia, perché non conta da “quanto” denaro si è partiti, ma da come lo si è amministrato; la “gioia” del Signore è il premio, uguale per tutti i suoi servi fedeli.

Signore Gesù,
tu non pretendi troppo da noi,
vuoi soltanto che ci accorgiamo
dei regali preziosi e meravigliosi ricevuti dal tuo amore
e che li mettiamo in bella mostra,
perché tutti ne possano godere e possano lodarti.
Aiutaci a non assuefarci ai nostri talenti,
a non farli ricoprire di ruggine e polvere,
a non seppellire i nostri doni per stanchezza,
per superficialità, per sfiducia, per pigrizia.
Sia invece la nostra vita un continuo renderti grazie per i tuoi benefici,
da mettere a disposizione di chi ha bisogno di attingere per dissetarsi di te,
con la consapevolezza che solo chi dà riceve molto più di quello che ha.

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  12 novembre 2017

La Parola del giorno: Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13)
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

La presenza di Dio nella vita è una festa di nozze. Tutte le dieci fanciulle di cui parla il Vangelo sono vergini: il loro è uno stato di mancanza. Ma la verginità è anche la situazione di chi è pronto all’accoglienza, in attesa di essere colmato. Tutte le vergini hanno una propria lampada: portano con sé una luce, una verità, un’intuizione, una chiamata. Un fuoco tiene accesa ogni lampada per iniziare il viaggio: il desiderio. Tutte le vergini con le proprie lampade vanno incontro allo Sposo, si mettono in cammino per raggiungere la promessa che è stata loro fatta.
La strada per arrivare a scoprire la presenza di Dio è simile a chi, trovandosi nella mancanza, come principio che crea spazio all’accoglienza, afferra l’intuizione ricevuta, tenendosela stretta, e con il suo desiderio inizia un esodo verso la propria Terra promessa.
Per tutto il Vangelo le fanciulle sono chiamate “vergini”, non “spose”, come se la fedeltà a questa unione si fondasse unicamente sulla decisione dello Sposo. Lui si è impegnato, ha assunto un vincolo, si è com-promesso: «Ti farò mia Sposa» (Os 2,21). Al tempo dei romani la donna corteggiata era chiamata “sperata”, cioè attesa, desiderata. Dio è lo Sposo, Promesso a te, tu invece resti sempre “sperato”.
Tutte le vergini, vedendo che lo sposo tardava, si addormentano.
Seppure la mancanza (verginità) persiste, l’intuizione (la lampada) resta, la promessa (Sposo) non viene meno; ma tutte ad un certo punto del viaggio cadono sotto l’oppressione del sonno e la fiamma del desiderio diventa fioca. Come nella vita biologica, così nella vita spirituale, il sonno è una situazione di torpore e assopimento dei sensi. Poi arriva la mezzanotte che fa emergere la differenza tra le dieci vergini: come nella vita, l’ora più buia fa emergere chi sei veramente: «Cinque di esse erano stolte e cinque sagge». La saggezza è l’intelligenza di leggere la realtà: la fiamma del desiderio avrà bisogno sempre di nuovo combustibile per durare nel tempo.

Dio Padre, la vita che mi hai donato è una festa di nozze:
tu sei lo Sposo e io l'atteso.
Fa' che il tempo che passa e gli affanni della vita
non soffochino il mio desiderio di te.
Signore Gesù, mettimi nel cuore la chiamata che mi fa tuo discepolo;
dammi il desiderio di mettermi in cammino verso di te;
versa nella mia fragilità la fede per perseverare nel tempo della prova.
Spirito Santo, prendi dimora dentro di me e donami forza
perché, quando ti manifesti a me, felice della tua presenza,
io possa essere pronto a seguirti nell'Amore.

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