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Aggiornato: 1 ora 53 min fa

Udienza Generale del 23 maggio 2018: Catechesi sulla Confermazione. 1. La testimonianza cristiana

12 ore 54 min fa

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 23 maggio 2018

[Multimedia]

 

Catechesi sulla Confermazione. 1. La testimonianza cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo le catechesi sul Battesimo, questi giorni che seguono la solennità di Pentecoste ci invitano a riflettere sulla testimonianza che lo Spirito suscita nei battezzati, mettendo in movimento la loro vita, aprendola al bene degli altri. Ai suoi discepoli Gesù ha affidato una missione grande: «Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo» (cfr Mt 5,13-16). Queste sono immagini che fanno pensare al nostro comportamento, perché sia la carenza sia l’eccesso di sale rendono disgustoso il cibo, così come la mancanza o l’eccesso di luce impediscono di vedere. Chi può davvero renderci sale che dà sapore e preserva dalla corruzione, e luce che rischiara il mondo, è soltanto lo Spirito di Cristo! E questo è il dono che riceviamo nel Sacramento della Confermazione o Cresima, su cui desidero fermarmi a riflettere con voi. Si chiama “Confermazione” perché conferma il Battesimo e ne rafforza la grazia (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1289); come anche “Cresima”, dal fatto che riceviamo lo Spirito mediante l’unzione con il “crisma” – olio misto a profumo consacrato dal Vescovo –, termine che rimanda a “Cristo” l’Unto di Spirito Santo.

Rinascere alla vita divina nel Battesimo è il primo passo; occorre poi comportarsi da figli di Dio, ossia conformarsi al Cristo che opera nella santa Chiesa, lasciandosi coinvolgere nella sua missione nel mondo. A ciò provvede l’unzione dello Spirito Santo: «senza la sua forza, nulla è nell’uomo» (cfr Sequenza di Pentecoste). Senza la forza dello Spirito Santo non possiamo fare nulla: è lo Spirito che ci dà la forza per andare avanti. Come tutta la vita di Gesù fu animata dallo Spirito, così pure la vita della Chiesa e di ogni suo membro sta sotto la guida del medesimo Spirito.

Concepito dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, Gesù intraprende la sua missione dopo che, uscito dall’acqua del Giordano, viene consacrato dallo Spirito che discende e rimane su di Lui (cfr Mc 1,10; Gv 1,32). Egli lo dichiara esplicitamente nella sinagoga di Nazaret: è bello come Gesù si presenta, qual è la carta identitaria di Gesù nella sinagoga di Nazaret! Ascoltiamo come lo fa: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Gesù si presenta nella sinagoga del suo villaggio come l’Unto, Colui che è stato unto dallo Spirito.

Gesù è pieno di Spirito Santo ed è la fonte dello Spirito promesso dal Padre (cfr Gv 15,26; Lc 24,49; At 1,8; 2,33). In realtà, la sera di Pasqua il Risorto alita sui discepoli dicendo loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22); e nel giorno di Pentecoste la forza dello Spirito discende sugli Apostoli in forma straordinaria (cfr At 2,1-4), come noi conosciamo.

Il “Respiro” del Cristo Risorto riempie di vita i polmoni della Chiesa; e in effetti le bocche dei discepoli, «colmati di Spirito Santo», si aprono per proclamare a tutti le grandi opere di Dio (cfr At 2,1-11).

La Pentecoste – che abbiamo celebrato domenica scorsa – è per la Chiesa ciò che per Cristo fu l’unzione dello Spirito ricevuta al Giordano, ossia la Pentecoste è l’impulso missionario a consumare la vita per la santificazione degli uomini, a gloria di Dio. Se in ogni sacramento opera lo Spirito, è in modo speciale nella Confermazione che «i fedeli ricevono come Dono lo Spirito Santo» (Paolo VI, Cost. ap., Divinae consortium naturae). E nel momento di fare l’unzione, il Vescovo dice questa parola: “Ricevi lo Spirito Santo che ti è stato dato in dono”: è il grande dono di Dio, lo Spirito Santo. E tutti noi abbiamo lo Spirito dentro. Lo Spirito è nel nostro cuore, nella nostra anima. E lo Spirito ci guida nella vita perché noi diventiamo sale giusto e luce giusta agli uomini.

Se nel Battesimo è lo Spirito Santo a immergerci in Cristo, nella Confermazione è il Cristo a colmarci del suo Spirito, consacrandoci suoi testimoni, partecipi del medesimo principio di vita e di missione, secondo il disegno del Padre celeste. La testimonianza resa dai confermati manifesta la ricezione dello Spirito Santo e la docilità alla sua ispirazione creativa. Io mi domando: come si vede che abbiamo ricevuto il Dono dello Spirito? Se compiamo le opere dello Spirito, se pronunciamo parole insegnate dallo Spirito (cfr 1 Cor 2,13). La testimonianza cristiana consiste nel fare solo e tutto quello che lo Spirito di Cristo ci chiede, concedendoci la forza di compierlo.

Saluti:

Je suis heureux de saluer les pèlerins venus de France, du Gabon, du Canada et de divers pays francophones, en particulier les membres de la Militia Christi et les jeunes de Neuilly, de Châteaubriant et de Paris. Que le témoignage rendu par les confirmés manifeste la réception de l’Esprit et la docilité à son inspiration créatrice ! Que Dieu vous bénisse !

[Sono lieto di salutare i pellegrini provenienti dalla Francia, dal Gabon, dal Canada e da vari paesi francofoni, in particolare i membri della Milizia Christi e i giovani di Neuilly, Châteaubriant e Parigi. Possa la testimonianza resa dai confermati rendere manifesta la ricezione dello Spirito Santo e la docilità alla sua ispirazione creativa! Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from England, Wales, Ireland, India, Philippines, Russia, Vietnam, Canada and the United States of America. In the continuing joy of our celebration of Pentecost, I invoke upon you and your families a rich outpouring of the gifts of the Holy Spirit. May the Lord bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Galles, Irlanda, India, Filippine, Russia, Vietnam, Canada e Stati Uniti d’America. Nella gioia della Pentecoste, appena celebrata, invoco su di voi e sulle vostre famiglie l’effusione dello Spirito Santo. Il Signore vi benedica!]

Herzlich heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen, besonders die vielen Jugendgruppen. Im Sakrament der Firmung hat euch der Herr die Kraft des Heiligen Geistes geschenkt. So könnt ihr wirklich Salz für diese Erde und Licht für unsere Welt sein. Gott segne euch alle.

[Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca, in particolare ai numerosi gruppi di giovani. Nel sacramento della confermazione, il Signore vi ha dato la forza dello Spirito Santo. Così potete essere veramente sale per questa terra e luce del nostro mondo. Dio vi benedica tutti!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española provenientes de España y América Latina. Con el recuerdo todavía reciente de la pasada fiesta de Pentecostés, pidamos a la Virgen María que nos ayude a ser dóciles al Espíritu Santo, para que sepamos dar a nuestro alrededor un testimonio vivo de santidad y amor, entregándonos en todo momento al bien de los demás. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

Queridos peregrinos de língua portuguesa: uma cordial saudação de boas-vindas para todos, particularmente aos grupos vindo de Portugal e do Brasil. Lembrai-vos de agradecer ao Senhor pelo dom do sacramento da Crisma, pedindo-Lhe que vos ajude a viver sempre como verdadeiros cristãos, confessando por todo o lado o nome de Cristo! Desça sobre vós a Bênção do Senhor!

[Cari pellegrini di lingua portoghese, rivolgo un cordiale benvenuto a tutti, in particolare ai gruppi venuti dal Portogallo e dal Brasile. Ricordatevi di ringraziare il Signore per il dono del sacramento della Cresima, chiedendogli che vi aiuti a vivere sempre da veri cristiani, per confessare dappertutto il nome di Cristo! Scenda su di voi la Benedizione del Signore!]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللّغةِ العربيّة، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، الروح القدس يعلمّنا ويعطينا حكمةَ المسيح وحقيقتَه. فلنستدعه بتواتر ليقودَنا على درب تلاميذ يسوع الحقيقيِّين. ليبارككم الرب!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo ci insegna e ci dona la Sapienza e la Verità di Cristo. Invochiamolo più spesso, perché ci guidi sulla strada dei veri discepoli di Gesù. Il Signore vi benedica!]

Witam polskich pielgrzymów. W sposób szczególny pozdrawiam leśników i Dyrekcję Generalną Lasów Państwowych w Polsce. Przywieźli oni sto sadzonek dębów, które - z okazji stulecia niepodległości Polski – zostaną posadzone jako znak zaangażowania na rzecz ochrony środowiska. Drodzy bracia i siostry, jak napisałem w Laudato sì, “Bardzo szlachetne jest podjęcie obowiązku troski o środowisko poprzez małe codzienne działania. Wspaniałe jest i to, że edukacja potrafi je zmotywować i ukształtować pewien styl życia. Wychowanie do odpowiedzialności za środowisko naturalne może zachęcać do różnych zachowań, które mają bezpośredni i znaczący wpływ na troskę o środowisko (…). Wszystko to jest częścią szczodrej i godnej kreatywności ukazującej to, co najlepsze w człowieku” (n 211). Z serca wszystkim błogosławię.

[Do il benvenuto ai pellegrini polacchi. In modo particolare saluto la delegazione dei selvicoltori, con la Direzione Generale delle Foreste Nazionali della Polonia. Essi hanno portato con sé cento piantine di quercia che, in occasione del centenario dell’indipendenza della Polonia, verranno piantate come segno dell’impegno a favore della salvaguardia del creato. Cari fratelli e sorelle, come ho scritto nella Laudato sì, «è molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente […]. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano» (n. 211). Benedico tutti di cuore!]

Вітаю українських прочан, які брали участь у 60-му Військовому Паломництві до Люрду. Неустанно благаю Господа, щоб загоїв рани, завдані війною та обдарував своїм миром дорогу українську землю. Нехай Господь БогБлагословить усіх Вас!

[Saluto i pellegrini ucraini che hanno partecipato al 60° Pellegrinaggio Militare a Lourdes. Incessantemente prego il Signore affinché guarisca le ferite inflitte dalla guerra e doni la sua pace alla cara terra ucraina. Dio vi benedica tutti!]

INVITO ALLA PREGHIERA PER I CATTOLICI IN CINA

 

Domani, 24 maggio, ricorre l’annuale festa della Beata Vergine Maria “Aiuto dei cristiani”, particolarmente venerata nel santuario di Sheshan, presso Shanghai, in Cina.

Tale ricorrenza ci invita ad essere uniti spiritualmente a tutti i fedeli cattolici che vivono in Cina. Per loro preghiamo la Madonna, perché possano vivere la fede con generosità e serenità, e perché sappiano compiere gesti concreti di fraternità, concordia e riconciliazione, in piena comunione con il Successore di Pietro.

Carissimi discepoli del Signore in Cina, la Chiesa universale prega con voi e per voi, affinché anche tra le difficoltà possiate continuare ad affidarvi alla volontà di Dio. La Madonna non vi farà mai mancare il suo aiuto e vi custodirà col suo amore di madre.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere i partecipanti al Capitolo Generale dei Fratelli del Sacro Cuore; i Fratelli delle Scuole Cristiane e i Cooperatori Paolini. Invito ciascuno ad assecondare la voce dello Spirito Santo, attraverso azioni concrete di bene.

Saluto il Gruppo della Clericus Cup, le Parrocchie di San Nicola di Bari a Polvica di Chiaiano e l’Unità Pastorale di Castel del Piano Pila di Perugia; i Gruppi di studenti, in particolare quelli della Scuola Maria Ausiliatrice di Roma; la Facoltà di Ingegneria civile e industriale dell’Università La Sapienza di Roma e il Corpo dei Vigili del Fuoco Volontari di Bondeno.

Affido in particolare alla Madonna i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli che oggi sono qui presenti. Esorto tutti a valorizzare in questo mese di maggio la preghiera del santo Rosario. Invochiamo l’intercessione di Maria, affinché il Signore conceda pace e misericordia alla Chiesa e al mondo intero.

All'Assemblea Generale della CEI (21 maggio 2018)

Lun, 21/05/2018 - 16:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLA CEI

Aula Nuova del Sinodo
Lunedì, 21 maggio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli, buonasera!

Benvenuti in Vaticano. Ma credo che quest’aula [quella del Sinodo] è in Vaticano soltanto quando c’è il Papa, perché è sul territorio italiano. Anche l’Aula Paolo VI… Dicono che è così, non è vero?

Grazie tante della vostra presenza per inaugurare questa giornata di Maria Madre della Chiesa. Noi diciamo dal nostro cuore, tutti insieme: “Monstra te esse matrem”. Sempre: “Monstra te esse matrem”. E’ la preghiera: “Facci sentire che sei la madre”, che non siamo soli, che Tu ci accompagni come madre. E’ la maternità della Chiesa, della Santa Madre Chiesa Gerarchica, che è qui radunata… Ma che sia madre. “Santa Madre Chiesa Gerarchica”, così piaceva dire a Sant’Ignazio [di Loyola]. Che Maria, Madre nostra, ci aiuti affinché la Chiesa sia madre. E – seguendo l’ispirazione dei padri – che anche la nostra anima sia madre. Le tre donne: Maria, la Chiesa e l’anima nostra. Tutte e tre madri. Che la Chiesa sia Madre, che la nostra anima sia Madre.

Vi ringrazio per questo incontro che vorrei fosse un momento di dialogo e di riflessione. Ho pensato, dopo avervi ringraziato per tutto il lavoro che fate – è abbastanza! –, di condividere con voi tre mie preoccupazioni, ma non per “bastonarvi”, no, ma per dire che mi preoccupano queste cose, e voi vedete… E per dare a voi la parola così che mi rivolgiate tutte le domande, le ansie, le critiche – non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare – e le ispirazioni che portate nel cuore.

La prima cosa che mi preoccupa è la crisi delle vocazioni. È la nostra paternità quella che è in gioco qui! Di questa preoccupazione, anzi, di questa emorragia di vocazioni, ho parlato alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, spiegando che si tratta del frutto avvelenato della cultura del provvisorio, del relativismo e della dittatura del denaro, che allontanano i giovani dalla vita consacrata; accanto, certamente, alla tragica diminuzione delle nascite, questo “inverno demografico”; nonché agli scandali e alla testimonianza tiepida. Quanti seminari, chiese e monasteri e conventi saranno chiusi nei prossimi anni per la mancanza di vocazioni? Dio lo sa. È triste vedere questa terra, che è stata per lunghi secoli fertile e generosa nel donare missionari, suore, sacerdoti pieni di zelo apostolico, insieme al vecchio continente entrare in una sterilità vocazionale senza cercare rimedi efficaci. Io credo che li cerca, ma non riusciamo a trovarli!

Propongo ad esempio una più concreta – perché dobbiamo incominciare con le cose pratiche, quelle che sono nelle nostre mani –, vi propongo una più concreta e generosa condivisione fidei donum tra le diocesi italiane, che certamente arricchirebbe tutte le diocesi che donano e quelle che ricevono, rafforzando nei cuori del clero e dei fedeli il sensus ecclesiae e il sensus fidei. Voi vedete, se potete… Fare uno scambio di [sacerdoti] fidei donum da una diocesi a un’altra. Penso a qualche diocesi del Piemonte: c’è un’aridità grande… E penso alla Puglia, dove c’è una sovrabbondanza… Pensate, una creatività bella: un sistema fidei donum dentro l’Italia. Qualcuno sorride… Ma vediamo se siete capaci di fare questo.

Seconda preoccupazione: povertà evangelica e trasparenza. Per me, sempre – perché l’ho imparato come gesuita nella costituzione – la povertà è “madre” ed è “muro” della vita apostolica. È madre perché la fa nascere, e muro perché la protegge. Senza povertà non c’è zelo apostolico, non c’è vita di servizio agli altri… È una preoccupazione che riguarda il denaro e la trasparenza. In realtà, chi crede non può parlare di povertà e vivere come un faraone. A volte si vedono queste cose… È una un contro-testimonianza parlare di povertà e condurre una vita di lusso; ed è molto scandaloso trattare il denaro senza trasparenza o gestire i beni della Chiesa come fossero beni personali. Voi conoscete gli scandali finanziari che ci sono stati in alcune diocesi… Per favore, a me fa molto male sentire che un ecclesiastico si è fatto manipolare mettendosi in situazioni che superano le sue capacità o, peggio ancora, gestendo in maniera disonesta “gli spiccioli della vedova”. Noi abbiamo il dovere di gestire con esemplarità, attraverso regole chiare e comuni, ciò per cui un giorno daremo conto al padrone della vigna. Penso a uno di voi, per esempio – lo conosco bene – che mai, mai invita a cena o a pranzo con i soldi della diocesi: paga di tasca sua, sennò non invita. Piccoli gesti, come proposito fatto negli esercizi spirituali. Noi abbiamo il dovere di gestire con esemplarità attraverso regole chiare e comuni ciò per cui un giorno daremo conto al padrone della vigna. Sono consapevole – questo voglio dirlo – e riconoscente che nella CEI si è fatto molto negli ultimi anni soprattutto, sulla via della povertà e della trasparenza. Un bel lavoro di trasparenza. Ma si deve fare ancora un po’ di più su alcune cose…, ma poi ne parlerò.

E la terza preoccupazione è la riduzione e accorpamento delle diocesi. Non è facile, perché, soprattutto in questo tempo… L’anno scorso stavamo per accorparne una, ma sono venuti quelli di là e dicevano: “E’ piccolina la diocesi... Padre, perché fa questo? L’università è andata via; hanno chiuso una scuola; adesso non c’è il sindaco, c’è un delegato; e adesso anche voi…”. E uno sente questo dolore e dice: ”Che rimanga il vescovo, perché soffrono”. Ma credo che ci sono delle diocesi che si possono accorpare. Questa questione l’ho già sollevata il 23 maggio del 2013, ossia la riduzione delle diocesi italiane. Si tratta certamente di un’esigenza pastorale, studiata ed esaminata più volte – voi lo sapete – già prima del Concordato del ’29. Infatti Paolo VI nel ’64, parlando il 14 aprile all’Assemblea dei vescovi, parlò di “eccessivo numero delle diocesi”; e successivamente, il 23 giugno del ’66, tornò ancora sull’argomento incontrando l’Assemblea della CEI dicendo: «Sarà quindi necessario ritoccare i confini di alcune diocesi, ma più che altro si dovrà procedere alla fusione di non poche diocesi, in modo che la circoscrizione risultante abbia un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di clero e di opere idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale e a sviluppare un’attività pastorale efficace ed unitaria”. Fin qui Paolo VI. Anche la Congregazione per i Vescovi nel 2016 - ma io ne ho parlato nel ’13 – ha chiesto alle Conferenze episcopali regionali di inviare il loro parere circa un progetto di riordino delle diocesi alla Segreteria Generale della CEI. Quindi stiamo parlando di un argomento datato e attuale, trascinato per troppo tempo, e credo sia giunta l’ora di concluderlo al più presto. È facile farlo, è facile… Forse ci sono un caso o due che non si possono fare adesso per quello che ho detto prima – perché è una terra abbandonata –, ma si può fare qualcosa.

Queste sono le mie tre preoccupazioni che ho voluto condividere con voi come spunti di riflessione. Ora lascio a voi la parola e vi ringrazio per la parresia. Grazie tante.

 

La Chiesa è donna e madre (21 maggio 2018)

Lun, 21/05/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La Chiesa è donna e madre

Lunedì, 21 maggio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

A Santa Marta, il 21 maggio, Papa Francesco ha celebrato per la prima volta la messa nella memoria della beata Vergine Maria madre della Chiesa: da quest’anno infatti la ricorrenza nel calendario romano generale si celebra il lunedì dopo Pentecoste, come disposto dal Pontefice con il decreto Ecclesia mater della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (11 febbraio 2018), proprio per «favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana».

«Nel Vangeli ogni volta che si parla di Maria si parla della “madre di Gesù”» ha fatto subito notare Francesco nell’omelia, riferendosi al passo evangelico di Giovanni (19,25-34). E se «anche nell’Annunciazione non si dice la parola “madre”, il contesto è di maternità: la madre di Gesù» ha affermato il Papa, sottolineando che «questo atteggiamento di madre accompagna il suo operato durante tutta la vita di Gesù: è madre». Tanto che, ha proseguito, «alla fine Gesù la dà come madre ai suoi, nella persona di Giovanni: “Io me ne vado, ma questa è vostra madre”». Ecco, dunque, «la maternalità di Maria».

«Le parole della Madonna sono parole di madre» ha spiegato il Papa. E lo sono «tutte: dopo quelle, all’inizio, di disponibilità alla volontà di Dio e di lode a Dio nel Magnificat, tutte le parole della Madonna sono parole di madre». Lei è sempre «con il Figlio, anche negli atteggiamenti: accompagna il Figlio, segue il Figlio». E ancora «prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì”». Maria «è madre dall’inizio, dal momento in cui appare nei Vangeli, da quel momento dell’Annunciazione fino alla fine, lei è madre». Di lei «non si dice “la signora” o “la vedova di Giuseppe”» — e in realtà «potevano dirlo» — ma sempre Maria «è madre».

«I padri della Chiesa hanno capito bene questo — ha affermato il Pontefice — e hanno capito anche che la maternalità di Maria non finisce in lei; va oltre». Sempre i padri «dicono che Maria è madre, la Chiesa è madre e la tua anima è madre: c’è del femminile nella Chiesa, che è maternale». Perciò, ha spiegato Francesco, «la Chiesa è femminile perché è “chiesa”, “sposa”: è femminile ed è madre, dà alla luce». È, dunque «sposa e madre», ma «i padri vanno oltre e dicono: “Anche la tua anima è sposa di Cristo e madre”».

«In questo atteggiamento che viene da Maria che è madre della Chiesa — ha fatto presente il Papa — possiamo capire questa dimensione femminile della Chiesa: quando non c’è, la Chiesa perde la vera identità e diventa un’associazione di beneficienza o una squadra di calcio o qualsiasi cosa, ma non la Chiesa».

«La Chiesa è “donna” — ha rilanciato Francesco — e quando noi pensiamo al ruolo della donna nella Chiesa dobbiamo risalire fino a questa fonte: Maria, madre». E «la Chiesa è “donna” perché è madre, perché è capace di “partorire figli”: la sua anima è femminile perché è madre, è capace di partorire atteggiamenti di fecondità».

«La maternità di Maria è una cosa grande» ha insistito il Pontefice. Dio infatti «ha voluto nascere da donna per insegnarci questa strada». Di più, «Dio si è innamorato del suo popolo come uno sposo con la sposa: questo si dice nell’antico Testamento. Ed è «un mistero grande». Come conseguenza, ha proseguito Francesco, «noi possiamo pensare» che «se la Chiesa è madre, le donne dovranno avere funzioni nella Chiesa: sì, è vero, dovranno avere funzioni, tante funzioni che fanno, grazie a Dio sono di più le funzioni che le donne hanno nella Chiesa».

Ma «questo non è la cosa più significativa» ha messo in guardia il Papa, perché «l’importante è che la Chiesa sia donna, che abbia questo atteggiamento di sposa e di madre». Con la consapevolezza che «quando dimentichiamo questo, è una Chiesa maschile senza questa dimensione, e tristemente diventa una Chiesa di zitelli, che vivono in questo isolamento, incapaci di amore, incapaci di fecondità». Dunque, ha affermato il Pontefice, «senza la donna la Chiesa non va avanti, perché lei è donna, e questo atteggiamento di donna le viene da Maria, perché Gesù ha voluto così».

Francesco, a questo proposito, ha anche voluto indicare «il gesto, direi l’atteggiamento, che distingue maggiormente la Chiesa come donna, la virtù che la distingue di più come donna». E ha suggerito di riconoscerlo nel «gesto di Maria alla nascita di Gesù: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia”». Un’immagine in cui si riscontra «proprio la tenerezza di ogni mamma con suo figlio: curarlo con tenerezza, perché non si ferisca, perché stia ben coperto ». E «la tenerezza» perciò è anche «l’atteggiamento della Chiesa che si sente donna e si sente madre».

«San Paolo — l’abbiamo ascoltato ieri, anche nel breviario l’abbiamo pregato — ci ricorda le virtù dello Spirito e ci parla della mitezza, dell’umiltà, di queste virtù cosiddette “passive”» ha affermato il Papa, facendo notare che invece «sono le virtù forti, le virtù delle mamme». Ecco che, ha aggiunto, «una Chiesa che è madre va sulla strada della tenerezza; sa il linguaggio di tanta saggezza delle carezze, del silenzio, dello sguardo che sa di compassione, che sa di silenzio». E «anche un’anima, una persona che vive questa appartenenza alla Chiesa, sapendo che anche è madre deve andare sulla stessa strada: una persona mite, tenera, sorridente, piena di amore».

«Maria, madre; la Chiesa, madre; la nostra anima, madre» ha ripetuto Francesco, invitando a pensare «a questa ricchezza grande della Chiesa e nostra; e lasciamo che lo Spirito Santo ci fecondi, a noi e alla Chiesa, per diventare noi anche madri degli altri, con atteggiamenti di tenerezza, di mitezza, di umiltà. Sicuri che questa è la strada di Maria». E, in conclusione, il Papa ha fatto notare anche come sia «curioso il linguaggio di Maria nei Vangeli: quando parla al Figlio, è per dirgli delle cose di cui hanno bisogno gli altri; e quando parla agli altri, è per dire loro: “fate tutto quello che lui vi dirà”».

Videomessaggio del Santo Padre in occasione del raduno diocesano “La Grande Assemblea” sul tema “La missione è la nostra vocazione” [Pontoise (Francia), 19-20 maggio 2018] (20 maggio 2018)

Dom, 20/05/2018 - 16:30

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DEL RADUNO DIOCESANO "LA GRANDE ASSEMBLEA" SUL TEMA:
"
LA MISSIONE È LA NOSTRA VOCAZIONE"

[Pontoise (Francia), 19-20 maggio 2018]

 

Carissimi fratelli e sorelle della diocesi di Pontoise!

Siete oggi riuniti nella gioia di questa "Grande Assemblea" della Pentecoste. Insieme a voi, come il pastore con il suo gregge, vi presiede il mio caro fratello nell'episcopato, monsignor Stanislas Lalanne, al quale voglio rivolgere un saluto speciale.

Che bello vedere come quindicimila cristiani pregano con cuori disponibili ad accogliere il Santo Spirito di Dio! La sua azione efficace vi porterà abbondanti frutti di amore, di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mitezza e di dominio di sé (cfr Gal 5,22-23).

Oggi, più di mille giovani e adulti ricevono il sacramento della Cresima. Diventerete così testimoni audaci dell'amore di Dio in un mondo ferito, specialmente nelle periferie esistenziali, dove innumerevoli uomini e donne aspettano la consolazione del Signore. Che quella consolazione possa arrivare loro attraverso voi, autentici discepoli missionari di Cristo; che raggiunga quanti sono abbattuti lungo il cammino attraverso la tenerezza delle vostre parole e le carezze delle vostre opere, e così si propaghino la misericordia e l'amore di Dio, diffondendosi come il profumo dell'olio santo della Cresima che oggi riceverete!

Maria, la Madre di Gesù che ci raduna in preghiera, vi aiuti ad accogliere fecondamente lo Spirito Santo nella vostra vita. Vi benedico tutti con affetto. E, per favore, non vi dimenticatevi di pregare per me! Grazie.

 

Regina Coeli, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste

Dom, 20/05/2018 - 12:00

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

PAPA FRANCESCO

REGINA COELI

Piazza San Pietro
Domenica, 20 maggio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’odierna festa di Pentecoste culmina il tempo pasquale, centrato sulla morte e risurrezione di Gesù. Questa solennità ci fa ricordare e rivivere l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli e gli altri discepoli, riuniti in preghiera con la Vergine Maria nel Cenacolo (cfr At 2,1-11). In quel giorno ha avuto inizio la storia della santità cristiana, perché lo Spirito Santo è la fonte della santità, che non è privilegio di pochi, ma vocazione di tutti.

Per il Battesimo, infatti, siamo tutti chiamati a partecipare alla stessa vita divina di Cristo e, con la Confermazione, a diventare suoi testimoni nel mondo. «Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (Cost. dogm. Lumen gentium, 9).

Già per mezzo degli antichi profeti il Signore aveva annunciato al popolo questo suo disegno. Ezechiele: «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. […] Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (36,27-28). Il profeta Gioele: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie. […] Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito. […] Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (3,1-2.5). E tutte queste profezie si realizzano in Gesù Cristo, «mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito» (Messale Romano, Prefazio dopo l’Ascensione). E oggi è la festa dell’effusione dello Spirito.

Da quel giorno di Pentecoste, e sino alla fine dei tempi, questa santità, la cui pienezza è Cristo, viene donata a tutti coloro che si aprono all’azione dello Spirito Santo e si sforzano di esserle docili. E’ lo Spirito che fa sperimentare una gioia piena. Lo Spirito Santo, venendo in noi, sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza e stimola e favorisce la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo. È quanto ci dice San Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Tutto questo fa lo Spirito in noi. Per questo oggi festeggiamo questa ricchezza che il Padre ci dona.

Chiediamo alla Vergine Maria di ottenere anche oggi alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, una rinnovata giovinezza che ci doni la gioia di vivere e testimoniare il Vangelo e «infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio» (Gaudete et exsultate, 177).

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

la Pentecoste ci porta col cuore a Gerusalemme. Ieri sera sono stato spiritualmente unito alla veglia di preghiera per la pace che ha avuto luogo in quella Città, santa per ebrei, cristiani e musulmani. E oggi continuiamo a invocare lo Spirito Santo perché susciti volontà e gesti di dialogo e di riconciliazione in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente.

Desidero dedicare un particolare ricordo all’amato Venezuela. Chiedo che lo Spirito Santo dia a tutto il popolo venezuelano – tutto, governanti, popolo – la saggezza per incontrare la strada della pace e dell’unità. Anche prego per i detenuti che sono morti ieri.

L’evento di Pentecoste segna l’origine della missione universale della Chiesa. Per questo oggi viene pubblicato il Messaggio per la prossima Giornata Missionaria Mondiale. E mi piace anche ricordare che ieri si sono compiuti 175 anni dalla nascita dell’Opera dell’Infanzia Missionaria, che vede i bambini protagonisti della missione, con la preghiera e i piccoli gesti quotidiani d’amore e di servizio. Ringrazio e incoraggio tutti i bambini che partecipano a diffondere il Vangelo nel mondo. Grazie!

Rivolgo il mio cordiale saluto a voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, agli alunni del Colegio Irabia-Izaga di Pamplona, al gruppo del Colégio São Tomás di Lisbona e ai fedeli di Neuss (Germania).

Saluto la Schola cantorum di Vallo della Lucania, i fedeli di Agnone e quelli di San Valentino in Abruzzo Citeriore, i ragazzi della Cresima di San Cataldo, la Cooperativa sociale “Giovani Amici” di Terrassa Padovana e l’Istituto Scolastico “Caterina di Santa Rosa” di Roma, che festeggia i suoi 150 anni.

ANNUNCIO DEL CONCISTORO PER LA NOMINA DI NUOVI CARDINALI

 

Cari fratelli e sorelle,

Sono lieto di annunciare che il 29 giugno, terrò un Concistoro per la nomina di 14 nuovi Cardinali. La loro provenienza esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra. L’inserimento dei nuovi Cardinali nella diocesi di Roma, inoltre, manifesta l’inscindibile legame tra la sede di Pietro e le Chiese particolari diffuse nel mondo.

Ecco i nomi dei nuovi Cardinali:

1. Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako – Patriarca di Babilonia dei Caldei.

2. S.E. Mons. Luis Ladaria – Prefetto de la Congregazione per la Dottrina della Fede.

3. S.E. Mons. Angelo De Donatis – Vicario Generale di Roma.

4. S.E. Mons. Giovanni Angelo Becciu – Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e Delegato Speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta.

5. S.E. Mons. Konrad Krajewski – Elemosiniere Apostolico.

6. S.E. Mons. Joseph Coutts – Arcivescovo di Karachi.

7. S.E. Mons. António dos Santos Marto – Vescovo Leiria-Fátima.

8. S.E. Mons. Pedro Barreto – Arcivescovo di Huancayo.

9. S.E. Mons. Desiré Tsarahazana – Arcivescovo di Toamasina.

10. S.E. Mons. Giuseppe Petrocchi – Arcivescovo de L’Aquila.

11. S.E. Mons. Thomas Aquinas Manyo – Arcivescovo di Osaka.

Insieme ad essi unirò ai membri del Collegio Cardinalizio: un Arcivescovo, un Vescovo ed un Religioso che si sono distinti per il loro servizio a la Chiesa:

12. S.E. Mons. Sergio Obeso Rivera – Arcivescovo Emerito di Xalapa.

13. S.E. Mons. Toribio Ticona Porco – Prelato Emerito di Corocoro.

14. R.P. Aquilino Bocos Merino – Claretiano.

Preghiamo per i nuovi Cardinali, affinché, confermando la loro adesione a Cristo, Sommo Sacerdote misericordioso e fedele (cfr Eb 2,17), mi aiutino nel mio ministero di Vescovo di Roma per il bene di tutto il Santo Popolo fedele di Dio.

 

Santa Messa nella Solennità di Pentecoste (20 maggio 2018)

Dom, 20/05/2018 - 10:00

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Domenica, 20 maggio 2018

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Nella prima Lettura della liturgia di oggi, la venuta dello Spirito Santo a Pentecoste è paragonata a «un vento che si abbatte impetuoso» (At 2,2). Che cosa ci dice questa immagine? Il vento impetuoso fa pensare a una forza grande, ma non fine a sé stessa: è una forza che cambia la realtà. Il vento infatti porta cambiamento: correnti calde quando fa freddo, fresche quando fa caldo, pioggia quand’è secco... così fa. Anche lo Spirito Santo, a ben altro livello, fa così: Egli è la forza divina che cambia, che cambia il mondo. La Sequenza ce l’ha ricordato: lo Spirito è «nella fatica, riposo; nel pianto, conforto»; e così lo supplichiamo: «Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina». Egli entra nelle situazioni e le trasforma; cambia i cuori e cambia le vicende.

Cambia i cuori. Gesù aveva detto ai suoi Apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo […] e di me sarete testimoni» (At 1,8). E avvenne proprio così: quei discepoli, prima paurosi, rintanati a porte chiuse anche dopo la risurrezione del Maestro, vengono trasformati dallo Spirito e, come annuncia Gesù nel Vangelo odierno, “gli danno testimonianza” (cfr Gv 15,27). Da titubanti diventano coraggiosi e, partendo da Gerusalemme, si spingono ai confini del mondo. Timorosi quando Gesù era tra loro, sono audaci senza di Lui, perché lo Spirito ha cambiato i loro cuori.

Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza. Ecco il cambiamento del cuore. Tanti promettono stagioni di cambiamento, nuovi inizi, rinnovamenti portentosi, ma l’esperienza insegna che nessun tentativo terreno di cambiare le cose soddisfa pienamente il cuore dell’uomo. Il cambiamento dello Spirito è diverso: non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore; non ci libera di colpo dai problemi, ma ci libera dentro per affrontarli; non ci dà tutto subito, ma ci fa camminare fiduciosi, senza farci mai stancare della vita. Lo Spirito mantiene giovane il cuore – quella rinnovata giovinezza. La giovinezza, nonostante tutti i tentativi di prolungarla, prima o poi passa; è lo Spirito, invece, che previene l’unico invecchiamento malsano, quello interiore. Come fa? Rinnovando il cuore, trasformandolo da peccatore in perdonato. Questo è il grande cambiamento: da colpevoli ci rende giusti e così tutto cambia, perché da schiavi del peccato diventiamo liberi, da servi figli, da scartati preziosi, da delusi speranzosi. Così lo Spirito Santo fa rinascere la gioia, così fa fiorire nel cuore la pace.

Oggi, dunque, impariamo che cosa fare quando abbiamo bisogno di un cambiamento vero. Chi di noi non ne ha bisogno? Soprattutto quando siamo a terra, quando fatichiamo sotto il peso della vita, quando le nostre debolezze ci opprimono, quando andare avanti è difficile e amare sembra impossibile. Allora ci servirebbe un “ricostituente” forte: è Lui, la forza di Dio. È Lui che, come professiamo nel “Credo”, «dà la vita». Quanto ci farebbe bene assumere ogni giorno questo ricostituente di vita! Dire, al risveglio: “Vieni, Spirito Santo, vieni nel mio cuore, vieni nella mia giornata”.

Lo Spirito, dopo i cuori, cambia le vicende. Come il vento soffia ovunque, così Egli raggiunge anche le situazioni più impensate. Negli Atti degli Apostoli – che è un libro tutto da scoprire, dove lo Spirito è protagonista – assistiamo a un dinamismo continuo, ricco di sorprese. Quando i discepoli non se l’aspettano, lo Spirito li invia ai pagani. Apre vie nuove, come nell’episodio del diacono Filippo. Lo Spirito lo sospinge su una strada deserta, da Gerusalemme a Gaza – come suona doloroso, oggi, questo nome! Lo Spirito cambi i cuori e le vicende e porti pace nella Terra santa –. Su quella strada Filippo predica al funzionario etiope e lo battezza; poi lo Spirito lo porta ad Azoto, poi a Cesarea: sempre in nuove situazioni, perché diffonda la novità di Dio. C’è poi Paolo, che «costretto dallo Spirito» (At 20,22) viaggia fino agli estremi confini, portando il Vangelo a popolazioni che non aveva mai visto. Quando c’è lo Spirito succede sempre qualcosa, quando Egli soffia non c’è mai bonaccia, mai.

Quando la vita delle nostre comunità attraversa periodi di “fiacca”, dove si preferisce la quiete domestica alla novità di Dio, è un brutto segno. Vuol dire che si cerca riparo dal vento dello Spirito. Quando si vive per l’autoconservazione e non si va ai lontani, non è un bel segno. Lo Spirito soffia, ma noi ammainiamo le vele. Eppure tante volte l’abbiamo visto operare meraviglie. Spesso, proprio nei periodi più bui, lo Spirito ha suscitato la santità più luminosa! Perché Egli è l’anima della Chiesa, sempre la rianima di speranza, la colma di gioia, la feconda di novità, le dona germogli di vita. Come quando, in una famiglia, nasce un bambino: scombina gli orari, fa perdere il sonno, ma porta una gioia che rinnova la vita, spingendola in avanti, dilatandola nell’amore. Ecco, lo Spirito porta un “sapore di infanzia” nella Chiesa. Opera continue rinascite. Ravviva l’amore degli inizi. Lo Spirito ricorda alla Chiesa che, nonostante i suoi secoli di storia, è sempre una ventenne, la giovane Sposa di cui il Signore è perdutamente innamorato. Non stanchiamoci allora di invitare lo Spirito nei nostri ambienti, di invocarlo prima delle nostre attività: “Vieni, Spirito Santo!”.

Egli porterà la sua forza di cambiamento, una forza unica che è, per così dire, al tempo stesso centripeta e centrifuga. È centripeta, cioè spinge verso il centro, perché agisce nell’intimo del cuore. Porta unità nella frammentarietà, pace nelle afflizioni, fortezza nelle tentazioni. Lo ricorda Paolo nella seconda Lettura, scrivendo che il frutto dello Spirito è gioia, pace, fedeltà, dominio di sé (cfr Gal 5,22). Lo Spirito dona intimità con Dio, la forza interiore per andare avanti. Ma nello stesso tempo Egli è forza centrifuga, spinge cioè verso l’esterno. Colui che porta al centro è lo stesso che manda in periferia, verso ogni periferia umana; Colui che ci rivela Dio ci spinge verso i fratelli. Invia, rende testimoni e per questo infonde – scrive ancora Paolo – amore, benevolenza, bontà, mitezza. Solo nello Spirito Consolatore diciamo parole di vita e incoraggiamo veramente gli altri. Chi vive secondo lo Spirito sta in questa tensione spirituale: si trova proteso insieme verso Dio e verso il mondo.

Chiediamogli di essere così. Spirito Santo, vento impetuoso di Dio, soffia su di noi. Soffia nei nostri cuori e facci respirare la tenerezza del Padre. Soffia sulla Chiesa e spingila fino agli estremi confini perché, portata da te, non porti nient’altro che te. Soffia sul mondo il tepore delicato della pace e il fresco ristoro della speranza. Vieni, Spirito Santo, cambiaci dentro e rinnova la faccia della terra. Amen.

 

Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2018

Dom, 20/05/2018 - 08:00

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2018

 

Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti

 

Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato.

L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane.

La vita è una missione

Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273).

Vi annunciamo Gesù Cristo

La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?».

Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra

Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda.

Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore.

Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione.

Testimoniare l’amore

Ringrazio tutte le realtà ecclesiali che vi permettono di incontrare personalmente Cristo vivo nella sua Chiesa: le parrocchie, le associazioni, i movimenti, le comunità religiose, le svariate espressioni di servizio missionario. Tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli” (cfr Mt 25,40), promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Queste esperienze ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri. Queste forme lodevoli di servizio missionario temporaneo sono un inizio fecondo e, nel discernimento vocazionale, possono aiutarvi a decidere per il dono totale di voi stessi come missionari.

Da cuori giovani sono nate le Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni assetate di Verità. Le preghiere e gli aiuti materiali, che generosamente sono donati e distribuiti attraverso le POM, aiutano la Santa Sede a far sì che quanti ricevono per il proprio bisogno possano, a loro volta, essere capaci di dare testimonianza nel proprio ambiente. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è. Mi piace ripetere l’esortazione che ho rivolto ai giovani cileni: «Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me» (Incontro con i giovani, Santuario di Maipu, 17 gennaio 2018).

Cari giovani, il prossimo Ottobre missionario, in cui si svolgerà il Sinodo a voi dedicato, sarà un’ulteriore occasione per renderci discepoli missionari sempre più appassionati per Gesù e la sua missione, fino agli estremi confini della terra. A Maria Regina degli Apostoli, ai santi Francesco Saverio e Teresa di Gesù Bambino, al beato Paolo Manna, chiedo di intercedere per tutti noi e di accompagnarci sempre.

Dal Vaticano, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste

FRANCESCO

 

La bussola del Pastore (18 maggio 2018)

Ven, 18/05/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La bussola del Pastore

Venerdì, 18 maggio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

C’è un passo del Vangelo di Giovanni (21, 15-19) nel quale ogni cristiano, ma soprattutto i pastori della Chiesa, guardando a Pietro possono comprendere molto della propria identità. È la «bussola di ogni pastore». È un passo intimo, profondo, dove attraverso un gioco di sguardi e di parole tra Gesù e l’apostolo, e grazie al prezioso ausilio della «memoria», si arriva a delineare con chiarezza il senso di una vita e di una missione. È il brano — commentato da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 18 maggio — in cui «i discepoli erano in mare» e Giovanni riconosce Gesù sulla riva: Pietro, «“emotivo” come era, si strinse le vesti e si gettò in mare, per andare a trovare il Signore con quella forza tipica sua».

Il passo è alla fine del vangelo di Giovanni, dove viene dato conto dell’«ultimo dialogo di Pietro con il Signore». Un dialogo intenso, durante il quale, ha detto il Pontefice, «Pietro ritorna con la memoria ai dialoghi che aveva avuto con il Signore. Questo è il momento della memoria di Pietro».

Il Papa ha immaginato il flusso di memoria che in quegli attimi ha agitato il cuore dell’apostolo, come una serie di istantanee che hanno fatto rapidamente rivivere a Pietro gli anni passati a fianco di Gesù. Ha ricordato certamente «la prima volta, quando il Signore gli cambia il nome», e «quando «Andrea è andato entusiasta a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia”, e Gesù lo guarda negli occhi e gli dice: “Tu ti chiamerai Pietro”». Poi, «quando è andato a casa sua e ha guarito la suocera. Poi, quando lui ha avuto il coraggio di dire quello che sentiva nel cuore: “Tu sei il Cristo, il Dio...”».

Ancora ricordi: quando la debolezza di Pietro «voleva risparmiare il Signore, il dolore della pazienza...» E Gesù lo riprende: «Va’ dietro a me, Satana», correggendolo perché «questo pensiero non è di Dio». Momenti belli come quello della trasfigurazione, «quando voleva rimanere lì con il Signore, fare tre tende, quel dialogo...»; e momenti dolorosi, come quando Gesù gli disse: «Ma prima che canti il gallo tu mi rinnegherai». Poi «il canto del gallo» e «quel dialogo silenzioso, lo sguardo di Gesù, tenero, sofferente». Quando egli «pianse».

Tutte queste cose, ha detto Francesco, «venivano nella mente di Pietro in quel momento del dialogo con il Signore». Tant’è che il Signore lo chiama «Simone, figlio di Giovanni», usando il suo nome di prima. È, ha spiegato il Pontefice, «il momento di questa memoria condensata di Pietro davanti al Signore». Un momento che ha da insegnare qualcosa a ogni cristiano: «Il Signore vuole che noi tutti facciamo memoria del nostro cammino con lui. Forse questo è il giorno per farla».

In questo momento così decisivo, «cosa dice il Signore a Pietro? Tre cose: “Amami, pascola e preparati”».

Innanzitutto, ha sottolineato il Papa, Gesù chiede a Pietro: «Amami più degli altri, amami come puoi ma amami». Ed è «quello che il Signore chiede ai pastori e anche a tutti noi. “Amami”». Perché «il primo passo nel dialogo col Signore è l’amore. Lui ci ha amato per primo ma noi dobbiamo amarlo: “Amami”».

Quindi egli chiede a ogni pastore: «Amami». E poi: « “Pascola”. Tu sei pastore, pascola. Non spendere il tempo in altre cose. “Pascola”. Tu sei chiamato a pascolare, la tua identità è essere pastore. L’identità di un vescovo, di un prete, è essere pastore. “Pascola con amore, non fare altra cosa, ama e pascola”».

Seguendo il dialogo del Signore con Pietro, il Papa ha aggiunto la terza indicazione. Si potrebbe infatti dire: «E dopo, Signore, mi darai il premio? — Sì, preparati, perché ti porteranno dove tu non vuoi. Preparati alle prove, preparati a lasciare tutto perché venga un altro e faccia cose diverse. Preparati a questo annientamento nella vita. E ti porteranno sulla strada delle umiliazioni, forse sulla strada del martirio». Le parole di Gesù all’apostolo appaiono allora ripetute anche oggi: «Quelli che quando tu eri pastore ti lodavano e parlavano bene di te adesso sparleranno perché l’altro che viene sembra più buono. Preparati. Preparati alla croce quando ti portano dove tu non voi».

Tre semplici concetti: «Amami, pascola, preparati». È questo, ha affermato il Pontefice, «il foglio di rotta di un pastore, la bussola per non perdersi»: amare e lasciarsi amare dal Signore, fare la veglia sul gregge «giorno e notte», prepararsi perché «a te arriverà la croce; non sappiamo se interiore o esteriore ma arriverà, come al Signore».

Un insegnamento chiaro e semplice, al quale Francesco, proseguendo nella lettura del Vangelo, ha fatto un’aggiunta: sembra, ha detto, «che se un pastore fa tutto questo, va bene. No, c’è un’altra cosa ancora». Il dialogo tra Gesù e Pietro, infatti, finisce con alcuni versetti (21, 20-23) che vengono proposti dalla liturgia di sabato 19 maggio. Giovanni scrive che «Pietro sente lo sguardo di Gesù, è contento, si sente forte». Voltandosi vede dietro di sé Giovanni e dice a Gesù:«Signore, tu mi hai detto cosa sarà di me. E cosa sarà di lui?». Pietro cioè, ha spiegato il Pontefice, «cade in un’altra tentazione: guardare nella vita altrui, mettere il naso nella vita degli altri. E Gesù lo riprende con forza», non in maniera così dura come quando gli disse: «Va’ dietro a me, Satana», ma gli risponde: «Se io voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Ha spiegato il Papa: «Il pastore ama, pascola, si prepara alla croce, allo spoglio e non mette il naso nella vita degli altri, non perde il tempo nelle cordate, nelle cordate ecclesiastiche. Ama, pascola e si prepara, e non cade nella tentazione».

Restano, ha concluso Francesco, i tre insegnamenti fondamentali: «amare pascolare e prepararsi alla croce». Questi tre aspetti «sono il “seguimi”; così Gesù vuole che i pastori lo seguano: amando, pascolando e preparandosi alla croce».

Presentazione delle Lettere Credenziali degli Eccellentissimi Ambasciatori di Tanzania, Lesotho, Pakistan, Mongolia, Danimarca, Etiopia e Finlandia presso la Santa Sede (17 maggio 2018)

Gio, 17/05/2018 - 10:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DELLE LETTERE CREDENZIALI
DEGLI ECCELLENTISSIMI AMBASCIATORI
DI TANZANIA, LESOTHO, PAKISTAN, MONGOLIA, DANIMARCA, ETIOPIA E FINLANDIA
PRESSO LA SANTA SEDE

Sala Clementina
Giovedì, 17 maggio 2018

[Multimedia]

 

Eccellenze,

Sono lieto di ricevervi in occasione della presentazione delle Lettere con le quali venite accreditati presso la Santa Sede come Ambasciatori straordinari e plenipotenziari dei vostri Paesi: Tanzania, Lesotho, Pakistan, Mongolia, Danimarca, Etiopia e Finlandia. Vorrei cortesemente chiedervi di trasmettere i miei sentimenti di gratitudine e di rispetto ai vostri Capi di Stato, con l’assicurazione della mia preghiera per loro e per i vostri concittadini.

Il paziente lavoro della diplomazia internazionale nel promuovere la giustizia e l’armonia nel concerto delle nazioni si fonda sul condiviso convincimento dell’unità della nostra famiglia umana e dell’innata dignità di ciascuno dei suoi membri. Per questa ragione, la Chiesa è persuasa che il fine complessivo di tutta l’attività diplomatica debba essere lo sviluppo, quello integrale di ogni persona, uomo e donna, bambino e anziano, e quello delle nazioni all’interno di un quadro globale di dialogo e di cooperazione a servizio del bene comune. Quest’anno, che segna il settantesimo anniversario dell’adozione, da parte delle Nazioni Unite, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe servire da appello per un rinnovato spirito di solidarietà nei riguardi di tutti i nostri fratelli e sorelle, specialmente di quanti soffrono i flagelli della povertà, della malattia e dell’oppressione. Nessuno può ignorare la nostra responsabilità morale a sfidare la globalizzazione dell’indifferenza, il far finta di niente davanti a tragiche situazioni di ingiustizia che domandano un’immediata risposta umanitaria.

Cari Ambasciatori, il nostro è un tempo di cambiamenti veramente epocali, che richiede sapienza e discernimento da parte di tutti coloro che hanno a cuore un futuro pacifico e prospero per le generazioni a venire. È mio auspicio che la vostra presenza e attività all’interno della comunità diplomatica presso la Santa Sede contribuisca alla crescita di quello spirito di collaborazione e mutua partecipazione, essenziale in vista di una risposta efficace alle radicali sfide di oggi. Da parte sua, la Chiesa, convinta della responsabilità che abbiamo l’uno per l’altro, promuove ogni sforzo a cooperare, senza violenza e senza inganno, alla costruzione del mondo in uno spirito di genuina fraternità e pace (cfr Gaudium et spes, 92).

Tra le questioni umanitarie più pressanti che la comunità internazionale ha ora di fronte vi è la necessità di accogliere, proteggere, promuovere e integrare quanti fuggono da guerra e fame o sono costretti da discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale a lasciare le loro terre. Come ho avuto occasione di ribadire nel mio messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, tale problema ha una dimensione intrinsecamente etica, che trascende confini nazionali e concezioni limitate circa la sicurezza e l’interesse proprio. Nonostante la complessità e la delicatezza delle questioni politiche e sociali implicate, le singole nazioni e la comunità internazionale sono chiamate a contribuire al meglio delle loro possibilità all’opera di pacificazione e di riconciliazione, mediante decisioni e politiche caratterizzate soprattutto da compassione, lungimiranza e coraggio.

Cari Ambasciatori, all’inizio della vostra nuova missione vi porgo i miei più sentiti auguri. Colgo anche l’opportunità per assicurarvi circa la costante premura dei vari uffici della Curia romana per assistervi nell’adempimento delle vostre responsabilità. Su di voi e sulle vostre famiglie, sui vostri collaboratori e su tutti i vostri concittadini, invoco divine benedizioni di gioia e di pace.

 

Le due unità (17 maggio 2018)

Gio, 17/05/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Le due unità

Giovedì, 17 maggio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Con la tecnica della «finta unità» si inganna da sempre il popolo per fare, ancora oggi, i colpi di stato, condannare i giusti — a cominciare da Gesù — ma anche per distruggere la vita nelle comunità cristiane, facendo fuori le persone a colpi di chiacchiere. È da questo «atteggiamento assassino» che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata giovedì 17 maggio a Santa Marta, riproponendo l’essenza della vera unità testimoniata da Cristo stesso nella sua preghiera al Padre «perché tutti siano una sola cosa».

E proprio «nella liturgia di oggi — ha subito fatto notare il Pontefice — possiamo vedere due strade, due pesi, due misure, per arrivare all’unità». Si tratta di «due tipi di unità». E «la prima» ha spiegato Francesco riferendosi al passo del Vangelo di Giovanni (17, 20-26), è quella per cui «Gesù prega il Padre per noi, “perché tutti siano una sola cosa”, una, “come tu, Padre, sei in me e io in te, perché il mondo creda”».

È, insomma, «l’unità alla quale ci porta Gesù» ha affermato il Papa, «l’unità nel Padre, come lui è col Padre». Ed è «un’unità costruttiva, un’unità che va su, sempre; è un’unità coinvolgente, che fa la Chiesa una». E «lo Spirito Santo — ha insistito il Pontefice — ci porta sempre verso questa unità: un’unità di salvezza, perché Gesù vuol salvare tutti e ci porta a questa unità».

Questa, ha rilanciato Francesco, è anche «una unità che non finisce: andrà verso l’eternità, cioè ha dei grandi orizzonti». E «così cresce l’unità e quando noi, nella vita, nella Chiesa o nella società civile, lavoriamo per l’unità, stiamo su questa strada». Consapevoli che «ogni persona che lavora per l’unità è sulla strada che Gesù ha tracciato». Proprio «questa è la grande unità — ha aggiunto il Papa — quella che ci rivela il Padre e ci fa vedere il nocciolo proprio della rivelazione che Gesù ci ha portato».

«Ma c’è un altro tipo di unità che io chiamerei “unità finta” o unità congiunturale: quella che hanno gli accusatori di Paolo nella prima lettura» ha affermato il Pontefice, facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (22,30; 23,6-11). Questi accusatori infatti, ha spiegato il Papa, «si presentano come un blocco ad accusare Paolo: “Va contro la legge, va contro questo, è un blasfemo”».

Da parte sua, «il procuratore romano vede questa gente, e dice “ma è tutto il popolo, uno”». Però, ha proseguito Francesco, «Paolo, che era svelto — perché lo Spirito Santo anche ci permette di essere umanamente svelti: ci chiede quello — e sapeva che quella unità era finta, era congiunturale soltanto, butta la pietra di divisione». Si legge infatti nella pagina degli Atti: «Paolo, sapendo che una parte era dei sadducei e una parte dei farisei, disse a gran voce nel sinedrio” — butta la pietra — “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”». E «questa è la pietra che butta Paolo contro questa falsa unità che lo accusa».

Tanto che, «continua il testo: “Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei”. Si sciolse l’unità, disputano fra loro. Prima disputavano contro Paolo per accusarlo e condannarlo a morte; ma Paolo, con quella frase, distrugge quella unità perché era finta, non aveva consistenza. “Scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l'assemblea si divise. I sadducei infatti affermano che non c'è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose”». Insomma, «Paolo, con la saggezza umana che aveva, e la saggezza dello Spirito Santo, riuscì a distruggere questo blocco di unità».

Del resto, ha proseguito il Papa, «lo stesso abbiamo visto nelle persecuzioni di Paolo, per esempio a Gerusalemme». Infatti «il testo degli Atti degli apostoli dice che tutti quelli che sono congregati lì gridavano contro Paolo ma nessuno sapeva né ascoltava l’altro, non sapeva cosa gridavano: erano stati convocati per fare chiasso, fare una unità che era chiasso». E «lo stesso per esempio» ha affermato Francesco, è avvenuto «con gli operatori della immagine di Artèmide degli efesini, in Efeso quando — dice il testo — nessuno sapeva il motivo per il quale gridava» come raccontano gli Atti al capitolo 19. In pratica, ha spiegato il Pontefice, così «il popolo diventa massa, anonimo: fa una unità anonima e i dirigenti dicono “devi gridare contro questo” e gridano». Anche se «poi non sanno perché gridano, cosa vogliono».

«Questa strumentalizzazione del popolo è anche un disprezzo del popolo, perché lo converti da popolo in massa» ha detto Francesco. Facendo notare che «è un elemento che si ripete tanto, dai primi tempi fino adesso. Pensiamoci su: la domenica delle Palme tutti acclamano “Benedetto sei tu, che vieni in nome del Signore” » ma il «venerdì dopo la stessa gente grida “crocifiggilo”». La risposta è che è stato lavato il cervello e così sono state cambiate le cose: in pratica «hanno convertito il popolo in massa che distrugge». Di più, ha suggerito Francesco, «pensiamo a Stefano: cercano subito due falsi testimoni e così la gente va a lapidare Stefano». E «nell’antico Testamento pensiamo alla stessa tecnica» messa in atto «dalla regina Gezabele con Nabot», secondo quanto riferito nel primo libro dei Re. È sempre «lo stesso: si creano condizioni scure, “nebbiose”, per condannare una persona». Sì, «poi quella unità» costruire finisce per sciogliersi, intanto però «la persona è condannata».

«Anche oggi questo metodo è molto usato» ha messo in guardia il Papa. «Per esempio nella vita civile, nella vita politica, quando si vuole fare un colpo di stato, i media incominciano a sparlare della gente, dei dirigenti e, con la calunnia, la diffamazione, li sporcano. Poi entra la giustizia, li condanna e, alla fine, si fa il colpo di stato. È un sistema fra i più disdicevoli». Ma proprio «con questo metodo — ha chiarito Francesco — è perseguitato Paolo» e sono stati perseguitati «Gesù, Stefano e poi tutti i martiri». Certo, ha aggiunto il Pontefice, alla fine è «la gente che andava al circo e gridava per vedere come si faceva la lotta fra i martiri e le fiere o i gladiatori, ma sempre, l’anello della catena per arrivare alla condanna, o a un altro interesse dopo la condanna, è questo ambiente di unità finta, di unità falsa».

Il Papa ha ricordato però che «in una misura più ristretta», tutto questo «succede nelle nostre comunità parrocchiali, per esempio quando due o tre incominciano a criticare un altro e incominciano a sparlare di quello e fanno una unità finta per condannarlo». Insieme, ha proseguito Francesco, «si sentono sicuri e lo condannano: lo condannano mentalmente, come atteggiamento; poi si separano e sparlano uno contro l’altro, perché sono divisi». E proprio per questo, ha rimarcato, «il chiacchiericcio è un atteggiamento assassino, perché uccide, fa fuori la gente, fa fuori la “fama” della gente». E «il chiacchiericcio è lo stesso che facevano questi con Paolo, lo stesso che hanno fatto con Gesù: screditarlo» e «una volta screditato, lo fanno fuori».

«Pensiamo alla grande vocazione alla quale siamo stati chiamati: la unità con Gesù, il Padre» ha chiesto il Pontefice. E «su questa strada dobbiamo andare, uomini e donne che si uniscano e che sempre cercano di andare avanti sulla strada dell’unità». Però, ha insistito il Papa, «non le unità finte che non hanno sostanza e che servono soltanto per dare un passo oltre e condannare la gente e portare avanti interessi che non sono i nostri: interessi del principe di questo mondo, che è la distruzione». E così Francesco ha concluso la sua omelia auspicando «che il Signore ci dia la grazia di camminare sempre sulla strada della vera unità».

  

Udienza Generale del 16 maggio 2018: Catechesi sul Battesimo. 6: Rivestiti di Cristo

Mer, 16/05/2018 - 10:00

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 16 maggio 2018

[Multimedia]

 

Catechesi sul Battesimo. 6: Rivestiti di Cristo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi concludiamo il ciclo di catechesi sul Battesimo. Gli effetti spirituali di questo sacramento, invisibili agli occhi ma operativi nel cuore di chi è diventato nuova creatura, sono esplicitati dalla consegna della veste bianca e della candela accesa.

Dopo il lavacro di rigenerazione, capace di ricreare l’uomo secondo Dio nella vera santità (cfr Ef 4,24), è parso naturale, fin dai primi secoli, rivestire i neobattezzati di una veste nuova, candida, a similitudine dello splendore della vita conseguita in Cristo e nello Spirito Santo. La veste bianca, mentre esprime simbolicamente ciò che è accaduto nel sacramento, annuncia la condizione dei trasfigurati nella gloria divina.

Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Anche la consegna rituale della fiamma attinta dal cero pasquale, rammenta l’effetto del Battesimo: «Ricevete la luce di Cristo», dice il sacerdote. Queste parole ricordano che non siamo noi la luce, ma la luce è Gesù Cristo (Gv 1,9; 12,46), il quale, risorto dai morti, ha vinto le tenebre del male. Noi siamo chiamati a ricevere il suo splendore! Come la fiamma del cero pasquale dà luce a singole candele, così la carità del Signore Risorto infiamma i cuori dei battezzati, colmandoli di luce e calore. E per questo, dai primi secoli il Battesimo si chiamava anche “illuminazione” e quello che era battezzato era detto “l’illuminato”.

Questa è infatti la vocazione cristiana: «camminare sempre come figli della luce, perseverando nella fede» (cfr Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, n. 226; Gv 12,36). Se si tratta di bambini, è compito dei genitori, insieme a padrini e madrine, aver cura di alimentare la fiamma della grazia battesimale nei loro piccoli, aiutandoli a perseverare nella fede (cfr Rito del Battesimo dei Bambini, n. 73). «L’educazione cristiana è un diritto dei bambini; essa tende a guidarli gradualmente a conoscere il disegno di Dio in Cristo: così potranno ratificare personalmente la fede nella quale sono stati battezzati» (ibid., Introduzione, 3).

La presenza viva di Cristo, da custodire, difendere e dilatare in noi, è lampada che rischiara i nostri passi, luce che orienta le nostre scelte, fiamma che riscalda i cuori nell’andare incontro al Signore, rendendoci capaci di aiutare chi fa la strada con noi, fino alla comunione inseparabile con Lui. Quel giorno, dice ancora l’Apocalisse, «non vi sarà più notte, e non avremo più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio ci illuminerà. E regneremo nei secoli dei secoli» (cfr 22,5).

La celebrazione del Battesimo si conclude con la preghiera del Padre nostro, propria della comunità dei figli di Dio. Infatti, i bambini rinati nel Battesimo riceveranno la pienezza del dono dello Spirito nella Confermazione e parteciperanno all’Eucaristia, imparando che cosa significa rivolgersi a Dio chiamandolo “Padre”.

Al termine di queste catechesi sul Battesimo, ripeto a ciascuno di voi l’invito che ho così espresso nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate: «Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23)» (n. 15).

Saluti:

J’accueille avec plaisir les pèlerins provenant de France, de Suisse, et d’autres pays francophones. Je salue en particulier les jeunes ainsi que les pèlerins du diocèse du Mans. Chers frères et sœurs, je souhaite que la grâce de votre baptême fructifie en chacun de vous en un chemin de sainteté. Que Dieu vous bénisse !

[Accolgo i pellegrini provenienti da Francia, Svizzera e altri paesi francofoni. Saluto in particolare i giovani e i pellegrini della Diocesi di Le Mans. Cari fratelli e sorelle, spero che la grazia del vostro battesimo sia feconda in ciascuno di voi e sostenga il vostro cammino di santità. Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from Scotland, Ireland, Egypt, Mauritius, Indonesia, Canada and the United States of America. In the joy of the Risen Christ, I invoke upon you and your families the loving mercy of God our Father. May the Lord bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Scozia, Irlanda, Egitto, Maurizio, Indonesia, Canada e Stati Uniti d’America. Nella gioia del Cristo Risorto, invoco su di voi e sulle vostre famiglie l’amore misericordioso di Dio nostro Padre. Il Signore vi benedica!]

Herzlich grüße ich die Pilger aus den Ländern deutscher Sprache. Teilen wir mit den Brüdern und Schwestern die Flamme des Glaubens auf unserem Weg hin zur Begegnung mit Christus. So können wir denen helfen, die mit uns unterwegs sind bis zur unauflöslichen Gemeinschaft mit Jesus im Haus des Vaters. Gott segne euch alle.

[Con affetto saluto i pellegrini provenienti dai paesi di lingua tedesca. Sul nostro cammino incontro al Signore, condividiamo con tutti i fratelli e le sorelle la fiamma della fede. In questo modo potremo aiutare chi fa la stessa strada con noi, fino alla comunione inseparabile con Gesù nella casa del Padre. Dio vi benedica tutti.]

Saludo especialmente a los peregrinos de lengua española venidos de España y Latinoamérica. Los invito a poner los medios necesarios para que la gracia del bautismo crezca y fructifique en sus vidas. No se desalienten ante las dificultades y busquen a Dios una y otra vez, porque el Espíritu Santo da la fuerza necesaria para alcanzar la santidad en medio de las circunstancias que les toca vivir cada día. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente aos aposentados da «Associação de Amizade Itália-Brasil» e restantes grupos brasileiros. Queridos amigos, todos os batizados estão chamados a ser discípulos missionários, vivendo e transmitindo a fé. Em todas as circunstâncias, procurai oferecer um testemunho alegre da vossa fé. Que Deus vos abençoe e a Virgem Mãe vos proteja!

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in particolare ai pensionati dell’«Associazione di Amicizia Italia-Brasile» e agli altri gruppi brasiliani. Cari amici, tutti i battezzati sono chiamati ad essere discepoli missionari che vivono e trasmettono la fede. In ogni circostanza, cercate di dare una testimonianza gioiosa della vostra fede. Dio vi benedica e la Vergine Madre vi protegga!]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللّغةِ العربيّة، وخاصّةً بسفير جمهوريّة مصر العربيّة لدى إيطاليا مع جميع العاملين في السفارة وأرحب أيضًا بوفد المؤمنين الأقباط القادمين من أبرشيّة الأُقصر. أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، اسمحوا لنعمة معموديّتكم أن تُثمر في مسيرة قداسة. لا تفقدوا العزيمة، لأنّ هذا الأمر ممكن بقوّة الروح القدس. ليبارككُم الرّبّ!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare all'Ambasciatore della Repubblica Araba d'Egitto presso l’Italia con tutto il personale dell'Ambasciata, e alla delegazione della Comunità della Chiesa Copta della Diocesi di Luxor! Cari fratelli e sorelle, lasciate che la grazia del vostro Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Non vi scoraggiate, questo sarà possibile con la forza dello Spirito Santo. Il Signore vi benedica!]

Pozdrawiam pielgrzymów polskich, a szczególnie weteranów II wojny światowej, przybyłych na obchody rocznicy bitwy o Monte Cassino. Smutno... wspominać wojny… Ubiegły wiek, dwie wielkie wojny; a teraz… nie nauczymy się nigdy. Niech Bóg nam pomoże! Niech tragedia przeżytej przez was wojny, hart waszego ducha, wierność ideałom i świadectwo życia staną się apelem o zaprzestanie toczonych w świecie wojen i poszukiwanie dróg pokoju. Wam wszystkim, waszej Ojczyźnie, obecnym tu pielgrzymom, a wśród nich dzieciom pierwszokomunijnym z Kościoła św. Stanisława w Rzymie, z serca błogosławię.

[Saluto i pellegrini polacchi e, in modo speciale gli ex-combattenti della seconda guerra mondiale, giunti per le celebrazioni dell’anniversario della battaglia di Monte Cassino. La tristezza, ricordate le guerre… il secolo scorso, due grandi; e adesso… non impariamo mai. Che Dio ci aiuti! La tragedia della guerra da voi vissuta, la forza di spirito, la fedeltà agli ideali e la testimonianza di vita diventino un appello per la cessazione dei conflitti in corso nel mondo e per la ricerca di vie di pace. Di cuore benedico tutti voi, la vostra Patria, i pellegrini qui presenti, e tra loro i bambini della Ia Comunione della Chiesa di San Stanislao in Roma.]

APPELLO

 

Sono molto preoccupato e addolorato per l’acuirsi delle tensioni in Terra Santa e in Medio Oriente, e per la spirale di violenza che allontana sempre più dalla via della pace, del dialogo e dei negoziati.

Esprimo il mio grande dolore per i morti e i feriti e sono vicino con la preghiera e l’affetto a tutti coloro che soffrono. Ribadisco che non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza.

Invito tutte le parti in causa e la comunità internazionale a rinnovare l’impegno perché prevalgano il dialogo, la giustizia e la pace.

Invochiamo Maria, Regina della pace. “Ave Maria…”.

Dio abbia pietà di noi!

Rivolgo il mio augurio cordiale per il mese di Ramadan che inizierà domani. Che questo tempo privilegiato di preghiera e di digiuno aiuti a camminare sulla via di Dio che è la via della pace.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

In particolare sono lieto di accogliere i Sacerdoti delle Diocesi di Milano e di Brescia, i Padri Pallottini, e le parrocchie, in particolare quelle di Stabbia e di Oria. La visita alle Tombe degli Apostoli accresca in ciascuno il desiderio di aderire con rinnovato entusiasmo a Gesù e al suo Vangelo.

Saluto il Gruppo dell’AVIS di Viterbo, accompagnato dal Vescovo, Monsignor Lino Fumagalli; il Collegio San Carlo di Milano; l’Istituto Superiore Universitario di Scienze psicopedagogiche e sociali di Viterbo; la Delegazione del Campionato di calcio per persone con disordini mentali, e il Gruppo della Casa Circondariale di Catania.

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli. La preghiera mariana che intesse il tempo di questo mese di maggio, sostenga e motivi ciascuno a vivere bene la propria presenza in famiglia e negli ambienti di lavoro, portando, con l’entusiasmo dei discepoli, la gioia della vita in Cristo.

Alla Delegazione Buddista della Thailandia (16 maggio 2018)

Mer, 16/05/2018 - 09:15

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DI MONACI BUDDISTI DELLA THAILANDIA

Auletta dell'Aula Paolo VI
Mercoledì, 16 maggio 2018

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Vi accolgo molto volentieri e vi ringrazio per il dono prezioso del vostro Sacro Libro tradotto in lingua contemporanea dai monaci del Tempio Wat Pho. Si tratta di un segno tangibile della vostra generosità e dell’amicizia che ci lega ormai da lunghi anni, un cammino fatto di piccoli passi. Ricordo in particolare l’incontro in Vaticano tra il Beato Papa Paolo VI e il Venerabile Somdej Phra Wanaratana, la cui effige è esposta all’ingresso del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che in questi giorni avete avuto occasione di visitare.

È mio vivo desiderio che buddisti e cattolici intensifichino il loro rapporto, progrediscano nella reciproca conoscenza e nella stima delle rispettive tradizioni spirituali, e siano nel mondo testimoni dei valori della giustizia, della pace e della tutela della dignità umana.

Rinnovando la mia gratitudine per questo incontro, su tutti voi invoco le benedizioni divine di gioia e serenità.

Alla Delegazione delle Religioni Dharmiche (16 maggio 2018)

Mer, 16/05/2018 - 09:00

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A UNA DELEGAZIONE DI BUDDISTI, INDUISTI, GIAINISTI E SIKH

Santa Marta
Mercoledì, 16 maggio 2018

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Cari amici,

sono lieto di incontrarvi in occasione del Convegno su “Dharma e Logos. Dialogo e collaborazione in un’epoca complessa”, che ha avuto luogo ieri a Roma. Mi congratulo con voi che avete dato vita a questa iniziativa, che coinvolge cristiani, induisti, buddisti, giainisti e sikh.

Dialogo e collaborazione sono parole-chiave in un tempo come il nostro che, per un’inedita complessità di fattori, ha visto crescere tensioni e conflitti, con una violenza diffusa sia su piccola sia su grande scala. Pertanto, è motivo di ringraziamento a Dio quando i leader religiosi si impegnano a coltivare la cultura dell’incontro e danno esempio di dialogo e collaborano fattivamente al servizio della vita, della dignità umana e della tutela del creato.

Vi ringrazio per quanto fate, collaborando insieme secondo le rispettive tradizioni religiose, per la promozione del bene in questo nostro mondo. Invoco abbondanti benedizioni su di voi e sulle vostre comunità.

Per il gregge, non per la carriera (15 maggio 2018)

Mar, 15/05/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Per il gregge, non per la carriera

Martedì, 15 maggio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Si è vescovi per il gregge e non per la carriera: l’ultimo consiglio presbiterale di san Paolo, un vero e proprio «congedo», è il miglior «testamento» possibile perché al centro di tutto c’è Gesù Cristo. E le parole dell’apostolo sono state rilanciate da Papa Francesco nella messa celebrata martedì mattina 15 maggio a Santa Marta.

«Nella prima lettura presa dal libro degli Atti degli apostoli — ha affermato il Pontefice riferendosi al passo liturgico (20, 17-27) — abbiamo sentito il congedo di Paolo, il congedo di un apostolo, il congedo del vescovo: è un passo forte, un passo che arriva al cuore». Ma «è anche un passo che ci fa vedere il cammino di ogni vescovo all’ora di congedarsi». E di questo discorso «la metà si legge oggi, la metà si legge domani» ha fatto presente il Papa, aggiungendo: «Io farò un commento più che un’omelia, un commento di questo brano». Perché «il testo parla da sé».

«Paolo da Mileto fa venire a Efeso i presbiteri» ha spiegato Francesco. In pratica «fa una riunione del consiglio presbiterale con i presbiteri per congedarsi da loro: deve andarsene». E «quando sono riuniti — “quando essi giunsero presso di lui, disse loro” si legge nel libro — incomincia prima con un esame di coscienza: “Voi sapete come mi sono comportato con voi tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia”». Paolo «dice quello che lui pensa che aveva fatto, quello che ha fatto, e lo sottopone al giudizio di tutti», come «una sorta di esame di coscienza del vescovo davanti al suo presbiterio».

«Leggendo questo con la nostra mentalità — ha affermato il Pontefice — può sembrare che Paolo sia un po’ orgoglioso, che Paolo si vanti troppo delle cose». Invece «Paolo è oggettivo, dice quello che ha fatto» e «si vanta soltanto di due cose: si vanta dei propri peccati e si vanta della croce di Gesù Cristo che lo ha salvato». Tanto che, in un altro passo, «guardando se stesso dice: “Ma io sono un peccatore, ho perseguitato i cristiani, ho ucciso. Sono come il frutto di un aborto” — fa una descrizione forte di se stesso — “ma mi vanto di tutto questo” e “guardo il Signore ma anche mi vanto di Gesù che mi ha salvato, che mi ha chiamato, che mi ha scelto”».

Quando Paolo «dice queste cose — ha spiegato il Papa — è oggettivo: dice quello che ha fatto, ma il suo spirito è lontano da ogni vanità umana. È reale». Perciò l’apostolo, «dopo questo esame di coscienza così chiaro che abbiamo sentito, in un secondo passo dice: “Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme”». Paolo, dunque, vive «questa esperienza del vescovo: il vescovo che sa discernere lo Spirito, che sa discernere quando è lo Spirito di Dio che parla e che sa difendersi quando parla lo spirito del mondo».

Così «costretto dallo Spirito, senza sapere ciò che là mi accadrà», Paolo «va avanti; sapeva nel buio, ma sapeva, perché un profeta gli aveva rivelato quello». E l’apostolo «poi spiega un po’ perché sapeva: “So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni”». Consapevolmente Paolo «va verso la tribolazione, verso la croce e questo ci fa pensare all’entrata di Gesù a Gerusalemme: lui entra per patire e Paolo va verso la passione» dicendo, in pratica: «a me non importa la mia vita, purché il Signore conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato».

Con questo spirito Paolo «porta il servizio, la vita; si vede il germoglio del martirio, il martire. Si offre al Signore, obbediente». Ecco, allora, il senso di «“quel costretto dallo Spirito”: il vescovo che va avanti sempre, ma secondo lo Spirito Santo». E «questo è Paolo», ha ribadito il Pontefice.

Quello stesso Paolo che poi compie il «terzo passo: dopo aver fatto l’esame di coscienza, dopo aver detto dove andrà e cosa lo aspetta, lui dà il terzo passo: “E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il regno”». In questo modo Paolo «si congeda». Questa espressione «non ci vedremo più» che scrive l’apostolo, ha affermato il Papa, «è come se fosse la morte, con quella tenerezza».

E, ha aggiunto il Pontefice, «il testo prosegue e sarà letto domani». Così «dopo aver detto “non ci vedremo più”, comincia a dare dei consigli». E «in questo testamento Paolo non consiglia: “questo bene che lascio datelo a questo, questo a quello, quello...”». Non è «il testamento mondano», perché «il suo amore grande è Gesù Cristo» e «il secondo amore, il gregge». Tanto che afferma: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge».

Dunque, esorta Paolo, «fate la veglia sul gregge; siete vescovi per il gregge, per custodire il gregge, non per arrampicarvi in una carriera ecclesiastica». Ecco il suo «congedo: “Come ho fatto io fate voi: vegliate sul gregge, quel gregge immenso, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio”».

Ma Paolo «spiega» anche «perché consiglia di vegliare: “Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse. Per questo vigilate, vegliate e vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi». E così Paolo, ha spiegato il Papa, «torna all’esame di coscienza: ricordate quello che ho fatto e vigilate nel futuro».

Ecco che l’apostolo «finisce con il cuore grande, il cuore umile di quell’uomo che sa che lui non può fare nulla: “E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”». Come a dire: «Dio vi custodirà, lui vi aiuterà, vi darà la forza: lui ha la potenza di edificare e concede l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati». Poi l’apostolo «torna un’altra volta sull’esame di coscienza: “State attenti, non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno”». Paolo è «povero». E poi, riferiscono gli Atti, «dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò».

In questo modo, ha affermato il Papa, «finisce questa seduta del consiglio presbiterale — l’ultimo a Efeso — con la preghiera». E, si legge ancora negli Atti, «tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave». In queste parole, ha suggerito Francesco, ci sono «l’amore, la tenerezza dei presbiteri verso il loro vescovo: il bacio, l’abbraccio, il pianto».

«Il testamento di Paolo è una testimonianza, è anche un annuncio» ed «è anche una sfida: “Io ho fatto questa strada. Continuate voi”». Ma, ha fatto notare il Papa, «quanto lontano è questo testamento dai testamenti mondani: “Questo lo lascio a quello, quello a quell’altro, quello a quell’altro...”». Con «tanti beni» da distribuire.

«Paolo — ha insistito il Pontefice — non aveva nulla, soltanto la grazia di Dio, il coraggio apostolico, la rivelazione di Gesù Cristo e la salvezza che il Signore aveva dato a lui». E, ha confidato il Papa, «quando io leggo questo, penso a me. Penso a me pure, perché sono vescovo e devo congedarmi. Chiedo al Signore la grazia di potermi congedare così. E nell’esame di coscienza non uscirò vincitore come Paolo, ma il Signore è buono, è misericordioso». E, ha aggiunto Francesco, «penso ai vescovi, a tutti i vescovi: che il Signore dia la grazia a tutti noi di poterci congedare così, con questo spirito, con questa forza, con questo amore a Gesù Cristo, con questa fiducia nello Spirito Santo». E dunque, ha concluso, «preghiamo per tutti i vescovi, perché camminino su questa strada di Paolo per poter, alla fine, fare un testamento così».

Incontro con la Diocesi di Roma (14 maggio 2018)

Lun, 14/05/2018 - 19:00

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON LA DIOCESI DI ROMA

Basilica di San Giovanni in Laterano
Lunedì, 14 maggio 2018

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Dopo la relazione sul lavoro fatto in diocesi sulle “malattie spirituali e pastorali”

Discorso del Santo Padre

 

Papa Francesco:

Grazie per il vostro lavoro. E’ la prima volta che sento l’esito di un “prelievo” diocesano! Grazie, avete lavorato bene. Grazie.

I.
Mons. De Donatis:

Ci sono alcune domande. La prima è stata questa:

Carissimo Papa Francesco, hai ascoltato da don Paolo una sintesi del lavoro che le nostre comunità hanno fatto quest’anno sulle malattie spirituali che ci affliggono. Non ci è stato sempre facile riconoscerne la radice profonda, cioè spirituale: vediamo bene i blocchi che ci impediscono di deciderci e di dedicarci, con più passione e con maggior scioltezza, all’evangelizzazione. È stato come dover riconoscere che, nonostante i nostri sforzi, anche generosi, qualcosa “era malato alla radice”, minando l’organismo ecclesiale e rendendolo in un certo senso sterile. Come puoi immaginare, la tentazione della frustrazione, dell’amarezza, può farsi strada, e con lei una sensazione di impotenza. Sarebbe come entrare in un meccanismo che ci farebbe di nuovo girare a vuoto, e noi non abbiamo voglia di girare a vuoto. Vorremmo ripartire e ripartire bene, facendo in modo che queste malattie inneschino un processo di guarigione… Come si fa? C’è una terapia di base che tu potresti prescrivere per tutte le nostre malattie? Come il Signore le vuole guarire? E come vuole farci crescere attraverso l’esperienza che di esse abbiamo fatto?

Papa Francesco:

Alcune parole mi hanno colpito: per esempio, “radice”. Parlando di peccati, di difetti, di malattie, sempre c’è bisogno di arrivare alla radice. Perché diversamente le malattie rimangono e ritornano. Poi, quell’atteggiamento di frustrazione, di amarezza quando – è un’esperienza quotidiana – quando io vado a confessarmi, dico le stesse cose di sempre. Se tu, quando vai a confessarti, ti accorgi che c’è il ritornello di sempre, fermati e domandati che cosa succede. Perché altrimenti c’è quell’amarezza: questo non cambia… No. Lì hai bisogno di un aiuto. L’amarezza, la frustrazione è quando tu senti che non puoi cambiare, che non puoi guarire. Fermati, pensa.

L’impotenza. Il Signore vuol farci crescere con l’esperienza della guarigione: non a caso nei Vangeli il Signore, senza essere un guaritore o uno stregone, guariva, guariva, guariva… E’ un segno della redenzione, un segno di quello che è venuto a fare: guarire le nostre radici. Lui ci ha guarito pienamente: la grazia guarisce in profondità. Non anestetizza, guarisce. E questa esperienza di guarigione che abbiamo visto nel Signore – nella sua vita guariva a fondo e con il dialogo spirituale – dobbiamo farla noi come Chiesa diocesana.

Ma come farla? Ognuno deve trovare la strada. Come farla? Da solo, tu non puoi: da solo nessuno può guarire. Nessuno. Ci vuole qualcuno che mi aiuti. Il primo è il Signore. Individuata la malattia, individuato il peccato, individuato il difetto, individuata la radice – quella radice amara della quale parla la Lettera agli Ebrei – individuata quella radice amara, primo, parlare con il Signore: “Guarda questo che ho, non riesco a fermarmi, cado sempre nella stessa cosa…”. E poi, cercare qualcuno che mi aiuti, andare in “ambulatorio”, cioè andare da qualche anima buona che abbia questo carisma di aiuto. E non necessariamente dev’essere un prete: il carisma di accompagnamento spirituale è un carisma laicale che ci viene dato con il battesimo – anche i preti lo hanno, perché sono battezzati, grazie a Dio! –;un carisma può essere la comunità, può essere una persona anziana, una persona giovane, il coniuge… Insomma, farsi aiutare da un altro e parlare: “Guarda questo…”.

Parlare con Gesù, parlare con un altro, parlare con la Chiesa. E credo che questo sia il primo passo. Poi, aiuterà leggere qualcosa su quell’argomento. Ci sono cose belle, ci sono anche dei metodi per risolvere alcune di queste malattie. Due anni fa ho regalato ai Cardinali, per gli auguri di Natale, una cosa molto bella che è stata scritta da padre Acquaviva: Accorgimenti per curare le malattie dell’anima. E’ stato pubblicato da mons. Libanori e padre Forlai… Anche questo aiuta, per vedere come sono le malattie: “Ah, io ho questa!”, e come guarirle; o leggere qualcosa che ti consigliano di leggere. Ma sempre guardare avanti. Posso fare tutto questo: pregare, parlare con un altro, leggere… Ma l’unico che può guarire è il Signore. L’unico.

II.
Mons. De Donatis:

Ce n’è una seconda. Ci rendiamo conto che la malattia dell’individualismo ha prodotto anche nel nostro corpo ecclesiale una certa frantumazione, fatta di altrettanti isolamenti. La molteplicità e diversità delle esperienze di fede e di comunità da cui proveniamo, pur essendo in se stesse validissime (ci hanno generato, ci hanno permesso di stare qui stasera!), sono state vissute in maniera isolata, autoreferenziale, cioè non ben armonizzate nell’unica Chiesa, che è questa Chiesa diocesana. Poiché a Roma c’è il centro internazionale di “tutto” (movimenti, associazioni, cammini, istituti religiosi, centri universitari, ecc.), succede che ognuno si prenda ciò che gli piace di più o ciò che gli è più utile per il suo cammino spirituale e di fede, isolandosi o prendendo le distanze da tutto il resto. Con la stessa logica del supermercato, che produce un fedele-consumatore: solo che qui il prodotto che si offre è “il benessere spirituale”, sganciato dalla comunione con gli altri. Così si perde l’appartenenza al Popolo di Dio, non si capisce più perché la Chiesa è necessaria, perché gli altri ci sono necessari: in particolare questa Chiesa che è la diocesi.  Come recuperare questa comunione con la diocesi?  Come riscoprire il gusto dell’essere il popolo santo di Dio? Come possiamo andare oltre le appartenenze esclusive e rassicuranti del nostro gruppo?

Papa Francesco:

Questa è una domanda molto importante qui a Roma, dove ci sono tante strade… Tu a Roma trovi di tutto: qui si impara la “tuttologia”. Tu puoi fare tutto, qui, tutto e in abbondanza. Questo fa male allo stomaco e non ti lascia digerire le cose di cui hai bisogno.

Questo individualismo che provoca frantumazione, la coscienza isolata, autoreferenziale, è sempre un “guardarsi l’ombelico”. Quelle persone che guardano sé stesse e cercano – questo è un pericolo grande – il menu personale: non quello di cui ho bisogno, quello che mi indica il medico, no, ma quello che mi piace. Oppure cercano novità. Quelli che cercano le novità, ansia di novità. Parlo di cristiani bravi, che vogliono darsi da fare ma sentono di quello, di quello, di quello… le novità… Uno che cerca le novità ha bisogno di qualche voce realista che dica: “Ma guarda, fermati. Fermati e va’ all’essenziale. Cerca quello che può guarirti, non le novità, una dietro l’altra”. Ho due aneddoti che possono servire, ambedue sugli esercizi spirituali. Uno è il fatto che è venuta la moda, alcuni anni fa, a Buenos Aires, di fare la prima settimana degli esercizi [ignaziani], quella della conoscenza di sé, dei peccati, del pentimento, con tecniche psicologiche un po’ orientalistiche, strane…; e c’era gente che andava verso quelle novità, e non servivano a niente, perché trovavano le novità ma loro non cambiavano. Cerchi solo le novità. E l’altro aneddoto sugli esercizi ci dice che queste novità si “sciolgono” soltanto con una buona dose di realismo, che con questa ansia bisogna che qualcuno mi dia uno schiaffo per svegliarmi. C’erano degli esercizi per religiose e il prete che dava gli esercizi era una persona che aveva una dottrina speciale sulla spiritualità, anche sulla consonanza con il mondo, col cosmo, insomma, cose del genere… E c’era una suora – sui 60 anni – che da 40 anni era in ospedale, una spagnola, di quelle brave. Quello era il periodo che aveva per gli esercizi e si era iscritta lì. Ma questo sacerdote aveva un metodo orientalistico per fare gli esercizi; per esempio, consigliava alle suore: “Al mattino, la prima cosa che dovete fare è un bagno, una doccia vitale”, tutte cose un po’ strane… Ha fatto sedere le suore in cerchio, una ventina di suore, e ha cominciato a dire: “rilassati, lasciati andare…”. Quella suora spagnola mandava giù… Ma dopo la seconda meditazione si è alzata e ha detto: “Padre, io sono venuta a fare gli esercizi, non la ginnastica. Grazie tante e arrivederci”, e se n’è andata. A volte, ci vuole gente che ci dia uno schiaffo, quando stiamo cercando le novità: cercare la panna senza la torta.

Dobbiamo cercare quello che ci rende Chiesa, il nutrimento che ci fa crescere come Chiesa. E il pericolo in questo caso è uno dei due che ho segnalato nella Esortazione sulla santità: lo gnosticismo, che ti fa ricercare cose ma senza incarnazione, senza entrare nella vita tua incarnata. E così diventi più individualista, più isolato, con il tuo gnosticismo. E la diocesi, quando c’è gente così, o quando la maggioranza è così, o un bel numero che ha influenza è così, ricade in quella descrizione di una Chiesa gnostica: “Un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo”. E quando c’è la Chiesa senza popolo, ci sono questi servizi liturgici forse molto squisiti ma senza forza: non c’è il popolo di Dio. Mi diceva un vescovo un mese fa, più o meno, parlando del popolo di Dio, che la pietà del popolo di Dio, incarnata così, è il “sistema immunitario” della Chiesa. Parlando delle malattie, il sistema immunitario è quella pietà popolare che sempre si attua in comunità. E’ vero, come dice il Beato Paolo VI al n° 48 della Evangelii nuntiandi, che ha i suoi difetti, ma ha tante virtù. I difetti devono guarire, ma le virtù devono crescere. Sempre valorizzare il santo popolo di Dio, che nella sua totalità è infallibile in credendo (cfr Lumen gentium, 12). Non dimenticate questo, questo sistema immunitario.

“Come possiamo andare oltre le appartenenze esclusive e rassicuranti del nostro gruppo?”. Bisogna sempre esaminare questo aspetto: “Io vado con il popolo di Dio? Migliorando, certo, ma sempre voglio un popolo con la Chiesa, una Chiesa con Gesù Cristo incarnato, un Gesù Cristo con Dio?”. Cioè il cammino inverso. E’ l’unico modo: la comunità ci guarisce, la spiritualità comunitaria ci guarisce.

III.
Mons. De Donatis:

La terza: È diffusa tra noi una certa stanchezza, un calo di tensione e di passione che ha preso tutti: preti, religiosi, laici. La vita di una parrocchia postconciliare a Roma (in genere parrocchia grande, in una grande città) è molto impegnativa. Sembra che il tempo non sia mai sufficiente a fare tutto quello che c’è da fare, a raggiungere tutti gli obiettivi, che non ce ne sia mai abbastanza. La vita ordinaria delle parrocchie “si mangia” tutto il nostro tempo, per cui non ne rimane molto per coltivare una vita spirituale, pensare, progettare, realizzare cose nuove. Non ti nascondiamo, Papa Francesco, che talvolta, quando viene lanciata in diocesi una nuova iniziativa, è accolta più con sospetto, o addirittura fastidio, che con entusiasmo. Sentiamo il bisogno che tu ci aiuti ad individuare alcune prospettive di cammino in cui concentrare i nostri sforzi nei prossimi anni a Roma. Non tante: due o tre. La nostra magna charta è Evangelii gaudium, certo, ma sentiamo il desiderio che tu ci aiuti a tradurla in “romanesco”. Con un orizzonte e un indirizzo più chiari e condivisi, il tempo acquista un ritmo diverso, meno affannoso, ci fa vivere partecipando fino in fondo di quel che viviamo.

Papa Francesco:

E’ vero, questo: alcune volte può succedere che il lavoro apostolico di una parrocchia si pensi come una somma di iniziative, di lavori… E lì è difficile portare avanti una cosa del genere. Questo e questo e questo…: sommare senza armonizzare. La domanda, in questa novena dello Spirito Santo, è sull’armonia: come va l’armonia parrocchiale? come va l’armonia diocesana? come va l’armonia familiare? Lo Spirito Santo è l’armonia – lo dice San Basilio nel suo trattato sullo Spirito Santo. Lo Spirito è quello che fa lo scompiglio e quello che fa l’armonia! Perché per fare scompiglio è proprio un campione, basta leggere il Libro degli Atti degli Apostoli. Tutto quello scompiglio che ha fatto all’inizio della Chiesa apostolica… Ma fa anche l’armonia. E nella nostra vita è lo stesso: nella vita parrocchiale fa lo scompiglio che sempre va insieme con l’armonia, quando lo fa Lui. E quando lo scompiglio, cioè la quantità di cose che si fanno, sono dallo Spirito, diventa armonico, sempre, e questo non stanca, questo non esaurisce. Il discernimento va in quella direzione: l’armonia dello Spirito. L’armonia dello Spirito è una delle cose che dobbiamo cercare sempre, ma sempre con quella varietà. Lui è capace di unire tante cose diverse, che Lui stesso ha creato. Questo è proprio il punto per risolvere questa difficoltà: lo Spirito Santo, come fa l’armonia in me, nella mia diocesi? Interrogarsi sull’armonia. Che non è lo stesso di “ordine”, no. L’ordine può essere statico; l’armonia è qualcosa di dinamico, quella dello Spirito: è sempre in cammino.

“Ma come posso fare?”. Dirò tre punti concreti che possono aiutare a trovare questa armonia. Primo, la Persona del Signore, Cristo, il Vangelo in mano. Dobbiamo abituarci a leggere un passo del Vangelo tutti i giorni: ogni giorno un passo del Vangelo, per arrivare a conoscere meglio Cristo. Secondo, la preghiera: se tu leggi il Vangelo, subito ti viene la voglia di dire qualcosa al Signore, di pregare, fare un dialogo con Lui, breve… E terzo, le opere di misericordia. Con questi tre punti credo che questo senso di fastidio sparisce e andiamo verso l’armonia che è tanto grande. Ma sempre bisogna chiedere la grazia dell’armonia nella mia vita, nella mia comunità e nella mia diocesi.

IV.
Mons. De Donatis:

Non abbiamo dimenticato le riflessioni fatte l’anno scorso sui giovani, in occasione del Convegno diocesano, né l’impegno preso a non lasciare soli, i ragazzi e le loro famiglie. Le tue parole ci hanno fatto comprendere che dovevamo “svegliarci” dal nostro sonno o dalla nostra pigrizia, come comunità cristiana, e riscoprire la nostra vocazione materna ad accompagnare i ragazzi nella vita e nel cammino di fede, facendo attenzione ai loro vissuti, al loro mondo, mettendoci in dialogo con loro e accogliendone le domande di vita… A Roma siamo ancora appena agli inizi di un ripensamento della pastorale giovanile: ci sono esperienze generose in giro, nelle parrocchie e nelle associazioni, ma ancora tanto disorientamento e incertezza nel mondo degli adulti, per cui l’impressione che si ha è che ancora non ci si sia davvero messi in gioco. Per rilanciare la nostra riflessione su questo punto, ti vorremmo chiedere: che impressioni hai ricevuto dal pre-Sinodo con i giovani, tenuto a marzo in Vaticano? Se c’è un grido che sale dal mondo giovanile oggi, qual è? A cosa in particolare dobbiamo fare attenzione?

Papa Francesco:

Del pre-Sinodo, dell’assemblea pre-sinodale dei giovani ho avuto una buona impressione. All’inizio sono stato tutta la mezza giornata con loro, il giorno di San Giuseppe, e poi loro hanno continuato a lavorare. Erano 315, più o meno, collegati con 30 mila. Erano giovani di tutto il mondo, cristiani, non cristiani, non credenti, ben selezionati perché fossero coraggiosi nel parlare. E hanno lavorato sul serio. Mi dicevano i segretari del Sinodo – il salesiano e il gesuita che lavorano con loro, padre Sala e padre Costa – che stavano fino alle quattro di notte e lavorare sul documento negli ultimi tre giorni, prendendo il documento sul serio. I giovani veramente volevano parlare sul serio. All’inizio mi hanno fatto delle domande – come queste, ma erano più educate! – ma dopo tra loro si sono incoraggiati a dire quello che sentivano, e è andata bene. Il documento che hanno fatto è bellissimo, è forte… Potete chiederlo alla Segreteria del Sinodo perché è interessante. Questa è l’impressione che ho ricevuto.

Qual è il grido dei giovani? Il grido dei giovani non è sempre cosciente. Io lo collego con uno dei problemi più gravi, che è il problema della droga. Il grido è: “salvateci dalla droga”. Ma non soltanto dalla droga materiale, anche dalla droga alienante, dell’alienazione culturale. Loro sono proprio una preda facile per l’alienazione culturale: le proposte che fanno ai giovani sono tutte alienanti, tutte alienanti. Quelle che fa la società ai giovani. Alienante dai valori, alienante dall’inserimento nella società, alienante pure dalla realtà: propongono una fantasia di vita. A me preoccupa che loro comunichino e vivano nel mondo virtuale. Vivono così, comunicano così, non hanno i piedi per terra… Venerdì sono andato alla chiusura di un corso di Scholas Occurrentes con i giovani: erano della Colombia, dell’Argentina, del Mozambico, del Brasile, del Paraguay e altri Paesi; una cinquantina di giovani che avevano fatto qui un incontro sul tema del bullismo. Erano tutti lì ad aspettarmi; quando sono arrivato, come fanno i giovani, hanno fatto chiasso. Io mi sono avvicinato per salutarli e pochi davano la mano: la maggioranza erano con il telefonino: foto, foto, foto… Selfie. Ho visto che la loro realtà è quella: quello è il mondo reale, non il contatto umano. E questo è grave. Sono giovani “virtualizzati”. Il mondo delle comunicazioni virtuali è una cosa buona, ma quando diventa alienante ti fa dimenticare di dare la mano. Salutano con il telefonino. Quasi tutti! Erano felici di vedermi, di dirmi le cose… E la loro autenticità la esprimevano così. Ti salutavano così. Dobbiamo fare “atterrare” i giovani nel mondo reale. Toccare la realtà. Senza distruggere le cose buone che può avere il mondo virtuale, perché servono. E’ importante questo: la realtà, la concretezza. Per questo torno su una cosa che ho detto prima su un’altra domanda: le opere di misericordia aiutano tanto i giovani. Fare qualcosa per gli altri, perché questo li concretizza, li fa “atterrare”. Ed entrano in un rapporto sociale.

Poi, quello che ho detto l’anno scorso: i giovani “sradicati”. Perché se tu vivi in un mondo virtuale, tu perdi le radici. Devono ritrovare le radici, attraverso il dialogo con i vecchi, con gli anziani, perché i genitori sono di una generazione per la quale le radici non sono molto salde. Ma si può andare al dialogo con i vecchi, con gli anziani. Non dimentichiamo quello che dice il poeta: “Tutto quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che ha sotto terra”: andare alle radici. Uno dei problemi, a mio giudizio, più difficili, oggi, dei giovani è questo: che sono sradicati. Devono ritrovare le radici, senza andare indietro: devono ritrovarle per andare avanti.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cari fratelli e sorelle,

il lavoro sulle malattie spirituali ha avuto due frutti. Primo, una crescita nella verità della nostra condizione di bisognosi, di infermi, emersa in tutte le parrocchie e le realtà che sono state chiamate a confrontarsi sulle malattie spirituali indicate da Mons. De Donatis. Secondo, l’esperienza che da questa adesione alla nostra verità non sono venuti solo scoraggiamento o frustrazione, ma soprattutto la consapevolezza che il Signore non ha smesso di usarci misericordia: in questo cammino Egli ci ha illuminati, ci ha sostenuti, ha avviato un percorso per certi versi inedito di comunione tra di noi, e tutto questo perché noi possiamo riprendere il nostro cammino dietro a Lui. Siamo diventati più consapevoli di essere, per certi aspetti e per certe dinamiche emerse dalle nostre verifiche, un “non-popolo”. Questa parola “non-popolo” è una parola biblica, usata tanto dai profeti. Un non-popolo chiamato a rifare ancora una volta alleanza con il Signore.

Chiavi di lettura come queste già ci riportano, anche solo intuitivamente, a quanto vissuto dal popolo dell’antica alleanza, che per primo si lasciò guidare da Dio a diventare il suo popolo. Anche noi possiamo nuovamente lasciarci illuminare dal paradigma dell’Esodo, che racconta proprio come il Signore si sia scelto ed educato un popolo al quale unirsi, per farne lo strumento della sua presenza nel mondo.

In quanto paradigma per noi, l’esperienza di Israele necessita di una coniugazione per diventare linguaggio, cioè per essere comprensibile e per trasmettere e far vivere qualcosa a noi anche oggi. La Parola di Dio, l’opera del Signore, cerca qualcuno con cui coniugarsi, unirsi: la nostra vita. Con questa gente che siamo noi oggi, Egli agirà con la stessa potenza con la quale agì liberando il suo popolo e donandogli una nuova terra.

La storia dell’Esodo parla di una schiavitù, di un’uscita, di un passaggio, di un’alleanza, di una tentazione/mormorazione e di un ingresso. Ma è un cammino di guarigione.

Iniziando questa nuova tappa di un cammino ecclesiale che a Roma non inizia certo adesso ma piuttosto dura da duemila anni, è stato importante chiederci – come abbiamo fatto in questi mesi – quali siano le schiavitù – la malattie, le schiavitù che ci tolgono la libertà – che hanno finito col renderci sterili, così come il Faraone voleva Israele senza figli che a loro volta generassero. Questo “senza figli” mi fa pensare alla capacità di fecondità della comunità ecclesiale. E’ una domanda che vi lascio. Dovremmo forse individuare anche chi sia oggi il Faraone: questo potere che si pretende divino e assoluto, e che vuole impedire al popolo di adorare il Signore, di appartenergli, rendendolo invece schiavo di altri poteri e di altre preoccupazioni.

Sarà necessario dedicare del tempo (forse un anno?) perché, riconosciute umilmente le nostre debolezze e avendole condivise con gli altri, possiamo sentire e fare esperienza di questo fatto: c’è un dono di misericordia e di pienezza di vita per noi e per tutti quelli che abitano a Roma. Questo dono è la volontà buona del Padre per noi: noi singoli e noi popolo. E’ la sua presa di iniziativa, il suo precederci nell’attestarci che in Cristo Egli ci ha amato e ci ama, che ha a cuore la nostra vita e noi non siamo creature abbandonate al loro destino e alle loro schiavitù. Che tutto è per la nostra conversione e per il nostro bene: «Del resto – come dice san Paolo –, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28).

L’analisi delle malattie ha messo in evidenza una generale e sana stanchezza delle parrocchie sia di girare a vuoto sia di aver perso la strada da percorrere. Tutti e due sono atteggiamenti brutti e che fanno male. Girare a vuoto è un po’ come stare in un labirinto; e perdere la strada è prendere strade sbagliate.

Forse ci siamo chiusi in noi stessi e nel nostro mondo parrocchiale perché abbiamo in realtà trascurato o non fatto seriamente i conti con la vita delle persone che ci erano state affidate (quelle del nostro territorio, dei nostri ambienti di vita quotidiana), mentre il Signore sempre si manifesta incarnandosi qui e ora, cioè anche e precisamente in questo tempo così difficile da interpretare, in questo contesto così complesso e apparentemente lontano da Lui. Non ha sbagliato mettendoci qui, in questo tempo, e con queste sfide davanti.

Forse per questo ci siamo trovati in una condizione di schiavitù, cioè di limitazione soffocante, di dipendenza da cose che non sono il Signore; pensando magari che questo bastasse o fosse addirittura quello che Lui ci chiedeva di fare: stare vicino alla pentola della carne, e impastare mattoni, che poi servono per costruire i depositi del Faraone, funzionali allo stesso potere che esercita la schiavitù.

Ci siamo accontentati di quello che avevamo: noi stessi e le nostre “pentole”. Noi stessi: e qui c’è il grande tema della “ipertrofia dell’individuo”, così presente nelle verifiche: dell’io che non riesce a diventare persona, a vivere di relazioni, e che crede che il rapporto con gli altri non gli sia necessario; e le nostre “pentole”: cioè i nostri gruppi, le nostre piccole appartenenze, che si sono rivelate alla fine autoreferenziali, non aperte alla vita intera. Ci siamo ripiegati su preoccupazioni di ordinaria amministrazione, di sopravvivenza. Quante volte si sente questo: “I preti sono indaffarati, devono fare i conti, devono fare questo, questo, questo…”. E la gente percepisce questo. “E’ un buon prete, ma perché ci lasciamo prendere in questo vortice pazzesco?”. E’ interessante.

È un bene che questa situazione ci abbia stancato, è una grazia di Dio questa stanchezza: ci fa desiderare di uscire.

E per uscire, abbiamo bisogno della chiamata di Dio e della presenza/compagnia del nostro prossimo. Occorre ascoltare senza timore la nostra sete di Dio e il grido che sale dalla nostra gente di Roma, chiedendoci: in che senso questo grido esprime un bisogno di salvezza, cioè di Dio? Come Dio vede e ascolta quel grido? Quante situazioni, tra quelle emerse dalle vostre verifiche, esprimono in realtà proprio quel grido! L’invocazione che Dio si mostri e ci tragga fuori dall’impressione (o dall’esperienza amara, quella che fa mormorare) che la nostra vita sia inutile e come espropriata dalla frenesia delle cose da fare e da un tempo che continuamente ci sfugge tra le mani; espropriata dai rapporti solo utilitaristi/commerciali e poco gratuiti, dalla paura del futuro; espropriata anche da una fede concepita soltanto come cose da fare e non come una liberazione che ci fa nuovi a ogni passo, benedetti e felici della vita che facciamo.

Come avrete capito, vi sto invitando a intraprendere un’altra tappa del cammino della Chiesa di Roma: in un certo senso un nuovo esodo, una nuova partenza, che rinnovi la nostra identità di popolo di Dio, senza rimpianti per ciò che dovremo lasciare.

Occorrerà, come dicevo, ascoltare il grido del popolo, come Mosè fu esortato a fare: sapendo così interpretare, alla luce della Parola di Dio, i fenomeni sociali e culturali nei quali siete immersi. Cioè imparando a discernere dove Lui è già presente, in forme molto ordinarie di santità e di comunione con Lui: incontrando e accompagnandovi sempre più con gente che già sta vivendo il Vangelo e l’amicizia con il Signore. Gente che magari non fa catechismo, eppure ha saputo dare un senso di fede e di speranza alle esperienze elementari della vita; che ha già fatto diventare significato della sua esistenza il Signore, e proprio dentro quei problemi, quegli ambienti e quelle situazioni dalle quali la nostra pastorale ordinaria resta normalmente lontana. Penso adesso a Pua e Sifra, le due levatrici che obiettarono all’ordine omicida del Faraone e che così impedirono lo sterminio (cfr Es 1,8-21). Anche a Roma vi sono certamente donne e uomini che interpretano il loro lavoro di ogni giorno come un lavoro destinato a dare vita a qualcuno e non a toglierla, e lo fa senza mandati particolari da parte di nessuno ma perché “temono Dio” e lo servono. La vita del popolo di Israele deve molto a quelle due donne, come la nostra Chiesa deve molto a persone rimaste anonime ma che hanno preparato l’avvenire di Dio. E il filo della storia, il filo della santità, viene portato avanti da gente che noi non conosciamo: gli anonimi, quelli che sono nascosti e portano avanti tutto.

Per far questo occorrerà che le nostre comunità diventino capaci di generare un popolo - questo è importante, non dimenticatelo: Chiesa con popolo, non Chiesa senza popolo -, capaci cioè di offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta, insomma: parte non anonima di un tutto. Un popolo in cui si sperimenta una qualità di rapporti che è già l’inizio di una Terra Promessa, di un’opera che il Signore sta facendo per noi e con noi. Fenomeni come l’individualismo, l’isolamento, la paura di esistere, la frantumazione e il pericolo sociale…, tipici di tutte le metropoli e presenti anche a Roma, hanno già in queste nostre comunità uno strumento efficace di cambiamento. Non dobbiamo inventarci altro, noi siamo già questo strumento che può essere efficace, a patto che diventiamo soggetti di quella che altrove ho già chiamato la rivoluzione della tenerezza.

E se la guida di una comunità cristiana è compito specifico del ministro ordinato, cioè del parroco, la cura pastorale è incardinata nel battesimo, fiorisce dalla fraternità e non è compito solo del parroco o dei sacerdoti, ma di tutti i battezzati. Questa cura diffusa e moltiplicata delle relazioni potrà innervare anche a Roma una rivoluzione della tenerezza, che sarà arricchita dalle sensibilità, dagli sguardi, delle storie di molti.

Tenendo questo come un primo compito pastorale, potremo essere lo strumento attraverso il quale sia sperimenteremo l’azione dello Spirito Santo tra di noi (cfr Rm 5,5), sia vedremo vite cambiare (cfr At 4,32-35). Come attraverso l’umanità di Mosè Dio intervenne per Israele, così l’umanità risanata e riconciliata dei cristiani può essere lo strumento (quasi il sacramento) di questa azione del Signore che vuole liberare il suo popolo da tutto ciò che lo fa non-popolo, con il suo carico di ingiustizia e di peccato che genera morte.

Ma bisogna guardare a questo popolo e non a noi stessi, lasciarci interpellare e scomodare. Questo produrrà certamente qualcosa di nuovo, di inedito e di voluto dal Signore.

C’è un passaggio previo di riconciliazione e di consapevolezza che la Chiesa di Roma deve compiere per essere fedele a questa sua chiamata: e cioè riconciliarsi e riprendere uno sguardo veramente pastorale – attento, premuroso, benevolo, coinvolto – sia verso sé stessa e la sua storia, sia verso il popolo alla quale è mandata.

Vorrei invitarvi a dedicare del tempo a questo: a far sì che già questo prossimo anno sia una sorta di preparazione dello zaino (o dei bagagli) per iniziare un itinerario di qualche anno che ci faccia raggiungere la nuova terra che la colonna di nube e di fuoco ci indicherà; vale a dire nuove condizioni di vita e di azione pastorale, più rispondenti alla missione e ai bisogni dei romani di questo nostro tempo; più creative e più liberanti anche per i presbiteri e per quanti più direttamente collaborano alla missione e all’edificazione della comunità cristiana. Per non avere più paura di quel che siamo e del dono che abbiamo, ma per farlo fruttificare.

Il Signore ci chiama perché “andiamo e portiamo frutto” (cfr Gv 15,16). Nella pianta, il frutto è quella parte prodotta e offerta per la vita di altri esseri viventi. Non abbiate paura di portare frutto, di farvi “mangiare” dalla realtà che incontrerete, anche se questo “lasciarsi mangiare” assomiglia molto a uno sparire, un morire. Alcune iniziative tradizionali forse dovranno riformarsi o forse addirittura cessare: lo potremo fare soltanto sapendo dove stiamo andando, perché e con Chi.

 Vi invito a leggere così anche alcune delle difficoltà e delle malattie che avete riscontrato nelle vostre comunità: come realtà che forse non sono più buone da mangiare, non possono più essere offerte per la fame di qualcuno. Il che non significa affatto che non possiamo produrre più niente, ma che dobbiamo innestare virgulti nuovi: innesti che daranno frutti nuovi.

 

Amico fino alla fine (14 maggio 2018)

Lun, 14/05/2018 - 07:00

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Amico fino alla fine

Lunedì, 14 maggio 2018

 

(da: www.osservatoreromano.va)

Tutti i cristiani hanno ricevuto in dono l’amicizia di Gesù: «il nostro destino è essere amici» suoi ed egli rimane «fedele a questo dono» anche quando «noi per la nostra debolezza ci allontaniamo da lui». È l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dalle letture liturgiche del giorno durante la messa celebrata a Santa Marta nella mattina di lunedì 14 maggio, festa di san Mattia apostolo.

«Nella liturgia di oggi — ha esordito il Pontefice — c’è una parola che si ripete tante volte»: è «la parola “sorte”». Ma, ha subito avvertito, «non dobbiamo prenderla come sinonimo di “caso”, no. Non è “per caso” per sorte, in questo»; invece «qui è sinonimo di destino». Infatti, ha osservato, «nella orazione colletta abbiamo pregato così: “O Signore, a noi che abbiamo ricevuto in sorte il dono della tua amicizia concedi di progredire in questo amore, di essere eletti, di rimanere fedeli nell’elezione”».

Da qui lo spunto per la riflessione sul tema dell’amicizia di ogni cristiano con Gesù. «Noi — ha spiegato — abbiamo ricevuto questo dono come destino: l’amicizia del Signore. Questa è la nostra vocazione: vivere amici del Signore, amici del Signore», ha ripetuto per due volte. E lo stesso dono, ha fatto notare, era stato ricevuto dagli apostoli: «più forte ancora, ma lo stesso».

Dunque, attualizzando il concetto Francesco ha sottolineato che «tutti noi cristiani abbiamo ricevuto questo dono: l’apertura, l’accesso al cuore di Gesù, all’amicizia di Gesù. Abbiamo ricevuto in sorte il dono della tua amicizia. Il nostro destino è essere amici tuoi».

Soffermandosi poi sulle caratteristiche di questo dono, il Papa ha anzitutto evidenziato che si tratta di «un dono che il Signore conserva sempre» e che «lui è fedele a questo dono». Mentre al contrario, «tante volte noi non lo siamo e ci allontaniamo, con i nostri peccati, con i nostri capricci e tante altre cose». Invece «lui è fedele all’amicizia perché ci ha chiamati a viverla. Ci ha eletti per questo, per essere i suoi amici: “Non vi chiamerò più servi — dice nel Vangelo (Giovanni 15, 9-17) — vi dirò amici”. E questa parola la conserva fino alla fine».

In proposito il Pontefice ha chiesto di pensare con attenzione a «qual è l’ultima parola» che Gesù «rivolge a Giuda, proprio nel momento del tradimento». E la risposta è sorprendente: «“Giuda, amico”. Quando proprio Giuda stava per consegnarlo, lui gli dice “amico”, gli ricorda questo. Perché lui è fedele». Il Signore «non dice: “Vattene perché tu ti sei allontanato da me. Vattene”. No! Lui sino alla fine è fedele a questo dono che ci ha dato a tutti: il dono della amicizia».

Di conseguenza, ha continuato il Papa nel suo ragionamento «Gesù è il nostro amico. E Giuda, come dice qui, è andato per la sua sorte nuova, per il suo destino che lui ha scelto liberamente, si è allontanato da Gesù». E questo «allontanarsi da Gesù», ha chiarito Francesco, si chiama «apostasia. Un amico che diventa nemico o un amico che diventa indifferente o un amico che diventa traditore». Mentre al contrario «il Signore non rinnega, sino alla fine lui è lì: “Giuda, amico”. Sino alla fine». E questo, è il consiglio di Francesco «ci deve far pensare».

Del resto anche la prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (1, 15-17.20-26), mette in luce che «Mattia è stato eletto al posto di Giuda per essere testimone della Risurrezione, testimone di questo dono di amore, di amicizia, più di amore, è amicizia, che dice familiarità nell’amore. Perché Gesù stesso dice: “Ecco, voi siete miei amici, non vi chiamo più servi perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”».

Infatti «l’amico è quello che condivide proprio i segreti nell’altro». E poiché «noi abbiamo ricevuto in sorte, cioè come destino, il dono dell’amicizia di Gesù, come lo aveva ricevuto Giuda, come lo aveva ricevuto Mattia», il Papa ha invitato a pensare «a questo»: al fatto cioè che Cristo «non rinnega questo dono, non ci rinnega, ci aspetta fino alla fine. E quando noi per la nostra debolezza ci allontaniamo da lui, lui aspetta, lui aspetta, Lui continua a dire: “Amico, ti aspetto. Amico cosa vuoi? Amico, perché con un bacio mi tradisci?”». Perché, ha concluso il Pontefice, Gesù «è il fedele nell’amicizia». E «noi dobbiamo chiedergli questa grazia di rimanere nel suo amore, rimanere nella sua amicizia, quella amicizia che noi abbiamo ricevuto come dono in sorte da lui».

Regina Coeli, 13 maggio 2018, Ascensione del Signore

Dom, 13/05/2018 - 12:00

PAPA FRANCESCO

REGINA COELI

Piazza San Pietro
Domenica, 13 maggio 2018

[Multimedia]

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, in Italia e in tanti altri Paesi, si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. Questa festa racchiude due elementi. Da una parte, orienta il nostro sguardo al cielo, dove Gesù glorificato siede alla destra di Dio (cfr Mc 16,19). Dall’altra parte, ci ricorda l’inizio della missione della Chiesa: perché? Perché Gesù risorto e asceso al cielo manda i suoi discepoli a diffondere il Vangelo in tutto il mondo. Pertanto, l’Ascensione ci esorta ad alzare lo sguardo al cielo, per poi rivolgerlo subito alla terra, attuando i compiti che il Signore risorto ci affida.

È quanto ci invita a fare l’odierna pagina evangelica, nella quale l’evento dell’Ascensione viene subito dopo la missione che Gesù affida ai discepoli. Si tratta di una missione sconfinata – cioè letteralmente senza confini – che supera le forze umane. Gesù infatti dice: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Sembra davvero troppo audace l’incarico che Gesù affida a un piccolo gruppo di uomini semplici e senza grandi capacità intellettuali! Eppure questa sparuta compagnia, irrilevante di fronte alle grandi potenze del mondo, è inviata a portare il messaggio d’amore e di misericordia di Gesù in ogni angolo della terra.

Ma questo progetto di Dio può essere realizzato solo con la forza che Dio stesso concede agli Apostoli. In tal senso, Gesù li assicura che la loro missione sarà sostenuta dallo Spirito Santo. E dice così: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Così questa missione ha potuto realizzarsi, e gli Apostoli hanno dato inizio a quest’opera, che poi è stata continuata dai loro successori. La missione affidata da Gesù agli Apostoli è proseguita attraverso i secoli, e prosegue ancora oggi: essa richiede la collaborazione di tutti noi. Ciascuno, infatti, in forza del Battesimo che ha ricevuto, è abilitato per parte sua ad annunciare il Vangelo. C’è proprio il Battesimo, quello che ci abilita e anche ci spinge ad essere missionari, ad annunciare il Vangelo.

L’Ascensione del Signore al cielo, mentre inaugura una nuova forma di presenza di Gesù in mezzo a noi, ci chiede di avere occhi e cuore per incontrarlo, per servirlo e per testimoniarlo agli altri. Si tratta di essere uomini e donne dell’Ascensione, cioè cercatori di Cristo lungo i sentieri del nostro tempo, portando la sua parola di salvezza sino ai confini della terra. In questo itinerario noi incontriamo Cristo stesso nei fratelli, soprattutto nei più poveri, in quelli che soffrono nella propria carne la dura e mortificante esperienza di vecchie e nuove povertà. Come all’inizio Cristo Risorto inviò i suoi apostoli con la forza dello Spirito Santo, così oggi Egli invia tutti noi, con la stessa forza, per porre segni concreti e visibili di speranza. Perché Gesù ci dà la speranza, se ne è andato in cielo e ha aperto le porte del cielo e la speranza che noi arriveremo lì.

La Vergine Maria che, quale Madre del Signore morto e risorto, ha animato la fede della prima comunità dei discepoli, aiuti anche noi a tenere «in alto i nostri cuori», come ci esorta a fare la Liturgia. E nello stesso tempo ci aiuti ad avere “i piedi per terra”, e a seminare con coraggio il Vangelo nelle situazioni concrete della vita e della storia.

 

 

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

sono particolarmente vicino al caro popolo dell’Indonesia, in modo speciale alle comunità cristiane della città di Surabaya duramente colpite dal grave attacco contro luoghi di culto. Elevo la mia preghiera per tutte le vittime e i loro congiunti. Insieme invochiamo il Dio della pace affinché faccia cessare queste violente azioni, e nel cuore di tutti trovino spazio non sentimenti di odio e violenza, ma di riconciliazione e di fraternità. Preghiamo in silenzio.

Oggi ricorre la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, sul tema «Fake news – ossia notizie false – e giornalismo di pace». Saluto tutti gli operatori dei media, in particolare i giornalisti che si impegnano a cercare la verità delle notizie, contribuendo a una società giusta e pacifica.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini; in particolare i musicisti e i gruppi folcloristici venuti dalla Germania; i fedeli paraguaiani residenti a Roma della comunità “Virgen de Caacupé”; i partecipanti al convegno dell’UCIIM a 50 anni dalla morte del fondatore Gesualdo Nosengo; il movimento “Dives in Misericordia” di Napoli.

Saluto i fedeli di Catania, Scandicci, San Ferdinando di Puglia e San Marzano sul Sarno; i numerosi ragazzi cresimandi e cresimati di Genova, come pure quelli di Emmenbrücke (Svizzera) e Liscate; i bambini della parrocchia di San Giustino in Roma; e gli studenti dell’Istituto “Tommaso Aversa” di Mistretta.

Saluto i dipendenti della “Federal Express Europe”, con l’auspicio che le attuali difficoltà trovino una soluzione positiva.

Un pensiero speciale rivolgo agli Alpini, riuniti a Trento per l’Adunata Nazionale. Li incoraggio ad essere testimoni di carità e operatori di pace, sull’esempio di Teresio Olivelli, alpino, difensore dei deboli, recentemente proclamato Beato. Ed essendo oggi la giornata dedicata alle mamme i tanti Paesi, un applauso alle mamme! Vorrei salutare tutte le mamme, ringraziandole per la loro custodia delle famiglie. Ricordo anche le mamme che ci guardano dal cielo e continuano a custodirci con la preghiera. Preghiamo la nostra Mamma celeste, che oggi 13 maggio, con il nome di Nostra Signore di Fatima, ci aiuta a proseguire il cammino.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

Videomessaggio del Santo Padre per la Veglia mariana internazionale dei giovani presso il nuovo Santuario di San Gabriele dell'Addolorata (Teramo) (12 maggio 2018)

Sab, 12/05/2018 - 17:00

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA VEGLIA MARIANA INTERNAZIONALE DEI GIOVANI
PRESSO IL NUOVO SANTUARIO DI SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA (TE)

 

Cari amici,

sono contento di prendere parte alla Veglia mariana internazionale dei giovani in preparazione alla prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi, organizzata presso il nuovo Santuario di San Gabriele dell’Addolorata. È vero che sono fisicamente lontano da voi, ma grazie alle moderne tecnologie della comunicazione abbiamo la possibilità di azzerare le distanze. In realtà, noi cristiani sappiamo da sempre che l’unica fede e la preghiera concorde uniscono i credenti in tutto il mondo: si può dire che, anche senza saperlo, siamo stati i precursori della rivoluzione digitale!

Saluto il vostro Pastore, Mons. Lorenzo Leuzzi, che fin dall’inizio del suo ministero in mezzo a voi vi ha coinvolti nel cammino sinodale, e il Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, che celebra la Santa Messa per voi.

Vorrei ora affidarvi alcuni pensieri che mi stanno particolarmente a cuore.

Il primo pensiero è per Maria. È bello che dei giovani preghino il Rosario, manifestando così il loro affetto per la Vergine. Il suo messaggio, del resto, è oggi più attuale che mai. E questo perché lei è una giovane tra i giovani, una «donna dei nostri giorni», come amava dire don Tonino Bello.

Era giovane — forse appena adolescente — quando l’Angelo le ha rivolto la parola, sconvolgendo i suoi piccoli progetti per renderla parte del grande progetto di Dio in Gesù Cristo. È rimasta giovane anche dopo, quando, malgrado l’incedere degli anni, si è fatta discepola del Figlio con l’entusiasmo dei giovani, e lo ha seguito fino alla croce con il coraggio che solo i giovani possiedono. Resta per sempre giovane, anche adesso che la contempliamo Assunta in Cielo, perché la santità mantiene eternamente giovani, è il vero «elisir di giovinezza» di cui abbiamo tanto bisogno. È la rinnovata giovinezza che ci ha portato la risurrezione del Signore.

Lo aveva capito bene San Gabriele dell’Addolorata, patrono degli studenti, un santo giovane innamorato di Maria. Lui, che aveva perso sua madre da bambino, sapeva di avere in Cielo ben due mamme che vegliavano su di lui. E così che si comprende il suo grande amore per la preghiera del Rosario e la sua tenera devozione per la Vergine, che volle associare per sempre al proprio nome quando, a soli diciotto anni, si consacrò a Dio nella Famiglia religiosa dei Passionisti, diventando Gabriele dell’Addolorata.

Come ho ribadito recentemente nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, «la santità è il volto più bello della Chiesa» (n. 9) e la trasforma in una comunità «simpatica» (cfr. n. 93). Se Sant’Ambrogio si diceva convinto che «ogni età è matura per la santità» (De virginitate, 40), senza dubbio lo è pure l’età giovanile. Non abbiate dunque paura di essere santi, guardando Maria, a San Gabriele e a tutti i santi che vi hanno preceduto e vi indicano la strada!

Il primo pensiero è per Maria. Il secondo pensiero è per i giovani collegati con voi da diverse parti del mondo per partecipare a questa Veglia. Saluto con affetto i giovani di Panamá, riuniti nel Santuario internazionale del Corazón de Maria con il Vescovo Mons. Domingo Ulloa Mendieta, con i quali mi incontrerò il prossimo anno in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù; i giovani della Federazione Russa, raccolti nella Cattedrale della Trasfigurazione a Novosibirsk con il loro Vescovo Mons. Joseph Werth e il Delegato per i giovani di tutta la Russia Mons. Clemens Pickel; i giovani dell’Irlanda, collegati dalla Glencomeragh House, Casa di preghiera e formazione per i giovani, insieme al Vescovo Mons. Alphonsus Cullinan; e infine i giovani di Taiwan, radunati a Taiwan nella chiesa dedicata a Our Lady of Assumption. Proprio in questi giorni i Vescovi di Taiwan sono a Roma per la Visita «ad limina». Saranno contenti di sapere che i loro giovani pregano e che oggi sono anch’essi insieme al Successore di Pietro!

Cari giovani, uniti in preghiera da luoghi così lontani, voi siete una profezia di pace e di riconciliazione per l’intera umanità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: non innalzate muri, costruite ponti! Non innalzate muri, costruite ponti! Unite le sponde degli oceani che vi separano con l’entusiasmo, la determinazione e l’amore di cui siete capaci. Insegnate agli adulti, il cui cuore si è spesso indurito, a scegliere la strada del dialogo e della concordia, per consegnare ai loro figli e ai loro nipoti un mondo più bello e più degno dell’uomo.

Il terzo e l’ultimo pensiero è per il Sinodo ormai vicino. Sapete già che la prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi sarà dedicata a «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», e che tutta la Chiesa è ormai da tempo intensamente impegnata nel cammino sinodale.

Incontrando tanti giovani come voi in occasione della Riunione pre-sinodale del marzo scorso, ho messo in guardia dal pericolo di parlare dei giovani senza far parlare i giovani, lasciandoli a «distanza di sicurezza». I giovani non mordono, possono avvicinarsi e hanno l’entusiasmo, e voi oltre l’entusiasmo avete la chiave del futuro.

Cari giovani, tornando nelle vostre famiglie e nelle vostre parrocchie — a Teramo, a Panamá, in Russia, in Irlanda, a Taiwan, — non lasciatevi zittire. Certo, chi parla può sbagliare, e anche i giovani qualche volta sbagliano, sono umani, peccando di imprudenza, per esempio. Ma non abbiate paura di sbagliare e di imparare dai vostri errori, così si va avanti. Se qualcuno — compresi i vostri genitori, i vostri sacerdoti, i vostri insegnanti — proverà a chiudervi la bocca, ricordate loro che la Chiesa e il mondo hanno bisogno anche dei giovani per ringiovanire se stessi. E non dimenticate di avere al vostro fianco alleati imbattibili: Cristo, l’eternamente giovane; Maria, donna giovane; San Gabriele e tutti i Santi, che sono il segreto della perenne giovinezza della Chiesa.

Grazie!

 

Ai Membri del Circolo San Pietro (12 maggio 2018)

Sab, 12/05/2018 - 12:00

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DEL CIRCOLO SAN PIETRO

Sala Clementina
Sabato, 12 maggio 2018

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Cari soci del Circolo San Pietro!

Vi saluto tutti cordialmente e ringrazio il vostro Presidente Generale, Duca Leopoldo Torlonia, per le sue parole. A ciascuno rivolgo il mio apprezzamento per il servizio quotidiano alle persone più svantaggiate della città. Il Circolo San Pietro da tanti anni è una bella realtà di assistenza e aiuto ai poveri: un tralcio della ricca e feconda “vite” della carità, espressione della “vigna” ecclesiale di Roma. Voi vi sforzate di essere il volto di una Chiesa che si spinge ai confini, che non è mai ferma, ma cammina per andare incontro ai fratelli e alle sorelle che hanno fame e sete di ascolto, di condivisione, di prossimità, di solidarietà. Vi esorto a proseguire su questa strada!

Nella vostra attività, non abbiate vergogna della carne ferita del fratello, ma in ogni persona sofferente e bisognosa sappiate scorgere il volto di Cristo. Siate missionari coraggiosi della carità cristiana e non stancatevi di rendere testimonianza della misericordia e della bontà di Dio, diventando strumenti di consolazione per tante persone fragili e disperate.

Avete davanti a voi l’esempio di tanti Santi della carità, già beatificati o canonizzati; ma lasciatevi stimolare anche «dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri di quel popolo che partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 8). Il vostro apostolato costituisce un’occasione e uno strumento per corrispondere alla chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi. Attraverso le opere di carità, voi permettete alla grazia ricevuta nel Battesimo di fruttificare in un cammino di santità, che è il frutto dell’azione dello Spirito Santo nella nostra vita.

Vi ringrazio anche per l’Obolo di San Pietro, che raccogliete in tutte le chiese come segno della vostra partecipazione alla sollecitudine del Vescovo di Roma per le povertà di questa città. La vostra apprezzata attività caritativa sia sempre sostenuta dalla preghiera e dal riferimento costante alla Parola di Dio, luce che illumina il nostro cammino.

Affido voi, i vostri familiari e la vostra missione alla protezione della Vergine Santa, la Salus Populi Romani, e all’intercessione di San Pietro e San Paolo. Vi chiedo di continuare a sostenere il mio ministero anche con la preghiera, e di cuore vi benedico. Grazie.

 

Alla Delegazione dell'Associazione "Logia" dal Belgio (12 maggio 2018)

Sab, 12/05/2018 - 11:30

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE "LOGIA" DAL BELGIO

Sala del Concistoro
Sabato, 12 maggio 2018

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Cari amici,

benvenuti in occasione della vostra visita a Roma. Ringraziandovi per la vostra presentazione dell’associazione Logia, desidero porgere il mio cordiale saluto a tutti i suoi membri, come pure alle persone che voi raggiungete grazie alle vostre varie iniziative.

Con voi ringrazio il Signore che vi ha permesso di «tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11) e farne sorgere il progetto Logia, nato nella parte fiamminga del Belgio. Nell’ambito di una società secolarizzata, dove alcuni vorrebbero relegare la religione nella segreta intimità delle persone, l’obiettivo della vostra associazione sottolinea che «una fede autentica […] implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (ibid., 183).

Così, attraverso la vostra presenza nel cuore dell’ambito pubblico e nei media, voi attestate che la scelta di seguire Cristo e di mettere in pratica le sue parole non costituisce mai una perdita di umanità ma favorisce lo sviluppo dei nostri talenti e delle nostre competenze in vista del bene di tutti, al servizio dell’edificazione di una società più giusta, più fraterna, più umana secondo il cuore di Dio. Vi incoraggio dunque a mettere in luce, mediante la partecipazione al dibattito pubblico, che il Vangelo è una via di umanizzazione alla scuola di Gesù, nostro Signore e nostro Maestro, non come dei nemici che puntano il dito e condannano, ma con dolcezza e rispetto (cfr 1 Pt 3,16), senza stancarvi di fare il bene (cfr Gal 6,9).

Attraverso le vostre molteplici iniziative, possiate testimoniare il desiderio della Chiesa di accompagnare, con le diverse forze sociali, «le proposte che meglio possono rispondere alla dignità della persona umana e al bene comune» (Evangelii gaudium, 241), appoggiandovi sulla grande ricchezza della tradizione cristiana e sulla Dottrina sociale della Chiesa. Abbiate a cuore di manifestare, con le parole e le azioni, che la fede in Gesù Cristo non è mai sinonimo di chiusura, perché essa è dono di Dio offerto a tutti gli uomini come un cammino che libera dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento e la sorgente di una gioia che nessuno può toglierci (cfr Gv 15,11).

Per fare ciò, non abbiate paura di chiedere con insistenza, nella vostra preghiera e con la vostra partecipazione ai Sacramenti, l’aiuto dello Spirito Santo perché vi sia donato «uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 31). In questa prospettiva, vi invito anche, attraverso i vostri incontri mensili, a sviluppare legami di fraternità per rendere visibile questa comunione delle differenze, di cui lo Spirito Santo è il maestro, il capo progetto, per far crescere, con la vostra testimonianza di vita, una cultura dell’incontro e del dialogo in mezzo alla società. Sotto l’impulso della grazia di Dio, possiate umilmente mettere in luce quella santità a cui il Signore ci chiama, costruendo, con audacia e perseveranza, ponti tra gli uomini, tra le generazioni, tra i diversi ambiti sociali e professionali, e riservando un’attenzione particolare ai piccoli, ai poveri e a tutte le persone che sono, in un modo o nell’altro, escluse.

Con questa speranza, e affidandovi al Signore, per intercessione della Vergine Maria, do la Benedizione apostolica e voi e a tutti i membri dell’associazione Logia. Grazie.

 

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