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CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Mer, 22/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  26 novembre 2017

La Parola del giorno: Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?
Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Al termine della storia, Gesù, in veste di giudice, prenderà atto di una divisione presente tra gli uomini. E Lui stesso precisa le ragioni di questa situazione: «Avevo fame, sete, ero nudo, forestiero, malato, carcerato e mi avete sfamato, dissetato, vestito, ospitato, visitato, trovato». Sei situazioni vaste quanto è vasto il campo del dolore umano. Fame di pane o di presenza amorevole, sete d’acqua o di relazioni vere, necessità di abito per ripararsi o ricerca di protezione, forestieri perché di altra nazione o perché incapaci di conoscere o farsi conoscere, malati nel corpo o feriti nell’anima, prigionieri per impossibilità di movimento o per assenza d’orizzonte di speranza. Fare esperienza di fragilità, nella nostra esistenza sempre segnata dal limite, ci rende tutti piccoli e per questo idonei a capire le necessità di chi ci vive accanto.
Possiamo però scegliere se avere mani e cuore attenti ai bisogni degli altri. A nessuno di noi è chiesto di compiere miracoli, ma di prenderci cura. Non di guarire i malati, ma di visitarli; di accudire con premura un anziano in casa, custodire in silenzioso eroismo un figlio handicappato, aver cura senza clamori del familiare in crisi, di un vicino che non ce la fa. Prendersi cura del fratello è così importante che Dio lega la vita eterna a un pezzo di pane dato all’affamato.
Celebrare Cristo Re dell’universo, che usa come unica misura di merito l’attenzione al “piccolo”, ci regala una grande verità su noi stessi, sulla possibilità che abbiamo, fin d’ora, di scegliere la vita nella realtà di ogni nostro giorno.
Il giudizio però, prende sul serio anche la fragile libertà umana.
Gesù ci avverte che è possibile fallire la vita: «Via lontano da me, maledetti». Lontani dal povero, siamo lontani da Lui, lontani da noi stessi. È questa la perdizione: la lontananza dalla vita.

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.
Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fato parte di questa terra
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.
(Francesco, Laudato si')

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 15/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  19 novembre 2017

La Parola del giorno: Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-15.19-21 forma breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”».

Parabola della “apparente ingiustizia” di Dio, questa raccontataci da Matteo con pochissime pennellate. Il padrone distribuisce a suo piacimento il denaro, prima di partire per un lungo viaggio. E forse, fra i servi, ci saranno stati confronti, mormorii, disapprovazioni. Ma poi, mettendosi davanti questo denaro, quelli che avevano avuto di più avranno pensato che maggiore doveva essere il loro impegno nell’amministrarlo, superiore il rischio nell’investirlo. E si sono messi all’opera. L’ultimo, magari dopo essersi lamentato in cuor suo di aver ricevuto di meno, e mosso più dalla paura che dalla fiducia del suo padrone, che comunque glielo aveva affidato, se lo era tenuto per sé. Anzi l’aveva nascosto per bene. Al ritorno, Dio sorprende i servi: non vuole indietro i talenti affidati, raddoppia la posta, la moltiplica: «Sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto». Non si tratta di una restituzione, ma di un rilancio. Noi non esistiamo per restituire a Dio i suoi doni. Questa immagine, dettata dalla nostra paura, immiserisce Dio. Noi viviamo per essere come Lui, a nostra volta donatori: di pace, libertà, giustizia, gioia. Il mondo e la vita ci sono affidati come un dono che deve crescere, un giardino incompiuto che deve fiorire. Dopo la lunga assenza di Dio e la sua longanime fiducia in noi, il giudizio non sarà sulla quantità del guadagno, ma sulla qualità del servizio; non sul numero, ma sulla verità dei frutti (fedele nel poco).
Nessuno è senza talenti. Ogni creatura che incontriamo è un talento, da custodire e lavorare per fare ricca la vita. Ognuno è talento di Dio per gli altri. “Giocarsi” la vita, buttarsi nella meravigliosa impresa del servizio è quanto chiede il Signore a ciascuno di noi: Lui saprà “moltiplicare” in frutti l’affidamento di queste risorse. Al contrario, stringere egoisticamente il pugno per trattenere il dono senza “trafficarlo” non lo conserva, ma lo rende sterile. Nella logica del Regno, condividere è generare risorse (lo si vede anche nella moltiplicazione dei pani e dei pesci), conservare è perdere irrimediabilmente.
E così, alla fine, l’apparente ingiustizia si fa somma giustizia, perché non conta da “quanto” denaro si è partiti, ma da come lo si è amministrato; la “gioia” del Signore è il premio, uguale per tutti i suoi servi fedeli.

Signore Gesù,
tu non pretendi troppo da noi,
vuoi soltanto che ci accorgiamo
dei regali preziosi e meravigliosi ricevuti dal tuo amore
e che li mettiamo in bella mostra,
perché tutti ne possano godere e possano lodarti.
Aiutaci a non assuefarci ai nostri talenti,
a non farli ricoprire di ruggine e polvere,
a non seppellire i nostri doni per stanchezza,
per superficialità, per sfiducia, per pigrizia.
Sia invece la nostra vita un continuo renderti grazie per i tuoi benefici,
da mettere a disposizione di chi ha bisogno di attingere per dissetarsi di te,
con la consapevolezza che solo chi dà riceve molto più di quello che ha.

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  12 novembre 2017

La Parola del giorno: Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13)
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

La presenza di Dio nella vita è una festa di nozze. Tutte le dieci fanciulle di cui parla il Vangelo sono vergini: il loro è uno stato di mancanza. Ma la verginità è anche la situazione di chi è pronto all’accoglienza, in attesa di essere colmato. Tutte le vergini hanno una propria lampada: portano con sé una luce, una verità, un’intuizione, una chiamata. Un fuoco tiene accesa ogni lampada per iniziare il viaggio: il desiderio. Tutte le vergini con le proprie lampade vanno incontro allo Sposo, si mettono in cammino per raggiungere la promessa che è stata loro fatta.
La strada per arrivare a scoprire la presenza di Dio è simile a chi, trovandosi nella mancanza, come principio che crea spazio all’accoglienza, afferra l’intuizione ricevuta, tenendosela stretta, e con il suo desiderio inizia un esodo verso la propria Terra promessa.
Per tutto il Vangelo le fanciulle sono chiamate “vergini”, non “spose”, come se la fedeltà a questa unione si fondasse unicamente sulla decisione dello Sposo. Lui si è impegnato, ha assunto un vincolo, si è com-promesso: «Ti farò mia Sposa» (Os 2,21). Al tempo dei romani la donna corteggiata era chiamata “sperata”, cioè attesa, desiderata. Dio è lo Sposo, Promesso a te, tu invece resti sempre “sperato”.
Tutte le vergini, vedendo che lo sposo tardava, si addormentano.
Seppure la mancanza (verginità) persiste, l’intuizione (la lampada) resta, la promessa (Sposo) non viene meno; ma tutte ad un certo punto del viaggio cadono sotto l’oppressione del sonno e la fiamma del desiderio diventa fioca. Come nella vita biologica, così nella vita spirituale, il sonno è una situazione di torpore e assopimento dei sensi. Poi arriva la mezzanotte che fa emergere la differenza tra le dieci vergini: come nella vita, l’ora più buia fa emergere chi sei veramente: «Cinque di esse erano stolte e cinque sagge». La saggezza è l’intelligenza di leggere la realtà: la fiamma del desiderio avrà bisogno sempre di nuovo combustibile per durare nel tempo.

Dio Padre, la vita che mi hai donato è una festa di nozze:
tu sei lo Sposo e io l'atteso.
Fa' che il tempo che passa e gli affanni della vita
non soffochino il mio desiderio di te.
Signore Gesù, mettimi nel cuore la chiamata che mi fa tuo discepolo;
dammi il desiderio di mettermi in cammino verso di te;
versa nella mia fragilità la fede per perseverare nel tempo della prova.
Spirito Santo, prendi dimora dentro di me e donami forza
perché, quando ti manifesti a me, felice della tua presenza,
io possa essere pronto a seguirti nell'Amore.

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gio, 02/11/2017 - 07:00
Liturgia del:  5 novembre 2017

La Parola del giorno: Mal 1,14b-2,2b.8-10; Sal 130; 1Ts 2,7b-9.13; Mt 23,1-12

Dal Vangelo secondo Matteo (23,1-12)
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.
Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Il Vangelo di Matteo è rivolto a una comunità di ebrei che riconoscono in Gesù il Messia annunciato dalle Scritture. Non rinnegano la loro appartenenza al popolo eletto, al quale Dio ha donato la «Legge e i profeti», ovvero la Torah, da cui derivano i 613 precetti che ogni buon ebreo deve osservare. Gesù stesso, nel grande discorso della Montagna, al capitolo 5 dice che non è «venuto ad abolire la Legge o i Profeti... ma a dare pieno compimento». E al capitolo 22, ai farisei che gli chiedono quale sia il comandamento più grande, Gesù risponde citando la Torah, attingendo alla tradizione rabbinica. Gesù non parla “contro” gli scribi e i farisei, anzi ne riconosce il ruolo quando dice che siedono «sulla cattedra di Mosé» e, infatti, invita “la folla e i suoi discepoli» a praticare e osservare “tutto” ciò che dicono, ma non a seguire il loro esempio, perché, quando sfruttano la loro posizione per esercitare un dominio, per godere di privilegi e di onori mondani, tradiscono il volere di Dio. Gesù si rivolge ai suoi discepoli: «Ma voi non fatevi chiamare Rabbì...».
Ammonisce anche noi, qui, oggi, teologi e pastori, consacrati e laici, uomini e donne! «Uno solo» è il nostro Maestro, e siamo «tutti fratelli», anche chi insegna e chi guida la comunità. San Paolo, per dire del legame tra la Chiesa e Cristo, usa l’immagine del corpo in cui tutte le membra sono necessarie l’una all’altra.
Gesù non è venuto per aggiungere pesi sulle spalle della gente, ma per mostrare il volto misericordioso di Dio: Dio è Padre, Dio è amore! Il brano si chiude con una finestra aperta su come dovremmo essere, se a ispirare le nostre parole e le nostre azioni fosse l’amore misericordioso con il quale «Dio ci ha amati per primo». Noi siamo servitori in ogni situazione viviamo: nella chiesa e nella scuola, nel lavoro e nel tempo libero. Diamo il nostro piccolo contributo per lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

Padre! Ti ringrazio per la libertà che mi dona il Vangelo.
Liberami dalla tentazione di alzare muri fatti di "regole",
di dottrina, di Magistero, di falsa cultura che divide,
e donami il coraggio di vivere ogni incontro con il fratello,
ogni dialogo, ogni conflitto, ogni confronto,
con il cuore nutrito della tua Parola che affratella,
e aperto alla potenza creatrice del tuo amore.
Te lo chiedo con Maria, per me e per la mia comunità.

TUTTI I SANTI

Mar, 31/10/2017 - 07:00
Liturgia del:  1 novembre 2017

La Parola del giorno: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

L’apertura della scena è solenne. Tutto dice che sta per accadere qualcosa di importante: Gesù proclama il suo programma di vita. Questo programma sarà anche il programma di vita di ogni cristiano. È la pagina del Vangelo più misteriosa e più attraente.
Mi pare di non averla mai capita abbastanza. Ci fermiamo solo su due piccole perle che riflettono la luce di tutte le beatitudini.
“Beati i poveri in spirito”. Noi la intendiamo spesso come “Felici quelli che sono poveri spiritualmente”. Erri De Luca traduce partendo dall’ebraico, lingua con la quale il Vangelo di Matteo sembra essere stato scritto: “Letizie per gli abbattuti di fiato”.
Questi poveri a cui Gesù annuncia felicità, sono allora quelli che sono così sfiniti che non hanno il fiato per stare in piedi. Sono a terra, abbattuti, appunto. Caduti sotto i colpi dei drammi della vita, ora sono incapaci di rialzarsi.
Le beatitudini sono un annuncio di una felicità paradossale.
Come mettiamo insieme la povertà, il pianto e la persecuzione, con la gioia? Ma M.D. Semeraro dice che chi riesce ad accettare se stesso nelle proprie fragilità e nelle ostilità ricevute, potrà essere veramente un po’ felice anche in questa vita. Sapendo che la pienezza ce l’avremo solo nell’altra vita. Chi, cioè, impara a vivere riconciliato con le proprie ferite, capace di perdonare se stesso prima ancora degli altri, poiché sa di essere infinitamente amato e perdonato da Dio, costui è “beato”.
Possiamo allora capire meglio che i poveri possono essere realmente felici, perché Dio è con loro, è il loro difensore. E noi non possiamo non metterci dalla parte dei più poveri. Che siano gli affamati dei popoli poveri, o gli immigrati che arrivano a casa nostra, o i compagni di studio o di lavoro che sono in vario modo svantaggiati, o sofferenti o fragili. Vivere le beatitudini è uno stile paradossale, sottosopra, rovesciato: nella povertà la beatitudine, nel pianto la consolazione, nella mitezza il possesso, ecc. Dio sta con chi vive dolore e frustrazione: l’esperienza della mancanza ci avvicina al Padre. E per incontrarlo dobbiamo farci compagni di strada degli uomini e delle donne che vivono qualsiasi forma di povertà.

Risana la nostra vita affinché proteggiamo il mondo
e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza
e non inquinamento e distruzione.
Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri
della terra.
Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,
a contemplare con stupore, a riconoscere
che siamo profondamente uniti a tutte le creature
nel nostro cammino verso la tua luce infinita.
(Francesco, Laudato Si').

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 25/10/2017 - 08:00
Liturgia del:  29 ottobre 2017

La Parola del giorno: Es 22,20-26; Sal 17; 1Ts 1,1c-10; Mt 22,34-40

Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Gesù è sotto pressione: i suoi avversari lo attaccano su diversi fronti per farlo crollare, mentre le folle restano affascinate e profondamente stupite di fronte alle sue “opere di misericordia” e al suo autorevole insegnamento. Ai sadducei, messi in scacco da Gesù, subentrano, con un loro rappresentante, i farisei: è un dottore della Legge che pone a Gesù una domanda assillante per gli studiosi delle Sacre Scritture. I precetti da osservare erano ben 613! Come ricordarli tutti per poi metterli pratica? Era ritenuto di grande importanza poterne individuare uno, il più grande, che fosse la sintesi e l’anima di tutte le norme della Legge: osservare il più grande e il primo comandamento avrebbe significato essere in condizione di osservarli tutti!
Gesù si pone sul piano dello scriba e gli cita la Scrittura Sacra, di cui il dottore della Legge è esperto: gli ricorda Dt 6,4-5, riguardante l’amore totale per il Signore e Lv 19,18, attinente l’amore del prossimo. Perciò nulla di originale! L’originalità dell’insegnamento di Gesù sta nell’aver unito insieme i due testi della Sacra Scrittura, dichiarandoli inseparabili, tanto da farne un solo precetto, il più grande, quello davvero indispensabile.
L’amore per Dio e per il prossimo è un amore unico, che scaturisce dalla medesima fonte. Scrive san Giovanni: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21), come a dire che l’amore filiale verso Dio racchiude sempre l’amore fraterno verso il prossimo, senza alcuna preclusione ed esclusione.
Dio si è rivelato come amore misericordioso. Chi accoglie la sua rivelazione che raggiunge il suo vertice in Gesù, è messo in condizione di amare senza riserve e di impostare sull’amore tutta intera la propria vita.
Richiamando l’anno giubilare della misericordia, possiamo ricordare le parole di papa Francesco: «Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli» (Mv 9). Siamo chiamati a vivere secondo «la misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi» (Mv 1).
Gesù ci invita a guardare a lui per comportarci come lui si è comportato. Dopo la lavanda dei piedi ci ha dato questa consegna:«Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15).

Dio onnipotente, che sei presente in tutto l'universo
e nella più piccola delle tue creature,
tu che circondi con la tua tenerezza tutto quanto esiste,
riversa in noi la forza del tuo amore
affinchè ci prendiamo cura della vita e della bellezza.
Inondaci di pace perché viviamo come fratelli e sorelle senza
nuocere a nessuno.
O Dio dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati
E i dimenticati di questa terra che tanto valgono ai tuoi occhi.
(Francesco, Laudato Si')

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 18/10/2017 - 08:00
Liturgia del:  22 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il tempo di Gesù sta volgendo alla fine e il mistero pasquale sta fiorendo nella storia degli uomini. Gesù affronta per l’ultima volta i capi del popolo per vedere, in un ultimo tentativo, se accoglieranno il regno di Dio e l’invito alla conversione.
I farisei, tuttavia, non sono interessati a un dialogo sincero, ma a mettere in trappola Gesù per farlo cadere in contraddizione e così screditare la sua predicazione. Il discorso dei farisei e degli erodiani inizia con una parola ipocrita, perché non credono in quello che dicono: «tu insegni la via di Dio secondo verità» e non secondo la tua convenienza, e Matteo, con ironia, ci fa comprendere che in questo essi dicono il vero su Gesù. Interrogandolo, sanno già che non accetteranno la sua risposta. La domanda è coinvolgente e in qualunque modo Gesù risponda si troverebbe a dover affermare qualcosa contro gli occupanti romani, e dunque Gesù sarebbe un sovversivo, oppure contro Dio, riconoscendo la superiorità di Cesare, e dunque sarebbe un idolatra e ingannevole la sua predicazione della via di Dio.
Gesù non si sottrae al dialogo, ma con sapienza vi introduce un fattore nuovo, una via diversa, quella di Dio. Prima di tutto dà un nome alla ipocrisia dei suoi interlocutori, invitandoli così ad avere un cuore sincero, capace di accogliere la parola che viene da Dio. E continua il dialogo chiedendo loro di mostrargli la moneta del tributo. Infatti è la moneta stessa che indica la via da percorrere: essa è di Cesare e dunque appartiene a lui. Anche in un regime di occupazione ci sono leggi che vanno rispettate, a meno di non avviare una campagna di disobbedienza civile, con tutte le conseguenze del caso. Ma, soprattutto, Dio è il Signore e noi siamo sue creature. “Dare a Dio quel che è di Dio”, allora, significa aderire alla causa del Regno e riconoscerlo come criterio di giudizio per il mondo e i poteri che sono in esso.
La religione va distinta dalla politica, ma, per chi crede, la ispira e la conforma secondo i criteri del Regno. I cristiani non impongono le proprie convinzioni, ma accettano il gioco democratico: «Spetta al parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni: è così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo stato deve anche rispettare le coscienze» (Intervista a La Croix, 17 maggio 2016).

Padre, dacci la capacità di lasciar cadere le ipocrisie
che utilizziamo per non accogliere il tuo regno che viene in Gesù.
Aiutaci a vivere con cuore sincero l'obbedienza alla tua Parola
che è amore per tutti gli uomini e le donne che incontriamo ogni giorno.
Donaci la capacità di Gesù di guardare nel cuore degli uomini
non per giudicarli, ma per aiutarli a entrare nel tuo regno.
Rendici capaci di avviare dialoghi intessuti di verità
così da poter promuovere la giustizia e la pace.

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/10/2017 - 08:00
Liturgia del:  15 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-10

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-10)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati:“Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.
Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Gesù va a parlare con fermezza ai capi dei sacerdoti e ai farisei di ogni tempo. Stavolta paragona il Regno dei cieli ad una festa organizzata da un re per le nozze di suo figlio. Difficile pensare ad una festa senza invitati o a degli invitati che preferiscono ignorare e disertare una proposta gioiosa. Eppure è proprio ciò che accade nella parabola raccontata da Gesù: al banchetto imbandito preferiscono rispondere con l’indifferenza, con la cura dei propri interessi personali e addirittura con l’uccisione dei servi che li invitano alla festa. Eppure saremmo davvero ipocriti se non riconoscessimo che tale atteggiamento rischia di abitare anche il nostro fare. Tutto sommato siamo anche noi quegli invitati che non rimangono coinvolti dall’annuncio della festa e preferiscono anteporre alla Parola le parole di richiamo dei propri interessi egoistici; siamo sempre noi che, magari non arriviamo al gesto estremo dell’eliminazione di testimoni scomodi, ma riusciamo ad arginarli affinché il loro annuncio ci scivoli addosso.
Ma la sala del banchetto non è destinata a rimanere vuota e l’invito alle nozze del Signore non si arresta: la sua proposta non intende forzare la libertà dell’uomo, ma suscitare la sua libera adesione al progetto di Dio. Soprattutto quando si rischia di pensare che quell’invito è dovuto e ci appartiene di diritto, a prescindere da ogni nostra condotta. A noi però piace pensare, con papa Francesco, che «la fede nasce dall’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo» (Lumen fidei, n. 4).
Sarà bello allora riscoprirsi come quegli invitati – buoni e cattivi – chiamati dai crocicchi delle strade a partecipare ala festa della vita.

Signore Gesù Cristo,
la tua Parola illumina le pieghe della nostra umanità.
Manda allora il tuo Spirito
che ci faccia comprendere questa Parola,
perché apriamo oggi il cuore alla Misericordia del Signore
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo
possa portare ai poveri il lieto messaggio
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà
ai ciechi restituire la vista e consolazione ali afflitti.
Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia
che tutti ci protegge sotto il suo manto. Amen.

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 04/10/2017 - 08:00
Liturgia del:  8 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-41.43)
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Il Vangelo riprende dal profeta Isaia (5,1-7) il tema della vigna.
Gesù si accinge a salire a Gerusalemme per trascorrere gli ultimi giorni della sua vita. Si trova nel Tempio e parla ai capi dei sacerdoti e agli anziani. Sono irremovibili nella loro ostinazione e nel loro rifiuto. Hanno maltrattano e ucciso i servi, cioè i profeti, decidono ora di uccidere anche l’erede, il Figlio. Tutte le cure per tenere in piedi la vigna, tutte le speranze per una fruttuosa vendemmia, sono svanite. Non resta che rimuovere i “contadini”, i capi, e affidare la vigna, il nuovo popolo ad altri, perché possa fruttificare. Tutti noi facciamo parte di questa nuova vigna e siamo oggetto della benevolenza di Dio, della sua pazienza, della sua misericordia. Anch’io, come parte di un tutto, sono vigna e devo portare frutti. Questi si possono concretizzare nel sentimento dell’amore per Dio e per il prossimo. Amare Dio significa riconoscerlo, confessarlo come sommo bene, testimoniarlo.
Amare il prossimo significa trattarlo come fratello, chiunque egli sia, facendogli tutto quello che vorrei fosse fatto a me stesso.
Non ci sono scappatoie, non ci sono vie alternative. I talenti che mi sono stati dati vanno coltivati e moltiplicati per tendere quotidianamente alla “giustizia”, fare cioè sempre e comunque la Volontà di Dio. Gesù è la vera vite in questa vigna, io non sono che un tralcio: solo se rimarrò attaccato alla vite io potrò portare frutto. Sono solo a percorrere questa strada un po’ in salita? Certamente no. Sono tanti gli aiuti che ho a disposizione per rimanere ancorato a Lui: la sua Parola, il suo esempio, i nuovi profeti della Chiesa, le ispirazioni dello Spirito, gli esempi dei santi e dei fratelli, i piccoli che vivono il vangelo. Soprattutto mi sono stati dati i sacramenti e la preghiera fiduciosa e filiale: con questi punti di riferimento potrò camminare fiducioso nella strada della vita. Potrò cadere, ma avrò la forza di rialzarmi.

O Dio, non dare la vigna a vignaioli stranieri,
non togliere a noi il regno per darlo ad altri!
Che faremo? Che resta di noi?
Non torceremo un capello mai più ai tuoi profeti
e meno ancora li uccideremo,
se pure dovessero dire al mondo ogni male di noi.
Invece rendici degni, Signore,
di essere tuoi testimoni davanti a tutti i poveri del mondo,
davanti a quanti ti cercano, Dio: e tutti sappiano come ti servi di noi:
di noi, perché fra tutti, siamo i più meschini!
La vera vite tu sei e noi i tralci,
solo con te porteremo buon frutto e della vigna faremo un giardino
dove ognuno si senta di casa.
(David Maria Turoldo)

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 27/09/2017 - 08:00
Liturgia del:  1 ottobre 2017

La Parola del giorno: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose:“Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

L’evangelista Matteo inserisce tre parabole nella sezione delle dispute a Gerusalemme con i farisei. Si tratta dei capitoli 21-22 e dei capitoli 26-28. Seguirà la disputa sul tributo a Cesare.
Come d’abitudine, il primo evangelista mette in parallelo Gesù e il suo Precursore. Possiamo leggere nel testo la critica all’autorità religiosa di Israele al tempo di Gesù e anche un riflesso dei contrasti tra la comunità cristiana di Matteo e il giudaismo.
Al versetto 23 «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» si erano rivolti a Gesù, per interrogarlo, ed è quindi ad essi che viene indirizzata la breve parabola dei due figli, esclusiva di Matteo. Questo testo presenta due versioni nei manoscritti: in alcuni, infatti, è il primo figlio a dire sì e poi a non recarsi nella vigna, così che colui che fa la volontà del Padre risulta essere il secondo, anche se in un primo tempo aveva risposto negativamente.
Il versetto 29 dice che il figlio «si pentì» per indicare la conversione. Al versetto 30 il figlio, che poi non andò nella vigna, risponde: «Sì, Signore», e non come ci aspetteremmo, «Sì, padre»; come a indicare un rapporto più da padrone – servo che tra padre e figlio.
Gesù poi disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». L’affermazione di Gesù è molto dura: i capi dei sacerdoti e gli anziani sono giudicati meno degni dei pubblicani e delle prostitute, due categorie assai disprezzate al tempo di Gesù, anche perché collaboravano con i Romani. Matteo, in questo testo, continua la polemica con la classe dirigente del suo tempo. I capi si comportano come il secondo figlio che dice «Sì, signore», ma poi non fa nulla.
Si manifesta in questi versetti il tema al centro della discussione, quello dell’autorità e la relazione Giovanni – Gesù. A differenza dei pubblicani e prostitute, i capi non si sono pentiti/convertiti e non hanno creduto.
Come sempre questo brano del Vangelo parla di noi e della nostra vita. Così diventa immediato, per noi, identificarci con uno o con l’altro dei fratelli. A chi assomigliamo? Chi ci è spontaneo difendere? Chi desideriamo imitare? Il nostro rapporto con Dio è di figliolanza o di sudditanza?

Noi ti ringraziamo poiché la tua Parola ci scruta in profondità.
Signore Gesù Cristo, tu sei il volto visibile del Padre invisibile,
del Dio che manifesta la sua onnipotenza
soprattutto con il perdono e la misericordia:
fa' che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di te, suo Signore, risorto.
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch'essi rivestiti di debolezza
per sentire giusta compassione per quelli
che sono nell'ignoranza e nell'errore:
fa' che chiunque si accosti a uno di loro
si senta atteso, amato e perdonato da Dio.

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 20/09/2017 - 08:00
Liturgia del:  24 settembre 2017

La Parola del giorno: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Nell’elenco dei paradossi evangelici è inserito l’insegnamento con cui Gesù chiude la parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna. Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, molti i chiamati e pochi gli eletti. L’affermazione di Cristo è chiara, comporta una verità e una logica distinte dal mondo. Tutti gli operai, anche quelli dell’ultima ora, trovano spazio nella Chiesa, la vigna di Dio in cui si dissoda il terreno delle anime, si potano le passioni umane, si sarchiano le zolle virtuose dei valori cristiani, si prepara la vendemmia dai grappoli biondi per il banchetto fraterno. La Chiesa non esclude, ma accoglie senza calcoli.
Nell’orto cristiano, germogliato nel tempo per opera dell’incarnazione, ognuno continua, oggi, a lavorare per testimoniare il valore di una umanità che edifica con gioia e con fatica il giorno del Signore. Forse alcuni, invece di coltivare la vigna di Dio, preferiscono incrementare i propri interessi: scarseggiano, infatti, coraggio ed entusiasmo e troppo evidenti sono l’egoismo della mente e del cuore, la critica per la misericordia degli altri.
Lavoriamo per la paura di perdere il salario. Siamo davvero gli ultimi, i più spregevoli, perché, pur avendo avuto la grazia della chiamata, operiamo nella vigna, pensando solo a noi stessi e lamentandoci, come i vignaioli della parabola, della misericordia di Dio. Gli muoviamo amari rimproveri. Così il mondo, oppresso dalla nostra disadorna vanità, stenta a diventare cristiano  perché gli manca lo stupore della bellezza e dell’amore. L’opprime il peso oscuro della giornata, mentre noi respiriamo tra i reticolati della vigna: vi lavoriamo dentro, ma l’occhio e l’anima sono fuori della vita. Della vita vera, che sta nel cogliere la tenerezza e la misericordia del Dio che salva.

Soccorrici, Signore, nell'ordinario cammino della vita
e, chiamati a lavorare nella tua vigna, dona a noi
la grazia dell'impegno e della fedeltà alla tua chiamata.
Spesso più che cristiani, ci sentiamo come schiavi,
trattenuti dal bastone di idoli falsi e capricciosi;
ma se tu vuoi, potremo superare la fatica del cammino
e vincere il male col bene, l'odio col perdono, la violenza
con la pace, il tormento con la tua divina misericordia. Amen.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 13/09/2017 - 08:00
Liturgia del:  17 settembre 2017

La Parola del giorno: Sir 27,30-28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti.
Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.
Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse:“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio  fratello».

Chi appartiene al mondo occidentale è generalmente portato ad avere uno sguardo sulla vita da creditore. Noi siamo i ricchi.
E abbiamo donato tante volte. Gli altri stanno di fronte a noi sempre in posizione di debitori, ci devono sempre qualcosa. E questo qualcosa ci mette in una condizione continuata di prepotenza.
Se è vero che stiamo così di fronte ai fratelli che abitano nella parte del mondo più povera, è vero che noi stiamo molto spesso così anche di fronte a Dio: in posizione di creditori. È una questione di mentalità. Per molti di noi, Dio ci deve sempre qualcosa. Adesso tocca a Lui. Se non tutti ragionano così, molti pensano comunque di non dovergli nulla! Il racconto evangelico di questa domenica vuole ribaltare questa situazione. Vuole che noi impariamo a sentirci sempre debitori. Debitori però molto particolari: direi più per somiglianza che per dovere. E questo perché le cose fra noi e Dio stanno così: Dio nel suo Figlio Gesù Cristo ci ha arricchiti con il suo perdono che non solo azzera per pura grazia il nostro debito contratto a causa del peccato, ma ci rende ricchi a tal punto da metterci nella condizione di agire nei confronti degli altri che hanno debiti con noi, come Lui ha agito verso di noi! Potremmo dire che Lui ci ha perdonato proprio per questo. Questa ricchezza, ricevuta con il suo perdono, la manteniamo e la moltiplichiamo se a nostra volta la offriamo. Se non accade questo, e la teniamo solo per noi, diventiamo inferno: luogo dove l’essere è senza perdono. Infinitamente prigioniero del suo egoismo. La più grande tragedia che ci possa capitare.

Signore Gesù Cristo, tu ci hai insegnato ad essere misericordiosi
come il Padre celeste, e ci hai detto che chi vede te vede Lui.
Mostraci il tuo volto e saremo salvi.
Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo
dalla schiavitù del denaro;
l'adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura;
fece piangere Pietro dopo il tradimento,
e assicurò il Paradiso al ladrone pentito.
Fa' che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé
la parola che dicesti alla samaritana: Se tu conoscessi il dono di Dio!
(Francesco, Preghiera per il Giubileo)

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/09/2017 - 08:00
Liturgia del:  10 settembre 2017

La Parola del giorno: Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Il testo si inserisce nel cosiddetto quarto discorso di Gesù (il discorso comunitario), dove tutti i brani, apparentemente slegati tra loro, racchiudono l’insegnamento di Gesù sulle relazioni reciproche tra i discepoli, quasi una “regola per la comunità”.
Egli offre indicazioni circa la disciplina della correzione fraterna e individua tre fasi: una privata, tra fratello e fratello (v. 15); una davanti a due o tre testimoni (v. 16) e una pubblica (v. 17).
Per coloro che non riconoscono l’errore e si rifiutano di pentirsi, si applica la pena più grave: l’esclusione dalla comunità.
Dare una mano al fratello perché si liberi del peccato, significa compiere un gesto di amore vero. «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore – scrive l’apostolo Giacomo – salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,20). E san Paolo nella Lettera ai Galati: «Quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione» (Gal 6,1).
La correzione fraterna è però un atto delicato e non privo di rischi. Essa non è un atto di accusa che umilia e mortifica il fratello, ma richiede umiltà e dolcezza. Dinanzi al male, non bisogna certo tacere per “quieto vivere”, perché la parola che denuncia mette in crisi, in discussione, rende critici i rapporti e provoca talora conflitti. Bisogna tacere quando la parola potrebbe distruggere e anche uccidere. La verità nella carità non uccide mai, salva.
Non bisogna, tuttavia, mai perdere di vista la parola del Signore:«Come potrai dire al tuo fratello: togli la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è una trave?» (Mt 7,4). E sarà bene, in ogni caso, restar persuasi, come dice sant’Ambrogio, che «la miglior correzione fraterna è l’esempio di una condotta irreprensibile». E più avanti, Gesù estende a tutti gli apostoli il potere di “legare” e di “sciogliere”, su cui costruire l’autorità della Chiesa.
Nella comunità, correzione e perdono danno a tutti la possibilità di ricominciare. Così la Chiesa apre le porte all’Amore misericordioso del Padre e diviene vera comunità di amore, di preghiera e di perdono.

O Padre, fa' che io sia unito a Cristo,
per essere unito con i miei fratelli
e possa sperimentare con loro
la forza del tuo Amore misericordioso.
Nella mia povertà, fa' che io sia trasformato dal tuo perdono,
perché esca dalla mia solitudine e vada incontro ai miei fratelli,
per amarli con tutto il mio cuore e senza riserve.
Rendermi capace di aiutare il fratello nell'errore,
come un amico che lo prende per mano
e lo riconduce al Padre, con mitezza e dolcezza di cuore.
Nelle tue mani io metto la mia vita: si compia in me la tua volontà.

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 30/08/2017 - 08:00
Liturgia del:  3 settembre 2017

La Parola del giorno: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo:«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Certo, il Signore Gesù ha rischiato e continua sempre a rischiare, affidando la Sua Chiesa alla debolezza degli uomini. E questo rischio si concretizza già nel vangelo, quando Pietro, appena nominato “capo”, cede alla tentazione del potere senza sacrificio, del comando senza servizio. Cristo mette subito i puntini sulle “i”: il Figlio di Dio sulla terra ha scelto la strada della croce; e questa sarà la sua unica gloria, molto diversa dalle glorie umane.
Pietro si appropria di un potere che invece gli era stato soltanto “affidato” come un servizio per il bene degli altri. E lo considera una corsa al successo personale. Pietro, non dimentichiamolo, è quello delle “tre tende” della Trasfigurazione, colui che vuole “fissare” il momento della gloria, “cristallizzare” il successo, senza la fatica e l’impegno che richiede. Non considera, in questo passo evangelico, la missione come una strada impervia e scoscesa, la vede come una luminosa e folgorante carriera.
Per noi cristiani, ma anche per i non credenti, la visione del potere gestito come “proprietà”, senza “mandato”, è una tentazione perenne, che permette al maligno di penetrare anche nelle più “sante” delle istituzioni. “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato…” dice Gesù a Pilato.
L’eliminazione del passaggio attraverso il sacrificio è per tutti la via scorciatoia più facile. Noi siamo tutti “Pietro”, non dimentichiamolo, nella generosità e nella paura, nel martirio e nella debolezza. Il “satana” che è in noi vuole continuamente farci allontanare dalla sequela di Cristo, con l’illusione del possedere pane, successo e dominio; questa strada porta al guadagno dell’effimero, ma in definitiva alla perdita della propria identità di uomini e di cristiani.
Anche nelle nostre scelte più nobili come la famiglia, il servizio ecclesiale o sociale, si può insinuare l’idolo del potere, l’illusione di essere importanti. Allora dobbiamo tornare dietro a Gesù con umiltà, gratuità, docilità allo Spirito che ci guida.

Noi ti ringraziamo perché ci richiami con forza
quando seguiamo una strada sbagliata.
Fa', o Signore, che possiamo discernere le nostre priorità
per non mettere sempre al primo posto noi stessi
e il turbinio di cose e persone che ci frastornano.
Che i nostri cuori comprendano che sei tu al primo a posto,
che sei tu la vera strada;
sì, la nostra strada è la croce:
accettare per amore le sofferenze, i disagi, le umiliazioni,
non come segno di debolezza o di sconfitta,
ma come atto di libertà che ci avvicina a te,
una scelta che ci conduce anche ad incontrare
veramente gli altri nell'amore.
Fa' che "perdendoci in te" ritroviamo te, il tesoro più grande.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 23/08/2017 - 08:00
Liturgia del:  27 agosto 2017

La Parola del giorno: Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro:«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Gesù è nel pieno della vita pubblica: battezzato al Giordano, insegna, cura, guarisce. La sua fama è giunta anche nella regione governata dal tetrarca Filippo, terra lontana da Gerusalemme.
A Cesarea Gesù si ferma e, come in altre occasioni, intesse da maestro un dialogo con i suoi.
Alla prima domanda i discepoli rispondono che, nell’opinione pubblica giudaica, Gesù è assimilato a un profeta: uno nuovo, o la reincarnazione di uno vecchio, comunque uno dei tanti annunciatori del Messia, non il Salvatore atteso dal popolo di Israele. Insomma, nonostante Gesù sia già noto anche nelle regioni più lontane da Gerusalemme, i più non hanno capito che Gesù è il Cristo. Tra la gente regna l’indifferenza, la confusione e il dubbio.
Allora il Maestro pone la seconda domanda. Luca la introduce con un “ma” avversativo, come a sottintendere un’opposizione tra i Dodici e tutti gli altri: Ma voi chi dite che io sia? Simone – come in altre occasioni – si fa portavoce del gruppo e mostra prontezza, chiarezza e fede tali che Gesù lo dice beato, per poi consegnargli un’altra rivelazione (Tu sei Pietro!), una promessa (Su di te…) e una missione (A te darò…).
In questo modo Gesù fonda la Chiesa: alle pendici di un monte, alla fonte di un fiume, in una periferia. E perché sia guidata nella vita pubblica, tra indifferenza, confusione e dubbio, la affida a un pescatore, abituato ad affrontare il mare e le tempeste, a un uomo che risponde immediatamente alla sua vocazione, che rinnega, si pente e vince la paura, che entra per primo nella tomba vuota e poi si mette avanti agli altri undici e parla a voce alta.
Per via della pronta confessione di fede a nome dei Dodici, Gesù rende capo della chiesa un semplice uomo e gli dà un nome concreto: pietra, roccia, riferimento incrollabile nella vita della Chiesa.
Chi è per noi oggi il papa? Molti continuano a confondere il Servo dei Servi di Dio con il sovrano del Vaticano o a distinguere la Chiesa da lui. Altri, al contrario, si nascondono dietro la sua figura carismatica (o di un altro leader religioso...) per rinviare la propria esplicita e personale adesione alla fede, che è invece esercizio coraggioso e irrinunciabile di ciascuna singolare coscienza.

Signore, ti preghiamo per il papa: abbia coraggio per riformare la Chiesa.
Signore, illumina le nostre menti perché comprendiamo a fondo
il servizio della Chiesa universale nella cultura moderna.
Signore, ciascun cristiano confessi con prontezza la sua fede
nel mondo che spesso è indifferente, confuso e dubbioso.
Signore, sgombra gli occhi degli uomini dal pregiudizio.
Solo il servizio sia nel cuore degli uomini e delle donne di Chiesa.
Signore, rendi ogni battezzato coraggioso e sincero nella testimonianza.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 16/08/2017 - 08:00
Liturgia del:  20 agosto 2017

La Parola del giorno: Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:«Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose:«Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò:«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Dopo la discussione con i farisei e gli scribi e l’insegnamento su ciò che rende impuro l’uomo, Gesù lascia le città in terra d’Israele, e si dirige verso Tiro e Sidone, in territorio pagano.
Ed è qui che riceviamo una grande lezione: il dono del Signore è per chi lo chiede con fiducia, non per chi lo pretende o per chi, invece di aver fiducia, chiede segni e prove. Solo la fede dà accesso al “pane dei figli”, sia per Israele che per i pagani, sia per chi ha visto che per chi non ha visto. Non è questione di razza o di religione. Ma solo di relazione di fiducia.
Mentre Gesù attraversa le zone pagane incontra una signora che gli chiede la guarigione della figlia, implorando “abbi pietà di me”: la cananea non accampa diritti, ma chiede aiuto a Colui che riconosce come Signore e Messia. Naturalmente la figlia indemoniata della cananea rappresenta tutti coloro che sono sordi, indifferenti, invasi dal male e dalla menzogna.
Gesù non risponde che al secondo tentativo, quello dei discepoli: dice che è venuto per le pecore perdute del popolo ebraico: la missione storica di Gesù è rivelarsi a Israele che lo attendeva.
Sarà compito del popolo eletto trasmettere il dono agli altri.
Alla cananea Gesù dà una risposta in apparenza molto dura: i doni destinati ai figli non si possono dare ai “cani” (così erano chiamati i pagani dagli ebrei). Di fronte all’umile insistenza della cananea, Gesù risponde con un gesto di salvezza. Non pone più condizioni, ma si lascia interpellare dalla donna fino a cambiare completamente comportamento. Smentisce il principio appena esposto, nel quale aveva dichiarato di voler mantenere la sua opera di salvezza dentro i confini del popolo ebraico. È il sincero bisogno della donna a fargli superare le barriere religiose e nazionali. Di fronte ai bisogni e alle sofferenze degli esseri umani, anche noi siamo chiamati, dall’esempio di Gesù, a mettere il bene delle persone sopra ogni divisione religiosa, culturale, razziale. Non c’è principio, dottrina o legge che tenga di fronte al dolore del prossimo. Occorre commuoversi e agire con solidarietà.

Signore, illumina le nostre vite con la luce della tua Parola,
perché comprendiamo che tra tutti i tuoi figli,
tu preferisci i piccoli, i peccatori, gli stranieri.
Fa', o Signore, che forti della nostra fede,
diveniamo missionari del Vangelo
e che ogni giorno, con il nostro piccolo operato,
riusciamo ad abbattere i pregiudizi che ci dividono
e ci impediscono di riconoscerci come fratelli.
Solo grazie al tuo sostegno riusciremo a salvarci!

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Lun, 14/08/2017 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2017

La Parola del giorno: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
In quei giorni Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La risposta della Vergine alle congratulazioni rivolte a lei dalla cugina ha una portata profetica. Siamo stati, forse, troppo abituati a leggere il Magnificat come una sorta di semplice preghiera devota, caratterizzata dal tema dell’umiltà, che ha reso grande Maria di Nàzaret. In realtà, questo eccellente inno mariano dice qualcosa di più: esso presenta la svolta ribaltata della storia. Proprio perché la presenza di Dio nel grembo della Vergine è il compimento della gioia, preannunciata da Davide e in seguito anche da Salomone (1Re 8,1-7.9-13), ora essa rinnova e trasforma la storia all’insegna della sua verità. Se Dio si è degnato di guardare con amore l’umile serva di Nazareth, ora Egli fa altrettanto nei confronti di tutta l’umanità, spiegando la potenza del suo braccio, disperdendo i superbi nei pensieri del loro cuore, rovesciando i troni dei potenti, innalzando gli umili, ricolmando di beni gli affamati, rimandando i ricchi a mani vuote.
Più che una semplice rivoluzione sociale, si tratta qui di una vera e propria svolta teologica, che finalmente rende nuova la storia.
Viene espressa, in altre parole, quella che è stata la realizzazione della profezia, presente nel libro dell’Apocalisse e posta sulla bocca stessa di Dio: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Parlando solo qui in tutta l’Apocalisse, Dio pronuncia il compimento ultimo della storia, così come lo contempla Maria nel suo Magnificat: «Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,7).
Nella festa dell’Assunzione della Vergine, contemplando il sorgere dell’arca maestosa verso il cielo, insieme col salmista, come Maria, anche noi eleviamo a Dio la nostra lode, acclamando:«Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza» (Salmo 131,8).
Guardiamo anche noi alla nostra vita e al pezzo di storia che abbiamo vissuto e riconosciamo i momenti e le occasioni nelle quali Dio ha operato “grandi cose” in noi. Allora la nostra lode e il nostro ringraziamento saranno veri e autentici. Scopriremo che questo Vangelo parla proprio di noi. E potremmo anche noi così scrivere il nostro Magnificat.

Santa Maria, tu che conservi e mediti i fatti della vita nel tuo cuore
e in essi sai riconoscere la mano provvidente di Dio Padre,
facci il dono del discernimento che scruta la vita con la luce della Parola.
Fa' che mai ci lasciamo rubare la gioia del Vangelo del tuo Figlio Gesù.
Ringraziamo te che hai camminato con fatica sulle strade della Palestina:
numerose volte ci hai sollevato mentre, umiliati, avevamo perso speranza,
ogni domenica ci nutri con il pane del cammino per il lavoro della settimana,
tante volte ci hai salvato con la tua misericordia ricevuta nel sacramento.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/08/2017 - 08:00
Liturgia del:  13 agosto 2017

La Parola del giorno: 1re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33;

Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Gesù da solo in preghiera resta sul monte fino alla quarta veglia della notte (quasi le sei del mattino), mentre i discepoli lottano col mare in tempesta. Ma Gesù non li ha abbandonati. Gesù si avvicina camminando sul mare, simbolo delle forze oscure e potenti del male. Cammina sopra le difficoltà e le contrarietà. Ma i discepoli non lo credono possibile e pensano ad un fantasma: la loro reazione è la paura. Gesù infonde allora coraggio e fiducia.
Come un bambino che impara a camminare, Pietro parte e poi cade, affonda. Non tiene fisso lo sguardo su Gesù, ma spaventato dal vento, è dominato dalla paura. Ci insegna che, in un mondo agitato, dobbiamo imparare a camminare, come bimbi, verso nostro Signore, con lo sguardo fisso in lui. Egli viene sulla barca della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra comunità. La sua presenza calma la nostra esistenza agitata, pacifica la nostra interiorità, riconcilia in profondità le nostre relazioni.
Gesù ci dà l’esempio perché anche noi abbiamo la capacità di staccare dalle tante attività, per trovare dei tempi per la cura di noi stessi. Per riprendere le relazioni fondamentali: guardarci dentro e ritrovare chi siamo; in mezzo alla natura per recuperare la nostra misura; con le persone che amiamo perché l’amore va coltivato; con Dio che ci ama in modo incondizionato.
La notte è simbolo dei momenti duri e difficili della vita. Così come il mare è segno delle forze oscure e malefiche che ci soggiogano.
Nelle difficoltà Gesù sembra essere assente (o addormentato), ma, mentre noi non lo riconosciamo, egli cammina sopra le onde contrarie, al nostro fianco nelle difficoltà. Spesso è proprio nei momenti duri che Dio si rivela a noi e ci chiama in modo nuovo.
Quando guardiamo più alle contrarietà invece di tenere fisso lo sguardo su Gesù, abbiamo paura. Quali sono le paure che paralizzano i nostri piedi e ci fanno affondare? Cosa vuol dire tenere lo sguardo fisso su Gesù che ci chiama: vieni?

Signore Gesù, che passavi le notti a pregare il Padre tuo,
fa' che ti diamo spazio quando vorrai dimorare in noi.
Signore Gesù, che passavi sereno sopra le paure della vita
aiutaci a superare le nostre paure tenendo lo sguardo fisso su di te.
Signore Gesù, tu hai salvato Pietro dalle acque agitate,
fa' che cerchiamo la tua mano quando affondiamo nel peccato.
Donaci allora il tuo Spirito che ci insegni a riconoscerti
e ad avere il coraggio di vivere secondo il tuo Vangelo.