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Aggiornato: 1 ora 29 min fa

Udienza Generale del 20 settembre 2017: La Speranza cristiana - 33. Educare alla speranza

6 ore 30 min fa

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 20 settembre 2017

[Multimedia]

 

La Speranza cristiana - 33. Educare alla speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi ha per tema: “educare alla speranza”. E per questo io la rivolgerò direttamente, con il “tu”, immaginando di parlare come educatore, come padre a un giovane, o a qualsiasi persona aperta ad imparare.

Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai.

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier le groupe des Œuvres Pontificales Missionnaires, accompagné de Monseigneur Patrick Le Gal. Dieu ne déçoit pas, s’il a mis une espérance dans nos cœurs, ce n’est pas pour l’éteindre par de continuelles déceptions mais pour qu’elle fleurisse. Renouvelons notre attachement et notre confiance à Jésus vivant dans nos cœurs pour vaincre nos faiblesses et traverser nos épreuves. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini francesi, in particolare i gruppi delle Pontificie Opere Missionarie, accompagnati da Monsignor Patrick Le Gal. Dio non delude! Ha messo una speranza nei nostri cuori per farla prosperare, non per mortificarci con continue delusioni. Rinnoviamo la nostra adesione e la nostra fiducia a Gesù che vive nei nostri cuori per superare le nostre debolezze e attraversare le nostre prove. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Scotland, Ireland, Denmark, Norway, Ghana, Nigeria, Uganda, Australia, India, Indonesia, the Philippines and the United States of America. I offer a particular greeting to the new students of the Venerable English College in Rome, and assure them of my prayers as they begin their studies for the priesthood. I also welcome the physicians and medical professionals meeting in Rome, with prayerful encouragement for their efforts to cherish and defend God’s gift of life in the face of today’s pressing ethical challenges. Upon all of you, and your families, I invoke joy and peace in our Lord Jesus Christ.

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Danimarca, Norvegia, Ghana, Nigeria, Uganda, Australia, India, Indonesia, Filippine e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai nuovi studenti del Venerabile Collegio Inglese, assicurando loro la mia preghiera per gli studi per il sacerdozio. Saluto poi i molti medici e operatori sanitari presenti, mentre incoraggio i loro sforzi volti a rispettare e a proteggere il dono della vita di fronte alle urgenti sfide etiche dei nostri tempi. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.]

Herzlich heiße ich alle Pilger deutscher Sprache willkommen! Einen besonderen Gruß richte ich an die Studenten des Collegium Canisianum aus Innsbruck sowie an die große Gruppe der Schülerinnen und Schüler des Gymnasiums Bad Essen. Gerade euch Jugendliche, die ihr so zahlreich zugegen seid, bitte ich: Bleibt mit Jesus verbunden und gebt der ganzen Welt ein Zeugnis der christlichen Hoffnung. Gott segne euch alle.

[Un cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua tedesca! Rivolgo un saluto speciale agli studenti del Collegium Canisianum di Innsbruck e al grande gruppo degli studenti del Gymnasium Bad Essen. In particolare a voi giovani, presenti così numerosi, chiedo, rimanendo uniti con Gesù, di dare a tutto il mondo una testimonianza della speranza cristiana. Dio vi benedica tutti.]

Ayer un terrible terremoto ha asolado México, ―vi que hay muchos mexicanos hoy entre ustedes― causando numerosas víctimas y daños materiales. En este momento de dolor, quiero manifestar mi cercanía y oración a toda la querida población mexicana. Elevemos todos juntos nuestra plegaria a Dios para que acoja en su seno a los que han perdido la vida y conforte a los heridos, sus familiares y a todos los damnificados. Pidamos también por todo el personal de servicio y de socorro que prestan su ayuda a todas las personas afectadas.

Que nuestra Madre la Virgen de Guadalupe con mucha ternura esté cerca de la querida nación mexicana.

Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, em particular os fiéis brasileiros e o grupo de benfeitores, historiadores e editores da obra literária «Portugal Católico», e animo-os a procurar sempre o olhar de Nossa Senhora que conforta todos aqueles que estão na provação e mantém aberto o horizonte da esperança. Enquanto vos entrego, vós e as vossas famílias à sua proteção, invoco sobre todos a Bênção de Deus.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua portoghese, in particolare i fedeli brasiliani e il gruppo di benefattori, storici e editori dell’opera letteraria «Portugal católico», e li incoraggio a cercare sempre lo sguardo della Madonna che conforta quanti sono nella prova e tiene aperto l’orizzonte della speranza. Nell’affidare voi e le vostre famiglie alla sua protezione, invoco su tutti la Benedizione di Dio.]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، لا تستسلموا للظلمة. إصنعوا الخير وسط البشر واحترموا مسيرة الجميع، لأنَّ لكلِّ فرد قصته ليخبرها. ليبارككُم الرب!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, non arrendetevi alla notte. Operate la pace in mezzo agli uomini e rispettate il cammino di tutti, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Il Signore vi benedica!]

Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich. W poniedziałek obchodziliście w Polsce wspomnienie św. Stanisława Kostki, patrona dzieci i młodzieży. On, pragnąc wyższego celu życia, ściśle zjednoczony z Bogiem, wbrew woli rodziców, wstąpił do zakonu Jezuitów. Ustawiczna modlitwa, częsta spowiedź, codzienna Msza św., praca nad sobą ukształtowały jego świętość już w młodzieńczym wieku. Niech jego przykład przypomina rodzicom i młodzieży, że perspektywa zdobycia pozycji społecznej nie może zagłuszać życiowego powołania otrzymanego od Boga. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Lunedì, in Polonia, avete celebrato la memoria di San Stanislao Kostka, patrono dei bambini e dei giovani. Desideroso di dare uno scopo più alto alla propria vita, unito strettamente con Dio, entrò tra i Gesuiti contro la volontà dei genitori. La continua preghiera, la confessione frequente, la S. Messa quotidiana, lavoro spirituale su se stesso, formò la sua santità già in età giovanile. Il suo esempio ricordi ai genitori e ai giovani, che la prospettiva di raggiungere una posizione sociale non faccia chiudere le proprie orecchie alla chiamata del Signore. Sia lodato Gesù Cristo.]

Zo srdca vítam slovenských veriacich. Osobitne pozdravujem účastníkov Dvanástej púte Ordinariátu ozbrojených síl a ozbrojených zborov, vedených vojenským ordinárom biskupom Monsignorom Františkom Rábekom. Drahí bratia a sestry, prajem vám, aby ste boli odvážnymi svedkami Krista v špecifickom prostredí, v ktorom žijete a pracujete. Ochotne žehnám vás, vašu službu i vašich drahých vo vlasti. Pochválený buď Ježiš Kristus!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua slovacca. In particolare saluto i partecipanti al Dodicesimo pellegrinaggio dell’Ordinariato delle Forze armate e dei Corpi armati, guidato dall’Ordinario militare, Monsignore František Rábek. Cari fratelli e sorelle, vi auguro di essere coraggiosi testimoni di Cristo nell’ambiente particolare in cui vivete ed operate. Volentieri benedico voi, il vostro servizio ed i vostri cari in Patria. Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Sono lieto di accogliere i seminaristi del Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae di Roma, i Missionari della Consolata, le religiose della Compagnia di Maria Nostra Signora e le Monache Benedettine di Vetralla. Saluto i gruppi parrocchiali, i numerosi devoti di San Charbel Maklouf, le famiglie e i dirigenti delle aziende che hanno aderito all’iniziativa “Un Fiocco in Azienda” di Manageritalia, la “Federazione Italiana dei Giuochi Antichi e Sports della Bandiera”, i membri dell’Arciconfraternita Maria Santissima Assunta in Cielo di Terravecchia-Serra San Bruno. La visita alle Tombe degli Apostoli favorisca in tutti il senso di appartenenza alla famiglia ecclesiale e incentivi un servizio sempre più operoso.

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Domani ricorre la Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista. La sua conversione sia di esempio a voi, cari giovani, per vivere la vita con i criteri della fede; la sua mansuetudine sostenga voi, cari ammalati, quando la sofferenza sembra insopportabile; e il suo abbandono dei calcoli del mondo ricordi a voi, cari sposi novelli, l’importanza della logica d’amore nella vita matrimoniale che avete intrapreso.

Guardare con il cuore (19 settembre 2017)

Mar, 19/09/2017 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Guardare con il cuore

Martedì, 19 settembre 2017

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Cosa significa «guardare con il cuore», avere davvero «compassione» e non semplice «pena» di fronte al dolore delle persone. A questo tema il Papa ha dedicato la meditazione della messa celebrata a Santa Marta martedì 19 settembre. Prendendo spunto dal brano liturgico del vangelo di Luca (7, 11-17), con il passo dell’incontro di Gesù con la vedova di Nain, il Pontefice ha colto l’occasione per una catechesi sul rapporto del cristiano con la sofferenza dei poveri e degli emarginati.

Francesco ha esordito sottolineando che Gesù, pur essendo con i discepoli in mezzo a una grande folla, «ebbe la capacità di guardare una persona», una «vedova che andava a seppellire il suo unico figlio». Bisogna tenere presente, ha ricordato, che «nell’Antico testamento, i più poveri erano le vedove, gli orfani e gli stranieri, i forestieri». Nella Scrittura si trovano continuamente esortazioni del tipo: «Abbi cura della vedova, dell’orfano e del migrante». Del resto, «la vedova è sola, l’orfano ha bisogno di cura per inserirsi nella società», e riguardo allo straniero, al migrante, si fa continuamente riferimento all’esilio in Egitto. È un vero e proprio «ritornello nel Deuteronomio, nel Levitico... è un ritornello... nei Comandamenti...». Sembra, ha aggiunto il Papa, che questi fossero proprio «i più poveri, anche più poveri degli schiavi: la vedova, l’orfano e il migrante, il forestiero, lo straniero».

Un’attenzione che si ritrova nell’atteggiamento di Gesù, il quale «ha la capacità di guardare il dettaglio»: c’era tanta folla, ma lui «guarda lì... Gesù guarda con il cuore».

A questo punto il Pontefice ha analizzato il comportamento di Gesù e ha individuato «tre parole che ci aiutano a capire cosa ha fatto» per stare accanto alla vedova, per «andare sulla stessa strada».

Innanzitutto, «ebbe compassione». Si legge infatti che «vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei». La compassione, ha spiegato Francesco, «è un sentimento che coinvolge, è un sentimento del cuore, delle viscere, coinvolge tutto». Soprattutto, «non è lo stesso della “pena”», o di chi dice: «...peccato, povera gente!”: no, non è lo stesso». La compassione, infatti «coinvolge. È “patire con”». E Gesù «si coinvolge con una vedova e con un orfano». Qualcuno, ha osservato il Pontefice, potrebbe obbiettare: «Ma di’, tu hai tutta una folla qui, perché non parli alla folla? Lascia... la vita è così... sono tragedie che succedono, accadono...». E invece «no. Per lui erano più importanti quella vedova e quell’orfano morto che la folla alla quale lui stava parlando e che lo seguiva». Perché, ha spiegato il Papa, «il suo cuore, le sue viscere si sono coinvolti. Il Signore, con la sua compassione, si è coinvolto in questo caso. Ebbe compassione».

C’è poi una «seconda parola» da notare: Gesù «si avvicinò. La compassione lo ha spinto ad avvicinarsi». Ha spiegato Francesco: «Avvicinarsi è segnale di compassione. Io posso vedere tante cose ma non avvicinarmi. Forse sento un dolore... ma, povera gente...». E tuttavia avvicinarsi è un’altra cosa. Il vangelo aggiunge un dettaglio: Gesù disse «Non piangere» alla donna. E il Pontefice, a tale riguardo ha rivelato: «a me piace pensare che «il Signore, quando diceva questo a quella donna, l’abbia accarezzata»; egli «ha toccato la donna e ha toccato la bara». Bisogna, ha detto «avvicinarsi e toccare la realtà. Toccare. Non guardarla da lontano».

Accade poi il miracolo della risurrezione del figlio della vedova. E «Gesù non dice: “Arrivederci, io continuo il cammino”», ma «prende il ragazzo e cosa dice? “Lo restituì a sua madre”». Ecco allora la terza parola chiave: «restituire. Gesù fa dei miracoli per restituire, per mettere al proprio posto le persone. Ed è quello che ha fatto con la redenzione». Dio «ebbe compassione, si avvicinò a noi nel suo Figlio, e restituì tutti noi alla dignità di figli di Dio. Ci ha ricreati tutti».

Un esempio che ogni cristiano deve seguire nella vita di ogni giorno: «Anche noi dobbiamo fare lo stesso», ha spiegato il Papa dando un esempio concreto. Succede infatti che «tante volte guardiamo i telegiornali o la copertina dei giornali, le tragedie... ma guarda, in quel Paese i bambini non hanno da mangiare; in quel Paese i bambini fanno da soldati; in quel Paese le donne sono schiavizzate; in quel Paese... oh, quale calamità! Povera gente...». Poi però «volto pagina e passo al romanzo, alla telenovela che viene dopo. E questo non è cristiano».

Da qui l’invito a un esame di coscienza: «Io sono capace di avere compassione? Di pregare? Quando vedo queste cose, che me le portano a casa, attraverso i media la tv... le viscere si muovono? Il cuore patisce con quella gente, o sento pena, dico “povera gente”», e poi finisce lì?

E se ci rendiamo conto di questo, ha aggiunto Francesco, dobbiamo «chiedere la grazia: “Signore, dammi la grazia della compassione!”».

Allo stesso modo, quando si incontra una persona bisognosa: «Mi avvicino? Ci sono tanti modi di avvicinarsi... O cerco di aiutarlo da lontano?». C’è infatti chi si giustifica dicendo: «Sa, padre, che questa gente puzza, e a me non piace sentire, perché questa gente non fa la doccia, puzza...».

E ancora, ha aggiunto il Pontefice, ogni cristiano dovrebbe chiedersi: «Sono capace — con la preghiera di intercessione, con il mio lavoro di cristiano — di aiutare affinché la gente che soffre venga restituita alla società, nella vita di famiglia, nella vita di lavoro, nella vita quotidiana?».

Da qui l’esortazione finale: «Pensiamo a queste tre parole: ci aiuteranno. Compassione, avvicinarsi, restituire». Con l’invito a pregare affinché «il Signore ci dia la grazia di avere compassione davanti a tanta gente che soffre, ci dia la grazia di avvicinarci e la grazia di portarli per mano al posto di dignità che Dio vuole per loro».

Pregare per i governanti (18 settembre 2017)

Lun, 18/09/2017 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Pregare per i governanti

Lunedì, 18 settembre 2017

 

(da: www.osservatoreromano.va)

«È un peccato da portare in confessione non pregare per i governanti». E questa preghiera va fatta soprattutto «per non lasciare da soli» quanti hanno meno «coscienza» che il loro potere non è assoluto ma viene dal popolo e da Dio. Però anche «i governanti devono pregare per chiedere la grazia» di servire al meglio il popolo loro affidato. E se non sono credenti, almeno chiedano consigli per non perdere di vista il bene comune e per uscire, comunque, dal piccolo contesto autoreferenziale del proprio partito.

È un vero e proprio “manuale del buon politico” quello che Papa Francesco ha suggerito lunedì mattina, 18 settembre, celebrando la messa a Santa Marta. Nel commentare le letture della liturgia, il Pontefice ha subito fatto notare che «al centro ci sono i governanti». Nella prima lettura, tratta dalla prima lettera a Timoteo (2, 1-8), Paolo consiglia «di fare preghiere per i governanti: per tutti, anche per quelli che governano». Poi nel Vangelo di Luca (7, 1-10) «abbiamo visto un governante che prega: questo centurione è un governante, e aveva un problema con un servo ammalato». Ma «c’è una frase, lì, che attira l’attenzione: “Ama il nostro popolo”». Dunque, ha affermato Francesco, «c’è il governante che ama un popolo» pur essendo «straniero». E «amava il suo servo: perché amava si preoccupava e perché si preoccupava andò a cercare la soluzione per risolvere questo problema della malattia. E andò da Gesù, pregò».

«Quest’uomo — ha fatto presente il Pontefice — sentì il bisogno della preghiera: ma perché? Perché amava, certamente». Ma anche «perché aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, di non essere l’ultima istanza». Luca riporta le parole del centurione romano: «Anche io, infatti, sono nella condizione di subalterno, e ho anche subalterni che dipendono da me». Sono parole che, ha spiegato il Papa, esprimono «la coscienza del governante che sa che sopra di lui c’è un altro che comanda. E questo lo porta a pregare».

«Il governante che ha questa coscienza, prega» ha ribadito il Papa. Del resto, «se non prega, si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire: è un uomo chiuso in se stesso». Ma «quando vede i veri problemi, e ha questa coscienza di subalternità, un governante prega» ha spiegato. Perché ha appunto la coscienza «che c’è un altro che ha più potere di lui».

Certo, ha aggiunto, verrebbe da chiederci «chi ha più potere di un governante?». E la risposta, ha rilanciato Francesco, è «il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo».

«È tanto importante — ha insistito il Pontefice — la preghiera del governante, tanto importante perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato». E proprio a questo proposito, ha confidato: «Mi ricordo una volta, tempo fa, un governante mi ha detto questo: “Io tutti i giorni prendo due ore di silenzio davanti a Dio”. Io ho pensato: “Ma questo governante è indaffarato, tante cose...”». Però davvero è importante, ha spiegato ancora Francesco, «chiedere la grazia di poter governare bene». E così, «quando Dio chiese a Salomone: “Cosa vuoi: oro, argento, ricchezze, potere, cosa?”, com’è stata la risposta di Salomone? “Dammi saggezza per governare”».

Proprio «per questo — ha affermato il Papa — i governanti devono chiedere questa saggezza: “Signore, dammi saggezza; Signore, non togliere da me la coscienza di subalternità da te e dal popolo, che la mia forza la trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso”».

Dunque, ha ripetuto il Pontefice, «è tanto importante che i governanti preghino: è tanto importante». Però, ha proseguito, magari «qualcuno può dirmi: “Padre, è vero quello che lei dice, ma io non sono credente, io sono agnostico, io sono ateo”». La risposta del Papa è stata: «D’accordo, ma confrontati: se non puoi pregare, confrontati con la tua coscienza; confrontati con i saggi; chiama i saggi del tuo popolo e confrontati». Perciò, «se non puoi pregare, almeno fa’ questo, ma non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito. No, questo è autoreferenziale: esci, cerca il consiglio fuori o nella preghiera o confrontandoti con quelli che possono consigliarti». E «questa è la preghiera del governante».

Nella prima lettura, ha ricordato Francesco, «Paolo parla a noi e ci consiglia di pregare per i governanti: “Che si facciano — consiglia — domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per il re — tutti i re — e per tutti quelli che stanno al potere, per i governanti, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa, dedicata a Dio». Dunque, raccomanda Paolo, «il popolo deve pregare per i governanti e noi non abbiamo una coscienza forte di questo: quando un governante fa una cosa che non ci piace, diciamo cose brutte; se fa una cosa che ci piace: “ah, che bravo!”. Ma lo lasciamo solo, lo lasciamo con il suo partito, lasciamo che si arrangi con il Parlamento, con questo, ma solo».

E magari c’è chi se la cava dicendo: «Io l’ho votato» oppure «Io non l’ho votato, faccia il suo». Invece, ha insistito Francesco, «noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera». I cristiani «devono pregare per i governanti». E anche in questo caso, ha fatto presente il Papa, qualcuno potrebbe obiettare: «Padre, come vado a pregare per questo che fa tante cose brutte?». Ma proprio allora «ha più bisogno ancora: prega, fa’ penitenza per il governante!».

«La preghiera d’intercessione — è tanto bello questo che dice Paolo — è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere», ha proseguito il Pontefice. E lo è «perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla». Infatti «quando il governante è libero e può governare in pace, tutto il popolo beneficia di questo».

«Noi dobbiamo crescere in questa coscienza di pregare per i governanti» ha rilanciato il Papa. Di più: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”». Ma sono proprio quelli che «hanno più bisogno». Dunque, è opportuno chiederci: «Prego per tutti i governanti? E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

In conclusione il Papa ha suggerito di chiedere «al Signore in questa messa la grazia che ci insegni a pregare per i nostri governanti: per tutti quelli che stanno al potere, dice Paolo che ci insegna». E «anche la grazia che i governanti preghino».

Angelus, 17 settembre 2017

Dom, 17/09/2017 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 17 settembre 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mt 18,21-35) ci offre un insegnamento sul perdono, che non nega il torto subito ma riconosce che l’essere umano, creato ad immagine di Dio, è sempre più grande del male che commette. San Pietro domanda a Gesù: «Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (v. 21). A Pietro sembra già il massimo perdonare sette volte a una stessa persona; e forse a noi sembra già molto farlo due volte. Ma Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (v. 22), vale a dire sempre: tu devi perdonare sempre. E lo conferma raccontando la parabola del re misericordioso e del servo spietato, nella quale mostra l’incoerenza di colui che prima è stato perdonato e poi si rifiuta di perdonare.

Il re della parabola è un uomo generoso che, preso da compassione, condona un debito enorme – “diecimila talenti”: enorme – a un servo che lo supplica. Ma quello stesso servo, appena incontra un altro servo come lui che gli deve cento denari – cioè molto meno –, si comporta in modo spietato, facendolo gettare in prigione. L’atteggiamento incoerente di questo servo è anche il nostro quando rifiutiamo il perdono ai nostri fratelli. Mentre il re della parabola è l’immagine di Dio che ci ama di un amore così ricco di misericordia da accoglierci, e amarci e perdonarci continuamente.

Fin dal nostro Battesimo Dio ci ha perdonati, condonandoci un debito insolvibile: il peccato originale. Ma, quella è la prima volta. Poi, con una misericordia senza limiti, Egli ci perdona tutte le colpe non appena mostriamo anche solo un piccolo segno di pentimento. Dio è così: misericordioso. Quando siamo tentati di chiudere il nostro cuore a chi ci ha offeso e ci chiede scusa, ricordiamoci delle parole del Padre celeste al servo spietato: «Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (vv. 32-33). Chiunque abbia sperimentato la gioia, la pace e la libertà interiore che viene dall’essere perdonato può aprirsi alla possibilità di perdonare a sua volta.

Nella preghiera del Padre Nostro, Gesù ha voluto inserire lo stesso insegnamento di questa parabola. Ha messo in relazione diretta il perdono che chiediamo a Dio con il perdono che dobbiamo concedere ai nostri fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Il perdono di Dio è il segno del suo straripante amore per ciascuno di noi; è l’amore che ci lascia liberi di allontanarci, come il figlio prodigo, ma che attende ogni giorno il nostro ritorno; è l’amore intraprendente del pastore per la pecora perduta; è la tenerezza che accoglie ogni peccatore che bussa alla sua porta. Il Padre celeste – nostro Padre – è pieno, è pieno di amore e vuole offrircelo, ma non lo può fare se chiudiamo il nostro cuore all’amore per gli altri.

La Vergine Maria ci aiuti ad essere sempre più consapevoli della gratuità e della grandezza del perdono ricevuto da Dio, per diventare misericordiosi come Lui, Padre buono, lento all’ira e grande nell’amore.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini provenienti da diversi Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni.

Saluto i fedeli di La Plata (Argentina), gli ufficiali della Scuola Militare della Colombia, e le catechiste di Rho.

Saluto i partecipanti alla corsa podistica Via Pacis, che ha toccato luoghi di culto delle diverse confessioni religiose presenti a Roma. Auspico che questa iniziativa culturale e sportiva possa favorire il dialogo, la convivenza e la pace.

Saluto i numerosi giovani venuti da Loreto, accompagnati dai Frati Cappuccini, che hanno iniziato oggi una giornata di riflessione e meditazione: voi ci portate il “profumo” del Santuario della Santa Casa, grazie! Saluto anche i volontari Pro Loco e i camminatori che iniziano oggi la staffetta per Assisi. Buon cammino!

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai partecipanti al Capitolo Generale dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù (16 settembre 2017)

Sab, 16/09/2017 - 10:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DEI MISSIONARI DEL SACRO CUORE

Sala Clementina
Sabato, 16 settembre 2017

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Cari fratelli,

vi accolgo con gioia in occasione del vostro Capitolo Generale e ringrazio il Superiore Generale per le sue parole. Vi siete riuniti per riflettere sulla vita della vostra Congregazione, pregare e discernere insieme quali strade il Signore vi indica per attualizzare e dare rinnovata fecondità al carisma che lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa e al mondo tramite il vostro Fondatore, il sacerdote Jean Jules Chevalier.

Trovo particolarmente significativo il motto che avete scelto per la preparazione che l’intero Istituto ha svolto in vista di questo Capitolo: «Tu hai tenuto da parte il vino buono finora» (Gv 2,10). Se da una parte infatti siete consapevoli e grati del prezioso patrimonio di progetti e opere apostoliche che il carisma ha finora sprigionato nel secolo e mezzo di vita dell’Istituto, grazie alla fedeltà dei confratelli che vi hanno preceduto, dall’altra ben comprendete che le sue ricche potenzialità a beneficio della Chiesa e del mondo non sono esaurite. In ascolto di quanto lo Spirito oggi dice alla sua Chiesa e aperti alle domande dell’umanità, voi saprete attingere dalla fonte genuina e inesauribile del carisma nuovo slancio, scelte coraggiose, espressioni creative della missione che vi è stata affidata. Proprio le mutate condizioni del mondo attuale rispetto al passato, e le nuove istanze dell’impegno di evangelizzazione della Chiesa, sono le condizioni che richiedono e rendono possibili nuovi modi di offrire il “buon vino” del Vangelo per donare gioia e speranza a tanti.

Se l’ispirazione originaria del Fondatore è stata quella di diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù, oggi voi la comprendete e la attualizzate esprimendola in una varietà di opere e di azioni che testimoniano l’amore tenero e misericordioso di Gesù verso tutti, specialmente verso quelle porzioni di umanità più bisognose. Per poterlo fare, vi invito – come ho ricordato spesso alle persone consacrate – a “ritornare al primo e unico amore”, a tenere fisso lo sguardo sul Signore Gesù Cristo per imparare da Lui ad amare con cuore umano, a cercare e prendervi cura delle pecore smarrite e ferite, ad adoperarvi per la giustizia e la solidarietà con i deboli e i poveri, a dare speranza e dignità ai diseredati, ad andare dovunque un essere umano attende di essere accolto e aiutato. Mandandovi come Missionari nel mondo, è questo il primo vangelo che la Chiesa vi affida: mostrare nelle vostre persone e con le vostre opere l’amore appassionato e tenero di Dio per i piccoli, gli ultimi, gli indifesi, gli scartati della terra.

Benché anche il vostro Istituto, come altri, abbia sofferto negli ultimi decenni una certa diminuzione dei suoi membri, l’aumento delle vocazioni in America del Sud, in Oceania e in Asia vi conforta e vi dà speranza per il presente e il futuro. Così anche la formazione cristiana della gioventù, ulteriore espressione del vostro carisma, potrà essere garantita e incrementata nelle opere dell’Istituto. Quanto è urgente oggi il compito di educare e accompagnare le nuove generazioni ad apprendere i valori umani e a coltivare una visione evangelica della vita e della storia! Questa, che molti definiscono una vera “emergenza educativa”, è senz’altro una delle frontiere della missione evangelizzatrice della Chiesa, verso le quali tutta la comunità cristiana è invitata ad uscire. Nella scia di quanto hanno compiuto i confratelli che vi hanno preceduto e delle opere da loro avviate, vi incoraggio a prendere iniziative nuove anche in questa specifica espressione del vostro apostolato.

La Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù conta oggi ancora un buon numero di membri, fra i quali un consistente gruppo di religiosi fratelli, e i fratelli, in una congregazione, sono una grazia del Signore. Vi prego, non cedete al male del clericalismo, che allontana il popolo e specialmente i giovani dalla Chiesa, come ho avuto modo altre volte di ricordare. Vivete fra voi una vera fraternità, che accoglie le diversità e valorizza la ricchezza di ciascuno. Non abbiate paura di continuare e incrementare la comunione con i laici che collaborano nel vostro apostolato, rendendoli partecipi dei vostri ideali e progetti e condividendo con loro le ricchezze della spiritualità che sgorga dal carisma dell’Istituto. Insieme con loro e con le sorelle della congregazione femminile, prenderà vigore una più grande “famiglia carismatica”, che meglio mostrerà la vitalità e l’attualità del carisma del Fondatore.

La Vergine Maria, che voi invocate con il titolo di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, vi tenga sempre stretti al suo Figlio, pronti a fare tutto quello che Egli vi dirà, e con la sua materna intercessione vi custodisca. Vi accompagni anche la mia benedizione, che estendo a tutte le vostre comunità. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

 

Messaggio ai partecipanti al X Pellegrinaggio Nazionale delle Famiglie per la Famiglia, promosso dal Rinnovamento nello Spirito Santo (16 settembre 2017)

Sab, 16/09/2017 - 08:00

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO,
A FIRMA DEL SEGRETARIO DI STATO,
AI PARTECIPANTI AL X PELLEGRINAGGIO NAZIONALE DELLE FAMIGLIE
PER LA FAMIGLIA
PROMOSSO DAL RINNOVAMENTO NELLO SPIRITO SANTO

[SCAFATI E POMPEI, 16 SETTEMBRE 2017]

 

Sua Ecc. Rev.ma Mons. Tommaso Caputo
Santuario B. V. del Rosario di Pompei

In occasione del X Pellegrinaggio Nazionale delle Famiglie per la Famiglia, promosso dal Rinnovamento nello Spirito in collaborazione con la Prelatura del Santuario di Pompei, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, l’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della C.E.I. e il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari sul tema “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa”, sua Santità rivolge a tutti i suoi partecipanti il suo cordiale saluto e assicura la sua spirituale vicinanza.

Egli si compiace per tale significativo appuntamento, offerto in preparazione all’Incontro mondiale delle famiglie del 2018 a Dublino e, mentre esorta a pregare per le famiglie provate a causa della mancanza del lavoro, per quelle perseguitate a motivo della fede e per ogni famiglia in situazione di sofferenza, chiede un ricordo nella preghiera per lui e di cuore invia l’implorata benedizione apostolica.

Dal Vaticano, 16 settembre 2017

Card. Pietro Parolin
Segretario di Stato di Sua Santità

 

 

Ai Membri dell’Associazione ANESV (Esercenti dello spettacolo viaggiante) (15 settembre 2017)

Ven, 15/09/2017 - 12:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELL'ASSOCIAZIONE ANESV
(ESERCENTI DELLO SPETTACOLO VIAGGIANTE)

Sala Clementina
Venerdì, 15 settembre 2017

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Cari fratelli e sorelle,

do il mio cordiale benvenuto a voi, che appartenete al mondo dello spettacolo viaggiante, qui rappresentati dalla vostra Associazione Nazionale (ANESV), e ringrazio il Presidente per le sue cortesi parole. Estendo il mio saluto ai vostri familiari e colleghi che non hanno potuto essere presenti, con un pensiero particolare per i bambini, gli anziani e i malati.

So bene che la vita del lavoro itinerante non è una vita facile. Conosco i disagi che incontrate con le vostre famiglie, nel vostro continuo andare di luogo in luogo. Si tratta delle difficoltà a recuperare le piazze di sosta delle attrazioni; a trovare gli spazi adatti per le vostre carovane, dovendo rimanere a volte in luoghi fuori dalla città; a fermarvi in comunità che non sempre apprezzano il valore sociale di questo tipo di spettacolo. Non scoraggiatevi, ma continuate il vostro cammino, perché le nostre città e i nostri paesi non perdano il gusto di questa peculiare bellezza attraverso la vostra presenza, la vostra arte, la vostra gioia.

Il vostro è un cammino che, grazie a Dio, è illuminato dalla fede, una fede che vivete soprattutto in famiglia, e questo è molto importante: la famiglia in cammino con Dio, animata dalla fiducia nella Provvidenza. Un fede che trova anche nelle diverse parrocchie che attraversate dei luoghi di riferimento per la sosta spirituale: per la partecipazione all’Eucaristia, la preparazione e la celebrazione dei Sacramenti, per un consiglio e un aiuto fraterno della comunità. Per questo, auspico che tra le vostre comunità viaggianti e le comunità parrocchiali ci sia sempre l’apertura, l’incontro, il desiderio di conoscersi e condividere momenti di vita e di preghiera.

Nel mio incontro con tutto il mondo dello spettacolo viaggiante, nel mese di giugno dell’anno scorso, ho sottolineato che voi siete «artigiani della festa, della meraviglia, artigiani del bello, […] chiamati ad alimentare sentimenti di speranza e di fiducia». E’ vero: la vostra è una bellezza “artigianale”, diversa da quella prodotta dalle grandi potenze del divertimento, che risulta un po’ “asettica”, direi poco umana. Vi confesso che io preferisco la vostra, che profuma maggiormente di stupore, di incanto, e che però è frutto di ore e ore di duro lavoro. Una giostra non finisce di meravigliare, genera una gioia dolce, nei piccoli e nei grandi. Anche i grandi ritrovano la gioia dell’infanzia, lì; diventano un po’ bambini e crescono con il tornare alle radici della memoria dell’infanzia.

In effetti, la vocazione della vostra vita e del vostro lavoro è gioia. Io penso che, se risaliamo all’origine di ognuno dei vostri spettacoli, delle vostre “carovane”, troviamo sempre qualcuno – un nonno, una nonna, un bisnonno… – che si è appassionato di questo tipo di spettacolo, ha sentito una vocazione gioiosa, e per questo è stato disposto a fare anche grandi sacrifici. E’ una vocazione che diventa subito missione: la missione di offrire alla gente, ai bambini ma anche agli adulti e agli anziani, occasioni di divertimento sano, pulito. E’ divertimento sano e pulito, senza la necessità di andare “in basso” a cercare materiale per divertire la gente. Divertimento sano e pulito. E dentro questa vocazione e missione, come può non esserci la mano di Dio? Dio ci ama e vuole che siamo felici. Dovunque c’è una gioia semplice, pulita, c’è la sua impronta. Perciò, se sapete conservare questi valori, questa genuinità e semplicità, voi siete messaggeri della gioia che piace a Dio, e che viene da Lui.

Cari fratelli e sorelle, vi affido tutti alla materna protezione di Maria nostra Madre, lei vi accompagni sempre nel vostro andare e nel vostro sostare. Benedico di cuore tutti voi, i vostri cari e il vostro lavoro. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

Partorì la Chiesa (15 settembre 2017)

Ven, 15/09/2017 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Partorì la Chiesa

Venerdì, 15 settembre 2017

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.212, 16/09/2017)

Maria sotto la croce di Gesù è un’icona da «contemplare»: non servono tante parole per riconoscere l’essenza della testimonianza di «una donna» che è «madre di tutti noi». Lo ha affermato il Papa celebrando venerdì mattina 15 settembre, memoria della Beata Maria Vergine Addolorata, la messa nella cappella di Casa Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo è più per contemplare che per riflettere» ha confidato Francesco riferendosi al brano di Giovanni (19, 25-27), proposto oggi dalla liturgia, che presenta Maria sotto la croce di Gesù. Sì, ha spiegato, «contemplare la madre di Gesù, contemplare questo segno di contraddizione, perché Gesù è il vincitore ma sulla croce». E questa, ha aggiunto, «è una contraddizione, non si capisce: ci vuole fede per capire» o «almeno per avvicinarsi a questo mistero». E la madre di Dio «sapeva», ha affermato il Papa, «perché tutta la vita ha vissuto con l’anima trafitta, l’aveva detto Simeone». E «seguiva Gesù e sentiva le parole che la gente diceva: “Che grande!” — “Ma questo non è di Dio!” — “Questo no, non è un vero credente!”». Maria «sentiva tutto: tutte le parole pro e contro» Gesù.

Del resto Maria, ha fatto presente Francesco, era «sempre dietro a suo Figlio: per questo diciamo che è la prima discepola». E «sempre con l’inquietudine che faceva nascere nel suo cuore questo segno di contraddizione». Sempre, ha insistito il Pontefice, fino «alla fine è lì, in piedi, guardando il Figlio». E «forse, lei sentì i commenti: “Guarda, quella è la madre di uno dei tre delinquenti”». Ma rimase «zitta: è la madre, non rinnegò il Figlio, mostrò la faccia per il Figlio».

«Questo che io dico adesso — ha confidato ancora il Papa — sono piccole parole per aiutare a contemplare, in silenzio, questo mistero: in quel momento, lei partorì tutti noi, partorì la Chiesa». E ripetendo le parole del Vangelo di Giovanni, il Pontefice ha fatto notare che Gesù chiama sua madre «donna» e le dice «ecco i tuoi figli». Sì, Gesù «non dice “madre”, dice “donna”». E Maria è una «donna forte, coraggiosa: una donna che era lì per dire “questo è mio Figlio: non Lo rinnego”».

In conclusione Francesco ha invitato «soltanto, in silenzio, a contemplare, a guardare: che sia lo Spirito Santo — ha auspicato — a dire a ognuno di noi quello di cui abbiamo bisogno».

Ai Nuovi Vescovi ordinati nel corso dell'ultimo anno (14 settembre 2017)

Gio, 14/09/2017 - 11:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI NUOVI VESCOVI ORDINATI NEL CORSO DELL'ULTIMO ANNO

Sala Clementina
Giovedì, 14 settembre 2017

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Carissimi Fratelli,

con grande gioia vi accolgo in questo momento quasi conclusivo del vostro pellegrinaggio romano, organizzato dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali. Ringrazio il Cardinale Marc Ouellet e il Cardinale Leonardo Sandri e i Dicasteri che rispettivamente presiedono, per il generoso impegno nel realizzare questo evento, che mi consente ora di conoscervi personalmente e di approfondire con voi, novelli Pastori della Chiesa, la grazia e la responsabilità del ministero che abbiamo ricevuto.

Infatti, non per nostro merito, ma per pura benevolenza divina ci è stata affidata «la testimonianza del Vangelo della grazia di Dio» (At 20,24; cfr Rm 15,16) e «il ministero dello Spirito» (2 Cor 3,8-9). Quest’anno, il programma delle vostre giornate romane ha cercato di penetrare il mistero dell’Episcopato mediante uno dei suoi compiti centrali, quello di offrire al «gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo [ci] ha costituiti come custodi» (At 20,28) quel discernimento spirituale e pastorale necessario perché esso raggiunga la conoscenza e la realizzazione della volontà di Dio, nella quale risiede ogni pienezza.

Consentitemi pertanto di condividere alcune riflessioni circa questo tema sempre più importante nei nostri giorni, paradossalmente segnati da un senso di autoreferenzialità, che proclama finito il tempo dei maestri mentre, nella sua solitudine, l’uomo concreto continua a gridare il bisogno di essere aiutato nell’affrontare le drammatiche questioni che lo assalgono, di essere paternamente guidato nel percorso non ovvio che lo sfida, di essere iniziato nel mistero della propria ricerca di vita e felicità.

È precisamente mediante l’autentico discernimento, che Paolo presenta come uno dei doni dello Spirito (cfr 1 Cor 12,10) e san Tommaso d’Aquino chiama «la virtù superiore che giudica secondo quei principi superiori» (Sum. Theol., II-II, q. 51, a. 4, ad 3), che possiamo rispondere a tale bisogno umano odierno.

Lo Spirito Santo, protagonista di ogni autentico discernimento

Non molto tempo fa, la Chiesa ha invocato su di voi lo “Spiritus Principalis” o “Pneuma hegemonikon”, la potenza che il Padre ha dato al Figlio e che Questi ha trasmesso ai santi Apostoli, cioè “lo Spirito che regge e guida”.

Bisogna essere consapevoli che tale grande dono, del quale con gratitudine siamo perenni servitori, riposa su fragili spalle. Forse per questo la Chiesa, nella sua preghiera di consacrazione episcopale, ha tratto tale espressione dal Miserere (cfr Sal 51,14b) nel quale l’orante, dopo aver esposto il proprio fallimento, implora quello Spirito che gli consente l’immediata e spontanea generosità nell’obbedienza a Dio, così fondamentale per chi guida una comunità.

Soltanto chi è guidato da Dio ha titolo e autorevolezza per essere proposto come guida degli altri. Può ammaestrare e far crescere nel discernimento solo chi ha dimestichezza con questo maestro interiore che, come una bussola, offre i criteri per distinguere, per sé e per gli altri, i tempi di Dio e della sua grazia; per riconoscere il suo passaggio e la via della sua salvezza; per indicare i mezzi concreti, graditi a Dio, per realizzare il bene che Egli predispone nel suo misterioso piano di amore per ciascuno e per tutti. Questa saggezza è la sapienza pratica della Croce, che pur includendo la ragione e la sua prudenza, le oltrepassa perché conduce alla sorgente stessa della vita che non muore, cioè, “conoscere il Padre, il solo vero Dio, e colui che ha mandato: Gesù Cristo” (cfr Gv 17,3).

Il vescovo non può dare per scontato il possesso di un dono così alto e trascendente, come fosse un diritto acquisito, senza decadere in un ministero privo di fecondità. È necessario continuamente implorarlo come condizione primaria per illuminare ogni saggezza umana, esistenziale, psicologica, sociologica, morale di cui possiamo servirci nel compito di discernere le vie di Dio per la salvezza di coloro che ci sono stati affidati.

Pertanto, è imperativo ritornare continuamente nella preghiera a Gabaon (cfr 1 Re 3,5-12), per ricordare al Signore che davanti a Lui siamo perenni “ragazzi, che non sanno come regolarsi” e per implorare “non lunghi giorni, né ricchezze, né la vita dei nemici”, ma solo il “discernimento nel giudicare in mezzo al suo Popolo”. Senza questa grazia, non diventeremo buoni meteorologi di quanto si può scorgere “nell’aspetto del cielo e della terra”, ma saremo incapaci di “valutare il tempo di Dio” (cfr Lc 12, 54-56).

Il discernimento, pertanto, nasce nel cuore e nella mente del vescovo attraverso la sua preghiera, quando mette in contatto le persone e le situazioni affidategli con la Parola divina pronunciata dallo Spirito. È in tale intimità che il Pastore matura la libertà interiore che lo rende saldo nelle sue scelte e nei suoi comportamenti, sia personali che ecclesiali. Solo nel silenzio della preghiera si può imparare la voce di Dio, percepire le tracce del suo linguaggio, accedere alla sua verità, che è una luce assai diversa, che “non sta al di sopra dell’intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua”, e assai superiore perché solo “chi conosce la verità conosce questa luce” (cfr Agostino, Conf. VII, 10.16).

Il discernimento è un dono dello Spirito alla Chiesa, al quale si risponde con l’ascolto

Il discernimento è grazia dello Spirito al santo Popolo fedele di Dio, che lo costituisce Popolo profetico, dotato del senso della fede e di quell’istinto spirituale che lo rende capace di sentire cum Ecclesia. È dono ricevuto in mezzo al Popolo ed è orientato alla sua salvezza. Poiché fin dal Battesimo lo Spirito già dimora nel cuore dei fedeli, la fede apostolica, la beatitudine, la rettitudine e lo spirito evangelico non sono loro estranei.

Pertanto, pur rivestito di una ineludibile responsabilità personale (cfr. Direttorio Apostolorum Successores, 160-161), il Vescovo è chiamato a vivere il proprio discernimento di Pastore come membro del Popolo di Dio, ovvero in una dinamica sempre ecclesiale, a servizio della koinonìa. Il Vescovo non è il padre padrone” autosufficiente e nemmeno l’impaurito e isolato “pastore solitario”.

Il discernimento del Vescovo è sempre un’azione comunitaria, che non prescinde dalla ricchezza del parere dei suoi presbiteri e diaconi, del Popolo di Dio e di tutti coloro che possono offrirgli un contributo utile, anche attraverso gli apporti concreti e non meramente formali. «Quando non si tiene in nessun conto il fratello e ci si considera superiori, si finisce per inorgoglirsi anche contro Dio stesso».[1]

Nel dialogo sereno, egli non ha paura di condividere, e anche talvolta modificare, il proprio discernimento con gli altri: con i confratelli nell’episcopato, ai quali è sacramentalmente unito, e allora il discernimento si fa collegiale; con i propri sacerdoti, dei quali è garante di quella unità che non si impone con la forza ma si intesse con la pazienza e saggezza di un artigiano; con i fedeli laici, perché essi conservano il “fiuto” della vera infallibilità della fede che risiede nella Chiesa: essi sanno che Dio non viene meno nel suo amore e non smentisce le sue promesse.

Come insegna la storia, i grandi Pastori, per difendere la retta fede, hanno saputo dialogare con tale deposito presente nel cuore e nella coscienza dei fedeli e, non di rado, sono stati da loro sostenuti. Senza questo scambio «la fede dei più colti può degenerare in indifferenza e quella dei più umili in superstizione».[2]

Vi invito pertanto a coltivare un atteggiamento di ascolto, crescendo nella libertà di rinunciare al proprio punto di vista (quando si mostra parziale e insufficiente), per assumere quello di Dio. Senza lasciarsi condizionare da occhi altrui, impegnatevi per conoscere con i vostri propri occhi i luoghi e le persone, la “tradizione” spirituale e culturale della diocesi a voi affidata, per addentrarvi rispettosamente nella memoria della sua testimonianza di Cristo e per leggere il suo presente concreto alla luce del Vangelo, al di fuori del quale non c’è alcun futuro per la Chiesa.

La missione che vi attende non è portare idee e progetti propri, né soluzioni astrattamente ideate da chi considera la Chiesa un orto di casa sua, ma umilmente, senza protagonismi o narcisismi, offrire la vostra concreta testimonianza di unione con Dio, servendo il Vangelo che va coltivato e aiutato a crescere in quella situazione specifica.

Discernere significa pertanto umiltà e obbedienza. Umiltà rispetto ai propri progetti. Obbedienza rispetto al Vangelo, criterio ultimo; al Magistero, che lo custodisce; alle norme della Chiesa universale, che lo servono; e alla situazione concreta delle persone, per le quali non si vuole altro che trarre dal tesoro della Chiesa quanto è più fecondo per l’oggi della loro salvezza (cfr Mt 13, 52).

Il discernimento è un rimedio all’immobilismo del “si è sempre fatto così” o del “prendiamo tempo”. È un processo creativo, che non si limita ad applicare schemi. E’ un antidoto contro la rigidità, perché le medesime soluzioni non sono valide ovunque. È sempre l’oggi perenne del Risorto che impone di non rassegnarsi alla ripetizione del passato e di avere il coraggio di domandarsi se le proposte di ieri sono ancora evangelicamente valide. Non lasciatevi imprigionare dalla nostalgia di poter avere una sola risposta da applicare in tutti i casi. Ciò forse calmerebbe la nostra ansia di prestazione, ma lascerebbe relegate ai margini e “inaridite” vite che hanno bisogno di essere innaffiate dalla grazia che custodiamo (cfr Mc 3,1-6; Ez 37,4).

Vi raccomando una delicatezza speciale con la cultura e la religiosità del popolo. Esse non sono qualcosa da tollerare, o meri strumenti da manovrare, o una “cenerentola” da tenere sempre nascosta perché indegna di accedere al salotto nobile dei concetti e delle ragioni superiori della fede. Anzi, bisogna averne cura e dialogare con esse, perché, oltre a costituire il sostrato che custodisce l’autocomprensione della gente, sono un vero soggetto di evangelizzazione, dal quale il vostro discernimento non può prescindere. Un simile carisma, donato alla comunità dei credenti, non può non essere riconosciuto, interpellato e coinvolto nel cammino ordinario del discernimento compiuto dai Pastori.

Ricordatevi che Dio era già presente nelle vostre diocesi quando siete arrivati e ci sarà ancora quando ve ne sarete andati. E, alla fine, saremo tutti misurati non sulla contabilità delle nostre opere, ma sulla crescita dell’opera di Dio nel cuore del gregge che custodiamo in nome del “Pastore e custode delle nostre anime” (cfr 1 Pt 2, 25).

Chiamati a crescere nel discernimento

Dobbiamo sforzarci di crescere in un discernimento incarnato e inclusivo, che dialoghi con la coscienza dei fedeli che va formata e non sostituita (cfr Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 37), in un processo di accompagnamento paziente e coraggioso, perché possa maturare la capacità di ciascuno – fedeli, famiglie, presbiteri, comunità e società –, tutti chiamati a progredire nella libertà di scegliere e realizzare il bene voluto da Dio. Infatti, l’attività di discernere non è riservata ai saggi, ai perspicaci e ai perfetti. Anzi, Dio spesso resiste ai superbi e si mostra agli umili (cfr Mt 11,25).

Il Pastore sa che Dio è la via e si fida della sua compagnia; conosce e non dubita mai dalla sua verità né dispera dalla sua promessa di vita. Ma di queste certezze il Pastore si impossessa nel buio umile della fede. Trasmetterle al gregge non è, pertanto, bandire ovvi proclami, ma introdurre nell’esperienza di Dio che salva sostenendo e guidando i passi possibili da compiere.

Perciò, l’autentico discernimento, benché definitivo in ogni passo, è un processo sempre aperto e necessario, che può essere completato e arricchito. Non si riduce alla ripetizione di formule che “come le nuvole alte mandano poca pioggia” all’uomo concreto, spesso immerso in una realtà irriducibile al bianco o al nero. Il Pastore è chiamato a rendere disponibile al gregge la grazia dello Spirito, che sa penetrare nelle pieghe del reale e tener conto delle sue sfumature per far emergere quanto Dio vuole realizzare in ogni momento. Penso particolarmente ai giovani, alle famiglie, ai sacerdoti, a coloro che hanno la responsabilità di guidare la società. Nelle vostre labbra possano cercare e trovare la salda testimonianza di questa Parola superiore, che è “lampada per i passi e luce per il cammino” (cfr Sal 118,105).

Una condizione essenziale per progredire nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri. Egli non fa “piombare il fuoco sugli infedeli” (cfr Lc 9,53-54), né permette agli zelanti di “strappare dal campo la zizzania” che vedono crescere (cfr Mt 13,27-29). A noi spetta quotidianamente accogliere da Dio la speranza che ci preserva da ogni astrazione, perché ci consente di scoprire la grazia nascosta nel presente senza perdere di vista la longanimità del suo disegno di amore che ci oltrepassa.

Fratelli carissimi,

vi prego di tenere scrupolosamente davanti agli occhi Gesù e la missione che non era sua ma del Padre (cfr Gv 7,16), e di offrire alla gente – oggi come ieri confusa e smarrita – quanto Lui ha saputo dare: la possibilità di incontrare personalmente Dio, di scegliere la sua Via e di progredire nel suo amore.

Tenete particolarmente fisso in Lui il vostro sguardo oggi, festa della Santa Croce, luogo permanente del discernimento di Dio a nostro favore, contemplando la profondità della sua incarnazione e imparando da essa il criterio di ogni discernimento autentico (cfr 1 Gv 4,1).

La Vergine, che rimane con lo sguardo fisso nel suo Figlio, vi custodisca e benedica voi e le vostre Chiese particolari.

[1] Doroteo di Gaza, Comunione con Dio e con gli uomini, Edizioni Qiqajon, 2014, 101-102.

[2] John Henry Newman, Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina, Morcelliana, Brescia 1991, 123.

Lettera del Santo Padre ai Vescovi del Giappone, in occasione della visita pastorale del Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli [17-26 settembre 2017] (14 settembre 2017)

Gio, 14/09/2017 - 08:00

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI VESCOVI DEL GIAPPONE

in occasione della visita pastorale del Cardinale Fernando Filoni,
Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli

 

Cari Confratelli nell’Episcopato,

la visita pastorale del Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli mi offre l’opportunità di farvi giungere il mio cordiale saluto, memore del nostro incontro avvenuto in occasione della vostra visita ad Limina nel marzo 2015.

Desidero confidarvi che, ogniqualvolta penso alla Chiesa in Giappone, il mio pensiero corre alla testimonianza dei tanti Martiri che hanno offerto la propria vita per la fede. Da sempre essi hanno un posto speciale nel mio cuore: penso a san Paolo Miki e ai suoi compagni, che nel 1597 furono immolati, fedeli a Cristo e alla Chiesa; penso agli innumerevoli confessori della fede, al beato Justus Takayama Ukon, che nello stesso periodo preferì la povertà e la via dell’esilio piuttosto che abiurare il nome di Gesù. E che dire dei cosiddetti “cristiani nascosti”, che dal 1600 fino alla metà del 1800 hanno vissuto in clandestinità pur di non abiurare, ma preservare la propria fede e di cui recentemente abbiamo ricordato il 150° anniversario della scoperta? La lunga schiera dei martiri e dei confessori della fede, per nazionalità, lingua, classe sociale ed età, ha avuto in comune un profondo amore al Figlio di Dio, rinunciando o al proprio status civile o ad altri aspetti della propria condizione sociale, tutto «al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).

Memore di tanto patrimonio spirituale, mi è caro rivolgermi a voi, Fratelli che lo avete ereditato e che con delicata sollecitudine proseguite il compito dell’evangelizzazione, specialmente prendendovi cura dei più deboli e favorendo l’integrazione nelle comunità di fedeli di varie provenienze. Desidero ringraziarvi per questo, così come per l’impegno nella promozione culturale, nel dialogo interreligioso e nella cura del creato. Desidero, in particolare, riflettere con voi sull’impegno missionario della Chiesa in Giappone. «Se la Chiesa è nata cattolica (cioè universale) vuol dire che è nata “in uscita”, che è nata missionaria» (Udienza Generale del 17.9.2014). Infatti, «l’amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5,14) ad offrire la vita per il Vangelo. Un tale dinamismo muore se perdiamo l’entusiasmo missionario. Per questo «la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 10).

Mi soffermo sul discorso della montagna, in cui Gesù dice: «Voi siete il sale della terra; [...] Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). II sale e la luce sono in funzione di un servizio. La Chiesa in quanto sale ha il compito di preservare dalla corruzione e dare sapore; in quanto luce impedisce alle tenebre di prevalere, assicurando una chiara visione circa la realtà e il fine dell’esistenza. Queste parole sono anche un forte richiamo alla fedeltà e all’autenticità: è necessario, cioè, che il sale dia veramente sapore e la luce vinca le tenebre. Il Regno dei cieli – come ne parla Gesù – si presenta inizialmente con la povertà di un poco di lievito o di un piccolo seme; questa simbologia riproduce bene l’attuale situazione della Chiesa nel contesto del mondo giapponese. Ad essa Gesù ha affidato una grande missione spirituale e morale. So bene che esistono non piccole difficoltà a causa della mancanza di clero, di religiosi, di religiose e di una limitata partecipazione dei fedeli laici. Ma la scarsità di operai non può ridurre l’impegno dell’evangelizzazione, anzi è occasione che stimola a cercarli incessantemente, come fa il padrone della vigna che esce a tutte le ore per cercare nuovi operai per la sua vigna (cfr Mt 20,1-7).

Cari Fratelli, le sfide che la realtà attuale ci pone dinanzi non possono renderci rassegnati e nemmeno rimandare a un dialogo irenico e paralizzante, anche se alcune situazioni problematiche destano non poche preoccupazioni; mi riferisco, ad esempio, all’alto tasso di divorzi, ai suicidi anche tra i giovani, a persone che scelgono di vivere totalmente sganciate dalla vita sociale (hikikomori), al formalismo religioso e spirituale, al relativismo morale, all’indifferenza religiosa, all’ossessione per il lavoro e il guadagno. È altresì vero che una società che corre nello sviluppo economico crea anche tra voi i poveri, gli emarginati, gli esclusi; penso non solo a quelli che sono materialmente tali, ma anche a quelli che lo sono spiritualmente e moralmente. In questo contesto così peculiare, si pone con urgenza la necessità che la Chiesa in Giappone rinnovi costantemente la scelta per la missione di Gesù e sia sale e luce. La genuina forza evangelizzatrice della vostra Chiesa, che le proviene anche dall’essere stata Chiesa di martiri e confessori della fede, è un bene grande da custodire e sviluppare.

A tale proposito, vorrei sottolineare la necessità di una solida e integrale formazione sacerdotale e religiosa, un compito particolarmente urgente oggi, soprattutto a causa del propagarsi della «cultura del provvisorio» (Incontro con seminaristi, novizi e novizie, 6.7.2013). Una simile mentalità porta soprattutto i giovani a pensare che non sia possibile amare veramente, che non esista nulla di stabile e che tutto, compreso l’amore, sia relativo alle circostanze e alle esigenze del sentimento. Un passo più importante nella formazione sacerdotale e religiosa è, pertanto, aiutare coloro che intraprendono tale percorso a comprendere e sperimentare in profondità le caratteristiche dell’amore insegnato da Gesù, che è gratuito, comporta il sacrificio di sé, è perdono misericordioso. Questa esperienza rende capaci di andare contro-corrente e di fidarsi del Signore, che non delude. È la testimonianza di cui la società giapponese ha tanta sete.

Una parola ancora desidero dire sui movimenti ecclesiali approvati dalla Sede Apostolica. Con il loro impulso evangelizzatore e di testimonianza, essi possono essere di aiuto nel servizio pastorale e nella missio ad gentes. Negli ultimi decenni, infatti, lo Spirito Santo ha suscitato e suscita nella Chiesa uomini e donne che intendono, con la loro partecipazione, vivificare il mondo in cui operano, e non di rado, coinvolgendo sacerdoti e religiosi, anch’essi membri di quel Popolo che Dio chiama a vivere pienamente la propria missionarietà. Tali realtà contribuiscono all’opera di evangelizzazione; come Vescovi siamo chiamati a conoscere e accompagnare i carismi di cui sono portatrici e a renderle partecipi della nostra opera nel contesto dell’integrazione pastorale.

Cari Fratelli nell’episcopato, affido ciascuno di voi all’intercessione della Beata Vergine Maria e vi assicuro la mia vicinanza e preghiera. Il Signore mandi operai nella sua Chiesa in Giappone e vi sostenga con la sua consolazione. Grazie per il vostro servizio ecclesiale. Estendo su voi, sulla Chiesa in Giappone e sul suo nobile popolo la mia Benedizione apostolica, mentre vi chiedo di non dimenticarvi di me nelle vostre preghiere.

Dal Vaticano, 14 settembre 2017
Festa dell’Esaltazione della S. Croce

Francesco

 

Due tentazioni (14 settembre 2017)

Gio, 14/09/2017 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Due tentazioni

Giovedì, 14 settembre 2017

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Gesù non è un semplice «maestro spirituale» dispensatore di «buoni consigli» o di «un po’ di consolazioni». Ma seguirlo non significa certo abbandonarsi a «un masochismo spirituale» senza speranza, come se si fosse protagonisti di «una tragedia pagana». È da queste «due tentazioni» che Papa Francesco ha messo in guardia ricordando che «la croce è un mistero d’amore» e che non può esserci «Cristo senza croce» né «croce senza Cristo». Una meditazione proposta significativamente proprio nella festa dell’esaltazione della Santa croce, giovedì 14 settembre, giorno in cui il Pontefice ha ripreso la celebrazione della messa a Santa Marta dopo la pausa estiva.

«Nella preghiera abbiamo detto che la croce è mistero d’amore, mistero che si capisce soltanto dal cuore e dall’amore» ha fatto subito notare Francesco, facendo riferimento alla colletta proposta dalla liturgia. E «la liturgia, quando parla della croce, la vede come un albero e dice: “è un albero nobile, è un albero fedele”». Proprio «questo è il mistero d’amore: la nobiltà dell’amore di Gesù Cristo, la fedeltà dell’amore di Dio».

Ma, ha avvertito il Papa, «non è sempre facile capire la croce, perché soltanto con la contemplazione si va avanti in questo mistero d’amore». Così, ha aggiunto riferendosi al passo evangelico di Giovanni (3, 13-17), «Gesù, quando vuol spiegare questo mistero d’amore a Nicodemo, usa due verbi: salire, scendere o scendere, salire». Dunque, «questo è il mistero d’amore: Gesù sceso dal cielo per portare tutti noi a salire in cielo: questo è il mistero della croce».

Nella seconda lettura, ha affermato ancora il Papa riprendendo i contenuti della lettera a Filemone (2,6-11), «Paolo spiega questo salire e questo scendere di Gesù; e dello scendere di Gesù dice: “Svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”». Questa «è la discesa di Gesù: fino al basso, all’umiliazione, svuotò se stesso per amore, e per questo Dio lo esaltò e lo ha fatto salire». Perciò, ha spiegato Francesco, «soltanto se noi riusciamo a capire questa discesa fino alla fine possiamo capire la salvezza che ci offre questo mistero d’amore».

«Ma non è facile — ha rilanciato il Pontefice — perché sempre ci sono stati nella storia e nella vita nostra tentazioni; spiegare o prendere metà e non l’altra metà, no?». A questo proposito, ha proseguito, «Paolo disse una parola forte ai Galati — “o Galati sciocchi” — quando loro hanno ceduto alla tentazione di non entrare nel mistero d’amore, ma spiegarlo». Paolo li apostrofa: “O Galati sciocchi, chi vi ha incantato? Come il serpente aveva incantato Eva, come il serpente nel deserto aveva avvelenato gli israeliti. Chi vi ha incantato, ai quali Gesù Cristo è stato presentato crocifisso?”». In realtà, ha spiegato il Papa, «sono stati incantati da un’illusione di un Cristo senza croce o di una croce senza Cristo. Queste sono le due tentazioni: un Cristo senza croce, cioè un maestro spirituale che ti porta avanti tranquillo, non ci sono le sofferenze o almeno tu scappi dalle sofferenze e vai» Ma «un Cristo senza croce che non è il Signore: è un maestro, niente di più. È quello che, senza saperlo, forse cercava Nicodemo». Ed «è una delle tentazioni. Sì, Gesù, che buono il maestro, ma senza croce: chi vi ha incantato con questa immagine?». Questa è appunto «la rabbia di Paolo: presentato Gesù Cristo ma non crocifisso».

«L’altra tentazione — ha detto Francesco — è la croce senza Cristo, l’angoscia di rimanere giù, abbassati, col peso del peccato, senza speranza. È una specie di “masochismo” spirituale. Solo la croce, ma senza speranza, senza Cristo. È un mistero di tragedia, no? Possiamo pensare alle tragedie pagane». Ma «la croce è un mistero d’amore, la croce è fedele, la croce è nobile».

«Oggi possiamo prendere qualche minuto — ha riassunto il Pontefice suggerendo le coordinate un esame di coscienza — e ognuno farsi la domanda: il Cristo crocifisso, per me, è mistero d’amore? Io seguo Gesù senza croce, un maestro spirituale che riempie di consolazione, di consigli buoni? Seguo la croce senza Gesù, sempre lamentandomi, con questo “masochismo” dello spirito?». E ancora: «Mi lascio portare da questo mistero dell’abbassamento, svuotamento totale e innalzamento del Signore?». In conclusione, il Papa ha auspicato, nella preghiera, «che il Signore ci dia la grazia non dico di capire ma di entrare, entrare — poi col cuore, con la mente, con il corpo, con tutto, capiremo qualcosa — in questo mistero d’amore».

Udienza Generale del 13 settembre 2017: Viaggio Apostolico in Colombia

Mer, 13/09/2017 - 10:00

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 settembre 2017

[Multimedia]

 

Viaggio Apostolico in Colombia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Come voi sapete nei giorni scorsi ho compiuto il viaggio apostolico in Colombia. Con tutto il cuore ringrazio il Signore per questo grande dono; e desidero rinnovare l’espressione della mia riconoscenza al Signor Presidente della Repubblica, che mi ha accolto con tanta cortesia, ai Vescovi colombiani che hanno lavorato tanto per preparare questa visita, come pure alle altre Autorità del Paese, e a tutti quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa visita. E un ringraziamento speciale al popolo colombiano che mi ha accolto con tanto affetto e tanta gioia! Un popolo gioioso tra le tante sofferenze, ma gioioso; un popolo con speranza. Una delle cose che più mi ha colpito in tutte le città, tra la folla, erano i papà e le mamme con i bambini, che alzavano i bambini perché il Papa li benedicesse, ma anche con orgoglio facevano vedere i propri bambini come a dire: “Questo è il nostro orgoglio! Questa è la nostra speranza”. Io ho pensato: un popolo capace di fare bambini e capace di farli vedere con orgoglio, come speranza: questo popolo ha futuro. E mi è piaciuto tanto.

In modo particolare in questo Viaggio ho sentito la continuità con i due Papi che prima di me hanno visitato la Colombia: il beato Paolo VI, nel 1968, nel 1968, e san Giovanni Paolo II, nell’86. Una continuità fortemente animata dallo Spirito, che guida i passi del popolo di Dio sulle strade della storia.

Il motto del Viaggio è stato “Demos el primer paso”, cioè “Facciamo il primo passo”, riferito al processo di riconciliazione che la Colombia sta vivendo per uscire da mezzo secolo di conflitto interno, che ha seminato sofferenze e inimicizie, procurando tante ferite, difficili da rimarginare. Ma con l’aiuto di Dio il cammino è ormai avviato. Con la mia visita ho voluto benedire lo sforzo di quel popolo, confermarlo nella fede e nella speranza, e ricevere la sua testimonianza, che è una ricchezza per il mio ministero e per tutta la Chiesa. La testimonianza di questo popolo è una ricchezza per tutta la Chiesa.

La Colombia – come la maggior parte dei Paesi latinoamericani – è un Paese in cui sono fortissime le radici cristiane. E se questo fatto rende ancora più acuto il dolore per la tragedia della guerra che l’ha lacerato, al tempo stesso costituisce la garanzia della pace, il saldo fondamento della sua ricostruzione, la linfa della sua invincibile speranza. E’ evidente che il Maligno ha voluto dividere il popolo per distruggere l’opera di Dio, ma è altrettanto evidente che l’amore di Cristo, la sua infinita Misericordia è più forte del peccato e della morte.

Questo Viaggio è stato portare la benedizione di Cristo, la benedizione della Chiesa sul desiderio di vita e di pace che trabocca dal cuore di quella Nazione: ho potuto vederlo negli occhi delle migliaia e migliaia di bambini, ragazzi e giovani che hanno riempito la piazza di Bogotá e che ho incontrato dappertutto; quella forza di vita che anche la natura stessa proclama con la sua esuberanza e la sua biodiversità. La Colombia è il secondo Paese al mondo per biodiversità. A Bogotá ho potuto incontrare tutti i Vescovi del Paese e anche il Comitato Direttivo della Conferenza Episcopale Latinoamericana. Ringrazio Dio di averli potuti abbracciare e di aver dato loro il mio incoraggiamento pastorale, per la loro missione al servizio della Chiesa sacramento di Cristo nostra pace e nostra speranza.

La giornata dedicata in modo particolare al tema della riconciliazione, momento culminante di tutto il Viaggio, si è svolta a Villavicencio. La mattina c’è stata la grande celebrazione eucaristica, con la beatificazione dei martiri Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, vescovo, e Pedro María Ramírez Ramos, sacerdote; al pomeriggio, la speciale Liturgia di Riconciliazione, simbolicamente orientata verso il Cristo di Bocayá, senza braccia e senza gambe, mutilato come il suo popolo.

La beatificazione dei due Martiri ha ricordato plasticamente che la pace è fondata anche, e forse soprattutto, sul sangue di tanti testimoni dell’amore, della verità, della giustizia, e anche di martiri veri e propri, uccisi per la fede, come i due appena citati. Ascoltare le loro biografie è stato commovente fino alle lacrime: lacrime di dolore e di gioia insieme. Davanti alle loro Reliquie e ai loro volti, il santo popolo fedele di Dio ha sentito forte la propria identità, con dolore, pensando alle tante, troppe vittime, e con gioia, per la misericordia di Dio che si stende su quelli che lo temono (cfr Lc 1,50).

«Misericordia e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11), abbiamo ascoltato all’inizio. Questo versetto del salmo contiene la profezia di ciò che è avvenuto venerdì scorso in Colombia; la profezia e la grazia di Dio per quel popolo ferito, perché possa risorgere e camminare in una vita nuova. Queste parole profetiche piene di grazia le abbiamo viste incarnate nelle storie dei testimoni, che hanno parlato a nome di tanti e tanti che, a partire dalle loro ferite, con la grazia di Cristo sono usciti da sé stessi e si sono aperti all’incontro, al perdono, alla riconciliazione.

A Medellín la prospettiva è stata quella della vita cristiana come discepolato: la vocazione e la missione. Quando i cristiani si impegnano fino in fondo nel cammino di sequela di Gesù Cristo, diventano veramente sale, luce e lievito nel mondo, e i frutti si vedono abbondanti. Uno di questi frutti sono gli Hogares, cioè le Case dove i bambini e i ragazzi feriti dalla vita possono trovare una nuova famiglia dove sono amati, accolti, protetti e accompagnati. E altri frutti, abbondanti come grappoli, sono le vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata, che ho potuto benedire e incoraggiare con gioia in un indimenticabile incontro con i consacrati e il loro familiari.

E infine, a Cartagena, la città di san Pietro Claver, apostolo degli schiavi, il “focus” è andato sulla promozione della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. San Pietro Claver, come più recentemente santa Maria Bernarda Bütler, hanno dato la vita per i più poveri ed emarginati, e così hanno mostrato la via della vera rivoluzione, quella evangelica, non ideologica, che libera veramente le persone e le società dalle schiavitù di ieri e, purtroppo, anche di oggi. In questo senso, “fare il primo passo” – il motto del viaggio - significa avvicinarsi, chinarsi, toccare la carne del fratello ferito e abbandonato. E farlo con Cristo, il Signore divenuto schiavo per noi. Grazie a Lui c’è speranza, perché Egli è la misericordia e la pace.

Affido nuovamente la Colombia e il suo amato popolo alla Madre, Nostra Signora di Chiquinquirá, che ho potuto venerare nella cattedrale di Bogotá. Con l’aiuto di Maria, ciascun colombiano possa fare ogni giorno il primo passo verso il fratello e la sorella, e così costruire insieme, giorno per giorno, la pace nell’amore, nella giustizia e nella verità.

Saluti:

Je suis heureux de saluer les pèlerins venus de France, du Congo, et en particulier les membres du Comité Inter Diocésain du Sénégal avec Mgr Mamba, Evêque de Ziguinchor. Que la Vierge Marie nous aide, nous aussi, à faire chaque jour le premier pas pour construire ensemble la paix dans l’amour, la justice et la vérité. Que Dieu vous bénisse !

[Sono lieto di salutare i pellegrini provenienti dalla Francia, dal Congo, e in particolare i membri del Comitato Interdiocesano del Senegal con Mons. Mamba, Vescovo di Ziguinchor. La Vergine Maria ci aiuti a fare il primo passo ogni giorno per costruire la pace nell’amore, nella giustizia e nella verità. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Scotland, Ireland, Denmark, Norway, Sweden, South Africa, Australia, Indonesia, Malaysia, the Philippines and the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke joy and peace in our Lord Jesus Christ.

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Sud Africa, Australia, Indonesia, Malaysia, Filippine e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.]

Mit Freude heiße ich die Pilger aus den Ländern deutscher Sprache willkommen. Christus ist unser Friede und unsere Versöhnung. Als seine Jünger müssen wir stets bereits sein, den ersten Schritt zu machen und seine Liebe zu bringen. So können wir wirklich Salz, Licht und Sauerteig in der Welt sein. Der Heilige Geist helfe uns dabei mit seiner Gnade.

[Sono lieto di accogliere i pellegrini provenienti dai paesi di lingua tedesca. Cristo è la nostra pace e riconciliazione. Come suoi discepoli dobbiamo essere sempre pronti a fare il primo passo portando il suo amore. Così possiamo essere veramente sale, luce e lievito nel mondo. Lo Spirito Santo ci aiuti con la sua grazia.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en especial a los provenientes de España y Latinoamérica, y muy especialmente a los colombianos que veo allá. Confío a todos a la Virgen de Chiquinquirá, que ella pueda ayudarnos a dar el primer paso hacia un mundo más justo y en paz. Que Dios los bendiga.

Queridos peregrinos de língua portuguesa, em particular os numerosos grupos de fiéis vindos do Brasil e de Portugal Faço votos de que esta romaria possa reforçar em vós a fé em Jesus Cristo, que nos chama a dar o primeiro passo na direção dos nossos irmãos e irmãs necessitados. Retornai a casa certos de que, quando somos generosos, nunca faltam as bênçãos de Deus. Obrigado pelas vossas orações.

[Cari pellegrini di lingua portoghese, in particolare i numerosi gruppi di fedeli provenienti dal Brasile e dal Portogallo: vi auguro che questo pellegrinaggio rinforzi in voi la fede in Gesù Cristo che ci chiama a fare il primo passo verso i nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno. Ritornate a casa certi che quando siamo generosi, non mancano mai le benedizioni di Dio. Grazie per le vostre preghiere!]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ منالشرق الأوسط. أيها الإخوةُ والأخواتُ الأعزاء، نحتفل غدًا بعيد ارتفاع الصليب المقدّس، تذكّروا على الدوام أنَّ صليب المسيح قد غلب الشرّ والموت ومنحنا الحياة والرجاء. اكتشفوا على الدوام واقبلوا رسالة المحبّة والخلاص هذه التي يحملها لنا صليب يسوع. ليُبارككُم الرب!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, domani celebreremo la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Ricordatevi sempre che per mezzo della Croce di Cristo è vinto il maligno, è sconfitta la morte, ci è donata la vita e restituita la speranza. Sappiate sempre scoprire ed accogliere questo messaggio di amore e di salvezza della Croce di Gesù. Il Signore vi benedica!]

Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich i dziękuję za modlitewne wsparcie mojej podróży apostolskiej do Kolumbii. Święto Podwyższenia Krzyża Świętego, które jutro będziemy obchodzili, przypomina nam, że droga do świętości prowadzi przez Krzyż. W tej perspektywie powinniśmy postrzegać każde cierpienie: chorobę, niesprawiedliwość, ubóstwo, niepowodzenia. Niech Krzyż będzie dla nas źródłem oczyszczenia, życia, mocy ducha. Niosąc z Chrystusem nasze codzienne krzyże, trudności, uczmy się od Niego umiejętności zrozumienia i przyjmowania woli Bożej. Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi e ringrazio per l’appoggio datomi nella preghiera durante il mio Viaggio Apostolico in Colombia. La festa dell’Esaltazione della Croce, che celebreremo domani, ci ricorda che la via alla santità passa per la Croce. In questa prospettiva bisogna guardare ogni sofferenza: la malattia, le ingiustizie, la povertà e gli insuccessi. La Croce sia per noi fonte di purificazione, di vita e di forza nello spirito. Portando con Cristo le nostre croci quotidiani e le difficoltà, impariamo da Lui la capacità di comprendere ed accettare la volontà di Dio. Vi benedico di cuore.]

* * *

Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere la Compagnia di Santa Teresa di Gesù e le Suore Serve dei poveri, e le esorto a perseverare nel carisma di fondazione. Saluto i partecipanti al Congresso degli Istituti Salesiani delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori e i partecipanti al Convegno Mondiale di Medicina aereonautica.

Saluto i gruppi parrocchiali, specialmente i fedeli di Marta e Acquaviva delle Fonti, come pure l’Associazione Opera Diocesana Assistenza di Firenze. La visita alle Tombe degli Apostoli sia occasione per crescere nell’amore di Dio affinché le vostre comunità siano luogo in cui si fa esperienza della misericordia verso il prossimo.

Rivolgo un saluto speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani si celebra la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Cari giovani, rafforzate il vostro dialogo con Dio, diffondendo la sua luce e la sua pace; cari ammalati, trovate conforto nella croce del Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo; e voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante rapporto con Cristo Crocifisso, affinché il vostro amore sia sempre più vero, fecondo e duraturo.

Rivolgo, infine, il mio pensiero ed esprimo la mia spirituale vicinanza a quanti soffrono a causa dell’alluvione che ha colpito il territorio di Livorno. Preghiamo per i morti, i feriti, per i rispettivi familiari e per quanti sono nella prova.

Viaggio Apostolico in Colombia: Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dalla Colombia (Volo Papale, 11 settembre 2017)

Lun, 11/09/2017 - 11:30

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALLA COLOMBIA

Volo Papale
Lunedì, 11 settembre 2017

[Multimedia]

 

Greg Burke:

Grazie, Santo Padre, per il tempo che ci dedica oggi, dopo un viaggio intenso, faticoso, molto faticoso per alcuni, però anche un viaggio fruttuoso. Diverse volte Lei ha ringraziato le persone per le cose che Le hanno insegnato; anche noi impariamo tante cose in queste culture di incontro e La ringraziamo per questo. La Colombia in particolare, con il suo passato recente – non solo recente – ci ha offerto alcune testimonianze molto forti, testimonianze commoventi di perdono e di riconciliazione. Però ci ha dato anche una lezione continua di allegria e di speranza, due parole che Lei ha usato molto in questo viaggio. Adesso forse Lei vuole dire qualcosa, e poi passiamo alle domande. Grazie.

Papa Francesco:

Buona sera, e grazie tante per il vostro lavoro.

Davvero sono rimasto commosso della gioia, della tenerezza, della gioventù, della nobiltà del popolo colombiano. Davvero, un popolo nobile, che non ha paura di esprimersi come sente, non ha paura di sentire e far vedere quello che sente. Così l’ho percepito io. Questa è la terza volta [che vado in Colombia], che io ricordi, ma un vescovo ha detto: “No, Lei c’è stato una quarta volta, ma soltanto per piccole riunioni”, una volta a La Ceja e le altre due, o tre, a Bogotá. Ma non conoscevo la Colombia profonda, quella che si vede per le strade. E io ringrazio per la testimonianza di gioia, di speranza, di pazienza nella sofferenza di questo popolo. Mi ha fatto tanto bene. Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santo Padre. La prima domanda è di César Moreno, di “Caracol Radio”:

César Moreno, “Caracol Radio”:

Gracias, Su Santidad, muy buenas noches. Primero que todo quisiera agradecerle por parte de todos los medios colombianos que nos acompañan aquí en este viaje, todos nuestros compañeros y amigos, por haber usted ido a nuestra Patria, por habernos dado tantos mensajes tan lindos, tan profundos, por tanto cariño, por tanta cercanía que Usted le demostró al pueblo colombiano. Su Santidad, muchas gracias. Mi pregunta es la siguiente: Usted llegó, Santo Padre, a un país dividido, por cuenta de un proceso de paz, entre los que aceptan y no aceptan ese proceso, ¿qué hacer concretamente, qué pasos dar para acercar a las partes divididas, para que dejen ese odio, para que dejen ese rencor? ¿Si Su Santidad pudiera volver a nuestro país en unos años, cómo cree, cómo le gustaría ver a Colombia?. Gracias.

Papa Francesco:

A mí me gustaría al menos que el lema “Demos el segundo paso”, al menos fuera ese. Fueron, yo pensaba que eran más, calculaba por los sesenta, pero me dijeron 54 años de guerrilla más o menos, y ahí se acumula mucho, mucho, mucho odio, mucho rencor, mucha alma enferma, y la enfermedad no es culpable, viene, te agarraste un sarampión y te agarra… Scusatemi, parlo italiano. L’anima malata… la malattia non è una cosa colpevole, viene. E con queste guerriglie che davvero hanno fatto – sia la guerriglia, sia i paramilitari, sia quelli di là, e anche la corruzione, tante volte, nel Paese – hanno fatto peccati brutti che hanno provocato questa malattia dell’odio… Ma ci sono passi avanti che danno speranza, passi nel negoziato, l’ultimo è il cessate-il-fuoco dell’ELN: li ringrazio tanto, ringrazio tanto per questo. Ma c’è qualcosa di più, che io ho percepito, che è la voglia di andare avanti in questo processo, che va oltre i negoziati che si stanno facendo e che si devono fare. E’ una voglia spontanea, e lì c’è la forza del popolo. Io ho speranza in questo. Il popolo vuole “respirare”, ma dobbiamo aiutarlo, aiutarlo con la vicinanza, la preghiera e soprattutto la comprensione di quanto dolore c’è dentro tanta gente.

Greg Burke:

Adesso, Santo Padre, José Mojica, de “El Tiempo”:

José Mojica, de “El Tiempo”:

Santo Padre, un honor estar aquí con Usted. Mi nombre es José Mujica, soy periodista de “El Tiempo”- casa editorial de Colombia - y Le saludo en nombre también de mis colegas colombianos y de todos los medios de comunicación de mi país. Colombia ha sufrido muchas décadas de violencia por cuenta de la guerra, por el conflicto armado y también por el narcotráfico; sin embargo, los estragos de la corrupción en la política han sido tan perjudiciales como la misma guerra, y aunque no es nueva la corrupción, siempre hemos sabido que existe, sabemos que siempre ha habido corrupción, ahora es más visible porque ya no tenemos las noticias de la guerra, del conflicto armado. ¿Qué hacer ante este flagelo, hasta dónde llevar a los corruptos, cómo castigarlos y,  por último, habría que excomulgar a los corruptos?

Papa Francesco:

Vos haces una pregunta que yo me la planteé muchas veces, yo me lo planteé de esta manera: ¿el corrupto tiene perdón? Yo me la planteé así. Y me la planteé cuando hubo un acto, en la provincia de Catamarca, en la Argentina, un acto de maltrato, abuso, de violación de una chica, y había gente metida allí muy ligada a los poderes políticos y económicos de esa provincia. Ho sentito tanto un articolo di [Rogelio] Frigerio pubblicato su “La Nacion”, a quel tempo; io ho scritto un piccolo libro che si chiama “Peccato e corruzione”. Sempre tutti siamo peccatori e noi sappiamo che il Signore è vicino a noi, che Lui non si stanca di perdonare. Ma la differenza è: Dio non si stanca mai di perdonare, ma il peccatore a volte trova il coraggio e chiede perdono. Il problema è che il corrotto si stanca di chiedere perdono e dimentica come si chiede perdono: questo è il problema grave. E’ uno stato di insensibilità davanti ai valori, davanti alla distruzione, allo sfruttamento delle persone. Non è capace di chiedere perdono. E’ come una condanna, per cui è molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile. Ma Dio può farlo. Io prego per questo.

Greg Burke:

Santo Padre, adesso Hernan Reyes, di “Télam”.

Hernan Reyes, di “Télam”:

Santità, la domanda è dal gruppo dei giornalisti di lingua spagnola. Lei ha parlato di questo primo passo che ha fatto la Colombia. Oggi alla Messa ha detto che non è stato abbastanza un dialogo fra due parti, ma è stato necessario incorporare più attori. Lei pensa che sia possibile replicare questo modello colombiano in altri conflitti nel mondo?

Papa Francesco:

Integrare [coinvolgere] altre persone [altri soggetti]… Anche oggi, nell’omelia, ho parlato di questo prendendo spunto dal passo del Vangelo. Coinvolgere altri soggetti: non è la prima volta. In tanti conflitti sono stati coinvolti altri soggetti. E’ un modo di andare avanti, un modo sapienziale, politico... C’è la saggezza di chiedere aiuto. Credo che, come oggi ho voluto accennare nell’omelia – che era un messaggio più che un’omelia –, credo che queste risorse tecnico-politiche aiutino, esse richiedono a volte l’intervento delle Nazioni Unite per uscire dalla crisi. Ma un processo di pace andrà avanti soltanto quando lo prende in mano il popolo. Se il popolo non lo prende in mano, si potrà andare avanti un po’, si arriverà a un compromesso… E’ quello che ho cercato di far sentire in questa visita: o il protagonista della pacificazione è il popolo, o si arriverà solo fino a un certo punto. Ma quando un popolo prende in mano la cosa, è capace di farla bene. Quella è la strada superiore [privilegiata]. Grazie.

Greg Burke:

Adesso Elena Pinardi.

Elena Pinardi, di EBU-UER:

Buona sera, Santità. Innanzitutto, vorremmo chiederLe come sta. Abbiamo visto tutti che ha battuto la testa: come sta? Si è fatto male? Innanzitutto vogliamo chiedere come sta? Si è fatto male?

Papa Francesco:

Mi sono chinato un po’ per salutare dei bambini, non ho visto il vetro e…”pum”.

Elena Pinardi:

Allora, la domanda è questa. Mentre siamo in volo, passiamo vicino all’uragano Irma che ha causato decine di morti e danni enormi nelle Isole caraibiche e a Cuba, e si teme che ampie zone della Florida possano finire sott’acqua. Sei milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Dopo l’uragano Harvey, sono stati quasi in contemporanea tre uragani sull’area. Gli scienziati ritengono che il riscaldamento degli oceani sia un fattore che contribuisce a rendere le tempeste e gli uragani stagionali più intensi. Vi è una responsabilità morale dei leader politici che rifiutano di collaborare con le altre nazioni per controllare le emissioni dei gas ad effetto serra, perché negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?

Papa Francesco:

Grazie. Parto dall’ultima parte, per non dimenticarla: chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare loro. Loro parlano chiarissimo. Gli scienziati sono precisi. L’altro giorno, quando è uscita la notizia di quella nave russa – credo – che è andata dalla Norvegia al Giappone o a Taipei passando dal Polo Nord, senza il rompighiaccio, e le fotografie facevano vedere pezzi di ghiaccio… Attraverso il Polo Nord, adesso, si può passare. E’ molto chiaro, è molto chiaro. Quando è uscita quella notizia, da una università – non ricordo dove – ne è uscita un’altra che diceva: “Abbiamo soltanto tre anni per tornare indietro, altrimenti le conseguenze saranno terribili”. Io non so se è vero “tre anni” o no; ma che, se non torniamo indietro, andiamo “giù”, quello è vero. Del cambiamento climatico si vedono gli effetti, e gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità, tutti. Ognuno una piccolina, o più grande, una responsabilità morale: nell’accettare, dare l’opinione o prendere decisioni. E dobbiamo prenderlo sul serio. Credo che sia una cosa su cui non scherzare, è molto seria. Lei mi chiede: qual è la responsabilità morale? Ognuno ha la sua. Anche i politici hanno la loro. Ognuno ha la propria. Secondo la risposta che dà.

Elena Pinardi:

C’è chi percepisce che andiamo incontro all’apocalisse con tutti questi eventi atmosferici…

Papa Francesco:

Non so. Io dico: ognuno ha la propria responsabilità morale, primo. Secondo: se uno è un po’ dubbioso che questo non sia tanto vero, che domandi agli scienziati. Loro sono chiarissimi. Non sono opinioni campate per aria: sono chiarissimi. E poi decida. E la storia giudicherà le decisioni. Grazie.

Greg Burke:

C’è Enzo Romeo e poi Valentina.

Enzo Romeo, della RAI:

Buona sera, Santo Padre. Io mi ricollego alla domanda che ha fatto prima la collega, perché Lei molte volte nei discorsi che ha fatto in Colombia ha richiamato alla necessità di fare pace con il creato, rispettare l’ambiente come condizione necessaria perché si possa creare una pace sociale stabile. E vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia: non so se è informato, ci sono stati molti morti a Livorno…

Papa Francesco:

…Sì, dopo tre mesi e mezzo di siccità…

Enzo Romeo:

…Esatto. Tanti danni a Roma… Quindi, siamo tutti coinvolti in questa situazione. Ma perché tarda una presa di coscienza? Soprattutto da parte dei governi, che invece sembrano così solleciti magari in altri settori – sempre il discorso degli armamenti: stiamo vedendo ad esempio la crisi della Corea. Anche su questo mi piacerebbe avere una sua opinione.

Papa Francesco:

Il perché? Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento: l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba sulla stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno. C’è la superbia, la presunzione di dire: “No, ma non sarà così…”. E poi c’è il dio Tasca, no? Non solo sul creato: tante cose, tante decisioni, tante contraddizioni e alcune di queste dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena: io ho incominciato da una parte, chiamiamola, povera, di Cartagena. Povera. L’altra parte, la parte turistica, lusso e lusso senza misure morali, diciamo. Ma quelli che vanno di là, non si accorgono di questo? O gli analisti sociopolitici, non si accorgono? L’uomo è uno stupido, diceva la Bibbia. E così, quando non si vuol vedere, non si vede. Si guarda soltanto da una parte. Non so, e della Corea del Nord, ti dico la verità, io non capisco, davvero. Perché davvero non capisco quel mondo della geopolitica, è molto forte [arduo] per me. Ma credo che, per quello che vedo, lì c’è una lotta di interessi che mi sfuggono, non posso spiegare davvero. Ma l’altro aspetto è importante: non si prende coscienza. Pensa a Cartagena, oggi. Ma questo è ingiusto, e si può prendere coscienza? Questo mi viene in mente. Grazie.

Greg Burke:

Valentina…

Papa Francesco:

…La “decana”…

Valentina Alazraki, di “Televisa”:

(gli chiede come sta)

Papa Francesco:

…pero no duele. Me pusieron un ojo en compota [ridono]

Valentina Alazraki:

Ci dispiace comunque. Anche se non le fa male, ci dispiace.

Santità, ogni volta che Lei incontra i giovani, in qualsiasi parte del mondo, dice sempre loro: “Non vi fate rubare la speranza, non fatevi rubare l’allegria e il futuro”. Purtroppo, negli Stati Uniti è stata abolita la legge dei “dreamers”, dei sognatori: stiamo parlando di 800 mila ragazzi, moltissimi messicani, colombiani, di tanti Paesi. Lei non crede che con questa legge, con questa abolizione, questi ragazzi perdano l’allegria, la speranza, il futuro? E poi, abusando della Sua gentilezza e di quella dei colleghi, se Lei potesse fare una piccola preghiera, un piccolo pensiero per tutte le vittime del terremoto in Messico e dell’uragano Irma. Grazie.

Papa Francesco:

Davvero, sì, Le domandavo a quale legge si riferisse. Io ho sentito di questa legge; non ho potuto leggere gli articoli e come si prende la decisione. Non la conosco bene, ma, primo, staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dà un buon frutto, né per i giovani, né per la famiglia. Io penso che questa legge – che credo venga non dal Parlamento ma dall’Esecutivo – se è così, ma non sono sicuro, c’è speranza che la si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il Presidente degli Stati Uniti: si presenta come un uomo pro-life, e se è un bravo pro-life capisce che la famiglia è la culla della vita e che se ne deve difendere l’unità. Per questo, io ho interesse a studiare bene quella legge. Ma, veramente – in generale, sia questo caso o altri casi – quando i giovani si sentono sfruttati, come in tanti casi, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze, il suicidio… Il suicidio giovanile è molto forte, e succede quando vengono staccati dalle radici. E’ molto importante il rapporto di un giovane con le sue radici. I giovani sradicati, oggi, chiedono aiuto: vogliono ritrovare le radici. Per questo io insisto tanto sul dialogo tra giovani e anziani, un po’ scavalcando i genitori. Che dialoghino con i genitori, ma gli anziani [sono importanti], perché lì ci sono le radici; e sono un po’ più lontane, per evitare i conflitti che possono avere con le radici più prossime, come quelle dei genitori. Ma i giovani, oggi, hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa che vada contro le radici, ruba loro la speranza. Non so se ho risposto…

Valentina Alazraki:

Possono essere deportati dagli Stati Uniti…

Papa Francesco:

Eh sì, sì, perdono una radice… Questo è un problema. Ma davvero su quella legge non voglio esprimermi perché non l’ho letta e non mi piace parlare di quello che non ho studiato prima. E poi, Valentina è messicana e il Messico ha sofferto tanto, e con questa ultima cosa io chiedo a tutti per solidarietà con la “decana” – c’è l’altro “decano” lì – una preghiera per la sua patria. Grazie.

Greg Burke.

Grazie, Santo Padre. Adesso Fausto Gasparroni dell’Ansa:

Fausto Gasparroni, dell’Ansa:

Santità, a nome del gruppo italiano voglio fare una domanda sulla questione migranti, in particolare sul fatto che recentemente la Chiesa italiana ha espresso – diciamo così – una sorta di comprensione verso la nuova politica del governo di restringere sulla questione delle partenze dalla Libia e quindi degli sbarchi. Si è scritto anche che su questo c’è stato un Suo incontro con il Presidente del Consiglio Gentiloni. Vorremmo sapere se effettivamente in questo incontro si è parlato di questo tema, se c’è stato questo incontro e sia stato trattato questo tema, e soprattutto cosa pensi Lei appunto di questa politica di chiusura delle partenze, considerando anche il fatto che poi i migranti che restano in Libia – come è stato anche documentato da inchieste – vivono in condizioni disumane, in condizioni molto, ma molto precarie. Grazie.

Papa Francesco:

Prima di tutto, l’incontro con il Primo Ministro Gentiloni è stato un incontro personale e non su questo argomento. E’ stato prima di questo problema, che è venuto fuori alcune settimane dopo, quasi un mese dopo. E’ stato prima del problema. Secondo: io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto, sempre. E’ anche un comandamento di Dio, di accoglierli, “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (cfr Levitico 19,33-34): questo dice la Bibbia. Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. Io ho visto esempi – qui, in Italia – di integrazione bellissimi. Quando sono andato all’Università Roma Tre, mi hanno fatto domande quattro studenti; una, l’ultima, che ha fatto la domanda, io la guardavo [e pensavo]: “Ma questa faccia la conosco…”. Era una che meno di un anno prima era venuta da Lesbo con me nell’aereo. Ha imparato la lingua, e siccome studiava biologia nella sua patria ha fatto l’equiparazione e ha continuato. Ha imparato la lingua. Questo si chiama integrare. In un altro volo – quando tornavamo dalla Svezia, credo – ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso”, perché c’è il pericolo della non-integrazione. Terzo: c’è un problema umanitario, quello che Lei diceva. L’umanità prende coscienza di questi lager, lì? Delle condizioni di cui Lei parlava, nel deserto? Ho visto delle fotografie… Ci sono gli sfruttatori… Lei parlava del governo italiano: mi dà l’impressione che stia facendo di tutto per lavori umanitari, per risolvere anche il problema che non può assumere...

Ma [riassumendo]: cuore sempre aperto, prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria.

E c’è un’ultima cosa che voglio dire, e vale soprattutto per l’Africa. C’è, nel nostro inconscio collettivo, un motto, un principio: “L’Africa va sfruttata”. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di sfruttamento, umano, in quel caso [quello degli schiavi]. E un capo di governo, su questo, ha detto una bella verità: “Quelli che fuggono dalla guerra, è un altro problema; ma per tanti che fuggono dalla fame, facciamo investimenti lì, perché crescano”. Ma nell’inconscio collettivo c’è che ogni volta che tanti Paesi sviluppati vanno in Africa, è per sfruttare. Dobbiamo capovolgere questo: l’Africa è amica e va aiutata a crescere. Poi, gli altri problemi, di guerre, vanno da un’altra parte. Non so se con questo ho chiarito…

Greg Burke:

Santità, dobbiamo andare. Però, se possiamo fare un’ultima domanda? Xavier Le Normand, I.Media.

Xavier Le Normand, I.Media:

Bonsoir, très Saint Père. Santità, oggi Lei ha parlato del Venezuela, dopo l’Angelus. Lei ha chiesto che si respinga ogni tipo di violenza nella vita politica. Giovedì, dopo la Messa a Bogotá, Lei ha salutato cinque Presuli venezuelani. Lo sappiamo tutti: la Santa Sede è stata ed è ancora molto impegnata per un dialogo in quel Paese. E’ ormai da mesi che Lei chiede la fine di tutte le violenze. Ma il presidente Maduro da un lato ha parole molto violente contro i Vescovi, dall’altro lato dice che è con Papa Francesco. Non sarebbe possibile avere parole più forti e forse più chiare? Grazie, Santità.

Papa Francesco:

Credo che la Santa Sede abbia parlato forte e chiaramente. Quello che dice il Presidente Maduro, che lo spieghi lui: io non so cosa ha nella sua mente. Ma la Santa Sede ha fatto tanto: ha inviato là, in quel gruppo di lavoro dei quattro ex-presidenti, ha inviato un Nunzio di primo livello; poi ha parlato, ha parlato con persone, ha parlato pubblicamente. Io, tante volte, all’Angelus ho parlato della situazione cercando sempre un’uscita, aiutando, offrendo aiuto per uscire. Non so… Ma sembra che la cosa sia molto difficile, e quello che è più doloroso è il problema umanitario: tanta gente che scappa o soffre… Un problema umanitario che dobbiamo aiutare a risolvere in ogni modo. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare… Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santità. Credo che dobbiamo andare.

Papa Francesco:

Per le turbolenze?

Greg Burke:

Sì…

Papa Francesco:

Dicono che c’è qualche turbolenza, che dobbiamo andare. Ma vi ringrazio tanto, vi ringrazio tanto per il vostro lavoro. E una volta in più, vorrei ringraziare l’esempio del popolo colombiano. E vorrei finire con un’immagine, quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada, salutando… Quello che più mi ha colpito è che i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. Questo mi ha colpito. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, farli vedere così, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro. Grazie tante. Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santità. Buon riposo.

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dalla Colombia (Volo Papale, 10 settembre 2017)

Dom, 10/09/2017 - 20:00

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALLA COLOMBIA

Volo Papale
Domenica, 10 settembre 2017

[Multimedia]

 

Greg Burke:

Grazie, Santo Padre, per il tempo che ci dedica oggi, dopo un viaggio intenso, faticoso, molto faticoso per alcuni, però anche un viaggio fruttuoso. Diverse volte Lei ha ringraziato le persone per le cose che Le hanno insegnato; anche noi impariamo tante cose in queste culture di incontro e La ringraziamo per questo. La Colombia in particolare, con il suo passato recente – non solo recente – ci ha offerto alcune testimonianze molto forti, testimonianze commoventi di perdono e di riconciliazione. Però ci ha dato anche una lezione continua di allegria e di speranza, due parole che Lei ha usato molto in questo viaggio. Adesso forse Lei vuole dire qualcosa, e poi passiamo alle domande. Grazie.

Papa Francesco:

Buona sera, e grazie tante per il vostro lavoro.

Davvero sono rimasto commosso della gioia, della tenerezza, della gioventù, della nobiltà del popolo colombiano. Davvero, un popolo nobile, che non ha paura di esprimersi come sente, non ha paura di sentire e far vedere quello che sente. Così l’ho percepito io. Questa è la terza volta [che vado in Colombia], che io ricordi, ma un vescovo ha detto: “No, Lei c’è stato una quarta volta, ma soltanto per piccole riunioni”, una volta a La Ceja e le altre due, o tre, a Bogotá. Ma non conoscevo la Colombia profonda, quella che si vede per le strade. E io ringrazio per la testimonianza di gioia, di speranza, di pazienza nella sofferenza di questo popolo. Mi ha fatto tanto bene. Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santo Padre. La prima domanda è di César Moreno, di “Caracol Radio”:

César Moreno, “Caracol Radio”:
[parla in spagnolo]

Grazie, Sua Santità, buona sera! Prima di tutto vorrei ringraziarLa da parte di tutti i media colombiani che ci accompagnano qui in questo viaggio, tutti i nostri compagni e amici, per essere andato nella nostra patria, per averci dato tanti messaggi così belli, così profondi, per tanto affetto, tanta vicinanza che Lei ha dimostrato al popolo colombiano. Sua Santità, mille grazie! La mia domanda è la seguente: Lei è venuto, Santo Padre, in un Paese diviso, a causa di un processo di pace, tra quelli che accettano e quelli che non accettano questo processo. Cosa fare concretamente, che passi fare per avvicinare le parti divise, perché abbandonino questo odio, questo rancore? Se Sua Santità potesse ritornare nel nostro paese tra qualche anno, come pensa, come Le piacerebbe vedere la Colombia? Grazie.

Papa Francesco:

[inizia la risposta in spagnolo] A me piacerebbe almeno che il motto fosse “Facciamo il secondo passo”, che almeno fosse questo! Sono stati, pensavo fossero di più, calcolavo circa sessanta, ma mi hanno detto 54 anni di guerriglia più o meno, e lì si accumula molto, molto, molto odio, molto rancore, molto animo malato, e la malattia non è una colpa, viene, ti sei beccato un morbillo e ce l’ahi… Scusatemi, parlo italiano. L’animo malato… la malattia non è una colpa, viene. E con queste guerriglie che davvero hanno fatto – sia la guerriglia, sia i paramilitari, sia quelli di là, e anche la corruzione, tante volte, nel Paese – hanno fatto peccati brutti che hanno provocato questa malattia dell’odio… Ma ci sono passi avanti che danno speranza, passi nel negoziato, l’ultimo è il cessate-il-fuoco dell’ELN: li ringrazio tanto, ringrazio tanto per questo. Ma c’è qualcosa di più, che io ho percepito, che è la voglia di andare avanti in questo processo, che va oltre i negoziati che si stanno facendo e che si devono fare. E’ una voglia spontanea, e lì c’è la forza del popolo. Io ho speranza in questo. Il popolo vuole “respirare”, ma dobbiamo aiutarlo, aiutarlo con la vicinanza, la preghiera e soprattutto la comprensione di quanto dolore c’è dentro tanta gente.

Greg Burke:

Adesso, Santo Padre, José Mojica, de “El Tiempo”:

José Mojica, de “El Tiempo”:
[parla in spagnolo]

Santo Padre, è un onore essere qui con Lei. Mi chiamo José Mujica, sono giornalista di “El Tiempo”, casa editrice colombiana – e La saluto a nome anche dei miei colleghi colombiani e di tutti i mezzi di comunicazione del mio paese. La Colombia ha sofferto molti decenni di violenza a causa della guerra, per il conflitto armato e anche per il narcotraffico; tuttavia, i danni della corruzione nella politica sono stati così rovinosi come la guerra stessa, e benché la corruzione non sia nuova, abbiamo sempre saputo che esiste, sappiamo che sempre c’è stata corruzione, adesso è più visibile perché non abbiamo più le notizie della guerra, del conflitto armato. Cosa fare davanti a questo flagello, fino a che punto sopportare i corrotti, come castigarli? E, da ultimo, si dovrebbero scomunicare i corrotti?

Papa Francesco:

[inizia la risposta in spagnolo] Lei fa una domanda che io mi sono posto tante volte, me la sono posta in questo modo: c’è perdono per il corrotto? Me lo sono posta così. E me la sono posta quando accadde un fatto, nella provincia di Catamarca, in Argentina, un fatto di maltrattamento, abuso, di violenza su una ragazza, e lì c’era gente implicata molto legata ai poteri politici ed economici di quella provincia. Mi ha colpito tanto un articolo di Frigerio pubblicato su “La Nación”, in quel tempo [Frigerio, O. “Corrupción, un problema político”,  La Nación, año 122, n° 42.863]; e io ho scritto un piccolo libro che si chiama “Peccato e corruzione”. Sempre tutti siamo peccatori e sappiamo che il Signore è vicino a noi, che Lui non si stanca di perdonare. Ma la differenza è: Dio non si stanca mai di perdonare, ma il peccatore a volte trova il coraggio e chiede perdono. Il problema è che il corrotto si stanca di chiedere perdono e dimentica come si chiede perdono: questo è il problema grave. E’ uno stato di insensibilità davanti ai valori, davanti alla distruzione, allo sfruttamento delle persone. Non è capace di chiedere perdono. E’ come una condanna, per cui è molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile. Ma Dio può farlo. Io prego per questo.

Greg Burke:

Santo Padre, adesso Hernan Reyes, di “Télam”.

Hernan Reyes, di “Télam”:

Santità, la domanda è dal gruppo dei giornalisti di lingua spagnola. Lei ha parlato di questo primo passo che ha fatto la Colombia. Oggi alla Messa ha detto che non è stato abbastanza un dialogo fra due parti, ma è stato necessario incorporare più attori. Lei pensa che sia possibile replicare questo modello colombiano in altri conflitti nel mondo?

Papa Francesco:

Integrare [coinvolgere] altre persone [altri soggetti]… Anche oggi, nell’omelia, ho parlato di questo prendendo spunto dal passo del Vangelo. Coinvolgere altri soggetti: non è la prima volta. In tanti conflitti sono stati coinvolti altri soggetti. E’ un modo di andare avanti, un modo sapienziale, politico... C’è la saggezza di chiedere aiuto. Credo che, come oggi ho voluto accennare nell’omelia – che era un messaggio più che un’omelia –, credo che queste risorse tecnico-politiche aiutino, esse richiedono a volte l’intervento delle Nazioni Unite per uscire dalla crisi. Ma un processo di pace andrà avanti soltanto quando lo prende in mano il popolo. Se il popolo non lo prende in mano, si potrà andare avanti un po’, si arriverà a un compromesso… E’ quello che ho cercato di far sentire in questa visita: o il protagonista della pacificazione è il popolo, o si arriverà solo fino a un certo punto. Ma quando un popolo prende in mano la cosa, è capace di farla bene. Quella è la strada superiore [privilegiata]. Grazie.

Greg Burke:

Adesso Elena Pinardi.

Elena Pinardi, di EBU-UER:

Buona sera, Santità. Innanzitutto, vorremmo chiederLe come sta. Abbiamo visto tutti che ha battuto la testa: come sta? Si è fatto male? Innanzitutto vogliamo chiedere come sta? Si è fatto male?

Papa Francesco:

Mi sono chinato un po’ per salutare dei bambini, non ho visto il vetro e…”pum”.

Elena Pinardi:

Allora, la domanda è questa. Mentre siamo in volo, passiamo vicino all’uragano Irma che ha causato decine di morti e danni enormi nelle Isole caraibiche e a Cuba, e si teme che ampie zone della Florida possano finire sott’acqua. Sei milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Dopo l’uragano Harvey, sono stati quasi in contemporanea tre uragani sull’area. Gli scienziati ritengono che il riscaldamento degli oceani sia un fattore che contribuisce a rendere le tempeste e gli uragani stagionali più intensi. Vi è una responsabilità morale dei leader politici che rifiutano di collaborare con le altre nazioni per controllare le emissioni dei gas ad effetto serra, perché negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?

Papa Francesco:

Grazie. Parto dall’ultima parte, per non dimenticarla: chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare loro. Loro parlano chiarissimo. Gli scienziati sono precisi. L’altro giorno, quando è uscita la notizia di quella nave russa – credo – che è andata dalla Norvegia al Giappone o a Taipei passando dal Polo Nord, senza il rompighiaccio, e le fotografie facevano vedere pezzi di ghiaccio… Attraverso il Polo Nord, adesso, si può passare. E’ molto chiaro, è molto chiaro. Quando è uscita quella notizia, da una università – non ricordo dove – ne è uscita un’altra che diceva: “Abbiamo soltanto tre anni per tornare indietro, altrimenti le conseguenze saranno terribili”. Io non so se è vero “tre anni” o no; ma che, se non torniamo indietro, andiamo “giù”, quello è vero. Del cambiamento climatico si vedono gli effetti, e gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità, tutti. Ognuno una piccolina, o più grande, una responsabilità morale: nell’accettare, dare l’opinione o prendere decisioni. E dobbiamo prenderlo sul serio. Credo che sia una cosa su cui non scherzare, è molto seria. Lei mi chiede: qual è la responsabilità morale? Ognuno ha la sua. Anche i politici hanno la loro. Ognuno ha la propria. Secondo la risposta che dà.

Elena Pinardi:

C’è chi percepisce che andiamo incontro all’apocalisse con tutti questi eventi atmosferici…

Papa Francesco:

Non so. Io dico: ognuno ha la propria responsabilità morale, primo. Secondo: se uno è un po’ dubbioso che questo non sia tanto vero, che domandi agli scienziati. Loro sono chiarissimi. Non sono opinioni campate per aria: sono chiarissimi. E poi decida. E la storia giudicherà le decisioni. Grazie.

Greg Burke:

C’è Enzo Romeo e poi Valentina.

Enzo Romeo, della RAI:

Buona sera, Santo Padre. Io mi ricollego alla domanda che ha fatto prima la collega, perché Lei molte volte nei discorsi che ha fatto in Colombia ha richiamato alla necessità di fare pace con il creato, rispettare l’ambiente come condizione necessaria perché si possa creare una pace sociale stabile. E vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia: non so se è informato, ci sono stati molti morti a Livorno…

Papa Francesco:

…Sì, dopo tre mesi e mezzo di siccità…

Enzo Romeo:

…Esatto. Tanti danni a Roma… Quindi, siamo tutti coinvolti in questa situazione. Ma perché tarda una presa di coscienza? Soprattutto da parte dei governi, che invece sembrano così solleciti magari in altri settori – sempre il discorso degli armamenti: stiamo vedendo ad esempio la crisi della Corea. Anche su questo mi piacerebbe avere una sua opinione.

Papa Francesco:

Il perché? Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento: l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba nella stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno. C’è la superbia, la presunzione di dire: “No, ma non sarà così…”. E poi c’è il “dio Tasca”, no? Non solo riguardo al creato: tante cose, tante decisioni, tante contraddizioni e alcune di queste dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena, io ho incominciato da una parte, chiamiamola, povera, di Cartagena. Povera. L’altra parte, la parte turistica, lusso e lusso senza misure morali, diciamo. Ma quelli che vanno di là, non si accorgono di questo? O gli analisti sociopolitici, non si accorgono? L’uomo è uno stupido, diceva la Bibbia. E così, quando non si vuol vedere, non si vede. Si guarda soltanto da una parte. Non so, e della Corea del Nord, ti dico la verità, io non capisco, davvero. Perché davvero non capisco quel mondo della geopolitica, è molto forte [arduo] per me. Ma credo che, per quello che vedo, lì c’è una lotta di interessi che mi sfuggono, non posso spiegare davvero. Ma l’altro aspetto è importante: non si prende coscienza. Pensa a Cartagena, oggi. Ma questo è ingiusto, e si può prendere coscienza? Questo mi viene in mente. Grazie.

Greg Burke:

Valentina…

Papa Francesco:

…La “decana”…

Valentina Alazraki, di “Televisa”:
(gli chiede come sta)

Papa Francesco:
[in spagnolo]

…ma non fa male. Mi hanno fatto un occhio nero… [ridono]

Valentina Alazraki:

Ci dispiace comunque. Anche se non le fa male, ci dispiace.

Santità, ogni volta che Lei incontra i giovani, in qualsiasi parte del mondo, dice sempre loro: “Non vi fate rubare la speranza, non fatevi rubare l’allegria e il futuro”. Purtroppo, negli Stati Uniti è stata abolita la legge dei “dreamers”, dei sognatori: stiamo parlando di 800 mila ragazzi, moltissimi messicani, colombiani, di tanti Paesi. Lei non crede che con questa legge, con questa abolizione, questi ragazzi perdano l’allegria, la speranza, il futuro? E poi, abusando della Sua gentilezza e di quella dei colleghi, se Lei potesse fare una piccola preghiera, un piccolo pensiero per tutte le vittime del terremoto in Messico e dell’uragano Irma. Grazie.

Papa Francesco:

Davvero, sì, Le domandavo a quale legge si riferisse. Io ho sentito di questa legge; non ho potuto leggere gli articoli e come si prende la decisione. Non la conosco bene, ma, primo, staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dà un buon frutto, né per i giovani, né per la famiglia. Io penso che questa legge – che credo venga non dal Parlamento ma dall’Esecutivo – se è così, ma non sono sicuro, c’è speranza che la si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il Presidente degli Stati Uniti: si presenta come un uomo pro-life, e se è un bravo pro-life capisce che la famiglia è la culla della vita e che se ne deve difendere l’unità. Per questo, io ho interesse a studiare bene quella legge. Ma, veramente – in generale, sia questo caso o altri casi – quando i giovani si sentono sfruttati, come in tanti casi, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze, il suicidio… Il suicidio giovanile è molto forte, e succede quando vengono staccati dalle radici. E’ molto importante il rapporto di un giovane con le sue radici. I giovani sradicati, oggi, chiedono aiuto: vogliono ritrovare le radici. Per questo io insisto tanto sul dialogo tra giovani e anziani, un po’ scavalcando i genitori. Che dialoghino con i genitori, ma gli anziani [sono importanti], perché lì ci sono le radici; e sono un po’ più lontane, per evitare i conflitti che possono avere con le radici più prossime, come quelle dei genitori. Ma i giovani, oggi, hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa che vada contro le radici, ruba loro la speranza. Non so se ho risposto…

Valentina Alazraki:

Possono essere deportati dagli Stati Uniti…

Papa Francesco:

Eh sì, sì, perdono una radice… Questo è un problema. Ma davvero su quella legge non voglio esprimermi perché non l’ho letta e non mi piace parlare di quello che non ho studiato prima. E poi, Valentina è messicana e il Messico ha sofferto tanto, e con questa ultima cosa io chiedo a tutti per solidarietà con la “decana” – c’è l’altro “decano” lì – una preghiera per la sua patria. Grazie.

Greg Burke.

Grazie, Santo Padre. Adesso Fausto Gasparroni dell’Ansa:

Fausto Gasparroni, dell’Ansa:

Santità, a nome del gruppo italiano voglio fare una domanda sulla questione migranti, in particolare sul fatto che recentemente la Chiesa italiana ha espresso – diciamo così – una sorta di comprensione verso la nuova politica del governo di restringere sulla questione delle partenze dalla Libia e quindi degli sbarchi. Si è scritto anche che su questo c’è stato un Suo incontro con il Presidente del Consiglio Gentiloni. Vorremmo sapere se effettivamente in questo incontro si è parlato di questo tema, se c’è stato questo incontro e sia stato trattato questo tema, e soprattutto cosa pensi Lei appunto di questa politica di chiusura delle partenze, considerando anche il fatto che poi i migranti che restano in Libia – come è stato anche documentato da inchieste – vivono in condizioni disumane, in condizioni molto, ma molto precarie. Grazie.

Papa Francesco:

Prima di tutto, l’incontro con il Primo Ministro Gentiloni è stato un incontro personale e non su questo argomento. E’ stato prima di questo problema, che è venuto fuori alcune settimane dopo, quasi un mese dopo. E’ stato prima del problema. Secondo: io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto, sempre. E’ anche un comandamento di Dio, di accoglierli, “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (cfr Levitico 19,33-34): questo dice la Bibbia. Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. Io ho visto esempi – qui, in Italia – di integrazione bellissimi. Quando sono andato all’Università Roma Tre, mi hanno fatto domande quattro studenti; una, l’ultima, che ha fatto la domanda, io la guardavo [e pensavo]: “Ma questa faccia la conosco…”. Era una che meno di un anno prima era venuta da Lesbo con me nell’aereo. Ha imparato la lingua, e siccome studiava biologia nella sua patria ha fatto l’equiparazione e ha continuato. Ha imparato la lingua. Questo si chiama integrare. In un altro volo – quando tornavamo dalla Svezia, credo – ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso”, perché c’è il pericolo della non-integrazione. Terzo: c’è un problema umanitario, quello che Lei diceva. L’umanità prende coscienza di questi lager, lì? Delle condizioni di cui Lei parlava, nel deserto? Ho visto delle fotografie… Ci sono gli sfruttatori… Lei parlava del governo italiano: mi dà l’impressione che stia facendo di tutto per lavori umanitari, per risolvere anche il problema che non può assumere...

Ma [riassumendo]: cuore sempre aperto, prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria.

E c’è un’ultima cosa che voglio dire, e vale soprattutto per l’Africa. C’è, nel nostro inconscio collettivo, un motto, un principio: “L’Africa va sfruttata”. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di sfruttamento, umano, in quel caso [quello degli schiavi]. E un capo di governo, su questo, ha detto una bella verità: “Quelli che fuggono dalla guerra, è un altro problema; ma per tanti che fuggono dalla fame, facciamo investimenti lì, perché crescano”. Ma nell’inconscio collettivo c’è che ogni volta che tanti Paesi sviluppati vanno in Africa, è per sfruttare. Dobbiamo capovolgere questo: l’Africa è amica e va aiutata a crescere. Poi, gli altri problemi, di guerre, vanno da un’altra parte. Non so se con questo ho chiarito…

Greg Burke:

Santità, dobbiamo andare. Però, se possiamo fare un’ultima domanda? Xavier Le Normand, I.Media.

Xavier Le Normand, I.Media:

Buonasera, Santo Padre. Santità, oggi Lei ha parlato del Venezuela, dopo l’Angelus. Lei ha chiesto che si respinga ogni tipo di violenza nella vita politica. Giovedì, dopo la Messa a Bogotá, Lei ha salutato cinque Presuli venezuelani. Lo sappiamo tutti: la Santa Sede è stata ed è ancora molto impegnata per un dialogo in quel Paese. E’ ormai da mesi che Lei chiede la fine di tutte le violenze. Ma il presidente Maduro da un lato ha parole molto violente contro i Vescovi, dall’altro lato dice che è con Papa Francesco. Non sarebbe possibile avere parole più forti e forse più chiare? Grazie, Santità.

Papa Francesco:

Credo che la Santa Sede abbia parlato forte e chiaramente. Quello che dice il Presidente Maduro, che lo spieghi lui: io non so cosa ha nella sua mente. Ma la Santa Sede ha fatto tanto: ha inviato là, in quel gruppo di lavoro dei quattro ex-presidenti, ha inviato un Nunzio di primo livello; poi ha parlato, ha parlato con persone, ha parlato pubblicamente. Io, tante volte, all’Angelus ho parlato della situazione cercando sempre un’uscita, aiutando, offrendo aiuto per uscire. Non so… Ma sembra che la cosa sia molto difficile, e quello che è più doloroso è il problema umanitario: tanta gente che scappa o soffre… Un problema umanitario che dobbiamo aiutare a risolvere in ogni modo. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare… Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santità. Credo che dobbiamo andare.

Papa Francesco:

Per le turbolenze?

Greg Burke:

Sì…

Papa Francesco:

Dicono che c’è qualche turbolenza, che dobbiamo andare. Ma vi ringrazio tanto, vi ringrazio tanto per il vostro lavoro. E una volta in più, vorrei ringraziare l’esempio del popolo colombiano. E vorrei finire con un’immagine, quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada, salutando… Quello che più mi ha colpito è che i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. Questo mi ha colpito. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, farli vedere così, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro. Grazie tante. Grazie.

Greg Burke:

Grazie, Santità. Buon riposo.

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Santa Messa (Area portuale del Contecar, Cartagena de Indias - 10 settembre 2017)

Dom, 10/09/2017 - 16:30

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Area portuale del Contecar (Cartagena de Indias)
Domenica, 10 settembre 2017

[Multimedia]

 

Dignità della persona e diritti umani

 

In questa città, che è stata chiamata “l’eroica” per la sua tenacia 200 anni fa nel difendere la libertà ottenuta, celebro l’ultima Eucaristia di questo viaggio. Inoltre, da 32 anni, Cartagena de Indias è in Colombia la sede dei diritti umani, perché qui come popolo si stima che «grazie al gruppo missionario formato dai sacerdoti gesuiti Pedro Claver y Corberó, Alonso de Sandoval e il fratello Nicolás González, accompagnati da molti figli della città di Cartegena de Indias nel secolo XVII, nacque la preoccupazione per alleviare la situazione degli oppressi dell’epoca, essenzialmente quella degli schiavi, per i quali reclamarono il rispetto e la libertà» (Congresso della Colombia, 1985, legge 95, art. 1).

Qui, nel Santuario di san Pietro Claver, dove in maniera continua e sistematica si attua il riscontro, la riflessione e il perseguimento dei progressi e del vigore dei diritti umani in Colombia, oggi la Parola di Dio ci parla di perdono, correzione, comunità e preghiera.

Nel quarto discorso del Vangelo di Matteo, Gesù parla a noi, che abbiamo deciso di puntare sulla comunità, che apprezziamo la vita in comune e sogniamo un progetto che includa tutti. Il testo che precede è quello del pastore buono che lascia le 99 pecore per andare dietro a quella perduta, e quell’aroma profuma tutto il discorso che abbiamo appena ascoltato: non c’è nessuno talmente perduto che non meriti la nostra sollecitudine, la nostra vicinanza e il nostro perdono. Da questa prospettiva, si capisce dunque che una mancanza, un peccato commesso da uno, ci interpella tutti ma coinvolge, prima di tutto, la vittima del peccato del fratello; e costui è chiamato a prendere l’iniziativa perché chi gli fatto del male non si perda. Prendere l’iniziativa: chi prende l’iniziativa è sempre il più coraggioso.

In questi giorni ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere, e tuttavia queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse. Perché la Colombia da decenni sta cercando la pace per tentativi e, come insegna Gesù, non è stato sufficiente che due parti si avvicinassero, dialogassero; c’è stato bisogno che si inserissero molti altri attori in questo dialogo riparatore dei peccati. «Se [il tuo fratello] non ti ascolterà, prendi ancora con te una o due persone» (Mt 18,16), ci dice il Signore nel Vangelo.

Abbiamo imparato che queste vie di pacificazione, di primato della ragione sulla vendetta, di delicata armonia tra la politica e il diritto, non possono ovviare ai percorsi della gente. Non è sufficiente il disegno di quadri normativi e accordi istituzionali tra gruppi politici o economici di buona volontà. Gesù trova la soluzione al male compiuto nell’incontro personale tra le parti. Inoltre, è sempre prezioso inserire nei nostri processi di pace l’esperienza di settori che, in molte occasioni, sono stati resi invisibili, affinché siano proprio le comunità a colorare i processi di memoria collettiva. «L’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite – tutta la gente e la sua cultura –. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239).

Noi possiamo dare un grande contributo a questo nuovo passo che la Colombia vuole fare. Gesù ci indica che questo cammino di reinserimento nella comunità comincia con un dialogo a due. Nulla potrà sostituire questo incontro riparatore; nessun processo collettivo ci dispensa della sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare “a partire dal basso” un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro. Ce lo diceva già quello scrittore così vostro e così di tutti: «Questo disastro culturale non si rimedia né col piombo né coi soldi, ma con una educazione alla pace, costruita con amore sulle macerie di un paese infiammato dove ci alziamo presto per continuare ad ammazzarci a vicenda… una legittima rivoluzione di pace che canalizzi verso la vita l’immensa energia creatrice che per quasi due secoli abbiamo usato per distruggerci e che rivendichi ed esalti il predominio dell’immaginazione» (Gabriel García Marquez, Messaggio sulla pace, 1998).

Quanto abbiamo agito in favore dell’incontro, della pace? Quanto abbiamo omesso, permettendo che la barbarie si facesse carne nella vita del nostro popolo? Gesù ci comanda di confrontarci con quei modelli di comportamento, quegli stili di vita che fanno male al corpo sociale, che distruggono la comunità. Quante volte si “normalizzano” – si vivono come cose normali – processi di violenza, esclusione sociale, senza che la nostra voce si alzi né le nostre mani accusino profeticamente! Accanto a san Pietro Claver c’erano migliaia di cristiani, molti di loro consacrati; ma solo un pugno di persone iniziò una corrente contro-culturale di incontro. San Pietro Claver seppe restaurare la dignità e la speranza di centinaia di migliaia di neri e di schiavi che arrivavano in condizioni assolutamente disumane, pieni di terrore, con tutte le loro speranze perdute. Non possedeva titoli accademici rinomati; si arrivò persino ad affermare che era “mediocre” di ingegno, ma ebbe il “genio” di vivere pienamente il Vangelo, di incontrarsi con quelli che altri consideravano solo uno scarto. Secoli più tardi, l’impronta di questo missionario e apostolo della Compagnia di Gesù è stata seguita da santa María Bernarda Bütler, che dedicò la sua vita al servizio dei poveri e degli emarginati in questa stessa città di Cartagena.[1]

Nell’incontro tra di noi riscopriamo i nostri diritti, ricreiamo la vita perché torni ad essere autenticamente umana. «La casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ogni vita umana, di ogni uomo e di ogni donna; dei poveri, degli anziani, dei bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili perché li si considera nient’altro che numeri di questa o quella statistica. La casa comune di tutti gli uomini deve edificarsi anche sulla comprensione di una certa sacralità della natura creata» (Discorso alle Nazioni Unite, 25 settembre 2015).

Gesù, nel Vangelo, ci fa presente anche la possibilità che l’altro si chiuda, si rifiuti di cambiare, persista nel suo male. Non possiamo negare che ci sono persone che persistono in peccati che feriscono la convivenza e la comunità: «Penso al dramma lacerante della droga, sulla quale si lucra in spregio a leggi morali e civili». Questo male minaccia direttamente la dignità della persona umana e spezza progressivamente l’immagine che il Creatore ha plasmato in noi. Condanno fermamente questa piaga che ha spento tante vite e che è mantenuta e sostenuta da uomini senza scrupoli. Non si può giocare con la vita del nostro fratello, né manipolare la sua dignità. Faccio appello affinché si cerchino i modi per porre fine al narcotraffico, che non fa che seminare morte dappertutto stroncando tante speranze e distruggendo tante famiglie. Penso anche a un altro dramma: «alla devastazione delle risorse naturali e all’inquinamento in atto; alla tragedia dello sfruttamento del lavoro; penso ai traffici illeciti di denaro come alla speculazione finanziaria, che spesso assume caratteri predatori e nocivi per interi sistemi economici e sociali, esponendo alla povertà milioni di uomini e donne; penso alla prostituzione che ogni giorno miete vittime innocenti, soprattutto tra i più giovani rubando loro il futuro; penso all’abominio del traffico di esseri umani, ai reati e agli abusi contro i minori, alla schiavitù che ancora diffonde il suo orrore in tante parti del mondo, alla tragedia spesso inascoltata dei migranti sui quali si specula indegnamente nell’illegalità» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2014); e persino si specula con una “asettica legalità” pacifista che non tiene conto della carne del fratello, che è la carne di Cristo. Anche per questo dobbiamo essere preparati e saldamente posizionati su principi di giustizia che non tolgano nulla alla carità. Non è possibile convivere in pace senza avere a che fare con ciò che corrompe la vita e attenta contro di essa. A questo proposito, ricordiamo tutti coloro che, con coraggio e senza stancarsi, hanno lavorato e hanno persino perso la vita nella difesa e protezione dei diritti della persona umana e della sua dignità. Come a loro, la storia chiede a noi di assumere un impegno definitivo in difesa dei diritti umani, qui, a Cartagena de Indias, luogo che voi avete scelto come sede nazionale della loro tutela.

Infine Gesù ci chiede di pregare insieme; che la nostra preghiera sia sinfonica, con toni personali, accenti diversi, ma che levi in modo concorde un unico grido. Sono sicuro che oggi preghiamo insieme per il riscatto di coloro che sono stati nell’errore, e non per la loro distruzione, per la giustizia e non per la vendetta, per la riparazione nella verità e non nella dimenticanza. Preghiamo per realizzare il motto di questa visita: «Facciamo il primo passo!», e che questo primo passo sia in una direzione comune.

“Fare il primo passo” è, soprattutto, andare incontro agli altri con Cristo, il Signore. Ed Egli ci chiede sempre di fare un passo deciso e sicuro verso i fratelli, rinunciando alla pretesa di essere perdonati senza perdonare, di essere amati senza amare. Se la Colombia vuole una pace stabile e duratura, deve fare urgentemente un passo in questa direzione, che è quella del bene comune, dell’equità, della giustizia, del rispetto della natura umana e delle sue esigenze. Solo se aiutiamo a sciogliere i nodi della violenza, districheremo la complessa matassa degli scontri: ci è chiesto di far il passo dell’incontro con i fratelli, avendo il coraggio di una correzione che non vuole espellere ma integrare; ci è chiesto di essere, con carità, fermi in ciò che non è negoziabile; in definitiva, l’esigenza è costruire la pace, «parlando non con la lingua ma con le mani e le opere» (San Pietro Claver), e alzare insieme gli occhi al cielo: Lui è capace di sciogliere quello che a noi appare impossibile, Lui ci ha promesso di accompagnarci sino alla fine dei tempi, e Lui non lascerà sterile uno sforzo così grande.

Congedo al termine della S. Messa

Al termine di questa celebrazione, desidero ringraziare Mons. Jorge Enrique Jiménez Carvajal, Arcivescovo di Cartegena, per le gentili parole che mi ha rivolto a nome dei fratelli nell’episcopato e di tutto il popolo di Dio.

Ringrazio il Signor Presidente Juan Manuel Santos per il suo invito a visitare il Paese, le Autorità civili, e tutti coloro che hanno voluto unirsi a noi in questa celebrazione eucaristica, qui o attraverso i mezzi di comunicazione.

Ringrazio dell’impegno e della collaborazione che hanno reso possibile questa visita. Sono tanti quelli che hanno collaborato offrendo il proprio tempo e la propria disponibilità. Sono state giornate intense e belle, nelle quali ho potuto incontrare tante persone e conoscere tante realtà che mi hanno toccato il cuore. Voi mi avete fatto tanto bene!

Cari fratelli, vorrei lasciarvi un’ultima parola: non fermiamoci a “fare il primo passo”, ma continuiamo a camminare insieme ogni giorno per andare incontro all’altro, nella ricerca dell’armonia e della fraternità. Non possiamo fermarci. L’8 settembre 1654 moriva proprio qui san Pietro Claver; dopo quarant’anni di schiavitù volontaria, di instancabile lavoro in favore dei più poveri. Egli non rimase fermo, dopo il primo passo ne seguirono altri e altri ancora. Il suo esempio ci fa uscire da noi stessi e andare incontro al prossimo. Colombia, il tuo fratello ha bisogno di te, vagli incontro portando l’abbraccio di pace, libera da ogni violenza, “schiavi della pace, per sempre”.

[1] Anch’essa ebbe l’intelligenza della carità e seppe trovare Dio nel prossimo; nessuno dei due si paralizzò davanti all’ingiustizia e alle difficoltà. Perché «di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227).

Viaggio Apostolico in Colombia: Angelus, 10 settembre 2017, Cartagena de Indias (Colombia)

Dom, 10/09/2017 - 12:00

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Chiesa di San Pietro Claver, Cartagena de Indias
Domenica, 10 settembre 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle!

Poco prima di entrare in questa chiesa, dove si conservano le reliquie di san Pietro Claver, ho benedetto le prime pietre di due istituzioni destinate a persone con gravi necessità e ho visitato la casa della signora Lorenza, dove accoglie ogni giorno molti nostri fratelli e sorelle per dare loro cibo e affetto. Questi incontri mi hanno fatto tanto bene perché lì si può toccare con mano l’amore di Dio che si fa concreto, si fa quotidiano.

Tutti insieme pregheremo l’Angelus, ricordando l’incarnazione del Verbo. E pensiamo a Maria, che ha concepito Gesù e lo ha portato al mondo. La contempliamo stamattina invocandola come Nostra Signora di Chiquinquirá. Come sapete, per un lungo periodo di tempo questa immagine è stata abbandonata, ha perso il colore ed era rotta e bucata. Era trattata come un pezzo di sacco vecchio, usata senza alcun rispetto finché finì tra le cose scartate.

Fu allora che una donna semplice, che secondo la tradizione si chiamava María Ramos, la prima devota della Vergine di Chiquinquirá, vide in quella tela qualcosa di diverso. Ebbe il coraggio e la fede di collocare quell’immagine rovinata e corrosa in un luogo a parte, restituendole la sua dignità perduta. Seppe trovare e onorare Maria, che portava il Figlio tra le braccia, proprio in quell’oggetto che per gli altri era spregevole e inutile.

In tal modo, si fece paradigma di tutti coloro che, in vari modi, cercano di recuperare la dignità del fratello caduto per il dolore delle ferite della vita, di quelli che non si rassegnano e lavorano per costruire loro un’abitazione dignitosa, per assisterli nei bisogni impellenti e, soprattutto, pregano con perseveranza perché possano recuperare lo splendore di figli di Dio che è stato loro strappato.

Il Signore ci insegna mediante l’esempio degli umili e di quelli che non contano. Se a María Ramos, una donna semplice, ha concesso la grazia di accogliere l’immagine della Vergine nella povertà di quella tela rotta, a Isabel, una donna indigena, e a suo figlio Miguel, ha dato la capacità di essere i primi a vedere trasformata e rinnovata quella tela della Vergine. Essi furono i primi a vedere con occhi semplici quel pezzo di panno totalmente nuovo, e in esso lo splendore della luce divina, che trasforma e fa nuove tutte le cose. Sono i poveri, gli umili, quelli che contemplano la presenza di Dio, coloro a cui si rivela il Mistero dell’amore di Dio con maggiore nitidezza. Essi, poveri e semplici, furono i primi a vedere la Vergine di Chiquinquirá e diventarono suoi missionari, annunciatori della bellezza e della santità della Vergine.

E in questa chiesa pregheremo María, che ha chiamato sé stessa “la serva del Signore”, e san Pietro Claver, lo “schiavo dei neri per sempre”, come si fece chiamare nel giorno della sua professione solenne. Egli aspettava le navi che arrivavano dall’Africa al principale mercato di schiavi del nuovo mondo. Molte volte li accoglieva solamente con gesti, gesti evangelizzatori, per l’impossibilità di comunicare, per la diversità delle lingue. Ma una carezza va al di là di tutte le lingue. Tuttavia, san Pietro Claver sapeva che il linguaggio della carità, della misericordia era capito da tutti. Di fatto, la carità aiuta a comprendere la verità e la verità esige gesti di carità: vanno insieme, non si possono separare. Quando sentiva ripugnanza verso di loro - perché poveretti arrivavano in uno stato che era ripugnante - Pietro Claver baciava le loro piaghe.

Austero e caritatevole fino all’eroismo, dopo aver confortato la solitudine di centinaia di migliaia di persone, non morì onorato, si dimenticarono di lui, e trascorse gli ultimi quattro anni della sua vita malato e nella sua cella e in uno spaventoso stato di abbandono. Così ripaga il mondo; Dio lo ha ripagato in un’altra maniera.

Effettivamente, san Pietro Claver ha testimoniato in modo formidabile la responsabilità e l’attenzione che ognuno di noi deve avere per i suoi fratelli. Questo santo è stato, dagli altri, accusato ingiustamente di essere indiscreto nel suo zelo e ha dovuto affrontare dure critiche e una persistente opposizione da parte di quanti temevano che il suo ministero minacciasse il ricco commercio degli schiavi.

Ancora oggi, in Colombia e nel mondo, milioni di persone sono vendute come schiavi, oppure vanno mendicando un po’ di umanità, un momento di tenerezza, prendono la via del mare o si mettono in cammino perché hanno perso tutto, a cominciare dalla loro dignità e dai loro diritti.

María de Chiquinquirá e Pietro Claver ci invitano a lavorare per la dignità di tutti i nostri fratelli, specialmente per i poveri e gli scartati dalla società, per quelli che sono abbandonati, per gli emigranti, per quelli che subiscono la violenza e la tratta. Tutti costoro hanno la loro dignità e sono immagine viva di Dio. Tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e tutti la Vergine ci tiene tra le braccia come figli amati.

Rivolgiamo ora la nostra preghiera alla Vergine Madre, perché ci faccia scoprire in ognuno degli uomini e delle donne del nostro tempo il volto di Dio.

[Angelus Domini…]

 Dopo l'Angelus 

Cari fratelli e sorelle,

da questa località, desidero assicurare la mia preghiera per ciascuno dei Paesi dell’America Latina, e in modo speciale per il vicino Venezuela. Esprimo la mia vicinanza ad ognuno dei figli e delle figlie di quella amata nazione, come pure a coloro che hanno trovato in questa terra colombiana un luogo di accoglienza. Da questa città, sede dei diritti umani, faccio appello affinché si respinga ogni tipo di violenza nella vita politica e si trovi una soluzione alla grave crisi che si sta vivendo e che tocca tutti, specialmente i più poveri e svantaggiati della società. La Vergine Santissima interceda per tutte le necessità del mondo e di ciascuno dei suoi figli.

Saluto anche voi qui presenti, venuti da diversi luoghi, come pure quanti seguono questa visita mediante la radio e la televisione. A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

E adesso vorrei darvi la benedizione. Ognuno di noi, prima di ricevere la benedizione, in un momento di silenzio, metta nel proprio cuore i nomi delle persone che più amiamo, e anche i nomi delle persone che non amiamo; i nomi delle persone che ci vogliono bene, e i nomi delle persone che sappiamo che non ci vogliono bene; per tutti e per ognuno chiediamo la benedizione, per tutti.

[preghiera silenziosa]

[Benedizione]

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Parole del Santo Padre alla Nunziatura Apostolica di Bogotá (9 settembre 2017)

Sab, 09/09/2017 - 20:00

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

PAROLE DEL SANTO PADRE
ALLA NUNZIATURA APOSTOLICA

Nunziatura Apostolica (Bogotá)
Sabato, 9 settembre 2017

[Multimedia]

 

Ognuno di quelli che sono venuti ha sentito che Gesù gli diceva qualcosa, che Gesù diceva qual era il suo nome e che lo voleva in quella strada. E quando all’inizio i sacerdoti hanno cantato quello che Gesù disse a Pietro, mi sono detto: come sarà stato contento Pietro quando gli fu detto così; e io penso che tutti noi siamo contenti quando Gesù ci dice: ti voglio per il tal posto, per questo, per quello, per questa strada, che tu ti faccia monaca, che ti sposi e formi una famiglia, che ti prendi cura…, e così via.

Mi viene da pensare che quando Pietro sentì che Gesù gli disse: “Ecco, tu sei la pietra”, gli diede il nome, lui avrà pensato: “questo me l’ha detto quando mi ha conosciuto, mi ha detto che io ero Pietro”, e avrà cominciato a rendersi conto che quello stesso nome aveva diverse melodie, diverse musiche. Come diverse musiche ha il canto che voi avete cantato. E così Pietro andò avanti, tutto contento e baldanzoso, ma 15 minuti dopo Gesù gli disse il contrario, gli disse: allontanati che sei un satana per me. [Pietro] Aveva sbagliato.

E poi penso alle volte in cui Pietro avrà ricordato quello che gli aveva detto Gesù quella notte del giovedì [santo], quando poi, così sicuro di sé, lui disse: “Quello non lo conosco”. Come avrà pensato a quello che gli aveva detto. E come avrà ricordato ciò che gli aveva detto Gesù, quando lo vide uscire dalla cella, lo guardò e si mise a piangere.

Vale a dire, ciò che Gesù ci dice, lo si vive nel corso della vita. La stessa parola, la stessa vocazione, in diverse maniere. La vita ci porta a viverla nella gioia, nel dolore, nel peccato, in una grazia maggiore… Cosa avrà fatto Pietro quella notte del giovedì piangendo, si sarà nascosto per la vergogna, sarà andato a trovare la madre di Gesù, a chiederle consiglio, non sappiamo.

E poi, stava lì chiuso e pauroso, e dopo Gesù gli domanda tre volte se lo ama, e si ricorda e dice: io non capisco niente, ed è un’altra melodia del suo stesso nome. Io vorrei che ciascuno di noi ricordasse la prima chiamata, quando Gesù ci diede un nome, la prima vocazione, il primo amore, e che lo coniugasse nelle differenti musiche della vita. In quella che ci porta la vita, momenti belli, momenti pieni, momenti di errore, momenti di peccato, momenti oscuri, momenti di voler rompere tutto e ricominciare un’altra cosa… Ma il nome non perderlo. Gesù ha dato un nome ad ognuno di noi e ci ha messo su una strada, una strada di consacrazione: nella vita della famiglia e nella famiglia consacrata. Una strada di donazione a Lui e ai fratelli in nome Suo. Dunque ogni volta bisogna coniugare di nuovo quel nome nelle diverse situazioni che ci è dato di vivere. Quando Gesù ci chiama e ci dà il nome, non ci dà l’assicurazione sulla vita, questa dobbiamo difenderla noi con l’umiltà, la preghiera e mendicarla dal Signore. Dacci forza, Signore, perché possiamo andare avanti ciascuno sulla strada in cui ci hai chiamato. Ma nessuno possiede la sicurezza della perseveranza in quel nome, bisogna chiederla. E Lui la dà, perché ci vuole molto bene, e vuole che rimaniamo, però bisogna mendicarla. Non dimenticatelo. Se volete trionfare nella vita come vuole Gesù, mendicate, perché il protagonista della storia è il mendicante, il protagonista della storia della salvezza è il mendicante, quello che ognuno di noi porta dentro di sé. Grazie per questo! E che questa testimonianza che date possiate portarla avanti e che porti molto frutto. Grazie!

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Incontro con Sacerdoti, Religiosi/e, Consacrati/e, Seminaristi e le loro Famiglie di provenienza nello Stadio Coperto La Macarena (Medellín, 9 settembre 2017)

Sab, 09/09/2017 - 16:00

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

INCONTRO CON SACERDOTI, CONSACRATI E CONSACRATE,
SEMINARISTI E LORO FAMILIARI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio Coperto La Macarena (Medellín)
Sabato, 9 settembre 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti, consacrati, consacrate, seminaristi,
care famiglie, cari amici colombiani!

L’allegoria della vera vite, che abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Giovanni, si colloca nel contesto dell’Ultima Cena di Gesù. In quel clima di intimità, di una certa tensione ma carica di amore, il Signore lavò i piedi dei suoi, volle perpetuare la sua memoria nel pane e nel vino, e inoltre parlò dal profondo del suo cuore a quelli che più amava.

In quella prima sera “eucaristica”, in quel primo tramonto del sole dopo il gesto di servizio, Gesù apre il suo cuore; consegna loro il suo testamento. E come in quel cenacolo continuarono poi a riunirsi gli Apostoli, con alcune donne e Maria, la Madre di Gesù (cfr At 1,13-14), così oggi qui in questo luogo ci siamo riuniti per ascoltarlo, e per ascoltarci. Suor Leidy di San Giuseppe, María Isabel e padre Juan Felipe ci hanno dato la loro testimonianza; anche ognuno di noi che siamo qui potrebbe raccontare la propria storia vocazionale. E tutti avremmo in comune l’esperienza di Gesù che ci viene incontro, ci precede e in questo modo ci ha “catturato” il cuore. Come dice il Documento di Aparecida: «Conoscere Gesù è il più bel regalo che qualunque persona può ricevere; averlo incontrato è per noi la cosa migliore che ci è capitata nella vita, e farlo conoscere con le nostre parole e opere è per noi una gioia», la gioia di evangelizzare (n. 29).

Molti di voi, giovani, avete scoperto questo Gesù vivo nelle vostre comunità; comunità con un fervore apostolico contagioso, che entusiasmano e suscitano attrazione. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, nascono vocazioni genuine; la vita fraterna e fervente della comunità è quella che suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 107). I giovani sono per natura inquieti, in ricerca – o mi sbaglio? –. E qui voglio fermarmi un momento e fare una memoria dolorosa. E’ una parentesi, questa. I giovani sono naturalmente inquieti, inquietudine tante volte ingannata, distrutta dai sicari della droga. Medellín mi porta questo ricordo, mi evoca tante vite giovani stroncate, scartate, distrutte. Vi invito a ricordare, ad accompagnare questo luttuoso corteo, a chiedere perdono per chi ha distrutto le aspirazioni di tanti giovani, chiedere al Signore che converta i loro cuori, che abbia fine questa sconfitta dell’umanità giovane. I giovani sono per natura inquieti, in ricerca, e, benché assistiamo a una crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che si mobilitano insieme di fronte ai mali del mondo e si dedicano a diverse forme di militanza e di volontariato. Sono molti. E alcuni, sì, sono cattolici praticanti, molti sono cattolici “all’acqua di rose”, come diceva mia nonna; altri non sanno se credono o non credono… Ma questa inquietudine li porta a fare qualcosa per gli altri, questa inquietudine riempie il volontariato di tutto il mondo di volti giovani. Bisogna incanalare l’inquietudine. Quando lo fanno per amore di Gesù, sentendosi parte della comunità, diventano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra (cfr ibid., 107). E quanti, senza sapere che lo stanno portando, lo portano! E’ questa ricchezza di andare per le strade servendo, di essere viandanti di una fede che forse loro stessi non capiscono del tutto; è testimonianza, testimonianza che ci apre all’azione dello Spirito Santo che entra e lavorerà nei nostri cuori.

In uno dei viaggi della Giornata della Gioventù in Polonia [Cracovia 2016], in un pranzo che ho fatto con i giovani – con 15 giovani e l’Arcivescovo – uno mi ha chiesto: “Cosa posso dire a un mio compagno, giovane, che è ateo, che non crede? Che argomenti posso portargli?”. E mi è venuto spontaneo rispondergli: “Guarda, l’ultima cosa che devi fare è dirgli qualcosa!”. E’ rimasto sorpreso. Comincia a fare, comincia a comportarti in maniera tale che l’inquietudine che lui ha dentro di sé lo renda curioso e ti domandi; e quando ti chiede la tua testimonianza, lì puoi incominciare a dire qualcosa. E’ tanto importante questo essere viandanti, viandanti della fede, viandanti della vita.

La vite a cui si riferisce Gesù, nel testo che è stato proclamato, è la vite che è tutto il “popolo dell’alleanza”. Profeti come Geremia, Isaia ed Ezechiele si riferiscono ad esso paragonandolo a una vite; e anche un salmo, l’80, canta dicendo: «Hai sradicato una vite dall’Egitto […]. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra» (vv. 9-10). A volte esprimono la gioia di Dio per la sua vite, altre volte la sua collera, la delusione o il dispetto […]; mai, mai Dio si disinteressa della sua vite, mai smette di soffrire per i suoi allontanamenti – se io mi allontano Lui soffre nel suo cuore – mai smette di andare incontro a questo popolo che, quando si separa da Lui si secca, brucia e si distrugge.

Com’è la terra, il nutrimento, il sostegno dove cresce questa vite in Colombia? In quali contesti si generano i frutti delle vocazioni di speciale consacrazione? Sicuramente in ambienti pieni di contraddizioni, di chiaroscuri, di situazioni relazionali complesse. Ci piacerebbe avere a che fare con un mondo, con famiglie e legami più sereni, ma siamo dentro questo cambiamento epocale, questa crisi culturale, e in mezzo ad essa, tenendo conto di essa, Dio continua a chiamare. E non venite qui a raccontarmi: “No, certo, non ci sono tante vocazioni di speciale consacrazione, perché, è chiaro, con questa crisi che stiamo vivendo…”. Sapete cos’è questa? E’ una favoletta! Chiaro? Anche in mezzo a questa crisi, Dio continua a chiamare. Sarebbe quasi illusorio pensare che tutti voi avete ascoltato la chiamata del Signore all’interno di famiglie sostenute da un amore forte e pieno di valori come la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 5). Alcuni sì, ma non tutti. Alcune famiglie, Dio voglia molte, sono così. Ma tenere i piedi per terra vuol dire riconoscere che i nostri percorsi vocazionali, il sorgere della chiamata di Dio, ci trova più vicino a ciò che riporta la Parola di Dio e che ben conosce la Colombia: «un sentiero di sofferenza e di sangue […] la violenza fratricida di Caino su Abele e i vari litigi tra i figli e tra le spose dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, per giungere poi alle tragedie che riempiono di sangue la famiglia di Davide, fino alle molteplici difficoltà familiari che solcano il racconto di Tobia o l’amara confessione di Giobbe abbandonato» (ibid., 20). E fin dall’inizio è stato così: non pensate alla situazione ideale, questa è la situazione reale. Dio manifesta la sua vicinanza e la sua elezione dove vuole, nella terra che vuole, così com’è in quel momento, con le contraddizioni concrete, come Lui vuole. Egli cambia il corso degli avvenimenti chiamando uomini e donne nella fragilità della storia personale e comunitaria di ciascuno. Non abbiamo paura in di questa terra complessa. Ieri sera, una ragazza con capacità speciali, nel gruppo che mi ha dato il benvenuto, che mi ha accolto alla Nunziatura, ha detto che nel nucleo dell’umano c’è la vulnerabilità, e spiegava perché. E mi è venuto in mente di chiederle: “Siamo tutti vulnerabili? – “Sì, tutti” – “Ma c’è qualcuno che non è vulnerabile?”. E lei ha risposto: “Dio”. Ma Dio ha voluto farsi vulnerabile, ha voluto uscire a camminare con noi per la strada, vivere la nostra storia così com’era; ha voluto farsi uomo in mezzo a una contraddizione, in mezzo a qualcosa di incomprensibile, con il consenso di una ragazza che non comprendeva ma obbedisce e di un uomo giusto che ha seguito quello che gli era stato comandato; ma tutto questo in mezzo a tante contraddizioni. Non abbiamo paura in questa terra complessa! Dio ha sempre fatto il miracolo di generare buoni grappoli, come le buone focacce a colazione. Che non manchino vocazioni in nessuna comunità, in nessuna famiglia di Medellín! E quando a colazione trovate una di queste belle sorprese, dite: “Ah, che bello! E Dio è capace di fare qualcosa con me?”. Chiedetevelo, prima di mangiarla! Chiedetevelo.

E questa vite – che è quella di Gesù – ha la caratteristica di essere quella vera. Egli ha già utilizzato questo aggettivo in altre occasioni nel Vangelo di Giovanni: la luce vera, il vero pane del cielo, la vera testimonianza. Ora, la verità non è qualcosa che riceviamo – come il pane o la luce – ma qualcosa che scaturisce dall’interno. Siamo popolo eletto per la verità, e la nostra chiamata dev’essere nella verità. Se siamo tralci di questa vite, se la nostra vocazione è innestata in Gesù, non c’è posto per l’inganno, la doppiezza, le scelte meschine. Tutti dobbiamo essere attenti affinché ogni tralcio serva a ciò per cui è stato pensato: per portare frutto. Io, sono pronto a portare frutto? Fin dall’inizio, coloro a cui spetta il compito di accompagnare i percorsi vocazionali, dovranno motivare la retta intenzione, cioè il desiderio autentico di configurarsi a Gesù, il pastore, l’amico, lo sposo. Quando i percorsi non sono alimentati da questa vera linfa che è lo Spirito di Gesù, allora facciamo esperienza dell’aridità e Dio scopre con tristezza quei polloni già morti. Le vocazioni di speciale consacrazione muoiono quando vogliono nutrirsi di onori, quando sono spinte dalla ricerca di una tranquillità personale e di promozione sociale, quando la motivazione è “salire di categoria”, attaccarsi a interessi materiali, che arrivano anche all’errore della brama di guadagno. L’ho già detto in altre occasioni, e voglio ripeterlo come qualcosa che è vero e sicuro, non dimenticatelo: il diavolo entra dal portafoglio. Sempre. Questo non riguarda solo gli inizi, tutti dobbiamo stare attenti, perché la corruzione negli uomini e nelle donne che sono nella Chiesa comincia così, poco a poco, e poi – lo dice Gesù stesso – mette radici nel cuore e finisce per allontanare Dio dalla propria vita. «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Gesù dice: “Non si può servire due signori”. Due signori: è come se ci fossero due signori nel mondo. Non si può servire Dio e il denaro. Gesù dà il titolo di “signore” al denaro. Che cosa vuol dire? Che se ti prende non ti lascia andare: sarà il tuo signore partendo dal tuo cuore. Attenzione! Non possiamo approfittare della nostra condizione religiosa e della bontà della nostra gente per essere serviti e ottenere benefici materiali.

Ci sono situazioni, atteggiamenti e scelte che mostrano i segni dell’aridità e della morte - quando avviene questo? -: non possono continuare a rallentare il flusso della linfa che nutre e dà vita! Il veleno della menzogna, delle cose nascoste, della manipolazione e dell’abuso del popolo di Dio, dei più fragili e specialmente degli anziani e dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità. Quando un consacrato o una consacrata o una comunità, un’istituzione – che sia la parrocchia o qualsiasi – sceglie di seguire questo stile, è un ramo secco; bisogna solo sedersi e aspettare che Dio venga a tagliarlo.

Ma Dio non solo taglia; l’allegoria continua dicendo che Dio pota la vite dalle imperfezioni. E’ così bella la potatura! Fa male però è bella. La promessa è che daremo frutto, e in abbondanza, come il chicco di grano, se siamo capaci di donarci, di dare liberamente la vita. In Colombia abbiamo esempi del fatto che questo è possibile. Pensiamo a santa Laura Montoya, una religiosa mirabile le cui reliquie sono qui. Lei da questa città si è prodigata in una grande opera missionaria in favore degli indigeni di tutto il Paese. Quanto ci insegna questa donna consacrata nella dedizione silenziosa, vissuta con abnegazione, senza altro interesse che manifestare il volto materno di Dio! E così possiamo ricordare il beato Mariano di Gesù Euse Hoyos, uno dei primi alunni del Seminario di Medellín, e altri sacerdoti e religiose colombiani, i cui processi di canonizzazioni sono stati introdotti; come pure tanti altri, migliaia di colombiani anonimi che nella semplicità della loro vita quotidiana hanno saputo donarsi per il Vangelo e di cui voi sicuramente conserverete la memoria e vi saranno stimolo di dedizione. Tutti ci mostrano che è possibile seguire fedelmente la chiamata del Signore, che è possibile portare molto frutto, anche adesso, in questo tempo e in questo luogo.

La buona notizia è che Lui è disposto a purificarci; la buona notizia è che non siamo ancora “finiti”, siamo ancora nel “processo di fabbricazione” e come buoni discepoli siamo in cammino. E in che modo Gesù taglia i fattori di morte che attecchiscono nella nostra vita e distorcono la chiamata? Invitandoci a rimanere in Lui; rimanere non significa solamente stare, bensì indica mantenere una relazione vitale, esistenziale, assolutamente necessaria; è vivere e crescere in unione feconda con Gesù, fonte di vita eterna. Rimanere in Gesù non può essere un atteggiamento meramente passivo o un semplice abbandono senza conseguenze nella vita quotidiana. C’è sempre una conseguenza, sempre. E permettetemi di proporvi – perché sta diventando un po’ lungo… [gridano: “No!”] Naturalmente non direte “sì”, e allora non vi credo! – permettetemi di proporvi tre modi di rendere effettivo questo rimanere, che vi possono aiutare a rimanere in Gesù.

1. Rimaniamo in Gesù toccando l’umanità di Gesù

Con lo sguardo e i sentimenti di Gesù, che contempla la realtà non come giudice, ma come buon samaritano; che riconosce i valori del popolo con cui cammina, come pure le sue ferite e i suoi peccati; che scopre la sofferenza silenziosa e si commuove davanti alle necessità delle persone, soprattutto quando queste si trovano succubi dell’ingiustizia, della povertà disumana, dell’indifferenza, o dell’azione perversa della corruzione e della violenza.

Con i gesti e le parole di Gesù, che esprimono amore ai vicini e ricerca dei lontani; tenerezza e fermezza nella denuncia del peccato e nell’annuncio del Vangelo; gioia e generosità nella dedizione e nel servizio, soprattutto ai più piccoli, respingendo con forza la tentazione di dare tutto per perduto, di accomodarci o di diventare solo amministratori di sventure. Quante volte ascoltiamo uomini e donne consacrati, che sembra che invece di amministrare gioia, crescita, vita, amministrano disgrazie, e passano il tempo a lamentarsi delle disgrazie di questo mondo. E’ la sterilità, la sterilità di chi è incapace di toccare la carne sofferente di Gesù.

2. Rimaniamo contemplando la sua divinità

Suscitando e sostenendo la stima per lo studio che accresce la conoscenza di Cristo, perché, come ricorda sant’Agostino, non si può amare chi non si conosce (cfr La Trinità, Libro X, cap. I, 3).

Privilegiando per questa conoscenza l’incontro con la Sacra Scrittura,  specialmente con il Vangelo, dove Cristo ci parla, ci rivela il suo amore incondizionato al Padre, ci contagia la gioia che sgorga dall’obbedienza alla sua volontà e dal servizio ai fratelli. Voglio farvi una domanda, ma non rispondete, ognuno risponde per conto suo. Quanti minuti o quante ore io leggo il Vangelo o la Scrittura ogni giorno? Datevi la risposta. Chi non conosce le Scritture, non conosce Gesù. Chi non ama le Scritture, non ama Gesù (cfr Girolamo, Prologo al commento sul profeta Isaia: PL 24, 17). Diamo tempo a una lettura orante della Parola!, ad ascoltare in essa che cosa Dio vuole per noi e per il nostro popolo.

Che tutto il nostro studio ci aiuti ad essere capaci di interpretare la realtà con gli occhi di Dio; che non sia uno studio evasivo rispetto a ciò che vive la nostra gente e neppure segua le onde delle mode e delle ideologie. Che non viva di nostalgie e non voglia ingabbiare il mistero; non cerchi di rispondere a domande che nessuno si pone più per lasciare nel vuoto esistenziale quelli che ci interpellano dalle coordinate dei loro mondi e delle loro culture.

Rimanere e contemplare la sua divinità facendo della preghiera la parte fondamentale della nostra vita e del nostro servizio apostolico. La preghiera ci libera dalla zavorra della mondanità, ci insegna a vivere in modo gioioso, a scegliere tenendoci lontani dalla superficialità, in un esercizio di autentica libertà. Nella preghiera cresciamo in libertà, nella preghiera impariamo a essere liberi. La preghiera ci toglie dalla tendenza a centrarci su noi stessi, nascosti in un’esperienza religiosa vuota, e ci conduce a porci con docilità nelle mani di Dio per compiere la sua volontà e corrispondere al suo progetto di salvezza. E nella preghiera, voglio anche consigliarvi una cosa: chiedete, contemplate, ringraziate, intercedete, ma abituatevi anche ad adorare. Non è molto di moda, adorare. Abituatevi ad adorare. Imparare ad adorare in silenzio. Imparate a pregare così.

Siamo uomini e donne riconciliati per riconciliare. Essere stati chiamati non ci dà un certificato di buona condotta e impeccabilità; non siamo rivestiti di un’aura di santità. Guai al religioso, al consacrato, al prete, alla suora che vive con una faccia da santino, guai! Tutti siamo peccatori, tutti. E abbiamo bisogno del perdono e della misericordia di Dio per rialzarci ogni giorno; Egli strappa ciò che non va bene e abbiamo fatto male, lo getta fuori dalla vigna e lo brucia. Ci purifica perché possiamo portare frutto. Così è la fedeltà misericordiosa di Dio con il suo popolo, di cui siamo parte. Lui non ci abbandonerà mai sul bordo della strada, mai. Dio fa di tutto per evitare che il peccato ci vinca e chiuda le porte della nostra vita a un futuro di speranza e di gioia. Lui fa di tutto per evitare questo. E se non ci riesce, rimane lì accanto, finché mi viene in mente di guardare in alto, perché mi rendo conto che sono caduto. Lui è così.

3. Infine, occorre rimanere in Cristo per vivere nella gioia. Terzo: rimanere per vivere nella gioia.

Se rimaniamo in Lui, la sua gioia sarà in noi. Non saremo discepoli tristi e apostoli avviliti. Leggete la fine della “Evangelii nuntiandi” [esortazione apostolica di Paolo VI]: ve lo consiglio. Al contrario, rifletteremo e porteremo la gioia vera, quella gioia piena che nessuno potrà toglierci, diffonderemo la speranza di vita nuova che Cristo ci ha donato. La chiamata di Dio non è un carico pesante che ci toglie la gioia. E’ pesante? A volte sì, però non ci toglie la gioia. Anche attraverso questo peso ci dà la gioia. Dio non ci vuole sommersi nella tristezza – uno dei cattivi spiriti che si impadroniscono dell’anima, come già denunciavano i monaci del deserto–; Dio non ci vuole sommersi nella stanchezza, tristezza e stanchezza che provengono dalle attività vissute male, senza una spiritualità che renda felice la nostra vita e persino le nostre fatiche. La nostra gioia contagiosa dev’essere la prima testimonianza della vicinanza e dell’amore di Dio. Siamo veri dispensatori della grazia di Dio quando lasciamo trasparire la gioia dell’incontro con Lui.

Nella Genesi, dopo il diluvio, Noè pianta una vite come segno del nuovo inizio; e al termine dell’Esodo, quelli che Mosè ha inviato a ispezionare la terra promessa ritornano con un grappolo d’uva di questa dimensione [indica l’altezza], segno della terra dove scorrono latte e miele. Dio è stato attento a noi, alle nostre comunità e alle nostre famiglie: sono qui presenti, e mi sembra molto bello che ci siano i padri e le madri dei consacrati, dei sacerdoti e dei seminaristi. Dio ha rivolto il suo sguardo su di noi, sulle nostre comunità e famiglie. Il Signore ha rivolto il suo sguardo alla Colombia: voi siete segno di questo amore di predilezione. A noi spetta adesso offrire tutto il nostro amore e il nostro servizio uniti a Gesù Cristo, che è la nostra vite. Ed essere promessa di un nuovo inizio per la Colombia, che si lascia alle spalle un diluvio - come quello di Noè -, un diluvio di scontri e violenze, e che vuole portare molti frutti di giustizia e di pace, di incontro e di solidarietà. Che Dio vi benedica! che Dio benedica la vita consacrata in Colombia! E non dimenticatevi di pregare per me, perché benedica anche me. Grazie!

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Visita alla Casa Famiglia San José (Medellín, 9 settembre 2017)

Sab, 09/09/2017 - 15:00

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

VISITA ALLA CASA FAMIGLIA SAN JOSÉ

SALUTO DEL SANTO PADRE

Hogar de San José, Medellín
Sabato, 9 settembre 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle,
cari bambini e bambine!

Sono contento di trovarmi con voi in questo “Hogar de San José”. Grazie per l’accoglienza che mi avete preparato. Ringrazio per le parole del Direttore, Monsignor Armando Santamaria.

Dico grazie a te, Claudia Yesenia, per la tua coraggiosa testimonianza, davvero coraggiosa. Ascoltando tutte le difficoltà che hai passato, mi veniva alla memoria del cuore la sofferenza ingiusta di tanti bambini e bambine in tutto il mondo, che sono stati e sono ancora vittime innocenti della cattiveria di alcuni.

Anche Gesù Bambino è stato vittima dell’odio e della persecuzione; anche Lui ha dovuto scappare con la sua famiglia, lasciare la sua terra e la sua casa, per sfuggire alla morte. Veder soffrire i bambini fa male all’anima perché i bambini sono i prediletti di Gesù. Non possiamo accettare che siano maltrattati, che siano privati del diritto di vivere la loro infanzia con serenità e gioia, che si neghi loro un futuro di speranza.

Ma Gesù non abbandona nessuno che soffre, tanto meno voi, bambini e bambine, che siete i suoi preferiti. Claudia Yesenia, accanto a tanti orrori accaduti, Dio ti ha donato una zia che si è presa cura di te, un ospedale che ti ha assistito e infine una comunità che ti ha accolto. Questa casa è una prova dell’amore che Gesù ha per voi e del suo desiderio di starvi molto vicino. Lo fa attraverso la cura amorevole di tutte le persone buone che vi accompagnano, che vi vogliono bene e vi educano. Penso ai responsabili di questa casa, alle suore, al personale e a tante altre persone che ormai fanno parte della vostra famiglia perché siete integrati con loro, vi conoscono. Perché è questo che fa sì che questo luogo sia una casa: il calore di una famiglia dove ci sentiamo amati, protetti, accettati, curati e accompagnati.

E mi piace molto che questa casa porti il nome di San Giuseppe, e gli altri [le altre] “Gesù lavoratore” e “Betlemme”. Direi che siete in buone mani! Ricordate quello che scrive san Matteo nel suo Vangelo, quando racconta che Erode, nella sua follia, aveva deciso di uccidere Gesù appena nato? Come Dio parlò in sogno a San Giuseppe, per mezzo di un angelo, e affidò alla sua custodia e protezione i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria? San Matteo ci dice che, appena l’angelo gli parlò, Giuseppe obbedì immediatamente e fece quanto Dio gli aveva ordinato: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto» (2,14). Sono sicuro che come san Giuseppe ha protetto e difeso dai pericoli la santa Famiglia, così pure difende voi, vi custodisce e vi accompagna. E con lui anche Gesù e Maria, perché san Giuseppe non può stare senza Gesù e Maria.

A voi fratelli e sorelle, religiosi, religiose e laici che, in questa e nelle altre case, accogliete e curate con amore questi bambini che fin da piccoli hanno sperimentato la sofferenza e il dolore, vorrei ricordare due realtà che non devono mancare perché fanno parte dell’identità cristiana: l’amore che sa vedere Gesù presente nei più piccoli e nei più deboli, e il sacro dovere di portare i bambini a Gesù. In questo compito, con le sue gioie e le sue pene, affido anche voi alla protezione di san Giuseppe. Imparate da lui: il suo esempio vi ispiri e vi aiuti nella cura amorevole di questi piccoli, che sono il futuro della società colombiana, del mondo e della Chiesa, affinché, come Gesù stesso, possano crescere e rafforzarsi in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini (cfr Lc 2,52). Gesù e Maria, insieme a san Giuseppe, vi accompagnino e vi proteggano, vi colmino di tenerezza, di gioia e di fortezza.

Mi impegno a pregare per voi, perché in questo ambiente di amore familiare cresciate in amore, pace e felicità, e così possiate guarire le ferite del corpo e del cuore. Dio non vi abbandona, vi protegge e vi assiste. E il Papa vi porta nel suo cuore. E non dimenticatevi di pregare per me. Con questo vi ringrazio.

 

Viaggio Apostolico in Colombia: Santa Messa (Aeroporto Enrique Olaya Herrera di Medellín - 9 settembre 2017)

Sab, 09/09/2017 - 10:15

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN COLOMBIA
(6-11 SETTEMBRE 2017)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Aeroporto Enrique Olaya Herrera di Medellín
Sabato, 9 settembre 2017

[Multimedia]

 

La vita cristiana come discepolato

 

Cari fratelli e sorelle!

Nella Messa di giovedì a Bogotá abbiamo ascoltato la chiamata di Gesù ai suoi primi discepoli; questa parte del Vangelo di Luca che comincia con quel racconto, culmina nella chiamata dei Dodici. Che cosa ricordano gli Evangelisti tra i due avvenimenti? Che questo cammino di sequela ha richiesto nei primi seguaci di Gesù molto sforzo di purificazione. Alcuni precetti, divieti e comandi li facevano sentire sicuri; compiere determinati riti e pratiche li dispensava da una inquietudine, l’inquietudine di chiedersi: Che cosa piace al nostro Dio? Gesù, il Signore, indica loro che obbedire è camminare dietro a Lui, e che quel camminare li poneva davanti a lebbrosi, paralitici, peccatori. Questa realtà domandava molto più che una ricetta, o una norma stabilita. Impararono che andare dietro a Gesù comporta altre priorità, altre considerazioni per servire Dio. Per il Signore, anche per la prima comunità, è di somma importanza che quanti ci diciamo discepoli non ci attacchiamo a un certo stile, a certe pratiche che ci avvicinano più al modo di essere di alcuni farisei di allora che a quello di Gesù. La libertà di Gesù si contrappone alla mancanza di libertà dei dottori della legge di quell’epoca, che erano paralizzati da un’interpretazione e da una pratica rigoristica della legge. Gesù non si ferma ad un’attuazione apparentemente “corretta”; Egli porta la legge alla sua pienezza e perciò vuole porci in quella direzione, in quello stile di sequela che suppone andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi. Sono tre atteggiamenti che dobbiamo plasmare nella nostra vita di discepoli.

Il primo, andare all’essenziale. Non vuol dire “rompere con tutto”, rompere con ciò che non si adatta a noi, perché nemmeno Gesù è venuto “ad abolire la Legge, ma a portarla al suo compimento” (cfr Mt 5,17). Andare all’essenziale è piuttosto andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita. Nemmeno il nostro discepolato può essere motivato semplicemente da una consuetudine, perché abbiamo un certificato di battesimo, ma deve partire da un’esperienza viva di Dio e del suo amore. Il discepolato non è qualcosa di statico, ma un continuo cammino verso Cristo; non è semplicemente attaccarsi alla spiegazione di una dottrina, ma l’esperienza della presenza amichevole, viva e operante del Signore, un apprendistato permanente per mezzo dell’ascolto della sua Parola. E tale Parola, lo abbiamo ascoltato, ci si impone nei bisogni concreti dei nostri fratelli: sarà la fame dei più vicini nel testo oggi proclamato (cfr Lc 6,1-5), o la malattia in ciò che narra Luca in seguito.

La seconda parola, rinnovarsi. Come Gesù “scuoteva” i dottori della legge perché uscissero dalla loro rigidità, ora anche la Chiesa è “scossa” dallo Spirito perché lasci le sue comodità e i suoi attaccamenti. Il rinnovamento non deve farci paura. La Chiesa è sempre in rinnovamento – Ecclesia semper renovanda –. Non si rinnova a suo capriccio, ma lo fa fondata e ferma nella fede, irremovibile nella speranza del Vangelo che ha ascoltato (cfr Col 1,23). Il rinnovamento richiede sacrificio e coraggio, non per sentirsi migliori o impeccabili, ma per rispondere meglio alla chiamata del Signore. Il Signore del sabato, la ragion d’essere di tutti i nostri comandamenti e precetti, ci invita a ponderare le norme quando è in gioco il seguire Lui; quando le sue piaghe aperte, il suo grido di fame e sete di giustizia ci interpellano e ci impongono risposte nuove. E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace.

La terza parola, coinvolgersi. Anche se per qualcuno questo può sembrare sporcarsi o macchiarsi. Come Davide e i suoi che entrarono nel tempio perché avevano fame e i discepoli di Gesù entrarono nel campo di grano e mangiarono le spighe, così oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio - quanta gente ha fame di Dio! -, fame di dignità, perché sono stati spogliati. E mi chiedo se la fame di Dio in tanta gente forse non venga perché con i nostri atteggiamenti noi li abbiamo spogliati. E, come cristiani, aiutarli a saziarsi di Dio; non ostacolare o proibire loro l’incontro. Fratelli, la Chiesa non è una dogana; richiede porte aperte, perché il cuore del suo Dio è non solo aperto, ma trafitto dall’amore che si è fatto dolore. Non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello “proibito il passaggio”, né considerare che questo spazio è mia proprietà, impossessandomi di qualcosa che non è assolutamente mio. La Chiesa non è nostra, fratelli, è di Dio; Lui è il padrone del tempio e della messe; per tutti c’è posto, tutti sono invitati a trovare qui e tra noi il loro nutrimento. Tutti. E Lui, che ha preparato le nozze per il suo Figlio, comanda di chiamare tutti: sani e malati, buoni e cattivi, tutti. Noi siamo semplici “servitori” (cfr Col 1,23) e non possiamo essere quelli che ostacolano tale incontro. Al contrario, Gesù ci chiede, come fece coi suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16); questo è il nostro servizio. Mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere. Lo ha capito bene Pietro Claver, che oggi celebriamo nella liturgia e che domani venererò a Cartagena. «Schiavo dei neri per sempre» fu il motto della sua vita, perché comprese, come discepolo di Gesù, che non poteva rimanere indifferente davanti alla sofferenza dei più abbandonati e oltraggiati del suo tempo e che doveva fare qualcosa per alleviarla.

Fratelli e sorelle, la Chiesa in Colombia è chiamata a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari, come abbiamo indicato noi Vescovi riuniti ad Aparecida. Discepoli che sappiano vedere, giudicare e agire, come proponeva il documento latinoamericano nato proprio qui, in queste terre (cfr Medellín, 1968). Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano.

Sono venuto fin qui proprio per confermarvi nella fede e nella speranza del Vangelo: rimanete saldi e liberi in Cristo, saldi e liberi in Cristo, perché ogni fermezza in Cristo ci dà libertà, così da rifletterlo in tutto quello che fate. Abbracciate con tutte le vostre forze la sequela di Gesù, conoscetelo, lasciatevi chiamare e istruire da Lui, cercatelo nella preghiera e lasciatevi cercare da Lui nella preghiera, annunciatelo con la più grande gioia possibile.

Chiediamo, per intercessione della nostra Madre, la Madonna “de la Candelaria”, che ci accompagni nel nostro cammino di discepoli, affinché ponendo la nostra vita in Cristo, siamo sempre missionari che portiamo la luce e la gioia del Vangelo a tutte le genti.

 

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