Dalla Santa Sede

Abbonamento a feed Dalla Santa Sede
vatican.va
Aggiornato: 1 ora 10 min fa

Angelus, 15 luglio 2018

Dom, 15/07/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 15 luglio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.

Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.

Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.

Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.

La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. Pensiamo, ad esempio, a questa Diocesi della quale io sono il Vescovo. Pensiamo ad alcuni santi di questa Diocesi di Roma: San Filippo Neri, San Benedetto Giuseppe Labre, Sant’Alessio, Santa Ludovica Albertini, Santa Francesca Romana, San Gaspare Del Bufalo e tanti altri. Non erano funzionari o imprenditori, ma umili lavoratori del Regno. Avevano questo volto. E a questo “volto” appartiene anche il modo in cui viene accolto il messaggio: può infatti accadere di non essere accolti o ascoltati (cfr v. 11). Anche questo è povertà: l’esperienza del fallimento. La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione.

La Vergine Maria, prima discepola e missionaria della Parola di Dio, ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo in una esultanza umile e radiosa, oltre ogni rifiuto, incomprensione o tribolazione.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto di cuore tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di varie parti del mondo: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni.

In particolare, saluto le Suore del Preziosissimo Sangue di Monza, le novizie delle Figlie di Maria Ausiliatrice provenienti da diversi Paesi e i giovani polacchi della Diocesi di Pelplin (Polonia), che partecipano ad un corso di esercizi spirituali ad Assisi.

A tutti auguro una buona domenica e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Angelus, 8 luglio 2018

Dom, 08/07/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 8 luglio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica (cfr Mc 6,1-6) presenta Gesù che ritorna a Nazaret e di sabato si mette a insegnare nella sinagoga. Da quando se ne era andato e si era messo a predicare per le borgate e i villaggi vicini, non aveva mai rimesso più piede nella sua patria. È tornato. Pertanto, ci sarà stato tutto il paese ad ascoltare questo figlio del popolo, la cui fama di maestro sapiente e di potente guaritore dilagava ormai per la Galilea e oltre. Ma quello che poteva profilarsi come un successo, si tramutò in un clamoroso rifiuto, al punto che Gesù non poté operare lì nessun prodigio, ma solo poche guarigioni (cfr v. 5). La dinamica di quella giornata è ricostruita nel dettaglio dall’evangelista Marco: la gente di Nazaret dapprima ascolta, e rimane stupita; poi si domanda perplessa: «da dove gli vengono queste cose», questa sapienza?; e alla fine si scandalizza, riconoscendo in Lui il falegname, il figlio di Maria, che loro hanno visto crescere (vv. 2-3). Perciò Gesù conclude con l’espressione divenuta proverbiale: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria» (v. 4).

Ci domandiamo: come mai i compaesani di Gesù passano dalla meraviglia all’incredulità? Essi fanno un confronto tra l’umile origine di Gesù e le sue capacità attuali: è un falegname, non ha fatto studi, eppure predica meglio degli scribi e opera miracoli. E invece di aprirsi alla realtà, si scandalizzano. Secondo gli abitanti di Nazaret, Dio è troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! È lo scandalo dell’incarnazione: l’evento sconcertante di un Dio fatto carne, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio che fatica, mangia e dorme come uno di noi. Il Figlio di Dio capovolge ogni schema umano: non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore, ma è il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli (cfr Gv 13,1-20). Questo è un motivo di scandalo e di incredulità non solo in quell’epoca, in ogni epoca, anche oggi.

Il capovolgimento operato da Gesù impegna i suoi discepoli di ieri e di oggi a una verifica personale e comunitaria. Anche ai nostri giorni infatti può accadere di nutrire pregiudizi che impediscono di cogliere la realtà. Ma il Signore ci invita ad assumere un atteggiamento di ascolto umile e di attesa docile, perché la grazia di Dio spesso si presenta a noi in modi sorprendenti, che non corrispondono alle nostre aspettative. Pensiamo insieme a Madre Teresa di Calcutta, per esempio. Una suorina piccolina - nessuno dava dieci lire per lei – che andava per le strade per prendere i moribondi affinché avessero una morte degna. Questa piccola suorina con la preghiera e con il suo operato ha fatto delle meraviglie! La piccolezza di una donna ha rivoluzionato l’operato della carità nella Chiesa. È un esempio dei nostri giorni. Dio non si conforma ai pregiudizi. Dobbiamo sforzarci di aprire il cuore e la mente, per accogliere la realtà divina che ci viene incontro. Si tratta di avere fede: la mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale adesione alla persona di Gesù e al suo Vangelo. Ogni cristiano  - tutti noi, ognuno di noi - è chiamato ad approfondire questa appartenenza fondamentale, cercando di testimoniarla con una coerente condotta di vita, il cui filo conduttore sempre sarà la carità.

Chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, di sciogliere la durezza dei cuori e la ristrettezza delle menti, perché siamo aperti alla sua grazia, alla sua verità e alla sua missione di bontà e misericordia, che è indirizzata a tutti, senza alcuna esclusione.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, a Bari, con i Patriarchi delle Chiese del Medio Oriente e i loro Rappresentanti abbiamo vissuto una speciale giornata di preghiera e riflessione per la pace in quella regione. Rendo grazie a Dio per questo incontro, che è stato un segno eloquente di unità dei cristiani, e ha visto la partecipazione entusiasta del popolo di Dio. Ringrazio ancora i Fratelli Capi di Chiese e quanti li hanno rappresentati; sono rimasto veramente edificato dal loro atteggiamento e dalle loro testimonianze. Ringrazio l’Arcivescovo di Bari, fratello umile e servitore, i collaboratori e tutti i fedeli che ci hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera e la gioiosa presenza.

Oggi ricorre la “Domenica del Mare”, dedicata ai marittimi e ai pescatori. Prego per loro e per le loro famiglie, come pure per i cappellani e i volontari dell’Apostolato del Mare. Un ricordo particolare per coloro che in mare vivono situazioni di lavoro indegno; come pure per quanti si impegnano a liberare i mari dall’inquinamento.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini! Saluto i fedeli venuti dalla Polonia con un pensiero speciale per i partecipanti al grande pellegrinaggio annuale della famiglia di Radio Maria al Santuario di Częstochowa. Saluto i ragazzi ministranti delle Filippine con i loro familiari; i giovani di Padova, il gruppo di studenti e insegnanti di Brescia e gli scout di Pont-Saint-Martin, Val d’Aosta. E vedo bandiere brasiliane … Saluto i brasiliani e coraggio! Un’altra volta ci sarà!

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

 

Visita a Bari: Parole del Santo Padre a conclusione del dialogo (7 luglio 2018)

Sab, 07/07/2018 - 12:00

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A BARI

PAROLE DEL SANTO PADRE
A CONCLUSIONE DEL DIALOGO

Sagrato della Basilica di San Nicola
Sabato, 7 luglio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle,

Sono molto grato per la condivisione che abbiamo avuto la grazia di vivere. Ci siamo aiutati a riscoprire la nostra presenza di cristiani in Medio Oriente, come fratelli. Essa sarà tanto più profetica quanto più testimonierà Gesù Principe della pace (cfr Is 9,5). Egli non impugna la spada, ma chiede ai suoi di rimetterla nel fodero (cfr Gv 18,11). Anche il nostro essere Chiesa è tentato dalle logiche del mondo, logiche di potenza e di guadagno, logiche sbrigative e di convenienza. E c’è il nostro peccato, l’incoerenza tra la fede e la vita, che oscura la testimonianza. Sentiamo di doverci convertire ancora una volta al Vangelo, garanzia di autentica libertà, e di farlo con urgenza ora, nella notte del Medio Oriente in agonia. Come nella notte angosciosa del Getsemani, non saranno la fuga (cfr Mt 26,56) o la spada (cfr Mt 26,52) ad anticipare l’alba radiosa di Pasqua, ma il dono di sé a imitazione del Signore.

La buona notizia di Gesù, crocifisso e risorto per amore, giunta dalle terre del Medio Oriente, ha conquistato il cuore dell’uomo lungo i secoli perché legata non ai poteri del mondo, ma alla forza inerme della croce. Il Vangelo ci impegna a una quotidiana conversione ai piani di Dio, a trovare in Lui solo sicurezza e conforto, ad annunciarlo a tutti e nonostante tutto. La fede dei semplici, tanto radicata in Medio Oriente, è sorgente da cui attingere per abbeverarci e purificarci, come avviene quando torniamo alle origini, andando pellegrini a Gerusalemme, in Terra Santa o nei santuari dell’Egitto, della Giordania, del Libano, della Siria, della Turchia e degli altri luoghi sacri di quelle regioni.

Incoraggiati gli uni dagli altri, abbiamo dialogato fraternamente. È stato un segno che l’incontro e l’unità vanno cercati sempre, senza paura delle diversità. Così pure la pace: va coltivata anche nei terreni aridi delle contrapposizioni, perché oggi, malgrado tutto, non c’è alternativa possibile alla pace. Non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo. Noi ci impegniamo a camminare, pregare e lavorare, e imploriamo che l’arte dell’incontro prevalga sulle strategie dello scontro, che all’ostentazione di minacciosi segni di potere subentri il potere di segni speranzosi: uomini di buona volontà e di credo diversi che non hanno paura di parlarsi, di accogliere le ragioni altrui e di occuparsi gli uni degli altri. Solo così, avendo cura che a nessuno manchino il pane e il lavoro, la dignità e la speranza, le urla di guerra si muteranno in canti di pace.

Per fare questo è essenziale che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!

La guerra è la piaga che tragicamente assale quest’amata regione. Ne è vittima soprattutto la povera gente. Pensiamo alla martoriata Siria, in particolare alla provincia di Deraa. Lì sono ripresi aspri combattimenti che hanno provocato un ingente numero di sfollati, esposti a sofferenze terribili. La guerra è figlia del potere e della povertà. Si sconfigge rinunciando alle logiche di supremazia e sradicando la miseria. Tanti conflitti sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto. Ma la violenza è sempre alimentata dalle armi. Non si può alzare la voce per parlare di pace mentre di nascosto si perseguono sfrenate corse al riarmo. È una gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti. Non si dimentichi il secolo scorso, non si scordino le lezioni di Hiroshima e Nagasaki, non si trasformino le terre d’Oriente, dove è sorto il Verbo della pace, in buie distese di silenzio. Basta contrapposizioni ostinate, basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell’energia detti la legge della convivenza tra i popoli!

Per aprire sentieri di pace, si volga invece lo sguardo a chi supplica di convivere fraternamente con gli altri. Si tutelino tutte le presenze, non solo quelle maggioritarie. Si spalanchi anche in Medio Oriente la strada verso il diritto alla comune cittadinanza, strada per un rinnovato avvenire. Anche i cristiani sono e siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti.

Fortemente angosciati, ma mai privi di speranza, volgiamo lo sguardo a Gerusalemme, città per tutti i popoli, città unica e sacra per cristiani, ebrei e musulmani di tutto il mondo, la cui identità e vocazione va preservata al di là delle varie dispute e tensioni, e il cui status quo esige di essere rispettato secondo quanto deliberato dalla Comunità internazionale e ripetutamente chiesto dalle comunità cristiane di Terra Santa. Solo una soluzione negoziata tra Israeliani e Palestinesi, fermamente voluta e favorita dalla Comunità delle nazioni, potrà condurre a una pace stabile e duratura, e garantire la coesistenza di due Stati per due popoli.

La speranza ha il volto dei bambini. In Medio Oriente, da anni, un numero spaventoso di piccoli piange morti violente in famiglia e vede insidiata la terra natia, spesso con l’unica prospettiva di dover fuggire. Questa è la morte della speranza. Gli occhi di troppi fanciulli hanno passato la maggior parte della vita a vedere macerie anziché scuole, a sentire il boato sordo di bombe anziché il chiasso festoso di giochi. L’umanità ascolti – vi prego – il grido dei bambini, la cui bocca proclama la gloria di Dio (cfr Sal 8,3). È asciugando le loro lacrime che il mondo ritroverà la dignità.

Pensando ai bambini – non dimentichiamo i bambini! –, tra poco faremo librare in aria, insieme ad alcune colombe, il nostro desiderio di pace. L’anelito di pace si levi più alto di ogni nube scura. I nostri cuori si mantengano uniti e rivolti al Cielo, in attesa che, come ai tempi del diluvio, torni il tenero ramoscello della speranza (cfr Gen 8,11). E il Medio Oriente non sia più un arco di guerra teso tra i continenti, ma un’arca di pace accogliente per i popoli e le fedi. Amato Medio Oriente, si diradino da te le tenebre della guerra, del potere, della violenza, dei fanatismi, dei guadagni iniqui, dello sfruttamento, della povertà, della disuguaglianza e del mancato riconoscimento dei diritti. «Su te sia pace» (Sal 122,8) – insieme: “Su te sia pace” [ripetono] –, in te giustizia, sopra di te si posi la benedizione di Dio. Amen.

Visita a Bari: Monizione introduttiva del Santo Padre alla preghiera ecumenica per la pace (7 luglio 2018)

Sab, 07/07/2018 - 09:30

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A BARI

MONIZIONE INTRODUTTIVA DEL SANTO PADRE
ALLA PREGHIERA ECUMENICA PER LA PACE

Rotonda sul Lungomare
Sabato, 7 luglio 2018

[Multimedia]

 

Cari Fratelli,

siamo giunti pellegrini a Bari, finestra spalancata sul vicino Oriente, portando nel cuore le nostre Chiese, i popoli e le molte persone che vivono situazioni di grande sofferenza. A loro diciamo: “vi siamo vicini”. Cari Fratelli, grazie di cuore per essere venuti qui con generosità e prontezza. E sono tanto grato a tutti voi che ci ospitate in questa città, città dell’incontro, città dell’accoglienza.

Nel nostro cammino comune ci sostiene la Santa Madre di Dio, qui venerata come Odegitria: colei che mostra la via. Qui riposano le reliquie di San Nicola, vescovo dell’Oriente la cui venerazione solca i mari e valica i confini tra le Chiese. Il Santo taumaturgo interceda per guarire le ferite che tanti portano dentro. Qui contempliamo l’orizzonte e il mare e ci sentiamo spinti a vivere questa giornata con la mente e il cuore rivolti al Medio Oriente, crocevia di civiltà e culla delle grandi religioni monoteistiche.

Lì è venuto a visitarci il Signore, «sole che sorge dall’alto» (Lc 1,78). Da lì si è propagata nel mondo intero la luce della fede. Lì sono sgorgate le fresche sorgenti della spiritualità e del monachesimo. Lì si conservano riti antichi unici e ricchezze inestimabili dell’arte sacra e della teologia, lì dimora l’eredità di grandi Padri nella fede. Questa tradizione è un tesoro da custodire con tutte le nostre forze, perché in Medio Oriente ci sono le radici delle nostre stesse anime.

Ma su questa splendida regione si è addensata, specialmente negli ultimi anni, una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti. Il Medio Oriente è divenuto terra di gente che lascia la propria terra. E c’è il rischio che la presenza di nostri fratelli e sorelle nella fede sia cancellata, deturpando il volto stesso della regione, perché un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente.

Questa giornata inizia con la preghiera, perché la luce divina diradi le tenebre del mondo. Abbiamo già acceso, davanti a San Nicola, la “lampada uniflamma”, simbolo della Chiesa una. Insieme desideriamo accendere oggi una fiamma di speranza. Le lampade che poseremo siano segno di una luce che ancora brilla nella notte. I cristiani, infatti, sono luce del mondo (cfr Mt 5,14) non solo quando tutto intorno è radioso, ma anche quando, nei momenti bui della storia, non si rassegnano all’oscurità che tutto avvolge e alimentano lo stoppino della speranza con l’olio della preghiera e dell’amore. Perché, quando si tendono le mani al cielo in preghiera e quando si tende la mano al fratello senza cercare il proprio interesse, arde e risplende il fuoco dello Spirito, Spirito di unità, Spirito di pace.

Preghiamo uniti, per invocare dal Signore del cielo quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare. Dal corso del Nilo alla Valle del Giordano e oltre, passando per l’Oronte fino al Tigri e all’Eufrate, risuoni il grido del Salmo: «Su di te sia pace!» (122,8). Per i fratelli che soffrono e per gli amici di ogni popolo e credo, ripetiamo: Su di te sia pace! Col salmista imploriamolo in modo particolare per Gerusalemme, città santa amata da Dio e ferita dagli uomini, sulla quale ancora il Signore piange: Su di te sia pace!

Sia pace: è il grido dei tanti Abele di oggi che sale al trono di Dio. Per loro non possiamo più permetterci, in Medio Oriente come ovunque nel mondo, di dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). L’indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze. Per i piccoli, i semplici, i feriti, per loro dalla cui parte sta Dio, noi imploriamo: sia pace! Il «Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3), che risana i cuori affranti e fascia le ferite (cfr Sal 147,3), ascolti oggi la nostra preghiera.

Visita del Santo Padre a Bari (7 luglio 2018)

Sab, 07/07/2018 - 00:00

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A BARI

INCONTRO CON I CAPI DELLE CHIESE
E DELLE COMUNITÀ CRISTIANE DEL MEDIO ORIENTE

 

7 LUGLIO 2018

 

Trasmissioni video in diretta
(Vatican Media)

 

 

 

Sabato, 7 luglio 2018

7.00 Decollo in elicottero dall'eliporto vaticano 8.15 Atterraggio a Piazzale Cristoforo Colombo a Bari

Il Santo Padre è accolto da:
- S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto;
- On. Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia;
- Dottoressa Marilisa Magno, Prefetto di Bari;
- On. Antonio Decaro, Sindaco di Bari.

Trasferimento in auto alla Basilica Pontificia di San Nicola; nel frattempo i Patriarchi raggiungono la Basilica dalle loro Residenze

8.30 Il Santo Padre davanti alla Basilica di San Nicola accoglie i Patriarchi e li saluta singolarmente; in Basilica, i Patriarchi attendono davanti al presbiterio.

Entrando per ultimo in Basilica, il Santo Padre saluta membri della Comunità dei Frati Domenicani 8.45 Il Santo Padre e i Patriarchi scendono nella cripta della Basilica per la venerazione delle reliquie di San Nicola - accensione della lampada uniflamma 9.15 Il Santo Padre e i Patriarchi escono dalla Basilica di San Nicola, e in pullman raggiungono la "Rotonda" sul Lungomare di Bari 9.30 Lungomare di Bari: Incontro di preghiera 10.30 Al termine dell'incontro di preghiera comune il Santo Padre e i Patriarchi, in pullman, ritornano alla Basilica di San Nicola 11.00 Basilica di San Nicola: Dialogo (a porte chiuse) 13.30 Trasferimento in pullman all'Arcivescovado per il pranzo 15.30 In Arcivescovado il Santo Padre si congeda dai Patriarchi 16.00 Prima di salire in elicottero, il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto al mattino 17.15 Atterraggio all'eliporto vaticano

 

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 7 giugno 2018

Santa Messa per i Migranti (6 luglio 2018)

Ven, 06/07/2018 - 11:00

SANTA MESSA PER I MIGRANTI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Altare della Cattedra, Basilica di San Pietro
Venerdì, 6 luglio 2018

[Multimedia]

 

«Voi che calpestate il povero e sterminate gli umili […]. Ecco, verranno giorni in cui manderò la fame nel paese; [...] fame di ascoltare le parole del Signore» (Am 8,4.11).

Il monito del profeta Amos risulta ancora oggi di bruciante attualità. Quanti poveri oggi sono calpestati! Quanti piccoli vengono sterminati! Sono tutti vittime di quella cultura dello scarto che più volte è stata denunciata. E tra questi non posso non annoverare i migranti e i rifugiati, che continuano a bussare alle porte delle Nazioni che godono di maggiore benessere.

Cinque anni fa, durante la mia visita a Lampedusa, ricordando le vittime dei naufragi, mi sono fatto eco del perenne appello all’umana responsabilità: «“Dov’è il tuo fratello? La voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi» (Insegnamenti 1 [2013], vol. 2, 23). Purtroppo le risposte a questo appello, anche se generose, non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti.

L’odierna acclamazione al Vangelo contiene l’invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle. Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio – talvolta complice – di molti. In effetti, dovrei parlare di molti silenzi: il silenzio del senso comune, il silenzio del “si è fatto sempre così”, il silenzio del “noi” sempre contrapposto al “voi”. Soprattutto, il Signore ha bisogno del nostro cuore per manifestare l’amore misericordioso di Dio verso gli ultimi, i reietti, gli abbandonati, gli emarginati.

Nel Vangelo di oggi, Matteo racconta il giorno più importante della sua vita, quello in cui è stato chiamato dal Signore. L’Evangelista ricorda chiaramente il rimprovero di Gesù ai farisei, facili a subdole mormorazioni: «Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”» (9,13). È un’accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti.

Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una riposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso. E’ a questo mondo che guardano i giovani.

Il Salmista ci ha indicato l’atteggiamento giusto da assumere in coscienza davanti a Dio: «Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi» (Sal 119,30). Un impegno di fedeltà e di retto giudizio che ci auguriamo di portare avanti assieme ai governanti della terra e alle persone di buona volontà. Per questo seguiamo con attenzione il lavoro della comunità internazionale per rispondere alle sfide poste dalle migrazioni contemporanee, armonizzando sapientemente solidarietà e sussidiarietà e identificando risorse e responsabilità.

Desidero concludere con alcune parole in spagnolo, dirette particolarmente ai fedeli che sono venuti dalla Spagna.

Quise celebrar el quinto aniversario de mi visita a Lampedusa con ustedes, quienes representan los socorristas y los rescatados en el Mar Mediterráneo. A los primeros quiero expresar mi agradecimiento por encarnar hoy la parábola del Buen Samaritano, quien se detuvo a salvar la vida del pobre hombre golpeado por los bandidos, sin preguntarle cuál era, su procedencia, sus razones de viaje o sus documentos…: simplemente decidió de hacerse cargo y de salvar su vida. A los rescatados quiero reiterar mi solidaridad y aliento, ya que conozco bien las tragedias de las que se están escapando. Les pido que sigan siendo testigos de la esperanza en un mundo cada día más preocupado de su presente, con muy poca visión de futuro y reacio a compartir, y que con su respeto por la cultura y las leyes del país que los acoge, elaboren conjuntamente el camino de la integración.

Chiedo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente e di infiammare il nostro cuore per superare tutte le paure e le inquietudini e trasformarci in docili strumenti dell’amore misericordioso del Padre, pronti a dare la nostra vita per i fratelli e le sorelle, così come ha fatto il Signore Gesù Cristo per ciascuno di noi.

Ai Partecipanti alla Conferenza Internazionale “Saving our Common Home and the Future of Life on Earth” in occasione del terzo anniversario dell'Enciclica “<i>Laudato si'</i>” (6 luglio 2018)

Ven, 06/07/2018 - 09:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA INTERNAZIONALE IN OCCASIONE
DEL TERZO ANNIVERSARIO DELL'ENCICLICA
" LAUDATO SI' "

Sala Clementina
Venerdì, 6 luglio 2018

[Multimedia]

 

Signori Cardinali,
Eminenza,
cari fratelli e sorelle,
illustri Signori e Signore,

do a tutti voi il mio benvenuto, in occasione della Conferenza Internazionale convocata nel terzo anniversario della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Vorrei salutare in maniera speciale Sua Eminenza, l’arcivescovo Zizioulas, perché è stato lui, con il cardinal Turkson, a presentare, tutti e due insieme, l’Enciclica, tre anni fa. Vi ringrazio di esservi riuniti per “ascoltare col cuore” le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e responsabilità, e per testimoniare la grande urgenza di accogliere l’appello dell’Enciclica ad un cambiamento, ad una conversione ecologica. La vostra è la testimonianza per l’impegno non differibile ad agire concretamente per salvare la Terra e la vita su di essa, partendo dall’assunto che “ogni cosa è connessa”, concetto-guida dell’Enciclica, alla base dell’ecologia integrale.

Anche in questa prospettiva possiamo leggere la chiamata che Francesco d’Assisi ricevette dal Signore nella chiesetta di San Damiano: “Va’, ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina”. Oggi, anche la “casa comune” che è il nostro pianeta ha urgente bisogno di essere riparato e assicurato per un futuro sostenibile.

Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha elaborato in tal senso valutazioni sempre più accurate. «Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni» (Enc. Laudato si’, 161). C’è il pericolo reale di lasciare alle generazioni future macerie, deserti e sporcizia.

Auspico pertanto che questa preoccupazione per lo stato della nostra casa comune si traduca in un’azione organica e concertata di ecologia integrale. Infatti, «l’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora» (ibid.). L’umanità ha le conoscenze e i mezzi per collaborare a tale scopo e, con responsabilità, “coltivare e custodire” la Terra in maniera responsabile. A questo proposito, è significativo che la vostra discussione riguardi anche alcuni eventi-chiave dell’anno in corso.

Il Vertice COP24 sul clima, programmato a Katowice (Polonia) nel dicembre prossimo, può essere una pietra miliare nel cammino tracciato dall’Accordo di Parigi del 2015. Tutti sappiamo che molto deve essere fatto per l’attuazione di quell’Accordo. Tutti i governi dovrebbero sforzarsi di onorare gli impegni assunti a Parigi per evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica. «La riduzione dei gas serra richiede onestà, coraggio e responsabilità, soprattutto da parte dei Paesi più potenti e più inquinanti» (ibid., 169). Non possiamo permetterci di perdere tempo in questo processo.

Oltre agli Stati, altri attori sono interpellati: autorità locali, gruppi della società civile, istituzioni economiche e religiose possono favorire la cultura e la prassi ecologica integrale. Auspico che eventi quali, ad esempio, il Summit sull’azione globale per il clima, in programma dal 12 al 14 settembre a San Francisco, offrano risposte adeguate, col sostegno di gruppi di pressione di cittadini in ogni parte del mondo. Come abbiamo affermato insieme con Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, «non ci può essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva, senza una responsabilità condivisa e in grado di render conto di quanto operato, senza dare priorità alla solidarietà e al servizio» (Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per il Creato, 1 settembre 2017).

Anche le istituzioni finanziarie hanno un importante ruolo da giocare, come parte sia del problema sia della sua soluzione. E’ necessario uno spostamento del paradigma finanziario al fine di promuovere lo sviluppo umano integrale. Le Organizzazioni internazionali, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, possono favorire riforme efficaci per uno sviluppo più inclusivo e sostenibile. La speranza è che «la finanza […] ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo» (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 65), così come alla cura dell’ambiente.

Tutte queste azioni presuppongono una trasformazione a un livello più profondo, cioè un cambiamento dei cuori, un cambiamento delle coscienze. Come ebbe a dire San Giovanni Paolo II: «Occorre […] stimolare e sostenere la conversione ecologica» (Catechesi, 17 gennaio 2001). E in questo le religioni, in particolare le Chiese cristiane, hanno un ruolo-chiave da giocare. La Giornata di Preghiera per il Creato e le iniziative ad essa connesse, iniziate in seno alla Chiesa Ortodossa, si vanno diffondendo nelle comunità cristiane in ogni parte del mondo.

Infine, il confronto e l’impegno per la nostra casa comune deve riservare uno spazio speciale a due gruppi di persone che sono in prima linea nella sfida ecologica integrale e che saranno al centro dei due prossimi Sinodi della Chiesa Cattolica: i giovani e i popoli indigeni, in modo speciale quelli dell’Amazzonia.

Da un lato «i giovani esigono un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi» (Laudato si’, 13). Sono i giovani che dovranno affrontare le conseguenze dell’attuale crisi ambientale e climatica. Pertanto, la solidarietà intergenerazionale non è «un atteggiamento opzionale, bensì una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno» (ibid., 159).

Dall’altro lato, «è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali» (ibid., 146). È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo (cfr Sinodo dei Vescovi, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale, 8 giugno 2018). «Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma è un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori» (Laudato si’, 146). Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni «sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune» (Discorso nell’incontro con popoli indigeni, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018).

Cari fratelli e sorelle, le sfide abbondano. Esprimo la mia sentita gratitudine per il vostro lavoro al servizio della cura del creato e di un futuro migliore per i nostri figli e nipoti. A volte potrebbe sembrare un’impresa troppo ardua, perché «ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti» (Laudato si’, 54); ma «gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (ibid., 205). Per favore, continuate a lavorare per «il radicale cambiamento richiesto dalle presenti circostanze» (ibid., 171). «L’ingiustizia non è invincibile» (ibid., 74).

San Francesco d’Assisi continui ad ispirarci e a guidarci in questo cammino, e «le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza» (ibid., 244). In fondo, il fondamento della nostra speranza riposa sulla fede nella potenza del nostro Padre celeste. Egli, «che ci chiama alla dedizione generosa e a dare tutto, ci offre le forze e la luce di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Nel cuore di questo mondo rimane sempre presente il Signore della vita che ci ama tanto. Egli non ci abbandona, non ci lascia soli, perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade. A Lui sia lode!» (ibid., 245).

Vi benedico. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie!

Angelus, 1° luglio 2018

Dom, 01/07/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1° luglio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica (cfr Mc 5,21-43) presenta due prodigi operati da Gesù, descrivendoli quasi come una sorta di marcia trionfale verso la vita.

Dapprima l’Evangelista narra di un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, che viene da Gesù e lo supplica di andare a casa sua perché la figlia di dodici anni sta morendo. Gesù accetta e va con lui; ma, lungo la strada, giunge la notizia che la ragazza è morta. Possiamo immaginare la reazione di quel papà. Gesù però gli dice: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36). Arrivati a casa di Giairo, Gesù fa uscire la gente che piangeva - c’erano anche le donne prefiche che urlavano forte - ed entra nella stanza solo coi genitori e i tre discepoli, e rivolgendosi alla defunta dice: «Fanciulla, io ti dico: alzati!» (v. 41). E subito la ragazza si alza, come svegliandosi da un sonno profondo (cfr v. 42).

Dentro il racconto di questo miracolo, Marco ne inserisce un altro: la guarigione di una donna che soffriva di emorragie e viene sanata appena tocca il mantello di Gesù (cfr v. 27). Qui colpisce il fatto che la fede di questa donna attira – a me viene voglia di dire “ruba” – la potenza salvifica divina che c’è in Cristo, il quale, sentendo che una forza «era uscita da lui», cerca di capire chi sia stato. E quando la donna, con tanta vergogna, si fa avanti e confessa tutto, Lui le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34).

Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede; e mostrano Gesù come sorgente di vita, come Colui che ridona la vita a chi si fida pienamente di Lui. I due protagonisti, cioè il padre della fanciulla e la donna malata, non sono discepoli di Gesù eppure vengono esauditi per la loro fede. Hanno fede in quell’uomo. Da questo comprendiamo che sulla strada del Signore sono ammessi tutti: nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c’è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere.

In questa pagina evangelica si intrecciano i temi della fede e della vita nuova che Gesù è venuto ad offrire a tutti. Entrato nella casa dove giace morta la fanciulla, Egli caccia fuori quelli che si agitano e fanno lamento (cfr v. 40) e dice: «La bambina non è morta, dorme» (v. 39). Gesù è il Signore, e davanti a Lui la morte fisica è come un sonno: non c’è motivo di disperarsi. Un’altra è la morte di cui avere paura: quella del cuore indurito dal male! Di quella sì, dobbiamo avere paura! Quando noi sentiamo di avere il cuore indurito, il cuore che si indurisce e, mi permetto la parola, il cuore mummificato, dobbiamo avere paura di questo. Questa è la morte del cuore. Ma anche il peccato, anche il cuore mummificato, per Gesù non è mai l’ultima parola, perché Lui ci ha portato l’infinita misericordia del Padre. E anche se siamo caduti in basso, la sua voce tenera e forte ci raggiunge: «Io ti dico: alzati!». E’ bello sentire quella parola di Gesù rivolta a ognuno di noi: “Io ti dico: alzati! Vai. Alzati, coraggio, alzati!”. E Gesù ridà la vita alla fanciulla e ridà la vita alla donna guarita: vita e fede ad ambedue.

Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e di amore concreto, specialmente verso chi è nel bisogno. E invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovando la mia preghiera per l’amato popolo del Nicaragua, desidero unirmi agli sforzi che stanno compiendo i Vescovi del Paese e tante persone di buona volontà, nel loro ruolo di mediazione e di testimonianza per il processo di dialogo nazionale in corso sulla strada della democrazia.

Rimane grave la situazione in Siria, in particolare nella provincia di Daraa, dove le azioni militari di questi ultimi giorni hanno colpito anche scuole e ospedali, e hanno provocato migliaia di nuovi profughi. Rinnovo, insieme con la preghiera, il mio appello perché alla popolazione, già duramente provata da anni, siano risparmiate ulteriori sofferenze.

In mezzo a tanti conflitti, è doveroso segnalare una iniziativa che si può definire storica - e si può dire anche che è una buona notizia: in questi giorni, dopo vent’anni, i governi di Etiopia ed Eritrea sono tornati a parlare insieme di pace. Possa tale incontro accendere una luce di speranza per questi due Paesi del Corno d’Africa e per l’intero continente africano.

Assicuro la mia preghiera anche per i giovani dispersi da oltre una settimana in una grotta sotterranea in Thailandia.

Sabato prossimo mi recherò a Bari, insieme a molti Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente. Vivremo una giornata di preghiera e riflessione sulla sempre drammatica situazione di quella regione, dove tanti nostri fratelli e sorelle nella fede continuano a soffrire, e imploreremo a una voce sola: “Su di te sia pace!” (Sal 122,8). Chiedo a tutti di accompagnare con la preghiera questo pellegrinaggio di pace e di unità.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini. Saluto in particolare i fedeli venuti dal Portogallo e i sacerdoti dell’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum; come pure le Suore Francescane della Penitenza e Carità Cristiana dalla Polonia, e i fedeli dell’Iraq.

Saluto i gruppi parrocchiali e le associazioni; le Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, il gruppo dei giovanissimi dell’Unità pastorale di Gallio, diocesi di Padova, i giovani cresimandi della parrocchia Maria Himmelfahrt in Schattdorf e la famiglia spirituale del Preziosissimo Sangue di Cristo, al quale è in modo speciale dedicato il mese di luglio.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai Partecipanti all'Incontro promosso dalle Famiglie del Preziosissimo Sangue (30 giugno 2018)

Sab, 30/06/2018 - 11:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DALLE
FAMIGLIE DEL PREZIOSISSIMO SANGUE

Aula Paolo VI
Sabato, 30 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle,

alla vigilia del mese di luglio, in cui la pietà cristiana si rivolge in modo speciale al Sangue di Cristo, sono lieto di incontrare le Società di Vita apostolica e gli Istituti religiosi maschili e femminili, con le rispettive aggregazioni laicali, che si ispirano alla spiritualità del Sangue di Gesù. Vi saluto tutti con affetto e ringrazio padre Terenzio Pastore e suor Nicla Spezzati per le parole con cui hanno introdotto questo incontro, promosso dall’Unione Sanguis Christi.

Fin dagli inizi del Cristianesimo, il mistero d’amore del Sangue di Cristo ha affascinato tante persone. Anche i vostri Santi Fondatori e Fondatrici hanno coltivato questa devozione, ponendola alla base delle vostre Costituzioni, perché hanno compreso nella luce della fede che il Sangue di Cristo è fonte di salvezza per il mondo. Dio ha scelto il segno del sangue, perché nessun altro segno è così eloquente per esprimere l’amore supremo della vita donata agli altri. Questa donazione si ripete in ogni celebrazione eucaristica, nella quale si rende presente, insieme col Corpo di Cristo, il suo Sangue prezioso, il Sangue della nuova ed eterna Alleanza, versato per tutti in remissione dei peccati (cfr Mt 26,27).

La meditazione del sacrificio di Cristo ci induce a compiere opere di misericordia, donando la nostra vita per Dio e i fratelli senza risparmio. La meditazione del mistero del Sangue di Cristo versato sulla croce per la nostra redenzione, ci spinge, in particolare, verso quanti potrebbero essere curati nelle loro sofferenze morali e fisiche e sono invece lasciati languire ai margini di una società del consumo e dell’indifferenza. È in questa prospettiva che si evidenzia in tutta la sua importanza il vostro servizio alla Chiesa e alla società. Da parte mia, vi suggerisco tre aspetti che possano aiutarvi nella vostra attività e nella vostra testimonianza: il coraggio della verità; l’attenzione a tutti, specialmente ai lontani; la capacità di affascinare e comunicare.

Il coraggio della verità. È importante essere persone coraggiose, costruire comunità coraggiose che non hanno paura di schierarsi per affermare i valori del Vangelo e la verità sul mondo e sull’uomo. Si tratta di parlare chiaro e non voltare la faccia dall’altra parte di fronte agli attacchi al valore della vita umana dal concepimento al suo naturale tramonto, di fronte alla dignità della persona umana, di fronte ai mali sociali, di fronte alle varie forme di povertà. La testimonianza dei discepoli di Gesù è chiamata a toccare la vita delle parrocchie e dei quartieri, a non lasciare indifferenti ma a incidere, trasformando i cuori e la vita delle persone.

Il secondo aspetto è l’attenzione a tutti, specialmente ai lontani. Nella vostra missione siete chiamati ad arrivare a tutti, a farvi capire da tutti, ad essere cioè “popolari” usando un linguaggio grazie al quale tutti possano comprendere il messaggio del Vangelo. I destinatari dell’amore e della bontà di Gesù sono tutti: i vicini, ma soprattutto i lontani. Pertanto, occorre individuare le forme più adatte per riuscire ad avvicinare una molteplicità di persone nelle case, negli ambienti sociali e nella strada. Per fare questo, avete davanti l’esempio di Gesù e dei discepoli che camminavano per le strade della Palestina annunciando il Regno di Dio con tanti segni di guarigione che confermavano la Parola. Sforzatevi di essere immagine di una Chiesa che cammina per strada, fra la gente, anche rischiando in prima persona, condividendo gioie e fatiche di quanti incontrate.

Il terzo aspetto che suggerisco per la vostra testimonianza è la capacità di affascinare e comunicare. Essa è finalizzata specialmente alla predicazione, alla catechesi, agli itinerari di approfondimento della Parola di Dio. Si tratta di suscitare un coinvolgimento sempre maggiore per offrire e far gustare i contenuti della fede cristiana, sollecitando a una vita nuova in Cristo. Il Vangelo e lo Spirito Santo suscitano parole e gesti che fanno ardere i cuori e li aiutano ad aprirsi a Dio e al prossimo. Per questo ministero della Parola, si può trarre ispirazione dall’atteggiamento con cui Gesù dialogava con la gente per rivelare il suo mistero a tutti, per affascinare la gente comune con insegnamenti elevati ed esigenti. La forza di questo atteggiamento si nasconde «in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 141). Imitando lo stile con cui Gesù predicava, ci aiuta ad accostare gli altri facendo loro percepire la tenerezza di Dio. Credo che viviamo un tempo nel quale è necessario portare avanti la rivoluzione della tenerezza.

Ecco tre caratteristiche che possono essere utili per il vostro cammino di fede e il vostro apostolato. Ma non dimentichiamo che la vera forza della testimonianza cristiana deriva dal Vangelo stesso. Ed è qui che emerge la centralità del Sangue di Cristo e della relativa spiritualità. Si tratta di fare affidamento soprattutto alla “sovrabbondanza d’amore” espressa nel Sangue del Signore, che hanno messo in luce i Padri della Chiesa e i grandi santi e mistici della storia cristiana, da San Bonaventura a Santa Caterina da Siena, fino a un Santo a voi particolarmente caro: San Gaspare del Bufalo. Questo sacerdote romano, fondatore dei Missionari del Preziosissimo Sangue, si sforzò di mantenere vivo l’ardore della fede nel popolo cristiano percorrendo le regioni dell’Italia centrale. Con l’esempio del suo amore a Dio, della sua umiltà, della sua carità, egli seppe portare dappertutto la riconciliazione e la pace, andando incontro alle necessità spirituali e materiali delle persone più fragili, che vivevano ai margini della società.

Cari fratelli e sorelle, è in Cristo che si trova il principio sicuro della nostra esistenza: è Lui la nostra fondamentale e definitiva speranza. Nel cammino delle vostre comunità, la priorità vada alla preghiera, all’ascolto della Parola di Dio, alla contemplazione, e alla docile obbedienza alla voce dello Spirito Santo. Crescano tra di voi la comunione e la collaborazione, condizioni indispensabili perché il mandato apostolico ricevuto dal Signore possa portare abbondanti frutti spirituali a vantaggio dell’intero popolo di Dio.

Accompagno questi auspici con il mio orante ricordo per voi e per la vostra missione e, mentre vi chiedo di pregare per me, di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

 

Angelus, 29 giugno 2018, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

Ven, 29/06/2018 - 12:00

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi la Chiesa, pellegrina a Roma e nel mondo intero, va alle radici della sua fede e celebra gli Apostoli Pietro e Paolo. I loro resti mortali, custoditi nelle due Basiliche ad essi dedicate, sono tanto cari ai romani e ai numerosi pellegrini che da ogni parte vengono a venerarli.

Vorrei soffermarmi sul Vangelo (cfr Mt 16,13-19) che la liturgia ci propone in questa festa. In esso si racconta un episodio che è fondamentale per il nostro cammino di fede. Si tratta del dialogo in cui Gesù pone ai suoi discepoli la domanda sulla sua identità. Egli dapprima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13). E poi interpella direttamente loro: «Voi, chi dite che io sia?» (v. 15). Con queste due domande, Gesù sembra dire che una cosa è seguire l’opinione corrente, e un’altra è incontrare Lui e aprirsi al suo mistero: lì si scopre la verità. L’opinione comune contiene una risposta vera ma parziale; Pietro, e con lui la Chiesa di ieri, di oggi e di sempre, risponde, per grazia di Dio, la verità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16).

Nel corso dei secoli, il mondo ha definito Gesù in diversi modi: un grande profeta della giustizia e dell’amore; un sapiente maestro di vita; un rivoluzionario; un sognatore dei sogni di Dio... e così via. Tante cose belle. Nella babele di queste e di altre ipotesi si staglia ancora oggi, semplice e netta, la confessione di Simone detto Pietro, uomo umile e pieno di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo. E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi. Questa è l’esperienza del cristiano, e non è merito suo, di noi cristiani, e non è merito nostro, ma viene da Dio, è una grazia di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutto ciò è contenuto in germe nella risposta di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo”.

E poi, la risposta di Gesù è piena di luce: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (v. 18). È la prima volta che Gesù pronuncia la parola “Chiesa”: e lo fa esprimendo tutto l’amore verso di essa, che definisce «la mia Chiesa». E’ la nuova comunità dell’Alleanza, non più basata sulla discendenza e sulla Legge, ma sulla fede in Lui, Gesù, Volto di Dio. Una fede che il Beato Paolo VI, quando ancora era Arcivescovo di Milano, esprimeva con questa mirabile preghiera:

«O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro,
suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo» (Lettera pastorale, 1955).

Per intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, il Signore conceda alla Chiesa, a Roma e nel mondo intero, di essere sempre fedele al Vangelo, al cui servizio i santi Pietro e Paolo hanno consacrato la loro vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina, qui in Piazza San Pietro, ho celebrato l’Eucaristia con i nuovi Cardinali creati nel Concistoro di ieri; e ho benedetto i Palli degli Arcivescovi Metropoliti nominati in quest’ultimo anno, provenienti da diversi Paesi. Rinnovo il mio saluto e il mio augurio a loro e a quanti li hanno accompagnati in questa festosa circostanza. Possano vivere sempre con entusiasmo e generosità il loro servizio al Vangelo e alla Chiesa.

Nella stessa celebrazione ho accolto con affetto la Delegazione venuta a Roma a nome del Patriarca Ecumenico, il caro fratello Bartolomeo. Questa presenza è un ulteriore segno del cammino di comunione e di fraternità che grazie a Dio caratterizza le nostre Chiese.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, specialmente dalla Repubblica Ceca, dal Pakistan, dalla Cina e dagli Stati Uniti d’America. E vedo le bandiere spagnole: anche dalla Spagna… E da tanti altri Paesi.

Il mio saluto oggi è soprattutto per voi, fedeli di Roma, nella festa dei santi Patroni della Città! Per questa ricorrenza la “Pro Loco” romana ha promosso la tradizionale Infiorata, che vedo da qua, realizzata da diversi artisti e da tante realtà associative e del volontariato. Grazie per questa bella iniziativa e per le suggestive decorazioni floreali!

Auguro a tutti buona festa. E, per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Santa Messa e benedizione dei Palli per i nuovi Arcivescovi Metropoliti nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno 2018)

Ven, 29/06/2018 - 09:30

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI
PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018

[Multimedia]

 

Le Letture proclamate ci permettono di prendere contatto con la tradizione apostolica, quella che «non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Catechesi, 26 aprile 2006) e ci offrono le chiavi del Regno dei cieli (cfr Mt 16,19). Tradizione perenne e sempre nuova che ravviva e rinfresca la gioia del Vangelo, e ci permette così di confessare con le nostre labbra e il nostro cuore: «“Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).

Tutto il Vangelo vuole rispondere alla domanda che albergava nel cuore del Popolo d’Israele e che anche oggi non cessa di abitare tanti volti assetati di vita: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Domanda che Gesù riprende e pone ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Pietro, prendendo la parola, attribuisce a Gesù il titolo più grande con cui poteva chiamarlo: «Tu sei il Messia» (cfr Mt 16,16), cioè l’Unto, il Consacrato di Dio. Mi piace sapere che è stato il Padre ad ispirare questa risposta a Pietro, che vedeva come Gesù “ungeva” il suo popolo. Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: “unge” il morto (cfr Mc 5,41-42; Lc 7,14-15), unge il malato (cfr Mc 6,13; Gc 5,14), unge le ferite (cfr Lc 10,34), unge il penitente (cfr Mt 6,17). Unge la speranza (cfr Lc 7,38.46; Gv 11,2; 12,3). In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano – lì dove si trovava – ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni. Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione (cfr Is 10,27). Non ci è lecito perdere la gioia e la memoria di saperci riscattati, quella gioia che ci porta a confessare: “Tu sei il Figlio del Dio vivente” (cfr Mt 16,16).

Ed è interessante, poi, notare il seguito di questo passo del Vangelo in cui Pietro confessa la fede: «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio.

Davanti a questo annuncio così inatteso, Pietro reagisce: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22) e si trasforma immediatamente in pietra d’inciampo sulla strada del Messia; e credendo di difendere i diritti di Dio, senza accorgersi si trasformava in suo nemico (lo chiama “Satana”, Gesù). Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione significa anche imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo. Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei “sussurri” del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione. E dico “sussurri” perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, «si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto» (S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 326).

Invece, partecipare all’unzione di Cristo è partecipare alla sua gloria, che è la sua Croce: Padre, glorifica il tuo Figlio… «Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,28). Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario.

Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca, Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri. Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede – come lo ha richiesto a Pietro – di identificare i “sussurri” del maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle “coperture” personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Non separando la gloria dalla croce, Gesù vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da trionfalismi vuoti: vuoti di amore, vuoti di servizio, vuoti di compassione, vuoti di popolo. La vuole riscattare da una immaginazione senza limiti che non sa mettere radici nella vita del Popolo fedele o, che sarebbe peggio, crede che il servizio al Signore le chieda di sbarazzarsi delle strade polverose della storia. Contemplare e seguire Cristo esige di lasciare che il cuore si apra al Padre e a tutti coloro coi quali Egli stesso ha voluto identificarsi (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49), e questo nella certezza di sapere che non abbandona il suo popolo.

Cari fratelli, continua ad abitare in milioni di volti la domanda: « Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Confessiamo con le nostre labbra e col nostro cuore: Gesù Cristo è il Signore (cfr Fil 2,11). Questo è il nostro cantus firmus che tutti i giorni siamo invitati a intonare. Con la semplicità, la certezza e la gioia di sapere che «la Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)» (S. Ambrogio, Hexaemeron, IV, 8, 32).

 

Concistoro Ordinario Pubblico per la Creazione di nuovi Cardinali (28 giugno 2018)

Gio, 28/06/2018 - 16:00

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Giovedì, 28 giugno 2018

[Multimedia]

 

«Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti[1] a loro» (Mc 10,32).

L’inizio di questo paradigmatico passo di Marco ci aiuta sempre a vedere come il Signore si prende cura del suo popolo con una pedagogia impareggiabile. In cammino verso Gerusalemme, Gesù non trascura di precedere (primerear) i suoi.

Gerusalemme rappresenta l’ora delle grandi determinazioni e decisioni. Tutti sappiamo che, nella vita, i momenti importanti e cruciali lasciano parlare il cuore e mostrano le intenzioni e le tensioni che ci abitano. Tali incroci dell’esistenza ci interpellano e fanno emergere domande e desideri non sempre trasparenti del cuore umano. E’ quello che rivela, con grande semplicità e realismo, il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. A fronte del terzo e più duro annuncio della passione, l’Evangelista non teme di svelare certi segreti del cuore dei discepoli: ricerca dei primi posti, gelosie, invidie, intrighi, aggiustamenti e accordi; una logica che non solo logora e corrode da dentro i rapporti tra loro, ma che inoltre li chiude e li avvolge in discussioni inutili e di poco conto. Gesù però non si ferma su questo, ma va avanti, li precede (primerea) e con forza dice loro: «Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10,43). Con tale atteggiamento, il Signore cerca di ricentrare lo sguardo e il cuore dei suoi discepoli, non permettendo che le discussioni sterili e autoreferenziali trovino spazio in seno alla comunità. A che serve guadagnare il mondo intero se si è corrosi all’interno? A che serve guadagnare il mondo intero se si vive tutti presi da intrighi asfissianti che inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione? In questa situazione – come qualcuno ha osservato – si potrebbero già intravedere gli intrighi di palazzo, anche nelle curie ecclesiastiche.

«Tra voi però non è così»: risposta del Signore che, prima di tutto, è un invito e una scommessa per recuperare il meglio che c’è nei discepoli e così non lasciarsi rovinare e imprigionare da logiche mondane che distolgono lo sguardo da ciò che è importante. «Tra voi non è così»: è la voce del Signore che salva la comunità dal guardare troppo sé stessa invece di rivolgere lo sguardo, le risorse, le aspettative e il cuore a ciò che conta: la missione.

E così Gesù ci insegna che la conversione, la trasformazione del cuore e la riforma della Chiesa è e sarà sempre in chiave missionaria, perché presuppone che si cessi di vedere e curare i propri interessi per guardare e curare gli interessi del Padre. La conversione dai nostri peccati, dai nostri egoismi non è e non sarà mai fine a sé stessa, ma mira principalmente a crescere in fedeltà e disponibilità per abbracciare la missione. E questo in modo tale che, nell’ora della verità, specialmente nei momenti difficili dei nostri fratelli, siamo ben disposti e disponibili ad accompagnare e accogliere tutti e ciascuno, e non ci trasformiamo in ottimi respingenti, o per ristrettezza di vedute[2] o, peggio ancora, perché stiamo discutendo e pensando tra di noi chi sarà il più importante. Quando ci dimentichiamo della missione, quando perdiamo di vista il volto concreto dei fratelli, la nostra vita si rinchiude nella ricerca dei propri interessi e delle proprie sicurezze. E così cominciano a crescere il risentimento, la tristezza e il disgusto. A poco a poco viene meno lo spazio per gli altri, per la comunità ecclesiale, per i poveri, per ascoltare la voce del Signore. Così si perde la gioia e il cuore finisce per inaridirsi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 2).

«Tra voi però non è così; – ci dice il Signore – […] chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43.44). E’ la beatitudine e il magnificat che ogni giorno siamo chiamati a intonare. E’ l’invito che il Signore ci fa perché non dimentichiamo che l’autorità nella Chiesa cresce con questa capacità di promuovere la dignità dell’altro, di ungere l’altro, per guarire le sue ferite e la sua speranza tante volte offesa. E’ ricordare che siamo qui perché siamo inviati a «portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Cari fratelli Cardinali e neo-Cardinali! Mentre siamo sulla strada verso Gerusalemme, il Signore cammina davanti a noi per ricordarci ancora una volta che l’unica autorità credibile è quella che nasce dal mettersi ai piedi degli altri per servire Cristo. E’ quella che viene dal non dimenticare che Gesù, prima di chinare il capo sulla croce, non ha avuto paura di chinarsi davanti ai discepoli e lavare loro i piedi. Questa è la più alta onorificenza che possiamo ottenere, la maggiore promozione che ci possa essere conferita: servire Cristo nel popolo fedele di Dio, nell’affamato, nel dimenticato, nel carcerato, nel malato, nel tossicodipendente, nell’abbandonato, in persone concrete con le loro storie e speranze, con le loro attese e delusioni, con le loro sofferenze e ferite. Solo così l’autorità del pastore avrà il sapore del Vangelo e non sarà «come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (1 Cor 13,1). Nessuno di noi deve sentirsi “superiore” ad alcuno. Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso. Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi.

Vorrei ricordare con voi una parte del testamento spirituale di San Giovanni XXIII, che avanzando nel cammino ha potuto dire: «Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la larghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici» (29 giugno 1954).

 

[1] Il verbo proago è lo stesso con cui Gesù risorto fa annunciare ai discepoli che li “precederà” in Galilea (cfr Mc 16,7).

[2] Cfr Jorge Mario Bergoglio, Ejercicios Espirituales a los Obispos españoles, 2006.

 

Alla Federazione Italiana Nuoto (28 giugno 2018)

Gio, 28/06/2018 - 11:15

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA FEDERAZIONE ITALIANA NUOTO

Sala Clementina
Giovedì, 28 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari amici!

Vi do il mio cordiale benvenuto, con un “grazie” particolare al Presidente della Federazione per le sue parole.

In queste giornate di gare sportive – il Trofeo “Sette Colli” –, oltre ai risultati tecnici, voi offrite anche una testimonianza di disciplina, di sano agonismo e di gioco di squadra. Mostrate a quali mete si può arrivare attraverso la fatica dell’allenamento, che comporta un grande impegno e anche delle rinunce. Tutto questo costituisce una lezione di vita soprattutto per i vostri coetanei. Il nuoto, come ogni attività sportiva, se praticato con lealtà, diventa occasione di formazione ai valori umani e sociali, per irrobustire insieme col corpo anche il carattere e la volontà, e per imparare a conoscersi e ad accettarsi tra compagni.

Vorrei insistere un po’ su questa aspetto del “fare squadra”. Certo, il nuoto è uno sport prevalentemente individuale, ma comunque praticarlo in una società sportiva e addirittura a livello nazionale diventa un’esperienza di squadra, in cui contano molto la collaborazione e l’aiuto reciproco. E poi ci sono le staffette, e c’è la “Pallanuoto”, che è un classico gioco di squadra. Soprattutto c’è il “Nuoto sincronizzato”, che è veramente l’esaltazione del fare squadra: è tutto armonia, e l’eccellenza si raggiunge quando gli atleti si muovono in modo tale da formare un unico movimento. E’ davvero affascinante, e per noi comuni spettatori sembra quasi impossibile; ma anche lì, il segreto è, oltre alla bravura individuale, l’aiuto reciproco.

Parlando di nuoto sincronizzato non posso non pensare a Noemi, la vostra compagna tragicamente scomparsa pochi giorni fa, qui a Roma. Ho pregato per lei e per la sua famiglia, e oggi la ricordo insieme con voi.

Cari dirigenti e atleti, siate un buon esempio per i vostri coetanei, un esempio che può aiutarli a costruire il loro avvenire. Il linguaggio dello sport è universale e raggiunge facilmente le nuove generazioni. Perciò vi incoraggio a trasmettere messaggi positivi attraverso la vostra attività, contribuendo così anche a migliorare la società in cui viviamo.

Il Signore vi benedica e vi dia sempre la gioia di fare sport insieme, in spirito di fratellanza. Grazie.

Alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli (28 giugno 2018)

Gio, 28/06/2018 - 10:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

Giovedì, 28 giugno 2018

[Multimedia]

 

Eminenza, cari Fratelli in Cristo,

in questo giorno di vigilia della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, mi riempie di gioia incontrare voi che siete venuti a Roma per rappresentare Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e il Santo Sinodo e darvi il mio più cordiale benvenuto. La vostra presenza in occasione delle celebrazioni in onore dei Patroni principali della Chiesa di Roma è segno della crescente comunione che lega la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ecumenico.

Fare memoria degli Apostoli, dei loro insegnamenti e della loro testimonianza significa ricordare le radici comuni sulle quali si edificano le nostre Chiese sorelle, ma anche prendere coscienza della comune missione al servizio del Vangelo, per generare un’umanità nuova, protesa verso Dio.

In tante società che tradizionalmente si dicevano cristiane, accanto ad esempi luminosi di fedeltà al Signore Gesù Cristo, si assiste a un progressivo offuscamento della fede cristiana, che non incide più nelle scelte dei singoli e nelle decisioni pubbliche. Il disprezzo della dignità della persona umana, l’idolatria del denaro, la diffusione della violenza, l’assolutizzazione della scienza e della tecnica, lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali sono soltanto alcuni dei gravi segni di una tragica realtà, alla quale non possiamo rassegnarci. Condivido pienamente quanto il Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo ha affermato nel discorso tenuto nel corso della sua recente visita a Roma per partecipare al Convegno internazionale su “Nuove politiche e stili di vita nell’era digitale”: «Respingiamo la cinica frase “Non c’è alternativa” […]. È inaccettabile che le forme alternative di sviluppo e la forza della solidarietà sociale e della giustizia siano ignorate e calunniate. Le nostre Chiese possono creare nuove possibilità di trasformazione per il nostro mondo. Infatti, la Chiesa stessa è un evento di trasformazione, di condivisione, di amore e di apertura. […] Nelle nostre Chiese sperimentiamo la benedetta certezza che il futuro non appartiene all’“avere” ma all’“essere”, non alla “pleonexia” ma alla “condivisione”, non all’individualismo e all’egoismo ma alla comunione e alla solidarietà: non appartiene alla divisione ma all’amore».

È per me consolante constatare che questa convergenza di visioni con il mio amato fratello Bartolomeo si traduce in un concreto lavoro comune. Anche nel corso di questi ultimi mesi il Patriarcato Ecumenico e la Chiesa Cattolica hanno collaborato su iniziative concernenti temi di notevole importanza, quali la lotta contro le forme moderne di schiavitù, la difesa del creato, la ricerca della pace. A questo proposito, sono sentitamente grato a Sua Santità Bartolomeo di avere subito accettato il mio invito ad incontrarci il prossimo 7 luglio a Bari, insieme ai Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente, per pregare e riflettere sulla tragica situazione che affligge tanti fratelli e sorelle di quella regione.

È mio auspicio che si moltiplichino le opportunità in cui noi cattolici e ortodossi, a tutti i livelli, possiamo lavorare insieme, pregare insieme, annunciare insieme l’unico Vangelo di Gesù Cristo che abbiamo ricevuto dalla predicazione apostolica, per sperimentare sempre di più in questo cammino comune l’unità che, per grazia di Dio, già ci unisce.

Eminenza, cari Fratelli, grazie ancora per la vostra presenza. Per intercessione dei Santi Pietro e Paolo e di Sant’Andrea, fratello di San Pietro, il Signore Onnipotente ci conceda di essere fedeli annunciatori del Vangelo. E, mentre invoco su tutti noi la sua benedizione, vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie!

Udienza Generale del 27 giugno 2018: Catechesi sui Comandamenti. 3: L’amore di Dio precede la legge e le dà senso

Mer, 27/06/2018 - 10:00

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 giugno 2018

[Multimedia]

 

Saluti del Santo Padre nell'Aula Paolo VI

Catechesi del Santo Padre

Ai pellegrini dell’Organizzazione “Deaf Catholic Youth Initiative of the Americas” (DCYIA)

Cari amici,

do un caloroso benvenuto al gruppo “Deaf Catholic Youth Initiative of the Americas”. Prego affinché il vostro pellegrinaggio, che avete chiamato “Un tempo per camminare con Gesù” – possa aiutarvi a crescere nell’amore per Cristo e gli uni per gli altri. Il Signore riserva un posto speciale nel suo cuore per chiunque presenti qualche disabilità, e così è anche per il Successore di San Pietro! Spero che il tempo che trascorrerete a Roma vi arricchisca spiritualmente e rafforzi la vostra testimonianza verso l’amore di Dio per tutti i suoi figli. Voi continuate il vostro viaggio, vi chiedo, per favore, di ricordarvi di pregare per me. Possa Dio Onnipotente benedire con abbondanza tutti voi!

Alla delegazione dell’Organizzazione “Special Olympics

Rivolgo uno speciale benvenuto alla delegazione dell’organizzazione “Special Olympics” in occasione del 50° anniversario della sua fondazione. Il mondo dello sport offre una particolare opportunità alle persone di crescere nella reciproca comprensione ed amicizia, e io prego affinché questa Fiamma Olimpica possa essere un segno di gioia e di speranza nel Signore, che concede i doni dell’unità e della pace ai suoi figli.  Su tutti coloro che sostengono le finalità di “Special Olympics”, volentieri invoco le benedizioni di gioia e di pace di Dio Onnipotente.

CATECHESI DEL SANTO PADRE

 

Catechesi sui Comandamenti. 3: L’amore di Dio precede la legge e le dà senso

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, questa udienza si svolgerà come mercoledì scorso. In Aula Paolo VI ci sono tanti ammalati e per custodirli al caldo, perché fossero più comodi, sono lì. Ma seguiranno l’udienza con il maxischermo e, anche noi con loro, cioè non ci sono due udienze. Ce n’è una sola. Salutiamo gli ammalati dell’Aula Paolo VI. E continuiamo a parlare dei comandamenti che, come abbiamo detto, più che comandamenti sono le parole di Dio al suo popolo perché cammini bene; parole amorevoli di un Padre. Le dieci Parole iniziano così: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Questo inizio sembrerebbe estraneo alle leggi vere e proprie che seguono. Ma non è così.

Perché questa proclamazione che Dio fa di sé e della liberazione? Perché si arriva al Monte Sinai dopo aver attraversato il Mar Rosso: il Dio di Israele prima salva, poi chiede fiducia.[1] Ossia: il Decalogo comincia dalla generosità di Dio. Dio mai chiede senza dare prima. Mai. Prima salva, prima dà, poi chiede. Così è il nostro Padre, Dio buono.

E capiamo l’importanza della prima dichiarazione: «Io sono il Signore, tuo Dio». C’è un possessivo, c’è una relazione, ci si appartiene. Dio non è un estraneo: è il tuo Dio.[2] Questo illumina tutto il Decalogo e svela anche il segreto dell’agire cristiano, perché è lo stesso atteggiamento di Gesù che dice: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9). Cristo è l’amato dal Padre e ci ama di quell’amore. Lui non parte da sé ma dal Padre. Spesso le nostre opere falliscono perché partiamo da noi stessi e non dalla gratitudine. E chi parte da sé stesso, dove arriva? Arriva a sé stesso! È incapace di fare strada, torna su di sé. È proprio quell’atteggiamento egoistico che, scherzando, la gente dice: “Quella persona è un io, me con me, e per me”. Esce da se stesso e torna a sé.

La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei “doveri” denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è “nostro”. Io devo fare questo, questo, questo … Solo doveri. Ma ti manca qualcosa! Qual è il fondamento di questo dovere? Il fondamento di questo dovere è l’amore di Dio Padre, che prima dà, poi comanda. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? Ma essere cristiano è un cammino di liberazione! I comandamenti ti liberano dal tuo egoismo e ti liberano perché c’è l’amore di Dio che ti porta avanti. La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare: prima il Mar Rosso, poi il Monte Sinai. Prima la salvezza: Dio salva il suo popolo nel Mar Rosso; poi nel Sinai gli dice cosa deve fare. Ma quel popolo sa che queste cose le fa perché è stato salvato da un Padre che lo ama.

La gratitudine è un tratto caratteristico del cuore visitato dallo Spirito Santo; per obbedire a Dio bisogna anzitutto ricordare i suoi benefici. Dice San Basilio: «Chi non lascia cadere nell’oblio tali benefici, si orienta verso la buona virtù e verso ogni opera di giustizia» (Regole brevi, 56). Dove ci porta tutto ciò? A fare esercizio di memoria:[3] quante cose belle ha fatto Dio per ognuno di noi! Quanto è generoso il nostro Padre celeste! Adesso io vorrei proporvi un piccolo esercizio, in silenzio, ognuno risponda nel suo cuore. Quante cose belle ha fatto Dio per me? Questa è la domanda. In silenzio ognuno di noi risponda. Quante cose belle ha fatto Dio per me? E questa è la liberazione di Dio. Dio fa tante cose belle e ci libera.

Eppure qualcuno può sentire di non aver ancora fatto una vera esperienza della liberazione di Dio. Questo può succedere. Potrebbe essere che ci si guardi dentro e si trovi solo senso del dovere, una spiritualità da servi e non da figli. Cosa fare in questo caso? Come fece il popolo eletto. Dice il libro dell’Esodo: «Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,23-25). Dio pensa a me.

L’azione liberatrice di Dio posta all’inizio del Decalogo – cioè dei comandamenti - è la risposta a questo lamento. Noi non ci salviamo da soli, ma da noi può partire un grido di aiuto: “Signore salvami, Signore insegnami la strada, Signore accarezzami, Signore dammi un po’ di gioia”. Questo è un grido che chiede aiuto. Questo spetta a noi: chiedere di essere liberati dall’egoismo, dal peccato, dalle catene della schiavitù. Questo grido è importante, è preghiera, è coscienza di quello che c’è ancora di oppresso e non liberato in noi. Ci sono tante cose non liberate nella nostra anima. “Salvami, aiutami, liberami”. Questa è una bella preghiera al Signore. Dio attende quel grido, perché può e vuole spezzare le nostre catene; Dio non ci ha chiamati alla vita per rimanere oppressi, ma per essere liberi e vivere nella gratitudine, obbedendo con gioia a Colui che ci ha dato tanto, infinitamente più di quanto mai potremo dare a Lui. È bello questo. Che Dio sia sempre benedetto per tutto quello che ha fatto, fa e farà in noi!

Saluti:

Je suis heureux de saluer les pèlerins venus de France et de divers pays francophones. Je forme le vœu que cette période estivale qui commence soit l’occasion pour chacun d’approfondir sa relation personnelle avec Dieu afin de le suivre plus librement sur la voie de ses commandements. Que Dieu vous bénisse !

[Sono lieto di salutare i pellegrini provenienti dalla Francia e da altri paesi francofoni. Spero che questo periodo estivo che inizia, sia un'opportunità per tutti di approfondire la propria relazione personale con Dio, per seguirlo più liberamente sul sentiero dei suoi comandamenti. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from Scotland, Ireland, Sweden, Greece, Australia, China, Vietnam and the United States of America. I also welcome the delegation from the NATO Defense College, with prayerful good wishes for their service to the cause of peace. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Scozia, Irlanda, Svezia, Grecia, Australia, Cina, Vietnam e Stati Uniti d’America. Saluto inoltre la delegazione di NATO Defense College, con fervidi auguri per il proprio servizio a favore della pace. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!]

Gerne heiße ich die Brüder und Schwestern deutscher Sprache willkommen. Besonders grüße ich die verschiedenen Schulgruppen, die an dieser Audienz teilnehmen. Der Anfang des Dekalogs erinnert uns daran, dass Gott uns zuerst geliebt hat. Unser Leben nach den Geboten ist Antwort auf das liebende Handeln Gottes und Ausdruck unserer Dankbarkeit. Der Heilige Geist schenke uns stets seine Gnade.

[Sono lieto di accogliere i fratelli e le sorelle di lingua tedesca. Saluto in particolare i vari gruppi di studenti presenti a questa Udienza. L’inizio del Decalogo ci ricorda che Dio ci ha amati per primo. La nostra vita secondo i comandamenti è risposta all’iniziativa d’amore di Dio ed espressione della nostra gratitudine. Lo Spirito Santo ci doni sempre la sua grazia.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Los invito a que, recordando todo lo bueno que Dios ha hecho en ustedes, respondan con libertad y alegría a la llamada de Dios, que nos ama y nos libra de nuestras esclavitudes para que podamos vivir como sus hijos amados. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

Dirijo uma cordial saudação aos grupos vindos de Portugal e do Brasil e demais peregrinos de língua portuguesa, desejando que esta visita por ocasião da Solenidade dos Santos Apóstolos Pedro e Paulo possa confirmar a todos na fé, esperança e caridade. Que Nossa Senhora vos acompanhe e proteja!

[Rivolgo un cordiale saluto ai gruppi giunti dal Portogallo e dal Brasile e agli altri pellegrini di lingua portoghese, augurando che questa visita, in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, possa confermare tutti nella fede, speranza e carità. La Madonna vi accompagni e vi protegga.]

&#x623;&#x631;&#x62d;&#x628; &#x628;&#x645;&#x648;&#x62f;&#x629; &#x628;&#x627;&#x644;&#x62d;&#x627;&#x636;&#x631;&#x64a;&#x646; &#x627;&#x644;&#x646;&#x627;&#x637;&#x642;&#x64a;&#x646; &#x628;&#x627;&#x644;&#x644;&#x63a;&#x629; &#x627;&#x644;&#x639;&#x631;&#x628;&#x64a;&#x629;&#x60c; &#x648;&#x62e;&#x627;&#x635;&#x629; &#x643;&#x648;&#x631;&#x627;&#x644; "&#x627;&#x644;&#x641;&#x631;&#x62d; &#x627;&#x644;&#x62a;&#x627;&#x645;" &#x627;&#x644;&#x642;&#x627;&#x62f;&#x645; &#x645;&#x646; &#x645;&#x635;&#x631;&#x60c; &#x648;&#x62c;&#x648;&#x642;&#x629; "&#x646;&#x648;&#x633;&#x631;&#x648;&#x62a;&#x648;" &#x645;&#x646; &#x644;&#x628;&#x646;&#x627;&#x646;&#x60c; &#x648;&#x645;&#x624;&#x645;&#x646;&#x64a;&#x646; &#x643;&#x646;&#x64a;&#x633;&#x629; "&#x627;&#x644;&#x645;&#x64c;&#x62e;&#x644;&#x635;". &#x644;&#x642;&#x62f; &#x623;&#x639;&#x637;&#x649; &#x627;&#x644;&#x644;&#x647; &#x627;&#x644;&#x648;&#x635;&#x627;&#x64a;&#x627; &#x644;&#x634;&#x639;&#x628;&#x647; &#x628;&#x639;&#x62f; &#x623;&#x646; &#x62d;&#x631;&#x631;&#x647; &#x645;&#x646; &#x627;&#x644;&#x639;&#x628;&#x648;&#x62f;&#x64a;&#x629;&#x60c; &#x645;&#x638;&#x647;&#x631;&#x627; &#x647;&#x643;&#x630;&#x627; &#x633;&#x62e;&#x627;&#x621; &#x645;&#x62d;&#x628;&#x62a;&#x647; &#x627;&#x644;&#x623;&#x628;&#x648;&#x64a;&#x629;. &#x641;&#x627;&#x644;&#x644;&#x647; &#x64a;&#x631;&#x63a;&#x628; &#x641;&#x64a; &#x623;&#x646; &#x64a;&#x62d;&#x644; &#x62c;&#x645;&#x64a;&#x639; &#x642;&#x64a;&#x648;&#x62f;&#x646;&#x627;&#x60c; &#x643;&#x64a; &#x646;&#x639;&#x64a;&#x634; &#x627;&#x644;&#x62d;&#x64a;&#x627;&#x629; &#x648;&#x627;&#x644;&#x648;&#x635;&#x627;&#x64a;&#x627;&#x60c; &#x644;&#x627; &#x628;&#x631;&#x648;&#x62d; &#x627;&#x644;&#x639;&#x628;&#x64a;&#x62f;&#x60c; ‏&#x648;&#x625;&#x646;&#x645;&#x627; &#x628;&#x62d;&#x631;&#x64a;&#x629; &#x627;&#x644;&#x623;&#x628;&#x646;&#x627;&#x621;. &#x644;&#x64a;&#x628;&#x627;&#x631;&#x643;&#x643;&#x645; &#x627;&#x644;&#x631;&#x628; &#x62c;&#x645;&#x64a;&#x639;&#x627; &#x648;&#x64a;&#x62d;&#x631;&#x633;&#x643;&#x645; &#x645;&#x646; &#x627;&#x644;&#x634;&#x631;&#x64a;&#x631;!‏

[Saluto cordialmente i pellegrini di ‎lingua ‎araba, ‎in ‎‎‎particolare ‎il coro “La Perfetta Letizia” dall’Egitto, “Nousroto” dal Libano, i fedeli della parrocchia “San Salvatore” da Gerusalemme. Dio diede i comandamenti al Suo popolo dopo averlo liberato dalla schiavitù, mostrando così la generosità del Suo ‎amore paterno. Dio desidera sciogliere tutte le nostre catene ‎per vivere la vita e i comandamenti, non con lo spirito di schiavi, ma con la libertà dei figli. Il Signore vi benedica e vi protegga ‎dal‎ maligno‎‎!‎‎]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, którzy przybyli z Polski i zza granicy w pielgrzymce do Grobów &#x15b;w. Aposto&#x142;ów. Pozdrawiam pielgrzymów z &#x141;odzi, towarzysz&#x105;cych swemu Arcybiskupowi, który otrzyma paliusz metropolity. Witam równie&#x17c; nowo wy&#x15b;wi&#x119;conych diakonów z Archidiecezji Krakowskiej i Diecezji Bielsko-&#x17b;ywieckiej. &#x17b;ycz&#x119; wszystkim, by okres wakacji, który si&#x119; rozpoczyna by&#x142; dla was czasem wypoczynku i pi&#x119;kn&#x105; okazj&#x105; uwielbiania Boga za dzie&#x142;o stworzenia. Z odwag&#x105; trwajcie w wierze, przyznaj&#x105;c si&#x119; zawsze do Jezusa. Z serca wam b&#x142;ogos&#x142;awi&#x119;.

[Saluto cordialmente i Polacchi giunti dalla Polonia e dall’estero, in pellegrinaggio alle Tombe degli Apostoli. Saluto i pellegrini provenienti da &#x141;ód&#x17a; che accompagnano il proprio Arcivescovo, il quale riceverà il pallio da metropolita. Do il mio benvenuto ai Diaconi neo ordinati dell’Arcidiocesi di Cracovia e della Diocesi di Bielsko-&#x17b;ywiec. Auguro a tutti che il periodo delle vacanze, che inizia, sia un tempo di riposo e una bella occasione per contemplare Dio nel capolavoro del Suo creato. Con coraggio, custodite la fede, professandovi sempre di Gesù. Vi benedico di cuore.]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere le partecipanti al Capitolo Generale delle Suore Francescane Immacolatine; le Religiose Carmelitane di Trivandrum; le Suore Scolastiche di Nostra Signora e i Cresimandi della Cittadella di Modena.

Saluto la Casa famiglia Sant’Antonio Abate di Sassari; la Comunità Cima di Milano; l’Associazione Emmaus di Lodi; l’Associazione socio culturale di musica di Orosei e la Caracciolo Academy musical school di Roma.

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Dopodomani è la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Impariamo da questi Apostoli del Signore la capacità di testimoniare con coraggio il Vangelo di Gesù, al di là delle proprie differenze, conservando la concordia e l’amicizia che fondano la credibilità di qualsiasi annuncio di fede.

[1] Nella tradizione rabbinica si trova un testo illuminante in proposito: «Perché le 10 parole non sono state proclamate all’inizio della Torah? […] A che si può paragonare? A un tale che assumendo il governo di una città domandò agli abitanti: “Posso regnare su di voi?”. Ma essi risposero: “Che cosa ci hai fatto di bene perché tu pretenda di regnare su di noi?”. Allora, che fece? Costruì loro delle mura di difesa e una canalizzazione per rifornire di acqua la città; poi combatté per loro delle guerre. E quando domandò nuovamente: “Posso regnare su di voi?”, essi gli risposero: “Sì, sì”. Così pure il Luogo fece uscire Israele dall’Egitto, divise per loro il mare, fece scendere per loro la manna e salire l’acqua del pozzo, portò loro in volo le quaglie e infine combatté per loro la guerra contro Amaleq. E quando domandò loro: “Posso regnare su di voi?”, essi gli risposero:“Sì, sì”» (Il dono della Torah. Commento al decalogo di Es 20 nella Mekilta di R. Ishamael, Roma 1982, p. 49).

[2] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 17: «La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia».

[3] Cfr Omelia nella Messa a S. Marta, 7 ottobre 2014: «[Cosa significa pregare?] È fare memoria davanti a Dio della nostra storia. Perché la nostra storia [è] la storia del suo amore verso di noi». Cfr Detti e fatti dei padri del deserto, Milano 1975, p. 71: «L'oblio è la radice di tutti i mali».

Ai partecipanti all'Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita (25 giugno 2018)

Lun, 25/06/2018 - 11:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLA
PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

Sala Clementina
Lunedì, 25 giugno 2018

[Multimedia]

 

Illustri Signori e Signore,

sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, a partire dal Presidente, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, che ringrazio per avermi presentato questa Assemblea Generale, nella quale il tema della vita umana verrà situato nell’ampio contesto del mondo globalizzato in cui oggi viviamo. E anche, voglio rivolgere un saluto al Cardinale Sgreccia, novantenne ma entusiasta, giovane, nella lotta per la vita. Grazie, Eminenza, per quello che Lei ha fatto in questo campo e per quello che sta facendo. Grazie.

La sapienza che deve ispirare il nostro atteggiamento nei confronti dell’“ecologia umana” è sollecitata a considerare la qualità etica e spirituale della vita in tutte le sue fasi. Esiste una vita umana concepita, una vita in gestazione, una vita venuta alla luce, una vita bambina, una vita adolescente, una vita adulta, una vita invecchiata e consumata – ed esiste la vita eterna. Esiste una vita che è famiglia e comunità, una vita che è invocazione e speranza. Come anche esiste la vita umana fragile e malata, la vita ferita, offesa, avvilita, emarginata, scartata. È sempre vita umana. È la vita delle persone umane, che abitano la terra creata da Dio e condividono la casa comune a tutte le creature viventi. Certamente nei laboratori di biologia si studia la vita con gli strumenti che consentono di esplorarne gli aspetti fisici, chimici e meccanici. Uno studio importantissimo e imprescindibile, ma che va integrato con una prospettiva più ampia e più profonda, che chiede attenzione alla vita propriamente umana, che irrompe sulla scena del mondo con il prodigio della parola e del pensiero, degli affetti e dello spirito. Quale riconoscimento riceve oggi la sapienza umana della vita dalle scienze della natura? E quale cultura politica ispira la promozione e la protezione della vita umana reale? Il lavoro “bello” della vita è la generazione di una persona nuova, l’educazione delle sue qualità spirituali e creative, l’iniziazione all’amore della famiglia e della comunità, la cura delle sue vulnerabilità e delle sue ferite; come pure l’iniziazione alla vita di figli di Dio, in Gesù Cristo.

Quando consegniamo i bambini alla privazione, i poveri alla fame, i perseguitati alla guerra, i vecchi all’abbandono, non facciamo noi stessi, invece, il lavoro “sporco” della morte? Da dove viene, infatti, il lavoro sporco della morte? Viene dal peccato. Il male cerca di persuaderci che la morte è la fine di ogni cosa, che siamo venuti al mondo per caso e siamo destinati a finire nel niente. Escludendo l’altro dal nostro orizzonte, la vita si ripiega su di sé e diventa bene di consumo. Narciso, il personaggio della mitologia antica, che ama sé stesso e ignora il bene degli altri, è ingenuo e non se ne rende neppure conto. Intanto, però, diffonde un virus spirituale assai contagioso, che ci condanna a diventare uomini-specchio e donne-specchio, che vedono soltanto sé stessi e niente altro. È come diventare ciechi alla vita e alla sua dinamica, in quanto dono ricevuto da altri e che chiede di essere posto responsabilmente in circolazione per altri.

La visione globale della bioetica, che voi vi apprestate a rilanciare sul campo dell’etica sociale e dell’umanesimo planetario, forti dell’ispirazione cristiana, si impegnerà con più serietà e rigore a disinnescare la complicità con il lavoro sporco della morte, sostenuto dal peccato. Ci potrà così restituire alle ragioni e alle pratiche dell’alleanza con la grazia destinata da Dio alla vita di ognuno di noi. Questa bioetica non si muoverà a partire dalla malattia e dalla morte per decidere il senso della vita e definire il valore della persona. Muoverà piuttosto dalla profonda convinzione dell’irrevocabile dignità della persona umana, così come Dio la ama, dignità di ogni persona, in ogni fase e condizione della sua esistenza, nella ricerca delle forme dell’amore e della cura che devono essere rivolte alla sua vulnerabilità e alla sua fragilità.

Dunque, in primo luogo, questa bioetica globale sarà una specifica modalità per sviluppare la prospettiva dell’ecologia integrale che è propria dell’Enciclica Laudato si’, in cui ho insistito su questi punti-forti: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo para­digma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di inten­dere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave re­sponsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (n. 16).

In secondo luogo, in una visione olistica della persona, si tratta di articolare con sempre maggiore chiarezza tutti i collegamenti e le differenze concrete in cui abita l’universale condizione umana e che ci coinvolgono a partire dal nostro corpo. Infatti «il nostro corpo ci pone in una relazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accet­tare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul pro­prio corpo si trasforma in una logica a volte sotti­le di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia uma­na. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé» (Laudato si’, 155).

Occorre quindi procedere in un accurato discernimento delle complesse differenze fondamentali della vita umana: dell’uomo e della donna, della paternità e della maternità, della filiazione e della fraternità, della socialità e anche di tutte le diverse età della vita. Come pure di tutte le condizioni difficili e di tutti i passaggi delicati o pericolosi che esigono speciale sapienza etica e coraggiosa resistenza morale: la sessualità e la generazione, la malattia e la vecchiaia, l’insufficienza e la disabilità, la deprivazione e l’esclusione, la violenza e la guerra. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 101).

Nei testi e negli insegnamenti della formazione cristiana ed ecclesiastica, questi temi dell’etica della vita umana dovranno trovare adeguata collocazione nell’ambito di una antropologia globale, e non essere confinati tra le questioni-limite della morale e del diritto. Una conversione all’odierna centralità dell’ecologia umana integrale, ossia di una comprensione armonica e complessiva della condizione umana, mi auguro trovi nel vostro impegno intellettuale, civile e religioso, valido sostegno e intonazione propositiva.

La bioetica globale ci sollecita dunque alla saggezza di un profondo e oggettivo discernimento del valore della vita personale e comunitaria, che deve essere custodito e promosso anche nelle condizioni più difficili. Dobbiamo peraltro affermare con forza che, senza l’adeguato sostegno di una prossimità umana responsabile, nessuna regolazione puramente giuridica e nessun ausilio tecnico potranno, da soli, garantire condizioni e contesti relazionali corrispondenti alla dignità della persona. La prospettiva di una globalizzazione che, lasciata solamente alla sua dinamica spontanea, tende ad accrescere e approfondire le diseguaglianze, sollecita una risposta etica a favore della giustizia. L’attenzione ai fattori sociali ed economici, culturali e ambientali che determinano la salute rientra in questo impegno, e diventa modalità concreta di realizzare il diritto di ogni popolo «alla partecipazione, sulla base dell’uguaglianza e della solidarietà, al godimento dei beni che sono destinati a tutti gli uomini» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 21).

La cultura della vita, infine, deve rivolgere più seriamente lo sguardo alla “questione seria” della sua destinazione ultima. Si tratta di mettere in luce con maggiore chiarezza ciò che orienta l’esistenza dell’uomo verso un orizzonte che lo sorpassa: ogni persona è gratuitamente chiamata «alla comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità. […] La Chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell’attuazione di essi» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 21). Occorre interrogarsi più a fondo sulla destinazione ultima della vita, capace di restituire dignità e senso al mistero dei suoi affetti più profondi e più sacri. La vita dell’uomo, bella da incantare e fragile da morire, rimanda oltre sé stessa: noi siamo infinitamente di più di quello che possiamo fare per noi stessi. La vita dell’uomo, però, è anche incredibilmente tenace, di certo per una misteriosa grazia che viene dall’alto, nell’audacia della sua invocazione di una giustizia e di una vittoria definitiva dell’amore. Ed è persino capace – speranza contro ogni speranza – di sacrificarsi per essa, fino alla fine. Riconoscere e apprezzare questa fedeltà e questa dedizione alla vita suscita in noi gratitudine e responsabilità, e ci incoraggia ad offrire generosamente il nostro sapere e la nostra esperienza all’intera comunità umana. La sapienza cristiana deve riaprire con passione e audacia il pensiero della destinazione del genere umano alla vita di Dio, che ha promesso di aprire all’amore della vita, oltre la morte, l’orizzonte infinito di amorevoli corpi di luce, senza più lacrime. E di stupirli eternamente con il sempre nuovo incanto di tutte le cose “visibili e invisibili” che sono nascoste nel grembo del Creatore. Grazie.

Ai Membri della Fondazione "Gravissimum Educationis" (25 giugno 2018)

Lun, 25/06/2018 - 11:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE "GRAVISSIMUM EDUCATIONIS"

Sala del Concistoro
Lunedì, 25 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari amici,

do il mio benvenuto a tutti voi che partecipate all’incontro «Educare è Trasformare», promosso dalla Fondazione Gravissimum Educationis. Ringrazio il Cardinale Versaldi per le sue parole di introduzione e sono grato a ciascuno di voi, che portate la ricchezza di esperienze nei vari settori di provenienza e di attività.

Come sapete, questa Fondazione è stata da me costituita, accogliendo l’invito della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il 28 ottobre 2015, in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Gravissimum educationis. Con questa istituzione, la Chiesa rinnova l’impegno per l’educazione cattolica al passo con le trasformazioni storiche del nostro tempo. La Fondazione, infatti, recepisce una sollecitazione già contenuta nella Dichiarazione conciliare da cui prende il nome, la quale suggeriva la cooperazione fra le istituzioni scolastiche e universitarie per meglio affrontare le sfide in atto (cfr n. 12). Tale raccomandazione del Concilio è andata maturando nel tempo e si manifesta anche nella recente Costituzione apostolica Veritatis gaudium sulle università e facoltà ecclesiastiche, come «la necessità urgente di fare rete tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici» (Proemio, 4d) e, in senso più ampio, tra le istituzioni cattoliche di educazione.

Solo cambiando l’educazione si può cambiare il mondo. Per fare questo vorrei proporvi qualche suggerimento.

1. Anzitutto è importante fare rete”. Fare rete significa mettere insieme le istituzioni scolastiche e universitarie per potenziare l’iniziativa educativa e di ricerca, arricchendosi dei punti di forza di ciascuno, per essere più efficaci al livello intellettuale e culturale.

Fare rete significa anche mettere insieme i saperi, le scienze e le discipline, per affrontare le sfide complesse con la inter- e trans-disciplinarità, come sollecitato nella Veritatis gaudium (cfr n. 4c).

Fare rete significa creare luoghi d’incontro e di dialogo all’interno delle istituzioni educative e promuoverli al di fuori, con cittadini provenienti da altre culture, di altre tradizioni, di religioni differenti, affinché l’umanesimo cristiano contempli l’universale condizione dell’umanità di oggi.

Fare rete significa anche fare della scuola una comunità educante nella quale i docenti e gli studenti non siano collegati solo da un piano didattico, ma da un programma di vita e di esperienza, in grado di educare alla reciprocità fra generazioni diverse. E questo è tanto importante per non perdere le radici.

D’altronde, le sfide che interrogano l’uomo di oggi sono globali in un senso più ampio di come spesso si ritiene. L’educazione cattolica non si limita a formare menti a uno sguardo più esteso, capace di inglobare le realtà più lontane. Essa si rende conto che, oltre a estendersi nello spazio, la responsabilità morale dell’uomo di oggi si propaga anche attraverso il tempo, e le scelte di oggi ricadono sulle future generazioni.

2. Un’altra attesa a cui l’educazione è chiamata a rispondere e che ho indicato nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium è quella di «non lasciarci rubare la speranza» (n. 86). Con tale sollecitazione ho inteso incoraggiare gli uomini e le donne del nostro tempo a incontrare positivamente il cambiamento sociale, immergendosi nella realtà con la luce irradiata dalla promessa della salvezza cristiana.

Siamo chiamati a non perdere la speranza perché dobbiamo donare speranza al mondo globale di oggi. «Globalizzare la speranza» e «sostenere le speranze della globalizzazione» sono impegni fondamentali nella missione dell’educazione cattolica, come affermato nel recente documento Educare all’umanesimo solidale della Congregazione per l’Educazione Cattolica (cfr nn. 18-19). Una globalizzazione senza speranza e senza visione è esposta al condizionamento degli interessi economici, spesso distanti da una retta concezione del bene comune, e produce facilmente tensioni sociali, conflitti economici, abusi di potere. Dobbiamo dare un’anima al mondo globale, attraverso una formazione intellettuale e morale che sappia favorire le cose buone portate dalla globalizzazione e correggere quelle negative.

Si tratta di traguardi importanti, che potranno essere raggiunti attraverso lo sviluppo della ricerca scientifica, affidata alle università e anche presente nella missione della Fondazione Gravissimum Educationis. Una ricerca di qualità, che ha di fronte a sé un orizzonte ricco di sfide. Alcune di queste, esposte nell’Enciclica Laudato si’, fanno riferimento ai processi dell’interdipendenza globale, che da una parte si propone come una forza storica positiva, perché segna una maggiore coesione fra gli esseri umani; dall’altra, produce ingiustizia e mostra la stretta relazione tra le miserie umane e le criticità ecologiche del pianeta. La risposta è nello sviluppo e nella ricerca di un’ecologia integrale. Vorrei sottolineare ancora la sfida economica, basata sulla ricerca di migliori modelli di sviluppo, adeguati a una concezione più autentica di felicità e capaci di correggere certi meccanismi perversi del consumo e della produzione. E ancora la sfida politica: il potere della tecnologia è in continua espansione. Uno dei suoi effetti è la diffusione della cultura dello scarto, che risucchia cose ed esseri umani senza fare alcuna distinzione. Tale potere implica un’antropologia fondata sull’idea di uomo come un predatore e il mondo in cui abita come risorsa da depredare a piacimento.

Il lavoro non manca di certo agli studiosi e ai ricercatori che collaborano con la Fondazione Gravissimum Educationis!

3. Il lavoro che vi attende, con il vostro sostegno a progetti educativi originali, per essere efficace deve obbedire a tre criteri essenziali.

Anzitutto, l’identità. Essa esige coerenza e continuità con la missione delle scuole, delle università e dei centri di ricerca nati, promossi o accompagnati dalla Chiesa e aperti a tutti. Tali valori sono fondamentali per innestarsi nel solco tracciato dalla civilizzazione cristiana e dalla missione evangelizzatrice della Chiesa. Con ciò potrete contribuire a indicare le strade da intraprendere per dare risposte aggiornate ai dilemmi del presente, avendo uno sguardo di preferenza per i più bisognosi.

Un altro nodo essenziale è la qualità. È il faro sicuro per illuminare ogni iniziativa di studio, ricerca ed educazione. Essa è necessaria per realizzare quei «poli di eccellenza interdisciplinari» che sono raccomandati dalla Costituzione Veritatis gaudium (cfr n. 5) e che la Fondazione Gravissimum Educationis aspira a sostenere.

E poi nel vostro lavoro non può mancare l’obiettivo del bene comune. Il bene comune è di difficile definizione nelle nostre società segnate dalla convivenza di cittadini, gruppi e popoli di culture, tradizioni e fedi differenti. Bisogna allargare gli orizzonti del bene comune, educare tutti all’appartenenza alla famiglia umana.

Per adempiere alla vostra missione, dunque, ponete le basi nella coerenza con l’identità cristiana; predisponete i mezzi conformi alla qualità dello studio e della ricerca; perseguite fini in armonia col servizio al bene comune.

Un programma di pensiero e d’azione improntato su questi saldi pilastri potrà contribuire, attraverso l’educazione, alla costruzione di un avvenire nel quale la dignità della persona e la fraternità universale siano le risorse globali a cui ogni cittadino del mondo possa attingere.

Mentre vi ringrazio per quanto potete fare con il vostro sostegno alla Fondazione, vi incoraggio a proseguire in questa meritevole e benefica missione. Su di voi, sui vostri colleghi e familiari, invoco di cuore in abbondanza le benedizioni del Signore. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie!

Angelus, 24 giugno 2018

Dom, 24/06/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 24 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi la liturgia ci invita a celebrare la festa della Natività di San Giovanni Battista. La sua nascita è l’evento che illumina la vita dei suoi genitori Elisabetta e Zaccaria, e coinvolge nella gioia e nello stupore i parenti e i vicini. Questi anziani genitori avevano sognato e anche preparato quel giorno, ma ormai non l’aspettavano più: si sentivano esclusi, umiliati, delusi: non avevano figli. Di fronte all’annuncio della nascita di un figlio (cfr Lc 1,13), Zaccaria era rimasto incredulo, perché le leggi naturali non lo consentivano: erano vecchi, erano anziani; di conseguenza il Signore lo rese muto per tutto il tempo della gestazione (cfr. v. 20). E’ un segnale. Ma Dio non dipende dalle nostre logiche e dalle nostre limitate capacità umane. Bisogna imparare a fidarsi e a tacere di fronte al mistero di Dio e a contemplare in umiltà e silenzio la sua opera, che si rivela nella storia e che tante volte supera la nostra immaginazione.

E ora che l’evento si compie, ora che Elisabetta e Zaccaria sperimentano che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), grande è la loro gioia. L’odierna pagina evangelica (Lc 1,57-66.80) annuncia la nascita e poi si sofferma sul momento dell’imposizione del nome al bambino. Elisabetta sceglie un nome estraneo alla tradizione di famiglia e dice: «Si chiamerà Giovanni» (v. 60), dono gratuito e ormai inatteso, perché Giovanni significa “Dio ha fatto grazia”. E questo bambino sarà araldo, testimone della grazia di Dio per i poveri che aspettano con umile fede la sua salvezza. Zaccaria conferma inaspettatamente la scelta di quel nome, scrivendolo su una tavoletta – perché era muto –, e «all’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava normalmente, benedicendo Dio» (v. 64).

Tutto l’avvenimento della nascita di Giovanni Battista è circondato da un gioioso senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Stupore, sorpresa, gratitudine. La gente è presa da un santo timore di Dio «e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose» (v. 65). Fratelli e sorelle, il popolo fedele intuisce che è accaduto qualcosa di grande, anche se umile e nascosto, e si domanda: «Che sarà mai questo bambino?» (v. 66). Il popolo fedele di Dio è capace di vivere la fede con gioia, con senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Guardiamo quella gente che chiacchierava bene su questa cosa meravigliosa, su questo miracolo della nascita di Giovanni, e lo faceva con gioia, era contenta, con senso di stupore, di sorpresa e gratitudine. E guardando questo domandiamoci: come è la mia fede? E’ una fede gioiosa, o è una fede sempre uguale, una fede “piatta”? Ho senso dello stupore, quando vedo le opere del Signore, quando sento parlare dell’evangelizzazione o della vita di un santo, o quanto vedo tanta gente buona: sento la grazia, dentro, o niente si muove nel mio cuore? So sentire le consolazioni dello Spirito o sono chiuso? Domandiamoci, ognuno di noi, in un esame di coscienza: Come è la mia fede? E’ gioiosa? E’ aperta alle sorprese di Dio? Perché Dio è il Dio delle sorprese. Ho “assaggiato” nell’anima quel senso dello stupore che dà la presenza di Dio, quel senso di gratitudine? Pensiamo a queste parole, che sono stati d’animo della fede: gioia, senso di stupore, senso di sorpresa e gratitudine.

La Vergine Santa ci aiuti a comprendere che in ogni persona umana c’è l’impronta di Dio, sorgente della vita. Lei, Madre di Dio e Madre nostra, ci renda sempre più consapevoli che nella generazione di un figlio i genitori agiscono come collaboratori di Dio. Una missione veramente sublime che fa di ogni famiglia un santuario della vita e risveglia – ogni nascita di un figlio – la gioia, lo stupore, la gratitudine.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, ad Asunción (Paraguay), è stata proclamata Beata Maria Felicia di Gesù Sacramentato, al secolo Maria Felicia Guggiari Echeverría, monaca dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, chiamata dal papà, e anche oggi dal popolo paraguaiano, la “Chiquitunga”. Vissuta nella prima metà del ventesimo secolo, aderì con entusiasmo all’Azione Cattolica e si prese cura di anziani, ammalati e carcerati. Questa feconda esperienza di apostolato, sostenuta dall’Eucaristia quotidiana, sfociò nella consacrazione al Signore. Morì a 34 anni, accettando con serenità la malattia. La testimonianza di questa giovane Beata è un invito per tutti i giovani, specialmente quelli paraguaiani, a vivere la vita con generosità, mansuetudine e gioia. Salutiamo la Chiquitunga con un applauso, e tutto il popolo paraguaiano!

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini! In particolare, a quelli venuti da Hannover e Osnabrück, in  Germania, e a quelli della Slovacchia.

Saluto la comunità romena in Italia; i fedeli di Enna, Paternò, Rosolini e San Cataldo; e il gruppo di ciclisti di Sesto San Giovanni.

Auguro a tutti voi una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Alla Delegazione della "Emouna Fraternité Alumni" (23 giugno 2018)

Sab, 23/06/2018 - 12:15

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DELLA
"EMOUNA FRATERNITÉ ALUMNI"

Sala dei Papi
Sabato, 23 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari amici,

con gioia vi accolgo in occasione del vostro viaggio a Roma. Ringrazio i Co-presidenti per la presentazione dell’Associazione e rivolgo il mio saluto cordiale a tutti i suoi membri, come pure alle persone di diverse religioni e spiritualità con le quali siete in relazione.

Rendo grazie a Dio per l’esistenza della vostra Associazione, nata nel quadro del programma “Emouna – L’Amphi des religions”, proposto e iniziato dall’Istituto di studi politici di Parigi, con la partecipazione delle grandi religioni presenti in Francia. Mi rallegro, infatti, dell’aspirazione condivisa in seno alla vostra Associazione, che mira a rafforzare i legami di fraternità tra i membri di religioni differenti, approfondendo un lavoro di ricerca. In realtà, nell’ambito del vostro corso di studi, di cui saluto con riconoscenza gli iniziatori e i partecipanti, voi attestate la possibilità di vivere un sano pluralismo, rispettoso delle differenze e dei valori di cui ciascuno è portatore.

Voi testimoniate anche, in uno spirito di apertura, la capacità delle religioni di prendere parte al dibattito pubblico in una società secolarizzata (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 183; 255). E inoltre manifestate, grazie ai legami fraterni stabiliti tra voi, che il dialogo tra i credenti delle diverse religioni è una condizione necessaria per contribuire alla pace nel mondo. Vi incoraggio dunque a perseverare nel vostro percorso, avendo cura di coniugare tre atteggiamenti fondamentali per favorire il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni (cfr Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la Pace, Il Cairo, 28 aprile 2017).

Sapete infatti che la vera fraternità non la si può vivere che in questo atteggiamento di apertura agli altri, che non cerca mai un sincretismo conciliante; al contrario, cerca sempre sinceramente di arricchirsi delle differenze, con la volontà di capirle per rispettarle meglio, perché il bene di ciascuno sta nel bene di tutti. Vi invito pertanto a testimoniare con la qualità delle vostre relazioni che «la religione non è un problema ma è parte della soluzione: […] essa ci ricorda che è necessario elevare l’animo verso l’Alto per imparare a costruire la città degli uomini» (ibid.).

Così, potete sostenervi a vicenda per essere come gli alberi ben piantati, radicati nel terreno della storia e delle vostre rispettive tradizioni; e, facendo questo, contribuire, con gli uomini e le donne di buona volontà, a trasformare «ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità» (ibid.). Vi incoraggio a far crescere una cultura dell’incontro e del dialogo, a promuovere la pace e a difendere, con dolcezza e rispetto, la sacralità di ogni vita umana contro ogni forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. Esortandovi a pregare gli uni per gli altri, domando a Dio il dono della pace per ognuno di voi. E invoco il Padre di tutti gli uomini perché vi aiuti a camminare da fratelli sulla strada dell’incontro, del dialogo e della concordia in spirito di collaborazione e di amicizia.

Con questo auspicio, invoco le benedizioni divine su ciascuno di voi e sui membri dell’Associazione “Emouna Fraternité Alumni”, come pure su tutte le persone che partecipano al programma “Emouna – L’Amphi des religions”. E non dimenticate, per favore, di pregare anche per me. Grazie.

 

Alla Delegazione dell'Organizzazione della "African Instituted Churches" (23 giugno 2018)

Sab, 23/06/2018 - 11:45

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLA
"AFRICAN INSTITUTED CHURCHES"

Sabato, 23 giugno 2018

[Multimedia]

 

Cari amici,

vi saluto cordialmente nella pace di Cristo! Sono lieto di incontrare per la prima volta una rappresentanza della Organization of African Instituted Churches. Vi ringrazio per la vostra visita e per la vostra disponibilità a ricercare legami più stretti con la Chiesa Cattolica.

Le vostre Comunità, nella loro storia relativamente breve, sono state segnate dalla lotta per l’indipendenza sostenuta dal continente africano e dai successivi sforzi di creare società caratterizzate dalla giustizia e dalla pace, in grado di difendere la dignità della grande varietà dei popoli africani. Purtroppo, la promessa di progresso e di giustizia contenuta in tale processo di affrancamento non sempre è stata mantenuta e molti Paesi sono ancora lontani dalla pace e da uno sviluppo economico, sociale e politico che abbracci tutti i settori e offra condizioni di vita e adeguate opportunità a tutti i cittadini. Voi conoscete bene le sfide che l’Africa nel suo insieme affronta, come pure quelle che incontrano le diverse Chiese nella loro missione di evangelizzazione, di riconciliazione e di aiuto umanitario. In particolare, siete consapevoli dell’enorme sfida di offrire stabilità, istruzione e opportunità di lavoro ai giovani, che formano una parte così ampia delle società africane.

L’Africa di oggi è stata paragonata a quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e che cadde nelle mani dei briganti, che lo spogliarono, lo percossero e se ne andarono lasciandolo mezzo morto (cfr Lc 10,30-37). La domanda fondamentale alla quale dobbiamo rispondere è: in che senso il messaggio cristiano è una buona notizia per i popoli dell’Africa? Contro la disperazione dei poveri, la frustrazione dei giovani, il grido di dolore degli anziani e dei sofferenti, il Vangelo di Gesù Cristo, trasmesso e vissuto, si traduce in esperienze di speranza, pace, gioia, armonia, amore e unità.

Se siamo davvero convinti che i problemi dell’Africa potranno essere più facilmente risolti ricorrendo alle risorse umane, culturali e materiali del continente, allora è chiaro che il nostro compito cristiano è quello di accompagnare ogni sforzo per favorire un uso sapiente ed etico di tali risorse. In particolare, è improrogabile l’impegno comune nel promuovere i processi di pace nelle varie aree di conflitto. Vi è urgente necessità di forme concrete di solidarietà verso chi è nel bisogno, ed è compito dei responsabili delle Chiese aiutare le persone a raccogliere le proprie energie per porle al servizio del bene comune e, nello stesso tempo, difendere la loro dignità, la loro libertà, i loro diritti. C’è più che mai bisogno che tutti i cristiani imparino a lavorare insieme per il bene comune. Sebbene esistano rilevanti differenze tra di noi su questioni di natura teologica ed ecclesiologica, vi sono anche tante aree in cui i leader e i fedeli delle varie comunità della famiglia cristiana possono stabilire obiettivi comuni e lavorare per il bene di tutti, specialmente per il bene dei nostri fratelli e sorelle più svantaggiati e più deboli.

I popoli dell’Africa possiedono un profondo senso religioso, il senso dell’esistenza di un Dio creatore e di un mondo spirituale. La famiglia, l’amore per la vita, i figli visti come dono di Dio, il rispetto delle persone anziane, i doveri verso i vicini e i lontani… Questi valori religiosi e questi principi di vita, non appartengono forse a tutti noi cristiani? Possiamo dunque, a partire da essi, esprimere la nostra solidarietà nelle relazioni interpersonali e sociali.

Un particolare compito dei cristiani nelle società africane è quello di promuovere la coesistenza di gruppi etnici, di tradizioni, di lingue e anche di religioni diverse, un compito che incontra spesso ostacoli dovuti a gravi ostilità reciproche. Anche per questo motivo, vorrei incoraggiare un più intenso incontro e dialogo ecumenico tra noi, e con tutte le altre Chiese. Che lo Spirito Santo ci illumini affinché riusciamo a trovare il modo di promuovere la collaborazione tra tutti – cristiani, religioni tradizionali, musulmani – per un futuro migliore per l’Africa.

Cari amici, vi ringrazio nuovamente per la vostra visita. Mi auguro che questi giorni trascorsi a Roma, la città del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, contribuiscano a rendervi certi della ferma volontà della Chiesa Cattolica di fare il possibile, insieme ai suoi partner ecumenici, per promuovere il Regno di giustizia, di pace e di fraternità che Dio vuole per l’intera umanità. Egli rivolga il suo sguardo di amore su di voi, sulle vostre famiglie e sulle vostre nazioni. E vi chiedo per favore di pregare per me, che ne ho tanto bisogno. Grazie!

 

Pagine