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Aggiornato: 1 ora 9 min fa

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/07/2018 - 08:00
Liturgia del:  15 luglio 2018

La Parola del giorno: Am 7,12-15; Salmo 84 (85); Ef 1,3-14

Dal Vangelo secondo Marco (6,7-13) In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il Signore Gesù sceglie e chiama i suoi apostoli: non bandisce concorsi, non chiede la presentazione di curricula. Non sono i più colti, i più intelligenti, i più saggi. Li invia, semplicemente, piccola comunità di due persone, a narrare ciò che hanno udito. Non ci stanchiamo di lasciarci colpire dall’indicazione di inviarli non in modo individuale, ma come piccolo germoglio di comunità, «a due a due». Nel nostro contesto storico e sociale, spesso legato all’opportunità e all’efficienza, una puntualizzazione del genere rischia di essere letta solo come un piccolo escamotage per ottimizzare le risorse: quasi che il mettersi insieme possa coincidere con un “dividere le spese”. Se in effetti è necessario poter contare sulle energie dei fratelli, soprattutto nei momenti di maggiore scoraggiamento, è anzitutto vero affermare che, in questo modo, Gesù vuole mettere al riparo la sua Chiesa nascente da ogni tentazione di protagonismo, di autoaffermazione, di complicità. Nessuno si muove da solo, a titolo personale, come libero battitore o, peggio, come capace di eseguire un “assolo” che però non contribuisce all’armonia dell’orchestra che è la comunità credente. Ci si muove insieme: talvolta con lo slancio che moltiplica l’entusiasmo; talvolta con la pazienza di chi scopre che non tutti hanno lo stesso passo. Gesù chiede soltanto la disponibilità alla missione e la povertà dei mezzi. Descrive anche l’atteggiamento dei destinatari della Parola: accoglienza e ascolto. È una pagina del Vangelo molto forte, nella sua inconfondibile chiarezza, che obbliga molti di noi, talvolta molto impegnati a “gestire” la vita e la vitalità delle nostre parrocchie, a un serio esame di coscienza rispetto al nostro rapporto con i beni materiali. Da questa pagina di Vangelo emerge una rara determinazione, che Gesù indica come atteggiamento opportuno per la missione: fermezza, unita però a povertà di cuore e a disponibilità di spirito; povertà, che ci porta a non fidarci di altri se non di Lui, e non delle sovrastrutture che mascherano il Vangelo; disponibilità, che ci induce a ricercare nella nostra vita il bello e il buono, e a mettere da parte ciò che ci appesantisce e ci complica l’esistenza. E i frutti di questi atteggiamenti sono la conversione, la fuga dal male e la guarigione dello spirito.

Ti chiediamo, Signore, la disponibilità ad essere evangelizzatori e al contempo evangelizzati. Ti chiediamo, Signore, di rendere semplice la nostra vita, e di compiere scelte radicali scuotendo la polvere del compromesso dai sandali della nostra povertà.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 04/07/2018 - 08:00
Liturgia del:  8 luglio 2018

La Parola del giorno: Ez 2,2-5; Salmo 122 (123); 2Cor 12,7-10

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6) In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Cosa sarebbe successo se avessimo letto che Gesù non si meravigliava dell’incredulità dei suoi concittadini? Avremmo pensato in prima battuta che, in fondo in fondo, era ovvio che fosse così per chi, nella sua qualità di Figlio di Dio, già tutto sapeva sugli uomini, ancor prima che avvenisse quello che doveva accadere. Secondo il nostro modo di pensare, scontato frequentemente, avremmo finito col mutuare, in tal modo, Gesù con una sorta di mago, in giro per il mondo a quel tempo conosciuto... già avvezzo alla logica del calcolo, per niente fiducioso e, per dirla tutta, anche totalmente disinteressato, rispetto alle sorti del genere umano.
Il nostro pensiero muta percorso, invece! Le cose cambiano proprio grazie allo stupore di Gesù, che non incenerisce i suoi concittadini miopi per la delusione che gli accendono dentro; nella sua veste di Figlio di Dio, continua ad amare fino in fondo gli uomini, lasciandoli liberi di non credere, di non riconoscere quanto era sotto i loro occhi. Gesù, uomo tra gli uomini, non resta estraneo nemmeno rispetto alla reazione di stupore che prende forma dalla condotta inaspettata di chi lo aveva visto nascere, giocare, imparare a camminare e che avrebbe dovuto avere verso di lui un comportamento meno sospettoso ma carico di fiducia e di complicità. Prende così su di sé questo carico di umanità, di fragilità e di paletti; si sorprende. Va oltre, però: né si spaventa, né si sfiducia. Dimostra, per un verso, che ha scelto proprio questa rete di relazioni fragili, segnate dalla diffidenza, dal sospetto. Per l’altro verso, va oltre: il passo si conclude con un’azione di movimento; dice Marco infatti: «Gesù percorreva i villaggi, insegnando». Restano così davanti agli occhi del lettore di questo passo di Marco due matasse di reti, di relazioni umane: la prima, pesante e nodosa, così fitta da non lasciar viva speranza alcuna di ritrovare il bandolo, perso ormai nelle spire delle corde; la seconda, ben ripiegata, pronta per l’uso, carica di promesse: «Sebbene non potesse operare nessun prodigio, impose le mani a pochi malati e li guarì». La missione si sposta di luogo e continua, carica di vita sempre nuova e sempre eloquente sia per coloro che assistevano a quel tempo direttamente alle guarigioni, sia per noi che oggi leggiamo.

 

Signore, concedimi di non essere chiuso nel mio pregiudizio e nel mio calcolo e di aprirmi alla tua parola con cuore nuovo e azioni nuove. Concedimi di nutrirmi della tua pace. Che io possa portarla a coloro i quali incontrerò su tutte le strade che percorrerò.

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ven, 29/06/2018 - 20:00
Liturgia del:  1 luglio 2018

La Parola del giorno: Sap 1,13-15; 2,23-24; Salmo 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15

Dal Vangelo secondo Marco (5,21-24.35b-43 forma breve) In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

«Gesù insegnava con autorità», scrive Marco all’inizio del suo Vangelo (1,22). È l’autorità di Dio, che gli permette di compiere miracoli ed esorcismi mai visti prima. Marco inserisce questi episodi nel suo racconto e riferisce di folle che seguono e cercano Gesù perché pensano sia un grande guaritore. Non cercano il Figlio di Dio. Sono mossi dalla curiosità e dalla ricerca di un bene per sé o per i loro cari. Colpisce, per la mentalità di oggi, vedere Giairo, un capo della Sinagoga che si occupava della liturgia, gettarsi ai piedi di Gesù e supplicarlo. Era un capo, un uomo che aveva a che fare con la Torah e per questo in qualche misura poteva considerarsi più vicino a Dio dei poveri e dei malati che seguivano Gesù. Eppure si getta ai piedi di questo guaritore eccezionale e lo supplica. Sua figlia sta morendo. L’amore per sua figlia gli dà il coraggio di umiliarsi per supplicare. Quanti uomini e donne sofferenti anche oggi sono disposti a tutto, anche ad affidarsi ad improbabili guaritori quando vi scorgono anche solo un barlume di speranza! Il dolore, e l’amore, muovono il cuore dell’uomo. Gesù ascolta la supplica di Giairo e risponde con l’amore, oltre ogni attesa, oltre ogni umana speranza: compie il miracolo che nessuno avrebbe osato chiedere perché impossibile: restituisce la vita alla bambina. Senza lunghe preghiere. Con poche parole. Con autorità. Possiamo provare a suggerisce di leggere il Vangelo di Marco a partire dalla sua conclusione, dalla croce/risurrezione di Gesù, perché questo è il “centro da cui partire e in base al quale tutto valutare”. «Perché vi agitate e piangete?». Questa domanda di Gesù riecheggia oggi per noi insieme alla sua parola, «Io ti dico alzati!». Alzati, ovvero risorgi.

 

Signore, inizia il vero dramma del cristiano: riuscire a credere che tu sei risorto, testimoniare al mondo intero che tu sei vivo, l’unico tornato dal regno dei morti. Perché credere alla risurrezione significa cambiare ogni cosa, cambiare modo di pensare, modo di vivere, perché diverse sono le stesse cose. Signore, donaci di credere. (D. Maria Turoldo)

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

Mer, 27/06/2018 - 08:00
Liturgia del:  29 giugno 2018

La Parola del giorno: At 12,1-11; Salmo 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-19) In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

La Chiesa è al centro di questo brano, fotografata come in un’ecografia prenatale. Appare qui già nelle sue forme essenziali, quel che è: comunità di discepoli uniti tra loro dalla relazione con Gesù, corpo unico nel quale la testa e le membra collaborano, unite alla vita. Il ruolo di Pietro, visto da qui, appare proprio come la testa nell’immagine del feto: sproporzionata rispetto al resto del corpo, così pesante da poterne causare il rovesciamento... Come succederà, infatti, a Pietro: dalla rivelazione, dalla beatitudine («Beato sei tu...») finirà su una croce, rovesciato a testa in giù, e il primato, il potere che riceve agli occhi del mondo, si ribalterà nel martirio: avrà una morte persino più dura di quella di Gesù stesso. Se interpretata con fedeltà, la vocazione del papa implica infatti per se stessa un esito estremo di testimonianza. La Chiesa del primato petrino nascerebbe, come in un parto, come il martirio del primo papa, a testa in giù. Tuttavia qualche paragrafo dopo questo brano, lo stesso evangelista sembra ritornare su un concetto fondamentale e il testo registra quasi una ripetizione: «tutto ciò che legherai […], e tutto ciò che scioglierai [...]» (Mt 16,19) diventa: «Tutto quello che legherete [...] e tutto quello che scioglierete [...]» (Mt 18,18). Mediante il plurale, Gesù estende alla comunità dei discepoli il mandato assegnato poco prima a Pietro. Tornando all’immagine del feto, si ristabilisce l’equilibrio fisiologico tra le membra, si restituiscono le proporzioni e il fotogramma riprende la giusta prospettiva. L’equilibrio di poteri, le proporzioni tra le parti e la prospettiva coerente tengono in vita la Chiesa tra primazia e collegialità, tra primazia e sinodalità; e nella storia della Chiesa, da più di duemila anni, tra alti e bassi, la collegialità e la sinodalità non tolgono valore al primato petrino, ma ne aggiungono: Pietro e i discepoli (il papa e i vescovi; il papa, i vescovi e i laici) sono in vitale relazione e hanno il comune fine di coinvolgere nella relazione con Cristo (legare) o riconoscere la lontananza da Cristo (sciogliere), sulla terra e nel Regno dei cieli, nella comunità dei cristiani come nella relazione celeste dell’amore trinitario.

 

Cristo, vita della Chiesa e speranza per l’uomo, sia al centro di ogni relazione ecclesiale. Il papa e i vescovi vivano uniti nella comunità ecclesiale. Papa, vescovi e laici siano capaci di coinvolgere tutti gli uomini e le donne nella vita della Chiesa. La Chiesa sia capace di legare a Cristo uomini e donne del nostro tempo.

NATIVITÀ DI S. GIOVANNI BATTISTA

Mer, 20/06/2018 - 08:00
Liturgia del:  24 giugno 2018

La Parola del giorno: Is 49,1-6; Salmo 138; At 13,22-26

Dal Vangelo secondo Luca (1,57-66.80) Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

L’importanza del ruolo di Giovanni il Battista ci è suggerita anche dalla festa di oggi: egli infatti è l’unico del quale si ricordi, nella preghiera della Chiesa, tanto la nascita quanto il martirio. È ciò che accade per Gesù ed è ciò che viene proposto per il suo precursore. Siamo aiutati a comprendere che il Battista è una figura unica, capace non solo di preparare, ma di intercettare il cuore di quella che sarebbe stata la predicazione del Messia: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (cfr. Mt 3,2 e Mc 1,14). A partire dalla vicenda dei suoi genitori, possiamo trarre due percorsi di riflessione. Di Zaccaria è ricordata l’incapacità di parlare. Forse dovremmo dire, meglio, si trattò, anzitutto, di incapacità di ascoltare. Nella parte precedente a questa, infatti, Luca ci ricorda i dubbi e le resistenze che, nel Tempio, avevano impedito al sacerdote di cogliere il valore dell’annuncio ricevuto. Quando non proviamo ad ascoltare, finiamo per rimanere muti. Non è solo una capacità o un deficit fisico; è pure una scelta interiore. Chi pretende eternamente di essere ascoltato, finisce di ricoprire gli altri delle sue parole di arroganza. Chi prova ad ascoltare, cioè a fare spazio in sé alla presenza e alle idee degli altri (e di Dio) si troverà capace non solo di rispondere, ma di pronunciare parole cariche di umanità. Zaccaria ci aiuta a ripensare alla nostra capacità di ascolto e alla nostra docilità alla Parola, persino quando essa ci appare incomprensibile o impraticabile. Elisabetta assume un atteggiamento deciso e sorprendente, se pensiamo al fatto che – come emerge dal racconto – le donne non avevano spazio di parola e di decisione. La sua vicenda ci aiuta, come singoli e come comunità, a domandarci come reagiamo davanti alla novità, quanto finiamo per chiamare “prudenza” le nostre paure, come ci accomodiamo nel «comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così» (Eg 33).

Per intercessione di san Giovanni Battista donaci, Signore, orecchi attenti, aperti, docili; un cuore pronto a desiderare la tua volontà anche quando è diversa dalla nostra. Che la nostra vita non sia chiusa alla novità, ma disponibile alla creatività dello Spirito.

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 13/06/2018 - 08:00
Liturgia del:  17 giugno 2018

La Parola del giorno: Ez 17,22-24; Salmo 91 (92); 2Cor 5,6-10

Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34) In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Qui abbiamo due parabole strettamente legate tra loro. La prima afferma che il Regno di Dio è tutto opera sua, al di là di ogni possibile azione dell’uomo, giungerà senza alcun dubbio al suo compimento. Un messaggio in apparenza semplice, ma difficile da capire: in ogni lotta anche quella che sembra più disperata, bisogna stare tranquilli, pieni di fiducia in Dio. La promessa di Dio è come un seme gettato nel solco della storia, il Cristo risorto è il seme che cresce da solo. È una parola che non vuole spingerci alla deresponsabilizzazione, ma aiutarci a vivere la nostra testimonianza, il nostro impegno di apostolato, in una armonia che è possibile solo nella logica della fede. Fuori da essa anche noi saremmo continuamente tentati di immaginare, programmare e, soprattutto, giudicare le persone e le situazioni secondo una logica “mondana” di efficienza, di produttività, di consenso. L’uomo, la donna di fede non si accontentano di ciò che è immediatamente misurabile; sanno che spesso il valore autentico è quello nascosto nel profondo. La seconda parabola parla della crescita del Regno di Dio e mette in risalto la grandezza dell’albero rispetto alla piccolezza del seme. Il Regno di Dio è il grande albero che si estende ad abbracciare tutti i popoli e tutti gli uomini. Coloro ai quali è stato confidato il mistero del Regno condividono le prospettive di Cristo; la cosa piccola e umile può nascondere un destino di gloria, se ne viene colto il valore. Un insegnamento universale. Siamo così aiutati a non andare, come ci suggerisce la Scrittura, alla ricerca di qualcosa di grande e di superiore alle nostre forze. Secondo la logica che il papa illustra nell’esortazione Evangelii gaudium non siamo chiamati, come singoli e come gruppi e comunità, ad occupare spazi, quanto piuttosto ad avviare percorsi. È la logica del chicco di senape che porta con sé la pazienza con la quale è necessario accompagnare ogni semina e ogni coltura. È la logica della gradualità, così preziosa in ogni opera educativa. È la logica del servizio: la crescita della grande pianta non diventa occasione di autoaffermazione, ma di accoglienza.

 

Mio Dio, affido la mia vita nelle tue mani, con il tuo sostegno non ho paura. Dedico a te gioie e sofferenze. Padre mio, confido nel tuo sguardo benevolo sulle mie giornate. La tua volontà si compia in me, ti dono la mia anima, con fiducia infinita, proteggila. Amen.

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/06/2018 - 08:00
Liturgia del:  10 giugno 2018

La Parola del giorno: Gen 3,9-15; Salmo 129 (130); 2Cor 4,13-5,1

Dal Vangelo secondo Marco (3,20-35) In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro». Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

È, questa, una pagina del Vangelo molto dura. Un “Vangelo duro”, ma, in fondo, necessario, perché mette in primo piano la necessità di annunciare, con le parole e con le opere, quanto Dio ci ama, e incoraggiare tutti a compiere la sua volontà. Innanzitutto il Regno, poi viene il resto, compresi gli affetti più cari. Il Signore non viene a farci rinnegare quanto di buono proviamo verso gli altri; viene a inserire i nostri affetti nella sua grande “scuola”, per aiutarci ad amare gli altri “fino alla fine”, completamente e autenticamente, come lui. Maria, insieme ai famigliari di Gesù, era preoccupata e meravigliata per quello che Gesù compiva in mezzo alle folle, forse non capiva, come era già accaduto in occasione dello smarrimento di Gesù, adolescente, nel tempio. La sua grandezza sta proprio nell’accogliere tutto quanto accade al Figlio e divenire, essa stessa, discepola di Gesù. Suo figlio non era né come tutti gli altri figli, né come lei se lo aspettava. Probabilmente anche lei ha faticato a capire la “novità” introdotta da Gesù. Spesso i figli non rispondono alle attese e ai progetti degli adulti e degli altri educatori: occorre la capacità di lasciare che ciascuno cerchi e imbocchi la strada della sua vocazione. Da questo brano evangelico comprendiamo che Dio è novità, anche se il nuovo ci fa sempre paura, perché ci pone nell’incertezza e nell’incognita. Il vecchio noi lo conosciamo, sappiamo come si articola o come finisce, però in esso non c’è evoluzione; il nuovo, invece, è imprevedibile e sorprende. Ma Dio ama proprio sorprendere. Papa Francesco ce lo ricorda sempre. Non dobbiamo avere paura delle novità che vengono dal cuore di Cristo. Per questo ci vuole davvero un grande coraggio: il coraggio che solo un cuore pieno di amore e di fede per Cristo sa avere e trasmettere agli altri.

Signore Gesù, ci sono tante cose che ora non comprendo, ma ho piena fiducia in te. Mi affido alla verità della tua Parola che trasforma e rinnova ogni cosa. Invoco il tuo Santo Spirito affinché mi illumini e mi sospinga a compiere sempre la tua volontà.

CORPO E SANGUE DI CRISTO

Mer, 30/05/2018 - 08:00
Liturgia del:  3 giugno 2018

La Parola del giorno: Es 24,3-8; Salmo 115 (116); Eb 9,11-15

Dal Vangelo secondo Marco (14,12-16.22-26) Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Quella notte, a Gerusalemme, il Signore Gesù ci ha lasciato il suo testamento, l’ultima parola che Dio pronuncia che è, fondamentalmente, una parola di salvezza: il suo sangue “versato per tutti”, il suo corpo – Corpus Domini – offerto per la salvezza dell’umanità. In quell’ultima cena e in ogni parte del mondo, ogni volta che si celebra l’Eucaristia, Gesù stesso, nella preghiera, permette che i doni terreni del pane e del vino ci vengono nuovamente donati, da parte di Dio, quale corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio nell’amore accogliente del Figlio. La celebrazione del Santissimo corpo e sangue del Signore ci induce a riflettere su questo dono immenso che il Signore fa alla sua Chiesa e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Il “corpo” nel linguaggio biblico significa la persona che si manifesta ed entra in relazione con gli altri, con il mondo. Lo spezzare il pane e il distribuire è atto di attenzione profonda verso tutti coloro che hanno bisogno di amore, espressione piena della caritas cristiana che rende consapevole la Chiesa di essere sempre in comunione con il Dio vivente. Il Corpus Domini avvicina gli uomini gli uni agli altri e la Chiesa comprende di derivare dall’Eucaristia e proprio per questo dalla morte e risurrezione di Cristo, anticipate da Lui nel dono del suo corpo e del suo sangue.
L’Eucaristia, quindi, non è solo un evento sacro, ma soprattutto il dono di una Persona, dinanzi al quale noi veniamo interpellati. Quando vedremo quell’Ostia Santa passare in mezzo alle nostre case è come se Gesù dicesse, a ciascuno di noi: questo pane che ti do da mangiare sono Io, proprio Io che, bruciato d’amore per te, mi consegno alla morte. «Questo è il mio corpo»: tale dichiarazione sono chiamati a ripeterla tutti coloro che nell’Eucaristia sono uniti a Cristo. Ognuno dovrebbe poter dire: ecco qui la mia persona, sono qui per servire e donarmi come Gesù ha fatto con noi.

 

Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, abbi pietà di noi. Aiutaci a riconoscere il tuo corpo e il tuo sangue nei corpi della miseria, della sofferenza e della solitudine. Rendici frammenti del tuo corpo, particole disseminate nel mondo, per nutrire d’amore ogni persona che incontriamo sul nostro cammino.

SANTISSIMA TRINITÀ

Mer, 23/05/2018 - 08:00
Liturgia del:  27 maggio 2018

La Parola del giorno: Dt 4,32-34.39-40; Salmo 32 (33); Rm 8,14-17

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20) In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

“Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù, così dicendo, ha rivelato agli apostoli il mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e li ha invitati ad annunciarlo a tutti, affinché tutti in lui trovino la parola di salvezza e la strada per comunicare con Lui.
È un Dio che si è fatto conoscere nei tempi antichi, prima ad Abramo, a Mosè, ai profeti e che ha portato a compimento la sua definitiva rivelazione attraverso Gesù Cristo stesso, come Giovanni dichiara all’inizio del suo Vangelo (cfr. Gv 1,18). Oggi il Signore continua a raggiungerci là dove siamo con il suo Spirito Santo, così come ci ha promesso: “Ed ecco, io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Che cosa dobbiamo fare noi? Avere fiducia e confidare nella sua Parola, diventando suoi testimoni. La sua Parola è rivolta a noi come parola d’amicizia, offerta per dialogare con noi: Dio parlando da amico, si rivela come amico vicino a ciascun uomo, impegnandoci a condurre una vita degna dell’amore ricevuto. Dio si rivela all’uomo attraverso la sua storia quotidiana: cammina con lui, rispetta i suoi tempi, attende e si china su chi conosce sconfitte e cadute.
Il Signore ha fissato per sempre la sua dimora in ogni uomo, in ogni essere umano, in modo da imprimere su di noi la sua immagine. Celebrare la Trinità può apparire superfluo: in fondo, ogni nostra preghiera inizia e finisce con l’invocazione di questo nome, mentre tracciamo il segno di croce. Eppure la festa di oggi, mentre ci aiuta a cogliere qualcosa del mistero del Dio di Gesù Cristo, finisce anche per farci comprendere meglio la nostra identità e vocazione.
Ecco: non celebriamo la Trinità per proiettarci in una strana, fantasiosa e forse persino comoda dimensione ultraterrena. Contempliamo la Trinità per conoscere Dio (!) che così ha voluto rivelarsi. E per conoscere non una divinità “qualunque”, facilmente confondibile tra le molte vie religiose che abitano il nostro tempo e le nostre città; la Trinità è il volto del Dio cristiano, di cui il Figlio è stato per noi rivelazione, racconto (cfr. Gv 1,18). E la coscienza di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio ci porta a conoscere Lui per capire meglio noi stessi: la nostra identità, la nostra missione.
Accogliere un Dio-Trinità significa, in fondo, rinunciare a qualunque isolamento per aprirsi alla comunione; contemplare un Dio estroverso significa mettere da parte ogni forma di indifferenza, di chiusura, di rivendicazione.

 

Fa’, o Signore, che il mondo riconosca i segni della tua presenza e ti cerchi nell’intimo di ogni uomo là dove tu hai fissato per sempre la tua dimora e aiuta i sofferenti e i peccatori a trovare nel tuo Spirito la forza di lottare, nella tenerezza del Padre l’accoglienza misericordiosa, nell’esempio del Figlio la strada per risorgere.

PENTECOSTE

Mer, 16/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  20 maggio 2018

La Parola del giorno: At 2,1-11; Salmo 103 (104); Gal 5,16-25

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,26-27; 16,12-15) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Gli apostoli, pur avendo condiviso per lungo tempo la vita di Gesù, sono in uno stato di profondo turbamento; ma quando Cristo appare loro e, come promesso, dona ai suoi apostoli il “Paraclito”, ecco che tutto si rischiara. Attraverso il dono dello Spirito si crea un legame indissolubile tra loro e Dio; ed è proprio grazie all’aiuto dello Spirito Santo che gli apostoli potranno accogliere la sfida della testimonianza della fede in Dio nel mondo. Anche noi nel battesimo riceviamo lo Spirito Santo: noi tutti battezzati entriamo quindi nell’alleanza con Dio, un legame che Dio non scioglierà mai. La vita di oggi è tentata da quella che papa Francesco chiama «tristezza individualista»: ci ritroviamo sempre più soli, rinchiusi nelle nostre case, ad affrontare i problemi e le sfide che la vita ci pone. Le logiche economiche prevalgono sul sostegno dato da una positiva coscienza comunitaria. Viviamo in un mondo fatto di contrapposizioni, a volte feroci, tra le idee, che spesso sfociano in violenza. Assistiamo a comportamenti incomprensibili da parte di coloro che hanno responsabilità di governo. Noi battezzati abbiamo ricevuto il “Dono”, lo Spirito Santo è con noi: il soccorritore, l’aiutante, l’intercessore, Esso ci aiuterà a comprendere la storia che stiamo vivendo. Se guardiamo gli eventi con la luce della fede, ritroveremo la speranza, il coraggio e la strada giusta per continuare il nostro cammino di testimonianza anche in questa società inquieta. Coraggio quindi, ricordiamoci che siamo discepoli di Cristo e a noi è stato dato il compito di realizzare il progetto di Dio: in noi stessi, nella famiglia, nella comunità, nella società. Possiamo tener presente costantemente che “l’altro sono io”, specialmente nei confronti di quelli che sentiamo “diversi”; dobbiamo saper superare gli steccati che la società costruisce e tenere presente che “l’umanità” è una, nel tempo e nello spazio.

Signore, ravviva in noi la forza del tuo Spirito Santo, sostienici nelle nostre fatiche e nelle nostre cadute affinché possiamo vivere la nostra vita coerentemente con la tua parola.

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 09/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  13 maggio 2018

La Parola del giorno: At 1,1-11; Salmo 46 (47); Ef 4,1-13

Dal Vangelo secondo Marco (16,15-20) In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

I santi mistici – coloro che sono ascesi in alto, dentro al mistero di Dio – che hanno punteggiato di luci la storia della nostra fede sono stati anche quelli più incarnati, più partecipi della realtà, più capaci di immettervi dentro linfa vitale nuova, di porre gesti nuovi e parole diverse dall’ordinario, di generare segni nuovi, tutti molto concreti. I santi mistici – uomini e donne ascesi con Gesù – hanno generato nella storia umana le prime scuole per coloro che erano analfabeti, i primi ospedali per coloro che erano malati, i primi ricoveri per coloro che erano senza tetto, i primi luoghi di riscatto per le donne che erano offese nella loro dignità, le prime mense per coloro che erano affamati, i primi luoghi di preghiera vera e di incontro con se stessi per coloro che vivevano nella dissipazione. Entriamo così nel vivo del Vangelo di oggi, che è la conclusione del Vangelo di Marco, il più antico Vangelo a essere composto. Vediamo che il momento dell’ascensione di Gesù al cielo che è poi il Padre stesso, circondato dagli angeli e dai giusti, è tutto custodito e incorniciato da una realtà che la precede e la segue. Il brano infatti inizia con la consegna che Gesù fa ai suoi di “andare e predicare il Vangelo ad ogni creatura”; termina con l’inizio di questa realtà, nella quale Marco utilizza gli stessi verbi: essi “andarono e predicarono il Vangelo dappertutto”. Andare e predicare. Gesù non dice ai suoi: venite in cielo con me. Dice loro: andate per il mondo e predicate il Vangelo a tutti, addirittura ad ogni creatura includendo qui – quanto poco lo valorizziamo – ogni creatura vivente, non soltanto gli esseri umani, in un coinvolgimento radicale di tutto il creato immesso in modo vitale dentro la vita di Dio. Risuonano le parole di Paolo: «Tutta la creazione geme e soffre in doglie di parto aspettando (letteralmente: tendendo il collo) l’adozione a figli» (Rm 8,22-23). Il massimo innalzamento per i figli di Dio coincide con il più profondo e concreto inchinarsi verso la creazione e le creature per servirle amandole, per amarle servendole. Ecco il senso dell’ascensione, la scia di luce che Gesù ci rende visibile risalendo verso il Padre e sottraendosi ai nostri occhi di carne, per aprirci quelli più profondi e non soggetti a infermità dello spirito, resi vivi dallo Spirito Santo effuso in noi.

Dio, Padre di misericordia verso cui il Figlio Gesù ascende, Figlio Gesù che risalendo al Padre ci apri la via che sei tu, Spirito Santo che effuso in noi ci immetti dentro questa via vivente: Trinità Santa, donaci la capacità di accogliere tutta la profondità, l’altezza, l’ampiezza e lo spessore della vita di Dio in noi, per poter andare e predicare il Vangelo dappertutto a ogni creatura, con segni che confermino la nostra credibilità di figli di Dio.

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 02/05/2018 - 09:00
Liturgia del:  6 maggio 2018

La Parola del giorno: At 10,25-26.34-35.44-48; Salmo 97 (98); 1Gv 4,7-10

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,9-17) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Il brano si inserisce nel lungo discorso che Giovanni mette in bocca a Gesù nell’ultima cena. È il cuore di quel discorso (capp. 13-17), quasi un testamento spirituale, e quindi il centro di tutto il Vangelo. La parabola della vigna (15,1-8) è per Giovanni una metafora per passare subito a parlare di ciò che gli interessa: il “rimanere”. È un rimanere reciproco e vicendevole tra il discepolo e Gesù. Rimanere nel suo amore significa entrare nel circuito dell’amore del Padre e del Figlio. Ma è anche un amore che si dispiega nella comunità e diventa esperienza di amore reciproco. L’amore reciproco trova la sua sorgente nell’amore di Gesù. Possiamo amare solo se amati. L’amore reciproco è fondato sul “come” il Signore ci ha amati. Questa esperienza di amore diventa gioia. È la gioia di un amore pieno: essere amati e amare, amare Dio e amare i fratelli. È esperienza di comunità: una sorta di entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione. È anche amore di amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (15,13). E Gesù comanda l’amore reciproco (ci comanda ciò di cui abbiamo più bisogno): «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (15,17). L’evangelista è più esplicito in 8,31: «Se rimanete nella mia Parola, sarete miei discepoli». È la Parola che rende disponibili i discepoli a rimanere con Gesù. È sempre la Parola la condizione per continuare a crescere nel discepolato: «Se le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (15,3). Nella spiritualità laicale la Parola della Scrittura è al centro. Illumina la vita. L’annuncio del Vangelo diventa allora non solo una parola che mi parla di Dio, un suo messaggio per me, una sua lettera. È innanzitutto una parola che parla di me e mi aiuta a interpretare la mia esistenza; come una luce per riconoscere la presenza del Risorto nelle pieghe della vita. Non sono io innanzitutto che interpreto la Bibbia. È la parola che mi interpreta. «La sacra scrittura si presenta agli occhi della nostra anima come uno specchio, in cui possiamo conoscere ciò che in noi c’è di bello e di brutto» (Gregorio Magno).

Dio Padre vignaiolo amorevole che vegli su noi, Figlio vera vite in cui siamo innestati vitalmente, Spirito Santo amore che congiungi il Padre e il Figlio intrecciandoci nella vita trinitaria, Dio, comunità di amore, concedici di entrare e rimanere nel circuito della vita trinitaria che è concretezza d’amore ricevuto e accolto, custodito e irradiato.

V DOMENICA DI PASQUA

Mer, 25/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  29 aprile 2018

La Parola del giorno: At 9,26-31; Salmo 21 (22); 1Gv 3,18-24

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,1-8) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Se per definirsi “pastore”, Gesù ha avvertito il bisogno di specificare che si tratta di “quello bello”, allo stesso modo qui per definire se stesso come “vite”, egli sente il bisogno di aggiungere questo particolare attributo, che lo caratterizza come “la vite vera”. Pertanto, non si tratta di una “vite” qualsiasi, ma di quella “vera”: questi è Gesù. Perché questa rivendicazione? È evidente qui lo sfondo veterotestamentario dell’immagine della vite e della vigna, con cui più volte viene identificato Israele. È intenzione del Signore non solo di appropriarsi dell’immagine, ma anche e soprattutto di evidenziarne il compimento. La vigna, scelta da Dio e da lui preparata con cura (Israele), trova il suo compimento nella persona di Gesù di Nazaret, la vera vite, di cui vignaiolo e padrone è il Padre stesso. Si sta parlando, in altri termini, del raggiungimento del progetto di Dio nell’opera di amore realizzata dal Figlio, il suo pieno compimento in Gesù. Egli è “la vite vera”, curata premurosamente dal Padre celeste. Colpisce che coloro che sono ancorati a questa “vite” non solo vi appartengono in qualità di “tralci”, ma posseggono una specifica qualità, definita come “purezza”(«voi siete già puri»; v. 3a), motivata dall’annuncio della Parola (v. 3b). Ai tralci non resta che rimanere uniti alla vera vite, per essere esattamente tralci, che portano molto frutto e che vivono, di conseguenza, la relazione del discepolato. Il verbo maggiormente presente in questa straordinaria dialettica d’amore tra la vite e i tralci è, per l’appunto, il verbo “rimanere” (7 ricorrenze). Esso esprime in modo meraviglioso il senso dell’appartenenza piena e totale alla vite, che è il Cristo Signore. Tra gli altri verbi, alcuni (tagliare, potare, raccogliere, gettare, bruciare) sintetizzano l‘azione del Vignaiolo nei confronti dei tralci; altri (portare frutto, non poter far nulla, chiedere, volere) esprimono l’identità straordinaria del discepolo, il quale, poiché amato e curato dal Padre, è chiamato a portare frutto e glorificare il Padre di Gesù. Portare molto frutto e divenire, di conseguenza, sempre più discepoli del Signore: questo è l’unico modo per rendere gloria al Padre che è nei cieli, lodarlo e glorificarlo.

O Vite meravigliosa di speranza, rendici tuoi tralci per sempre; fa’ che non smarriamo mai la nostra identità. Tienici fortemente ancorati a te; tagliaci, potaci, purificaci nel fuoco del tuo amore. Fa’ che amiamo il Padre tuo e nostro, affinché portando nel nostro cuore il frutto della fede, lo glorifichiamo con tutta la nostra vita. Amen.

IV DOMENICA DI PASQUA

Mer, 18/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  22 aprile 2018

La Parola del giorno: At 4,8-12; Salmo 117 (118); 1Gv 3,1-2

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,11-18) In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il brano del Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua si apre con la meravigliosa identificazione di Gesù con il “pastore, quello bello”, tradotta generalmente dalle nostre Bibbie con il “buon Pastore”. La bellezza, di cui qui si parla, è quella che attrae, dal momento che ci sono anche altri pastori, ma non affascinanti e piacevoli, come lo è il Signore Gesù. Del pastore è detto che “dà la vita per le pecore”, a differenza del mercenario, il quale, alla vista del lupo, “abbandona le pecore e fugge”, perché le pecore non gli appartengono e di loro “non gli importa nulla”. Inoltre, c’è una profonda relazione tra il pastore e le sue pecore, data dalla conoscenza reciproca, paragonata addirittura a quella che c’è tra il Padre e il Figlio suo. Il Pastore poi vuole condurre nel medesimo ovile tutte le altre pecore: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto». È evidente che il brano evangelico afferma senza mezzi termini che l’unico vero Pastore è Cristo, al quale appartengono tutte le pecore e nessuna di esse è fuori da questa meravigliosa appartenenza. Come è ben espresso dall’affermazione finale: «Anche quelle io devo guidare». Il testo si chiude con la contemplazione dello straordinario e mirabile ovile, dove tutte le pecore, anche quelle in precedenza disperse, “ascoltano” la voce del “Pastore bello”, diventando un solo gregge con una sola guida. Questo brano del Vangelo di Giovanni è scandito dall’espressione “dare la vita”, il cui soggetto è il “Pastore bello”, capace di offrirsi in totale e soave oblazione. Come una sorta di ritornello, l’espressione ritorna a più riprese, a sottolineare il fatto che Cristo è davvero l’unico Pastore delle sue pecorelle, che le ama e le protegge. Il motivo per cui il Padre ama il Figlio, infatti, è dato esattamente dalla volontà di quest’ultimo di dare la vita per le sue pecorelle. È tutta qui la differenza! A rafforzare questo concetto è il fatto che, nell’ultima cena, Pietro dirà la stessa cosa nei confronti di Gesù (Gv 13,37.38), impegnandosi con lui in una sequela, che poi, di fatto, lo porterà a dare la vita per il suo Signore (cfr. Gv 21,19). Mentre nell’Antico Testamento il Pastore è colui che guida Israele, per Giovanni  è colui che “dà la vita”, come Cristo, “pastore buono e bello”, che “non è venuto per essere servito, ma per servire e offrire la vita in riscatto” e per la salvezza di tutte le genti.

Attiraci a te, o Cristo, Pastore bello e affascinante; guidaci nel recinto della tua tenerezza; trascinaci nell’ovile del tuo amore. E, gustando il dono della tua vita offerta per ciascuno di noi, aiutaci a testimoniare il tuo amore e la tua misericordia, dando anche noi, a nostra volta, la vita per te e per i fratelli. Amen.

III DOMENICA DI PASQUA

Mer, 11/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  15 aprile 2018

La Parola del giorno: At 3,13-15.17-19; Salmo 4; 1Gv 2,1-5a

Dal Vangelo secondo Luca (24,35-48) In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

In poche ore tutto è cambiato: Gesù è risorto ed è apparso a Simone e a due discepoli a Emmaus. Le testimonianze si moltiplicano e confermano che è accaduto qualcosa di grande, eppure i discepoli nel cenacolo sono spaventati e pieni di dubbi. Gesù, che conosce in profondità il nostro cuore, prende l’iniziativa e viene a incontrarci e ad abitare la nostra inquietudine, dicendoci di non avere paura. «Pace a voi», dice il Risorto con una delicatezza carica di amore, per dirci che insieme a Lui tutto è possibile, tutto è attraversabile; come diceva meravigliosamente don Tonino Bello: «Di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via». Più volte poi nel Vangelo, si parla della necessità del compimento delle Scritture e Gesù stesso in diverse occasioni si ferma a spiegarle e a svelarne il senso. Cosa può dirci questo, oggi? Forse che non può esserci fede autentica senza una profonda adesione alla Scrittura e che quindi siamo chiamati a scegliere tra le tante parole delle nostre giornate quella Parola che parla della vita e alla vita. Dice il Salmo 119: «Lampada per i miei passi è la Tua Parola, luce sul mio cammino»; la Parola, infatti, proietta la sua luce sui fatti della storia, disvelandone il senso, e fa del futuro il tempo del compimento della promessa di Dio e del suo disegno di salvezza. La presenza viva di Gesù rende questo nostro tempo già un tempo di salvezza, anche oggi, mentre andiamo al lavoro, a messa, mentre siamo in famiglia; Gesù non ci lascia mai soli, ma cammina insieme a noi, come il viandante di Emmaus. Per questo, sappiamo che la vita è un’impresa a volte anche dura, ma sempre possibile.

Mio Signore e mio Dio, tu mi scruti e mi conosci e bussi alla mia porta per abitare il mio buio accendendolo di luce. Ti ringrazio poiché ho scoperto che la Scrittura è la tua Parola quando tante volte l’ho vista all’opera nella mia vita e nella storia del mondo. Cammina con me e poi fermati a mensa con la mia comunità, perché si fa sera e la notte è lunga, Signore. Amen.

II DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/04/2018 - 09:00
Liturgia del:  8 aprile 2018

La Parola del giorno: At 4,32-35; Salmo 117 (118); 1Gv 5,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31) La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

«Pace a voi» è il saluto del Maestro che porta consolazione ai suoi amici che sono nel timore. Il Signore viene e “sta in mezzo”, condivide la nostra esperienza. Nella seconda scena di questo brano troviamo Tommaso, l’incredulo. Se ci pensiamo, i gesti di Gesù sono gli stessi nelle due scene. Viene, porta la pace e mostra i segni della crocifissione. Tommaso però si sente insicuro, ha bisogno di vedere e toccare il corpo di Gesù. È un po’ come la nostra esperienza di fede: cerchiamo dei segni che ci confermino che crediamo davvero in Qualcuno che si possa in qualche modo toccare; cerchiamo di mettere “il dito nella piaga” perché questo gesto colmi la nostra insicurezza. Tommaso è l’immagine evangelica della nostra fragilità: siamo donne e uomini “bisognosi di”. Gesù però non scappa scandalizzato dinanzi alla prova che Tommaso chiede, ma alza il vestito, mostra le ferite e accompagna il dito dentro la sua carne. Egli ci indica una strada: metti in gioco la tua vita per qualcosa di bello, senza che “una prova” ti obblighi a farlo; metti in gioco la tua libertà per un ideale, senza avere la certezza che si realizzi; abbi il coraggio di seguire i tuoi desideri e vivere in pienezza, cercando di raggiungere ciò che ti rende profondamente felice, senza che gli ostacoli o lo sconforto delle cadute ti abbattano al tal punto da farti rinunciare a vivere. Abbi il coraggio di credere, pur senza vedere, perché i panorami più belli si scorgono solo al termine del cammino, una volta che si è raggiunta la vetta, pur dovendo scontare un po’ di fatica e difficoltà nel percorrere sentieri in salita. Solo così sarai beato e la pace sarà con te.

Mio Signore e mio Dio! Sostieni il mio desiderio di cose grandi e aiutami quando lo sconforto sembra avere la meglio. Sostieni la mia fragile fede e consolami quando mi sembra di non procedere mai. Sostieni il mio passo nel cammino e rialzami quando inciampo nel peccato. E aiuta, Signore, la mia incredulità.

PASQUA DI RISURREZIONE

Sab, 31/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  1 aprile 2018

La Parola del giorno: At 10,34a.37-43; Salmo 117 (118); Col 3,1-4

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9) Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

«Il solo e vero peccato è rimanere insensibili alla risurrezione» (Isacco il Siro). La vittoria della morte di Gesù rappresenta il culmine della nostra vita di fede cattolica: siamo ancora disposti ad accogliere e a comprendere un atto di amore così grande? Sembra quasi surreale che qualcuno possa sacrificarsi per la nostra vita! Oggi più che mai questo messaggio deve scalfire i nostri cuori. Chiusi nelle nostre solitudini non siamo più in grado di farci “servi per amore”, non siamo più in grado di uscire dal nostro egoismo e compiere un gesto di vera gratitudine: donaci Signore quella fede che ci conduce a te anche quando la realtà parla di morte, anche quando attorno a noi nessuna luce è più in grado di dissolvere il buio che ci avvolge. Donaci il coraggio di Maria di Magdala che distrutta dal dolore e spinta dall’inquietudine e dalla tristezza per aver perso un Amore troppo grande si reca al sepolcro, sperando di vederti. Non ti ha trovato, ha visto solo una tomba vuota, non ha visto la morte, eppure noi umani siamo fatti così: crediamo che sia tutto lì, davanti i nostri occhi! Occorre amarti per comprendere anche solo un frammento dell’immenso amore che ti ha spinto alla morte di croce! Occorre affidarci al tuo amore per noi, per far luce nella nostra vita. Allora anche noi, entrando chinati nel sepolcro e vedendolo vuoto, potremo credere al grande mistero della risurrezione. Oggi, con Giovanni e con tutta la Chiesa, popolo di Dio, sentiamo e crediamo che Gesù, il Risorto, è la primavera del mondo: Gesù, tu hai vinto la morte, in te risorgeremo, ora e per l’eternità e, come per la terra, queste risurrezioni porteranno frutto “per tutto l’uomo, per tutti gli uomini”. La Pasqua ci dice che ogni fatto buono che viviamo e ogni sentimento pulito che proviamo sono “esperienze di risurrezione”. E noi siamo chiamati a farle crescere, a svilupparle, a raccontarle, perché diventino patrimonio della comunità intera.

Signore Gesù, donaci la gioia di credere fermamente nella tua risurrezione, affinché in ogni giorno della nostra vita possiamo vivere da risorti e non manchi mai nei nostri cuori l’amore verso il più debole e verso il povero. Tu sei presente nei fatti che viviamo e nelle persone che incontriamo: donaci occhi capaci di riconoscerti risorto e tante energie per far crescere la vita in mezzo agli uomini.

SABATO SANTO VEGLIA PASQUALE

Ven, 30/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  31 marzo 2018

La Parola del giorno: Salmo 41-42 (4-43); Rom 6,3-11

Dal Vangelo secondo Marco (16,1-7) Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Le donne arrivano al sepolcro, il primo giorno della settimana, al sorgere del sole, immerse nei loro pensieri di morte, e si immaginano un cadavere dentro una tomba sigillata. Il Vangelo usa termini funerari: pietra sigillata, olio aromatico, sepolcro. Le donne si propongono soltanto di fare la pietosa azione di lavare il cadavere e ultimare i riti previsti per una degna sepoltura. Ma come fare? La scena che trovano è sorprendente e imprevista: la pietra è rotolata e nella tomba un giovane annuncia la risurrezione. Ma non sono pronte a cogliere questa straordinaria notizia e disattendono poi il mandato ad andare per “dire ai suoi discepoli e a Pietro” che li avrebbe preceduti in Galilea. Non potevano capire e reagiscono in modo inatteso con la fuga, il silenzio, la paura, il disorientamento e, soprattutto, il terrore. Una tale concentrazione di sentimenti negativi non sono mai così presenti nel Vangelo. Pure le donne sono un ulteriore “modello imperfetto di discepolato”. Marco conclude quindi il suo racconto con l’impossibilità di annunciare il Vangelo della risurrezione? Chi allora lo ha potuto accogliere? Il giovane con la veste bianca, dentro il sepolcro, non è un angelo, ci rinvia subito al giovane che fugge spogliato (14,51-52). Egli è l’emblema del discepolo che ha fatto esperienza del mistero pasquale, vivendo sulla propria pelle l’esigente logica della spoliazione e della rinascita in Cristo. È lui il frutto, non gli apostoli e non le donne, dell’intero percorso dei discepoli in tutto il Vangelo. Non esiste annuncio di risurrezione se non a partire dall’esperienza personale fatta dal discepolo. E questo strano giovane è simbolo di ogni discepolo di ogni tempo. Noi siamo quel giovane spogliato e rivestito. Sparite le donne, il lettore resta solo con questo giovane. Il mandato di annunciare la risurrezione è affidato a tutti quelli che sono passati per la spoliazione e sono rinati in Cristo. Può cioè annunciare la risurrezione solo chi l’ha vissuta nella sua dolorosa esperienza. Il luogo della risurrezione è la passione, la spoliazione. Alla fine due sono i modi in cui può sfociare la sequela: quello che soffoca la forza del Vangelo nella fuga e nella paura o quello di chi, vivendo fino in fondo la croce e accettando l’invito alla conversione del cuore e della mente, assume la dinamica della risurrezione. Il lettore è chiamato alla decisione.

O Signore Gesù, noi sappiamo che non esiste nessuna fede “a poco prezzo”. La strada di un credere facile, delle idee chiare e distinte e delle visioni non è cristiana. Tu hai accettato per amore di salire su di un patibolo infamante, fa’ che possiamo accettare lo scandalo della tomba vuota. Concedici la forza di percorrere tutto il cammino per vederti risorto: la spoliazione delle nostre sicurezze e convinzioni, per essere rivestiti di te e del tuo Vangelo.

VENERDÌ SANTO PASSIONE DEL SIGNORE

Gio, 29/03/2018 - 21:00
Liturgia del:  30 marzo 2018

La Parola del giorno: Is 52,13-53,12; Salmo 30 (31); Eb 4,14-16;5,7-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,1-11 forma breve) In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Gesù aveva manifestato solennemente la chiara consapevolezza e la piena libertà nel fare dono della propria vita. Non sono gli uomini a strappargliela, ma è lui a offrirla, in perfetta conformità con il disegno salvifico di Dio. Giuda con il suo tradimento asseconda, evidentemente senza volerlo, l’obbedienza di Gesù al Padre, mentre Pietro con la sua azione violenta tenta di ostacolarla. Gesù è il Signore: nessuno ha potere su di lui. «Sono io!» è il nome divino, che Gesù attribuisce a se stesso, perché gli appartiene. È lui a dare per amore la vita allo scopo di radunare i figli di Dio dispersi, per raccogliere cioè tutti gli uomini nella grande famiglia di Dio. La sua è un’opera di riscatto, di riconciliazione, di riunificazione. La violenza divide, l’amore unifica! I discepoli non sono ancora pronti a seguirlo fino in fondo. I loro criteri e i loro desideri non combaciano con quelli di Gesù. I buoni propositi di fedeltà si infrangono di fronte al pericolo. Solo con la Pentecoste riceveranno il dono della parresia. Pietro, guidato da un altro discepolo, tenta un ultimo gesto di vicinanza con il Signore, ma poi si perde per strada: si fa vincere dalla paura; la vita, lui, non la rischia; con Gesù, in quella situazione, non ha nulla da spartire. Come accade a noi, quando ci lasciamo dominare dal rispetto umano, dalla paura, dalla mondanità, dal compromesso. Ma Gesù non ci abbandona: nessuno deve andare perduto. «Sono io!», sta a dire che lui c’è: sempre! C’è di fronte al Padre per compiere il suo disegno di salvezza; è con noi, perché arriviamo anche noi ad essere là dove lui è. Per noi e a noi dona la sua vita, perché l’abbiamo in abbondanza. La forza dell’amore vince la morte con tutto ciò che le appartiene: viltà, paura, tradimento, peccato. Su di lui si costruisce un’esistenza umana bella, sicura, solida.

 

Condividere, Signore Gesù, il tuo cammino verso il Calvario ci mette paura; eppure “calvario” è la nostra stessa vita. Tu hai portato la tua croce per rendere a noi possibile l’abbraccio della nostra croce, anche delle croci quotidiane che rendono pesanti le nostre giornate, con il tuo amore, con la tua forza d’animo, con il tuo coraggio: l’accettazione umile e fiduciosa delle nostre croci è sorgente di vita e di salvezza. Solo con te, Gesù, in ogni sconfitta ci è dato di uscirne vittoriosi, capaci di un amore sempre più autentico e sempre più grande, per non abbandonare nessuno nel suo cammino.

GIOVEDÌ SANTO CENA DEL SIGNORE

Mer, 28/03/2018 - 09:00
Liturgia del:  29 marzo 2018

La Parola del giorno: Es 12,1-8.11-14; Salmo 115 (116); 1Cor 11,23-26

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,1-15) Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Giovanni apre il racconto della passione e morte di Gesù presentando il gesto profetico della lavanda dei piedi. Con la lavanda dei piedi, Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio il contenuto del mistero di Cristo: Egli depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo; lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Gesù sa che è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre e sa che quest’ora è il punto cardine della sua parabola umana. Egli intende vivere quest’ora non per costrizione, ma per amore. Per questo, sino all’ultimo istante della sua vita, la sua ora è un atto di supremo amore e il gesto di lavare i piedi ai suoi discepoli ne è il segno. È il segno del desiderio di Cristo di amare e salvare tutta l’umanità, di dare la sua vita per tutti, di attirare tutti gli uomini a sé per dar loro la vita in pienezza. Con la lavanda dei piedi Gesù mostra ai discepoli che il fuoco dell’Amore trinitario di Cristo potrà e dovrà bruciare quotidianamente tra loro e in loro. Per Gesù, «essere per gli altri» voleva dire innanzitutto e sempre abbassarsi per servire, prendendo a carico ciò che nell’altro può sembrare meno nobile, meno gradevole, più sporco. E Gesù ci annuncia così che lo possiamo fare anche noi, se accettiamo di viverlo nell’immediatezza dell’umile servizio di cui il nostro prossimo ha bisogno oggi. Siamo invitati a imitare la sua umiltà, ad abbracciare e servire i nostri fratelli, a compiere gesti di carità, e testimoniare con la nostra stessa vita che è possibile vivere come Gesù ci ha mostrato.

Cristo, luce della vita, illumina il nostro cammino. Trasforma quanto in noi resiste alla tua grazia e spezza la nostra superbia. Fa’ che, immersi nella pienezza del tuo amore, possiamo lavare i piedi ai nostri fratelli. Il tuo cuore, pieno di tenerezza verso di noi, vinca tutte le nostre resistenze. La tua presenza è la nostra gioia e la tua gioia è la nostra forza.