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Aggiornato: 1 ora 51 min fa

Angelus, 23 luglio 2017

Dom, 23/07/2017 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 luglio 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica propone tre parabole con le quali Gesù parla alle folle del Regno di Dio. Mi soffermo sulla prima: quella del grano buono e della zizzania, che illustra il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). Quanta pazienza ha Dio! Anche ognuno di noi può dire questo: “Quanta pazienza ha Dio con me!”. Il racconto si svolge in un campo con due opposti protagonisti. Da una parte il padrone del campo che rappresenta Dio e sparge il buon seme; dall’altra il nemico che rappresenta Satana e sparge l’erba cattiva.

Col passare del tempo, in mezzo al grano cresce anche la zizzania, e di fronte a questo fatto il padrone e i suoi servi hanno atteggiamenti diversi. I servi vorrebbero intervenire strappando la zizzania; ma il padrone, che è preoccupato soprattutto della salvezza del grano, si oppone dicendo: «Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (v. 29). Con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale. Con le sue ambiguità e il suo carattere composito, la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male.

E in questo campo si tratta dunque di congiungere, con grande fiducia in Dio e nella sua provvidenza, due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza. La decisione è quella di voler essere buon grano - tutti lo vogliamo -, con tutte le proprie forze, e quindi prendere le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni. La pazienza significa preferire una Chiesa che è lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli, piuttosto che una Chiesa di “puri”, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no.

Il Signore, che è la Sapienza incarnata, oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: “Questi sono i buoni, questi sono i cattivi”. Egli ci dice che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè: Siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: “Chi non è peccatore alzi la mano”. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori. Gesù Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati. Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi, significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi.

E poi Gesù ci insegna un modo diverso di guardare il campo del mondo, di osservare la realtà. Siamo chiamati a imparare i tempi di Dio - che non sono i nostri tempi - e anche lo “sguardo” di Dio: grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono. E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!

Ci aiuti la Vergine Maria a cogliere nella realtà che ci circonda non soltanto la sporcizia e il male, ma anche il bene e il bello; a smascherare l’opera di Satana, ma soprattutto a confidare nell’azione di Dio che feconda la storia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

seguo con trepidazione le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme. Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera, affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace. 

Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di varie parti del mondo: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli di Munster (Irlanda); le Suore Francescane Elisabettine Bigie; il coro lirico sinfonico di Enna; i giovani di Casamassima che hanno svolto un servizio di volontariato a Roma.

Il mio pensiero e il mio incoraggiamento va ai ragazzi partecipanti al “Cantiere Hombre Mundo”, che sono impegnati a testimoniare la gioia del Vangelo nelle periferie più disagiate dei vari Continenti.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Angelus, 16 luglio 2017

Dom, 16/07/2017 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 16 luglio 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice e si serviva anche di immagini, che erano esempi tratti dalla vita quotidiana, in modo da poter essere compreso facilmente da tutti. Per questo lo ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i dottori della Legge del tempo, che non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio; non era una teologia complicata. E un esempio è quello che oggi porta il Vangelo: la parabola del seminatore.

Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto. E come può portare frutto? Se noi lo accogliamo.

Perciò la parabola riguarda soprattutto noi: parla infatti del terreno più che del seminatore. Gesù effettua, per così dire, una “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il seme della Parola. Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto – e tanto – ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci rimbalza addosso, proprio come su una strada: non entra.

Tra il terreno buono e la strada, l’asfalto – se noi buttiamo un seme sui “sanpietrini”  non cresce niente – ci sono però due terreni intermedi che, in diverse misure, possiamo avere in noi. Il primo, dice Gesù, è quello sassoso. Proviamo a immaginarlo: un terreno sassoso è un terreno «dove non c’è molta terra» (cfr v. 5), per cui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde. Così è il cuore superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non “decolla” mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto.

C’è poi l’ultimo terreno, quello spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. Che cosa rappresentano questi rovi? «La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza» (v. 22), così dice Gesù, esplicitamente. I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto, il seme non si svilupperà.

Cari fratelli e sorelle, Gesù ci invita oggi a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni. Chiediamoci se il nostro cuore è aperto ad accogliere con fede il seme della Parola di Dio. Chiediamoci se i nostri sassi della pigrizia sono ancora numerosi e grandi; individuiamo e chiamiamo per nome i rovi dei vizi. Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola.

La Madre di Dio, che oggi ricordiamo col titolo di Beata Vergine del monte Carmelo, insuperabile nell’accogliere la Parola di Dio e nel metterla in pratica (cfr Lc 8,21), ci aiuti a purificare il cuore e a custodirvi la presenza del Signore.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto di cuore tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di varie parti del mondo: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni.

In particolare, saluto le Suore Hijas de la Virgen de los Dolores, a 50 anni dall’approvazione pontificia dell’Istituto; le Suore Francescane di San Giuseppe, a 150 anni dalla fondazione; i dirigenti e gli ospiti della “Domus Croata” di Roma, nel 30° anniversario della sua istituzione.

Vorrei salutare specialmente le suore e i frati carmelitani nel giorno della loro festa. Auspico che possano continuare decisamente sulla strada della contemplazione.

Un saluto speciale rivolgo alla comunità cattolica venezuelana rinnovando la preghiera per il vostro amato Paese.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Maiorem hac dilectionem” sull’offerta della vita (11 luglio 2017)

Mar, 11/07/2017 - 08:00

LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO

MAIOREM HAC DILECTIONEM

SULL’OFFERTA DELLA VITA

 

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito.

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Con il conforto del parere favorevole espresso dalla Congregazione delle Cause dei Santi, che nella Sessione Plenaria del 27 settembre 2016 ha attentamente studiato se questi cristiani meritino la beatificazione, stabilisco che siano osservate le norme seguenti:

Art. 1

L’offerta della vita è una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, distinta dalle fattispecie sul martirio e sull’eroicità delle virtù.

Art. 2

L’offerta della vita, affinché sia valida ed efficace per la beatificazione di un Servo di Dio, deve rispondere ai seguenti criteri:

a) offerta libera e volontaria della vita ed eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine;
b) nesso tra l’offerta della vita e la morte prematura;
c) esercizio, almeno in grado ordinario, delle virtù cristiane prima dell’offerta della vita e, poi, fino alla morte;
d) esistenza della fama di santità e di segni, almeno dopo la morte;
e) necessità del miracolo per la beatificazione, avvenuto dopo la morte del Servo di Dio e per sua intercessione.

Art. 3

La celebrazione dell’Inchiesta diocesana o eparchiale e la relativa Positio sono regolate dalla Costituzione apostolica Divinus perfectionis Magister del 25 gennaio 1983, in Acta Apostolicae Sedis Vol. LXXV (1983, 349-355), e dalle Normae servandae in inquisitionibus ab Episcopis facendis in Causis Sanctorum del 7 febbraio dello stesso anno, in Acta Apostolicae Sedis Vol. LXXV (1983, 396-403), salvo quanto segue.

Art. 4

La Positio sull’offerta della vita deve rispondere al dubium: An constet de heroica oblatione vitae usque ad mortem propter caritatem necnon de virtutibus christianis, saltem in gradu ordinario, in casu et ad effectum de quo agitur.

Art. 5

Gli articoli seguenti della citata Costituzione Apostolica sono così modificati:

Art. 1:

Ai Vescovi diocesani, agli Eparchi e a quanti ad essi sono equiparati dal diritto, nell’ambito della loro giurisdizione, sia d'ufficio, sia ad istanza dei singoli fedeli o di legittime associazioni e dei loro rappresentanti, compete il diritto di investigare circa la vita, le virtù, l’offerta della vita o il martirio e la fama di santità, di offerta della vita o di martirio, sui presunti miracoli, ed eventualmente, sul culto antico del Servo di Dio, di cui si chiede la canonizzazione”.

Art. 2,5:

L’Inchiesta sui presunti miracoli si faccia separatamente da quella sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio.

Art. 7,1:

“studiare le cause loro affidate con i collaboratori esterni e preparare le Positiones sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio”.

Art. 13,2:

Se il Congresso giudicherà che la causa è stata istruita secondo le norme di legge, stabilirà di affidarla a uno dei Relatori; il Relatore, a sua volta, aiutato da un collaboratore esterno, farà la Positio sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio, secondo le regole della critica agiografica”.

Art. 6

Gli articoli seguenti delle citate Normae servandae in inquisitionibus ab Episcopis facendis in Causis Sanctorum sono così modificati:

Art. 7:

La causa può essere recente o antica; è detta recente, se il martirio, le virtù o l’offerta della vita del Servo di Dio possono essere provati attraverso le deposizioni orali di testimoni oculari; è detta antica quando le prove relative al martirio o le virtù possono essere desunte soltanto da fonti scritte”.

Art. 10,1°:

nelle cause sia recenti che antiche, una biografia di un certo valore storico sul Servo di Dio, se esiste, o, in mancanza di questa, un'accurata relazione cronologica sulla vita e le attività del Servo di Dio, sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio, sulla fama di santità e di miracoli, senza omettere ciò che pare contrario o meno favorevole alla causa stessa”.

Art. 10,3°:

solo nelle cause recenti, un elenco delle persone che possono contribuire a esplorare la verità sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio del Servo di Dio, come pure sulla fama di santità e di miracoli, oppure impugnarla”.

Art. 15,a:

Ricevuta la relazione, il Vescovo consegni al promotore di giustizia o ad un altro esperto tutto ciò che è stato acquisito fino a quel momento, affinché possa preparare gli interrogatori utili ad indagare e mettere in luce la verità circa la vita, le virtù, l’offerta della vita o il martirio, la fama di santità, di offerta della vita o di martirio del Servo di Dio”.

Art. 15,b:

Nelle cause antiche gli interrogatori riguardino soltanto la fama di santità, di offerta della vita o di martirio ancora presente e, se è il caso, il culto reso al Servo di Dio in tempi più recenti”.

Art. 19:

A provare il martirio, l'esercizio delle virtù o l’offerta della vita e la fama dei miracoli di un Servo di Dio che sia appartenuto a qualche istituto di vita consacrata, i testimoni presentati devono essere, in parte notevole, estranei; a meno che ciò sia impossibile, a motivo della particolare vita del Servo di Dio”.

Art. 32:

“L'inchiesta sui miracoli dev’essere istruita separatamente dall'inchiesta sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio e si svolga secondo le norme che seguono”.

Art. 36:

Sono proibite nelle chiese le celebrazioni di qualunque genere o i panegirici sui Servi di Dio, la cui santità di vita è tuttora soggetta a legittimo esame. Ma anche fuori della chiesa bisogna astenersi da quegli atti che potrebbero indurre i fedeli a ritenere a torto che l'inchiesta, fatta dal vescovo sulla vita e sulle virtù, sul martirio o sull’offerta della vita del Servo di Dio, comporti la certezza della futura canonizzazione dello stesso Servo di Dio”.

Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione sul quotidiano “L’Osservatore Romano”, entrando in vigore il giorno stesso della promulgazione e che, successivamente, sia inserito in Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 11 luglio, quinto del Nostro Pontificato.

 

FRANCESCO

Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Maiorem hac dilectionem” sull’offerta della vita (11 luglio 2017)

Mar, 11/07/2017 - 08:00

LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO

MAIOREM HAC DILECTIONEM

SULL’OFFERTA DELLA VITA

 

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito.

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Con il conforto del parere favorevole espresso dalla Congregazione delle Cause dei Santi, che nella Sessione Plenaria del 27 settembre 2016 ha attentamente studiato se questi cristiani meritino la beatificazione, stabilisco che siano osservate le norme seguenti:

Art. 1

L’offerta della vita è una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, distinta dalle fattispecie sul martirio e sull’eroicità delle virtù.

Art. 2

L’offerta della vita, affinché sia valida ed efficace per la beatificazione di un Servo di Dio, deve rispondere ai seguenti criteri:

a) offerta libera e volontaria della vita ed eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine;
b) nesso tra l’offerta della vita e la morte prematura;
c) esercizio, almeno in grado ordinario, delle virtù cristiane prima dell’offerta della vita e, poi, fino alla morte;
d) esistenza della fama di santità e di segni, almeno dopo la morte;
e) necessità del miracolo per la beatificazione, avvenuto dopo la morte del Servo di Dio e per sua intercessione.

Art. 3

La celebrazione dell’Inchiesta diocesana o eparchiale e la relativa Positio sono regolate dalla Costituzione apostolica Divinus perfectionis Magister del 25 gennaio 1983, in Acta Apostolicae Sedis Vol. LXXV (1983, 349-355), e dalle Normae servandae in inquisitionibus ab Episcopis facendis in Causis Sanctorum del 7 febbraio dello stesso anno, in Acta Apostolicae Sedis Vol. LXXV (1983, 396-403), salvo quanto segue.

Art. 4

La Positio sull’offerta della vita deve rispondere al dubium: An constet de heroica oblatione vitae usque ad mortem propter caritatem necnon de virtutibus christianis, saltem in gradu ordinario, in casu et ad effectum de quo agitur.

Art. 5

Gli articoli seguenti della citata Costituzione Apostolica sono così modificati:

Art. 1:

Ai Vescovi diocesani, agli Eparchi e a quanti ad essi sono equiparati dal diritto, nell’ambito della loro giurisdizione, sia d'ufficio, sia ad istanza dei singoli fedeli o di legittime associazioni e dei loro rappresentanti, compete il diritto di investigare circa la vita, le virtù, l’offerta della vita o il martirio e la fama di santità, di offerta della vita o di martirio, sui presunti miracoli, ed eventualmente, sul culto antico del Servo di Dio, di cui si chiede la canonizzazione”.

Art. 2,5:

L’Inchiesta sui presunti miracoli si faccia separatamente da quella sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio.

Art. 7,1:

“studiare le cause loro affidate con i collaboratori esterni e preparare le Positiones sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio”.

Art. 13,2:

Se il Congresso giudicherà che la causa è stata istruita secondo le norme di legge, stabilirà di affidarla a uno dei Relatori; il Relatore, a sua volta, aiutato da un collaboratore esterno, farà la Positio sulle virtù, sull’offerta della vita o sul martirio, secondo le regole della critica agiografica”.

Art. 6

Gli articoli seguenti delle citate Normae servandae in inquisitionibus ab Episcopis facendis in Causis Sanctorum sono così modificati:

Art. 7:

La causa può essere recente o antica; è detta recente, se il martirio, le virtù o l’offerta della vita del Servo di Dio possono essere provati attraverso le deposizioni orali di testimoni oculari; è detta antica quando le prove relative al martirio o le virtù possono essere desunte soltanto da fonti scritte”.

Art. 10,1°:

nelle cause sia recenti che antiche, una biografia di un certo valore storico sul Servo di Dio, se esiste, o, in mancanza di questa, un'accurata relazione cronologica sulla vita e le attività del Servo di Dio, sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio, sulla fama di santità e di miracoli, senza omettere ciò che pare contrario o meno favorevole alla causa stessa”.

Art. 10,3°:

solo nelle cause recenti, un elenco delle persone che possono contribuire a esplorare la verità sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio del Servo di Dio, come pure sulla fama di santità e di miracoli, oppure impugnarla”.

Art. 15,a:

Ricevuta la relazione, il Vescovo consegni al promotore di giustizia o ad un altro esperto tutto ciò che è stato acquisito fino a quel momento, affinché possa preparare gli interrogatori utili ad indagare e mettere in luce la verità circa la vita, le virtù, l’offerta della vita o il martirio, la fama di santità, di offerta della vita o di martirio del Servo di Dio”.

Art. 15,b:

Nelle cause antiche gli interrogatori riguardino soltanto la fama di santità, di offerta della vita o di martirio ancora presente e, se è il caso, il culto reso al Servo di Dio in tempi più recenti”.

Art. 19:

A provare il martirio, l'esercizio delle virtù o l’offerta della vita e la fama dei miracoli di un Servo di Dio che sia appartenuto a qualche istituto di vita consacrata, i testimoni presentati devono essere, in parte notevole, estranei; a meno che ciò sia impossibile, a motivo della particolare vita del Servo di Dio”.

Art. 32:

“L'inchiesta sui miracoli dev’essere istruita separatamente dall'inchiesta sulle virtù o sull’offerta della vita o sul martirio e si svolga secondo le norme che seguono”.

Art. 36:

Sono proibite nelle chiese le celebrazioni di qualunque genere o i panegirici sui Servi di Dio, la cui santità di vita è tuttora soggetta a legittimo esame. Ma anche fuori della chiesa bisogna astenersi da quegli atti che potrebbero indurre i fedeli a ritenere a torto che l'inchiesta, fatta dal vescovo sulla vita e sulle virtù, sul martirio o sull’offerta della vita del Servo di Dio, comporti la certezza della futura canonizzazione dello stesso Servo di Dio”.

Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione sul quotidiano “L’Osservatore Romano”, entrando in vigore il giorno stesso della promulgazione e che, successivamente, sia inserito in Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 11 luglio, quinto del Nostro Pontificato.

 

FRANCESCO

Angelus, 9 luglio 2017

Dom, 09/07/2017 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore non riserva questa frase a qualcuno dei suoi amici, no, ma la rivolge a “tutti” coloro che sono stanchi e oppressi dalla vita. E chi può sentirsi escluso da questo invito? Il Signore sa quanto la vita può essere pesante. Sa che molte cose affaticano il cuore: delusioni e ferite del passato, pesi da portare e torti da sopportare nel presente, incertezze e preoccupazioni per il futuro.

Di fronte a tutto questo, la prima parola di Gesù è un invito, un invito a muoversi e reagire: “Venite”. Lo sbaglio, quando le cose vanno male, è restare dove si è, coricato lì. Sembra evidente, ma quanto è difficile reagire e aprirsi! Non è facile. Nei momenti bui viene naturale stare con sé stessi, rimuginare su quanto è ingiusta la vita, su quanto sono ingrati gli altri e com’è cattivo il mondo, e così via. Tutti lo sappiamo. Alcune volte abbiamo subito questa brutta esperienza. Ma così, chiusi dentro di noi, vediamo tutto nero. Allora si arriva persino a familiarizzare con la tristezza, che diventa di casa: quella tristezza ci prostra, è una cosa brutta questa tristezza. Gesù invece vuole tirarci fuori da queste “sabbie mobili” e perciò dice a ciascuno: “Vieni!” – “Chi?” - “Tu, tu, tu…”. La via di uscita è nella relazione, nel tendere la mano e nell’alzare lo sguardo verso chi ci ama davvero.

Infatti uscire da sé non basta, bisogna sapere dove andare. Perché tante mete sono illusorie: promettono ristoro e distraggono solo un poco, assicurano pace e danno divertimento, lasciando poi nella solitudine di prima, sono “fuochi d’artificio”. Per questo Gesù indica dove andare: “Venite a me”. E tante volte, di fronte a un peso della vita o a una situazione che ci addolora, proviamo a parlarne con qualcuno che ci ascolti, con un amico, con un esperto… È un gran bene fare questo, ma non dimentichiamo Gesù! Non dimentichiamo di aprirci a Lui e di raccontargli la vita, di affidargli le persone e le situazioni. Forse ci sono delle “zone” della nostra vita che mai abbiamo aperto a Lui e che sono rimaste oscure, perché non hanno mai visto la luce del Signore. Ognuno di noi ha la propria storia. E se qualcuno ha questa zona oscura, cercate Gesù, andate da un missionario della misericordia, andate da un prete, andate… Ma andate a Gesù, e raccontate questo a Gesù. Oggi Egli dice a ciascuno: “Coraggio, non arrenderti ai pesi della vita, non chiuderti di fronte alle paure e ai peccati, ma vieni a me!”.

Egli ci aspetta, ci aspetta sempre, non per risolverci magicamente i problemi, ma per renderci forti nei nostri problemi. Gesù non ci leva i pesi dalla vita, ma l’angoscia dal cuore; non ci toglie la croce, ma la porta con noi. E con Lui ogni peso diventa leggero (cfr v. 30), perché Lui è il ristoro che cerchiamo. Quando nella vita entra Gesù, arriva la pace, quella che rimane anche nelle prove, nelle sofferenze. Andiamo a Gesù, diamogli il nostro tempo, incontriamolo ogni giorno nella preghiera, in un dialogo fiducioso, e personale; familiarizziamo con la sua Parola, riscopriamo senza paura il suo perdono, sfamiamoci del suo Pane di vita: ci sentiremo amati, ci sentiremo e consolati da Lui.

È Lui stesso che ce lo chiede, quasi insistendo. Lo ripete ancora alla fine del Vangelo di oggi: «Imparate da me […] e troverete ristoro per la vostra vita» (v. 29). E così, impariamo ad andare da Gesù e, mentre nei mesi estivi cercheremo un po’ di riposo da ciò che affatica il corpo, non dimentichiamo di trovare il ristoro vero nel Signore. Ci aiuti in questo la Vergine Maria nostra Madre, che sempre si prende cura di noi quando siamo stanchi e oppressi e ci accompagna da Gesù.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto cordialmente tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di vari Paesi. Siete coraggiosi voi, con questo sole, con questo caldo, in piazza. Bravi!

In particolare, saluto i fedeli polacchi venuti in bicicletta da Chełm, arcidiocesi di Lublino (Polonia), con un ricordo anche per il grande pellegrinaggio che oggi la Famiglia polacca di Radio Maria compie al Santuario di Częstochowa. Accompagniamo questo pellegrinaggio del popolo polacco tutti insieme con un’Ave Maria.

[Ave Maria…]

Accolgo con gioia le Suore Ancelle della Beata Vergine Immacolata e benedico i lavori del loro Capitolo Generale, che inizia oggi; come pure i sacerdoti di diversi Paesi partecipanti al corso per formatori di seminario organizzato dall’Istituto Sacerdos di Roma.

Un saluto speciale ai ragazzi del Coro “Puzangalan” – che significa “speranza” – di Taiwan. Grazie per il vostro canto! E anche al Coro Alpino di Palazzolo sull’Oglio; e ai fedeli di Conversano.

Auguro a tutti voi una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Santa Messa celebrata per gli operai del centro industriale del Vaticano (7 luglio 2017)

Ven, 07/07/2017 - 08:00

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
DURANTE LA MESSA CELEBRATA PER
GLI OPERAI DEL CENTRO INDUSTRIALE DEL VATICANO

Venerdì, 7 luglio 2017

[Multimedia]

 

Prima di tutto vorrei ringraziare per l'invito a celebrare questa messa con voi lavoranti. Gesù viene, lui sa cosa è il lavoro, ci capisce bene. Ci capisce molto bene. Anche vorrei dire una preghiera per il nostro caro Sandro [Mariotti]. Ieri il papà se ne andato. Il papà lavorava qui, in Vaticano. Se ne è andato via come i giusti... era con gli amici in spiaggia e...

Preghiamo per il papà di Sandro e per Sandro. 

Adesso vorrei dirvi qualche cosa sul Vangelo. Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Era un pubblicano. Questa gente era giudicata il peggio, perché erano..., facevano pagare le tasse e i soldi li mandavano ai romani. E una parte se li mettevano in tasca loro. Li davano ai romani: vendevano la libertà della patria, per questo erano odiati. Erano traditori della patria. Gesù lo chiamò. Lo vide e lo chiamò. Seguimi. Gesù ha scelto un apostolo, … tra quella gente, il peggio. Poi questo Matteo, invitato a pranzo, era gioioso.  

Prima, quando alloggiavo in via della Scrofa,  mi piaceva andare, adesso non posso, a San Luigi dei Francesi per guardare il Caravaggio, La conversione di Matteo, Lui aggrappato ai soldi così [fa il gesto] e Gesù che con il dito lo indica […] . Lui attaccato ai soldi. E Gesù sceglie lui. Invita a pranzo tutta la cricca, traditori della patria, i pubblicani. Vedendo ciò, i farisei che si credevano giusti, giudicavano tutti e dicevano: “Ma come mai il vostro maestro ha questa compagnia?”. Gesù dice: “Io sono venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori”.

Questo mi consola tanto, perché penso che Gesù è venuto per me. Perché tutti siamo peccatori. Tutti. Tutti abbiamo questa laurea. Siamo laureati. Ognuno di noi sa dove è più forte il suo peccato, la sua debolezza. Prima di tutto dobbiamo riconoscere questo: nessuno di noi, tutti noi che siamo qui, può dire: “Io non sono peccatore”. I farisei dicevano questo. E Gesù li condanna. Erano superbi, vanitosi, si credevano superiori agli altri. Invece tutti siamo peccatori. E' il nostro titolo ed è anche la possibilità di attrarre Gesù a noi. Gesù viene da noi,  viene da me, viene a me perché sono un peccatore.

Per questo è venuto Gesù, per i peccatori, non per i giusti. Questi non hanno bisogno. Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, andate a udire cosa vuol dire misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

Quando io leggo questo mi sento chiamato da Gesù, e tutti possiamo dire lo stesso: Gesù è venuto per me. Ognuno di noi. 

Questa è la nostra consolazione e la nostra fiducia: che lui perdona sempre, lui guarisce l'anima sempre, sempre. “Ma sono debole, avrò una ricaduta...”: sarà Gesù  ad alzarti, a guarirti, sempre […] Questa è la nostra consolazione, Gesù è venuto per me, per […] darmi la forza, per farmi felice, per fare la mia coscienza tranquilla. Non avere paura. Nei momenti brutti, quando uno sente il peso, di tante cose che abbiamo fatto, tante scivolate della vita, tante cose, e sente  il peso... Gesù mi ama perché sono così.

Mi viene in mente un passo della vita di un grande santo, Gerolamo, che aveva un caratteraccio, e cercava di essere mite, ma quel caratteraccio... perché era un dalmata, e i dalmati sono forti...  Era riuscito a dominare il suo modo di essere e così offriva al Signore tante cose, tanto lavoro, e pregava il signore: “Cosa vuoi da me?” - “Ancora non mi hai dato tutto” - “Ma Signore, io ti ho dato questo, questo e questo...” - “Manca una cosa” - “Cosa manca?” - “Dammi i tuoi peccati”.

E' bello sentire questo: “Dammi i tuoi peccati, le tue debolezze, io guarirò, tu vai avanti”.

Oggi, in questo primo venerdì, pensiamo al cuore di Gesù, che ci faccia capire questa cosa bella, col cuore misericordioso, che soltanto ci dice: “Dammi le tue debolezze, dammi i tuoi peccati, i perdono tutto”. Gesù perdona tutto, perdona sempre.

Che sia questa la gioia, nostra.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione del III Congresso Internazionale delle "Cattedre Scholas" all'Università Ebraica di Gerusalemme (5 luglio 2017)

Mer, 05/07/2017 - 18:30

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DEL III CONGRESSO INTERNAZIONALE DELLE "CATTEDRE SCHOLAS"

"Tra l'università e la scuola: costruire la pace attraverso la cultura dell'incontro"
[Università Ebraica di Gerusalemme, 2-5 luglio 2017]

 

In questo momento noi giovani e adulti di Israele, di Palestina e di altre parti del mondo, di nazionalità, credi e realtà differenti, tutti respiriamo la stessa aria, tutti calpestiamo la stessa terra, la nostra casa comune. Le storie sono molte, ognuno ha la sua. Le storie sono tante quante le persone, ma la vita è una. Perciò desidero celebrare questi giorni vissuti lì a Gerusalemme, perché voi stessi, a partire dalle vostre differenze, avete raggiunto l’unità. Non ve lo ha insegnato nessuno. Lo avete vissuto. Avete avuto il coraggio di guardarvi negli occhi, avete avuto il coraggio di mettere a nudo lo sguardo e questo è imprescindibile perché si produca un incontro. Nella nudità dello sguardo non ci sono risposte, c’è apertura. Apertura a tutto l’altro che non sono io. Nella nudità dello sguardo diventiamo permeabili alla vita. La vita non ci passa accanto. Ci attraversa e ci commuove e questa è la passione. Una volta che ci siamo aperti alla vita e agli altri, a chi ho accanto, si produce l’incontro, e in questo incontro si crea un senso. Tutti abbiamo senso. Tutti abbiamo un senso nella vita. Nessuno di noi è un no. Tutti siamo sì, perciò quando troviamo il senso è come se la nostra anima si allargasse. E abbiamo bisogno di dare parole a questo senso. Di dargli una forma che lo contenga. Di esprimere in qualche modo quello che ci è accaduto, e questa è la creazione. Inoltre, quando ci rendiamo conto che la vita ha senso e che tale senso ci trascende, sentiamo il bisogno di celebrarlo. Sentiamo il bisogno della festa, come espressione umana della celebrazione del senso. Allora troviamo il sentimento più profondo che si possa provare. Un sentimento che esiste in noi, per e nonostante tutto, per tutto e malgrado tutto. Questo sentimento è la gratitudine. Scholas intuisce che occorre educare a ciò. L’educazione che ci apre a quel che è sconosciuto, che ci porta in quel luogo in cui le acque ancora non ci hanno separato. Liberi da pregiudizi. Ovvero liberi da giudizi previ che ci bloccano, per poter da lì sognare e cercare nuovi cammini. Perciò noi adulti non possiamo togliere ai nostri bambini e giovani la capacità di sognare, e neppure di giocare, che in un certo senso è un sognare a occhi aperti. Se non permettiamo al bambino di giocare è perché noi non sappiamo giocare e se noi non sappiamo giocare non capiamo né la gratitudine, né la gratuità né la creatività.

Questo incontro ci ha insegnato che abbiamo l’obbligo di ascoltare i bambini e di generare un contesto di speranza affinché quei sogni crescano e si condividano. Un sogno quando è condiviso diviene l’utopia di un popolo, la possibilità di creare un nuovo modo di vivere. La nostra utopia, quella di tutti noi che in qualche modo formiamo Scholas è di creare con questa educazione una cultura dell’incontro. Nelle persone possiamo unirci valorizzando la diversità di culture per raggiungere, non l’uniformità, no, bensì l’armonia, e quanto ne ha bisogno questo mondo tanto atomizzato! Questo mondo che teme ciò che è diverso, che a partire da questo timore a volte costruisce muri che finiscono col trasformare in realtà il peggior incubo, che è quello di vivere come nemici. Quanto bisogno ha questo mondo di uscire per incontrarsi! Perciò desidero ringraziare oggi voi adulti, gli accademici dell’Università ebraica e di tante università di tutto il mondo che siete qui presenti, perché non vi siete chiusi e avete messo le vostre preziose conoscenze al servizio dell’ascolto. E ai giovani di Israele e Palestina, e agli invitati di altri paesi del mondo, grazie per aver avuto il coraggio di sognare, di cercare il senso, di creare, di ringraziare, di festeggiare, di mettere la mente, le mani e il cuore per rendere realtà la cultura dell’incontro. Grazie.

 

Messaggio del Santo Padre ai partecipanti al Primo Simposio Internazionale sulla Catechesi [Buenos Aires, 11-14 luglio 2017] (5 luglio 2017)

Mer, 05/07/2017 - 08:00

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL PRIMO SIMPOSIO INTERNAZIONALE SULLA CATECHESI

[BUENOS AIRES, 11-14 LUGLIO 2017]

 

A Sua Eccellenza Monsignor Ramón Alfredo Dus
Arcivescovo di Resistencia
Presidente della Commissione Episcopale di Catechesi e Pastorale Biblica

Caro fratello,

Un cordiale saluto a te e a tutti coloro che parteciperanno ai diversi incontri di formazione che ha organizzato la Commissione Episcopale di Catechesi e Pastorale Biblica.

San Francesco d’Assisi, a uno dei suoi seguaci che insisteva nel chiedergli di insegnargli a predicare, rispose così: «Fratello, [quando visitiamo i malati, aiutiamo i bambini e diamo da mangiare ai poveri] stiamo già predicando». In questa bella lezione sono racchiuse la vocazione e il compito del catechista.

In primo luogo, la catechesi non è un “lavoro” o un compito esterno alla persona del catechista, ma si “è” catechisti e tutta la vita gira attorno a questa missione. Di fatto, “essere” catechista è una vocazione di servizio nella Chiesa, ciò che è stato ricevuto come dono da parte del Signore si deve a sua volta trasmettere. Pertanto il catechista deve tornare costantemente a quel primo annuncio o “kerygma” che è il dono che gli ha cambiato la vita. È l’annuncio fondamentale che deve risuonare di continuo nella vita del cristiano, ancor di più in chi è chiamato ad annunciare e insegnare la fede. «Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di questo annuncio» (Evangelii gaudium, n. 165). Questo annuncio deve accompagnare la fede che è già presente nella religiosità del nostro popolo. È necessario farsi carico di tutto il potenziale di pietà e di amore che racchiude la religiosità popolare affinché non solo si trasmettano i contenuti della fede, ma si crei anche una vera scuola di formazione in cui si coltivi il dono della fede che si è ricevuto, di modo che gli atti e le parole riflettano la grazia di essere discepoli di Gesù.

Il catechista cammina da e con Cristo, non è una persona che parte dalle proprie idee e dai propri gusti, ma si lascia guardare da lui, da quello sguardo che fa ardere il cuore. Quanto più Gesù occupa il centro della nostra vita, tanto più ci fa uscire da noi stessi, ci decentra e ci rende più vicini agli altri. Questo dinamismo dell’amore è come il movimento del cuore: “sistole e diastole”; si concentra per incontrare il Signore e subito si apre, uscendo da se stesso per amore, per rendere testimonianza a Gesù e parlare di Gesù, per predicare Gesù. L’esempio ce lo dà lui stesso: si ritirava per pregare il Padre e subito andava incontro agli affamati e agli assetati di Dio, per guarirli e salvarli. Da qui nasce l’importanza della catechesi “mistagogica”, che è l’incontro costante con la Parola e con i sacramenti, e non qualcosa di meramente occasionale, previo alla celebrazione dei sacramenti d’iniziazione cristiana. La vita cristiana è un processo di crescita e d’integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta (cfr. Evangelii gaudium, n. 166).

Il catechista inoltre è creativo; ricerca diversi mezzi e forme per annunciare Cristo. È bello credere in Gesù, perché lui è «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6) che colma la nostra esistenza di gioia e di allegria. Questa ricerca per far conoscere Gesù come somma bellezza ci porta a incontrare nuovi segni e forme per la trasmissione della fede. I mezzi possono essere diversi ma l’importante è tener presente lo stile di Gesù, che si adattava alle persone che aveva davanti a sé, per avvicinare loro l’amore di Dio. Bisogna saper “cambiare”, adattarsi, per rendere il messaggio più vicino, benché sia sempre lo stesso, perché Dio non cambia, ma rende nuove tutte le cose in lui. Nella ricerca creativa per far conoscere Gesù non dobbiamo provare paura perché lui ci precede in questo compito. Lui già è nell’uomo di oggi e ci attende lì.

Cari catechisti, vi ringrazio per quello che fate, ma soprattutto perché camminate con il Popolo di Dio. Vi incoraggio a essere messaggeri gioiosi, custodi del bene e della bellezza che risplendono nella vita fedele del discepolo missionario.

Che Gesù vi benedica e la Vergine santa, vera “educatrice della fede”, si prenda cura di voi.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Vaticano, 5 luglio

Francesco

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Sessione inaugurale della 40.ma Conferenza Generale della FAO (3 luglio 2017)

Lun, 03/07/2017 - 08:00

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA SESSIONE INAUGURALE DELLA 40.ma CONFERENZA GENERALE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L'ALIMENTAZIONE E L'AGRICOLTURA [FAO]

 

Signor Presidente,

sono lieto di porgere il mio deferente e cordiale saluto a Lei, come pure a ciascuno di Voi, Rappresentanti degli Stati membri della FAO, riuniti per la 40ª Conferenza dell’Organizzazione.

Estendo il mio saluto al Direttore Generale della FAO e ai Responsabili degli altri Organismi internazionali presenti a questa riunione, chiamata a dare risposte precise al settore agricolo e alimentare, dalle quali dipendono le attese di milioni di persone.

1. Non potendo questa volta essere fra voi, secondo la consolidata tradizione che risale all’insediamento della FAO a Roma, ho chiesto al Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, di portarvi la mia parola di stimolo e di sostegno, e di esprimervi tutta la mia stima e la mia considerazione per l’arduo compito che dovete compiere.

La Santa Sede segue con molta attenzione l’attività internazionale e vuole concorrere a orientarla per favorire non un semplice progresso o teorici obiettivi di sviluppo, ma una effettiva eliminazione della fame e della malnutrizione. Tutti siamo consapevoli che non basta l’intenzione di assicurare a tutti il pane quotidiano, ma è necessario riconoscere che tutti ne hanno diritto e ne debbono quindi usufruire. Se i continui obiettivi proposti restano ancora lontani, dipende molto dalla mancanza di una cultura della solidarietà che non riesce a farsi strada nelle attività internazionali, che rimangono spesso legate solo al pragmatismo delle statistiche o al desiderio di un’efficienza priva dell’idea di condivisione.

L’impegno di ciascun Paese ad aumentare il proprio livello di nutrizione, a migliorare l’attività agricola e le condizioni delle popolazioni rurali, si concretizza nel dare impulso al settore agricolo, nell’incremento della produzione e nell’attivare un’efficace distribuzione degli alimenti. Ma questo non basta. Infatti, tali obiettivi richiedono di considerare ogni giorno che il diritto di ogni persona ad essere liberata dalla povertà e dalla fame dipende dal dovere dell’intera famiglia umana di venire concretamente in soccorso di quanti sono nel bisogno.

E allora, quando un Paese non è in grado di dare risposte adeguate perché non lo permette il suo grado di sviluppo, le sue condizioni di povertà, i cambiamenti climatici o le situazioni di insicurezza, è necessario che la FAO e le altre Istituzioni intergovernative siano messe in grado di intervenire specificamente per intraprendere un’adeguata azione solidale. A partire dalla consapevolezza che i beni affidatici dal Creatore sono per tutti, occorre urgentemente che la solidarietà sia il criterio ispiratore di ogni forma di cooperazione nelle relazioni internazionali.

2. Uno sguardo sulla situazione del mondo non fornisce immagini confortanti. Non possiamo, tuttavia, rimanere solo preoccupati e forse rassegnati. Questo momento di evidente difficoltà ci deve rendere anche più consapevoli che la fame e la malnutrizione non sono soltanto fenomeni naturali o strutturali di determinate aree geografiche, ma sono piuttosto la risultante di una più complessa condizione di sottosviluppo, causata dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi. Le guerre, il terrorismo, gli spostamenti forzati di persone che sempre più impediscono o almeno condizionano fortemente le stesse attività di cooperazione, non sono delle fatalità, ma piuttosto il risultato di scelte precise.

Si tratta di un meccanismo complesso che colpisce anzitutto le categorie più vulnerabili, non solo escluse dai processi produttivi, ma spesso costrette a lasciare le loro terre alla ricerca di rifugio e speranza di vita. Come pure sono determinati da decisioni assunte in piena libertà e coscienza i dati relativi agli aiuti verso i Paesi poveri, che appaiono sempre più ridotti, nonostante gli appelli che si susseguono di fronte alle situazioni di crisi sempre più distruttive che si manifestano in diverse aree del pianeta.

Dobbiamo prendere coscienza che in questi casi la libertà di scelta di ognuno va coniugata con la solidarietà verso tutti, in relazione ai bisogni, attuando in buona fede gli impegni assunti o annunciati. In proposito, anche spinto dal desiderio di incoraggiare i Governi, vorrei unirmi con un contributo al programma della FAO per fornire sementi alle famiglie rurali che vivono in aree dove si sono sommati gli effetti dei conflitti e della siccità. Questo gesto si aggiunge al lavoro che la Chiesa porta avanti secondo la propria vocazione di stare al fianco dei poveri della terra e di accompagnare il fattivo impegno di tutti in loro favore.

Questo impegno ci viene oggi richiesto dall’Agenda per lo sviluppo 2030, quando ribadisce il concetto di sicurezza alimentare come obiettivo non più rinviabile. Ma solo uno sforzo di autentica solidarietà sarà capace di eliminare il numero delle persone malnutrite e prive del necessario per vivere. È una sfida molto grande per la FAO e per tutte le Istituzioni della Comunità internazionale. Una sfida in cui anche la Chiesa si sente impegnata in prima fila.

Auspico pertanto che le sessioni di questa Conferenza possano dare un nuovo impulso all’attività dell’Organizzazione e fornire quegli strumenti desiderati e attesi da milioni di nostri fratelli che vedono nell’azione della FAO non solo un apporto tecnico per aumentare le risorse e per distribuire i frutti della produzione, ma anche il segno concreto, spesso unico, di una fraternità che permette loro di avere fiducia nel futuro.

La benedizione di Dio onnipotente, ricco di misericordia, scenda su di voi e sui vostri lavori e vi dia la forza necessaria per contribuire a un autentico progresso della famiglia umana.

Dal Vaticano, 3 luglio 2017

 

Francesco

Angelus, 2 luglio 2017

Dom, 02/07/2017 - 12:00

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 2 luglio 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna liturgia ci presenta le ultime battute del discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo (cfr 10,37-42), con il quale Gesù istruisce i dodici apostoli nel momento in cui per la prima volta li invia in missione nei villaggi della Galilea e della Giudea. In questa parte finale Gesù sottolinea due aspetti essenziali per la vita del discepolo missionario: il primo, che il suo legame con Gesù è più forte di qualunque altro legame; il secondo, che il missionario non porta sé stesso, ma Gesù, e mediante Lui l’amore del Padre celeste. Questi due aspetti sono connessi, perché più Gesù è al centro del cuore e della vita del discepolo, più questo discepolo è “trasparente” alla sua presenza. Vanno insieme, tutti e due.

«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me…» (v. 37), dice Gesù. L’affetto di un padre, la tenerezza di una madre, la dolce amicizia tra fratelli e sorelle, tutto questo, pur essendo molto buono e legittimo, non può essere anteposto a Cristo. Non perché Egli ci voglia senza cuore e privi di riconoscenza, anzi, al contrario, ma perché la condizione del discepolo esige un rapporto prioritario col maestro. Qualsiasi discepolo, sia un laico, una laica, un sacerdote, un vescovo: il rapporto prioritario. Forse la prima domanda che dobbiamo fare a un cristiano è: “Ma tu ti incontri con Gesù? Tu preghi Gesù?”. Il rapporto. Si potrebbe quasi parafrasare il Libro della Genesi: Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a Gesù Cristo e i due saranno una sola cosa (cfr Gen 2,24).

Chi si lascia attrarre in questo vincolo di amore e di vita con il Signore Gesù, diventa un suo rappresentante, un suo “ambasciatore”, soprattutto con il modo di essere, di vivere. Al punto che Gesù stesso, inviando i discepoli in missione, dice loro: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). Bisogna che la gente possa percepire che per quel discepolo Gesù è veramente “il Signore”, è veramente il centro della sua vita, il tutto della vita. Non importa se poi, come ogni persona umana, ha i suoi limiti e anche i suoi sbagli – purché abbia l’umiltà di riconoscerli –; l’importante è che non abbia il cuore doppio - e questo è pericoloso. Io sono cristiano, sono discepolo di Gesù, sono sacerdote, sono vescovo, ma ho il cuore doppio. No, questo non va. Non deve avere il cuore doppio, ma il cuore semplice, unito; che non tenga il piede in due scarpe, ma sia onesto con sé stesso e con gli altri. La doppiezza non è cristiana. Per questo Gesù prega il Padre affinché i discepoli non cadano nello spirito del mondo. O sei con Gesù, con lo spirito di Gesù, o sei con lo spirito del mondo.

E qui la nostra esperienza di sacerdoti ci insegna una cosa molto bella, una cosa molto importante: è proprio questa accoglienza del santo popolo fedele di Dio, è proprio quel «bicchiere d’acqua fresca» (v. 42) di cui parla il Signore oggi nel Vangelo, dato con fede affettuosa, che ti aiuta ad essere un buon prete! C’è una reciprocità anche nella missione: se tu lasci tutto per Gesù, la gente riconosce in te il Signore; ma nello stesso tempo ti aiuta a convertirti ogni giorno a Lui, a rinnovarti e purificarti dai compromessi e a superare le tentazioni. Quanto più un sacerdote è vicino al popolo di Dio, tanto più si sentirà prossimo a Gesù, e quanto più un sacerdote è vicino a Gesù, tanto più si sentirà prossimo al popolo di Dio.

La Vergine Maria ha sperimentato in prima persona che cosa significa amare Gesù distaccandosi da sé stessa, dando un nuovo senso ai legami familiari, a partire dalla fede in Lui. Con la sua materna intercessione, ci aiuti ad essere liberi e lieti missionari del Vangelo.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

il 5 luglio ricorrerà la festa dell’indipendenza del Venezuela. Assicuro la mia preghiera per questa cara Nazione ed esprimo la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso i loro figli nelle manifestazioni di piazza. Faccio appello affinché si ponga fine alla violenza e si trovi una soluzione pacifica e democratica alla crisi. Nostra Signora di Coromoto interceda per il Venezuela! E tutti noi preghiamo Nostra Signora di Coromoto per il Venezuela: “Ave o Maria,…”.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini!

Saluto in particolare i fedeli irlandesi di Belfast, e i giovani di Schattdorf (Svizzera) che hanno da poco ricevuto il sacramento della Confermazione.

Saluto i vari gruppi parrocchiali e le associazioni, come pure i partecipanti al moto-pellegrinaggio da Cardito (Napoli).

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai Membri dell’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana (30 giugno 2017)

Ven, 30/06/2017 - 12:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELL'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE
ITALO-LATINO AMERICANA

Sala Clementina
Venerdì, 30 giugno 2017

[Multimedia]

 

Signore e Signori!

Prima di tutto chiedo scusa per il ritardo. Non era previsto che arrivassi in ritardo, ma si sono allungate le udienze, e perciò vi chiedo scusa.

Vi do il benvenuto e vi saluto in occasione del 50° anniversario dell’Organizzazione Italo-Latino Americana. Ringrazio il Presidente e il Vicepresidente per le parole con cui hanno introdotto il nostro incontro.

Nella Convenzione fondativa della vostra Organizzazione sono espresse le sue finalità, tra cui promuovere lo sviluppo e il coordinamento, come pure individuare le possibilità di assistenza reciproca e di azione comune tra Paesi membri (cfr Art. 1). Di fronte a questo impegno, desidero sottolineare tre aspetti che mi sembrano importanti nel momento attuale.

Anzitutto individuare le potenzialità. I paesi dell’America latina sono ricchi di storia, cultura, risorse naturali; inoltre la loro gente è «buona» e solidale con gli altri popoli. Ciò è stato comprovato in occasione delle recenti calamità naturali, per come si sono aiutati a vicenda, dando esempio a tutta la comunità internazionale. Tutti questi valori sociali sono presenti, ma devono essere apprezzati e potenziati. Nonostante questi beni del continente, l’attuale crisi economica e sociale ha colpito la popolazione e ha prodotto l’incremento della povertà, della disoccupazione, della diseguaglianza sociale, come pure lo sfruttamento e l’abuso della nostra casa comune. E questo a un livello tale che non avremmo immaginato dieci anni fa. Di fronte a questa situazione c’è bisogno di un’analisi che tenga conto della realtà delle persone concrete, la realtà del nostro popolo (cfr Enc. Laudato si’, 144). Questo ci aiuterà a renderci conto delle necessità reali che esistono, come pure ad apprezzare la ricchezza che ogni persona e ogni popolo porta in sé.

Se il primo punto era individuare le potenzialità, il secondo è coordinare gli sforzi per dare risposte concrete e far fronte alle istanze e alle necessità dei figli e delle figlie dei nostri Paesi. Coordinare non significa lasciar fare ad altri e alla fine approvare; comporta invece molto tempo e molto sforzo; è un lavoro nascosto e poco apprezzato, ma necessario. Davanti a un mondo globalizzato e sempre più complesso, l’America Latina deve unire gli sforzi per far fronte al fenomeno dell’emigrazione; e gran parte delle sue cause avrebbero potuto essere affrontate già da molto tempo, ma non è mai troppo tardi (cfr Discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede, 11 gennaio 2016). L’emigrazione è sempre esistita, però negli ultimi anni si è incrementata in un modo mai visto prima. La nostra gente, spinta dalla necessità, va in cerca di «nuove oasi», dove poter trovare maggiore stabilità e un lavoro che garantisca maggiore dignità alla vita. Ma in questa ricerca, molte persone subiscono la violazione dei propri diritti; molti bambini e giovani sono vittime della tratta e sono sfruttati, o cadono nelle reti della criminalità e della violenza organizzata. L’emigrazione è un dramma di divisione: si dividono le famiglie, i figli si separano dai genitori, si allontanano dalla terra d’origine, e gli stessi governi e i Paesi si dividono davanti a questa realtà. Occorre una politica congiunta di cooperazione per affrontare questo fenomeno. Non si tratta di cercare colpevoli e di eludere la responsabilità, ma tutti siamo chiamati a lavorare in maniera coordinata e congiunta.

E infine il terzo aspetto: promuovere. Tra le molte azioni che si potrebbero realizzare, ritengo che emerga per importanza la promozione di una cultura del dialogo. Alcuni Paesi stanno attraversando momenti difficili a livello politico, sociale ed economico. I cittadini che hanno meno risorse sono i primi a notare la corruzione che esiste nei diversi strati sociali e la cattiva distribuzione delle ricchezze. So che molti Paesi lavorano e lottano per realizzare una società più giusta, promuovendo una cultura della legalità. La promozione del dialogo politico è essenziale, sia tra i diversi membri di questa Associazione, sia con i Paesi di altri continenti, in modo speciale con quelli dell’Europa, per i legami che li uniscono. In questa collaborazione e in questo dialogo si colloca la diplomazia come strumento fondamentale e di solidarietà per raggiungere la pace (cfr ibid.). Il dialogo è indispensabile; ma non il “dialogo tra sordi”! Si richiede un atteggiamento recettivo che accolga suggerimenti e condivida aspirazioni. Capacità di ascolto. È uno scambio reciproco di fiducia, che sa che dall’altra parte c’è un fratello con la mano tesa per aiutare, che desidera il bene di entrambe le parti e vuole rafforzare i legami di fratellanza e amicizia per progredire su vie di giustizia e di pace.

Vi incoraggio nel vostro impegno in favore del bene comune nel nostro continente americano, e la collaborazione tra tutti possa favorire la costruzione di un mondo sempre più umano e più giusto.

Grazie!

Angelus nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 2017

Gio, 29/06/2017 - 12:00

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Giovedì, 29 giugno 2017

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I Padri della Chiesa amavano paragonare i santi Apostoli Pietro e Paolo a due colonne, sulle quali poggia la costruzione visibile della Chiesa. Entrambi hanno suggellato con il proprio sangue la testimonianza resa a Cristo con la predicazione e il servizio alla nascente comunità cristiana. Questa testimonianza è messa in luce dalle Letture bibliche della liturgia odierna, Letture che indicano il motivo per cui la loro fede, confessata e annunciata, è stata poi coronata con la prova suprema del martirio.

Il Libro degli Atti degli Apostoli (cfr 12,1-11) racconta l’evento della prigionia e della conseguente liberazione di Pietro. Egli sperimentò l’avversione al Vangelo già a Gerusalemme, dove era stato rinchiuso in prigione dal re Erode «col proposito di farlo comparire davanti al popolo» (v. 4). Ma fu salvato in modo miracoloso e così poté portare a termine la sua missione evangelizzatrice, prima nella Terra Santa e poi a Roma, mettendo ogni sua energia al servizio della comunità cristiana.

Anche Paolo ha sperimentato ostilità dalle quali è stato liberato dal Signore. Inviato dal Risorto in molte città presso le popolazioni pagane, egli incontrò forti resistenze sia da parte dei suoi correligionari che da parte delle autorità civili. Scrivendo al discepolo Timoteo, riflette sulla propria vita e sul proprio percorso missionario, come anche sulle persecuzioni subite a causa del Vangelo.

Queste due “liberazioni”, di Pietro e di Paolo, rivelano il cammino comune dei due Apostoli, i quali furono mandati da Gesù ad annunciare il Vangelo in ambienti difficili e in certi casi ostili. Entrambi, con le loro vicende personali ed ecclesiali, dimostrano e dicono a noi, oggi, che il Signore è sempre al nostro fianco, cammina con noi, non ci abbandona mai. Specialmente nel momento della prova, Dio ci tende la mano, viene in nostro aiuto e ci libera dalle minacce dei nemici. Ma ricordiamoci che il nostro vero nemico è il peccato, e il Maligno che ci spinge ad esso. Quando ci riconciliamo con Dio, specialmente nel Sacramento della Penitenza, ricevendo la grazia del perdono, siamo liberati dai vincoli del male e alleggeriti dal peso dei nostri errori. Così possiamo continuare il nostro percorso di gioiosi annunciatori e testimoni del Vangelo, dimostrando che noi per primi abbiamo ricevuto misericordia.

Alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, rivolgiamo la nostra preghiera, che oggi è soprattutto per la Chiesa che vive a Roma e per questa città, di cui Pietro e Paolo sono i patroni. Essi le ottengano il benessere spirituale e materiale. La bontà e la grazia del Signore sostenga tutto il popolo romano, perché viva in fraternità e concordia, facendo risplendere la fede cristiana, testimoniata con intrepido ardore dai santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina, qui in piazza, ho celebrato l’Eucaristia con i cinque Cardinali che ho creato nel Concistoro di ieri, e ho benedetto i Palli degli Arcivescovi Metropoliti nominati in quest’ultimo anno, provenienti da diversi Paesi. Rinnovo il mio saluto e il mio augurio a loro e a quanti li hanno accompagnati in questo pellegrinaggio. Li incoraggio a proseguire con gioia la loro missione al servizio del Vangelo, in comunione con tutta la Chiesa. Nella stessa celebrazione ho accolto con affetto i Membri della Delegazione venuta a Roma a nome del Patriarca Ecumenico, il carissimo fratello Bartolomeo. Anche questa presenza è segno dei fraterni legami esistenti tra le nostre Chiese.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, specialmente dalla Germania, dall’Inghilterra, dalla Bolivia, dall’Indonesia e dal Qatar. Saluto gli studenti delle scuole cattoliche di Salbris (Francia), di Osijek (Croazia) e di Londra.

Il mio saluto oggi va soprattutto a voi, fedeli di Roma, nella festa dei santi Patroni della Città! A tutti i fedeli di Roma un grande applauso! Per tale ricorrenza la “Pro Loco” romana ha promosso la tradizionale Infiorata, realizzata da diversi artisti e dai volontari del Servizio Civile. Grazie per questa iniziativa e per le belle rappresentazioni floreali! E desidero ricordare anche lo spettacolo pirotecnico che avrà luogo stasera a Piazza del Popolo.

A tutti auguro una buona festa. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Santa Messa e benedizione dei Palli per i nuovi Metropoliti nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno 2017)

Gio, 29/06/2017 - 09:30

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI
PER I NUOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Giovedì, 29 giugno 2017

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La Liturgia di oggi ci offre tre parole essenziali per la vita dell’apostolo: confessione, persecuzione, preghiera.

La confessione è quella di Pietro nel Vangelo, quando la domanda del Signore da generale diventa particolare. Infatti Gesù dapprima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Da questo “sondaggio” emerge da più parti che il popolo considera Gesù un profeta. E allora il Maestro pone ai discepoli la domanda davvero decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). A questo punto risponde solo Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Ecco la confessione: riconoscere in Gesù il Messia atteso, il Dio vivente, il Signore della propria vita.

Questa domanda vitale Gesù la rivolge oggi a noi, a tutti noi, in particolare a noi Pastori. È la domanda decisiva, davanti alla quale non valgono risposte di circostanza, perché è in gioco la vita: e la domanda della vita chiede una risposta di vita. Perché a poco serve conoscere gli articoli di fede se non si confessa Gesù Signore della propria vita. Oggi Egli ci guarda negli occhi e chiede: “Chi sono io per te?”. Come a dire: “Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?”. Con San Pietro, anche noi rinnoviamo oggi la nostra scelta di vita come discepoli e apostoli; passiamo nuovamente dalla prima alla seconda domanda di Gesù, per essere “suoi” non solo a parole, ma coi fatti e nella vita.

Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno Lui nel cuore. Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita; sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a “bruciare” per amore; sa che nella vita non può “galleggiare” o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni.

Ecco la seconda parola, persecuzioni. Non solo Pietro e Paolo hanno dato il sangue per Cristo, ma l’intera comunità agli inizi è stata perseguitata, come ci ha ricordato il Libro degli Atti degli Apostoli (cfr 12,1). Anche oggi in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio – non di rado silenzio complice –, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti.

Vorrei sottolineare soprattutto quanto l’Apostolo Paolo afferma prima di «essere – come lui scrive – versato in offerta» (2 Tm 4,6). Per lui vivere era Cristo (cfr Fil 1,21), e Cristo crocifisso (cfr 1 Cor 2,1), che ha dato la vita per lui (cfr Gal 2,20). Così, da discepolo fedele, Paolo ha seguito il Maestro offrendo anche lui la vita. Senza la croce non c’è Cristo, ma senza la croce non c’è nemmeno il cristiano. Infatti, «è proprio della virtù cristiana non solo operare il bene, ma anche saper sopportare i mali» (Agostino, Disc. 46,13), come Gesù. Sopportare il male non è solo avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù: è portare il peso, portarlo sulle spalle per Lui e per gli altri. È accettare la croce, andando avanti con fiducia perché non siamo soli: il Signore crocifisso e risorto è con noi. Così, con Paolo possiamo dire che «in tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati» (2 Cor 4,8-9).

Sopportare è saper vincere con Gesù alla maniera di Gesù, non alla maniera del mondo. Ecco perché Paolo – lo abbiamo sentito – si ritiene un vincitore che sta per ricevere la corona (cfr 2 Tm 4,8) e scrive: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (v. 7). L’unica condotta della sua buona battaglia è stata vivere per: non per sé stesso, ma per Gesù e per gli altri. Ha vissuto “correndo”, cioè senza risparmiarsi, anzi consumandosi. Una cosa dice di aver conservato: non la salute, ma la fede, cioè la confessione di Cristo. Per amore suo ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate. E così, nel mistero del dolore offerto per amore, in questo mistero che tanti fratelli perseguitati, poveri e malati incarnano anche oggi, risplende la forza salvifica della croce di Gesù.

La terza parola è preghiera. La vita dell’apostolo, che sgorga dalla confessione e sfocia nell’offerta, scorre ogni giorno nella preghiera. La preghiera è l’acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia. La preghiera ci fa sentire amati e ci permette di amare. Ci fa andare avanti nei momenti bui, perché accende la luce di Dio. Nella Chiesa è la preghiera che ci sostiene tutti e ci fa superare le prove. Lo vediamo ancora nella prima Lettura: «Mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). Una Chiesa che prega è custodita dal Signore e cammina accompagnata da Lui. Pregare è affidargli il cammino, perché se ne prenda cura. La preghiera è la forza che ci unisce e sorregge, il rimedio contro l’isolamento e l’autosufficienza che conducono alla morte spirituale. Perché lo Spirito di vita non soffia se non si prega e senza preghiera non si aprono le carceri interiori che ci tengono prigionieri.

I Santi Apostoli ci ottengano un cuore come il loro, affaticato e pacificato dalla preghiera: affaticato perché chiede, bussa e intercede, carico di tante persone e situazioni da affidare; ma al tempo stesso pacificato, perché lo Spirito porta consolazione e fortezza quando si prega. Quanto è urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, ma prima di tutto essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera!

Il Signore interviene quando preghiamo, Lui che è fedele all’amore che gli abbiamo confessato e ci sta vicino nelle prove. Egli ha accompagnato il cammino degli Apostoli e accompagnerà anche voi, cari Fratelli Cardinali, qui riuniti nella carità degli Apostoli che hanno confessato la fede con il sangue. Sarà vicino anche a voi, cari Fratelli Arcivescovi che, ricevendo il pallio, sarete confermati a vivere per il gregge, imitando il Buon Pastore, che vi sostiene portandovi sulle spalle. Lo stesso Signore, che ardentemente desidera vedere tutto riunito il suo gregge, benedica e custodisca il Patriarca Ecumenico, il caro fratello Bartolomeo, e la Delegazione che ha qui inviato in segno di comunione apostolica.

 

Lettera del Santo Padre in occasione del Vertice del G20 ad Amburgo (Germania) (29 giugno 2017)

Gio, 29/06/2017 - 08:00

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DOTTORESSA ANGELA MERKEL,
IN OCCASIONE DELL'APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

 

A Sua Eccellenza
Dottoressa Angela Merkel
Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione di 5 nuovi Cardinali (28 giugno 2017)

Mer, 28/06/2017 - 16:00

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI 5 NUOVI CARDINALI

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Mercoledì, 28 giugno 2017

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«Gesù camminava davanti a loro». Questa è l’immagine che ci viene dal Vangelo che abbiamo ascoltato (Mc 10,32-45), e che fa da sfondo anche all’atto che stiamo compiendo: un Concistoro per la creazione di alcuni nuovi Cardinali.  

Gesù cammina decisamente verso Gerusalemme. Sa bene che cosa lo attende e ne ha parlato più volte ai suoi discepoli. Ma tra il cuore di Gesù e i cuori dei discepoli c’è una distanza, che solo lo Spirito Santo potrà colmare. Gesù lo sa; per questo è paziente con loro, parla loro con franchezza, e soprattutto li precede, cammina davanti a loro. 

Lungo il cammino, i discepoli stessi sono distratti da interessi non coerenti con la “direzione” di Gesù, con la sua volontà che è un tutt’uno con la volontà del Padre. Ad esempio – abbiamo sentito – i due fratelli Giacomo e Giovanni pensano a come sarebbe bello sedere alla destra e alla sinistra del re d’Israele (cfr v. 37). Non guardano la realtà! Credono di vedere e non vedono, di sapere e non sanno, di capire meglio degli altri e non capiscono…  

La realtà invece è tutt’altra, è quella che Gesù ha presente e che guida i suoi passi. La realtà è la croce, è il peccato del mondo che Lui è venuto a prendere su di sé e sradicare dalla terra degli uomini e delle donne. La realtà sono gli innocenti che soffrono e muoiono per le guerre e il terrorismo; sono le schiavitù che non cessano di negare la dignità anche nell’epoca dei diritti umani; la realtà è quella di campi profughi che a volte assomigliano più a un inferno che a un purgatorio; la realtà è lo scarto sistematico di tutto ciò che non serve più, comprese le persone.  

E’ questo che Gesù vede, mentre cammina verso Gerusalemme. Durante la sua vita pubblica Egli ha manifestato la tenerezza del Padre, risanando tutti quelli che erano sotto il potere del maligno (cfr At 10,38). Adesso sa che è venuto il momento di andare a fondo, di strappare la radice del male, e per questo va risolutamente verso la croce. 

Anche noi, fratelli e sorelle, siamo in cammino con Gesù su questa strada. In particolare mi rivolgo a voi, carissimi nuovi Cardinali. Gesù “cammina davanti a voi” e vi chiede di seguirlo decisamente sulla sua via. Vi chiama a guardare la realtà, a non lasciarvi distrarre da altri interessi, da altre prospettive. Lui non vi ha chiamati a diventare “principi” nella Chiesa, a “sedere alla sua destra o alla sua sinistra”. Vi chiama a servire come Lui e con Lui. A servire il Padre e i fratelli. Vi chiama ad affrontare con il suo stesso atteggiamento il peccato del mondo e le sue conseguenze nell’umanità di oggi. Seguendo Lui, anche voi camminate davanti al popolo santo di Dio, tenendo fisso lo sguardo alla Croce e alla Risurrezione del Signore. 

E allora, per intercessione della Vergine Madre, invochiamo con fede lo Spirito Santo, perché colmi ogni distanza tra i nostri cuori e il cuore di Cristo, e tutta la nostra vita diventi servizio a Dio e ai fratelli.

 

Udienza Generale del 28 giugno 2017: La Speranza cristiana - 28. La Speranza, forza dei martiri

Mer, 28/06/2017 - 10:00

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 28 giugno 2017

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La Speranza cristiana - 28. La Speranza, forza dei martiri

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi riflettiamo sulla speranza cristiana come forza dei martiri. Quando, nel Vangelo, Gesù invia i discepoli in missione, non li illude con miraggi di facile successo; al contrario, li avverte chiaramente che l’annuncio del Regno di Dio comporta sempre una opposizione. E usa anche un’espressione estrema: «Sarete odiati – odiati - da tutti a causa del mio nome» (Mt 10,22). I cristiani amano, ma non sempre sono amati. Fin da subito Gesù ci mette davanti questa realtà: in una misura più o meno forte, la confessione della fede avviene in un clima di ostilità.

I cristiani sono dunque uomini e donne “controcorrente”. E’ normale: poiché il mondo è segnato dal peccato, che si manifesta in varie forme di egoismo e di ingiustizia, chi segue Cristo cammina in direzione contraria. Non per spirito polemico, ma per fedeltà alla logica del Regno di Dio, che è una logica di speranza, e si traduce nello stile di vita basato sulle indicazioni di Gesù.

E la prima indicazione è la povertà. Quando Gesù invia i suoi in missione, sembra che metta più cura nello “spogliarli” che nel “vestirli”! In effetti, un cristiano che non sia umile e povero, distaccato dalle ricchezze e dal potere e soprattutto distaccato da sé, non assomiglia a Gesù. Il cristiano percorre la sua strada in questo mondo con l’essenziale per il cammino, però con il cuore pieno d’amore. La vera sconfitta per lui o per lei è cadere nella tentazione della vendetta e della violenza, rispondendo al male col male. Gesù ci dice: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi» (Mt 10,16). Dunque senza fauci, senza artigli, senza armi. Il cristiano piuttosto dovrà essere prudente, a volte anche scaltro: queste sono virtù accettate dalla logica evangelica. Ma la violenza mai. Per sconfiggere il male, non si possono condividere i metodi del male.

L’unica forza del cristiano è il Vangelo. Nei tempi di difficoltà, si deve credere che Gesù sta davanti a noi, e non cessa di accompagnare i suoi discepoli. La persecuzione non è una contraddizione al Vangelo, ma ne fa parte: se hanno perseguitato il nostro Maestro, come possiamo sperare che ci venga risparmiata la lotta? Però, nel bel mezzo del turbine, il cristiano non deve perdere la speranza, pensando di essere stato abbandonato. Gesù rassicura i suoi dicendo: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Mt 10,30). Come dire che nessuna delle sofferenze dell’uomo, nemmeno le più minute e nascoste, sono invisibili agli occhi di Dio. Dio vede, e sicuramente protegge; e donerà il suo riscatto. C’è infatti in mezzo a noi Qualcuno che è più forte del male, più forte delle mafie, delle trame oscure, di chi lucra sulla pelle dei disperati, di chi schiaccia gli altri con prepotenza… Qualcuno che ascolta da sempre la voce del sangue di Abele che grida dalla terra.

I cristiani devono dunque farsi trovare sempre sull’“altro versante” del mondo, quello scelto da Dio: non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verità; non impostori, ma onesti.

Questa fedeltà allo stile di Gesù – che è uno stile di speranza – fino alla morte, verrà chiamata dai primi cristiani con un nome bellissimo: “martirio”, che significa “testimonianza”. C’erano tante altre possibilità, offerte dal vocabolario: lo si poteva chiamare eroismo, abnegazione, sacrificio di sé. E invece i cristiani della prima ora lo hanno chiamato con un nome che profuma di discepolato. I martiri non vivono per sé, non combattono per affermare le proprie idee, e accettano di dover morire solo per fedeltà al vangelo. Il martirio non è nemmeno l’ideale supremo della vita cristiana, perché al di sopra di esso vi è la carità, cioè l’amore verso Dio e verso il prossimo. Lo dice benissimo l’apostolo Paolo nell’inno alla carità, intesa come l’amore verso Dio e verso il prossimo. Lo dice benissimo l’Apostolo Paolo nell’inno alla carità: «Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1Cor 13,3). Ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati “martiri”: non c’è nulla nella loro fine che possa essere avvicinato all’atteggiamento dei figli di Dio.

A volte, leggendo le storie di tanti martiri di ieri e di oggi - che sono più numerosi dei martiri dei primi tempi -, rimaniamo stupiti di fronte alla fortezza con cui hanno affrontato la prova. Questa fortezza è segno della grande speranza che li animava: la speranza certa che niente e nessuno li poteva separare dall’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo (cfr Rm 8,38-39).

Che Dio ci doni sempre la forza di essere suoi testimoni. Ci doni di vivere la speranza cristiana soprattutto nel martirio nascosto di fare bene e con amore i nostri doveri di ogni giorno. Grazie.

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier la fanfare La Rosablanche, et les personnes venues de Suisse et de France. Je vous invite à lire la vie des martyrs, d’hier et d’aujourd’hui, pour découvrir avec quelle force ils ont affronté les épreuves. A leur exemple, mettons toute notre espérance en Jésus qui nous donne la force, dans l’abnégation et le sacrifice de soi, de faire le bien et d’accomplir notre devoir tous les jours de notre vie. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare la fanfara La Rosablanche e i fedeli venuti da Svizzera e Francia. Vi invito a leggere la vita dei martiri, di ieri e di oggi, per scoprire con quale forza hanno affrontato le prove. Sul loro esempio, mettiamo tutta la nostra speranza in Gesù che ci dona la forza, nell’abnegazione e nel sacrificio di sé, di fare il bene e di compiere il nostro dovere tutti i giorni della nostra vita. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Scotland, Wales, Sweden, Australia, Hong Kong, Indonesia, the Philippines and the United States of America. I especially greet the participants in the Conference for the promotion of the new Programme of Priestly Formation, with the assurance of my prayers for their important ministry. Upon all of you, and your families, I invoke joy and peace in our Lord Jesus Christ.

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Galles, Svezia, Australia, Hong Kong, Indonesia, Filippine e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai partecipanti al Convegno sulla nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, assicurando la mia preghiera per il loro importante ministero. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.]

Sehr herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache, insbesondere die Jugendlichen aus dem Oldenburger Münsterland. Liebe Freunde, die Märtyrer haben alles für den Herrn gegeben. Bitten wir Gott, auch uns die Kraft zu schenken, seine Zeugen zu sein, vor allem im „verborgenen Martyrium des Alltags“, wenn wir unsere Aufgaben und Pflichten gut und mit Liebe zu erfüllen. Der Herr mache uns stark in der Hoffnung.

[Con affetto saluto i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i giovani provenienti dall’Oldenburger Münsterland. Cari amici, i martiri hanno dato tutto per il Signore. Preghiamo Dio che conceda anche a noi la forza di essere suoi testimoni, soprattutto nel “martirio nascosto di ogni giorno”, facendo bene e con amore i nostri compiti e doveri. Il Signore ci renda forti nella speranza.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Saludo también al grupo argentino que ha trabajado sobre la encíclica Laudato Si’ y el diálogo interreligioso, y al integrante islámico de ese grupo: ¡feliz cumpleaños! Mañana celebraremos la solemnidad de los apóstoles san Pedro y san Pablo, que dieron su vida por amor a Cristo. Pidamos a Dios por su intercesión que nos concesa el don de la fortaleza para seguirle y ser sus testigos viviendo la esperanza cristiana, sobre todo en ese martirio continuo y escondido de hacer bien y con amor nuestras obligaciones de cada día. Muchas gracias.

Amados peregrinos vindos do Brasil e doutros países lusófonos, a todos saúdo, agradecido pelo afeto e as orações com que diariamente sustentais o meu ministério de Sucessor de Pedro. À nossa Mãe comum, a Virgem Maria, confio as vossas vidas e famílias, para elas implorando a graça de crescerem na intimidade com o seu divino Filho, fonte da verdadeira vida.

[Cari pellegrini provenienti dal Brasile e da altri Paesi di lingua portoghese, vi saluto tutti, riconoscente per l’affetto e le preghiere con le quali quotidianamente sorreggete il mio ministero di Successore di Pietro. Alla nostra comune Madre, la Vergine Maria, affido le vostre vite e le vostre famiglie, chiedendo per loro la grazia di crescere nell’intimità col suo divin Figlio, fonte della vera vita.]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللّغةِ العربيّة، وخاصّةً بالقادمينَ منالشّرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، الشهداء هم أولئك الرجال والنساء الأمناء لقوّة الحب الوديع وصوت الروح القدس، والذين يسعون في حياتهم اليومية لمساعدة الإخوة ومحبّة الله بدون تحفظات؛ هم يعلموننا أنّه بإمكاننا أن نجاهد بقوّة المحبّة والوداعة ضد التسلُّط والعنف والحرب، وأن نحقق السلام بصبر. ليبارككُم الرّبّ!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, i martiri sono quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve; essi ci insegnano che, con la forza dell’amore, con la mitezza, si può lottare contro la prepotenza, la violenza, la guerra e si può realizzare con pazienza la pace. Il Signore vi benedica!]

Witam polskich pielgrzymów, a zwłaszcza gości Arcybiskupów Metropolitów, którzy jutro otrzymają paliusz. Drodzy bracia i siostry, właśnie jutro liturgia przypomni nam męczeństwo dwóch filarów Kościoła, świętych Apostołów Piotra i Pawła. Wpatrując się w przykład ich bezgranicznego oddania dla Chrystusa i Ewangelii, prośmy Boga, aby i nam dawał zawsze siłę, byśmy byli Jego wiernymi świadkami. Niech nam pomaga żyć chrześcijańską nadzieją, zwłaszcza w ukrytym męczeństwie codziennego wypełniania naszych obowiązków dobrze i z miłością. Niech Bóg Wam błogosławi!

[Do il benvenuto ai pellegrini polacchi, in particolare agli ospiti degli Arcivescovi metropoliti che domani riceveranno il pallio. Cari fratelli e sorelle, proprio domani la liturgia ci ricorderà il martirio delle due colonne della Chiesa, i Santi Pietro e Paolo. Guardando l’esempio della loro sconfinata dedizione a Cristo e al Vangelo, chiediamo a Dio che anche a noi dia sempre la forza per essere Suoi fedeli testimoni. Ci aiuti a vivere la speranza cristiana, soprattutto nel martirio nascosto di compiere bene e con amore i nostri doveri di ogni giorno. Dio vi benedica!]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere le Ancelle della Visitazione “Oasi Tabor” e le Figlie della Divina Provvidenza in occasione dei rispettivi Capitoli Generali, e le incoraggio a promuovere il loro carisma con spirito di servizio e di fedeltà alla Chiesa.

Porgo un saluto speciale ai partecipanti al Convegno dell’Associazione Nazionale Familiari del Clero, ed esorto i suoi membri a coltivare l’amicizia con i sacerdoti, particolarmente quelli più soli, sostenendo la loro vocazione e accompagnando il loro ministero. Saluto i monaci basiliani di San Giosafat, che ricordano il quarto centenario di fondazione; i pellegrini della Via Francigena; i militari del 17° reggimento “Acqui” di Capua, come pure i fedeli di Altamura e gli sbandieratori di Grumo Appula.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Domani celebreremo la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Cari giovani, dal coraggio dei martiri, sul cui sangue si fonda la Chiesa, imparate a testimoniare il Vangelo e i valori in cui credete; cari ammalati, l’amore degli Apostoli per il Signore sia la vostra speranza nella prova del dolore; cari sposi, insegnate ai vostri figli la passione per la virtù e la dedizione senza riserve per Dio e per i fratelli!

Ai Delegati della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl) (28 giugno 2017)

Mer, 28/06/2017 - 09:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI DELEGATI DELLA
CONFEDERAZIONE ITALIANA SINDACATI LAVORATORI (CISL)

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 giugno 2017

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Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto in occasione del vostro Congresso, e ringrazio la Segretaria Generale per la sua presentazione.

Avete scelto un motto molto bello per questo Congresso: “Per la persona, per il lavoro”. Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia. Ogni giorno milioni di persone cooperano semplicemente lavorando: educando i nostri bambini, azionando apparecchi meccanici, sbrigando pratiche in un ufficio... Il lavoro è una forma di amore civile: non è un amore romantico né sempre intenzionale, ma è un amore vero, autentico, che ci fa vivere e porta avanti il mondo.

Certo, la persona non è solo lavoro… Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di saper riposare. Questo non è pigrizia, è un bisogno umano. Quando domando a un uomo, a una donna che ha due, tre bambini: “Ma, mi dica, lei gioca con i suoi figli? Ha questo ‘ozio’?” – “Eh, sa, quando io vado al lavoro, loro ancora dormono, e quando torno, sono già a letto”. Questo è disumano. Per questo, insieme con il lavoro deve andare anche l’altra cultura. Perché la persona non è solo lavoro, perché non sempre lavoriamo, e non sempre dobbiamo lavorare. Da bambini non si lavora, e non si deve lavorare. Non lavoriamo quando siamo malati, non lavoriamo da vecchi. Ci sono molte persone che ancora non lavorano, o che non lavorano più. Tutto questo è vero e conosciuto, ma va ricordato anche oggi, quando ci sono nel mondo ancora troppi bambini e ragazzi che lavorano e non studiano, mentre lo studio è il solo “lavoro” buono dei bambini e dei ragazzi. E quando non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni. O quando un lavoratore si ammala e viene scartato anche dal mondo del lavoro in nome dell’efficienza – e invece se una persona malata riesce, nei suoi limiti, ancora a lavorare, il lavoro svolge anche una funzione terapeutica: a volte si guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri.

E’ una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità. È allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta.

Vorrei sottolineare due sfide epocali che oggi il movimento sindacale deve affrontare e vincere se vuole continuare a svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune.

La prima è la profezia, e riguarda la natura stessa del sindacato, la sua vocazione più vera. Il sindacato è espressione del profilo profetico della società. Il sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6), smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”. Come dimostra anche la grande tradizione della CISL, il movimento sindacale ha le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è la profezia.

Seconda sfida: l’innovazione. I profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche il sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma che guarda e protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che sono dentro, se protegge solo i diritti di chi lavora già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.

Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Questo è uno dei peccati più grossi. Economia di mercato: no. Diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato anche perché non lo vede abbastanza lottare nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro. Pensiamo al 40% dei giovani da 25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della città; oppure non lo capisce semplicemente perché a volte – ma succede in ogni famiglia – la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti. Non lasciatevi bloccare da questo. So che vi state impegnando già da tempo nelle direzioni giuste, specialmente con i migranti, con i giovani e con le donne. E questo che dico potrebbe sembrare superato, ma nel mondo del lavoro la donna è ancora di seconda classe. Voi potreste dire: “No, ma c’è quell’imprenditrice, quell’altra…”. Sì, ma la donna guadagna di meno, è più facilmente sfruttata… Fate qualcosa. Vi incoraggio a continuare e, se possibile, a fare di più. Abitare le periferie può diventare una strategia di azione, una priorità del sindacato di oggi e di domani. Non c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari. Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn”, insieme: syn-dike,“giustizia insieme”. Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi.

Vi ringrazio per questo incontro, vi benedico, benedico il vostro lavoro e auguro ogni bene per il vostro Congresso e il vostro lavoro quotidiano. E quando noi nella Chiesa facciamo una missione, in una parrocchia, per esempio, il vescovo dice: “Facciamo la missione perché tutta la parrocchia si converta, cioè faccia un passo in meglio”. Anche voi “convertitevi”: fate un passo in meglio nel vostro lavoro, che sia migliore. Grazie!

E adesso, vi chiedo di pregare per me, perché anch’io devo convertirmi, nel mio lavoro: ogni giorno devo fare meglio per aiutare e fare la mia vocazione. Pregate per me e vorrei darvi la benedizione del Signore.

[Benedizione]

Alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli (27 giugno 2017)

Mar, 27/06/2017 - 09:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

Martedì, 27 giugno 2017

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Eminenza,
cari fratelli in Cristo,

grazie di essere venuti qui, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, patroni principali di questa Chiesa di Roma; siate i benvenuti. Ringrazio vivamente Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e il Santo Sinodo, per avere inviato voi, cari fratelli, come loro rappresentanti, a condividere con noi la gioia di questa festa.

Pietro e Paolo, discepoli e apostoli di Gesù Cristo, hanno servito il Signore con stili differenti e in modo diverso. Tuttavia, pur nella loro diversità, entrambi hanno dato testimonianza dell’amore misericordioso di Dio Padre, del quale ciascuno, a suo modo, ha fatto profonda esperienza, fino ad offrire in sacrificio la propria vita. Per questo, sin da antichissimi tempi, la Chiesa in Oriente e in Occidente riunisce in una sola celebrazione la memoria del martirio di Pietro e di Paolo. È giusto infatti celebrare insieme la loro offerta per amore del Signore, che è allo stesso tempo memoria di unità nella diversità. Come voi ben sapete, l’iconografia rappresenta i due apostoli stretti in un abbraccio, profezia dell’unica comunione ecclesiale nella quale le legittime differenze debbono convivere.

Lo scambio di delegazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, in occasione delle rispettive feste patronali, accresce in noi il desiderio di ristabilire pienamente la comunione tra cattolici e ortodossi, che già pregustiamo nell’incontro fraterno, nella preghiera condivisa e nel comune servizio al Vangelo. L’esperienza del primo millennio, nella quale i cristiani d’Oriente e d’Occidente partecipavano alla stessa mensa eucaristica, da un lato custodendo insieme le medesime verità di fede e dall’altro coltivando varie tradizioni teologiche, spirituali e canoniche compatibili con l’insegnamento degli Apostoli e dei Concili ecumenici, è punto di riferimento necessario e fonte di ispirazione per la ricerca del ristabilimento della piena comunione nelle attuali condizioni, comunione che non sia uniformità omologata.

La vostra presenza mi offre la lieta opportunità di ricordare che quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della visita del Beato Paolo VI al Fanar nel luglio del 1967, e della visita del Patriarca Athenagoras, di venerata memoria, a Roma nell’ottobre di quello stesso anno. L’esempio di questi coraggiosi e lungimiranti Pastori, mossi unicamente dall’amore per Cristo e per la sua Chiesa, ci incoraggia a proseguire nel nostro cammino verso la piena unità. Cinquant’anni fa le due visite furono eventi che suscitarono immensa gioia ed entusiasmo nei fedeli delle Chiese di Roma e di Costantinopoli e contribuirono a far maturare la decisione di inviare delegazioni per le rispettive feste patronali, cosa che continuiamo a fare anche oggi.

Sono vivamente grato al Signore, perché anche a me continua a dare occasione di incontrarmi col mio amato fratello Bartolomeo. In particolare, conservo un ricordo grato e benefico del nostro recente incontro al Cairo, dove ho potuto constatare ancora una volta la profonda consonanza di visione su alcune sfide che toccano la vita della Chiesa e il mondo contemporaneo.

Il prossimo settembre a Leros, in Grecia, si riunirà il Comitato di coordinamento della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, co-presieduta da Vostra Eminenza e dal Cardinale Kurt Koch, in seguito al generoso invito del Metropolita Paisios. Auspico che questa riunione, in un clima spirituale di ascolto della volontà del Signore e nella viva consapevolezza del cammino che molti fedeli cattolici e ortodossi in varie parti del mondo già compiono insieme, sia ricca di buoni risultati per il futuro del dialogo teologico.

Eminenza, cari fratelli, l’unità di tutti i suoi discepoli è stata l’accorata richiesta che Gesù Cristo ha presentato al Padre poco prima della sua passione e morte (cfr Gv 17,21). Il compimento di questa preghiera è affidato a Dio, ma passa anche attraverso la nostra docilità e obbedienza alla sua volontà. Preghiamo gli uni per gli altri perché il Signore ci conceda di essere strumenti di comunione e di pace, confidando nell’intercessione dei Santi Pietro e Paolo e di Sant’Andrea. Anch’io vi domando, per favore, di continuare a pregare per me.

Ai Membri della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) (26 giugno 2017)

Lun, 26/06/2017 - 12:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA LEGA ITALIANA PER LA LOTTA CONTRO I TUMORI (LILT)

Sala Clementina
Lunedì, 26 giugno 2017

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Cari amici,

vi do il benvenuto e ringrazio il Presidente per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi.

L’impegno della vostra Istituzione costituisce per la società una duplice ricchezza. Da una parte, con la molteplicità dei suoi servizi, contribuisce a formare nelle persone e nelle famiglie uno stile di prevenzione: cioè favorisce la mentalità che la prevenzione oncologica è anzitutto uno stile di vita. Al tempo stesso, insieme a tantissime e diverse realtà in Italia, alimentate il volontariato, cioè un’espressione emblematica di quella gratuità che dovrebbe incidere sempre più nel vissuto quotidiano.

La vostra opera rappresenta uno strumento molto utile di sensibilizzazione e di formazione. C’è tanto bisogno di diffondere una cultura della vita, fatta di atteggiamenti, di comportamenti. Una vera cultura popolare, seria, accessibile a tutti, e non basata su interessi commerciali. Più in particolare, le famiglie hanno bisogno di essere accompagnate in un cammino di prevenzione; un cammino che coinvolge le diverse generazioni in un “patto” solidale; un cammino che valorizza l’esperienza di chi ha vissuto, insieme ai propri familiari, il faticoso percorso della patologia oncologica.

Altrettanto preziosa è la collaborazione del volontariato della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori con le strutture sanitarie, pubbliche e private; nonché l’aiuto offerto alle famiglie nell’assicurare l’assistenza, soprattutto nella continuità spesso logorante e senza soste della quotidianità.

Questo ultimo aspetto costituisce una testimonianza che trova la comunità ecclesiale particolarmente in sintonia e in condivisione, perché essa è chiamata per vocazione e missione a vivere il servizio a chi soffre e a viverlo secondo il binomio tipicamente cristiano dell’umiltà e del silenzio. Infatti il bene si compie ed è efficace soprattutto quando è fatto senza la ricerca della ricompensa e dell’apparire, nelle concrete situazioni quotidiane della vita.

In tale vostro servizio si attua anche un continuo decentramento verso le periferie. “Periferia”, infatti, è ogni uomo e donna che vive una condizione di emarginazione; periferia è ogni persona costretta ai margini della società e delle relazioni, soprattutto quando la malattia ne infrange i ritmi consueti, come è il caso delle patologie oncologiche. È la periferia a chiamare in causa la responsabilità di ognuno di noi, perché ogni cristiano, al pari di ogni uomo animato dal desiderio di verità e di bene, costituisce uno strumento consapevole della grazia.

Il “prendersi cura”, testimoniato nella ferialità condivisa con tante persone ammalate, è una ricchezza inestimabile per la società: ricorda all’intera comunità civile ed ecclesiale di non aver paura della prossimità, non aver paura della tenerezza, non aver paura di “perdere tempo” con legami che offrano e accolgano sostegno e conforto reciproco, spazi di solidarietà autentici e non formali.

Da ultimo, mi permetto di sottolineare che, poiché la salute costituisce un bene primario e fondamentale di ogni persona, è auspicabile che la prevenzione oncologica possa essere estesa a tutti, grazie alla collaborazione tra i servizi pubblici e privati, le iniziative della società civile e quelle caritative. In questo modo, con il vostro specifico contributo, anche in questo settore possiamo cercare di far sì che le nostre società diventino sempre più inclusive.

Vi ringrazio per questo incontro. Affido il vostro impegno e quello dei volontari, insieme a tutte le persone ammalate che incontrate, alla materna protezione di Maria Santissima, Salus infirmorum, e di cuore vi benedico. Grazie!

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