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Aggiornato: 2 ore 29 min fa

Angelus, 18 febbraio 2018, I Domenica di Quaresima

Dom, 18/02/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
I Domenica di Quaresima, 18 febbraio 2018

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo richiama i temi della tentazione, della conversione e della Buona notizia. Scrive l’evangelista Marco: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Mc 1,12-13). Gesù va nel deserto per prepararsi alla sua missione nel mondo. Egli non ha bisogno di conversione, ma, in quanto uomo, deve passare attraverso questa prova, sia per Sé stesso, per obbedire alla volontà del Padre, sia per noi, per darci la grazia di vincere le tentazioni. Questa preparazione consiste nel combattimento contro lo spirito del male, cioè contro il diavolo. Anche per noi la Quaresima è un tempo di “agonismo” spirituale, di lotta spirituale: siamo chiamati ad affrontare il Maligno mediante la preghiera per essere capaci, con l’aiuto di Dio, di vincerlo nella nostra vita quotidiana. Noi lo sappiamo, il male è purtroppo all’opera nella nostra esistenza e attorno a noi, dove si manifestano violenze, rifiuto dell’altro, chiusure, guerre, ingiustizie. Tutte queste sono opere del maligno, del male.

Subito dopo le tentazioni nel deserto, Gesù comincia a predicare il Vangelo, cioè la Buona notizia, la seconda parola. La prima era “tentazione”; la seconda, “Buona notizia”. E questa Buona notizia esige dall’uomo conversione - terza parola - e fede. Egli annuncia: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»; poi rivolge l’esortazione: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (v.15), credete cioè a questa Buona notizia che il regno di Dio è vicino. Nella nostra vita abbiamo sempre bisogno di conversione - tutti i giorni! -, e la Chiesa ci fa pregare per questo. Infatti, non siamo mai sufficientemente orientati verso Dio e dobbiamo continuamente indirizzare la nostra mente e il nostro cuore a Lui. Per fare questo bisogna avere il coraggio di respingere tutto ciò che ci porta fuori strada, i falsi valori che ci ingannano attirando in modo subdolo il nostro egoismo. Invece dobbiamo fidarci del Signore, della sua bontà e del suo progetto di amore per ciascuno di noi. La Quaresima è un tempo di penitenza, sì, ma non è un tempo triste! È un tempo di penitenza, ma non è un tempo triste, di lutto. E’ un impegno gioioso e serio per spogliarci del nostro egoismo, del nostro uomo vecchio, e rinnovarci secondo la grazia del nostro Battesimo.

Soltanto Dio ci può donare la vera felicità: è inutile che perdiamo il nostro tempo a cercarla altrove, nelle ricchezze, nei piaceri, nel potere, nella carriera… Il regno di Dio è la realizzazione di tutte le nostre aspirazioni, perché è, al tempo stesso, salvezza dell’uomo e gloria di Dio. In questa prima domenica di Quaresima siamo invitati ad ascoltare con attenzione e raccogliere questo appello di Gesù a convertirci e a credere nel Vangelo. Siamo esortati a iniziare con impegno il cammino verso la Pasqua, per accogliere sempre più la grazia di Dio, che vuole trasformare il mondo in un regno di giustizia, di pace, di fraternità.

Maria Santissima ci aiuti a vivere questa Quaresima con fedeltà alla Parola di Dio e con una preghiera incessante, come fece Gesù nel deserto. Non è impossibile! Si tratta di vivere le giornate con il desiderio di accogliere l’amore che viene da Dio e che vuole trasformare la nostra vita e il mondo intero.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

tra un mese, dal 19 al 24 marzo, verranno a Roma circa 300 giovani da tutto il mondo per una riunione preparatoria al Sinodo di ottobre. Desidero però fortemente che tutti i giovani possano essere protagonisti di questa preparazione. Perciò, essi potranno intervenire on line attraverso gruppi linguistici moderati da altri giovani. L’apporto dei “gruppi della rete” si unirà a quello della riunione di Roma. Cari giovani, potete trovare le informazioni sul sito web della Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Vi ringrazio del vostro contributo per camminare insieme!

Saluto voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e tutti i pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. Saluto i fedeli di Murcia, Vannes, Varsavia e Breslavia; così come quelli di Erba, Vignole, Fontaneto d’Agogna, Silvi e Troina. Saluto i ragazzi del decanato di Baggio (Milano) e quelli di Melito Porto Salvo.

All’inizio della Quaresima, che – come dicevo – è un cammino di conversione e di lotta contro il male, voglio rivolgere un augurio particolare alle persone detenute: cari fratelli e sorelle che siete in carcere, incoraggio ciascuno di voi a vivere il periodo quaresimale come occasione di riconciliazione e di rinnovamento della propria vita sotto lo sguardo misericordioso del Signore. Lui non si stanca mai di perdonare.

Chiedo a tutti un ricordo nella preghiera per me e per i collaboratori della Curia Romana, che questa sera inizieremo la settimana di Esercizi Spirituali.

Vi auguro buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!

 

Alla Comunità del Pontificio Seminario Regionale Sardo (17 febbraio 2018)

Sab, 17/02/2018 - 12:15

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA COMUNITÀ DEL PONTIFICIO SEMINARIO REGIONALE SARDO

Sala Clementina
Sabato, 17 febbraio 2018

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Cari Fratelli nell’Episcopato,
cari educatori e alunni!

Vi accolgo in occasione del novantesimo di fondazione del Pontificio Seminario Regionale di Sardegna. Fu il Papa Pio XI a sollecitare i Vescovi italiani, specialmente del centro-sud e delle Isole, ad accordarsi per la concentrazione dei Seminari, al fine di provvedere convenientemente all’educazione degli aspiranti al sacerdozio. Nella vostra Regione il Seminario ebbe sede dapprima a Cuglieri, insieme con la Facoltà Teologica; in seguito fu trasferito nel capoluogo. Vi saluto tutti con affetto, ad iniziare dai vostri Pastori, in particolare l’Arcivescovo di Cagliari Mons. Arrigo Miglio, che ringrazio per le sue parole.

In questa ricorrenza desidero unirmi a voi nel rendere lode al Signore, che in questi anni ha accompagnato con la sua grazia la vita di tanti sacerdoti formati in questa importante istituzione educativa, dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Essa ha dato alla Chiesa numerosi ministri impegnati nelle vostre Chiese locali, nella missione ad gentes e in altri servizi alla Chiesa universale. Possa questa circostanza commemorativa dare nuovo impulso alla pastorale vocazionale, alla formazione aggiornata e accurata dei candidati all’Ordine sacro, a beneficio del popolo di Dio.

Cari Seminaristi, vi state preparando per essere un domani operai nella messe del Signore, sacerdoti che sappiano lavorare insieme, anche tra diocesi diverse. Questo è particolarmente prezioso per una regione come la Sardegna, intrisa di fede e di tradizioni religiose cristiane, e che necessita, anche a motivo della condizione di insularità, di una cura speciale delle relazioni tra le diverse comunità diocesane. Le odierne povertà materiali e spirituali rendono ancora più importante quello che sempre è stato richiesto, cioè che i pastori siano attenti ai poveri, capaci di stare con loro, con uno stile di vita semplice, affinché i poveri sentano che le nostre chiese sono in primo luogo la loro casa. Vi incoraggio a prepararvi fin d’ora a diventare preti della gente e per la gente, non dominatori del gregge a voi affidato (cfr 1Pt 5,3), ma servitori. C’è tanto bisogno di uomini di Dio che guardino all’essenziale, che conducano una vita sobria e trasparente, senza nostalgie del passato ma capaci di guardare in avanti secondo la sana tradizione della Chiesa.

In questi anni di preparazione al ministero ordinato, state vivendo un momento speciale e irripetibile della vostra vita. Possiate essere sempre più consapevoli della grazia che il Signore vi ha concesso facendo risuonare in voi l’invito a lasciare tutto e a seguirlo, a stare con Lui per essere inviati a predicare (cfr Mt 4,19-20; Mc 3,14). In voi, in modo particolare, sono riposte le speranze della Chiesa che è in Sardegna! I vostri Vescovi vi seguono con affetto e trepidazione, contando tanto su di voi e sul vostro proposito di conformarvi a Gesù Buon Pastore per il bene e la santità delle comunità cristiane della vostra regione.  Camminate con gioia, tenacia e serietà in questo percorso di formazione, per assumere la forma di vita apostolica, che sappia rispondere alle odierne esigenze dell’evangelizzazione.

Il Seminario, prima e più ancora che un’istituzione funzionale all’acquisizione di competenze teologiche e pastorali e luogo di vita comune e di studio, è una vera e propria esperienza ecclesiale, una singolare comunità di discepoli missionari, chiamati a seguire da vicino il Signore Gesù, a stare con Lui giorno e notte, a condividere il mistero della sua Croce e Risurrezione, ad esporsi alla Parola e allo Spirito, per verificare e far maturare i tratti specifici della sequela apostolica. Sin da ora, sia vostra cura prepararvi adeguatamente ad assumere una scelta libera e irrevocabile di fedeltà totale a Cristo, alla sua Chiesa e alla vostra vocazione e missione.

Il Seminario è la scuola di questa fedeltà, che si apprende prima di tutto nella preghiera, particolarmente in quella liturgica. In questo tempo si coltiva l’amicizia con Gesù, centrata nell’Eucaristia e alimentata dalla contemplazione e dallo studio della Sacra Scrittura. Non si può esercitare bene il ministero, se non si vive in unione con Cristo. Senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5).

Nel cammino del Seminario è decisivo il ruolo dei formatori: la qualità del presbiterio dipende in buona parte dall’impegno dei responsabili della formazione. Essi sono chiamati a operare con rettitudine e saggezza per lo sviluppo di personalità coerenti ed equilibrate, in grado di assumere validamente, per poi compiere responsabilmente, la missione presbiterale. In questa delicata opera formativa, anche il vostro Seminario svolge un servizio indispensabile alle Diocesi, favorendo la qualità della formazione del clero e la comunione tra le Chiese.

Vi affido tutti alla materna protezione di Nostra Signora di Bonaria. Per esperienza posso dirvi che il Seminario è un momento privilegiato in cui si sperimenta questa amorevole presenza della Madonna nella nostra vita. Ella veglia sempre con amore premuroso su ognuno di voi. E’ Madre vostra. A Maria ricorrete spesso e con fiducia. A tutti voi assicuro la mia preghiera e la mia benedizione. E per favore, vi chiedo di pregare per me.

 

Ai Membri dell'Associazione "Pro Petri Sede" (16 febbraio 2018)

Ven, 16/02/2018 - 12:30

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELL'ASSOCIAZIONE "PRO PETRI SEDE"

Sala Clementina
Venerdì, 16 febbraio 2018

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Cari amici,

con gioia accolgo voi, membri dell’Associazione Pro Petri Sede, che siete venuti in pellegrinaggio alla tomba dell’Apostolo Pietro per riaffermare la vostra fede e rinnovarvi nella vostra missione di carità verso il prossimo.

La vostra visita si colloca all’inizio della Quaresima, tempo propizio per ricentrarsi sul cuore della fede cattolica e sulla missione della Chiesa, alla quale ogni battezzato deve prendere parte. Davanti alla constatazione di un mondo segnato da indifferenza, violenza, egoismo e pessimismo, è utile domandarsi oggi se esso non soffra di una mancanza di carità, sia nei cuori sia nelle relazioni con Dio e con gli altri. E’ la domanda che ho posto nel Messaggio per la Quaresima 2018: si è spenta la carità nei nostri cuori? Vale la pena di guardare la verità in faccia! E di usare i rimedi che Dio stesso ci dà nella Chiesa. La preghiera ci rimette sulla strada della verità su noi stessi e su Dio; il digiuno ci fa condividere la situazione di tante persone che affrontano i tormenti della fame e ci rende più attenti al prossimo; l’elemosina è un’occasione benedetta per collaborare con la Provvidenza di Dio a beneficio dei suoi figli. E vi invito a fare dell’elemosina uno stile di vita e a perseverare nell’aiuto concreto a coloro che sono nel bisogno. Il vostro impegno vi chiede di essere sempre attenti ad offrire, oltre all’aiuto materiale, il calore di sentirsi accolti, la delicatezza del rispetto e la fraternità, senza le quali nessuno può riprendere coraggio e sperare nuovamente nel futuro.

Vi rinnovo il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento per la vostra missione, invitandovi a portarla ogni giorno nella preghiera, personale e comunitaria, ricordando le persone che sostenete. Anche affidarle al Signore fa parte della vostra missione, e voi costruite così la comunione ecclesiale, perché siamo tutti figli di uno stesso Padre. Con l’offerta generosa che donate al Successore di Pietro, voi contribuite alla missione della Chiesa di sostenere ogni persona, particolarmente quelle più povere e che hanno perso tutto a causa dell’emigrazione forzata. Vi ringrazio dunque a loro nome per il vostro aiuto e la vostra vicinanza spirituale.

Cari amici, chiediamo al Signore di convertire il nostro cuore affinché cresca la carità sulla terra e cessino finalmente i conflitti, cause di mali senza numero. Possa questo pellegrinaggio aumentare in voi la carità, come pure il desiderio di confessare ogni giorno la vostra fede e di testimoniarla là dove vivete! Vi invito anche a pregare per i giovani, perché il prossimo Sinodo che è a loro dedicato permetta in particolare un risveglio delle vocazioni sacerdotali e religiose nei vostri Paesi.

Affidando ognuno di voi e le vostre famiglie, e i membri della vostra Associazione, all’intercessione della Vergine Maria, di San Pietro e dei Santi dei vostri Paesi, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica. E vi domando: non dimenticate di pregare per me.

Alla Comunità del Pontificio Collegio Maronita in Roma (16 febbraio 2018)

Ven, 16/02/2018 - 12:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA COMUNITÀ DEL PONTIFICIO COLLEGIO MARONITA IN ROMA

Sala del Concistoro
Venerdì, 16 febbraio 2018

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Eccellenza, cari Fratelli,

vi saluto con affetto, contento di accogliervi. Quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’approvazione del nuovo Statuto del vostro Collegio. È l’occasione, oltre che per incontrarci, anche per fare memoria della vostra storia e per approfondire le vostre radici. In realtà, questo stesso tempo che trascorrete a Roma è un tempo per rinsaldare le radici. Penso alle radici presenti nel nome stesso della vostra Chiesa, che ci riporta a san Marone – lo avete celebrato pochi giorni fa – e, con lui, al monachesimo, a quella forma di vita che non si accontenta di una fede moderata e discreta, ma avverte il bisogno di andare oltre, di amare con tutto il cuore. Vite povere agli occhi del mondo, ma preziose per Dio e per gli altri. È attingendo a queste sorgenti pure che il vostro ministero sarà acqua buona per gli assetati di oggi. Il nostro cuore, come una bussola, cerca dove orientarsi e si dirige verso ciò che ama; «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), dice Gesù. Voi, in questi anni, aiutati dalla formazione spirituale, dallo studio, dalla vita comunitaria, avete la grazia di assestare bene il cuore, perché trovi lo slancio dei vostri grandi padri e madri nella fede.

C’è però il rischio, oggi, di venire assorbiti dalla cultura del provvisorio e dell’apparenza. Questi anni sono l’occasione per farsi gli anticorpi contro la mondanità e la mediocrità. Sono anni di esercizio nella “palestra romana”, dove con l’aiuto di Dio e di chi vi accompagna nel cammino potete rinsaldare le fondamenta: anzitutto quelle di una indispensabile disciplina spirituale, che si fonda sui pilastri della preghiera e del lavoro interiore. Una preghiera liturgica e personale a cui non bastino bei riti, ma che porti la vita davanti al Signore e il Signore dentro la vita. Un lavoro interiore paziente che, aperto al confronto, aiutato dallo studio e temprato dall’impegno, operi un discernimento che riconosca le tentazioni e smascheri le falsità, per vivere il ministero nella più grande libertà, senza doppiezze, senza infingimenti.

L’arricchimento umano, intellettuale e spirituale che ricevete in questi anni non è un premio per voi, tanto meno un bene da far fruttare per la propria carriera, ma un tesoro destinato ai fedeli che vi aspettano nelle vostre Eparchie e ai quali la vostra vita attende di essere donata. Perché non sarete chiamati a esercitare, anche bene, un incarico – non basta! – ma a vivere una missione, senza risparmio, senza tanti calcoli, senza limiti di disponibilità. Avrete voi stessi bisogno di ascoltare tanto la gente: Dio, infatti, vi confermerà anche attraverso le loro vite, attraverso molti incontri, attraverso le sue imprevedibili sorprese. E voi, come Pastori a stretto contatto col gregge, assaporerete la gioia più genuina quando vi chinerete su di loro, facendo vostre le loro gioie e le loro sofferenze, e quando, al termine della giornata, potrete raccontare al Signore l’amore che avrete ricevuto e donato.

Tutto questo siete chiamati a vivere in un tempo non privo di sofferenze e di pericoli, ma anche gravido di speranze. Il popolo che vi sarà affidato, disorientato dall’instabilità che purtroppo continua a ripercuotersi sul Medio Oriente, cercherà in voi dei Pastori che lo consolino: Pastori con la parola di Gesù sulle labbra, con le mani pronte ad asciugare le lacrime e ad accarezzare volti sofferenti; Pastori dimentichi di sé e dei propri interessi; Pastori che non si scoraggiano mai, perché traggono ogni giorno dal Pane Eucaristico la dolce forza dell’amore che sazia; Pastori che non hanno paura di “farsi mangiare” dalla gente, come pani buoni offerti ai fratelli.

Di fronte alle molteplici necessità che vi attendono, può venire la tentazione di agire alla maniera del mondo, ricercando chi è forte piuttosto che chi è debole, guardando a chi ha mezzi piuttosto che a chi ne è privo. Ma quando arriva questa tentazione, occorre tornare subito alle radici, a Gesù che rifiutò il successo, la gloria, il denaro, perché l’unico tesoro che orientava la sua vita era la volontà del Padre: annunciare la salvezza per tutti i popoli, proclamare con la vita la misericordia di Dio. Questo cambia la storia. E tutto comincia dal non perdere di vista Gesù, dal guardarlo come lo hanno guardato San Marone, San Charbel, Santa Rafqa e molti altri vostri “eroi di santità”. Sono loro i modelli da imitare per respingere le tentazioni di carrierismo, potere, clericalismo. Il corso che onora la vita cristiana non è l’ascesa verso i premi e le sicurezze appaganti del mondo, ma la discesa umile nel servizio. È la strada di Gesù, non ce n’è un’altra.

Vorrei ancora condividere con voi due desideri, pensando al vostro prezioso ministero. Il primo: la pace. Oggi la fraternità e l’integrazione rappresentano sfide urgenti, non più rimandabili, e a questo proposito il Libano non ha solo qualcosa da dire, ma una speciale vocazione di pace da compiere nel mondo. Tra i figli della vostra terra, voi, in modo particolare, sarete chiamati a servire tutti come fratelli, anzitutto sentendovi di tutti fratelli. Aiutati dalle vostre conoscenze, adoperatevi perché il Libano possa sempre corrispondere «alla sua vocazione di essere luce per i popoli della regione e segno della pace che viene da Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Una speranza nuova per il Libano, 125).

Il secondo desiderio riguarda i giovani. Come Chiesa vogliamo averli sempre più a cuore, accompagnarli con fiducia e pazienza, dedicando loro tempo e ascolto. I giovani sono la promessa dell’avvenire, il più serio investimento per il vostro ministero. Papa Benedetto, incontrandoli, disse: «Giovani del Libano, siate accoglienti e aperti, come Cristo vi chiede e come il vostro Paese vi insegna» (Incontro con i giovani, 15 settembre 2012). A voi la missione di aiutarli ad aprire il cuore al bene, perché sperimentino la gioia di accogliere il Signore nella loro vita.

Cari fratelli, vi ringrazio per la vostra presenza e, mentre vi affido alla protezione di Nostra Signora del Libano e dei vostri grandi Santi, vi do la mia benedizione e vi chiedo di ricordarmi nella preghiera. Grazie!

Il vero digiuno (16 febbraio 2018)

Ven, 16/02/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il vero digiuno

Venerdì, 16 febbraio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Quaresima: tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

È questa in sintesi la riflessione che, all’inizio del cammino quaresimale, il Pontefice ha proposto ai fedeli durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 16 febbraio.

Parola chiave della meditazione, suggerita dalla liturgia del giorno, è stata “digiuno”: «Digiuno davanti a Dio, digiuno che è adorazione, digiuno sul serio», perché «digiunare è uno dei compiti da fare nella Quaresima». Ma non nel senso di chi dice: «Mangio soltanto i piatti della Quaresima». Infatti, ha commentato Francesco, «quei piatti fanno un banchetto! Non è cambiare dei piatti o fare il pesce in un modo, nell’altro, più saporito». Altrimenti non si fa altro che «continuare il carnevale».

È la parola di Dio, ha sottolineato, ad ammonire che «il nostro digiuno sia vero. Vero sul serio». E, ha aggiunto, «se tu non puoi fare digiuno totale, quello che fa sentire la fame fino alle ossa», almeno «fai un digiuno umile, ma vero».

Nella prima lettura (Isaia, 58, 1-9), a tale riguardo, «il profeta sottolinea tante incoerenze nella pratica della virtù». E proprio «questa è una delle incoerenze». L’elenco di Isaia è dettagliato: «Voi dite che mi cercate, parlate a me. Ma non è vero», e «nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari»: ossia, mentre «digiunare è un po’ spogliarsi», ci si preoccupa di «fare dei soldi». E ancora: «Angariate tutti i vostri operai»: Ovvero, ha spiegato il Papa, mentre si dice: «Ti ringrazio Signore perché io posso digiunare», si disprezzano gli operai che oltretutto «devono digiunare perché non hanno da mangiare». L’accusa del profeta è diretta: «Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».

È una doppia faccia inammissibile. Ha spiegato il Pontefice: «Se tu vuoi fare penitenza, falla in pace. Ma tu non puoi da una parte parlare con Dio e dall’altra parlare con il diavolo, invitare al digiuno tutte e due; questa è una incoerenza». E, seguendo sempre le indicazioni della Scrittura — «Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso» — Francesco ha messo in guardia dall’esibizionismo incoerente. È l’atteggiamento di chi, ad esempio, ricorda sempre: «noi siamo cattolici, pratichiamo; io appartengo a quella associazione, noi digiuniamo sempre, facciamo penitenza». A loro ha idealmente chiesto: «Ma, digiunate con coerenza o fate la penitenza incoerentemente come dice il Signore, con rumore, perché tutti la vedano, e dicano: “Ma che persona giusta, che uomo giusto, che donna giusta”?». Questo, infatti, «è un trucco; è truccare la virtù. È truccare il comandamento». Ed è, ha aggiunto, una «tentazione» che tutti qualche volta abbiamo sentito, «di truccarci invece di andare sul serio sulla virtù, su quello che il Signore ci chiede».

Al contrario, il Signore «consiglia ai penitenti, a quelli che digiunano di truccarsi, ma sul serio: “Digiunate, ma truccati perché la gente non veda che stai facendo penitenza. Sorridi, stai contento». Di fronte a tanti che «hanno fame e non possono sorridere», questo è il suggerimento al credente: «Tu cerca la fame per aiutare gli altri, ma sempre con il sorriso, perché tu sei un figlio di Dio e il Signore ti ama tanto e ti ha rivelato queste cose. Ma senza incoerenze».

A questo punto, la riflessione del Pontefice è scesa ancora più in profondità, sollecitata dalla domanda: “quale digiuno vuole il Signore?”. La risposta giunge ancora dalla Scrittura, dove innanzitutto si legge: «Piegare come un giunco il proprio capo». Cioè: umiliarsi. E a chi chiede: «Come faccio per umiliarmi?», il Papa ha risposto: «Ma pensa ai tuoi peccati. Ognuno di noi ne ha tanti». E «vergognati», perché anche se il mondo non li conosce, Dio li conosce bene. Questo, quindi, «è il digiuno che vuole il Signore: la verità, la coerenza».

C’è poi un’aggiunta: «Sciogliere le catene inique» e «togliere il legame del giogo». L’esame di coscienza, in questo caso punta l’obbiettivo sul rapporto con gli altri. Per farsi meglio comprendere, il Papa ha fatto un esempio molto pratico: «Io penso a tante domestiche che guadagnano il pane con il loro lavoro» e che vengono spesso «umiliate, disprezzate». Qui la sua riflessione ha lasciato spazio al ricordo personale: «Mai ho potuto dimenticare una volta che andai a casa di un amico da bambino. Ho visto la mamma dare uno schiaffo alla domestica. 81 anni... Non ho dimenticato quello». Da qui una serie di domande rivolte idealmente a chi ha delle persone a servizio: «Come li tratti? Come persone o come schiavi? Le paghi il giusto, dai loro le vacanze? È una persona o è un animale che ti aiuta casa tua?». Una richiesta di coerenza che vale anche per i religiosi, «nelle nostre case, nelle nostre istituzioni: come mi comporto io con la domestica che ho in casa, con le domestiche che sono in casa?». Qui il Pontefice ha aggiunto un’altra esperienza personale, ricordando un signore «molto colto» che però «sfruttava le domestiche». e che, messo di fronte alla considerazione che si trattava di «un peccato grave» contro persone che sono «immagine di Dio», obbiettava: «No, Padre dobbiamo distinguere: questa è gente inferiore».

Bisogna perciò «togliere il legame del giogo, sciogliere le catene inique, rimandare libere gli oppressi, spezzare ogni giogo». E, commentando il profeta che ammonisce: «dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto», il Papa ha contestualizzato: «Oggi si discute se diamo il tetto o no a quelli che vengono a chiederlo...»

E le indicazioni continuano: «Vestire uno che vedi nudo», ma «senza trascurare i tuoi parenti». È il digiuno vero, quello che coinvolge la vita di ogni giorno. «Dobbiamo fare penitenza, dobbiamo sentire un po’ la fame, dobbiamo pregare di più», ha detto Francesco; ma se «noi facciamo tanta penitenza» e non viviamo così il digiuno, «il germoglio che nascerà da lì» sarà «la superbia», quella di chi dice: «Ti ringrazio, Signore, perché posso digiunare come un santo». E questo, ha aggiunto, «è il trucco brutto», e non quello che Gesù stesso suggerisce «per non far vedere agli altri che io digiuno» (cfr. Matteo, 6, 16-18).

La domanda da porsi, ha concluso il Pontefice, è: «Come mi comporto con gli altri? Il mio digiuno arriva per aiutare gli altri?». Perché se ciò non accade, quel digiuno «è finto, è incoerente e ti porta sulla strada di una doppia vita». Bisogna, perciò, «chiedere umilmente la grazia della coerenza».

Incontro con i parroci di Roma (15 febbraio 2018)

Gio, 15/02/2018 - 11:00

INCONTRO CON I PARROCI DI ROMA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 15 febbraio 2018

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Si riporta la trascrizione delle risposte date dal Santo Padre. Il Vicariato di Roma curerà successivamente una redazione più organica.

Papa Francesco

Buongiorno.

Cercherò di dire qualcosa sulle domande che voi mi avete fatto, le domande fatte dal gruppo.

Mons. Angelo De Donatis                        

Alcuni sacerdoti avevano preparato delle domande che io ho portato a Papa Francesco e adesso ce le illustra, secondo le diverse età di sacerdoti: quindi, quelli giovani, quelli più grandi e fino all’età degli anziani.

Papa Francesco

Il gruppo dei più giovani: “Tante vocazioni nascono bene ma poi si raffreddano, si abituano, si spengono. Come si passa dall’innamoramento all’amore, nella vita sacerdotale? Vale a dire, come possiamo aspettarci che tutta l’umanità di un prete venga coinvolta intorno a questo centro che è l’amore nuovo per il Signore? Come anche i desideri, le aspirazioni, i limiti vengono coinvolti? Come vivere nella libertà una vita sacerdotale che ci è chiesto di assumere con amore, ma nel concreto si dipana in mille rubriche e doveri? A volte ci si sente dentro a un grande treno che procede a prescindere da noi. Come sentirsi eletti da Dio e realizzati come uomini fuori da una carriera e alieni da confronti? In questa nostra città, spesso ci sentiamo non incisivi: possiamo noi essere un’umanità significativa, vale a dire possiamo noi compiere scelte di vita che indichino una strada evangelica su come vivere la realtà urbana disumanizzante del nostro tempo? Può oggi il prete diventare un segno umano piccolo ma luminoso che inviti il suo gregge alla libertà? Quanto le fatiche dei giovani sacerdoti sono dettate dalla poca forza, dalla poca profezia, dalla poca trasparenza, o quanto invece pesa uno stile di Chiesa non ancora rinnovato? La vita comune, lo stile sobrio, la preghiera meno cultuale e l’abbandono delle strutture, quanto non arrivano alla vita concreta del prete perché non si è rinnovato, o quanto al contrario la vita ordinaria che è chiesta al prete, non risponde a un rinnovamento del suo cuore?”.

Questa è la domanda. Tante domande in una domanda! Ma mi è piaciuto che ce ne siano tante, perché c’è qualcosa di comune in queste domande: c’è l’abbondanza di circostanze. Se questo è così e questo è così e così e così…: domande di circostanze. L’accento è sulle circostanze. “Quando succede questo, se le cose sono così e sono così e vanno così, come si può fare con queste circostanze che sono limitazioni, che non ci lasciano andare avanti?”. Davanti a queste circostanze non c’è uscita. Se io faccio una domanda – come in questo caso – sulle circostanze o con tante circostanze, da questa strada non c’è uscita. E’ una trappola, quando le circostanze diventano così forti. E’ una trappola perché non ti lascia crescere, è un guardare troppo le circostanze. Invece è centrale il modo giusto di vivere gli impegni sacerdotali, e cercare lo stile che aiuti a offrire in pace e fervore. Lasciamo da parte le circostanze – ce ne sono tante –, ma guardiamo come andare avanti. Ho detto la parola “stile”: cercare il proprio stile sacerdotale, la propria personalità sacerdotale, che non è un cliché. Tutti noi sappiamo come dev’essere un sacerdote, le virtù che deve avere, la strada che deve avere… Ma lo stile, la carta d’identità tua… Sì, dice “sacerdote”, ma la tua, con la tua impronta personale, con le motivazioni che ti spingono a vivere in pace e fervore. Da una parte, tante circostanze in questo mondo che è così, così e così…; dall’altra, il tuo stile. Ognuno di noi ha il proprio stile sacerdotale. Sì, il sacerdozio è un modo di vivere, è una vocazione, un’imitazione di Gesù Cristo in un certo modo; ma il tuo sacerdozio è unico, nel senso che non è uguale all’altro. Io direi, di fronte a queste domande: cerca il tuo stile. Non guardare tanto le circostanze che chiudono le uscite. Cerca il tuo stile: il tuo stile di prete e personale.

E questo stile si muove in un’atmosfera. Vorrei dire questo: non è un cliché continuare a dire che non potremo vivere il ministero con gioia senza vivere momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlando, conversando con Lui di quello che sto vivendo. Questo non è un cliché. [Vivere] il ministero con gioia, con momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlare con il Signore, conversando con Lui di quello che sto vivendo. Le circostanze, il tuo proprio stile, il Signore. Parlo col Signore di questo? Tutte queste domande? O parlo con me stesso, con la mia impossibilità davanti a tante circostanze che chiudono la porta e mi tirano giù? “Ah, non si può, è un disastro…, non si può essere preti in questo mondo secolarizzato…”. E incominciano le lamentele. I limiti. La domanda dice: “Come anche i desideri e le aspirazioni, i limiti vengono coinvolti?”. Questa è una bella domanda: come i limiti vengono coinvolti nella tua vocazione sacerdotale, nel tuo stile. Individuare i limiti: quelli generali – per il fatto che sono qui – e anche i tuoi, personali. Dialogare con i limiti, nel senso di cosa posso fare io con questo limite, come portare questo limite addosso. Discernere tra i limiti. E la domanda ci può spaventare perché ci sono tanti limiti, tante circostanze che ci tirano giù e “non posso essere sacerdote”, no! La risposta è: c’è una strada, è il tuo stile sacerdotale, il dialogo con i tuoi limiti, il discernimento con i limiti, anche con queste circostanze. Non avere paura di questo. Discernere anche i propri peccati, perché i peccati vengono perdonati, è vero, il sacramento della Confessione è per questo; ma non finisce tutto lì. Il tuo peccato nasce da una radice, da un peccato capitale, da un atteggiamento, e questo è un limite, che si deve discernere. E’ un’altra strada, diversa dal chiedere il perdono per il peccato. “No, sì, ho questo problema, mi sono confessato, è finita”. No, non finisce lì. Il perdono è lì, ma poi tu devi dialogare con quella tendenza che ti ha portato a un peccato di superbia, di vanità, di gelosia, di chiacchiere, non so… Cosa mi porta a quello? Dialogare con il limite che ho dentro, e discernere. E il dialogo, con questi limiti, sempre – per essere ecclesiale – si deve fare davanti a un testimone, a qualcuno che mi aiuti a discernere. E lì è tanto importante il confronto: questo che succede a me confrontarlo con un altro. Il bisogno del confronto. Non tanto dei peccati, direi che qui bisogna fare una distinzione: i peccati sono per confessarli e chiedere perdono, e la cosa finisce lì; poi, con il Signore, vado avanti. Ma i limiti, le tendenze, i problemi che mi portano a questo, le malattie spirituali che ho, questo sì, io non potrei mai vincere questo o risolvere i problemi che mi portano [al peccato] senza il confronto. Il confronto. E lì [si tratta di] cercare un uomo saggio. Un uomo saggio. E’ la figura ecclesiale del padre spirituale, che incomincia dai monaci del deserto: quello che ti guida, ti aiuta, anche dialoga con te, ti aiuta nel discernimento. Se hai peccato, questo è un limite, è vero: cerca uno misericordioso; e se è sordo, meglio. Chiedi perdono e vai avanti. Ma la cosa non finisce lì. Che cosa ti ha portato al peccato? Qual è la tendenza, qual è il problema? Cerca uno saggio per il confronto, per dialogare con i limiti, con le proprie debolezze, per dialogare e cercare di risolvere il cammino. Io vi dico con verità: il sacerdote è celibe e in questo senso si può dire che è un uomo solo; sì, fino a un certo punto lo si potrebbe dire. Ma non può vivere solo, senza un compagno di cammino, una guida spirituale, un uomo che lo aiuti al confronto, al discernimento, al dialogo. Non è sufficiente confessare i peccati: questo è importante, perché lì – e io sempre l’ho sentito, è una delle cose più belle del Signore – c’è l’umiltà del peccatore e la misericordia di Dio che si incontrano e si abbracciano; è un momento bellissimo della Chiesa, quello, il perdono dei peccati. Ma non è sufficiente. Tu sei responsabile anche di una comunità, tu devi andare avanti, e per questo hai bisogno di una guida. Io vi dico di non avere paura; anche ai giovani: incominciare da giovani, con questo. Cercare. Ci sono uomini saggi, uomini di discernimento che aiutano tanto, e accompagnano tanto.

Dunque, riassumendo: in questa domanda c’è troppo accento sulle circostanze, e questo può diventare un alibi. Perché se tu guardi soltanto alle circostanze, non c’è uscita. Tu devi cercare il tuo proprio stile, il modo giusto di vivere la tua vocazione sacerdotale; e per questo non è una cosa antica, non è un cliché continuare a dire che non potremo vivere il ministero con gioia senza vivere momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlando, conversando con Lui di quello che stiamo vivendo. Queste cose devono essere portate nella preghiera, con il Signore. Senza il dialogo con il Signore tu non puoi andare avanti. Dialogare con i limiti, discernere i limiti; e per questo aiutarci con il confronto col padre spirituale, con un uomo saggio che ci aiuti nel discernimento. E i giovani li aiuta tanto – e lo fanno! – anche – è un plus, questo, e anche i grandi lo fanno – piccoli gruppi di sacerdoti che si accompagnano: la fraternità sacerdotale. Si incontrano, parlano, e questo è importante, perché la solitudine non fa bene, non fa bene.

Questo è quello che mi viene in mente sulla prima domanda. Ma vorrei sottolineare questo: state attenti di non imbrogliarvi con i limiti. “Oh, non si può, guarda questo, questo, il mondo è una calamità, questo, quell’altro, la televisione, questo, quell’altro…”: sono limiti culturali o personali, ma questa non è la strada. La strada è l’altra che ho detto. E sempre al centro il Signore Gesù, la preghiera.

Passiamo alla seconda domanda: “Per un prete, l’età che va dai 40 ai 50 anni circa è decisiva. Cadono spesso i perfezionismi moralistici, si è coscienti esperienzialmente di essere peccatori – e questo è molto buono, di quell’età. Tanti ideali apostolici si ridimensionano, l’appoggio della famiglia di origine si affievolisce, i genitori si ammalano, sovente anche la salute inizia a dare qualche problema. Sarebbe un tempo propizio per scegliere il Signore, ma spesso non abbiamo gli strumenti per riorientare la crisi di mezza età – così si chiama questa – verso una elezione gioiosa e definitiva. Il super-lavoro – alle volte è suicida – il superlavoro dispersivo ci ha disabituati a prenderci cura di noi stessi proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Padre, può darci qualche indicazione in merito? Come prepararsi a questa tappa della vita? Quali sono gli aiuti indispensabili?”.

Eh, le démon de midi! Il demone di mezzogiorno… Noi in Argentina lo chiamiamo “el cuarentazo”. A quaranta, tra quaranta e cinquanta, ti viene questo… E’ una realtà. Alcuni ho sentito che lo chiamano “adesso o mai più”. Si ripensa a tutto e [si dice] “o adesso o mai più”. Ci sono due scritti che io conosco – ce ne sono tanti belli, dei Padri del deserto, nella Filocalia troverete tante cose su questo –: c’è un libro moderno, più vicino a noi, anche in dialogo con la psicologia, di quel monaco psicologo austriaco, Anselm Grün, La crisi della metà della vita, questo può aiutare. E’ un dialogo psicologico-spirituale su questo momento. E c’è un altro scritto che, questo sì, io vorrei che tutti leggessero: La seconda chiamata, del padre René Voillaume. Sarebbe bello offrirlo questo, in qualche modo, ai sacerdoti. Fa una bella esegesi della vocazione di Pietro, l’ultima, a Tiberiade: il Pietro della seconda chiamata. Come il Signore ci ha chiamati la prima volta, ci chiama continuamente, ma fortemente la prima volta; poi ci accompagna chiamandoci tutti i giorni, ma a un certo punto della vita, questo si fa una seconda chiamata forte. E’ un momento di molte tentazioni; è un momento nel quale ci vuole una necessaria trasformazione. Non si può continuare senza questa necessaria trasformazione, perché se tu continui così, senza maturare, fare un passo avanti in questa crisi, finirai male. Finirai nella doppia vita, forse, o lasciando tutto. Ci vuole questa necessaria trasformazione. Non ci sono più quei primi sentimenti: “sono lontani, non li sento come quelli che avevo da ragazzo, di seguire il Signore, l’entusiasmo…”; questi sono andati, ci sono altri sentimenti. Ci sono anche altre motivazioni, non quelle. E succede – perché questo è un problema umano – succede come nel matrimonio: non ci sono più innamoramento, entrare in amore, nella emozione giovanile… Le cose si sono calmate, vanno in un altro modo. Ma rimane, quella sì, una cosa che dobbiamo cercare dentro: il gusto dell’appartenenza. Questo rimane. Il piacere di essere insieme a un corpo, di condividere, di camminare, di lottare insieme: questo, nel matrimonio e anche per noi. L’appartenenza. Com’è la mia appartenenza alla diocesi, al presbiterio?… Questo rimane. E dobbiamo farci forti in quel momento per fare il passo avanti. Come per i coniugi: hanno perso tutto quello che era più giovanile, ma il gusto dell’appartenenza coniugale, questo rimane. E lì, cosa si fa? Cercare aiuto, subito. Se tu non hai un uomo prudente, un uomo di discernimento, un saggio che ti accompagni, cercalo, perché è pericoloso andare avanti da soli, in questa età. Tanti sono finiti male. Cerca aiuto subito. Poi, con il Signore: dire la verità, che sei un po’ deluso perché quell’entusiasmo se n’è andato… Ma c’è la preghiera di donazione: darsi al Signore, un modo di pregare diverso, la donazione. E’ un momento aspro, un momento aspro, ma è un momento liberatorio: quello che è passato, è passato; adesso c’è un’altra età, un altro momento della mia vita sacerdotale. E con la mia guida spirituale devo andare avanti. Il tempo che rimane, di vita, è per viverlo meglio, per una migliore donazione di sé stessi. E’ il tempo dei figli – a me piace dire così –, di vedere crescere i figli. Il tempo di aiutare la parrocchia, la Chiesa, a crescere, è tempo di crescita, dei figli. E’ tempo che io incominci a diminuire. Il tempo della fecondità, la vera fecondità, non la fecondità finta. E’ tempo della potatura: loro crescono, io aiuto e io rimango indietro. Aiutando a crescere, ma sono loro. E ci sono delle tentazioni brutte in questo tempo. Tentazioni che prima uno mai avrebbe pensato di avere. Non c’è da vergognarsi, sono tentazioni: il problema è del tentatore, non è nostro. Non c’è da vergognarsi. Ma bisogna smascherarle subito. Ed è anche il tempo delle ragazzate: quando il prete incomincia a fare delle ragazzate. Sono il germoglio della doppia vita. Bisogna prenderle subito e anche con senso dell’umorismo: “Guarda, io che avevo creduto di avere dato la mia vita totalmente al Signore, ma guarda, che brutta figura faccio!”. Ho detto che è il tempo della fecondità. Qual è la figura che mi viene in mente? Ragazzate, doppia vita… ma, quella che mi viene in mente di più, prendendola dalla famiglia, per descrivere il sacerdote che non riesce a superare questo, a maturare in questo tempo, è la figura dello “zio zitello”. Sono bravi, gli zii zitelli, perché – lo ricordo – ne avevo due, ci insegnavano le parolacce, ci davano le sigarette di nascosto, sempre… ma non erano padri! Non erano padri. E’ il tempo della fecondità: con il sacrificio, coll’amore, è un bel tempo, questo. E’ un tempo… è il secondo atto della vita. Il primo atto è l’atto della giovinezza, ma questo ti porta alla fine. Non perdere questa opportunità di maturare in questo tempo di potatura, di prove, di tentazioni diverse… Il tempo della fecondità. Può darsi anche che vengano in questo tempo – perché il diavolo è astuto – alcune tentazioni della prima gioventù, ma isolate vengono. Non spaventarsi. “Ma guarda, a questa età, Padre…” – “Eh sì, figlio. Vai avanti!”. Ci fanno vergognare, ma è proprio di questo tempo, ringraziamo il Signore che ci fa vergognare un po’. Ma non rimanere lì! No, quella è una circostanza, il filo va dall’altra parte: la potatura, la fecondità e il tempo di custodire il buon vino, perché invecchi bene. E direi anche che è il tempo del primo addio, il tempo dove il sacerdote si accorge che un giorno dirà addio definitivamente. E questo è il tempo del primo addio. In questo tempo si devono dire tanti “addio”: “Ciao, non ti vedrò più”. Questo non succederà mai più, questa situazione, questo modo di sentire le cose non li avrò più. Addio a questa parte della vita, per incominciarne un’altra. E così impariamo a congedarci. Mi viene in mente, e  questo fa ridere, perché ho fatto un Motu proprio in questi giorni che incomincia con queste parole: “Imparare a congedarsi”. E’ per quelli che a 75 anni devono dare le dimissioni. Ma è tempo per imparare a congedarsi, perché un giorno dovremo farlo. E’ una scienza, una saggezza che si deve imparare con il tempo, che non si improvvisa.

Questo è quello che io direi, così, un po’ disordinatamente, su questa seconda domanda del “demonio di mezzogiorno”. Ma cercate di leggere Padre Voillaume, La seconda chiamata; anche l’altro di Grün è buono, ma Voillaume è un classico. E’ curioso: Voillaume è un autore spirituale che è diventato classico ancora in vita, uno dei pochi che già era classico, è morto anzianissimo, ma era classico quando era ancora in vita.

[Prende la successiva domanda, dei sacerdoti anziani]

E’ quella del Vicario, questa. Io sono oltre!

[Legge la terza domanda] “Santo Padre, noi sacerdoti con 35, 40, e più anni di ministero, abbiamo iniziato il nostro servizio alla Chiesa in un tempo molto diverso da quello attuale. Siamo passati attraverso fasi di cambiamenti rapidi, e talvolta violenti. La giovinezza e l’età adulta si sono succedute velocemente, senza darci il tempo di capire e adeguarci. Giunti alla piena maturità – nel tempo proprio della piena maturità – e anzi avendone superato la soglia, non di rado sentiamo la fatica e l’inadeguatezza. Infatti, anche quando c’è l’energia e siamo guidati da un sincero desiderio di servire, non sempre possiamo attingere all’esperienza per corrispondere alle nuove domande e alle esigenze del ministero”. Chi ha scritto questo è molto curioso, perché continua: “Ci piacerebbe sapere come Lei ha vissuto il passaggio alla stagione matura del suo ministero sacerdotale, tanto più che per Lei ha coinciso con svolte importanti e impreviste. Infatti, è stato chiamato al ministero episcopale a 56 anni, e 20 anni dopo, nel 2013, ha vissuto una nuova radicale svolta con l’elezione a Vescovo di Roma. Quali dunque i punti fermi della vita spirituale, per vivere in modo integralmente pacificato questa stagione così complessa, che per noi dovrebbe essere quella dei frutti maturi?”.

Tanti di noi siamo in questa età. Diciamo la verità: è l’ultima tappa della vita. La crisi del mezzogiorno è passata e viene questa. E in questa età si può non trovare il linguaggio proprio del mondo di oggi. Io non so usare i network e queste cose… no,  neppure il telefonino, non ne ho. Non so. Quel linguaggio non so usarlo. Internet e queste cose, io non so usarle. Quando devo inviare un e-mail lo scrivo a mano e il segretario lo passa. Si può non avere l’abilità di usare le nuove tecniche; si può non trovare la metodologia pastorale che oggi ci vuole. Questo è vero, è un’esperienza. Oggi la realtà va tanto avanti, che io non riesco a farlo. Però la cosa più importante a questa età è quello che si può fare: quello di cui oggi ha bisogno la gente. E questa età – quella di prima era quella della potatura; forse la prima di tutte era quella della speranza, di avere tutta la vita davanti – e questa invece è l’età del sorriso. Offrire uno sguardo amabile. E questo si può fare. Questo si può fare. Che bello, quando i confessori ricevono il penitente con questo sguardo, amabile. E subito il cuore del penitente si apre, perché non vede una minaccia. E’ lo sguardo che accoglie la persona, lo sguardo amabile. Questo riguardo al confessore. Ma tanto bene si può fare con il sacramento della Riconciliazione a questa età. Tanto bene. Credo che alcuni negli anni scorsi mi hanno dato quel libro del confessore: Non stancarsi di perdonare. Il sacramento della Riconciliazione a questa età è uno dei ministeri più belli che si possono fare. Si può essere disponibile. Una nuova disponibilità: “Sì, come no... Puoi fare quella cosa? Sì, dai..”. È l’età del sacerdozio del molteplice uso. Si può avere vicinanza, la compassione di un padre. I padri anziani, che conoscono la vita, sono vicini alle miserie umane, vicini ai dolori. Non parlano troppo, ma forse, con lo sguardo, con una carezza, con il sorriso, con una parola, fanno tanto bene. Si può ascoltare tanto, tanta gente che ha bisogno di parlare della propria vita, di dire… Ascoltare. Il tempo di fare i ministero dell’ascolto. La pastorale dell’orecchio. E oggi la gente ha bisogno di essere ascoltata. Poi, il frutto non si quale sia, ma: “Ho trovato un uomo che mi ha capito”. Forse il sacerdote non se ne accorge che lo ha capito, ma ha accolto quella persona in modo tale che… E’ il tempo di offrire un perdono senza condizioni. I nonni sanno perdonare, hanno una saggezza. Quel confessore di quel libro – era un frate cappuccino –, a volte gli veniva lo scrupolo di aver perdonato troppo. È venuto da me a 80 anni – adesso ne ha 92 e ha la coda di gente e non finisce – e mi ha detto: “Ma sai, ho questo problema, non so… Dimmi tu, come vescovo, cosa devo fare” - “E cosa fai quando ti viene lo scrupolo?”, ho detto io. Io lo conoscevo, sapevo che era furbo… E lui mi ha detto: “Mah, vado in cappella e guardo il tabernacolo, e dico al Signore: Signore, scusami, oggi ho perdonato troppo. Ma bada bene: sei stato Tu a darmi il cattivo esempio”. E questa è saggezza: il perdono senza condizioni.

Cosa può fare anche? Dare testimonianza di generosità e di gioia. La testimonianza che vediamo nei vecchi: la testimonianza di “buon vino”, generoso, e gioioso. E può regalare un buon umore, senso dell’umorismo. Un buon regalo, di uno che sa relativizzare le cose in Dio. Ma con quella saggezza di Dio.

La figura che mi viene è il padre della parabola (cfr Lc 15), che relativizza tutto: il figlio incomincia con il discorso e lui abbraccia, non lascia parlare, perdona. Ma il figlio sa che lì c’è una forza molto grande. È il tempo dei figli grandi e dei nipotini. Il prete ha dei nipotini. Non dei nipoti, no, perché c’è quel detto che dice “a coloro a cui Dio non dà dei figli, il diavolo dà dei nipoti”. No, nipotini. E’ bello vedere i sacerdoti anziani giocare con i bambini: si capiscono, si capiscono. E qui arrivo a un tema che ritengo molto importante. A me dà tanta forza quel passo di Gioele, capitolo 3, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. E’ il tempo di questa gioia nel rapporto con i giovani. E questo è uno dei problemi più seri che noi abbiamo adesso. Ancora siamo in tempo, perché si tratta di dare radici ai giovani. E’ curioso: i giovani si capiscono meglio con i vecchi che con i genitori, perché c’è [nei giovani] una inconscia ricerca di identità, di radici e gli anziani la danno, i nonni. Ma questo della generosità, del “buon vino” li aiuta tanto; e il dialogo con i nipotini, con i giovani. E qual è la tentazione più grande di questa età? Ripristinare qualche tentazione della gioventù. Non so se in Italia esiste questa espressione, ma in Spagna, in castigliano esiste, e in Argentina lo stesso: è il momento del “vecchio verde” [“viejo verde”], cioè l’anziano non maturo, che torna alle tentazioni della gioventù. E’ brutto, è la sconfitta di una vita: finire “vecchio verde”, non maturo… E fanno delle figuracce… Si sentono gli eterni fidanzati… delle figuracce… I “vecchi verdi”, non dico i sacerdoti. Ma il sacerdote può cadere in questa tentazione di ripristinare delle tentazioni della gioventù. E’ una cosa brutta, finire così.

Ritorno sul dialogo tra vecchi e giovani: è un incontro di generazioni. Il passo evangelico della presentazione di Gesù al tempio è chiaro, è molto forte e ci dà tanta luce. I giovani hanno bisogno di radici, oggi che questo mondo tanto virtuale, di una cultura virtuale senza sostanza, strappa loro le radici o non li fa crescere, gliele fa perdere. E questa è un’urgenza del tempo, a cui i sacerdoti anziani possono rispondere: aiutare i giovani a trovare le radici, a ritrovare le radici. E l’influsso è mutuo, perché quando qualche gruppo giovanile – ho in mente qualche esperienza – va a suonare la chitarra, per esempio, in una casa di riposo, all’inizio gli anziani stanno così [titubanti], ma poi incominciano a muoversi, entrano in dialogo, incominciano a sognare – come dice Gioele. E questi sogni fanno sì che i giovani escano diversi, differenti. Non è poesia, questo che dico, credo che sia una rivelazione del Signore per il nostro tempo. E’ una speciale vocazione per noi sacerdoti che stiamo in questa età. Con i giovani, per essere sognatori con i giovani.

Anch’io avrei una domanda, qui: “Ci piacerebbe sapere come Lei ha vissuto il passaggio…”. Ma a chi piace sapere questo? Voi non siete chiacchieroni, io non credo che a voi piaccia… [ride, ridono] E’ curioso, questa tappa mi ha trovato in un momento di lasciare una carica di governo. Appena ordinato, sono stato nominato superiore l’anno dopo, maestro dei novizi, poi provinciale, rettore della facoltà… Una tappa di responsabilità che è incominciata con una certa umiltà perché il Signore è stato buono ma poi, con il tempo, tu ti senti più sicuro di te stesso: “Ce la faccio, ce la faccio…” è la parola che più viene. Uno sa muoversi, come fare le cose, come gestire… Ed è finito, tutto questo, tanti anni di governo… E lì è incominciato un processo di “ma adesso non so cosa fare”. Sì, fare il confessore, finire la tesi dottorale – che era lì, e che non ho mai difeso –. E poi ricominciare a ripensare le cose. Il tempo di una grande desolazione, per me. Io ho vissuto questo tempo con grande desolazione, un tempo oscuro. Io credevo che fosse già la fine della vita, sì, facevo il confessore, ma con uno spirito di sconfitta. Perché? Perché io credevo che la pienezza della mia vocazione – ma senza dirlo, adesso me ne accorgo – fosse nel fare le cose, queste. Eh no, c’è un’altra cosa! Non ho lasciato la preghiera, questo mi ha aiutato tanto. Ho pregato tanto, in questo tempo, ma ero “secco come un legno”. Mi ha aiutato tanto la preghiera lì, davanti al tabernacolo. E poi, una chiamata telefonica del Nunzio ha aperto un’altra porta. Ma gli ultimi tempi di questo tempo – di anni, non mi ricordo se era dall’anno ’80… dall’’83 al ’92, quasi 10 anni, nove anni pieni – nell’ultimo tempo la preghiera era molto in pace, era con molta pace, e io mi dicevo: “Cosa accadrà adesso?”, perché io mi sentivo diverso, con molta pace. Facevo il confessore e il direttore spirituale, in quel tempo: era il mio lavoro. Ma l’ho vissuto in modo molto oscuro, molto oscuro e sofferente, e anche con l’infedeltà di non trovare il cammino, e compensazione, compensare [la perdita] di quel mondo fatto di “onnipotenza”, cercare compensazioni mondane. E ancora il Signore, alla fine di questo tempo, mi ha preparato a quella chiamata telefonica che mi ha messo su un’altra strada. Così: oscuro, non facile, sì, molta preghiera, molta preghiera, e compensazione. Così, l’ultima domanda, come ho vissuto questo. E poi l’ultimo [passaggio], dal ’13, non mi sono accorto cosa è successo lì: ho continuato a fare il vescovo, [dicendo:] “Pensaci Tu che mi hai messo qui!”.

E poi, l’ultima domanda: «Il presbitero si spende totalmente (e non potrebbe fare diversamente) perché appartiene al Regno: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattina dalla presenza di Dio. E’ uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno verso cui si sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni». Questa è una citazione. «Alla Conferenza Episcopale italiana, Santità, con queste parole ha descritto il presbitero come uno che appartiene al Regno, che sa cogliere la presenza e l’azione dello Spirito di Dio nel mondo e in particolare nelle culture che si forgiano nelle nostre città. Ci aiuti, Papa Francesco, a discernere i segni dei tempi, perché spesso il nostro sguardo è tentato di vedere in questo nostro mondo solo realtà negative, lontane dal Vangelo. Quali dimensioni, attese e aperture suscitate dallo Spirito Lei coglie negli uomini del nostro tempo, che rappresentino grandi opportunità per l’evangelizzazione? Ci aiuti a riconciliarci con loro, a non vedere solo dei nemici ma dei compagni di cammino con i quali realizzare un dialogo fecondo o, come ha scritto in Evangelii gaudium, “un santo pellegrinaggio, una carovana solidale”».

Discernere i segni del tempo. Questo è ciò che Gesù rimproverava ai dottori della legge di non saper fare: discernere i segni del tempo. Nella realtà, vedere la realtà, ma la realtà nascosta, perché la realtà nasconde sempre qualcosa di sublime. Vedere la realtà, non avere paura della realtà. La realtà, mi piace dire, è più grande delle idee. Sempre. E’ superiore alle idee, la realtà. Non avere paura della realtà. Sì, ci sono condotte, anche condotte morali, che non sono quelle che noi siamo abituati a vedere. Pensiamo soltanto nella vita matrimoniale: oggi non molti si sposano, preferiscono convivere. E questa realtà, come la prendo? come l’accompagno? come la spiego e aiuto a maturare e ad andare avanti? Non so, è una realtà pastorale che noi non possiamo dimenticare o lasciare da parte. E come faccio in modo che questa coppia, che si ama, faccia il passo verso la maturità spirituale grande? O come rispetto questo? Ci sono sfide, ma realtà anche buone ci sono. E su questo mi è venuto in mente un articolo di un sacerdote argentino che si intitola “Lo bueno de vivir en esta época”, “Le cose buone da vivere in questo tempo” [di Víctor Manuel Fernández]. In questo tempo ci sono cose buone, non ci sono solo calamità. Non ci sono soltanto realtà negative: ci sono cose buone. E lui ne fa vedere alcune: una più grande coscienza dei diritti umani e della propria dignità; oggi nessuno può imporre le idee; oggi la gente è più informata; oggi si dà tanto valore all’uguaglianza; oggi c’è più tolleranza e anche libertà di manifestarsi come uno è; oggi la convivenza sociale è più sincera, più spontanea; oggi c’è grande apprezzamento per la pace; anche il valore umano della solidarietà è venuto su… E così, tante cose buone che sono nel mondo di oggi e che dobbiamo prendere. E cercare di non spaventarsi delle difficoltà, dei “nuovi valori” – nuovi valori tra virgolette. Le cose vanno così: cosa posso fare io con questo? Quella cosa ha questo di buono; quella non è buona… discernere. Discernere i segni e prendere quello che si può portare avanti, aiutare gli altri.

Non so, queste sono le cose che mi vengono in mente. Non vorrei chiudere in negativo, ma, per favore, ai giovani: non perdersi nelle circostanze ma andare al nocciolo; a quelli di mezza età: non cadere nelle “ragazzate”; a quelli della nostra età, più grandi, della maturità: per favore non siate “vecchi verdi”; e a tutti: in dialogo con il mondo di oggi, discernere i segni dei tempi e vedere le cose buone, le cose che vengono dallo Spirito. E’ vero, il mondo è peccatore in sé stesso e mondanizza tante cose, ma forse il nocciolo viene dallo Spirito e si può prendere questo. Discernere bene i segni del tempo.

Vi ringrazio della pazienza, di questo ascolto.

Mons. De Donatis

Adesso, prima della benedizione, ringraziamo Papa Francesco di questo momento molto intenso, bello, di questa mattinata e riceviamo un piccolo testo nel quale sono state raccolte delle meditazioni da Paolo VI a Papa Francesco: sono delle letture da utilizzare in questo tempo di Quaresima come seconda lettura del Breviario, in modo che l’impegno della preghiera possa essere comune. E rifletteremo un po’ su quello che i nostri Vescovi, in questi anni, ci hanno consegnato proprio sulla vita sacerdotale. Credo che ci farà bene, perché poi questo ci preparerà ad altri passaggi che vivremo – spero – in futuro sull’approfondimento del nostro essere preti a Roma, oggi.

Adesso i Prefetti possono prendere i testi, così li distribuiscono, e poi riceviamo la benedizione.

Papa Francesco

Io l’ho visto e mi è piaciuto tanto. Ci sono due Vescovi di Roma [recenti] già Santi [Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II]. Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I, la sua causa è aperta. E Benedetto e io, in lista di attesa: pregate per noi!

[canto]

[benedizione]

E pregate per me, per favore! Grazie tante.

 

Santa Messa, benedizione e imposizione delle Ceneri (14 febbraio 2018)

Mer, 14/02/2018 - 17:00

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina
Mercoledì, 14 febbraio 2018

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Il tempo di Quaresima è tempo propizio per correggere gli accordi dissonanti della nostra vita cristiana e accogliere la sempre nuova, gioiosa e speranzosa notizia della Pasqua del Signore. La Chiesa, nella sua materna sapienza, ci propone di prestare speciale attenzione a tutto ciò che possa raffreddare e ossidare il nostro cuore credente.

Le tentazioni a cui siamo esposti sono molteplici. Ognuno di noi conosce le difficoltà che deve affrontare. Ed è triste constatare come, di fronte alle vicissitudini quotidiane, si levino voci che, approfittando del dolore e dell’incertezza, non sanno seminare altro che sfiducia. E se il frutto della fede è la carità – come amava ripetere Madre Teresa di Calcutta – il frutto della sfiducia sono l’apatia e la rassegnazione. Sfiducia, apatia e rassegnazione: i demoni che cauterizzano e paralizzano l’anima del popolo credente.

La Quaresima è tempo prezioso per smascherare queste e altre tentazioni e lasciare che il nostro cuore torni a battere secondo il palpito del cuore di Gesù. Tutta questa liturgia è impregnata di tale sentimento e potremmo dire che esso riecheggia in tre parole che ci sono offerte per “riscaldare il cuore credente”: fermati, guarda e ritorna.

Fermati un poco, lascia questa agitazione e questo correre senza senso che riempie l’anima dell’amarezza di sentire che non si arriva mai da nessuna parte. Fermati, lascia questo obbligo di vivere in modo accelerato, che disperde, divide e finisce per distruggere il tempo della famiglia, il tempo dell’amicizia, il tempo dei figli, il tempo dei nonni, il tempo della gratuità… il tempo di Dio.

Fermati un poco davanti alla necessità di apparire ed essere visto da tutti, di stare continuamente “in vetrina”, che fa dimenticare il valore dell’intimità e del raccoglimento.

Fermati un poco davanti allo sguardo altero, al commento fugace e sprezzante che nasce dall’aver dimenticato la tenerezza, la pietà e il rispetto per l’incontro con gli altri, specialmente quelli vulnerabili, feriti e anche immersi nel peccato e nell’errore.

Fermati un poco davanti alla compulsione di voler controllare tutto, sapere tutto, devastare tutto, che nasce dall’aver dimenticato la gratitudine per il dono della vita e per tanto bene ricevuto.

Fermati un poco davanti al rumore assordante che atrofizza e stordisce i nostri orecchi e ci fa dimenticare la potenza feconda e creatrice del silenzio.

Fermati un poco davanti all’atteggiamento di fomentare sentimenti sterili, infecondi, che derivano dalla chiusura e dall’autocommiserazione e portano a dimenticare di andare incontro agli altri per condividere i pesi e le sofferenze.

Fermati davanti al vuoto di ciò che è istantaneo, momentaneo ed effimero, che ci priva delle radici, dei legami, del valore dei percorsi e di saperci sempre in cammino.

Fermati. Fermati per guardare e contemplare!

Guarda. Guarda i segni che impediscono di spegnere la carità, che mantengono viva la fiamma della fede e della speranza. Volti vivi della tenerezza e della bontà di Dio che opera in mezzo a noi.

Guarda il volto delle nostre famiglie che continuano a scommettere giorno per giorno, con grande sforzo per andare avanti nella vita e, tra tante carenze e strettezze, non tralasciano alcun tentativo per fare della loro casa una scuola di amore.

Guarda i volti, che ci interpellano, i volti dei nostri bambini e giovani carichi di futuro e di speranza, carichi di domani e di potenzialità che esigono dedizione e protezione. Germogli viventi dell’amore e della vita che sempre si fanno largo in mezzo ai nostri calcoli meschini ed egoistici.

Guarda i volti dei nostri anziani solcati dal passare del tempo: volti portatori della memoria viva della nostra gente. Volti della sapienza operante di Dio.

Guarda i volti dei nostri malati e di tanti che se ne fanno carico; volti che nella loro vulnerabilità e nel loro servizio ci ricordano che il valore di ogni persona non può mai essere ridotto a una questione di calcolo o di utilità.

Guarda i volti pentiti di tanti che cercano di rimediare ai propri errori e sbagli e, a partire dalle loro miserie e dai loro dolori, lottano per trasformare le situazioni e andare avanti.

Guarda e contempla il volto dell’Amore Crocifisso, che oggi dalla croce continua a essere portatore di speranza; mano tesa per coloro che si sentono crocifissi, che sperimentano nella propria vita il peso dei fallimenti, dei disinganni e delle delusioni.

Guarda e contempla il volto concreto di Cristo crocifisso, crocifisso per amore di tutti senza esclusione. Di tutti? Sì, di tutti. Guardare il suo volto è l’invito pieno di speranza di questo tempo di Quaresima per vincere i demoni della sfiducia, dell’apatia e della rassegnazione. Volto che ci invita ad esclamare: il Regno di Dio è possibile!

Fermati, guarda e ritorna. Ritorna alla casa di tuo Padre. Ritorna senza paura alle braccia desiderose e protese di tuo Padre ricco di misericordia che ti aspetta (cfr Ef 2,4)!

Ritorna! Senza paura: questo è il tempo opportuno per tornare a casa, alla casa del “Padre mio e Padre vostro” (cfr Gv 20,17). Questo è il tempo per lasciarsi toccare il cuore… Rimanere nella via del male è solo fonte di illusione e di tristezza. La vera vita è qualcosa di molto diverso, e il nostro cuore lo sa bene. Dio non si stanca né si stancherà di tendere la mano (cfr Bolla Misericordiae Vultus, 19).

Ritorna senza paura a sperimentare la tenerezza risanatrice e riconciliatrice di Dio! Lascia che il Signore guarisca le ferite del peccato e compia la profezia fatta ai nostri padri: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

Fermati, guarda, ritorna!

 

Udienza Generale del 14 febbraio 2018: La Santa Messa - 10. Liturgia della Parola. III. Credo e Preghiera universale

Mer, 14/02/2018 - 10:00

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 14 febbraio 2018

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Saluto ai malati in Aula Paolo VI

Grazie della visita. Vi do la benedizione a tutti. Io vado in piazza e voi potrete seguire da qui l’udienza in piazza. Dalla piazza vi vedranno, eh! Voi vedrete la piazza e la piazza vedrà voi. E questo è bello. Preghiamo un Ave Maria alla Madonna.

Recita Ave Maria

Benedizione

E pregate per me! Non dimenticatevi, eh! buona udienza. A dopo. Grazie!

 

CATECHESI DEL SANTO PADRE

 

La Santa Messa - 10. Liturgia della Parola. III. Credo e Preghiera universale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Buongiorno anche se la giornata è un po’ bruttina. Ma se l’anima è in gioia sempre è un buon giorno. Così, buongiorno! Oggi l’udienza si farà in due parti: un piccolo gruppo di ammalati è in aula, per il tempo e noi siamo qui. Ma noi vediamo loro e loro vedono noi nel maxischermo. Li salutiamo con un applauso.

Continuiamo con la Catechesi sulla Messa. L’ascolto delle Letture bibliche, prolungato nell’omelia, risponde a che cosa? Risponde a un diritto: il diritto spirituale del popolo di Dio a ricevere con abbondanza il tesoro della Parola di Dio (cfr Introduzione al Lezionario, 45). Ognuno di noi quando va a Messa ha il diritto di ricevere abbondantemente la Parola di Dio ben letta, ben detta e poi, ben spiegata nell’omelia. È un diritto! E quando la Parola di Dio non è ben letta, non è predicata con fervore dal diacono, dal sacerdote o dal vescovo si manca a un diritto dei fedeli. Noi abbiamo il diritto di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore parla per tutti, Pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella sua condizione di vita, età, situazione. Il Signore consola, chiama, suscita germogli di vita nuova e riconciliata. E questo per mezzo della sua Parola. La sua Parola bussa al cuore e cambia i cuori!

Perciò, dopo l’omelia, un tempo di silenzio permette di sedimentare nell’animo il seme ricevuto, affinché nascano propositi di adesione a ciò che lo Spirito ha suggerito a ciascuno. Il silenzio dopo l’omelia. Un bel silenzio si deve fare lì e ognuno deve pensare a quello che ha ascoltato.

Dopo questo silenzio, come continua la Messa? La personale risposta di fede si inserisce nella professione di fede della Chiesa, espressa nel “Credo”. Tutti noi recitiamo il “Credo” nella Messa. Recitato da tutta l’assemblea, il Simbolo manifesta la comune risposta a quanto insieme si è ascoltato dalla Parola di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 185-197). C’è un nesso vitale tra ascolto e fede. Sono uniti. Questa - la fede -, infatti, non nasce da fantasia di menti umane ma, come ricorda san Paolo, «viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). La fede si alimenta, dunque, con l’ascolto e conduce al Sacramento. Così, la recita del “Credo” fa sì che l’assemblea liturgica «torni a meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’Eucaristia» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 67).

Il Simbolo di fede vincola l’Eucaristia al Battesimo, ricevuto «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», e ci ricorda che i Sacramenti sono comprensibili alla luce della fede della Chiesa.

La risposta alla Parola di Dio accolta con fede si esprime poi nella supplica comune, denominata Preghiera universale, perché abbraccia le necessità della Chiesa e del mondo (cfr OGMR, 69-71; Introduzione al Lezionario, 30-31). Viene anche detta Preghiera dei fedeli.

I Padri del Vaticano II hanno voluto ripristinare questa preghiera dopo il Vangelo e l’omelia, specialmente nella domenica e nelle feste, affinché «con la partecipazione del popolo, si facciano preghiere per la santa Chiesa, per coloro che ci governano, per coloro che si trovano in varie necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo» (Cost. Sacrosanctum Concilium, 53; cfr 1 Tm 2,1-2). Pertanto, sotto la guida del sacerdote che introduce e conclude, «il popolo, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti» (OGMR, 69). E dopo le singole intenzioni, proposte dal diacono o da un lettore, l’assemblea unisce la sua voce invocando: «Ascoltaci, o Signore».

Ricordiamo, infatti, quanto ci ha detto il Signore Gesù: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7). “Ma noi non crediamo questo, perché abbiamo poca fede”. Ma se noi avessimo una fede – dice Gesù – come il grano di senape, avremmo ricevuto tutto. “Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. E in questo momento della preghiera universale dopo il Credo, è il momento di chiedere al Signore le cose più forti nella Messa, le cose di cui noi abbiamo bisogno, quello che vogliamo. “Vi sarà fatto”; in uno o nell’altro modo ma “Vi sarà fatto”. “Tutto è possibile a colui che crede”, ha detto il Signore. Che cosa ha risposto quell’uomo al quale il Signore si è rivolto per dire questa parola – tutto è possibile a quello che crede-? Ha detto: “Credo Signore. Aiuta la mia poca fede”. Anche noi possiamo dire: “Signore, io credo. Ma aiuta la mia poca fede”. E la preghiera dobbiamo farla con questo spirito di fede: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”. Le pretese di logiche mondane, invece, non decollano verso il Cielo, così come restano inascoltate le richieste autoreferenziali (cfr Gc 4,2-3). Le intenzioni per cui si invita il popolo fedele a pregare devono dar voce ai bisogni concreti della comunità ecclesiale e del mondo, evitando di ricorrere a formule convenzionali e miopi. La preghiera “universale”, che conclude la liturgia della Parola, ci esorta a fare nostro lo sguardo di Dio, che si prende cura di tutti i suoi figli.

Saluti:

J’accueille avec joie les pèlerins francophones, venant en particulier de France et de Belgique. Je salue les jeunes de Paris, de Saint-Cloud, d’Aix et de Périgueux. Aujourd’hui, nous commençons notre marche vers Pâques. Je vous invite à entrer dans ce temps de conversion en donnant plus de place dans vos vies à la prière et au partage avec les plus pauvres. A tous je souhaite un bon carême. Que Dieu vous bénisse !

[Accolgo con gioia i pellegrini francofoni, in particolare quelli provenienti dalla Francia e dal Belgio. Saluto i giovani di Parigi, Saint-Cloud, Aix e Périgueux. Oggi iniziamo il nostro cammino verso la Pasqua. Vi invito ad entrare in questo tempo di conversione, dando più spazio nelle vostre vite alla preghiera e alla condivisione con i più poveri. A tutti auguro una buona Quaresima. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Ash Wednesday Audience, particularly those from England, Ireland, China and the United States of America. I wish you and your families a holy and fruitful season of Lent, and I invoke upon you the grace and peace of Christ our Lord. May God bless you all!

[Saluto i pellegrini e i visitatori di lingua inglese presenti all’Udienza odierna del Mercoledì delle Ceneri, in modo speciale quelli provenienti da Inghilterra, Irlanda, Cina e Stati Uniti d’America. Auguro a voi e alle vostre famiglie, una Quaresima santa e feconda, e invoco su di voi la grazia e la pace di Cristo nostro Signore. Dio vi benedica tutti!]

Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Heute beginnt die Fastenzeit als eine Zeit der Gnade zur Vorbereitung auf Ostern, also auf die Begegnung mit dem auferstandenen Jesus. In diesen vierzig Tagen sind wir eingeladen, im Gebet, mit dem Fasten und den Werken der Liebe eins mit Christus zu werden. Dazu segne der Herr euch und eure Familien.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Oggi comincia la Quaresima, tempo di grazia per la preparazione alla Pasqua, cioè all’incontro con Gesù risorto. In questi quaranta giorni siamo invitati, con la preghiera, il digiuno e le opere di carità, a diventare sempre più una sola cosa con Cristo. Per questo, il Signore benedica voi e le vostre famiglie.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española provenientes de España y América Latina, y de modo particular saludo al grupo de peregrinos de Caravaca de la Cruz, con su Obispo Mons. José Manuel Lorca. Hoy, miércoles de Ceniza, al comenzar el tiempo de cuaresma, tiempo de gracia y de misericordia, le pedimos a la Virgen María que nos ayude a prepararnos para celebrar la pascua de Cristo con un corazón purificado. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

De coração saúdo os vários grupos de língua portuguesa, vindos do Brasil e de Portugal, salientando os numerosos fiéis da paróquia de Nossa Senhora do Resgate, os membros da Associação «Família Vida», e os alunos, os professores com os respetivos familiares do Colégio São Teotónio. Sobre vós e demais peregrinos de língua portuguesa, invoco a proteção da Virgem Maria. Que Ela vos tome pela mão durante os próximos quarenta dias, ajudando-vos a ficar mais parecidos com Jesus ressuscitado. Desejo-vos uma santa e frutuosa Quaresma!

[Di cuore saluto i diversi gruppi di lingua portoghese, venuti dal Brasile e dal Portogallo, con risalto per i numerosi fedeli della parrocchia di «Nossa Senhora do Resgate», i membri dell’Associazione «Família Vida», e gli alunni, i professori, con i rispettivi familiari, del Collegio «São Teotónio». Su di voi e su tutti gli altri pellegrini di lingua portoghese, invoco la protezione della Vergine Maria: Ella vi prenda per mano lungo i prossimi quaranta giorni, aiutandovi a diventare più simili a Gesù risorto. Vi auguro una Quaresima santa e ricca di frutti.]

أرحبّ بمودّة بالحجّاج الناطقين باللغة العربية، وخاصة بالقادمين من لبنان، ومن سوريا، ومن الشرق ‏الأوسط. إن إعلان قانون الإيمان يبيّن الإجابةَ المشتركةَ على ما سمعناه معًا من كلمة الله. لتنبع إذًا هذه ‏الإجابة من قلوبنا ولتتجسّد في حياتنااليومية. ليبارككم الربّ ‏‏جميعًا ‏ويحرسكم من الشرير‏‏!‏‏

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua araba, ‎in ‎‎‎particolare ‎a ‎quelli ‎provenienti dal Libano, dalla Siria e dal Medio Oriente. La professione di ‎fede manifesta la comune risposta a quanto insieme si è ascoltato dalla Parola di ‎Dio. Questa risposta venga dunque dai nostri cuori e si incarni nella nostra vita quotidiana. ‎‏Il ‎Signore ‎vi ‎benedica ‎tutti e vi protegga dal maligno!]

Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Dziś wchodzimy w okres Wielkiego Postu, czas wstrzemięźliwości, modlitwy i ofiarnej miłości. Gdy nasze głowy posypywane są popiołem, z wezwaniem „nawracajcie się i wierzcie w Ewangelię”, przygotujmy nasze serca do przeżywania tego czasu w jedności z cierpiącym Chrystusem, który przez swoją mękę i śmierć na krzyżu odkupił nas, abyśmy wolni od grzechu mogli mieć udział w świętości samego Boga. Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Oggi entriamo nella Quaresima, tempo di digiuno, di preghiera e di carità. Mentre le nostre fronti vengono segnate dalle ceneri con l’invito: “convertitevi e credete al Vangelo”, disponiamo i nostri cuori a vivere questo tempo nell’unione con Cristo sofferente, che con la sua passione e morte sulla croce ci ha redenti, affinché, liberi dal peccato, possiamo partecipare alla santità di Dio stesso. Vi benedico di cuore.]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

Saluto in particolare i partecipanti al Corso promosso dalla Congregazione per il Clero per i responsabili della formazione permanente del Clero in America Latina; i Missionari Claretiani; le Suore di San Paolo di Chartres e le Religiose Figlie di Gesù.

Saluto i ragazzi provenienti da Tezze sul Brenta; le parrocchie; i gruppi dei cresimati di Valbona e Lozzo Atestino e i cresimandi di Monselice e Arquà Petrarca. Saluto inoltre le Associazioni e gli Istituti scolastici, in particolare L’Arca di Legnano e il De Filippo di Roma. Vi esorto a ravvivare la vostra fede per essere testimoni dell’amore del Signore con concrete opere di carità.

Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi, Mercoledì delle Ceneri, inizia il cammino quaresimale. Cari giovani, vi auguro di vivere questo tempo di grazia come un ritorno all’amore del Padre, che attende tutti a braccia aperte. Cari ammalati, vi incoraggio ad offrire le vostre sofferenze per la conversione di quanti vivono lontani dalla fede; ed invito voi, cari sposi novelli, a costruire la vostra nuova famiglia sulla roccia dell’amore di Dio.

Parole del Santo Padre nel corso della Santa Messa a Casa Santa Marta (13 febbraio 2018)

Mar, 13/02/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

PAROLE DEL SANTO PADRE NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 13 febbraio 2018

 

Questa mattina, come di consueto, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa a Casa Santa Marta. Oggi, il Papa non ha tenuto un’omelia ma ha pronunciato delle brevi parole a spiegazione del significato della celebrazione odierna. Ha concelebrato con il Papa il Patriarca della Chiesa di Antiochia dei Greco-Melkiti, Youssef Absi. Al termine della Santa Messa, il Patriarca ha ringraziato il Santo Padre in francese e su invito del Papa hanno impartito insieme la benedizione finale.

Riportiamo di seguito le brevi parole che il Santo Padre ha rivolto nel corso della Messa e la traduzione in lingua italiana delle parole di ringraziamento del Patriarca al Papa:

Parole del Santo Padre

Questa Messa con il nostro fratello, patriarca Youssef, farà la apostolica communio: lui è padre di una Chiesa, di una Chiesa antichissima e viene ad abbracciare Pietro, a dire “io sono in comunione con Pietro”. Questo è quello che significa la cerimonia di oggi: l’abbraccio del padre di una Chiesa con Pietro. Una Chiesa ricca, con la propria teologia dentro la teologia cattolica, con la propria liturgia meravigliosa e con un popolo, in questo momento gran parte di questo popolo è crocifisso, come Gesù. Offriamo questa Messa per il popolo, per il popolo che soffre, per i cristiani perseguitati in Medio Oriente, che danno la vita, danno i beni, le proprietà perché sono cacciati via. E offriamo anche la Messa per il ministero del nostro fratello Youssef.

Ringraziamento del Patriarca al Santo Padre

Santità,

Vorrei ringraziarLa per questa bella Messa di comunione, a nome di tutto il Sinodo della nostra Chiesa greco-melkita cattolica. Personalmente, sono veramente commosso dalla Sua carità fraterna, dai gesti di fraternità, di solidarietà che ha dimostrato alla nostra Chiesa, nel corso di questa Messa. Le promettiamo di tenerLa sempre nei nostri cuori, nel cuore di noi tutti, clero e fedeli, e ricorderemo sempre questo evento, questi istanti storici, questo momento che non riesco a descrivere per quanto è bello: questa fraternità, questa comunione che lega tutti i discepoli di Cristo. Grazie, Santità.

Ai Partecipanti alla Giornata Mondiale di riflessione contro la Tratta di Persone (12 febbraio 2018)

Lun, 12/02/2018 - 12:15

PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA
IV GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA E RIFLESSIONE
CONTRO LA TRATTA DI PERSONE

Sala Clementina
Lunedì, 12 febbraio 2018

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1. Monday Joy [in inglese]

Santo Padre, Prima di tutto desideriamo ringraziarla per la sua incessante e benevola attenzione e preoccupazione per tutti i migranti e le vittime della tratta. Noi abbiamo sperimentato tante difficoltà e sofferenze prima di arrivare in Italia. Arrivati in Italia facciamo fatica ad integrarci e trovare un lavoro dignitoso è quasi impossibile. Vorrei farle una domanda: Lei pensa che il sorprendente silenzio sulle vicende di tratta sia dovuto all’ignoranza del fenomeno?

RISPOSTA

Sicuramente sul tema della tratta c’è molta ignoranza. Ma a volte pare ci sia anche poca volontà di comprendere la portata del problema. Perché? Perché tocca da vicino le nostre coscienze, perché è scabroso, perché ci fa vergognare. C’è poi chi, pur conoscendolo, non ne vuole parlare perché si trova alla fine della “filiera del consumo”, quale utilizzatore dei “servizi” che vengono offerti sulla strada o su internet. C’è, infine, chi non vuole che se ne parli, in quanto coinvolto direttamente nelle organizzazioni criminali che dalla tratta traggono lauti profitti. Sì, ci vuole coraggio ed onestà, «quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone».[1]

Il lavoro di sensibilizzazione deve cominciare da casa, da noi stessi, perché solo così saremo capaci poi di coscientizzare le nostre comunità, stimolandole ad impegnarsi affinché nessun essere umano sia più vittima della tratta.

Per i giovani questo pare un compito più facile, dato che sono meno strutturati nel pensiero, meno offuscati dai pregiudizi, più liberi di ragionare con la propria testa. La voce dei giovani, più entusiasta e spontanea, può rompere il silenzio per denunciare le nefandezze della tratta e proporre soluzioni concrete. Adulti che siano pronti ad ascoltare possono essere di grande aiuto.

Da parte mia, come avrete notato, non ho mai perso occasione per denunciare apertamente la tratta come un crimine contro l’umanità. E’ «una vera forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e che tocca le persone più vulnerabili della società: le donne e le ragazze, i bambini e le bambine, i disabili, i più poveri, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale».[2]

Ho anche detto che «occorre una presa di responsabilità comune e una più decisa volontà politica per riuscire a vincere su questo fronte. Responsabilità verso quanti sono caduti vittime della tratta, per tutelarne i diritti, per assicurare l’incolumità loro e dei familiari, per impedire che i corrotti e i criminali si sottraggono alla giustizia ed abbiano l’ultima parola sulle persone».[3]

2. Migliorini Silvia [Liceo di Via Dalmazia, Roma]

Santo Padre, tanti di noi giovani vogliamo comprendere meglio la tratta, le migrazioni e le loro cause. Sì, vogliamo impegnarci per rendere questo mondo più giusto. Ci piacerebbe affrontare temi come questo con i giovani della nostra società, anche utilizzando i social network, vista la loro notevole potenzialità di comunicazione. Caro Papa Francesco, nei gruppi parrocchiali, nei movimenti giovanili, nelle istituzioni educative cattoliche talvolta non ci sono spazi adeguati e sufficienti per affrontare questi temi. Inoltre, sarebbe bello che si organizzassero attività per promuovere l’integrazione sociale e culturale con coloro che sono vittime della tratta, affinché sia per loro più semplice superare il loro dramma e ricostruirsi una vita. Che cosa possiamo fare noi giovani? Che cosa può fare la Chiesa?

RISPOSTA

I giovani ricoprono una posizione privilegiata per incontrare i sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Andate nelle vostre parrocchie, in un’associazione vicino casa, incontrate le persone, ascoltatele. Da lì, cresceranno una risposta e un impegno concreti da parte vostra. Vedo infatti il rischio che questo diventi un problema astratto, ma non è astratto. Ci sono segni che potete imparare a “leggere”, che vi dicono: qui potrebbe esserci una vittima di tratta, uno schiavo. Abbiamo bisogno di promuovere la cultura dell’incontro che porta sempre in sé una ricchezza inaspettata e grandi sorprese. San Paolo ci dà un esempio: in Cristo, lo schiavo Onesimo non è più uno schiavo ma molto di più, è un fratello carissimo (cfr Filemone 1,16).

La speranza, voi giovani, la potete trovare in Cristo, e Lui lo potete incontrare anche nelle persone migranti, che sono fuggite da casa, e rimangono intrappolate nelle reti. Non abbiate paura di incontrarle. Aprite il vostro cuore, fatele entrare, siate pronti a cambiare. L’incontro con l’altro porta naturalmente a un cambiamento, ma non bisogna avere paura di questo cambiamento. Sarà sempre per il meglio. Ricordate le parole del profeta Isaia: “Allarga la tua tenda” (cfr 54,2).

La Chiesa deve promuovere e creare spazi di incontro, per questo motivo ho chiesto di aprire le parrocchie all’accoglienza. Bisogna riconoscere il grande impegno in risposta al mio appello, grazie! Chiedo a voi qui presenti oggi di operare a favore dell’apertura all’altro, soprattutto quando è ferito nella propria dignità. Fatevi promotori di iniziative che le vostre parrocchie possano ospitare. Aiutate la Chiesa a creare spazi di condivisione di esperienze e integrazione di fede e di vita.

Anche i social network rappresentano, soprattutto per i ragazzi, un’opportunità di incontro che può apparire sconfinata: internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio. Tuttavia per ogni strumento che ci viene offerto, è fondamentale la scelta che l’uomo decide di farne. L'ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Non bisogna sottovalutare i rischi insiti in alcuni di questi spazi virtuali; attraverso la rete tanti giovani vengono adescati e trascinati in una schiavitù dalla quale poi diventa oltre le proprie capacità liberarsi. In questo ambito gli adulti, genitori ed educatori – anche i fratelli e cugini un po’ più grandi – sono chiamati al compito di sorvegliare e proteggere i ragazzi. Voi dovete fare lo stesso con i vostri parenti e compagni, percepire e segnalare vulnerabilità particolari, casi sospetti sui quali si debba far luce.

Usate dunque la rete per condividere un racconto positivo delle vostre esperienze di incontro con i nostri fratelli nel mondo, raccontate e condividete le buone pratiche e innescate un circolo virtuoso.

3. Outuru Faith [in inglese]

Santo Padre, sono una delle tante giovani provenienti da un Paese lontano, con cultura diversa, con condizioni di vita e esperienza di Chiesa diverse. Adesso sono qui e desidero costruire qui il mio futuro. Ma penso al mio paese, a tanti giovani che vengono illusi con false promesse, ingannati, schiavizzati, prostituiti. Come potremmo aiutare questi giovani a non cadere nella trappola delle illusioni e nelle mani dei trafficanti?

RISPOSTA

Come tu hai detto, bisogna fare in modo che i giovani non cadano “nelle mani dei trafficanti”. E com’è orribile rendersi conto che molte delle giovani vittime sono state prima abbandonate dalle loro famiglie, considerate come scarto dalla loro società! Molti poi sono stati indotti alla tratta dai loro stessi parenti e dai cosiddetti amici. È accaduto anche nella Bibbia: ricordate che i fratelli maggiori vendettero il giovane Giuseppe come schiavo, e così fu portato schiavo in Egitto!

Anche in condizioni di estremo disagio, l’educazione si rivela importante. Essa è strumento di protezione contro la tratta, infatti aiuta a identificare i pericoli e a schivare le illusioni. Un sano ambiente scolastico, come un sano ambiente parrocchiale, consente ai giovani di denunciare i trafficanti senza vergogna e di diventare portatori dei giusti messaggi per altri giovani, affinché non finiscano nella stessa trappola.

Tutti coloro che sono stati vittime di tratta sono fonte inesauribile di supporto per le nuove vittime e importantissime risorse informative per salvare molti altri giovani. Sono spesso false notizie, pervenute tramite passaparola o filtrate dai social media, che intrappolano gli innocenti. I giovani che hanno incontrato la criminalità organizzata possono giocare un ruolo chiave nel descriverne i pericoli. I trafficanti sono spesso persone senza scrupoli, senza morale né etica che vivono sulle disgrazie altrui, approfittando delle emozioni umane e della disperazione della gente per soggiogarla al loro volere, rendendola schiava e succube. Basti pensare quante donne africane giovanissime arrivano sulle nostre coste sperando di iniziare una vita migliore, pensando di guadagnarsi da vivere onestamente, e vengono invece rese schiave, obbligate a prostituirsi.

Per i giovani è fondamentale costruire passo dopo passo la propria identità e avere un punto di riferimento, un faro-guida. La Chiesa da sempre vuole essere al fianco delle persone che soffrono, in particolare dei bambini e dei giovani, proteggendoli e promuovendo il loro sviluppo umano integrale. I minori sono spesso “invisibili”, soggetti a pericoli e minacce, soli e manipolabili; vogliamo, anche nelle realtà più precarie, essere il vostro faro di speranza e supporto, perché Dio è sempre con voi.

«Il coraggio e la speranza sono doti di tutti ma in particolare si addicono ai giovani: coraggio e speranza. Il futuro certamente è nelle mani di Dio, le mani di un Padre provvidente. Questo non significa negare le difficoltà e i problemi, ma vederli, questi sì, come provvisori e superabili. Le difficoltà, le crisi, con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti possono essere superate, vinte, trasformate».

4. Rossi Antonio Maria [Liceo di Via Dalmazia, Roma]

Santo Padre, noi giovani italiani ci confrontiamo con un contesto segnato ogni giorno di più dalla pluralità di culture e religioni. Si tratta di una sfida aperta. Spesso la mancanza di rispetto per il diverso, la cultura dello scarto e la corruzione, dalle quali scaturisce la tratta, sembrano normali. Papa Francesco, per favore, continui ad incoraggiare i nostri governanti affinché contrastino la corruzione, la vendita di armi e la cultura dello scarto; incoraggi anche tutti i leader religiosi a garantire spazi dove le diverse culture e religioni possano conoscersi e valorizzarsi mutuamente, così che tutti condividano la medesima spiritualità di accoglienza. Vorrei chiederle, Santo Padre: cosa possiamo fare noi qui, affinché sparisca definitivamente la piaga della tratta?

RISPOSTA

Quando i Paesi sono in preda a povertà estrema, violenza e corruzione, l’economia, il quadro normativo e le infrastrutture di base sono inefficienti e non riescono a garantire sicurezza, beni e diritti essenziali. In tali contesti, gli autori di questi crimini agiscono impunemente. La criminalità organizzata e il traffico illegale di droghe e di esseri umani scelgono le prede tra le persone che oggi hanno scarsi mezzi di sussistenza e ancor meno speranze per il domani.

La risposta è quindi creare opportunità per uno sviluppo umano integrale, iniziando con un’istruzione di qualità fin dalla prima infanzia, creando successivamente opportunità di crescita attraverso l’occupazione. Queste due modalità di crescita, nelle diverse fasi della vita, rappresentano gli antidoti alla vulnerabilità e alla tratta.

Quella che ho più volte indicato come “la cultura dello scarto” è alla base di comportamenti che, nel mercato e nel mondo globalizzato, portano allo sfruttamento degli esseri umani, a tutti i livelli. «La povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità».[4]

Alcuni Stati promuovono, all’interno della comunità internazionale, una politica particolarmente aspra nel voler sconfiggere il traffico di esseri umani; tale atteggiamento è di per sé fuorviante perché, a causa di interessi economici retrostanti, non si vogliono affrontare le cause profonde. Inoltre non sempre la posizione a livello internazionale è coerente con le politiche interne. Spero davvero che possiate inviare un messaggio ai leader ad ogni livello di governo, del mondo degli affari e della società, chiedendo l’accesso a un’istruzione di qualità e quindi a un’occupazione giusta e sostenibile.

Una strategia che comprenda una maggiore conoscenza del tema della tratta, a partire da una terminologia chiara e da testimonianze concrete dei protagonisti, può essere certamente di aiuto. La consapevolezza reale sul tema investe tuttavia l’attenzione alla “domanda di tratta” che sta dietro l’offerta (filiera del consumo); siamo tutti chiamati a uscire dall’ipocrisia e affrontare l’idea di essere parte del problema piuttosto che girarci dall’altra parte proclamando la nostra innocenza.

Lasciatemelo dire, se ci sono tante ragazze vittime della tratta che finiscono sulle strade delle nostre città, è perché molti uomini qui – giovani, di mezza età, anziani – richiedono questi servizi e sono disposti a pagare per il loro piacere. Mi chiedo allora, sono davvero i trafficanti la causa principale della tratta? Io credo che la causa principale sia l’egoismo senza scrupoli di tante persone ipocrite del nostro mondo. Certo, arrestare i trafficanti è un dovere di giustizia. Ma la vera soluzione è la conversione dei cuori, il taglio della domanda per prosciugare il mercato.

5. Savini Maria Magdalene

Papa Francesco, in un Suo messaggio rivolto ai sindaci di grandi città riuniti in Vaticano, Lei ha detto che «per essere davvero efficace, l’impegno comune per la costruzione di una coscienza ecologica e per il contrasto alle schiavitù moderne – traffico di esseri umani e di organi, prostituzione, lavoro nero – deve partire dalle periferie».[5] Anche noi giovani ci troviamo spesso nella periferia e soffriamo l’esclusione, l’insicurezza per non aver lavoro e accesso all’educazione di qualità, per vivere in situazioni di guerra, di violenza, per essere obbligati a lasciare le nostre terre, per appartenere a minoranze etniche e religiose. Soprattutto noi donne siamo penalizzate e principali vittime. Quale spazio sarà dato nel Sinodo dei Giovani alle giovani e ai giovani che provengono dalle periferie dell’emarginazione provocata da un modello di sviluppo ormai superato, che continua a produrre degrado umano? Come fare in modo che siano queste ragazze e ragazzi i protagonisti di cambiamento nella società e nella Chiesa?

RISPOSTA

Desidero, per coloro che sono i testimoni reali dei rischi della tratta nei propri Paesi di origine, che possano trovare nel Sinodo un luogo per esprimere sé stessi, dalla quale richiamare la Chiesa all’azione. Perciò, è mio grande desiderio che giovani rappresentanti delle “periferie” siano protagonisti di questo Sinodo. Auspico che possano vedere il Sinodo come un luogo per lanciare un messaggio ai governanti dei paesi di provenienza e di arrivo per richiedere protezione e sostegno. Mi auguro che questi giovani lancino un messaggio globale per una mobilitazione giovanile mondiale, per costruire insieme una casa comune inclusiva e accogliente. Mi auguro che si facciano esempio di speranza per chi attraversa il dramma esistenziale dello sconforto.

La Chiesa Cattolica intende intervenire in ogni fase della tratta degli esseri umani: vuole proteggerli dall’inganno e dall’adescamento; vuole trovarli e liberarli quando vengano trasportati e ridotti in schiavitù; vuole assisterli una volta liberati. Spesso le persone che sono state intrappolate e maltrattate perdono la capacità di fidarsi degli altri, e la Chiesa risulta essere spesso l’ultima ancora di salvezza.

E’ assolutamente importante rispondere in modo concreto alle vulnerabilità di coloro che sono a rischio, per poi accompagnare il processo di liberazione cominciando a mettere in salvo le loro vite. I gruppi ecclesiali possono aprire spazi di sicurezza laddove necessario, nei luoghi di reclutamento, sulle rotte del traffico e nei Paesi di arrivo. La mia speranza è che il Sinodo sia anche un’opportunità per le Chiese locali di imparare a lavorare insieme e diventare “una rete di salvezza”.

Vorrei infine concludere citando Santa Josefina Bakhita. Questa grande Sudanese «è anche oggi testimone esemplare di speranza per le numerose vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di tutti coloro che si dedicano alla lotta contro questa “piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo”».[6] Possa ispirarci a realizzare gesti di fratellanza con coloro che si trovano in uno stato di sottomissione. A lasciarci interpellare, a lasciarci invitare all’incontro.

Preghiamo:

Santa Giuseppina Bakhita, da bambina sei stata venduta come schiava
e hai dovuto affrontare difficoltà e sofferenze indicibili.
Una volta liberata dalla tua schiavitù fisica,
hai trovato la vera redenzione nell’incontro con Cristo e la sua Chiesa.
Santa Giuseppina Bakhita, aiuta tutti quelli
che sono intrappolati nella schiavitù.
A nome loro, intercedi presso il Dio della Misericordia,
in modo che le catene della loro prigionia possano essere spezzate.
Possa Dio stesso liberare tutti coloro che sono stati minacciati,
feriti o maltrattati dalla tratta e dal traffico di esseri umani.
Porta sollievo a coloro che sopravvivono a questa schiavitù
e insegna loro a vedere Gesù come modello di fede e speranza,
così che possano guarire le proprie ferite.
Ti supplichiamo di pregare e intercedere per tutti noi:
affinché non cadiamo nell’indifferenza,
affinché apriamo gli occhi e possiamo guardare
le miserie e le ferite di tanti fratelli e sorelle
privati ​​della loro dignità e della loro libertà
e ascoltare il loro grido di aiuto.

Amen.

 

 

[1] Messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale della Pace 2015, "Non più schiavi, ma fratelli", n. 6.

[2] Discorso ad un gruppo di nuovi ambasciatori in occasione della presentazione delle lettere credenziali, 12 dicembre 2013.

[3] Ibid.

[4] Catechesi, Udienza Generale del 5 giugno 2013.

[5] Discorso ai partecipanti al Workshop “Modern slavery and climate change: the commitment of the cities”, promosso dalle Pontificie Accademie delle scienze e delle scienze sociali, 21 luglio 2015.

[6] Messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale della Pace 2015, "Non più schiavi, ma fratelli", n. 6.

 

Ai Membri del Sinodo Greco-Melkita (12 febbraio 2018)

Lun, 12/02/2018 - 11:45

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DEL SINODO GRECO-MELKITA

Lunedì, 12 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Beatitudine, cari Fratelli nell’Episcopato,

Vi ringrazio per la vostra visita. La felice occasione è data dalla manifestazione pubblica della Comunione Ecclesiastica, che avrà luogo domani mattina durante la Celebrazione eucaristica e che ho già avuto modo di accordare a Vostra Beatitudine nella Lettera del 22 giugno scorso, dopo la Sua elezione a Patriarca, Pater et Caput, da parte del Sinodo dei Vescovi.

Allora, come oggi, caro Fratello, Le assicuro la mia costante vicinanza nella preghiera: che il Signore Risorto Le sia vicino e La accompagni nella missione affidataLe. È una preghiera che non può essere dissociata da quella per l’amata Siria e per tutto il Medio Oriente, regione nella quale la vostra Chiesa è profondamente radicata e svolge un prezioso servizio per il bene del Popolo di Dio. Una presenza, la vostra, che non si limita al Medio Oriente, ma si estende, ormai da molti anni, a quei Paesi nei quali tanti fedeli greco-melkiti si sono trasferiti in cerca di una vita migliore. Anche a questi fedeli in diaspora e ai loro Pastori vanno la mia preghiera e il mio affettuoso ricordo.

In questo difficile periodo storico tante comunità cristiane in Medio Oriente sono chiamate a vivere la fede nel Signore Gesù in mezzo a molte prove. Auspico vivamente che, con la loro testimonianza di vita, i Vescovi e i sacerdoti greco-melkiti possano incoraggiare i fedeli a rimanere nella terra dove la Provvidenza divina ha voluto che nascessero. Nella menzionata Lettera di giugno ricordavo che «mai come in questi momenti i Pastori sono chiamati a manifestare, davanti al popolo di Dio che soffre, comunione, unità, vicinanza, solidarietà, trasparenza e testimonianza». Vi invito fraternamente a proseguire su questa strada. Come sapete, ho indetto, per il 23 di questo mese, una giornata di preghiera e digiuno per la pace. In quella occasione non mancherò di ricordare, in maniera speciale, la Siria, colpita in questi ultimi anni da sofferenze indicibili.

Giungete pellegrini a Roma, presso la tomba dell’Apostolo Pietro, a conclusione della vostra ultima Assise sinodale, che si è svolta in Libano nei primi giorni del mese. Si tratta sempre di un momento fondamentale, di cammino comune, durante il quale Patriarca e Vescovi sono chiamati a prendere decisioni importanti per il bene dei fedeli, anche attraverso l’elezione dei nuovi Vescovi, di Pastori che siano testimoni del Risorto. Pastori che, come fece il Signore con i suoi discepoli, rianimino i cuori dei fedeli, stando loro vicini, consolandoli, scendendo verso di loro e verso i loro bisogni; Pastori che, al tempo stesso, li accompagnino verso l’alto, a “cercare le cose di lassù, dov’è Cristo, non quelle della terra” (cfr Col 3,1-2). Abbiamo tanto bisogno di Pastori che abbraccino la vita con l’ampiezza del cuore di Dio, senza adagiarsi nelle soddisfazioni terrene, senza accontentarsi di mandare avanti quello che già c’è, ma puntando sempre in alto; Pastori portatori dell’Alto, liberi dalla tentazione di mantenersi “a bassa quota”, svincolati dalle misure ristrette di una vita tiepida e abitudinaria; Pastori poveri, non attaccati al denaro e al lusso, in mezzo a un popolo povero che soffre; annunciatori coerenti della speranza pasquale, in perenne cammino con i fratelli e le sorelle. Mentre sono lieto di accordare l’Assenso Pontificio ai Vescovi da voi eletti, vorrei poter toccare con mano la grandezza di questi orizzonti.

Beatitudine, Eccellenze, rinnovo di cuore la mia gratitudine per la vostra fraterna visita. Quando farete ritorno alle vostre Sedi e incontrerete i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli, ricordate loro che sono nel cuore e nella preghiera del Papa. La Tutta Santa Madre di Dio, Regina della pace, vi custodisca e vi protegga. E mentre ho la gioia di dare a voi e alle vostre comunità la mia Benedizione, vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio <i>Imparare a congedarsi</i> con cui si regola la rinuncia, a motivo dell’età, dei titolari di alcuni uffici di nomina pontificia (12 febbraio 2018)

Lun, 12/02/2018 - 08:00

LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO

“IMPARARE A CONGEDARSI”

CON CUI SI REGOLA LA RINUNCIA, A MOTIVO DELL’ETÀ,
DEI TITOLARI DI ALCUNI UFFICI DI NOMINA PONTIFICIA

 

“Imparare a congedarsi”, è quello che ho chiesto, commentando una lettura degli Atti degli Apostoli (cfr 20,17-27), in una preghiera per i Pastori (cfr Omelia nella Messa a S. Marta, 30 maggio 2017). La conclusione di un ufficio ecclesiale deve essere considerata parte integrante del servizio stesso, in quanto richiede una nuova forma di disponibilità.

Questo atteggiamento interiore è necessario sia quando, per ragioni di età, ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico, sia quando venga chiesto di continuare quel servizio per un periodo più lungo, pur essendo stata raggiunta l’età di settantacinque anni (cfr Discorso ai Rettori e agli Alunni dei Pontifici Collegi e Convitti di Roma, 12 maggio 2014).

Chi si prepara a presentare la rinuncia ha bisogno di prepararsi adeguatamente davanti a Dio, spogliandosi dei desideri di potere e della pretesa di essere indispensabile. Questo permetterà di attraversare con pace e fiducia tale momento, che altrimenti potrebbe essere doloroso e conflittuale. Allo stesso tempo, chi assume nella verità questa necessità di congedarsi, deve discernere nella preghiera come vivere la tappa che sta per iniziare, elaborando un nuovo progetto di vita, segnato per quanto è possibile da austerità, umiltà, preghiera di intercessione, tempo dedicato alla lettura e disponibilità a fornire semplici servizi pastorali.

D’altra parte, se eccezionalmente viene chiesto di continuare il servizio per un periodo più lungo, ciò implica abbandonare, con generosità, il proprio nuovo progetto personale. Questa situazione, però, non dev’essere considerata un privilegio, o un trionfo personale, o un favore dovuto a presunti obblighi derivati dall’amicizia o dalla vicinanza, né come gratitudine per l’efficacia dei servizi forniti. Ogni eventuale proroga si può comprendere solo per taluni motivi sempre legati al bene comune ecclesiale. Questa decisione pontificia non è un atto automatico ma un atto di governo; di conseguenza implica la virtù della prudenza che aiuterà, attraverso un adeguato discernimento, a prendere la decisione appropriata.

Cito solo come esempio alcune delle possibili ragioni: l’importanza di completare adeguatamente un progetto molto proficuo per la Chiesa; la convenienza di assicurare la continuità di opere importanti; alcune difficoltà legate alla composizione del Dicastero in un periodo di transizione; l’importanza del contributo che tale persona può apportare all’applicazione di direttive recentemente emesse dalla Santa Sede oppure alla recezione di nuovi orientamenti magisteriali.

Con le disposizioni sulla rinuncia dei Vescovi diocesani e dei titolari degli uffici di nomina pontificia, contenute nel Rescriptum ex audientia del 3 novembre 2014, concesso al Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, ho voluto integrare la legislazione canonica e predisporre alcune modifiche, che confermo integralmente, ad eccezione delle parti che sono esplicitamente riformate dalle seguenti disposizioni.

Dato il generoso impegno dimostrato e la preziosa esperienza accumulata da coloro che hanno esercitato per diversi anni alcuni incarichi di particolare responsabilità, sia nelle Chiese particolari che nella Curia Romana o nelle Rappresentanze Pontificie, mi sono reso conto della necessità di un’attualizzazione delle norme circa i tempi e le modalità di rinuncia all’ufficio per raggiunti limiti d’età. Dopo aver effettuato le necessarie consultazioni, ritengo necessario procedere in questo senso:

a. stabilire qualche chiarificazione dell’art. 2 del citato Rescriptum, relativo ai Vescovi diocesani, ai Vescovi Coadiutori e Ausiliari (cfr c. 401-402 e 411 CIC e 210-211, 218, 213 CCEO);

b. modificare le norme canoniche riguardanti la rinuncia all’ufficio per motivi di età, da parte dei Capi Dicastero non Cardinali e dei Prelati Superiori della Curia Romana (cfr Cost. ap. Pastor Bonus, 28 giugno 1980, art. 5 § 2: AAS 80 [1988], 860; Regolamento Generale della Curia Romana, 1999, art. 3; Rescriptum ex audientia, 3 novembre 2014, art. 7), dei Vescovi che svolgono altri uffici di nomina pontificia (cfr Rescriptum ex audientia, 3 novembre 2014, art. 7) e dei Rappresentanti Pontifici (cfr c. 367 CIC; Regolamento Generale della Curia Romana, 1999, art. 8, § 2.; Regolamento per le Rappresentanze Pontificie, 2003, art 20, § 1).

Con il presente Motu Proprio stabilisco:

Art. 1. Al compimento dei settantacinque anni di età, i Vescovi diocesani ed eparchiali, e quanti sono loro equiparati dai canoni 381 § 2 CIC e 313 CCEO, come pure i Vescovi coadiutori e ausiliari o titolari con speciali incarichi pastorali, sono invitati a presentare al Sommo Pontefice la rinuncia al loro ufficio pastorale.

Art. 2. Compiuti i settantacinque anni, i Capi Dicastero della Curia Romana non Cardinali, i Prelati Superiori della Curia Romana e i Vescovi che svolgono altri uffici alle dipendenze della Santa Sede, non cessano ipso facto dal loro ufficio, ma devono presentare la rinuncia al Sommo Pontefice.

Art. 3. Allo stesso modo, i Rappresentanti Pontifici non cessano ipso facto dal loro ufficio al compimento dei settantacinque anni di età, main tale circostanza devono presentare la rinuncia al Sommo Pontefice.

Art. 4. Per essere efficace, la rinuncia di cui agli articoli 1-3 dev’essere accettata dal Sommo Pontefice, che deciderà valutando le circostanze concrete.

Art. 5. Una volta presentata la rinuncia, l’ufficio di cui agli articoli 1-3 è considerato prorogato fino a quando non sia comunicata all’interessato l’accettazione della rinuncia o la proroga, per un tempo determinato o indeterminato, contrariamente a quanto in termini generali stabiliscono i canoni 189 § 3 CIC e 970 § 1 CCEO.

Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera apostolica in forma di Motu proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione sul quotidiano “L’Osservatore Romano”, entrando in vigore il giorno stesso della promulgazione e che, successivamente, sia pubblicata nel Commentario ufficiale Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 12 febbraio 2018, quinto del mio Pontificato.

 

Francesco

Pazienza, non rassegnazione (12 febbraio 2018)

Lun, 12/02/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Pazienza, non rassegnazione

Lunedì, 12 febbraio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

«I nostri fratelli perseguitati nel Medio Oriente, cacciati via per essere cristiani — e loro ci tengono a essere cristiani — sono “entrati in pazienza” come il Signore» nella momento della sua passione: con questo pensiero a quanti stanno vivendo sulla loro pelle il dramma della persecuzione il Papa ha celebrato lunedì mattina, 12 febbraio, la messa a Santa Marta. Un pensiero accompagnato da un consiglio spirituale molto pratico: vivere «la perfetta letizia». Perché quando si cede all’impazienza e si alza la voce, bisogna ricordare piuttosto la «pazienza che Dio ha con noi»; o pensare a quei «genitori che accolgono figli disabili o malati con una pazienza» che è esattamente il contrario della «rassegnazione».

«L’apostolo Giacomo ci dice che è “perfetta letizia” quando subiamo ogni sorta di prove» ha fatto subito presente Francesco riferendosi, appunto, al passo della lettera di Giacomo (1, 1.11): «Sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. Se qualcuno di voi è privo di sapienza — e si capisce di pazienza, pure — la domandi a Dio».

Per Giacomo, ha affermato il Papa, «perfetta letizia» è «quando subite ogni sorta di prove». E, ha rilanciato il Pontefice, «l’apostolo ripete l’ultima delle beatitudini nell’elenco di Matteo: “Beati voi quando vi insulteranno, quando vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di cose contro di voi per causa mia”. Beati. “Beati voi”». Dunque, «“perfetta letizia quanto subite ogni sorta di prove”, sapendo che quella fede, nella prova, produce pazienza».

«Non è facile capire — ha riconosciuto il Papa — cosa sia la pazienza, cosa sia essere paziente nella vita, cosa significa essere paziente davanti alle prove: possiamo dire che la pazienza non è un atteggiamento degli sconfitti, la pazienza cristiana non va per la strada della sconfitta, è un’altra cosa». Perciò, ha spiegato Francesco, «quelli che pensano che avere pazienza è portare nella vita una sconfitta sbagliano e invece di pazienza hanno rassegnazione». E magari dicono: «nella lotteria della vita mi è capitato questo e lo porto avanti». Ma «questa non è pazienza, questa è rassegnazione» ha insistito il Pontefice. E «della rassegnazione non parla l’apostolo, parla della pazienza».

«La pazienza è una virtù della gente che è in cammino, non di quelli che sono chiusi, fermi» ha fatto notare il Papa. E «quando si va in cammino capitano tante cose che non sempre sono buone: a me dice tanto sulla pazienza come virtù in cammino l’atteggiamento dei genitori quando viene un figlio ammalato o disabile, nasce così», ed essi dicono «“Ma grazie a Dio che è vivo!”: questi sono i pazienti». E «portano tutta la vita quel figlio con amore, fino alla fine: non è facile portare per anni e anni e anni un figlio disabile, un figlio ammalato; ma la gioia di avere quel figlio dà loro la forza di portare avanti. E questo è pazienza, non è rassegnazione: cioè, è la virtù che viene quando uno è in cammino».

«Nella sua etimologia — ha spiegato Francesco — la parola significa “portare su”, “portare sulle spalle”». Un atteggiamento che «stanca, è vero: ma il paziente porta su, non lascia il problema, non lascia il limite, non lascia la sofferenza, la porta su» e lo fa anche «con gioia, letizia, “perfetta letizia” dice l’apostolo».

Pazienza, dunque, «significa “portare su” e non affidare a un altro che porti il problema, che porti la difficoltà: “La porto io, questa è la mia difficoltà, è il mio problema. Mi fa soffrire? Eh, certo! Ma lo porto”». Pazienza è perciò «portare su».

E «pazienza — ha proseguito il Pontefice nella sua meditazione — è anche la sapienza di saper dialogare con il limite: ci sono tanti limiti nella vita ma l’impaziente non li vuole, li ignora perché non sa dialogare con i limiti». Forse «c’è qualche fantasia di onnipotenza o di pigrizia, non sappiamo». Invece «il paziente sa dialogare con i limiti: la pazienza è una beatitudine, è la virtù di quelli che camminano, non dei fermi o chiusi; è sopportare, portare sulle spalle le cose non piacevoli della vita, anche le prove; è capacità di dialogare con i limiti».

«La pazienza non è un consiglio che dà l’apostolo a noi cristiani» ha detto ancora il Pontefice. «Se noi guardiamo la storia della salvezza — ha spiegato — possiamo vedere la pazienza di Dio, di Dio Padre, nostro Padre: quanta pazienza con questo popolo testardo, con questo popolo che non sapeva riconoscere le cose buone e che, quando si annoiava, dimenticava Dio e faceva un idolo e andava da una parte all’altra». Ma «il Signore con pazienza lo condusse, lo portò avanti». E «possiamo anche fare il paragone», ha rilanciato Francesco, con «la pazienza che Dio ha con me, ognuno di noi: la pazienza di Dio nell’accompagnare, nell’aspettare i tempi».

«Ci farà bene pensare che noi abbiamo un Padre che è paziente con noi» ha suggerito il Papa. E «poi questo Dio, alla fine, invia suo Figlio per “entrare in pazienza”: Gesù “entra in pazienza”, soprattutto nella passione». Nel suo Vangelo, «Luca dice che il Signore andò decisamente verso Gerusalemme: la decisione di prendere la missione, “entrò in pazienza”: patì». Certamente, ha riconosciuto Francesco, «non è facile “entrare in pazienza”. E qui penso ai nostri fratelli perseguitati nel Medio oriente, cacciati via per essere cristiani e loro ci tengono a essere cristiani: sono “entrati in pazienza” come il Signore è “entrato in pazienza».

«Con queste idee — ha concluso il Pontefice — forse possiamo oggi pregare per il nostro popolo: “Signore, dà al tuo popolo pazienza per portare su le prove”». E «anche pregare per noi: tante volte siamo impazienti, quando una cosa non va, sgridiamo». Ma ecco il suggerimento di Francesco: «Fermati un po’, pensa alla pazienza di Dio Padre, “entra in pazienza” come Gesù». Per questo è necessario chiedere al Signore la pazienza che «è una bella virtù».

Angelus, 11 febbraio 2018, Beata Maria Vergine di Lourdes

Dom, 11/02/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 11 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In queste domeniche il Vangelo, secondo il racconto di Marco, ci presenta Gesù che guarisce i malati di ogni tipo. In tale contesto si colloca bene la Giornata Mondiale del Malato, che ricorre proprio oggi, 11 febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes. Perciò, con lo sguardo del cuore rivolto alla grotta di Massabielle, contempliamo Gesù come vero medico dei corpi e delle anime, che Dio Padre ha mandato nel mondo per guarire l’umanità, segnata dal peccato e dalle sue conseguenze.

L’odierna pagina evangelica (cfr Mc 1,40-45) ci presenta la guarigione di un uomo malato di lebbra, una patologia che nell’Antico Testamento veniva considerata una grave impurità e comportava la separazione del lebbroso dalla comunità: vivevano da soli. La sua condizione era veramente penosa, perché la mentalità del tempo lo faceva sentire impuro anche davanti a Dio non solo davanti agli uomini. Anche davanti a Dio. Perciò il lebbroso del Vangelo supplica Gesù con queste parole: «Se vuoi, puoi purificarmi!» (v. 40).

All’udire ciò, Gesù sente compassione (cfr v. 41). È molto importante fissare l’attenzione su questa risonanza interiore di Gesù, come abbiamo fatto a lungo durante il Giubileo della Misericordia. Non si capisce l’opera di Cristo, non si capisce Cristo stesso, se non si entra nel suo cuore pieno di compassione e di misericordia. E’ questa che lo spinge a stendere la mano verso quell’uomo malato di lebbra, a toccarlo e a dirgli: «Lo voglio, sii purificato!» (v. 40). Il fatto più sconvolgente è che Gesù tocca il lebbroso, perché ciò era assolutamente vietato dalla legge mosaica. Toccare un lebbroso significava essere contagiati anche dentro, nello spirito, cioè diventare impuri. Ma in questo caso l’influsso non va dal lebbroso a Gesù per trasmettere il contagio, bensì da Gesù al lebbroso per donargli la purificazione. In questa guarigione noi ammiriamo, oltre alla compassione, la misericordia, anche l’audacia di Gesù, che non si preoccupa né del contagio né delle prescrizioni, ma è mosso solo dalla volontà di liberare quell’uomo dalla maledizione che lo opprime.

Fratelli e sorelle, nessuna malattia è causa di impurità: la malattia certamente coinvolge tutta la persona, ma in nessun modo intacca o impedisce il suo rapporto con Dio. Anzi, una persona malata può essere ancora più unita a Dio. Invece il peccato, quello sì che ci rende impuri! L’egoismo, la superbia, l’entrare nel mondo della corruzione, queste sono malattie del cuore da cui c’è bisogno di essere purificati, rivolgendosi a Gesù come il lebbroso: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

E adesso, facciamo un attimo di silenzio, e ognuno di noi – tutti voi, io, tutti – può pensare al suo cuore, guardare dentro di sé, e vedere le proprie impurità, i propri peccati. E ognuno di noi, in silenzio, ma con la voce del cuore dire a Gesù: “Se vuoi, puoi purificarmi”. Lo facciamo tutti in silenzio.

“Se vuoi, puoi purificarmi”.

“Se vuoi, puoi purificarmi”.

E ogni volta che ci accostiamo al sacramento della Riconciliazione con cuore pentito, il Signore ripete anche a noi: «Lo voglio, sii purificato!». Quanta gioia c’è in questo! Così la lebbra del peccato scompare, ritorniamo a vivere con gioia la nostra relazione filiale con Dio e siamo riammessi pienamente nella comunità.

Per intercessione della Vergine Maria, nostra Madre Immacolata, chiediamo al Signore, che ha portato agli ammalati la salute, di sanare anche le nostre ferite interiori con la sua infinita misericordia, per ridonarci così la speranza e la pace del cuore.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Oggi si aprono le iscrizioni alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà a Panamá nel gennaio 2019. Anch’io, alla presenza di due giovani, adesso mi iscrivo tramite internet [clicca sul tablet]. Ecco, mi sono iscritto come pellegrino alla Giornata Mondiale della Gioventù. Dobbiamo prepararci! Invito tutti i giovani del mondo a vivere con fede e con entusiasmo questo evento di grazia e di fraternità sia recandosi a Panamá, sia partecipando nelle proprie comunità.

Il 15 febbraio, nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo, milioni di uomini e donne celebreranno il capodanno lunare. Invio il mio cordiale saluto a tutte le loro famiglie, con l’augurio che in esse si vivano sempre di più la solidarietà, la fraternità e il desiderio di bene, contribuendo a creare una società in cui ogni persona viene accolta, protetta, promossa e integrata. Invito a pregare per il dono della pace, tesoro prezioso da perseguire con compassione, lungimiranza e coraggio. Tutti accompagno e benedico.

Saluto le famiglie, le parrocchie, le associazioni e tutti quanti sono venuti dall’Italia e da tante parti del mondo; in particolare, i pellegrini di Murcia (Spagna) e i bambini di Guimarães (Portogallo).

Saluto la comunità congolese di Roma e mi associo alla sua preghiera per la pace nella Repubblica Democratica del Congo. Ricordo che questa intenzione sarà particolarmente presente nella Giornata di preghiera e digiuno che ho indetto per il 23 febbraio.

Oggi sono presenti tante parrocchie italiane e tanti ragazzi del dopo-Cresima, della professione di fede e del catechismo. Non mi è possibile nominare ogni gruppo, ma vi ringrazio tutti per la vostra presenza e vi incoraggio a camminare con gioia, con generosità, testimoniando ovunque la bontà e la misericordia del Signore.

Un particolare pensiero rivolgo ai malati che, in ogni parte del mondo, oltre alla mancanza della salute, soffrono spesso la solitudine e l’emarginazione. La Vergine Santa, Salus infirmorum, aiuti ciascuno a trovare conforto nel corpo e nello spirito, grazie a una adeguata assistenza sanitaria e alla carità fraterna che sa farsi attenzione concreta e solidale.

A tutti auguro una buona domenica.  E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai Dirigenti e al Personale di Poste Italiane (10 febbraio 2018)

Sab, 10/02/2018 - 12:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI DIRIGENTI E AL PERSONALE DI POSTE ITALIANE

Sala Clementina
Sabato, 10 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto e ringrazio la Presidente per le sue cortesi parole. Rivolgo il mio saluto cordiale ai dirigenti e ai dipendenti di Poste Italiane, estendendolo anche ai vostri colleghi che non sono qui oggi.

Poste Italiane è legata in modo inscindibile alla vita e alla storia dell’Italia: ne ha accompagnato le vicende, a partire dal suo sorgere come Stato unitario. Ha contribuito in un certo senso a mantenerla unita, tenendo in contatto famiglie e luoghi lontani. Sappiamo bene quanto la comunicazione stia al cuore della nostra società, e come regioni diverse riescano a compiere un cammino comune solamente in un continuo interscambio di informazioni e di beni. Ciò influisce direttamente anche sullo sviluppo economico di un Paese, che necessita di servizi efficienti e di qualità.

In questo itinerario accanto alla nazione e al popolo italiano, Poste Italiane ha dovuto e saputo rinnovarsi, adattandosi ai tempi. Negli ultimi decenni, infatti, si sono trasformati quasi tutti gli aspetti della vita delle persone e della società, a partire dai mezzi di comunicazione e di trasporto. La grande accelerazione impressa da una tecnologia sempre più sviluppata, onnipresente e non di rado invasiva, ha cambiato la mentalità e gli stili di vita, creando nuove esigenze e richiedendo un’efficienza sempre maggiore. Poste Italiane si è impegnata a fondo ad affrontare queste sfide epocali con lungimiranza, diversificando i servizi e attuando una strategia di investimento che guarda al futuro, con un impiego capillare delle nuove tecnologie e in un continuo sforzo di ricerca e innovazione.

Questo sguardo al futuro da parte di Poste Italiane, nella scelta dei mezzi di trasporto e in altre decisioni programmatiche, ha tenuto conto anche della tutela dell’ambiente naturale. Come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, non ci può essere un vero sviluppo che ignori la capacità della natura di rigenerarsi, o che la concepisca non come la nostra casa comune, ma come un magazzino pieno di risorse da consumare.

Tuttavia, ciò che è più importante nell’opera di ristrutturazione e rinnovamento che avete compiuto, è di avere attuato una strategia d’impresa fedele alla vostra vocazione originaria, di essere a servizio dei cittadini. Pur seguendo una logica di mercato, Poste Italiane ha posto al centro non il profitto ma le persone, ricordando che tutti i servizi offerti verrebbero svuotati del loro valore se fossero fruibili solo da alcuni, o non rispondessero alle esigenze concrete degli utenti. Questo è tanto più importante nel nostro contesto economico e sociale, che così spesso punta a un guadagno fine a sé stesso, dimenticando che la vera ricchezza sta nelle persone, e quindi le tratta spesso come numeri senza volto: chi ha un numero alto è considerato e rispettato, mentre chi è ritenuto uno zero viene buttato via: la nostra “cultura dello scarto” di oggi.

Davanti a questo dramma, conseguenza dell’egoismo e di una profonda miopia spirituale, siete chiamati a sposare sempre la logica opposta, che pone al centro le esigenze e la cura delle persone. Lo avete fatto adottando, come criterio-guida delle scelte strategiche dell’Azienda, l’attenzione al cliente, fissando standard da raggiungere nelle prestazioni e personalizzando i servizi, curando la formazione del “personale di contatto” e interagendo con gli utenti.

Esorto tutti voi, che ogni giorno siete in rapporto con il pubblico e cercate di rispondere alle sue esigenze, a mantenere questo atteggiamento di disponibilità e benevolenza verso chi si rivolge a voi.

È importante, quando si va a uno sportello o a un ufficio, incontrare persone che svolgono il loro lavoro bene, che non sbuffano o danno l’impressione di considerarti un peso, o fanno finta di non vederti. D’altra parte, i clienti devono essere attenti a non avere – come purtroppo accade! – un atteggiamento di pretesa o di lamentela, caso mai scaricando sugli impiegati le proprie frustrazioni o per tutti i mali della società! Come è difficile, ma anche quanto è importante, che nelle mille relazioni quotidiane tra colleghi e con i cittadini, si conservi uno stile di ascolto, di disponibilità e di rispetto! E questo costa fatica, non è facile. Per riuscirci è indispensabile allenare sé stessi ogni giorno, educandosi ad agire con misericordia anche nei piccoli gesti e nei pensieri. Un sorriso, un sorriso! Viene la vecchietta che è un po’ sorda, e tu le spieghi ma non sente… E fai il sorriso, invece di “uff”… Il sorriso è sempre un ponte, ma è un ponte dei “grandi” [di animo], perché il sorriso va da cuore a cuore. Non dimenticate il sorriso! Chi si comporta così diventa contagioso, perché il sorriso è contagioso, e la pace che semina non manca di produrre frutto.

La cura per la persona, da sempre assunta da Poste Italiane come suo criterio-guida, si manifesta non solo nell’attenzione che avete per i clienti, ma per gli stessi dipendenti, i quali per primi offrono energie e competenze per il bene dell’azienda. Quanto spesso il mondo del lavoro ignora, o finge di non vedere, le necessità peculiari legate all’essere madre, nonché i bisogni delle famiglie, da proteggere e favorire ad ogni costo! Poste Italiane, al contrario, ha sempre cercato di avere una cura particolare per le lavoratrici e le famiglie, rappresentando un segno per ogni ambiente lavorativo, e mostrando che il pieno rispetto di chi lavora e dei suoi diritti non contrasta con il guadagno e l’efficienza, ma al contrario li incrementa.

Nel difficile equilibrio tra contenimento dei costi e competitività, abbiate sempre cura che l’attenzione al bilancio non vada a scapito della qualità del lavoro, né comprometta quel principio di universalità nell’offerta dei servizi, realizzata attraverso la presenza capillare di Uffici postali e sportelli su tutto il territorio nazionale. La vicinanza alle persone che essi assicurano va mantenuta con tutte le energie necessarie, perché garantisce a tanti, in particolare ai più deboli, un punto di riferimento per le loro esigenze, e come un presidio di difesa.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per l’opportunità di questo incontro. Vi chiedo per favore di pregare per me. Invoco la benedizione di Dio su voi, sulle vostre famiglie e su ogni vostro proposito di bene. Grazie.

 

Ai Partecipanti al Capitolo Generale della Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo (Stimmatini) (10 febbraio 2018)

Sab, 10/02/2018 - 11:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLA CONGREGAZIONE DELLE
SACRE STIMMATE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO (STIMMATINI)

Sala del Concistoro
Sabato, 10 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli,

benvenuti, in occasione del vostro Capitolo Generale elettivo. Vi saluto tutti cordialmente, ad iniziare dal Superiore Generale, che ringrazio per le sue cortesi parole. Voi provenite da quindici Nazioni nelle quali vi impegnate a portare l’annuncio della Parola di Dio in tutte le sue forme, con un’attenzione particolare alle giovani generazioni e in collaborazione fraterna con il clero diocesano. Vi ringrazio per quanto fate al servizio del Vangelo e delle popolazioni a voi affidate, e vi esorto a ravvivare in voi e nelle vostre comunità il fuoco della Parola di Dio: esso deve “incendiare” anche i cuori di quanti si trovano alle periferie dei contesti urbani ed ecclesiali.

Nel Vangelo Gesù annuncia: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Imitando il divino Maestro, anche voi siete chiamati a portare il fuoco nel mondo. Ma c’è un fuoco sbagliato e un fuoco buono, santo. L’evangelista Luca racconta che una volta Gesù, mentre era in cammino verso Gerusalemme, mandò davanti a sé dei messaggeri che entrarono in un villaggio di Samaritani, i quali non vollero accoglierlo. Allora i due discepoli, e fratelli, Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54). Ma Gesù si voltò e li rimproverò; e proseguirono verso un altro villaggio. Questo è il fuoco sbagliato. Non piace a Dio. Dio nella Bibbia è paragonato al fuoco ma è un fuoco di amore, che conquista il cuore delle persone, non con la violenza, ma rispettando la libertà e i tempi di ciascuno.

Il Vangelo si annuncia con mitezza e gioia, come ha fatto il vostro fondatore San Gaspare Bertoni. Questo è lo stile di evangelizzazione di Gesù, nostro Maestro. Egli accoglieva e si avvicinava a tutti e conquistava le persone con la bontà, la misericordia, con la parola penetrante della Verità. Così voi, discepoli missionari, che siete evangelizzatori, potete portare le persone alla conversione, alla comunione con Cristo, per mezzo della gioia della vostra vita e con la mitezza. Non sempre chi annuncia il Vangelo è accolto, applaudito. A volte è rifiutato, ostacolato, perseguitato, addirittura imprigionato o ucciso. Questo lo sapete bene! Allora bisogna perseverare, avere pazienza, ma non dobbiamo aver paura di niente nel testimoniare Gesù e la sua parola di Verità.

Il fuoco buono è il fuoco di Gesù, di Colui che battezza in Spirito Santo e fuoco: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra» (Lc 12,49). È il fuoco di carità che purifica i cuori e che è divampato sulla croce di Cristo. È il fuoco dello Spirito Santo disceso con potenza a Pentecoste. Fuoco che separa l’oro dagli altri metalli, cioè che aiuta a distinguere ciò che vale eternamente da ciò che ha poco valore. «Ognuno – dice Gesù – sarà salato con il fuoco» (Mc 9,49). È il fuoco delle prove e delle difficoltà che tempra, ci fa forti e sapienti. È anche il fuoco della carità fraterna. Gli evangelizzatori nascono e si formano in una comunità riunita nel nome del Signore, e da essa sono inviati. «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). La testimonianza d’amore di una comunità fraterna di missionari è conferma dell’annuncio evangelico, è la “prova del fuoco”. Se in una comunità manca il fuoco buono, c’è freddezza, buio, solitudine. Se c’è il fuoco della carità fraterna, c’è il calore, la luce e la forza di andare avanti. E nuove vocazioni vengono attratte alla dolce missione di evangelizzare.

Cari missionari Stimmatini, portate questo fuoco nelle comunità cristiane, dove la fede di tante persone ha bisogno di essere riaccesa, di trovare forza per essere contagiosa. Al tempo stesso, andate, uscite ad annunciare il Vangelo ai poveri, a quelli che non si sentono amati da nessuno, a chi vive nella tristezza e nella disperazione, ai carcerati, ai senza casa e senza tetto, agli immigrati, a chi fugge dalle guerre. San Gaspare Bertoni vi ha trasmesso l’amore ai Santi Sposi, Maria e Giuseppe. Abbiate dunque un’attenzione particolare verso la famiglia; insieme con i laici, annunciate la letizia dell’amore. Portate il fuoco di Cristo ai giovani, che hanno bisogno di qualcuno che li ascolti e li aiuti a trovare il senso alla vita. Se annunciate Gesù, saranno attratti; conduceteli a Lui con pazienza e perseveranza. Siate missionari gioiosi e miti, ben preparati per incontrare ogni persona.

San Gaspare Bertoni ha pensato la vostra Congregazione per preparare dei missionari apostolici in aiuto dei Vescovi nell’annuncio del Vangelo. Essere missionari, mandati dalla Chiesa, non è prima di tutto un fare qualcosa, un’attività, ma una identità. Quando Dio sceglie e chiama per una particolare missione, nello stesso tempo dà un nome nuovo, crea una realtà sempre nuova. Gesù vi ha chiamati a stare con Lui come discepoli missionari. Perciò avete bisogno prima di tutto di coltivare e custodire la vostra comunione con Lui, il Signore, di contemplare il suo Volto nella preghiera, per riconoscerlo e servirlo con amore nei volti dei fratelli.

Risplenda nei vari campi del vostro servizio ecclesiale l’adesione fedele a Cristo e al suo Vangelo. La Vergine Maria e San Gaspare vi proteggano e siano guida sicura del cammino della vostra Famiglia religiosa, perché possa portare a compimento ogni suo progetto di bene. Con questi auspici, mentre vi chiedo di pregare per me, invoco la benedizione del Signore su di voi, sull’intero Istituto e su quanti incontrate nel vostro quotidiano apostolato. Il Signore infiammi sempre la vostra missione con il fuoco dello Spirito Santo!

 

Telefonata del Santo Padre a TV 2000 (9 febbraio 2018)

Ven, 09/02/2018 - 14:00

TELEFONATA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A TV 2000

Venerdì, 9 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Giornalista:

Ecco… Sì, Santità…

Papa Francesco:

Tanti auguri a tutti! Tanti auguri! Buon pranzo e buona festa!

Giornalista:

Grazie veramente, è stata una sorpresa!

Papa Francesco:

Grazie per questo che voi fate, per il vostro lavoro. E pregate per me. Pregate per me.

Giornalista:

Siamo qui, siamo tutti dipendenti di TV2000, per questo ventennale che ricorre proprio oggi.

Papa Francesco:

Saluti a tutti! Un abbraccio e la benedizione a tutti.

Giornalista:

Le possiamo chiedere di recitare una preghiera insieme, Santità?

Papa Francesco:

Sì! Una benedizione?

Giornalista:

Sì, una benedizione.

Papa Francesco:

Il Signore benedica tutti voi, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.

E per altri 20 anni! Grazie! Ciao!

Giornalista:

Grazie tantissimo e buon pranzo!

Papa Francesco:

Grazie! Ciao!

Giornalista:

Grazie! Grazie!

 

Ai Membri del "Santa Marta Group" (9 febbraio 2018)

Ven, 09/02/2018 - 11:45

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DEL "SANTA MARTA GROUP"

Sala Clementina
Venerdì, 9 febbraio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli Vescovi,
Cari amici,

do il benvenuto a voi, membri del Gruppo Santa Marta, alla conclusione della vostra Conferenza, dedicata quest’anno a fornire una prospettiva mondiale sulla tratta di esseri umani e sulle moderne forme di schiavitù. In qualità di leader nelle forze dell’ordine, nella ricerca, nelle politiche pubbliche e nell’assistenza pastorale, voi offrite un essenziale contributo per affrontare le cause e gli effetti di questo moderno flagello, che continua a causare indicibili sofferenze umane.

E’ mia speranza che queste giornate di riflessione e di scambio di esperienze abbiano portato in più chiara luce l’interazione delle problematiche globali e locali della tratta di persone umane. L’esperienza mostra che tali moderne forme di schiavitù sono ben più diffuse di quanto si possa immaginare, persino – a nostra vergogna e scandalo – all’interno delle più prospere tra le nostre società.

Il grido di Dio a Caino, che si trova nelle prime pagine della Bibbia – «Dov’è tuo fratello?» – ci provoca ad esaminare seriamente le diverse forme di complicità con cui la società tollera e incoraggia, particolarmente a proposito della tratta a fini sessuali, lo sfruttamento di uomini, donne e bambini vulnerabili (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 211). Le iniziative volte a combattere la tratta di persone umane, nel loro concreto obiettivo di smantellare le reti criminali, devono sempre più considerare i più vasti settori correlati, come per esempio l’uso responsabile delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione, per non parlare dello studio delle implicazioni etiche dei modelli di crescita economica che privilegiano il profitto sulle persone.

Sono fiducioso che le vostre discussioni in questi giorni aiuteranno anche a incrementare la consapevolezza della crescente necessità di aiutare le vittime di questi crimini, accompagnandole in un cammino di reintegrazione nella società e di ristabilimento della loro dignità umana. La Chiesa è grata per ogni sforzo fatto per portare il balsamo della misericordia divina a coloro che soffrono, perché questo rappresenta anche un passo essenziale per il risanamento e il rinnovamento della società nel suo insieme.

Cari amici, con gratitudine per il vostro impegno e la vostra collaborazione in questo settore cruciale, vi porgo i miei migliori auguri, accompagnati dalla preghiera, per il proseguimento del vostro lavoro. Su di voi, sulle vostre famiglie, e su tutti coloro che servite, invoco la benedizione del Signore che dà saggezza, forza e pace. E vi chiedo, per favore, di pregare per me.

Due storie bibliche (8 febbraio 2018)

Gio, 08/02/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Due storie bibliche

Giovedì, 8 febbraio 2018

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.032, 09/02/2018)

Attenzione a quando, convinto di vivere tranquillamente senza commettere grandi peccati, il cristiano «scivola lentamente», quasi senza accorgersene, nell’«indebolimento del cuore» e si «corrompe». È il monito di Papa Francesco che, durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 8 febbraio, ha messo a confronto due differenti storie bibliche: quella di Davide, il re «peccatore» ma «santo», e quella di Salomone, il re saggio il cui cuore però «si era deviato dal Signore» e per questo venne «rifiutato» da Dio. Un insegnamento per ogni uomo perché, ha sottolineato il Pontefice, se è vero che al peccatore capace di pentirsi la via della santità è sempre aperta, il corrotto invece si preclude da solo la possibilità di salvezza.

La riflessione del Papa, sollecitata dalla lettura del giorno (1 Re, 11, 4-13), è partita proprio dall’inaspettata sorte toccata al re Salomone, da tutti conosciuto come grande e saggio. Il cuore del sovrano, infatti, «non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre». Una sorpresa perché, ha detto Francesco, «di Salomone noi non sappiamo se avesse fatto grossi peccati; invece di Davide sì. Di Salomone, noi sappiamo che ha avuto una vita tranquilla, ha governato», mentre «Davide ha avuto una vita un po’ difficile, è caduto nel peccato, ha fatto la guerra». Eppure «Salomone è rigettato dal Signore, e Davide è santo. Come si spiega questo?».

C’è un dettaglio dirimente: «Quando Davide — ha sottolineato il Pontefice — si convinse di aver peccato, chiese perdono, fece penitenza», e se pure non peccò una sola volta, «ebbe sempre l’umiltà di chiedere perdono». Diversa la situazione di Salomone, il quale era sempre stato «equilibrato, non aveva fatto grossi peccati»; ma nel brano biblico si legge che il suo cuore «si era “deviato” dal Signore», un po’ per volta, progressivamente. Egli aveva ceduto alle sue donne che lo avevano indotto all’idolatria. Proprio lui, «il grande Salomone che lo stesso Signore loda, all’inizio, quando chiese la prudenza per governare e non chiese ricchezze, fama: la prudenza per governare il popolo», il grande Salomone del quale tutto il mondo parlava: aveva fama internazionale». Per lui, per conoscerlo, si era spostata anche la regina di Saba: «E cosa disse lei? “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto, sulla tua sapienza. Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto. Ebbene, non mi era stata riferita neppure una metà”». Tutto il mondo, quindi, parlava della «grandezza di Salomone». Ma egli «non restò integro davanti al Signore e fu rifiutato dal Signore». Il suo cuore «si era deviato dal Signore. E lui, sembra che non si accorgesse di questo».

Qui, ha spiegato il Papa, ci si trova di fronte al «problema dell’indebolimento del cuore». Si potrebbe dire un decadimento subdolo, perché «non è come una situazione di peccato: tu fai un peccato, te ne accorgi subito». Invece «l’indebolimento del cuore è un cammino lento, che scivola poco a poco, poco a poco, poco a poco». Questo accade a Salomone che, «addormentato nella sua gloria, nella sua fama, cominciò a seguire questa strada» e il suo cuore «si indebolì». Paradossalmente, ha aggiunto il Pontefice, «è meglio la chiarezza di un peccato, che l’indebolimento del cuore», ossia quel processo nel quale si «scivola lentamente, e tu non te ne accorgi. Lentamente, verso la mondanità», verso una vita che sembra «degna», ma risponde a «cuore debole». È stato proprio così che «il grande re Salomone, il grande prudente, il grande re che tanto piacque a Dio, finì corrotto: tranquillamente corrotto, perché il cuore gli si era indebolito».

La storia di Salomone è molto attuale: «Un uomo e una donna col cuore debole, o indebolito, sono una donna, un uomo sconfitto», ha ammonito Francesco ricordando che «questo è il processo di tanti cristiani, tanti di noi». Si dice: «No, io non faccio dei peccati grossi»; ma bisognerebbe chiedere: «Com’è il tuo cuore? È forte? Resta fedele al Signore, o tu scivoli lentamente?».

A tale proposito il Papa ha ricordato l’episodio evangelico di Matteo (12, 43-45) in cui si parla «di quell’uomo che era stato liberato da un diavolo, da un demonio» e «incominciò una vita nuova... tutto bello... Ma, passato il tempo, quel demonio torna a vedere come vanno le cose lì. E vede la casa tutta ben sistemata e bella. E va a trovare altri sette demoni peggiori di lui; tornano e la fine di quell’uomo è peggiore» di come era prima. Proprio questo, ha chiosato Francesco, «è il dramma dell’indebolimento del cuore. E a tutti noi può succedere questo nella vita». Perciò è sempre bene chiedersi: «Ma, il mio cuore è forte davanti al Signore? O, lentamente, scivolo e mi indebolisco? Cosa devo fare?». Occorre vigilanza, ha spiegato il Pontefice: «Vigilare sul tuo cuore. Vigilare. Tutti i giorni, stare attento a cosa succede nel tuo cuore. Se resta saldo nella fedeltà al Signore» o se, un giorno dopo l’altro, scivola lentamente.

«Davide — ha concluso Papa Francesco — è santo». Era peccatore, è vero, ma «un peccatore può diventare santo». Invece «Salomone è stato rigettato perché era corrotto». E «un corrotto non può diventare santo». Del resto, alla corruzione si arriva proprio «per quella strada dell’indebolimento del cuore». Bisogna quindi «tutti i giorni vigilare il cuore», comprendere in quale «rapporto» si sta con il Signore e «gustare la bellezza e la gioia della fedeltà».

Il re dal cuore indebolito (8 febbraio 2018)

Gio, 08/02/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il re dal cuore indebolito

Giovedì, 8 febbraio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Attenzione a quando, convinto di vivere tranquillamente senza commettere grandi peccati, il cristiano «scivola lentamente», quasi senza accorgersene, nell’«indebolimento del cuore» e si «corrompe». È il monito di Papa Francesco che, durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 8 febbraio, ha messo a confronto due differenti storie bibliche: quella di Davide, il re «peccatore» ma «santo», e quella di Salomone, il re saggio il cui cuore però «si era deviato dal Signore» e per questo venne «rifiutato» da Dio. Un insegnamento per ogni uomo perché, ha sottolineato il Pontefice, se è vero che al peccatore capace di pentirsi la via della santità è sempre aperta, il corrotto invece si preclude da solo la possibilità di salvezza.

La riflessione del Papa, sollecitata dalla lettura del giorno (1 Re, 11, 4-13), è partita proprio dall’inaspettata sorte toccata al re Salomone, da tutti conosciuto come grande e saggio. Il cuore del sovrano, infatti, «non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre». Una sorpresa perché, ha detto Francesco, «di Salomone noi non sappiamo se avesse fatto grossi peccati; invece di Davide sì. Di Salomone, noi sappiamo che ha avuto una vita tranquilla, ha governato», mentre «Davide ha avuto una vita un po’ difficile, è caduto nel peccato, ha fatto la guerra». Eppure «Salomone è rigettato dal Signore, e Davide è santo. Come si spiega questo?».

C’è un dettaglio dirimente: «Quando Davide — ha sottolineato il Pontefice — si convinse di aver peccato, chiese perdono, fece penitenza», e se pure non peccò una sola volta, «ebbe sempre l’umiltà di chiedere perdono». Diversa la situazione di Salomone, il quale era sempre stato «equilibrato, non aveva fatto grossi peccati»; ma nel brano biblico si legge che il suo cuore «si era “deviato” dal Signore», un po’ per volta, progressivamente. Egli aveva ceduto alle sue donne che lo avevano indotto all’idolatria. Proprio lui, «il grande Salomone che lo stesso Signore loda, all’inizio, quando chiese la prudenza per governare e non chiese ricchezze, fama: la prudenza per governare il popolo», il grande Salomone del quale tutto il mondo parlava: aveva fama internazionale». Per lui, per conoscerlo, si era spostata anche la regina di Saba: «E cosa disse lei? “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto, sulla tua sapienza. Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto. Ebbene, non mi era stata riferita neppure una metà”». Tutto il mondo, quindi, parlava della «grandezza di Salomone». Ma egli «non restò integro davanti al Signore e fu rifiutato dal Signore». Il suo cuore «si era deviato dal Signore. E lui, sembra che non si accorgesse di questo».

Qui, ha spiegato il Papa, ci si trova di fronte al «problema dell’indebolimento del cuore». Si potrebbe dire un decadimento subdolo, perché «non è come una situazione di peccato: tu fai un peccato, te ne accorgi subito». Invece «l’indebolimento del cuore è un cammino lento, che scivola poco a poco, poco a poco, poco a poco». Questo accade a Salomone che, «addormentato nella sua gloria, nella sua fama, cominciò a seguire questa strada» e il suo cuore «si indebolì». Paradossalmente, ha aggiunto il Pontefice, «è meglio la chiarezza di un peccato, che l’indebolimento del cuore», ossia quel processo nel quale si «scivola lentamente, e tu non te ne accorgi. Lentamente, verso la mondanità», verso una vita che sembra «degna», ma risponde a «cuore debole». È stato proprio così che «il grande re Salomone, il grande prudente, il grande re che tanto piacque a Dio, finì corrotto: tranquillamente corrotto, perché il cuore gli si era indebolito».

La storia di Salomone è molto attuale: «Un uomo e una donna col cuore debole, o indebolito, sono una donna, un uomo sconfitto», ha ammonito Francesco ricordando che «questo è il processo di tanti cristiani, tanti di noi». Si dice: «No, io non faccio dei peccati grossi»; ma bisognerebbe chiedere: «Com’è il tuo cuore? È forte? Resta fedele al Signore, o tu scivoli lentamente?».

A tale proposito il Papa ha ricordato l’episodio evangelico di Matteo (12, 43-45) in cui si parla «di quell’uomo che era stato liberato da un diavolo, da un demonio» e «incominciò una vita nuova... tutto bello... Ma, passato il tempo, quel demonio torna a vedere come vanno le cose lì. E vede la casa tutta ben sistemata e bella. E va a trovare altri sette demoni peggiori di lui; tornano e la fine di quell’uomo è peggiore» di come era prima. Proprio questo, ha chiosato Francesco, «è il dramma dell’indebolimento del cuore. E a tutti noi può succedere questo nella vita». Perciò è sempre bene chiedersi: «Ma, il mio cuore è forte davanti al Signore? O, lentamente, scivolo e mi indebolisco? Cosa devo fare?». Occorre vigilanza, ha spiegato il Pontefice: «Vigilare sul tuo cuore. Vigilare. Tutti i giorni, stare attento a cosa succede nel tuo cuore. Se resta saldo nella fedeltà al Signore» o se, un giorno dopo l’altro, scivola lentamente.

«Davide — ha concluso Papa Francesco — è santo». Era peccatore, è vero, ma «un peccatore può diventare santo». Invece «Salomone è stato rigettato perché era corrotto». E «un corrotto non può diventare santo». Del resto, alla corruzione si arriva proprio «per quella strada dell’indebolimento del cuore». Bisogna quindi «tutti i giorni vigilare il cuore», comprendere in quale «rapporto» si sta con il Signore e «gustare la bellezza e la gioia della fedeltà».

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