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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 26/07/2017 - 08:00
Liturgia del:  23 luglio 2017

La Parola del giorno: Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

Dal Vangelo secondo Matteo (13,24-30 forma breve)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Con il linguaggio semplice e popolare delle parabole, Gesù illustra la realtà del Regno di Dio e, attraverso l’evangelista, ne offre una spiegazione. In questo brano si tratta dell’atto della semina (Mt 13,24-25) e della crescita (Mt 13,26), che provoca un dialogo con domande e risposte (Mt 13,27-30a), e del raccolto con la separazione del grano dalla zizzania con la loro relativa sorte (Mt 13,30b).
Tutto parte dalla seminagione del grano: è l’opera del Figlio dell’uomo. Ma, approfittando del sonno degli uomini, il suo nemico (il diavolo) semina la zizzania. Non ci si accorge delle cose se non durante la crescita, quando lo spuntare dell’uno e dell’altra provoca la richiesta dei servi di sradicare la zizzania al campo. Ma il padrone vuol far crescere insieme il grano buono e la zizzania cattiva. La separazione avverrà alla mietitura, alla fine del mondo. Il grano sarà destinato al granaio, la zizzania a Nel terreno del mondo il Signore Gesù ha seminato la parola del Vangelo per dare all’umanità una fecondità nuova, per farne una storia di salvezza. Il ruolo dei cristiani è quello di seminare fiducia, speranza, riconciliazione, solidarietà. Tuttavia la storia è frenata da un nemico, un diavolo che rovina l’opera compiuta dal Figlio dell’uomo e dai suoi collaboratori.
La presenza del male accanto al bene spinge i discepoli del Regno al discernimento, alla sapienza del cuore, all’invocazione dello Spirito, perché la fiducia si apra alla pazienza e alla sopportazione dei pesi della storia. Il pensiero dell’attacco frontale alla situazione, il fanatismo di una brusca separazione subitanea o il rischio di interventi inadatti e pericolosi, rendono la comunità cristiana vigile e attenta alle vicende.
Non si tratta di tattica pastorale o di strategia diplomatica, ma di apertura alla speranza cristiana alle cose ultime dalle quali inquadriamo le scelte temporali. Nella prospettiva del bene per tutti gli uomini, bisogna condividere la pazienza di Dio che non conosce l’ansietà ossessiva, il fanatismo intransigente, la violenza aggressiva. Bisogna saper aspettare vigilanti nell’attesa, pazienti nei tempi lunghi, operosi nella carità.

Padre santo, ti ringraziamo per il bene seminato tra noi.
Ti siamo grati del seme della tua Parola,
gettato a piene mani nel campo della storia.
Hai mostrato fiducia verso ogni uomo e ogni donna,
pazienza e misericordia.
Donaci lo Spirito Santo che formi in noi un cuore semplice e puro,
saggio e discreto, impegnato e responsabile, fedele e forte.
Fa' maturare in noi la cultura del bene,
del lavoro assiduo e fecondo, della gioia condivisa.
Amen.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 12/07/2017 - 08:00
Liturgia del:  16 luglio 2017

La Parola del giorno: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9 forma breve)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Le sette parabole del Vangelo di Matteo sul Regno di Dio offrono alla folla, che segue e ascolta Gesù, l’occasione per accogliere o rifiutare il suo messaggio, poiché la parola di Dio esige sempre
una risposta.
Dinanzi al suo messaggio non possono esserci posizioni intermedie: o si accoglie come fanno i discepoli o si rifiuta come i farisei. Abbiamo qui un paesaggio campestre in cui domina la figura di Dio seminatore, che sparge a larghe mani il seme della sua parola, non solo sul terreno buono e fertile, ma anche sul terreno sassoso, poco ricettivo, arido e spinoso. I quattro tipi di terreno sono i quattro livelli di ascolto che convivono in noi. Il seme della Parola non germoglia e non dà i frutti sperati quando non la lasciamo entrare nella nostra vita; quando, pur accogliendola con entusiasmo, non la radichiamo in noi e nelle nostre relazioni. Ostinato nella fiducia verso le sue creature, Dio sa che ognuno di noi conserva nel proprio cuore un angolo di terreno buono, sa che non esiste un terreno completamente cattivo, né una persona definitivamente perduta. Gli insuccessi della predicazione del regno sono solo apparenti: il raccolto ci sarà. Il messaggio che Gesù trasmette con questa parabola è tutt’altro che negativo. Egli invita ad annunziare la parola del Regno con coraggio e fiducia. Oggi siamo noi che dobbiamo rispondere al suo appello alla fiducia e alla speranza di fronte alle difficoltà ed alla scarsità del raccolto. L’atto della semina ha sempre una valenza positiva perché segna un nuovo inizio ed il seme, germogliando, dà alla terra un significato nuovo.
Compito dei laici nella Chiesa e nel mondo è diffondere il messaggio di speranza del Vangelo «se fosse necessario anche con le parole» (papa Francesco citando Francesco d’Assisi).
«Nessuno può trattenersi dal rispondere alla chiamata, nessuno può delegare altri, nessuno può rinviare l’esercizio della sua responsabilità di cristiano». Ma non pensiamo di dover fare grandi cose per seminare la Parola. Pensiamo alla nostra vita quotidiana; allo spazio che diamo alla Parola nella nostra vita.
Pensiamo anche allo sguardo che coltiviamo verso gli altri; al positivo che ogni persona ha e che ha bisogno di essere scoperto, valorizzato, riconosciuto. Se il Signore semina dappertutto, allora ogni persona è una parola di Dio per noi.

Signore Gesù, seminatore divino, tu getti la tua Parola sulla strada della nostra povera vita, fa' che, nel deserto della nostra anima, troviamo un po' di terra buona dove portare frutto.
Signore Gesù, con fiducia spargi il seme della Parola nel terreno della nostra superficialità, donaci tenacia e pazienza perché possiamo durare nel tempo oltre le prove.
Signore Gesù, anche se il nostro cuore è occupato da mille preoccupazioni e affanni, tu continui ad educarci all'essenziale: rendici liberi e gioiosi amanti della vita.
Signore Gesù, qualche volta la nostra vita è terreno buono che accoglie la Parola: donaci allora momenti di festa fraternità e pace nei quali poterti ringraziare e lodare.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 05/07/2017 - 08:00
Liturgia del:  9 luglio 2017

La Parola del giorno: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Gesù non se la passa molto bene. Il suo amico Giovanni Battista è in prigione e dopo poco sarà ucciso. Le città del lago di Galilea, dove aveva predicato, non hanno accolto per niente il suo vangelo. Vediamo Gesù nel bel mezzo di una crisi. Ma lui non prende paura e non si abbatte. Non evita il conflitto, anzi così si rivolge a coloro che lo hanno rifiutato: «Guai a te Corazim, guai a te Betsaida... Cafàrnao». E cosa fa poi? Incredibilmente rilancia. Paradossalmente si lascia andare alla gioia e alla lode poiché ha visto il Vangelo accolto dai piccoli. Scorge dentro la crisi l’opera del Padre che sorprendentemente ha svelato ai piccoli, agli ultimi, agli esclusi il tesoro del suo Regno. Gioia non prevista è più grande. È la scoperta che la volontà di bene del Padre è proprio una realtà.
È sempre il Padre che ha nascosto i segreti del Regno ai sapienti e agli intelligenti. Perché? Forse perché sono gli stessi sapienti e intelligenti che sono incapaci di accogliere il Vangelo: sono troppo centrati su se stessi e vedono solo quello che loro producono. Hanno studiato, hanno gli strumenti intellettuali: sono nei posti di potere. Ma non sanno ricevere. E il Vangelo dell’amore occorre soprattutto saperlo ricevere. O forse perché la provvidenza del Padre ha sapientemente disposto che occorra essere liberi e semplici e gioiosi per scoprire il tesoro nel campo e la perla di inestimabile valore. È la nostra umanità fragile il luogo dell’accoglienza della misericordia del Padre. Le ferite sono feritoie da dove può passare la grazia dell’amore di Dio.
Questa è la meravigliosa volontà di bene del Padre. Ricordiamo san Francesco, giullare di Dio: le sue stimmate sono ferite aperte perché passi la potenza che viene da Dio.
Quando ero in parrocchia, c’era una ragazza che si chiamava Bertilla, con la sindrome di down. Era simpatica e convinta partecipante al gruppo dei Giovanissimi. Alla fine di ogni messa domenicale mi faceva la critica all’omelia. Sempre azzeccata!
Così poi ho cominciato a seguire i suoi consigli. I piccoli e i poveri sono i nostri maestri. Sono loro che ci annunciano il Vangelo.
Con altre parole ce lo dice anche papa Francesco: «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri... Per questo desidero una chiesa povera. Essi hanno molto da insegnarci... La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della chiesa» (Eg 198).

Signore Gesù, tu che vivi con il Padre una comunione piena e permanente, e che ci chiami ad essere tuoi discepoli missionari fa' che possiamo rispondere alla tua volontà in ogni momento della nostra vita per essere annunziatori della vera gioia che proviene da te.
Rendici poveri e liberi per servire la Chiesa con amore e letizia; fa' che sappiamo cercare la compagnia dei piccoli e dei poveri, perché a loro hai dato i tesori del Regno e sono i nostri maestri.
Sostieni il nostro sguardo fisso su di te, che colmi d'amore il nostro cuore.

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 28/06/2017 - 06:00
Liturgia del:  2 luglio 2017

La Parola del giorno: 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Gesù non voleva vedere soffrire nessuno. La sofferenza è qualcosa di cattivo. Gesù non l’ha mai cercata né per se stesso né per gli altri. Al contrario, tutta la sua vita è stata un impegno nella lotta contro la sofferenza e il male, che rovinano le persone. Il Vangelo lo presenta sempre mentre combatte il dolore nascosto nella malattia, nelle ingiustizie, nella solitudine, nello sconforto o nel peccato. Gesù è stato questo: un uomo impegnato a eliminare la sofferenza, sopprimendo le ingiustizie e infondendo forza di vita.
Ma cercare il bene e la felicità per tutti comporta molti problemi.
Gesù lo sapeva per esperienza. Non si può stare con quelli che soffrono e cercare il bene degli ultimi senza provocare il rifiuto e l’ostilità di coloro che non hanno nessun interesse ai cambiamenti. È impossibile stare con i crocifissi, senza vedersi un giorno «messi in croce». Chi ha dato se stesso alla causa dell’amore e della giustizia sa di doversi preparare a portare una certa quantità di sofferenza.
Gesù non lo ha mai nascosto ai suoi seguaci. In varie occasioni ha usato una metafora inquietante che Matteo ha riassunto così:«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Non poteva scegliere un linguaggio più rappresentativo.
Tutti conoscevano l’immagine terribile del condannato che, nudo e indifeso, era obbligato a portare sulle proprie spalle il legno orizzontale della croce fino al luogo dell’esecuzione, dove lo attendeva il legno verticale conficcato nel terreno. «Prendere su di sé la croce» faceva parte del rituale della crocifissione. Il suo obiettivo era quello di mettere in mostra davanti alla società il condannato colpevole, un uomo indegno di continuare a vivere tra i suoi. Tutti avrebbero tirato un respiro di sollievo vedendolo morto.
I discepoli cercavano di capirlo. Gesù stava dicendo loro più o meno quanto segue: «Se mi seguite, dovete essere disposti a essere rifiutati. Avrete lo stesso mio destino. Agli occhi di molti sembrerete colpevoli. Vi condanneranno. Cercheranno di non essere più disturbati da voi. Dovrete prendere la vostra croce.
Allora sarete miei seguaci. Condividerete la sorte dei crocifissi.
Con loro, un giorno, entrerete nel regno di Dio».
Prendere la croce non significa cercare delle «croci», ma accettare la «crocifissione» che verrà se seguiamo le orme di Gesù.

Signore, grazie per la tua Parola: oggi è esigente!
La parola della Croce è sempre oltre la nostra comprensione.
Ma tu, che hai dato forza ai tuoi discepoli,
riempi i nostri cuori con il dono del tuo Spirito.
Fa' che non ci tiriamo indietro davanti alla tua chiamata
che ogni giorno ci sorprende chiedendoci di "portare la croce".
Rendici capaci di vivere il Vangelo contro ogni paura e viltà,
per prendere parte un giorno alla gioia del tuo Regno di pace.

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 21/06/2017 - 06:00
Liturgia del:  25 giugno 2017

La Parola del giorno: Ger 20,10-13; Sal 68, Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.
Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro.
Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Dopo la rivolta giudaica del 70 d. C., Gerusalemme viene distrutta e il tempio raso al suolo: la classe sacerdotale, fuggita in Galilea, raduna le forze rimaste e inveisce contro i romani e... contro i seguaci del Nazareno. Così, d’improvviso, i cristiani si ritrovano ad essere “scomunicati” dal giudaismo e perseguitati dai romani. Davanti a tale doppia catastrofe, l’invito del Maestro a non avere paura, acquista un’attualità inaspettata. Anche noi, oggi, corriamo il rischio di subire qualche pressione o qualche presa in giro perché ci dichiariamo cristiani. Se davvero viviamo il Vangelo fino in fondo, ci può capitare di fare delle scelte non sempre capite o condivise. Il discepolo di Gesù ha una profonda certezza nel suo cuore: lui non è solo per le vie del mondo, non è abbandonato a se stesso. Pur tuttavia sa bene che la persecuzione, l’odio e la stupidità umana si abbatteranno sempre contro i missionari di Cristo.
Come Cristo non è stato solo – il Padre era con Lui sempre – , il testimone del Vangelo non sarà mai solo. Gesù sarà sempre con lui in ogni momento. La tempesta di cui si serve il mondo è trasformata da Cristo Gesù e dal Padre suo in uno strumento di testimonianza alla verità del Vangelo.
In questi ultimi decenni, il cristianesimo ha preso il primo posto nella triste classifica delle religioni maggiormente perseguitate nel mondo. Ogni giorno centinaia di discepoli subiscono minacce e violenze, anche fisiche, a causa del Vangelo. In alcuni paesi, inoltre, il radicalismo islamico – che nulla ha a che vedere col Corano! –, fomenta l’odio che giunge a uccidere coloro che invece il testo sacro dell’Islam protegge. In Europa, invece, assistiamo al bizzarro fenomeno del diffondersi di un laicismo che giustifica ogni opinione purché non sia cristiana! A noi, per ora, non succede di dover rischiare la vita nel testimoniare il Signore. Gesù, però, l’aveva previsto: il discepolo non è più grande del Maestro e può essere chiamato, anche lui, a dare la vita. Il Vangelo ci invita a superare i nostri perbenismi per sentirci in profonda comunione con chi, ancora oggi, si professa cristiano rischiando la pelle!

Signore Gesù, ti ringraziamo per la forza della tua Parola,
tu che ci hai detto di non temere chi vuol uccidere il corpo
e poi hai perdonato i tuoi assassini.
Ti preghiamo, donaci un cuore riconciliato,
pronto ad accogliere l'abbraccio del Padre.
Dacci una sana stima di noi stessi
fondata sulla coscienza di essere tuoi figli.
Così non saremo schiacciati dalla paura, nel momento della prova.

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Mer, 14/06/2017 - 06:00
Liturgia del:  18 giugno 2017

La Parola del giorno: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro:
«Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Il brano conclude il grande discorso di Gesù nella Sinagoga di Cafàrnao sul «pane della vita». È pane «vero», non perché quello che troviamo sulla tavola ogni giorno sia «falso», ma perché soltanto Gesù risponde ai bisogni più profondi e alle attese più significative dell’animo umano, che nessuna cosa, nessun ritrovato della scienza o della tecnica, nessuna persona può soddisfare.
Gesù viene incontro al nostro bisogno di amore, di vita, di felicità, con il dono totale e senza riserve di se stesso e della sua parola; infatti, «il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
È evidente il riferimento alla morte in croce, affrontata con assoluta libertà e con totalità di amore. Gesù ha così «inventato» un modo straordinario, del tutto inatteso, e, nello stesso tempo, umile e facilmente accessibile, per metterci in piena comunione con la sua vita e con il suo amore: ha racchiuso tutto intero il mistero della sua vita, morte e risurrezione nei segni eucaristici del pane e del vino, trasformati dall’azione dello Spirito, dono pasquale di Gesù, nel suo Corpo e nel suo Sangue. Il Concilio Vaticano II afferma che «nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della chiesa» (Presbyterorum ordinis, n. 5).
Infatti, la partecipazione all’Eucaristia permette di ricevere in dono la «vita eterna», vita divina, vita piena, con il «germe» della risurrezione; di realizzare una relazione intima con Gesù, più bella e più profonda di qualsiasi relazione umana: si diventa sempre più una «cosa sola» in lui e con lui; di poter vivere come Gesù, compiendo la volontà del Padre e amando tutti e tutto come ama lui. Nell’Eucaristia è contenuta una potente forza missionaria, per cui ci si sente fortemente spinti a testimoniare il Vangelo e ad annunciarlo in qualsiasi luogo e in ogni occasione di vita.
Perciò la celebrazione eucaristica, in particolare quella domenicale, è «culmine e fonte» di tutta la  vita cristiana sia della comunità, in ogni sua articolazione, sia dei singoli discepoli del Signore.
L’Eucaristia è il tesoro più prezioso consegnato da Gesù ai suoi discepoli.

Cristo Gesù,
che ci hai chiesto di celebrare l'Eucaristia in tua memoria,
fa' che vi partecipiamo sempre con fede e con amore.
Tu che riunisci in un solo corpo quanti si nutrono dello stesso pane,
accresci nella nostra comunità la concordia e la pace;
dona forza ai deboli, coraggio ai delusi, ristoro agli affaticati,
Signore Gesù, che nell'Eucaristia ci dai la grazia
di annunciare il tuo Vangelo di gioia,
rendici tuoi missionari nella vita di ogni giorno.

SANTISSIMA TRINITÀ

Mer, 07/06/2017 - 06:00
Liturgia del:  11 giugno 2017

La Parola del giorno: Es 34,4B-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18)
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

L’uomo conosce Dio attraverso la grande storia raccontata nella Bibbia. Parlare della Trinità è narrare la scoperta progressiva che l’uomo ha fatto di lui. O meglio, la narrazione progressiva che Dio ha fatto di se stesso all’uomo.
Dio è Padre, Dio è Figlio, Dio è Spirito. Il Dio dei cristiani è come una famiglia. È un Dio trinitario! È un Dio di relazione e in relazione. La loro fede è ancorata nella relazione all’altro, esclude la contemplazione di se stessi. Non tratta della ricerca individualista della perfezione. Con il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito, i battezzati sono mandati ai fratelli, cioè sono invitati alla relazione, all’incontro. La Trinità è una comunione di persone unite nella loro differenza.
L’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito, effuso nel cuore dei credenti, permette loro di accogliere e amare il fratello, il diverso, lo straniero. Perfino il nemico! La relazione tra le tre Persone della Trinità e il loro sguardo di amore sull’uomo, insegnano il tipo di rapporto che gli uomini e le donne devono avere tra loro. Per vivere una relazione feconda, per accettare una persona diversa, per avere sempre come linea di condotta la chiarezza e la verità, ogni cristiano è chiamato a guardare l’altro con gli occhi di Dio. E Dio guarda con tenerezza e misericordia:
vede sempre il meglio nascosto in ognuno di noi.
Secondo san Paolo, i credenti possono vivere il mistero trinitario nella vita quotidiana sperimentando l’amicizia condivisa, le attenzioni fraterne, l’accordo mutuo, il ricco tesoro della pace e la gioia. Alla comunità di Corinto, Paolo ripete che non vi è grazia senza il mistero pasquale del Signore Gesù. Non vi è amore vero senza la croce di Cristo. Non si costruisce la comunità, né si vive nella pace senza l’azione continua dello Spirito Santo.
Il più bel parlare dell’uomo su Dio e a Dio è quello della preghiera: soprattutto la preghiera di lode e di azione di grazie.
La preghiera mette l’uomo in relazione con Dio, e questa comunione gli cambia la vita.
Questo brano del Vangelo parla di noi e del nostro grande desiderio di costruire relazioni autentiche. Ma ci fa anche venire in mente le delusioni, le ferite, i tradimenti patiti nei rapporti umani che abbiamo vissuto. La Parola, come pure il nostro cuore, ci dicono di avere fiducia e continuare a costruire relazioni giuste e fraterne, poiché questa è la nostra più vera vocazione.

O Dio nostro Padre, noi tutti siamo tue creature,
fa' che accettiamo con serenità i limiti e le fragilità
della nostra condizione umana: ci aiutano a fare spazio a te.
O Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo,
donaci di riconoscerti presente in ogni uomo e donna che incontriamo.
Spirito Santo, amore, fuoco, vento, luce, calore,
prendi dimora nella nostra esistenza e riempila
della potenza della Parola che dà significato alla vita.

PENTECOSTE

Mer, 31/05/2017 - 06:00
Liturgia del:  4 giugno 2017

La Parola del giorno: At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
«Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il racconto di Giovanni colloca il dono dello Spirito Santo nel giorno immediatamente successivo alla Pasqua. Al mattino Gesù si era fatto riconoscere da Maria Maddalena, nel giardino presso il sepolcro. I discepoli invece restano ancora chiusi nel cenacolo.
Due di essi, Pietro e Giovanni, avvisati dalla Maddalena che si era recata al sepolcro quando ancora era buio, erano corsi a verificare se, come lei aveva riferito, il sepolcro era davvero vuoto. Giovanni capisce che il corpo di Gesù non è stato trafugato: il Signore da quel luogo se ne è uscito da solo. Senza incontrarlo fanno ritorno entrambi al luogo dove sono radunati gli altri otto: mancavano infatti Giuda per la sua scelta scellerata e Tommaso. Nella stanza c’è aria pesante. Gli eventi degli ultimi giorni li hanno resi timorosi e incapaci d’iniziativa. La porta è chiusa; dalle finestre filtra solo la luce necessaria; il silenzio è rotto di tanto in tanto da voci basse. Non è un clima di gioia, eppure a Gerusalemme il giorno prima si è consumata la grande festa che proviene dall’antichità: la Pasqua. La città è ancora piena di gente che pian piano riprende la via di casa. Hanno cantato, pregato, festeggiato; hanno lodato Dio per i benefici compiuti per il suo popolo.
All’improvviso, a porte chiuse, Gesù compare in mezzo a loro.
Non è un fantasma, infatti mostra loro le mani e il fianco che ancora portano il segno dei chiodi e la ferita inferta dalla lancia.
La presenza del Signore trasforma la loro paura in gioia. Gesù soffia su di loro e infonde in essi lo Spirito Santo. Da qui il potere per i discepoli di rimettere i peccati, cosa impossibile all’uomo, facoltà riservata a Dio solo. È questa la potenza dello Spirito Santo: sgravare le persone e le situazioni dai pesi insopportabili e renderle nuove. L’uomo, libero dal peccato, ridiventa la bella creatura modellata da Dio e vivificata dal suo spirito. Solo la grazia che viene dal Cristo può far sperimentare la misericordia che ricrea l’alleanza stipulata da Dio con l’uomo fin dagli inizi.
Gioia al posto di tristezza, coraggio al posto di paura, luce al posto di buio, iniziativa al posto di attesa, aria nuova al posto di aria viziata. Gli “evangelizzatori con spirito” e le comunità con spirito vivono tutte queste cose e coinvolgono e trascinano anche gli animi meno coinvolti.
Le nostre parrocchie, associazioni e gruppi sono comunità con Spirito? E noi stessi siamo docili servitori dello Spirito e annunciatori della gioia del Vangelo?

O Gesù, che nella tua infinita bontà
hai avuto compassione dell'uomo e non hai voluto che rimanesse
schiavo della sua debolezza,
infondi ancora il tuo Spirito
su ciascuno di noi e sulle nostre comunità,
perché possiamo sperimentare la gioia di sentirci nuove creature.
Fa' che, toccando le tue ferite,
possiamo avere compassione dei nostri fratelli e sorelle.
Donaci sempre il tuo Santo Spirito
perché non rimaniamo mai confusi negli affanni e negli intrighi del mondo,
ma sappiamo rispondere al male con il bene.
Manda il tuo spirito Signore e rinnova il cuore di ogni uomo.

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 24/05/2017 - 06:00
Liturgia del:  28 maggio 2017

La Parola del giorno: At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La pericope 16-20 del capitolo 28 che chiude il Vangelo di Matteo, contiene una manifestazione di Cristo agli apostoli, il cui tema di fondo, cioè l’investitura degli apostoli in vista della loro missione nel mondo, si ritrova anche nei testi paralleli dell’apparizione del Risorto di Giovanni (cfr. 20,19) e di Luca (cfr. 24,35). Nel testo, la missione comprende una rivelazione (v. 18b), un mandato (vv. 19-20a), una promessa (v. 20b) e, a motivo della sua collocazione, assume il carattere di un testamento. Vediamo.
La rivelazione. Gesù dice agli undici discepoli che il Padre gli ha concesso ogni potere in cielo e in terra (v. 18) e, mentre su un altro monte aveva rifiutato il potere sul mondo e la sua gloria (Discorso della Montagna), ora sembra trasmetterlo ad altri (ma non è la stessa cosa). Nella Bibbia l’espressione “cielo e terra” designa il mondo o come un tutto (cfr. Gen 1,1; 2,4), o nella sua unità (Mt 5,18; 11,25; 24,35) o nella sua diversità, ma, in questo caso, indica che il potere ricevuto da Cristo è totale e pieno: sul mondo terreno e celeste. Esso è universale e si estende, oltre che nei miracoli e nel perdono dei peccati, a tutta la creazione.
Ma di che potere si tratta?
Il mandato. In virtù di questo dominio, che è il potere della misericordia, il Cristo risorto può affidare ai suoi discepoli una missione universale e fino alla fine dei tempi. Il mandato che Gesù affida non è quello di fare i maestri, ma di essere discepoli che addiscepolano. Questo riferimento, ci avvia a un’altra considerazione che riguarda la promessa.
La promessa. La presenza di Gesù («Sono con voi») non può essere limitata agli undici presenti in Galilea, come del resto la missione, collegata alla presenza, si estende al mondo e al tempo che manca alla realizzazione piena del regno di Dio.
Le ultime parole dell’invio («Ecco io sarò con voi») ci ricordano la promessa contenuta nel nome scelto dall’Angelo e affidato a Giuseppe: «Si chiamerà Emmanuele, Dio con noi». Dunque, la storia di Gesù e dei suoi discepoli non è finita: essa continua in quella della Chiesa. Siamo noi stessi i continuatori della storia di Gesù: chiamati, nella nostra vita quotidiana, ad annunciare e testimoniare il Vangelo a tutti coloro che incontriamo.
I discepoli rimasti avanzano il tema del dubbio. Si tratta di una sottolineatura che ci ricorda l’umana fragilità degli undici che, malgrado lo vedano risorto in carne ed ossa, esitano sulla soglia della fede. Gesù affida anche a noi, come a questi discepoli fragili, la missione di annunciare il Vangelo della gioia.

Il tempo, o mio Signore, si è fatto breve, il mio passo è incerto, il
mio respiro affannoso.
Ma, guardando oltre la caligine, il mio sguardo incrocia la luce del
tuo volto
e, allora, il mio cuore palpita nell'attesa di incontrarti ancora.
Nella storia antica ci è stato raccontato che tu abitavi un tempio.
In quel luogo santo gli uomini potevano portare le loro preghiere.
Ma Gesù, il "Dio con noi", ci ha promesso di star con noi sempre.
Che ti possiamo riconoscere ogni giorno presente nella nostra vita:
"In una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero".
(Francesco, Laudato si')

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 17/05/2017 - 06:00
Liturgia del:  21 maggio 2017

La Parola del giorno: At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Se la pressante esortazione, quasi un comandamento «abbiate fede (credete) in me» domina nei primi versetti del capitolo 14 di Giovanni, in questi versetti domina il verbo «amare». Una frase riguardo all’amare Gesù e osservare i suoi comandamenti/parola ricorre tre volte; e in ciascun caso c’è la promessa che Dio stesso prenderà dimora presso coloro che amano. È lo Spirito che andrà a dimorare nei discepoli; è il Padre che andrà insieme con Gesù a prendere dimora nei discepoli. Qui vi è un parallelismo tra la richiesta del Dio dell’alleanza del Sinai di essere amato in modo esclusivo dal suo popolo (Dt 6,5) e la richiesta di amore esclusivo da parte di Gesù, che è la presenza visibile di Dio fra gli uomini, colui che stabilisce con essi una nuova alleanza. Gesù ci dice la condizione per ricevere il Paraclito: amarlo e osservare i suoi comandamenti. È nell’amore che conosceremo il Suo Spirito. Il mondo, infatti, che non lo ama, non può vederlo, né conoscerlo. Dopo aver annunciato il dono dello Spirito, Gesù promette ai suoi che tornerà: non vi lascerò orfani; il Signore non lascia soli i suoi discepoli, rimane presente nel dono dello Spirito, nell’esperienza dell’amore. Entrare in questo circuito d’amore significa in definitiva avere parte alla Vita Trinitaria «chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Amare è ciò che noi cristiani dobbiamo fare.
È questo il graduale sviluppo di Dio in noi: così Gesù ci rivelerà la sua persona, la sua realtà di Figlio che dimora nel Padre. Anzi, ci trascinerà sempre più con Lui nel vortice d’amore della sua relazione col Padre. L’amore è fonte di luce: ama e capirai. Non si entra nella verità se non attraverso la carità (sant’Agostino).
Seguire il Signore, sulla strada del Vangelo, non è allora questione di cultura o di studi teologici (che sono comunque una buona cosa). Non è neanche soltanto affare di una vita moralmente corretta (che se c’è ci fa vivere bene). Il Vangelo ci chiede, innanzitutto, di ricominciare ogni giorno ad amare.
Semplicemente amare. Non dimentichiamo la frase famosa di san Giovanni della croce: «Alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore». E potremo amare se ci lasciamo attirare dal Padre: «I cristiani che non si lasciano attirare dal Padre, restano orfani» (papa Francesco).

Signore Gesù, il tuo Vangelo non è complicato: è semplice!
Ci invita a lasciarci amare e poi a diffondere amore intorno.
Ci chiede di mettere il cuore su ciò di cui abbiamo tanto bisogno.
Ma, o Signore, amare non è facile.
È il cammino di una vita.
Perciò noi spesso preferiamo le scorciatoie
del sapere, del potere, dell'avere.
Donaci l'abbondanza del tuo Spirito
che ci faccia ardere di sante passioni.
Donaci il tuo Spirito come voce
che ci ricordi e ci insegni le tue parole,
che ci infonda umiltà, docilità e gratuità
per seguirti ogni giorno.

V DOMENICA DI PASQUA

Mer, 10/05/2017 - 06:00
Liturgia del:  14 maggio 2017

La Parola del giorno: At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Gesù afferma di essere Via, Verità e Vita. Queste parole sono introdotte da una domanda di Tommaso: «Come possiamo conoscere la via?». Nel loro dialogo, Gesù e Tommaso usano il verbo oida. Prima ancora che “conoscere”, significa “avere visto”: potremmo tradurre con l’espressione “ho visto, dunque conosco”. Tra i verbi greci che indicano la conoscenza, oida è il più forte, perché non rimanda semplicemente ad una conoscenza teorica e/o pratica; oida rimanda, invece, ad una conoscenza esistenziale, che prende le mosse da un’esperienza concreta di relazione con ciò che si conosce, al punto da far diventare un tutt’uno con esso, senza peraltro che si crei confusione tra chi conosce e ciò che è conosciuto.
Giunti a questo punto del tempo pasquale, è necessario avere il coraggio di porsi una domanda provocatoria: Chi vediamo?
Chi conosciamo? E non possiamo cavarcela dando delle risposte preconfezionate, basate su una fede professata per sentito dire. Quando “conosciamo” Gesù, si tratta di una conoscenza esistenziale, che procede per via d’amore, che ci fa diventare un tutt’uno nella comunione con lui, permettendoci, tuttavia, di conservare la nostra libertà?
A quanto pare, i primi ad avere questo problema sono proprio gli apostoli. Tommaso – che di domande se ne intendeva e a pensare con la propria testa ci teneva molto – non esita a fare la domanda che dà a Gesù la possibilità di elevare il dialogo dal piano della conoscenza intellettuale a quello della conoscenza esistenziale.
Soltanto vedendo Gesù come Risorto ed entrando esistenzialmente in una relazione significativa con Lui, è possibile riconoscerlo come Via, Verità e Vita, con tutti gli effetti positivi sulla nostra quotidianità.

Ti ringraziamo, o Signore, per la luce della tua Parola.
Ti chiediamo, o Signore e Dio della nostra vita,
di aprire i nostri occhi e curare le nostre cecità.
Aiutaci a vederti, e a conoscerti, ad amarti
come sei veramente presente e risorto per noi.
E noi, risorti con te, sapremo cosa fare:
percorreremo te, che sei la Via, nella Verità di te, che sei l'Amore,
protesi verso te, che sei la Vita eterna che ci attende. Amen.

IV DOMENICA DI PASQUA

Mer, 03/05/2017 - 06:00
Liturgia del:  7 maggio 2017

La Parola del giorno: At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.
E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

L’immagine del Buon pastore si inserisce all’interno del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, che potrebbe essere intitolato «il vero pastore e i falsi profeti» (Gv 10,1-42).
Per comprendere la Parabola del Buon pastore dobbiamo figurarci nella mente lo sfondo della vita palestinese all’epoca di Gesù; la sera i pastori conducevano in un recinto il gregge per la notte. La cosa particolare per noi è che un comune recinto serviva a diversi greggi. Il mattino ciascun pastore gridava il proprio richiamo e le pecore, che riconoscono il suono familiare della voce del loro pastore, lo seguono. La sequela di Gesù implica, da parte del discepolo, il rifiuto di tutti i pastori a favore di Cristo unico e vero pastore. Nel Vangelo di Giovanni tutta la vicenda terrena di Gesù è una parabola, cioè la storia di una presenza divina posta come sotto il velo che solo il credente inserito nella comunità e illuminato dallo Spirito è in grado di comprendere.
Le pecore seguono la voce del pastore, la parola che Dio rivolge loro nell’Antico Testamento e ora in Gesù, il suo inviato. Il verbo “far uscire” è utilizzato al v. 4 e indica la liberazione degli schiavi e quindi dal peccato. Al contrario le pecore non seguono gli estranei; ossia il popolo di Dio non ascolta coloro che non sono inviati da Dio. La mediazione di Gesù quale inviato del Padre è qui dichiarata sotto il simbolo per spiegare l’opera di Gesù e invitare alla conversione.
Gesù si rivela come la porta delle pecore, ossia come Colui che introduce nella vera vita, la strada che conduce alla Salvezza (cfr. Mt 7,13-14; Lc 13,24-26). Probabilmente Gesù fa questo discorso vicino a una delle porte della città di Gerusalemme nel momento conclusivo della festa delle capanne.
Le pecore, ovvero i credenti battezzati in Cristo devono cercare nella loro vita di riconoscere la voce del Maestro che li chiama.
Questo non è sempre facile a causa della confusione che si trova attorno a noi, provocata dal vociare dei falsi profeti, dalle paure della nostra vita e dai momenti di dolore che ci capitano. In ogni caso questo attento ascolto del richiamo del Signore avviene nella fiducia che Lui non si stanca mai di chiamarci per condurci a una piena comunione con Dio e nella consapevolezza che mediante il battesimo siamo inseriti nel gregge del Signore, nel suo popolo santo. La voce di Gesù è la voce che chiama, la voce che suscita e orienta tutti coloro che lo seguono e si impegnano a imitarlo nelle diverse forme di vita cristiane testimoniando così la propria fede in Dio.

Signore, tu sei il mio pastore: non mi fai mancare di nulla.
Signore, Vero Pastore, guidami per il giusto cammino.
Aiutami ad andare senza paura per annunciare la buona notizia
a chi soffre, a chi si sente solo e abbandonato.
Fa' che la tua bontà mi sia compagna per trasformare in gioia
le lacrime dei miei fratelli.
Signore, tu sei il mio pastore:
tutti i giorni della mia vita ascolterò la tua voce.

III DOMENICA DI PASQUA

Mer, 26/04/2017 - 06:00
Liturgia del:  30 aprile 2017

La Parola del giorno: 1At 2,14.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Dal Vangelo secondo Luca (24,15-19a.25-32 forma breve)
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?» Gli risposero:«Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno…».
Ed egli disse loro: «Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino».
Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».

Ci fermiamo solo sull’arrivo ad Emmaus. Mentre si stanno per salutare, i due trattengono quel compagno di strada interessante.
Così avviene che lo riconoscono, mentre spezza quel pane.
Come quella volta, pochi giorni prima: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo». Per i due deve essere stato veramente un colpo al cuore: «Questo viandante, che ci ha ascoltato e ci ha ridato speranza interpretando i fatti in modo nuovo, è il Maestro che la sera dell’ultima cena, con il gesto del pane, ci ha annunciato di amarci tanto da dare la sua vita per noi. Lui è vivo e ora è sempre con noi. Come ci aveva promesso».
Le parole della Scrittura, ora unite a un gesto fortemente evocativo, hanno condotto al riconoscimento. Sì. Per riconoscere il Signore presente nella nostra vita ci vuole anche una comunità di fratelli con i quali vivere autentici gesti di amore reciproco.
Arriviamo alla fede sempre dentro una comunità.
E in quel momento si ricordano che le parole di Gesù, poco prima, avevano fatto ardere il loro cuore. Avevano rianimato una vita, la loro, senza prospettive e speranza. L’ardere del cuore era il segno di una Presenza vicina, ma non riconosciuta. La Bibbia usa spesso l’immagine del fuoco per parlare di Dio che si rivela all’uomo. Dio si rivela in un fuoco che arde, come nel roveto ardente (Es 3,2ss). L’idea dell’“ardere” nella traduzione dei LXX (Settanta) il verbo è spesso usato per indicare la presenza del Signore (Es 3,2; Dt 4,11; Is 30,27).
Perciò non è un sentimento passeggero quello che proviamo quando la Parola penetra dentro. Come il roveto non smette di ardere. Quando la nostra vita è incontrata dalla Parola si accende il fuoco della rivelazione. E quando abbiamo incontrato il Signore con tutta la nostra persona, la nostra vita non è più la stessa.

Signore, la notte con i suoi travagli e fatiche
ci porta a fare come se tu non ci fossi.
Ma la certezza di trovarti lì sulla riva
sempre presente e pronto ad allargare
i nostri orizzonti con la tua Parola
ci porta già a stupirci della pesca abbondante che otterremo.
Nutrici del tuo Pane
perché sappiamo attendere la gioia della Pasqua eterna.

II DOMENICA DI PASQUA

Mer, 19/04/2017 - 06:00
Liturgia del:  23 aprile 2017

La Parola del giorno: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:«Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse:«Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

I discepoli hanno paura dei giudei che hanno messo a morte Gesù e temono di morire anche loro. Inoltre pensano al tradimento di Giuda, uno che li ha lasciati, al rinnegamento di Pietro, presente, e al fatto che, in ogni caso, tutti hanno lasciato solo Gesù di fronte al processo e alla morte. Sono consapevoli della propria fragilità e del non aver seguito Gesù fino in fondo. Non hanno creduto alle parole di Gesù che aveva annunciato la sua morte, ma anche la sua risurrezione. Anche il luogo, chiuso, dice della loro chiusura interiore.
Gesù si fa presente in mezzo a loro, non li giudica, non li rimprovera, ma dice: «Pace a voi». La pace è abbondanza di vita. Gesù offre abbondanza di vita ai discepoli che oramai ne aspettano poca, mostrando come la vita abbia vinto la morte, facendo vedere i segni della crocifissione e, contemporaneamente, stando vivo in mezzo a loro.
La gioia dei discepoli è per Gesù vivo, ma anche perché la parola di Gesù si compie pienamente. Si è realizzato il mistero pasquale.
Finalmente comprendono, fanno esperienza del Signore della vita e ne possono gioire nella pace.
Ora possono vivere come Gesù: mandati ad annunciare – con il sostegno dello Spirito – il perdono dei peccati, che loro stessi stanno sperimentando nell’incontro con Gesù risorto. Da questo momento in poi, questi uomini paurosi e peccatori, potranno annunciare la pace di Dio agli uomini, perdonando i loro peccati, facendoli rinascere a vita nuova.
Tra i discepoli un’attenzione particolare è attirata da Tommaso e dalla sua vicenda di ricerca. Uomo del dubbio, ci aiuta a capire che la fede è e rimane un atto libero: ne è la prova la possibilità di dover affrontare delle domande e di fare i conti con delle riserve. Ciò che risulta esemplare è il fatto che Tommaso riesce a non fare delle sue domande un ostacolo insormontabile: rimane con la comunità, in qualche modo affida ai fratelli il suo percorso. D’altra parte, anche il gruppo degli apostoli compie un gesto estremamente significativo: non estromette Tommaso in nome del fatto che egli aveva sollevato delle obiezioni. Accoglie, accompagna, custodisce, pazienta... finché il Signore non si manifesta suscitando la fede.
Cerchiamo e costruiamo una Chiesa così!

Padre, ti ringraziamo per la nostra beatitudine
di credenti non vedenti,
che hanno accolto la tua Parola.
Tommaso ha professato la sua fede in Gesù:
aiutaci a gioire sempre
della sua presenza viva in mezzo a noi
e donaci il tuo Spirito per annunciare
il tuo amore che perdona i peccati e ridona la vita.

PASQUA DI RISURREZIONE

Dom, 16/04/2017 - 06:00
Liturgia del:  16 aprile 2017

La Parola del giorno: At 10,34a. 37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9 (messa del giorno)

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Che cosa muove tutti i personaggi di questo brano del Vangelo?
Cosa li fa correre?
Sempre Lui, la stessa persona che per tre anni ha fatto muovere i loro passi: Gesù. Egli non è presente direttamente, non compare sulla scena, non dice nulla, eppure muove tutto e tutti.
Maria di Màgdala si reca presso il sepolcro, ma non viene specificato il motivo; forse per terminare i riti funebri, forse solo per stare ancora un po’ con Gesù. È lei che per prima scopre che il Signore non c’è più. «Hanno portato via il Signore» dice a Simon Pietro e all’altro apostolo.
È di nuovo un grande mistero che fa alzare e muovere i discepoli: se prima era stato il mistero della persona di Gesù a far sì che i discepoli lasciassero tutto per seguirlo, ora è il mistero del suo corpo che non c’è più a farli correre, a chiamarli di nuovo.
L’altro discepolo arriva per primo, forse perché più giovane o forse perché quell’amore tra lui e il Maestro, sottolineato più volte nel Vangelo di Giovanni, è una spinta in più. Eppure non è il primo a entrare nel sepolcro, rimane sulla soglia a osservare le bende per terra. A entrare è Pietro, colui che ha fatto e ha detto cose coraggiose, a volte avventate, mosso da un amore grande verso il Signore e da una fede non sempre certa, colui su cui verrà fondata la Chiesa. È lui che ha quello slancio, quel coraggio di entrare nel sepolcro e vedere «le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato». Egli capisce che non può quindi trattarsi di un furto della salma, ma scorge invece il mistero della risurrezione. Successivamente entra anche l’altro discepolo, di cui ci viene detto che «vide e credette». Non ci viene detto nulla della fede di Simon Pietro, forse perché una dichiarazione di fede può essere fatta solo dal diretto interessato (secondo la tradizione, infatti, è l’evangelista Giovanni) o forse perché la “pesantezza” che ha rallentato Pietro nella corsa, lo rallenta ancora adesso nel comprendere la Scrittura.
Questa Parola rappresenta il grande mistero che muove ogni cristiano, che lo porta a iniziare a camminare, a correre talvolta; ma ci mostra anche come l’incertezza della nostra fede non sempre ci permette di comprendere e di vedere davvero.
Questa Parola ci aiuta a ricordare che non tutte le corse sono uguali. Non è l’affanno, la ricerca dell’efficienza a definire chi siamo. È nell’essere amati che sta la nostra dignità più profonda.
Pietro e Giovanni corrono per accogliere quell’amore che già aveva sostenuto i loro passi nei momenti di entusiasmo e in quelli d’incertezza.

Ti prego, o Signore,
di sostenere la mia sete di ricerca di verità e di amore,
di sostenere la mia corsa verso di te.
Desidero che la mia pesantezza,
la stessa del discepolo Pietro, non mi fermi.
Desidero entrare nel sepolcro, non stare sulla soglia,
ma immergermi nel profondo.
Che la mia fede incerta, camminando al tuo fianco,
si fortifichi sempre di più per gioire pienamente nella tua presenza.

SABATO SANTO - VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

Sab, 15/04/2017 - 08:00
Liturgia del:  15 aprile 2017

La Parola del giorno: Rm 6,3-11; Sal 117; Mt 28,1-10

Dal Vangelo secondo Matteo (28,1-10)
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto.
Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Nella notte più bella la Chiesa ci chiama a ravvivare la nostra fede ancorandola sulla risurrezione di Gesù. In un tempo in cui rimaniamo talvolta oppressi dalla preoccupazione per il nostro vivere, la lieta notizia sbaraglia ogni tenebra e squarcia orizzonti di nuova speranza. La stessa speranza che è maturata nel cuore delle due donne che si recano di buon mattino presso il sepolcro del loro Signore, convinte forse di porgergli un gesto dovuto dettato dalla consuetudine. Ma la risurrezione del Signore è l’evento che supera le nostre aspettative e ci mette nella condizione di guardare alla vita con occhi nuovi. Alla prima luce dell’alba, che sembra già presagire un giorno nuovo, ben presto si sostituisce la pienezza di un incontro che – pur con tutte le difficoltà e le comprensibili fatiche – radica e sospinge la creatura in una relazione da costruire col Signore. Come ha sottolineato papa Francesco, ogni cristiano è chiamato «... in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta» (Evangelii gaudium, n. 3). Lo spavento e l’incertezza sono soltanto il primo tassello di un dialogo che si va costruendo e che inevitabilmente sfocia poi nell’annuncio.
L’angelo sembra quasi preparare il cuore di Maria di Magdala e dell’altra Maria all’incontro personale e straordinario col Risorto, prima ancora che alla testimonianza: soltanto un credente fermamente convinto che «se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rm 6,5) diventerà quel testimone autentico e credibile di cui la Chiesa ha bisogno per annunciare al mondo la salvezza.
Le due donne, mentre si mettono in cammino verso i discepoli, hanno già compreso che il sepolcro – il luogo dunque della morte – non è il terreno su cui cresce la fede del cristiano. Tuttavia, affinché il loro timore possa essere dileguato per sempre è necessaria l’esperienza personale dell’incontro con Gesù: è Lui che gli si fa prossimo lungo il cammino e le invita a  riconoscerlo come Signore della vita, la pietra scartata dai costruttori che ora è divenuta testata d’angolo, la luce che sconfigge ogni buio e illumina i passi dell’uomo. Adesso le due testimoni del Risorto possono riprendere il passo verso i discepoli perché il timore è stato precipitato insieme alla morte e l’annuncio sulle loro labbra trabocca di sola gioia. È la gioia della risurrezione che ogni cristiano annuncia al mondo. È la gioia che plasma ogni gesto e ogni parola del credente. È la gioia che, pur condividendola, mai si consuma.

È il tuo amore, Signore Gesù,
che splende ogni giorno come il primo.
Come un nuovo inizio,
grazie al tuo perdono e alla vita immortale
che tu riversi in noi.
Prova a guardare solo ai nostri sepolcri
aiutaci a orientare la nostra esistenza
verso la risurrezione che tu vieni a portare.

VENERDÌ SANTO - PASSIONE DEL SIGNORE

Ven, 14/04/2017 - 08:00
Liturgia del:  14 aprile 2017

La Parola del giorno: Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16;5,7-9; Gv 18,1-19,42

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,1-11 forma breve)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli.
Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

La Croce dà più che mai l’idea del limite dell’uomo, ridimensiona l’uomo schiacciandolo e mostrando che è contenuto dentro la sua larghezza e lunghezza.
Inchiodato a questo strumento l’uomo si muove scompostamente, geme, soffoca fino a morire. A questo strumento Cristo viene violentemente confitto, mostrando paradossalmente Lui, Figlio di Dio, la condizione dell’uomo senza Dio: un uomo che si muove scompostamente, geme, soffoca fino a morire.
Ma questo strumento di morte quando occupato da Cristo diventa drammaticamente uno strumento di vita e di salvezza: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me»: la sofferenza e l’abbrutimento di Gesù diventano fonte di riscatto.
La croce è allora segno di questo appiattimento, di questo annientamento di Cristo, solidale all’uomo fino alla morte, ma con Cristo diventa soprattutto segno di elevazione e redenzione.
«Chi cercate?»: la domanda che aveva in qualche modo accompagnato il primo incontro di Gesù coi discepoli del Battista ritorna alla fine della sua vicenda terrena. Quasi ad insistere su una questione fondamentale: cosa ci spinge ad avvicinarci al Signore? La parola decisa di un profeta a favore dell’Agnello?
La rabbia di un soldato che vede un rivale dell’autorità costituita, del potere da conservare? L’incomprensione di un apostolo che si spinge alla complicità?
La solidarietà di Dio che si ridimensiona a tal punto per l’uomo permette all’uomo di “dimensionarsi a Dio”, di ritrovare la sua origine perduta di figlio, la sua prospettiva di infinito e di eterno.
«D’un pianto solo mio non piango più», prega il poeta Giuseppe Ungaretti contemplando la passione di Cristo: sta a noi dunque non isolarci nel nostro dolore rimanendo inchiodati alle nostre croci, ma unirci partecipando alla Sua passione, che sola prelude alla vittoria finale sulla morte e sul peccato.
Sta a noi «mettere la spada nel fodero», rinunciare a ogni prepotenza e arroganza per imboccare con decisione e consapevolezza la via della mitezza, convinti della sua misteriosa ma vera forza trasformante.
Davanti alla possibilità di contrapposizioni forti, all’ansia di occupare spazi anziché di avviare percorsi (secondo l’invito dell’Evangelii gaudium), il Signore mostra una strada diversa.
Egli si consegna, senza riserve. Secondo la sua Parola, non viene privato della vita: è Lui a offrirla. Così Egli non mostra un modo di reagire a una singola – e drammatica – situazione; piuttosto ci indica uno stile da assumere nel nostro modo di stare nella realtà: disponibili al dono, fino alla fine.

Che non sia la nostra, Signore,
l'emozione di un momento, la commozione di un giorno
per poi tornare alle nostre case e alla nostra vita
come se niente fosse successo.
Questo sì sarebbe davvero troppo triste.
Che invece possa esserci sempre compagno il grande sacrificio
che tu hai fatto per noi,
che possa cambiare il nostro modo di essere e di avvicinarci agli altri.

GIOVEDÌ SANTO - CENA DEL SIGNORE

Gio, 13/04/2017 - 08:00
Liturgia del:  13 aprile 2017

La Parola del giorno: Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi?
Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Cristo si dona all’uomo in una totalità d’amore, che si esprime nel servizio, condividendo con l’uomo le espressioni più variopinte e differenti, quanto colorate e diversificate sono le emozioni dell’umanità contemporanea. Ama, Gesù, gli apostoli e offre loro l’esempio, con il quale rafforza di misericordia il proprio servizio sacerdotale. Gesù rasserena gli apostoli, insegnando loro l’umiltà della vita, la semplicità dello stile, la tenerezza di un piede lavato. Un piede purificato, perché tutta la persona sia pura. Quella stessa persona che nella vita è chiamata, dalla base della sua purezza, a servire l’umanità, anche quella parte più cialtrona e cattiva e pertanto più bisognosa della misericordia di Dio.
Lavare i piedi era il segno del sollievo, del farsi carico della fatica del cammino. Forse, in un certo qual modo, un gesto non solo di abilitare a stare nella stanza al piano superiore, ma anche a riprendere il cammino. L’incontro con il Signore, significato in quanto accade nel Cenacolo (il gesto del servizio e l’istituzione dell’Eucarestia) può rappresentare tutto questo per i discepoli: uno spazio di ristoro; l’accoglienza di un amore inatteso, sovrabbondante, gratuito; un rinnovato slancio missionario, cioè un cammino che riprende, rimotivato e rafforzato.
Gesù opera una rivoluzione arricchendola della sua onnipresenza, grazie alla quale garantisce di essere con la Chiesa sempre, fino agli ultimi giorni. Quella di Cristo è la rivoluzione dell’umiltà, del dono, del servizio. Il compimento dell’amore e della misericordia, che accoglie il figlio lontano, il gregge disperso, che si lascia tergere e asciuga i piedi. L’uomo coglie l’amore di Gesù; riconosce che Egli è il Maestro, il Signore, di fronte al quale stupisce per la propria scelta di vita, nuda come nudi sono il legno e la parola della croce. La vocazione del cristiano sta tutta qui: in questo uomo purificato nel corpo e nello spirito, comprato e rivestito con il sangue di Cristo, riscattato con l’incarnazione e la morte del Figlio di Dio. La lavanda dei piedi è il primo passo verso la vera gioia nella sequela del Signore.

Signore Gesù,
tu che ti chini sulle nostre vite
e ti fai carico delle nostre fatiche
rendici attenti ai bisogni dei nostri fratelli.
Tu che spezzi il pane,
che doni la vita fino al sangue,
aiutaci a non essere pigri o tirchi,
per sperimentare nel dono di noi stessi
abbondanza di luce e di pace.