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Conferenza Episcopale Italiana
Aggiornato: 18 min 30 sec fa

I presbiteri italiani incontrano Papa Leone XIV

Mar, 20/10/2026 - 09:58

Ritrovarsi attorno al Papa per riscoprire la gioia di essere sacerdoti, rafforzare la fraternità e rinnovare lo slancio della missione. È l’obiettivo di “Una fedeltà che genera futuro”, l’iniziativa promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, in collaborazione con il Dicastero per il Clero, che culminerà sabato 12 dicembre nell’udienza con Leone XIV nella Basilica di San Pietro. L’appuntamento sarà preceduto, venerdì 11 dicembre, da una giornata di preghiera e condivisione.

“L’udienza del Santo Padre con i presbiteri delle nostre Diocesi sarà una occasione preziosa di comunione, preghiera e fraternità per rinnovare la nostra adesione a Cristo e la disponibilità a servirlo nella Chiesa e nelle persone che ci sono affidate”, sottolinea il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI. Saranno, aggiunge, “due giornate di festa e di gratitudine per il dono del sacerdozio ministeriale, ma anche un tempo di rinnovamento spirituale e pastorale”.

Si tratta di un’esperienza di condivisione e sostegno reciproco, perché, ricorda il Card. Zuppi, “nessun pastore vive e serve da solo: abbiamo bisogno gli uni degli altri, della preghiera comune, dell’ascolto e di una fraternità concreta che sostenga la fedeltà e generi futuro!”.

L’incontro prenderà il via venerdì 11 dicembre nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, dove alle ore 17 è prevista l’accoglienza dei partecipanti. Alle 18 Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, presiederà una veglia di preghiera. Sabato 12, nella Basilica di San Pietro, alle 8.45 il Card. Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero, presiederà le Lodi mattutine. Alle 9.30 si terrà l’udienza con il Papa, seguita, alle 11, dalla Celebrazione Eucaristica con il Card. Zuppi.

Per informazioni è possibile rivolgersi alla propria Curia diocesana oppure scrivere a vocazioni@chiesacattolica.it.

Schede per conoscere l’islam

Lun, 19/10/2026 - 14:31

Favorire una corretta conoscenza dell’Islam, superare i pregiudizi e promuovere il dialogo tra culture e religioni. Sono gli obiettivi delle “Schede per conoscere l’Islam”, che saranno presentate mercoledì 21 ottobre, alle ore 17, a Roma, presso Palazzo Borromeo. L’incontro è promosso dalla CEI, dal Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) e dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.

Le schede sono il frutto di un progetto culturale nato dalla collaborazione tra l’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e il Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica, insieme al PISAI. Destinate in primo luogo alla scuola e disponibili anche in lingua inglese, sono state realizzate grazie al confronto tra esperti musulmani e cristiani, per offrire strumenti qualificati per conoscere la tradizione islamica, nel rispetto delle differenze. Un lavoro che raccoglie l’eredità della dichiarazione conciliare Nostra aetate, valorizzando la conoscenza reciproca come via per contrastare stereotipi e favorire la coesione sociale.

“La pubblicazione delle Schede per conoscere l’Islam rappresenta una scelta pedagogica, teologica e pastorale di grande lungimiranza”, sottolinea don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della CEI. “Non si tratta di un semplice esercizio accademico, ma di un atto di responsabilità ecclesiale e civile: il progetto trova le sue basi nella convinzione che il rispetto, l’ascolto, la collaborazione e il dialogo tra fedi diverse siano essenziali per la promozione della giustizia sociale, la difesa della dignità umana e la pace nel mondo”.
“In un’aula scolastica conoscere l’Islam, attraverso strumenti affidabili e rispettosi, non significa abdicare alla propria identità, bensì esercitare quell’umanesimo integrale che sa fare spazio all’altro”, sottolinea don Alberto Gastaldi, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e del Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica. “Il dialogo interreligioso non è una concessione estemporanea, ma costituisce la cifra stessa dell’impegno educativo cattolico: un dialogo che nasce dalla consapevolezza della propria fede e si apre all’ascolto, rifuggendo sia dal sincretismo superficiale sia dalla chiusura fondamentalista”, spiega ricordando che “oggi la scuola è il primo vero laboratorio di dialogo nel nostro Paese”. “Fornire ai docenti schede agili, documentate e pedagogicamente curate – aggiunge – significa offrire un antidoto potente contro l’analfabetismo religioso, mettendo gli insegnanti nelle condizioni di decodificare le domande dei ragazzi, di smontare i pregiudizi e di educare a una cittadinanza attiva”.

Ad aprire l’incontro sarà l’ambasciatore Francesco Di Nitto. Seguiranno gli interventi di mons. Gaetano Castello, Vescovo ausiliare di Napoli e Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della CEI, e di don Wasim Salman, Preside del PISAI. Don Valentino Cottini, Adnane Mokrani e Nadjia Kebour ne illustreranno la metodologia.
Sul valore delle schede si confronteranno poi il card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, e i rappresentanti delle comunità islamiche: Yassine Baradai, Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII); Alfonso Moretta, Presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (CoReIs); Massimo Cozzolino, della Confederazione Islamica Italiana (CII); Mustafa Cenap Aydin, dell’Istituto Tevere – Centro pro Dialogo. Previsto anche un videointervento di Livia Ottolenghi, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). A moderare saranno don Savina e don Giacomo Pompei, degli Uffici CEI promotori dell’iniziativa.

Il Messaggio della Presidenza CEI a Papa Leone XIV

Sab, 17/10/2026 - 17:35

Pubblichiamo il Messaggio che la Presidenza della CEI ha inviato al Santo Padre Leone XIV dopo la dimissione dal Policlinico A. Gemelli, a seguito dell’intervento chirurgico di martedì 13 ottobre.

Beatissimo Padre,

con gioia e gratitudine al Signore abbiamo appreso la notizia della Sua dimissione dal Policlinico Gemelli.

In questi giorni, le Chiese in Italia Le sono state vicine con la preghiera incessante che si è levata dalle parrocchie, dalle comunità religiose e da tanti fedeli. Insieme a tutto il Popolo di Dio, rendiamo grazie per la dedizione e la competenza del personale medico e sanitario che L’ha assistita.

Facciamo nostra l’esortazione di sant’Agostino a non temere di essere abbandonati dal Signore: proprio nella debolezza Egli dona la Sua forza.
Con questi sentimenti, Le rinnoviamo l’assicurazione della nostra preghiera e il più fervido augurio di una serena convalescenza e di un pronto e completo ristabilimento. Affidiamo la Sua persona e il Suo ministero alla materna protezione della Vergine Maria, Salus Populi Romani.

Implorando la Benedizione Apostolica, Le esprimiamo la nostra filiale devozione.

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana

Intervento chirurgico Papa Leone XIV. La vicinanza e la preghiera delle Chiese in Italia

Dom, 11/10/2026 - 13:47

Le Chiese in Italia si stringono con affetto filiale attorno a Papa Leone XIV, dopo l’annuncio del ricovero per l’intervento chirurgico programmato nei prossimi giorni. “Accogliamo l’invito del Santo Padre alla vicinanza spirituale”, dichiara il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, assicurando il ricordo nelle celebrazioni e nei momenti di preghiera delle comunità. “Con tutte le Chiese che sono in Italia – afferma il Cardinale – ci stringiamo al Santo Padre in queste ore delicate. Gli siamo vicini, affidandolo al Signore e alla Vergine Maria, Salus Populi Romani. Ringraziamo Papa Leone per la semplicità e la fiducia con cui ci ha reso partecipi di questa prova. Siamo una famiglia: Santo Padre, non è solo! La accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto perché l’intervento vada bene e perché il Signore le doni serenità e forza”.

Missione e solidarietà, dall’8xmille sostegno alle Chiese più fragili

Gio, 08/10/2026 - 13:16

“Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza”. Nel messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale del 18 ottobre, Leone XIV richiama il valore della comunione tra le Chiese e ringrazia missionari e missionarie che portano “Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente”. Una solidarietà che la Conferenza Episcopale Italiana continua a esprimere anche attraverso i fondi dell’8xmille. Nella riunione dell’1 e 2 ottobre, il Comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha messo a disposizione quasi 13,5 milioni di euro per interventi a sostegno delle Chiese locali nei diversi Continenti. Complessivamente sono 79 i progetti approvati: 52 in Africa (€ 9.354.029), 15 in Asia (€ 2.026.101), 8 in America Latina (€ 721.608), 2 in Medio Oriente (€  953.893), 2 in Europa (€  350.532). Molti interventi riguardano il sostegno alle comunità accompagnate dai missionari in contesti segnati da povertà ed esclusione.

Come in India, nello Stato del Tamil Nadu, dove le Suore Francescane di San Luigi Gonzaga hanno avviato un percorso di riscatto per 300 donne vulnerabili provenienti da 526 villaggi della diocesi di Pondicherry e Cuddalore, nel distretto di Kallakurichi. Il progetto punta a rafforzarne l’autonomia attraverso il censimento e l’accompagnamento, sostenendole nella costituzione di gruppi organizzati e nell’accesso ai programmi di microcredito e ai prestiti promossi dagli uffici governativi distrettuali. Strumenti concreti che permetteranno di avviare o consolidare piccole attività produttive, generando reddito e migliorando le condizioni di vita delle famiglie. Verrà realizzata una nuova struttura che sarà un punto di riferimento stabile per donne segnate da povertà, marginalizzazione ed esclusione economica.

Una realtà che i missionari sperimentano quotidianamente accanto ai più fragili e che riflette le profonde disuguaglianze ancora presenti nel Paese, raccontando una storia molto diversa rispetto all’immagine di un’India lanciata verso un apparente inarrestabile progresso economico. Di fatto, circa 800 milioni di persone dipendono dai sistemi pubblici di distribuzione alimentare e quasi il 90% dei lavoratori percepisce salari inferiori al minimo previsto. L’1% più ricco controlla oltre il 40% della ricchezza nazionale, mentre caste e tribù storicamente discriminate possiedono appena il 2,6% del patrimonio complessivo.

La Chiesa è spesso l’unico sostegno per i più poveri ed emarginati. In ambito sanitario ad esempio, sempre in India, nella diocesi di Khammam, le Suore Carmelitane Teresiane hanno necessità di ampliare e ammodernare l’ospedale Arogya Matha Mission di Vemsur, da oltre 40 anni unico punto di riferimento sanitario per circa 50.000 persone distribuite in oltre 30 villaggi tribali. La struttura, gestita da 3 medici, 15 religiose e una trentina di operatori locali. Grazie al contributo dell’8xmille saranno rafforzati i servizi di medicina generale, salute materno-infantile, diagnostica, radiologia e assistenza d’emergenza, insieme a campagne vaccinali e visite mobili nei villaggi più remoti e garantite le cure a chi non può pagare.

La presenza della Chiesa accanto agli ultimi, in contesti come quello indiano segnato ancora da profonde ingiustizie e dal sistema delle caste, espone spesso sacerdoti e operatori pastorali a ritorsioni, violenze e soprusi. Senza dimenticare che milioni di cristiani dalit, fuoricasta, vivono sotto il peso di una triplice discriminazione. Sono esclusi dalle tutele statali perché cristiani e, al tempo stesso, continuano a subire discriminazioni legate alla loro origine sociale: donne aggredite per aver attinto acqua da un pozzo comune, bambini esclusi dalla scuola e comunità con posti a sedere e perfino cimiteri separati. Lo testimonia suor Manju Devarapalli, missionaria carmelitana e segretaria generale del National Dalit Christian Watch: “La lezione più importante che ho imparato è che i poveri non sono soltanto coloro che mancano di cibo o di mezzi materiali. I più poveri sono spesso quelli a cui è stata tolta persino la possibilità di far sentire la propria voce”. Un servizio, il suo, vissuto tra difesa dei diritti, advocacy e accompagnamento delle persone escluse, dove “la contemplazione è il combustibile dell’azione” e l’impegno sociale diventa “una forma di preghiera incarnata”. “Abbiamo bisogno – conclude – della vostra solidarietà, delle vostre preghiere e della vostra vicinanza. Chiedete ai vostri rappresentanti politici e ai vostri vescovi di parlare di questa realtà, perché la vostra voce può arrivare dove la nostra non riesce a essere ascoltata”.

In Vaticano l’incontro “A dieci anni di Amoris laetitia”

Gio, 08/10/2026 - 13:00

“Abbiamo certamente molto da imparare dalle famiglie”. Con questo invito all’ascolto Papa Leone XIV ha aperto il 7 ottobre, in Vaticano, l’incontro “A dieci anni di Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi”, in programma fino al 14 ottobre. Un appuntamento per rileggere il cammino compiuto a dieci anni dall’Esortazione apostolica di Papa Francesco e confrontarsi sulle sfide che attraversano oggi la vita familiare. Ai lavori partecipano i capi delle Chiese orientali, i presidenti delle Conferenze Episcopali, coppie di sposi ed esperti. Per l’Italia sono presenti il card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, e, tra gli invitati, mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale, e mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia.

“La famiglia ha sempre occupato un posto importante nella preoccupazione pastorale del successore di Pietro e dei vescovi che lo assistono attraverso la loro partecipazione al Sinodo dei vescovi”, ha ricordato il Pontefice, ripercorrendo “il lungo e fecondo cammino sinodale e missionario che la Chiesa ha compiuto in relazione al matrimonio e alla famiglia”. “Amoris Laetitia ha segnato una tappa importante e i dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione sono entrati a far parte della vita delle nostre Chiese particolari”, ha aggiunto Leone XIV, evidenziando come il documento abbia accompagnato la vita concreta delle famiglie, ispirando iniziative e percorsi pastorali in contesti differenti.

In questi dieci anni, ha osservato il Papa, la Chiesa ha camminato accanto alle famiglie in circostanze molto diverse, raccogliendo storie, domande e difficoltà. Un’esperienza che interpella i pastori, chiamati ad “accompagnare le persone nel loro cammino verso la realizzazione della propria vocazione nelle circostanze concrete della loro vita”.

 

A Bari il Convegno dell’Apostolato del mare

Gio, 08/10/2026 - 10:22

Rotte interrotte, porti chiusi, viaggi sempre più lunghi. Le conseguenze delle guerre si fanno sentire anche in mare, mettendo a rischio la sicurezza e i diritti dei marittimi. “Il mare per una pace disarmata e disarmante” è il tema del Convegno nazionale dell’Apostolato del mare, in programma il 9 e il 10 ottobre a Bari, presso la Sala Odegitria della Cattedrale. Due giornate di confronto sul rapporto tra pace, economia e lavoro e sull’impegno della Chiesa a fianco di chi vive e lavora sul mare.

“Il mare ha sete di pace. Le guerre sempre più interconnesse bloccano e rallentano il commercio mondiale. Ne risentono i marittimi e le loro famiglie. Navi costrette a viaggi più lunghi, chiusure di porti, stretti e canali, insicurezza diffusa aumentano il costo della vita. Tutto ciò accade a scapito delle condizioni lavorative e contrattuali dei lavoratori marittimi. La Chiesa intende dare voce a chi oggi è dimenticato e trascurato”, spiega don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per l’apostolato del mare, ricordando che a Bari si rifletterà “a partire dalla Nota CEI Educare a una pace disarmata e disarmante, perché la pace tuteli la dignità del lavoro in mare”.

Il convegno si aprirà venerdì 9 ottobre, alle 16, con i saluti del sindaco di Bari, Vito Leccese, e dell’ammiraglio Sergio Liardo, Comandante generale delle Capitanerie di porto. Seguirà una sessione di approfondimento, moderata da padre Enzo Severo, dedicata alle conseguenze dei conflitti e alle prospettive di pace. Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Urbaniana, parlerà del ruolo del mare nella geopolitica contemporanea, mentre Sara Figone, primo ufficiale di macchina, si soffermerà sull’impatto delle guerre sul lavoro dei marittimi. Mons. Gianrico Ruzza, Vescovo promotore dell’Apostolato del mare in Italia, proporrà una riflessione sull’educazione alla pace a partire dalla Nota pastorale della CEI, e l’economista Sabrina Bonomi approfondirà il contributo del mare a un’economia di pace. Alle 19, nella Basilica Cattedrale, sarà celebrata la Messa presieduta da mons. Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari-Bitonto.

La seconda giornata, sabato 10 ottobre, sarà dedicata al tema “L’Apostolato del Mare educa alla pace”. I lavori inizieranno con una meditazione su don Tonino Bello, affidata a fra’ Alessandro Mastromatteo, vicepostulatore della Causa di beatificazione. Luisa Locorotondo, incaricata regionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso in Toscana e referente del progetto Rotte di Pace, interverrà sull’educazione alla pace attraverso il mare. Seguirà, in collegamento, Jeronimo Dadin, responsabile dell’Assistenza Equipaggio di Stella Maris Barcellona e coordinatore regionale per il Mediterraneo e il Mar Nero dell’ICMA, che approfondirà il valore delle reti internazionali di assistenza ai marittimi.

Le conclusioni sono affidate a don Bignami.

Il beato Livatino Patrono dei Magistrati italiani

Mer, 07/10/2026 - 20:05

Il beato Rosario Angelo Livatino, “primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire” (Leone XIV), con decreto del 7 ottobre 2026 è stato dichiarato dal Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti Patrono dei Magistrati italiani.

In tutte le fasi dell’iter di discernimento e approvazione, i Vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta del Comitato promotore, riconoscendo nella figura del giudice Livatino un modello di riferimento, uno speciale intercessore per quanti ogni giorno amministrano la giustizia.

“Il giudice Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera”, sottolinea il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

 

 

 

Per una cultura comunitaria della cura e della tutela

Mer, 07/10/2026 - 18:07

Promuovere comunità ecclesiali capaci di prendersi cura dei minori e degli adulti vulnerabili, facendo della tutela una responsabilità condivisa. È l’obiettivo di “Comunità che custodiscono. Itinerari formativi per una cultura comunitaria della cura e della tutela”, il nuovo strumento curato dal gruppo di studio “Modelli ecclesiali di Safeguarding” del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della CEI.

Composto da schede operative, il sussidio è pensato per favorire una sensibilizzazione diffusa, coinvolgendo gli Organismi di partecipazione, gli operatori pastorali e i fedeli. Alla base c’è la consapevolezza che la comunità cristiana deve essere “casa e ambiente sicuro, luogo di tutela e salvaguardia”, integrando questa attenzione nell’azione pastorale ordinaria con il coinvolgimento di tutti.

Il percorso si articola in tre moduli formativi. I primi due, in prospettiva interdisciplinare, mettono al centro la costruzione di relazioni di responsabilità e la cura integrale della persona; il terzo approfondisce le diverse forme di abuso, perché la comunità sappia non soltanto essere un ambiente sicuro al proprio interno, ma anche riconoscere e intercettare situazioni di vulnerabilità e abuso provenienti da altri contesti.

“In questo modo, la comunità può contribuire concretamente a spezzare le catene della vulnerabilità, sostenere percorsi di protezione e accompagnare processi di crescita, liberazione e rinnovamento”, spiegano Chiara Griffini ed Emanuela Vinai, rispettivamente presidente e coordinatrice del Servizio CEI. “Significa formare la comunità a un ‘fare e disfare’: fare, ponendo gesti e parole di cura che fanno sentire bene; disfare, diserbando ogni seme di violenza e abuso. È aiutare la comunità a percepire la tutela, come ha ricordato Papa Leone, ‘non solo come insieme di norme da applicare o di procedure da osservare. Essa chiede una sapienza che investe lo stile della comunità’”.

Lieviti di comunità

Mar, 06/10/2026 - 16:05

Essere lievito: piccolo, apparentemente insufficiente, eppure capace di far fermentare tutta la massa. Nasce da questa immagine evangelica “Lieviti di comunità”, la nuova proposta formativa del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile (Snpg), in programma dal 12 al 15 ottobre a Sacrofano (Roma), presso la Fraterna Domus. Un percorso rivolto agli incaricati diocesani e regionali di pastorale giovanile e ai responsabili di associazioni, movimenti e congregazioni religiose.

Questa iniziativa “si inserisce nel percorso che stiamo consolidando per accompagnare chi opera nei territori”, spiega don Riccardo Pincerato, responsabile del Snpg. “Dopo ‘Il passo giusto’, rivolto ai nuovi incaricati, e ‘Io, noi, comunità’, centrato sull’identità di chi svolge questo servizio, il nuovo modulo – aggiunge – punta soprattutto sugli strumenti”. L’obiettivo infatti è proprio quello di fornire “una cassetta degli attrezzi per progettare un percorso, leggere e abitare la complessità e poterla anche usare”. “Anche se a volte può far paura, la complessità – osserva – è un dato di realtà da conoscere, da fare proprio, fino se possibile a farla diventare un’alleata”. Da qui il lavoro sulla progettazione, sulla rete e sull’accompagnamento, per dare supporti utili ad affrontare la “sfida tanto bella e, allo stesso tempo, alternativa del fare pastorale giovanile oggi”.

Le quattro giornate, a cui prenderanno parte una sessantina di incaricati, seguiranno simbolicamente le fasi della lievitazione, intrecciandole con la cura di sé, dei vicini, del sistema e del tutto. Dall’“attivazione del lievito”, dedicata all’arte dell’incontro, si passerà alla progettazione sinodale, alla condivisione e verifica delle idee, fino alla “cottura finale”, per imparare a “trattenere il bello e l’utile per andare avanti”. Si alterneranno momenti laboratoriali e proposte frontali per mettere a disposizione degli incaricati degli strumenti che gli consentano “di fare i primi passi, verificarli e, dopo averli verificati, continuare a compierne di nuovi”.

Festa di San Francesco: omelia del Card. Zuppi

Lun, 05/10/2026 - 12:16

Il 4 ottobre, in occasione della Festa di San Francesco, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, presiede la Celebrazione Eucaristica nella Basilica di Assisi. Di seguito il testo della sua omelia.

Laudato si’! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di San Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario: Laudato si’.
Laudato si’, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi. Laudato si’, perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole.

Laudato si’ perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario! Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce. Laudato si’ perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato si’ per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte.

Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla. Non gioca con le parole, non enfatizza i toni pensando così di essere profondo e convincente, non rincorre la retorica vuota o la convenienza personale. Frate Francesco canta in ogni condizione la bellezza tutta umana e tutta divina del creato, come del mondo che è ogni persona, ogni creatura, tutte, senza qualifiche o etichette. Il suo e il nostro è un mondo segnato da guerre, terribili, follia che rende folli, dove l’unica ragione da cercare è la pace e la giustizia, perché solo queste fanno trovare e difendere tutte le ragioni. Laudato si’ frate Francesco perché ci ricorda che la guerra non è un destino e la pace inizia da noi ed è l’unico futuro possibile. Scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore complica le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere – che imbroglione! – che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto.

Laudato si’ perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore. Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù. Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo.

A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono. Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro.
San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza. Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo.

Prendiamo, al termine di questo anno di giubileo francescano, anzi di questi anni, il giogo liberante e sicuro di Gesù, che libera perché ama, costruendo la casa di Dio e la città degli uomini, amando l’unità intorno a messer Papa che presiede la comunione. Così, come disse Papa Leone, l’Europa e il mondo intero troveranno nuovi santi, che credono nella parola del Vangelo, umani con la libertà di Cristo, gioiosi per l’amore ricevuto e donato. “Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”. Laudato si’, mi Signore, sempre sii lodato.

 

San Francesco. Grazie alla CEI il restauro di alcune opere ad Assisi

Sab, 03/10/2026 - 19:34

In occasione della festa di San Francesco, Patrono d’Italia, la Conferenza Episcopale Italiana sostiene due interventi per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico francescano ad Assisi: il restauro della tela “Estasi di san Giuseppe da Copertino”, conservata nel Sacro Convento, e quello di alcune opere del Museo della Porziuncola a Santa Maria degli Angeli.
Al Sacro Convento di San Francesco la CEI offre il proprio contributo per la realizzazione del progetto di restauro dell’opera di Andrea Benedetto Fornioni del 1753. Il dipinto, che raffigura la celebre levitazione del “Santo dei voli” davanti alla Madonna della Concezione, versa oggi in uno stato di conservazione che ne compromette la leggibilità. Il restauro, affidato a Sergio Fusetti, prevede un intervento completo di pulitura, consolidamento, foderatura e reintegrazione pittorica.
Il secondo intervento di cui la Cei si è fatta carico riguarda tre opere del Museo della Porziuncola, destinate all’esposizione nella mostra “San Francesco alla Porziuncola, la parabola del volto di San Francesco d’Assisi”: il dipinto su tela “San Francesco in meditazione”, il dipinto “San Francesco adora il crocifisso” e una stampa su carta dipinta raffigurante “L’albero serafico”. Gli interventi comprendono, per i dipinti, operazioni di pulitura, stuccatura, reintegrazione e manutenzione delle cornici; per la stampa, la rimozione del plexiglass e la revisione delle aree interessate da abrasioni provocate da insetti.

San Francesco. Primi Vespri nel Transito: omelia di Mons. Baturi

Sab, 03/10/2026 - 18:08

Il 3 ottobre, ad Assisi, in occasione dell’800° anniversario della morte di San Francesco, si tiene la Solenne Commemorazione “Nel Transito di San Francesco”. La celebrazione dei Primi Vespri, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, è presieduta da Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI. Di seguito il testo della sua omelia.

San Francesco ebbe da Dio una morte coerente con la sua propria, unica e irripetibile vita, come un fiore sbocciato dal terreno di un amore vissuto che non ebbe paura del dolore. Questo nostro tempo ha bisogno che la fede sappia anche, e di nuovo, confrontarsi con il mistero della morte, proprio per svelare il senso della vita. È questa un’impresa possibile solo raccontando il morire dei Santi. Vogliamo, allora, in un’occasione così solenne come quella di questo ottavo centenario, spigolare (cf. Lev 23,22) dai racconti del transito del Santo Patrono d’Italia qualche “segreto” da custodire e annunciare ai fratelli e alle sorelle di oggi.

  1. Quando comprende che è giunta la sua ora, Francesco non evita di guardare la morte, «a tutti terribile e odiosa», ma le va «incontro lieto», invitandola anzi «ad essere suo ospite: “Ben venga, mia sorella morte!”» (2Cel 217). Chiama sorella ciò che appare a tutti terribile e dà il benvenuto a ciò che suscita naturalmente orrore.
    Quando tutto era iniziato, Francesco aveva sentito il Crocifisso inviarlo a riparare la Chiesa, e da quel momento «il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore» (Leg3Com 14). Tutta la novità di vita di Francesco è fluita dalla continua memoria dell’amore di Cristo, che sulla croce manifesta l’autentica e credibile verità di Dio. Comprende, man mano, che il suo cammino può compiersi solo nella libera e lieta conformazione a Cristo, nella condivisione della sua coscienza sulla croce, nella lacerante sofferenza del corpo, nell’amarezza dell’incomprensione e, infine, nella consegna totale nella morte. Il mistero della salvezza dell’uomo è così profondo che vi si può partecipare solo penetrando nell’abissale misteriosità della croce. Il morire di Francesco manifesta il desiderio di una sequela che giunge all’immedesimazione con il Signore. Volle essere deposto nudo sulla nuda terra, come nudo era rimasto all’inizio davanti al Vescovo di Assisi, per «essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce» (LegMag 12,4). Muore quando si sono «compiuti in lui tutti i misteri di Cristo» (2Cel 217).
    Solo allora si manifesta nella sua carne il miracolo delle stimmate, donate mentre Francesco era in preghiera e «una tenera compassione lo trasformava in Colui che, per eccesso di amore, volle essere crocifisso» (LegCom 69). È questa trasformazione d’amore che si compie nella morte, per la felicità eterna, l’edificazione della Chiesa e la sua perenne missione per gli uomini. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).
    Questa consegna ci riguarda da vicino. Viviamo in una cultura che rimuove la morte, la nasconde oppure la anticipa e la “gestisce” come un problema da risolvere. Francesco indica un’altra possibilità: guardare in faccia ciò che fa paura e chiamarlo «sorella», senza negarlo e senza fuggirlo. Guardare così è possibile solo se non si è soli. La «sorella morte» non si accoglie con le forze del singolo, ma dentro una relazione, quella con il Crocifisso, che ha attraversato per primo il buio. Per questo, la Chiesa ha da offrire una presenza: stare accanto a chi soffre, senza distogliere lo sguardo e senza avere fretta di chiudere la questione. Tra le braccia aperte del Crocifisso, ogni sofferenza è accolta e redenta.
  1. Gli ultimi attimi di Francesco sono una dolcissima affermazione di amore alla vita. Muore cantando. «Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. […] Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino» (2Cel 217). Sulla soglia dell’eternità, il congedo si esprime in un grande e semplice atto di gratitudine per la grandezza della grazia della fede e l’immenso, misterioso, magnifico spettacolo della vita, segno di una generosità divina senza misura. Francesco muore volando «felicemente a Dio» (2Cel 217) perché aveva attraversato la vita come un «felice viandante» che «in ogni opera loda l’Artefice» e «nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma» (2Cel 165). È una bellezza che non finisce con la morte ma si compie nell’eternità. Questo sguardo profondo sulla vita e il creato rende davvero lieta la povertà, che non disprezza le cose ma vi riconosce l’orma dell’Amato. È la contemplazione. Francesco muore davvero povero, perché adesso è davvero libero. E canta la bellezza della vita!
    Questo canto è anche una lezione di custodia. La stessa gratitudine che fa lodare il Signore «per sora nostra matre terra» fa guardare con rispetto ogni vita, soprattutto quella fragile, che il nostro tempo rischia di giudicare per la sua efficienza. Chi canta sa che la vita è dono e che un dono si custodisce dal suo inizio fino al suo ultimo respiro. Oggi, in un mondo che misura tutto con l’utilità, la lode di Francesco è una radicale profezia: dice che nessuna vita è senza valore, nemmeno quella che si spegne.
    Francesco muore annunciando il paradiso. «Voglio mandarvi tutti in paradiso». Possiamo parlare di Dio e della vita solo sorprendendo in noi quella fame alla quale Egli è risposta. Jacopone da Todi, in una sua poesia, chiama a cantare gli uomini perché invitati al regno celeste che «comple onne festo ch’el core à bramato» (Lauda 64). Ecco il paradiso: la grande festa che compie ogni gioia che il cuore desidera. In questa dolcezza ultima, che è l’abbraccio di Dio in Cristo, la bellezza, la felicità e la soavità delle creature non vengono dimenticate o contestate, non vanno perdute, ma compiute. È la festa. Proprio perché amiamo la vita, la vogliamo completa nel grande abbraccio che compie ciò che il cuore brama. Torniamo ad annunciare questo compimento ultimo, questa festa eterna che spiega l’inquietudine, il desiderio infinito del cuore umano. La brama inquieta e insaziabile dell’uomo non è una passione inutile.
    Annunciare il paradiso, oggi, non significa evadere dalla storia, ma abitarla con una speranza che la rende più umana. Chi sa di essere atteso a una festa così quasi la anticipa dando ospitalità ai poveri, ai malati, a chi non ha più nulla da dare. Questa speranza ci rende “costruttori di pace”: a chi vive in un tempo di polarizzazioni, di paura dell’altro e di guerre, la Chiesa non offre una consolazione astratta, ma la certezza che nessuno è nemico perché a tutti è destinato lo stesso abbraccio. Il paradiso è già un criterio per l’oggi: ci chiede di edificare fin da ora luoghi di riconciliazione, pezzi di mondo in cui ciò che il cuore brama cominci a farsi visibile.
  1. Francesco muore in compagnia di fratelli, manifestando a essi il suo amore. Egli «per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio. Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: «“Addio – disse – voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia”. E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli» (2Cel 216).
    La nostra missione è in questa compagnia d’amore. Il morire di Francesco è benedizione per i fratelli.
    Nelle sue parole c’è un’intera pastorale: prossimità, custodia, cura. Prossimità, perché Francesco non muore isolato né accudito da lontano: i frati sono attorno a lui, e lui li tocca, uno per uno, posando la mano sul capo di ciascuno. Siamo davanti alla vicinanza che si fa gesto, corpo, presenza, e non solo sentimento. Custodia, perché Francesco affida i fratelli alla grazia di Dio e li tiene nel cuore, anche quelli lontani e quelli che verranno: nessuno resta escluso dalla benedizione. Cura, perché, mentre è lui a morire, pensa al dolore degli altri e cerca di lenirlo. Il morente non è soltanto colui che riceve cure, ma chi continua a prendersi cura.
    Questo ci riguarda tutti: dalle comunità parrocchiali alle famiglie, dagli hospice a chi assiste a casa un genitore anziano. Nessuno dovrebbe morire solo e nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare il peso di chi muore. Per questo la Chiesa è chiamata a fermarsi, avvicinarsi e assumersi la responsabilità di quella vita, come il buon samaritano, accanto ai malati, alle famiglie spesso esauste. È lo spazio della cura: i cristiani possono abitarlo con competenza e con tenerezza, perché è lo spazio in cui la fraternità diventa concreta.
  2. «Poi disse ai frati: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!”» (2Cel 214). Adesso, in questo tornante confuso e inquieto ma anche meraviglioso e straordinario della storia, nel nostro oggi tocca a noi. C’è stato un incontro, c’è la gioia di una sequela e l’entusiasmo di un compito. Tocca a me e a te. Rispondiamo con semplice radicalità a Cristo e andiamo verso gli uomini per poter trasmettere almeno un po’ della sua luce di verità e del calore della sua misericordia. Così la Chiesa si edifica e si ripara: conformandoci a Cristo, desiderando Dio come nostra vera patria, cantando la magnifica bellezza della vita, animando la fraternità, facendoci compagni del cammino degli uomini.
    La consegna di Francesco nasce dal suo morire ed è, per questo, insieme libera ed esigente. Non lascia un programma, ma un esempio da imitare, una direzione: con quel «ve lo insegni Cristo» affida ai frati la fiducia di chi sa di non essere indispensabile e proprio, per questo, li rende responsabili. Muore povero, senza più nulla da trattenere, e ci mostra il «coraggio dell’essenziale», come ci ricorda papa Leone XIV: dinanzi alla morte cade ciò che è accessorio e resta l’amore ricevuto e donato. Chi ha imparato a chiamare «sorella» la morte non teme più ciò che appare ostile. Oggi, in un tempo segnato dalla paura dell’altro, della sofferenza e della fine, ci è chiesto lo stesso coraggio: per amore di Gesù Cristo, trasformare la paura in alleanza e riconoscere un fratello e una sorella in chi muore, in chi è scartato. Questa è la riparazione della Chiesa che Francesco ci affida morendo: ricostruirla ogni giorno nella prossimità, nella custodia e nella cura. Sempre lasciando che la fede in Gesù Cristo trasfiguri il vivere e il morire, l’amare, il lavorare e il soffrire.
    Interceda per noi Francesco, «veramente più santo tra i santi, e tra i peccatori come uno di loro» (1Cel 83).

 

La CEI in preghiera per la pace

Gio, 01/10/2026 - 14:54

Unirsi nella preghiera per chiedere il silenzio delle armi e invocare la riconciliazione tra i popoli. Accogliendo l’appello lanciato da Papa Leone XIV durante il recente viaggio apostolico in Francia, la Segreteria Generale della CEI ha deciso di promuovere un momento quotidiano di preghiera. Per tutto il mese di ottobre, i direttori e il personale degli Uffici e dei Servizi, degli Organismi e delle Istituzioni collegate si ritroveranno alle 12, nelle cappelle delle diverse sedi della CEI, per la recita dell’Angelus. Un momento di preghiera condivisa per affidare a Maria, Regina della pace, le sofferenze dei popoli segnati dai conflitti e unirsi alla supplica “perché l’umanità formi una sola famiglia, unita nel vincolo della carità fraterna”.
“Un gesto semplice come la preghiera dell’Angelus, a mezzogiorno, ci permette di sentirci in comunione con tutta la Chiesa per invocare la pace e costruire ponti”, sottolinea mons. Gianluca Marchetti, Sottosegretario. “Di fronte a situazioni complesse – aggiunge – ci sembra impossibile fare qualcosa, ma possiamo invece creare percorsi di preghiera, farci vicini alle vittime e anche ai carnefici perché si convertano. Gli interessi che alimentano i conflitti portano morte e distruzione, generando molta sofferenza a vantaggio di pochi, specialmente i costruttori di armi. Dobbiamo ricordarci che la pace comincia da ciascuno di noi, costruendo ponti dentro il nostro cuore”.

“Magnifica Humanitas”: le iniziative degli Uffici e Servizi della CEI

Mer, 30/09/2026 - 11:54

Dalla pastorale giovanile alla comunicazione, dalla tutela dei minori alla salute fino all’ecologia integrale: un programma di incontri, percorsi formativi e iniziative per approfondire i temi dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV e tradurli nella vita delle comunità ecclesiali. È la proposta degli Uffici e Servizi della Segreteria Generale della CEI per il 2026-2027, con l’obiettivo di accompagnare le Chiese locali nelle trasformazioni legate all’intelligenza artificiale, mettendo al centro la dignità della persona, le relazioni e il bene comune.

Il calendario si apre il 1° ottobre con “Edificare la città”, il ciclo di quattro webinar promosso dal Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile. Rivolto a incaricati, équipe diocesane, educatori, animatori, insegnanti e operatori pastorali, il percorso invita a riflettere su come costruire una città capace di custodire la persona, le relazioni e la dignità umana. Gli incontri, in programma il 1°, l’8, il 21 e il 29 ottobre, vedranno gli interventi di Bruno Bignami, Christian Barone, Alessandra Carenzio e Samuele Ferrari.

Alla comunicazione e all’intelligenza artificiale sono dedicate le proposte dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e del Servizio Informatico della CEI. Dal 5 al 28 ottobre, “Custodire l’umano: cinque sguardi sull’IA” offrirà altrettanti appuntamenti online per approfondire le implicazioni sociali, etiche, giuridiche e pastorali delle nuove tecnologie. Interverranno Antonio Cisternino, Christian Barone, Adriano Fabris, Marisa Marraffino e Luca Peyron. Nei primi mesi del 2027 è inoltre previsto il primo workshop nazionale sulla comunicazione ecclesiale, dedicato alla valorizzazione delle tecnologie pastorali e dell’IA generativa, alla cura delle relazioni e all’educazione a un uso equilibrato dei media. Sempre nel 2027, in collaborazione con l’Associazione WebCattolici Italiani (WeCa), saranno messi a disposizione delle diocesi e delle regioni ecclesiastiche che ne faranno richiesta sei percorsi formativi, in presenza o a distanza, dedicati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, alla sicurezza dei dati, agli strumenti di collaborazione, alla comunicazione digitale e alle responsabilità giuridiche.

La cura della persona e delle relazioni è al centro anche delle iniziative dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute. Quattro incontri online, in programma dall’8 al 29 ottobre, approfondiranno il tema “L’uomo fiorisce attraverso il limite”, con gli interventi di Luca Bressan, Alberto Carrara, Maurizio Gronchi e Domenico Storri. Il percorso proseguirà nel 2027 con la preghiera di ringraziamento per i curanti, prevista il 5 febbraio, la XXXV Giornata Mondiale del Malato dell’11 febbraio e un convegno con le Federazioni Nazionali degli Ordini professionali sanitari, il 16 febbraio. Dal 28 aprile al 6 maggio, a Brescia, si terrà inoltre il Convegno nazionale di pastorale della salute, dedicato al tema “Il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità”.

Sul versante educativo, il Servizio Nazionale per la tutela dei minori promuove il volume “Custodire l’umano nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Educare al digitale tra rischi e opportunità”, curato da Chiara Griffini ed Emanuela Vinai, in uscita nel 2027 per le Edizioni San Paolo. La pubblicazione intende offrire a genitori, sacerdoti, educatori e operatori pastorali strumenti per accompagnare i più giovani verso una presenza digitale consapevole, rispettosa e attenta alla qualità delle relazioni.

L’ecologia integrale nell’era dell’IA è invece il filo conduttore del corso nazionale promosso da Caritas Italiana, Focsiv e Fondazione Lanza. Articolato in otto appuntamenti online, dal 21 settembre 2026 al 25 gennaio 2027, il percorso affronta le questioni dell’economia, delle migrazioni climatiche e delle politiche per la natura, intrecciando riflessione ed esperienze concrete per accompagnare comunità e parrocchie nella trasformazione ecologica e sociale. Dopo l’incontro inaugurale dedicato all’enciclica, il programma prosegue con approfondimenti sull’economia del bene comune, il cibo, i cambiamenti climatici, la tutela dei territori e le prospettive dei negoziati internazionali sul clima.

Completa il programma “Il cantiere del nostro tempo”, la proposta formativa della Segreteria Generale della CEI rivolta ai direttori, agli aiutanti di studio, ai collaboratori degli Uffici e Servizi e al personale della CEI e degli organismi collegati. Due incontri, il 27 ottobre 2026 con Andrea Ciucci e il 23 febbraio 2027 con Massimo Chiriatti, approfondiranno le prospettive dell’enciclica e le ricadute ecclesiali, culturali, sociali ed economiche dell’intelligenza artificiale.

A Roma il Convegno nazionale degli Uffici catechistici diocesani

Ven, 25/09/2026 - 11:05

Come accompagnare i cambiamenti che attraversano l’esistenza e fare della vita quotidiana un luogo nel quale annunciare e testimoniare il Vangelo? È la prospettiva al centro di “Abitare i passaggi di vita”, il Convegno nazionale degli Uffici catechistici diocesani, in programma dal 25 al 27 settembre a Roma, presso l’Hotel Roma Aurelia Antica.
Tre giornate di ascolto, approfondimento e confronto dedicate alle trasformazioni che segnano la vita delle persone e delle comunità e alle sfide che queste pongono alla catechesi. “Vogliamo riflettere sulle situazioni e sui cambiamenti antropologici per individuare la postura migliore per un rinnovato annuncio del Vangelo, offrendo chiavi di lettura alla luce della Parola e della teologia. Abbiamo la necessità di recuperare un atteggiamento maggiormente missionario e di imparare a riconoscere i modi attraverso i quali lo Spirito oggi si fa presente a noi e ci chiede di favorire un cambiamento”, sottolinea don Alberto Zanetti, direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale. L’obiettivo del Convegno è dunque quello di “aiutare i direttori e le équipe degli Uffici catechistici diocesani a fare la fatica della ricerca: non offrire risposte pronte, ma interrogarsi, imparare a leggere il proprio territorio e discernere quali pratiche ecclesiali e catechistiche possano meglio rispondere alla realtà”. Ecco allora che, evidenzia don Zanetti, “in queste giornate condivideremo delle domande, non delle risposte, perché esse sono il frutto del discernimento che ogni équipe è chiamata a fare nel proprio contesto”.
“Il mondo dell’Ufficio catechistico normalmente è legato a quello dei bambini, mentre il suo compito primo è in riferimento agli adulti”, afferma il direttore CEI ricordando che “la catechesi riguarda tutti gli ambiti della vita: agli Uffici catechistici vogliamo quindi consegnare una visione più ampia del loro compito”.

I lavori, venerdì 25, si apriranno con il saluto di don Zanetti e con l’introduzione di Mons. Valentino Bulgarelli, già Direttore dell’Ufficio CEI. Dopo l’ascolto della Parola, guidato da don Paolo Mascilongo, referente diocesano per l’Apostolato Biblico di Piacenza-Bobbio, il teologo Pierangelo Sequeri approfondirà il tema “La vita quotidiana come luogo teologico”. Nel pomeriggio, Nicoletta Pavesi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenterà “Il Pastoral Familens: un modello di valutazione pastorale”. La giornata si concluderà con Lelio Bonaccorso, autore e fumettista, che proporrà un percorso su “Storie e fumetti per una nuova narrazione”.

Sabato 26 l’attenzione si concentrerà sull’accompagnamento e sul discernimento. Don Roberto Massaro, moralista e docente presso la Facoltà teologica pugliese, interverrà su “Identità in transito. Accompagnare i cambiamenti”, mentre don Giorgio Nacci, moralista e docente presso la stessa Facoltà, si soffermerà su “Discernimento comunitario e mediazione ecclesiali”. Nel pomeriggio spazio ai laboratori sugli ambiti di vita, realizzati in collaborazione con alcuni Uffici e Servizi della CEI. “Si partirà da esperienze concrete nelle quali nasce una conversione, un’apertura al Vangelo, un atto di fede, per comprendere quali situazioni possano essere generative”, spiega don Zanetti.

La giornata conclusiva, domenica 27, allargherà lo sguardo alla Scrittura e all’esperienza di altre Chiese. Don Sebastiano Pinto, biblista e Direttore dell’Ufficio Catechistico Regionale della Puglia, proporrà una riflessione su “Passaggi di vita nella Bibbia: tra fenditure e fioriture”. A seguire don Marco Gallo, liturgista e Direttore dell’Institut Supérieur de Liturgie, presenterà “Comunità vive in una società secolare: il caso della Francia”. Le conclusioni sono affidate a don Zanetti.

Sessione autunnale del Consiglio Permanente: comunicato finale

Mer, 23/09/2026 - 16:43

La responsabilità di trasmettere la fede oggi ha orientato il confronto tra i Vescovi riuniti a Roma, dal 21 al 23 settembre, per la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi. Aprendo i lavori, il Cardinale ha ricordato l’invito rivolto da Papa Leone XIV all’Assemblea Generale di maggio a essere comunità «più libere di annunciare Cristo», perché la priorità resta il Vangelo: un appello che ha attraversato l’intero dialogo, dalla vita missionaria delle comunità a una fede capace di intercettare le domande delle persone e di tradursi in scelte concrete, fino alla verifica pastorale rilanciata, il 18 settembre, dal Santo Padre all’assemblea diocesana di Roma.

Annunciare Cristo, formare alla vita cristiana
“Annunciare Cristo” non è una semplice dichiarazione di intenti, ma l’essenza stessa della vita dei credenti; per questo, hanno sottolineato i Vescovi, occorre interrogarsi su come la fede si trasmetta nel contesto odierno, considerando che tale domanda riguarda anche chi vive assiduamente la vita ecclesiale e non può darsi per acquisita. Alle comunità spetta accompagnare l’incontro con il Signore risorto e aiutare a comprenderne le conseguenze nel modo di pensare, nelle relazioni, nelle responsabilità quotidiane: in quest’ottica, i Vescovi hanno ribadito che l’annuncio non può essere mai astratto, ma capace di vicinanza e ascolto. Ad alimentarlo devono essere la Parola, la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia, in un cammino che chiede continuità e attenzione alle diverse stagioni della vita. Diventano allora fondamentali la formazione del Popolo di Dio, a partire dagli adulti, e una rinnovata cura dell’iniziazione cristiana. Chi si accosta alla fede per la prima volta, o riprende un percorso interrotto, ricorda alle comunità il valore della testimonianza e ne interroga la capacità di accogliere e accompagnare, anche attraverso sacerdoti, consacrati e laici formati all’accompagnamento spirituale. Secondo i Presuli, infatti, è nella vita quotidiana delle comunità, non altrove, che deve farsi riconoscibile l’umanità generata dal Vangelo: una testimonianza che interpella pure le consuetudini legate ai Sacramenti e il loro significato per le famiglie.

Tornare a pensare: una fede pensata e vissuta
Il radicamento a Cristo e la coerenza di vita di fede si intrecciano con lo sguardo sulla realtà, la capacità di rendere ragione della propria speranza in un tempo incline alle semplificazioni. I Vescovi hanno posto l’accento sul valore del pensiero critico, in grado di confrontarsi con le trasformazioni culturali senza smarrirsi in esse; ed è stato naturale, riguardo a tale snodo, il ricordo del Cardinale Camillo Ruini, scomparso lo scorso giugno, e della sua idea di una fede pensata e vissuta, che sappia generare una proposta culturale riconoscibile.
Riprendendo le parole del Cardinale Presidente nella sua Introduzione, i Vescovi si sono soffermati sul cinquantesimo anniversario del Convegno ecclesiale di Roma su Evangelizzazione e promozione umana, occasione per rileggere, anche attraverso il contributo di Mons. Enrico Bartoletti, domande che restano attuali. Poiché l’annuncio cristiano concerne la dignità della persona e la qualità della convivenza, questo legame va approfondito sul piano teologico e reso concreto nell’impegno dei credenti nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella cultura, nella vita pubblica. Spetta in particolare ai laici portare il pensiero cristiano negli ambienti dove si formano le coscienze e si decide per la collettività.

Cammino sinodale, riforma delle strutture, Assemblea ecclesiale
Con lo stesso spirito di verifica e ripensamento richiamato a proposito di una fede pensata e vissuta, i Vescovi hanno focalizzato l’attenzione anche sulle strutture della Chiesa. Nel percorso di ricezione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, si sono confrontati sul tema della riforma dello Statuto della CEI, presente con proposte concrete sia nel Documento di sintesi dell’Assemblea sinodale, Lievito di pace e di speranza, sia nelle Linee di orientamento pastorale della CEI, Radicati e costruiti in Cristo. In entrambi i testi viene rilevata la necessità di riformare le “strutture” della Chiesa perché siano più funzionali alla sua missione; oltre agli Organismi diocesani e parrocchiali, si parla espressamente della CEI. Il Consiglio Permanente ha dunque deciso di avviare un percorso di riflessione e approfondimento che porti a individuare criteri di una possibile riforma. L’intento è delineare un quadro entro il quale collocare quei cambiamenti dello Statuto che parranno più opportuni, senza dimenticare le specifiche competenze, in materia, della Santa Sede. Questo processo sarà articolato in diverse tappe per giungere alla formulazione di alcune proposte che saranno sottoposte all’Assemblea Generale.
In questo quadro, i Vescovi hanno anche condiviso percorso, finalità e tempistiche che condurranno alle Assemblee del 2027-2028, secondo quanto indicato dalla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi. La prima tappa coinvolgerà le Chiese locali, invitate a un lavoro di verifica e discernimento sulla recezione delle pratiche sinodali, in vista dei successivi passaggi verso l’appuntamento ecclesiale nazionale del 2028.

La vicinanza ai sacerdoti e l’incontro con il Papa
Un’attenzione particolare è stata riservata ai sacerdoti, alla loro vita e alle fatiche che accompagnano il loro ministero. I Vescovi hanno evidenziato l’esigenza di supportarli affinché possano ritrovare, nell’incontro personale con Cristo, la gioia della vocazione e del servizio. In questo cammino, la fraternità presbiterale e la corresponsabilità con i laici sono dimensioni essenziali per accompagnare le persone e costruire comunità vive. È stata inoltre messa in luce l’importanza di proseguire l’ascolto dei sacerdoti attraverso gli Organismi di partecipazione e i momenti di confronto a livello diocesano e regionale. In questa prospettiva si inserisce l’incontro del clero italiano con Papa Leone XIV, in programma a Roma l’11 e il 12 dicembre, nel primo anniversario della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro: un’esperienza di pellegrinaggio, preghiera e fraternità sacerdotale. La veglia dell’11 dicembre, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, attorno ai temi “chiamati, insieme, inviati”, aiuterà i sacerdoti a fare memoria della vocazione e a rinnovare l’appartenenza al presbiterio e lo slancio missionario; il giorno successivo, il 12 dicembre, nella Basilica di San Pietro, l’udienza con il Santo Padre e il rinnovo delle promesse sacerdotali saranno preceduti dalla preghiera delle Lodi e seguiti dalla Celebrazione eucaristica.

Una pace disarmata e disarmante
I Vescovi hanno allargato il loro sguardo anche alla situazione internazionale: nell’ambito della responsabilità pubblica, hanno ribadito l’urgenza di una pace disarmata e disarmante, che interpella le coscienze e chiede un impegno concreto per contrastare le ingiustizie, fermare la violenza e percorrere con determinazione le vie del dialogo. In questa prospettiva assumono un significato particolare due ricorrenze: l’ottavo centenario del transito di san Francesco e il quarantesimo anniversario dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986, che ha mostrato la forza del dialogo e il contributo delle religioni alla costruzione della pace. Due anniversari che, per i Vescovi, rappresentano un’occasione per rilanciare le indicazioni della Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante.

La responsabilità educativa e la scuola
Alla responsabilità verso il mondo si affianca quella verso le nuove generazioni: facendo proprie le preoccupazioni espresse dal Cardinale Presidente, il Consiglio Permanente si è soffermato sulla responsabilità educativa che coinvolge famiglie, scuola e comunità cristiane e sulla necessità di offrire ai giovani, adulti capaci di ascoltarli, accompagnarli nella ricerca della verità e sostenerli nel maturare scelte consapevoli. In particolare, i Vescovi hanno riaffermato l’importanza di custodire la capacità di pensare, assicurando tempo e spazio allo studio, al confronto e alla costruzione del senso critico. In questo percorso, anche le opportunità offerte dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale devono essere poste al servizio della crescita della persona, senza perdere di vista il ruolo insostituibile degli insegnanti e l’esigenza di contrastare le disuguaglianze educative.

La cura della persona nel fine vita
Nella stessa attenzione alle fragilità, che riguarda anche i più giovani, si inserisce il confronto sul fine vita, che ha posto al centro un impegno culturale e formativo capace di affrontarne la complessità e di promuovere la cura della persona. Nel ribadire la contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito, i Vescovi hanno sottolineato la distinzione tra il rifiuto dell’accanimento terapeutico e l’intenzione di procurare la morte: la dignità della persona chiede accompagnamento, sollievo dalla sofferenza, sostegno alle famiglie, perché nessuno sia lasciato solo o si senta un peso.
In questa prospettiva, il Consiglio ha insistito sulla conoscenza e la diffusione delle cure palliative e della terapia del dolore anche dentro le comunità cristiane, e su un maggiore coinvolgimento degli operatori sanitari e delle associazioni professionali cattoliche. È stata inoltre rilevata l’urgenza di approfondire, alla luce della fede, le questioni poste dalle trasformazioni che la tecnica introduce nel nascere e nel morire, nella certezza che la formazione delle coscienze e il dialogo con il mondo della sanità e con le istituzioni possono contribuire a un confronto pubblico più consapevole e alla diffusione di una cultura della cura.

Comunicazioni
Congresso Eucaristico. Il Consiglio Episcopale Permanente ha approvato il tema del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, in programma a Orvieto dal 23 al 26 settembre 2027: “Unum corpus, multi sumus. L’Eucaristia segno di unità e fermento di pace”. L’appuntamento, pensato non come un grande evento ma come un tempo forte di preghiera, riflessione e carità, manterrà il focus sulla sinodalità, quale espressione della comunione ecclesiale che trova nell’Eucaristia la sua forma e la sorgente della missione. Al centro anche la pace, bene prezioso e fragile da affidare alla preghiera e all’adorazione. Il cammino di preparazione, che prenderà avvio con l’incontro dei delegati diocesani l’11 e il 12 ottobre a Orvieto, sarà accompagnato da un sussidio liturgico-pastorale.

Tribunali ecclesiastici. Ai Vescovi è stata illustrata l’attività dei Tribunali Ecclesiastici in materia di nullità matrimoniale in relazione alla ripartizione dei contributi. Il 2026 è l’ottavo anno di applicazione della revisione delle Norme circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici italiani in materia di nullità matrimoniale. È stato presentato un quadro del servizio dei Tribunali operanti in Italia, con alcuni dati riguardanti il costo medio delle cause e il fondo per i meno abbienti.

Adempimenti
I Vescovi hanno approvato il programma dell’Assemblea Generale straordinaria, in programma ad Assisi dal 23 al 26 novembre prossimi.
È stato dato poi il via libera ad alcune proposte di riforma da sottoporre all’Assemblea Generale in materia di sostentamento del clero, riguardanti in particolare la revisione della Delibera 58 e la riorganizzazione degli Statuti degli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero. Inoltre, il Consiglio Permanente ha innalzato a 13,65 euro il valore del punto per il calcolo del sostentamento del clero relativo al 2026. Tale incremento, pari al 2%, rimane tuttavia nettamente inferiore all’aumento del costo della vita registrato negli ultimi anni. ‎ Il valore attuale, di 13,38 euro, era stato stabilito nel 2024.

Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto alla nomina dei membri delle Commissioni Episcopali, i cui Presidenti erano stati eletti nel corso dell’Assemblea Generale tenuta nel maggio 2026. Di ciascuna Commissione Episcopale fa parte un Vescovo emerito, indicato dalla Presidenza.
Le Commissioni Episcopali per il quinquennio 2026-2031 risultano così composte:

– Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi
BATTOCCHIO S.E.R. Mons. Riccardo, Vescovo di Vittorio Veneto, Presidente; ANDREOZZI S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Fano – Fossombrone – Cagli – Pergola; BELLANDI S.E.R. Mons. Andrea, Arcivescovo di Salerno – Campagna – Acerno; CASTELLUCCI S.E.R. Mons. Erio, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola e Vescovo di Carpi; CROCIATA S.E.R. Mons. Mariano, Vescovo di Latina – Terracina – Sezze – Priverno; GISANA S.E.R. Mons. Rosario, Vescovo di Piazza Armerina; GIUSTI S.E.R. Mons. Simone, Vescovo di Livorno; MIGLIAVACCA S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Arezzo – Cortona – Sansepolcro; NERI S.E.R. Mons. Francesco, ofm Cap, Arcivescovo di Otranto; SORRENTINO S.E.R. Mons. Domenico, Arcivescovo-Vescovo emerito di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno.

– Commissione Episcopale per la liturgia
MANIAGO S.E.R. Mons. Claudio, Arcivescovo di Catanzaro – Squillace, Presidente; FALLICA P. Ab. Antonio Luca, osb, Abate Ordinario di Montecassino; LA PLACA S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Ragusa; MARINI S.E.R. Mons. Guido, Vescovo di Tortona; MEINI S.E.R. Mons. Mario, Vescovo emerito di Fiesole; MORFINO S.E.R. Mons. Mauro Maria, sdb, Vescovo di Alghero – Bosa; SACCHI S.E.R. Mons. Gianni, Vescovo di Casale Monferrato; VEZZOLI S.E.R. Mons. Ovidio, Vescovo di Fidenza.

– Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute
AMBARUS S.E.R. Mons. Benoni, Arcivescovo di Matera – Irsina e Vescovo di Tricarico, Presidente; BRUNETTI S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Alba; CORAZZA S.E.R. Mons. Livio, Vescovo di Forlì – Bertinoro; DE LUCA S.E.R. Mons. Antonio, cssr, Vescovo di Teggiano – Policastro; PISANELLO S.E.R. Mons. Vincenzo, Vescovo di Oria; REGATTIERI S.E.R. Mons. Douglas, Vescovo emerito di Cesena – Sarsina; RICCIARDI S.E.R. Mons. Paolo, Vescovo di Jesi; TREVISI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Trieste.

– Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata
BENEDUCE S.E.R. Mons. Francesco, si, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente; BRESCIANI S.E.R. Mons. Carlo, Vescovo emerito di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto; CEVOLOTTO S.E.R. Mons. Adriano, Vescovo di Piacenza – Bobbio; D’ASCENZO S.E.R. Mons. Leonardo, Arcivescovo di Trani – Barletta – Bisceglie; DIANIN S.E.R. Mons. Giampaolo, Arcivescovo di Gorizia; GIOMBANCO S.E.R. Mons. Guglielmo, Vescovo di Patti; INTINI S.E.R. Mons. Giovanni, Arcivescovo di Brindisi – Ostuni; REGA S.E.R. Mons. Stefano, Vescovo di San Marco Argentano – Scalea.

– Commissione Episcopale per il laicato
TREMOLADA S.E.R. Mons. Pierantonio, Vescovo di Brescia, Presidente; D’ANGELO S.E.R. Mons. Antonio, Arcivescovo di L’Aquila; FARINELLA S.E.R. Mons. Roberto, Vescovo di Biella; FAVALE S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Conversano – Monopoli; ISACCHI S.E.R. Mons. Gualtiero, Arcivescovo di Monreale; LAMBIASI S.E.R. Mons. Francesco, Vescovo emerito di Rimini; RAIMONDI S.E.R. Mons. Giovanni Luca, Vescovo ausiliare di Milano; VARI S.E.R. Mons. Luigi, Arcivescovo di Gaeta.

 – Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita
GIORDANO S.E.R. Mons. Bernardino, Vescovo di Grosseto e di Pitigliano – Sovana – Orbetello, Presidente; LAGNESE S.E.R. Mons. Pietro, Arcivescovo di Capua e Vescovo di Caserta; NAPOLIONI S.E.R. Mons. Antonio, Vescovo di Cremona; PASCARELLA S.E.R. Mons. Gennaro, Vescovo emerito di Pozzuoli e di Ischia; PICCINONNA S.E.R. Mons. Vito, Vescovo di Rieti; SALERA S.E.R. Mons. Daniele, Vescovo di Ivrea; SALVUCCI S.E.R. Mons. Sandro, Arcivescovo di Pesaro e di Urbino – Urbania – Sant’Angelo in Vado; SOLMI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Parma.

– Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese
PRASTARO S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Asti, Presidente; ALBERTI S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Oppido Mamertina – Palmi; AUTUORO S.E.R. Mons. Michele, Arcivescovo di Benevento; BRUGNOTTO S.E.R. Mons. Giuliano, Vescovo di Vicenza; FERRETTI S.E.R. Mons. Giorgio, Arcivescovo di Foggia – Bovino; GAMBELLI S.E.R. Mons. Gherardo, Arcivescovo di Firenze; SANTORO S.E.R. Mons. Filippo, Arcivescovo emerito di Taranto; VEGEZZI S.E.R. Mons. Giuseppe Natale, Vescovo ausiliare di Milano.

– Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo
CASTELLO S.E.R. Mons. Gaetano, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente; ACCROCCA S.E.R. Mons. Felice, Arcivescovo-Vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno; CANNISTRÀ S.E.R. Mons. Saverio, ocd, Arcivescovo di Pisa; MARCIANÒ S.E.R. Mons. Santo, Arcivescovo-Vescovo di Frosinone – Veroli – Ferentino e di Anagni – Alatri; NIN GÜELL S.E.R. Mons. Manuel, osb, Esarca Apostolico di Santa Maria di Grottaferrata; PALLETTI S.E.R. Mons. Luigi Ernesto, Vescovo di La Spezia – Sarzana – Brugnato; PAOLUCCI BEDINI S.E.R. Mons. Luciano, Vescovo di Gubbio e di Città di Castello; SPREAFICO S.E.R. Mons. Ambrogio, Vescovo emerito di Frosinone – Veroli – Ferentino e di Anagni – Alatri.

– Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università
GIANOTTI S.E.R. Mons. Daniele, Vescovo di Crema, Presidente; CAMPIOTTI S.E.R. Mons. Roberto, Vescovo di Volterra; CASCIO S.E.R. Mons. Pasquale, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia; LAMBA S.E.R. Mons. Riccardo, Arcivescovo di Udine; MARANGONI S.E.R. Mons. Renato, Vescovo di Belluno – Feltre; MOSCIATTI S.E.R. Mons. Giovanni, Vescovo di Imola; PANZETTA S.E.R. Mons. Angelo Raffaele, Arcivescovo di Lecce; RONCARI S.E.R. Mons. Gianni, ofm Cap, Vescovo emerito di Grosseto e di Pitigliano – Sovana – Orbetello; SODDU S.E.R. Mons. Francesco Antonio, Arcivescovo di Sassari; Torriani S.E.R. Mons. Alberto, Arcivescovo di Crotone – Santa Severina.

– Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace
TOMASI S.E.R. Mons. Michele, Vescovo di Treviso, Presidente; AIELLO S.E.R. Mons. Arturo, Vescovo di Avellino; Battaglia S.Em. Card. Domenico, Arcivescovo di Napoli; DAMIANO S.E.R. Mons. Alessandro, Arcivescovo di Agrigento; DE ANGELIS S.E.R. Mons. Raffaele, Vescovo di Piana degli Albanesi; GIRAUDO S.E.R. Mons. Alessandro, Vescovo ausiliare di Torino; RUZZA S.E.R. Mons. Gianrico, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia e di Porto – Santa Rufina; TASCA S.E.R. Mons. Marco, ofm Conv., Arcivescovo di Genova; TISI S.E.R. Mons. Lauro, Arcivescovo di Trento; TOSO S.E.R. Mons. Mario, sdb, Vescovo emerito di Faenza – Modigliana.

– Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali
BENEVENTI S.E.R. Mons. Domenico, Vescovo di San Marino – Montefeltro, Presidente; AMBROSIO S.E.R. Mons. Gianni, Vescovo emerito di Piacenza – Bobbio; LOMANTO S.E.R. Mons. Francesco, Arcivescovo di Siracusa; LOVIGNANA S.E.R. Mons. Franco, Vescovo di Aosta; MAFFEIS S.E.R. Mons. Ivan, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve; MORANDI S.E.R. Mons. Michele, Vescovo di Faenza – Modigliana; PACCOSI S.E.R. Mons. Giovanni, Vescovo di San Miniato; RUSSO S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti; SANGUINETI S.E.R. Mons. Corrado, Vescovo di Pavia; SPINA S.E.R. Mons. Angelo, Arcivescovo di Ancona – Osimo.

– Commissione Episcopale per le migrazioni
LOREFICE S.E.R. Mons. Corrado, Arcivescovo di Palermo, Presidente; CHECCHINATO S.E.R. Mons. Giovanni, Arcivescovo di Cosenza – Bisignano; DI TORA S.E.R. Mons. Guerino, Vescovo già ausiliare di Roma; FANELLI S.E.R. Mons. Ciro, Vescovo di Melfi – Rapolla – Venosa; GHIZZONI S.E.R. Mons. Lorenzo, Arcivescovo di Ravenna – Cervia; MIRAGOLI S.E.R. Mons. Egidio, Vescovo di Mondovì; SALVI S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Civita Castellana; SPARAPANI S.E.R. Mons. Stefano, Vescovo ausiliare di Roma.

Il Consiglio Episcopale Permanente ha proceduto inoltre alle seguenti nomine:

– Consiglio per gli Affari Giuridici: MIGLIAVACCA S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Arezzo – Cortona – Sansepolcro, Presidente; DI PIETRO S.E.R. Mons. Cesare, Vescovo di Locri – Gerace; GIOMBANCO S.E.R. Mons. Guglielmo, Vescovo di Patti; MIRAGOLI S.E.R. Mons. Egidio, Vescovo di Mondovì; PAVANELLO S.E.R. Mons. Pierantonio, Vescovo di Adria – Rovigo: Membri.

 – Vescovi membri della Presidenza della Caritas Italiana: RICCIARDI S.E.R. Mons. Paolo, Vescovo di Jesi; TREVISI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Trieste.

– Collegio dei Revisori dei Conti della Conferenza Episcopale Italiana: MINIERO S.E.R. Mons. Ciro, Arcivescovo di Taranto, Presidente; VACCARI S.E.R. Mons. Mario, ofm, Vescovo di Massa Carrara – Pontremoli; CERETTA Dott.ssa Vanna.

– Presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto: LOVIGNANA S.E.R. Mons. Franco, Vescovo di Aosta.

 – Assistente ecclesiastico centrale del settore adulti dell’Azione Cattolica Italiana (ACI): PIERPAOLI Don Francesco (Fano – Fossombrone – Cagli – Pergola).

– Animatore spirituale nazionale dell’Associazione “Cursillos di Cristianità in Italia”: ARENA P. Luigi, msscc.

– Assistente ecclesiastico nazionale della Gioventù Operaia Cristiana (GIOC): LUCENTE P. Antonio Teodoro, csi.

– Presidente della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia: SARDELLONE Dott. Augusto.

* * *

La Presidenza della CEI, nella riunione del 21 settembre 2026, ha nominato Membri del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto:
FRANCESCHINI Don Luca, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, Membro di diritto;

– Sezione Beni culturali:
GAIARDI Mons. Gianluca (Cremona), Rappresentante dell’area Italia settentrionale; POLIDORI Arch. Alessandro, Rappresentante dell’area Italia centrale; SIMONE Don Francesco (Taranto), Rappresentante dell’area Italia meridionale; SISTI Dott.ssa Barbara, BARBISAN Don Paolo (Treviso);

– Sezione Edilizia di culto:
POSENATO Don Enrico (Vicenza), Rappresentante dell’area Italia settentrionale; LARI Don Antonio (Firenze), Rappresentante dell’area Italia centrale; MARTINO Ing. Paolo, Rappresentante dell’area Italia meridionale; MC MANUS Prof. Kevin; BERERA Dott. Giovanni; GIARDINA Don Alberto, Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale, Membro di diritto.

 

 

 

 

Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone

Lun, 21/09/2026 - 16:24

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 21-23 settembre 2026).

Cari Confratelli,

ci ritroviamo in questo Consiglio Episcopale Permanente, rinnovato in larga misura dall’elezione dei nuovi Presidenti delle Commissioni Episcopali nell’Assemblea Generale di maggio. Diamo il benvenuto a mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona-Noli, eletto Presidente della Conferenza Episcopale Ligure. Il nostro incontrarci è sempre arricchente: le tante angolature diverse si completano e ci offrono gli elementi per un discernimento sapiente e per decisioni evangeliche e coraggiose. Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente per rispondere alle attese che ci sono state affidate dal Cammino sinodale, per una Chiesa che sia arca di salvezza nel mare minaccioso di questo mondo. Papa Leone XIV ha ricordato che «sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo» (Discorso, 22 agosto 2026). È lo spirito con cui desideriamo vivere questo Consiglio Permanente: tra i vari impegni del suo mandato, c’è quello prioritario di dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte sono già in cantiere nelle singole Diocesi e in parte allo studio della CEI, compresa la riforma dello Statuto.

Siamo, infatti, convinti che ascoltarci, condividere le responsabilità, cercare insieme come servire le nostre Chiese sono parte dell’annuncio, non una sua premessa organizzativa. La comunione che viviamo rende credibile la parola che rivolgiamo agli altri, genera e rigenera la nostra decisiva unità. Gesù prega «perché tutti siano una sola cosa; […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità non serve a proteggerci dal mondo: è un dono per raggiungerlo con il Vangelo. Avviene anche il contrario: i discepoli discutono su chi è il più grande e il Signore resta solo. La comunione con il Successore di Pietro e tra noi Vescovi chiede di diventare cura vicendevole, disponibilità a portare insieme le fatiche, libertà di parlare con franchezza senza smettere di ascoltare. La comunione è la nostra forza, che fa vivere come nostre le gioie o le sofferenze dei fratelli (cfr. Gaudium et spes, 1). In una società di legami così deboli e dove è facile separarsi, una Chiesa fedele all’amore, che impara a volersi bene e a camminare insieme, diventa un faro di speranza che rende concreto l’amore di Dio. Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone.

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Desidero ricordare con riconoscenza e affetto il cardinale Camillo Ruini, che il Signore ha chiamato a sé il 16 giugno scorso. La nostra Conferenza gli deve molto: l’ha servita a lungo, prima come Segretario Generale e poi come Presidente, accompagnando le nostre Chiese in anni di profondi cambiamenti. Ricordo personalmente il suo affettuoso incoraggiamento, i suoi consigli puntuali e intelligenti, quando iniziai il mio servizio come Presidente. Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo. Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al Successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo. Non vogliamo disperdere questa dedizione. Lo affidiamo al Signore risorto con la gratitudine di una famiglia che non dimentica e vive la pienezza della comunione in Cristo.

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Un annuncio mai disincarnato
Il nostro pensiero va a papa Leone XIV, al quale rinnoviamo l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche attraverso le visite nei territori italiani. All’Assemblea Generale di maggio ci ha ricordato che «la priorità è il Vangelo» (da qui «il coraggio dell’essenziale») e ci ha chiesto di essere «comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» (Discorso, 28 maggio 2026). Possiamo spendere tante energie per custodire ciò che abbiamo ma mai perdere di vista le persone alle quali siamo mandati! È il rischio di cercare formule e non relazione, di curare più l’organizzazione che l’incontro con il Vangelo e la trasmissione della fede attraverso i legami di amicizia e l’esperienza. Non smettiamo di guardare con la compassione di Gesù il dolore e la stanchezza della folla dove siamo inviati e alla quale la nostra vita è intimamente unita. Non si è Chiesa di Gesù senza la “folla”! L’annuncio non è mai disincarnato: raggiunge le persone nelle loro domande vere, nel lavoro, nello studio, negli affetti, nelle preoccupazioni quotidiane. Ha bisogno, quindi, di farsi dialogo, conoscenza, interiorità, cultura, rapportandosi con la ricerca scientifica, l’arte, la politica, con tutto ciò attraverso cui gli uomini comprendono sé stessi e costruiscono il futuro. Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta. Ci è chiesto di incontrare, di ascoltare, di lasciarci interrogare: la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio e facilmente finiamo per giudicare come il fratello maggiore della parabola o i lavoratori della prima ora che abbiamo ascoltato ieri.

A Pavia il Santo Padre ci ha richiamato all’interiorità con sant’Agostino: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (Omelia, 20 giugno 2026). Quanto ne abbiamo bisogno anche noi! Presi dalle urgenze, rischiamo di trascurare la relazione con il Signore che dà senso al nostro servizio e ci chiede di parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca. Anche il dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere ragione della propria speranza. È la stessa fede che diventa accoglienza e carità operosa, come ci ricorda santa Francesca Cabrini, della quale il Papa ha venerato il cuore a Sant’Angelo Lodigiano. A Lampedusa, rileggendo la parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10, 25-37), ce ne ha indicato la concretezza: «Prossimi ci si fa, prossimo si diventa» (Omelia, 4 luglio 2026). Non basta sapere chi è il nostro prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella vita. Altrimenti si resta virtuali, coinvolti nel misero e pericoloso gioco delle polarizzazioni, amanti di categorie astratte e poco della vita, convinti che sia sufficiente offrire definizioni, finendo per leggere solo in maniera malevola i problemi senza cogliere le straordinarie opportunità che il Signore ci offre.

Le nostre comunità, piccole e grandi, nelle aree interne o nelle grandi città, senza apparire, accompagnano chi arriva, sostengono chi è solo, aiutano a ricominciare, restano vicine a chi è nella sofferenza. In questa fedeltà quotidiana, il Vangelo, cioè la verità che è sempre Cristo e l’incontro con Lui, diventa comprensibile anche a chi è lontano dalla Chiesa. Ma la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui. Anche la libertà, a cui il Santo Padre ha fatto riferimento a San Marino, si misura nella responsabilità verso gli altri, nel primato della coscienza, nella capacità di donarsi. A questa libertà dobbiamo educare. Il bene non cresce tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la vita, accettando la fatica dell’incontro. È l’impegno educativo rilanciato dal Papa al Meeting di Rimini: accompagnare, suscitare domande, testimoniare una fede che attrae perché rende più umana l’esistenza.

Vorrei poi sottolineare un tassello importante che il Papa ha indicato alla Chiesa di Roma, ovvero la verifica pastorale. E ne ha tracciato anche alcune attenzioni distinte, ma in un unico dinamismo: «Incontrare Cristo e farlo incontrare»; «generare comunità»; «abitare e servire la città»; «la formazione del Popolo di Dio». «Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo – ha spiegato Leone XIV –, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità» (Discorso, 18 settembre 2026).

Infine, ritengo opportuno ricordare ancora la lettura del nostro mondo che papa Leone ci ha offerto con la sua Enciclica Magnifica humanitas (Mh), che rappresenta un punto di partenza per riflessioni ulteriori nella nostra realtà. È una bussola preziosa in momenti in cui si è, tante volte, umanamente e intellettualmente spaesati. Non possiamo, come è accaduto anche con rilevanti documenti dei Papi, lasciarla cadere o collocarla tra tanti altri discorsi o ridurla ad un richiamo rituale o consumarla senza assumerne i contenuti. Il Papa ci ha proposto «una lettura della storia alla luce della fede» (Mh, 45). «La storia – ha scritto – è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli» (Mh, 22).

La testimonianza di Francesco di Assisi
Siamo alla vigilia degli ottocento anni del transito di san Francesco, nostro patrono insieme a santa Caterina da Siena. Insieme, come Chiesa italiana, lo celebreremo ad Assisi il 4 ottobre prossimo. La sua testimonianza, nonostante gli otto secoli trascorsi, parla ancora con incredibile attualità, perché è l’uomo del Vangelo, che ha desiderato in tutto conformarsi a Gesù. Mette sempre al centro Cristo. Il segreto della predicazione del Santo è la semplicità evangelica delle sue parole, offerte con prossimità, umanità, simpatia alla gente del suo tempo e in mezzo alle strade. Non dimentichiamo che la predicazione di san Francesco e dei suoi frati suscitò resistenze non solo in Italia, anche in una parte del clero, perché rappresentava un’altra strada, non controllata o interna alle istituzioni di allora. I Papi furono preveggenti nell’accogliere i doni dello Spirito. Tra Francesco e il popolo italiano c’è qualcosa di profondo e preghiamo che egli possa ispirare, proteggere e benedire l’attrazione di tanti al Vangelo di Gesù. E sappiamo che san Francesco ci spinge in una dimensione universale e non localista, di apertura e non di chiusura, di superamento delle frontiere e non di costruzione di muri perché ci fa vedere nel prossimo, chiunque, il nostro fratello. Certo, il nostro mondo è tanto differente da quello del Santo di Assisi, ma noi speriamo e preghiamo che egli torni tra di noi e ci ispiri. A San Damiano, il Crocifisso chiede: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando?», invitandolo a restaurarla. La risposta è: «Lo farò volentieri, Signore» (3Comp V, 13; FF 1411). Sono parole che restano una domanda aperta anche per noi. Quale Chiesa stiamo restaurando oggi? Non è questione di considerazioni catastrofiche: il Signore la sostiene sempre. È piuttosto un invito a capire se stiamo spendendo le nostre energie per fondarci in Lui e assumere il Vangelo come forma di vita quotidiana. Dalla fede nasce l’amore per il prossimo. Coltivando la relazione personale con il Signore con semplicità e sapienza possiamo essere ogni giorno persone di pace, che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine. C’è bisogno di credenti che, vivendo relazioni autentiche, testimonino nell’amore la presenza di Dio nella storia. È decisivo in questo tempo in cui è avvenuto «un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale» (Mh, 190). Sono parole della recente Enciclica di Leone XIV, che ben colgono i cambiamenti e le minacce dello scenario internazionale, ma anche come esso rischi di sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione. Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande. Solo la pace può garantire la fine di tanti conflitti che insanguinano il mondo, quelli più geograficamente a noi vicini e quelli più lontani o dimenticati.

Il racconto del lupo di Gubbio ricorda il valore della pace politica. In realtà San Francesco può parlare con il lupo proprio perché disarmato e proprio per questo lo disarma. Il suo amore per la pace diventa intelligenza umana e di relazione: negozia lui con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare, cedendo alla tentazione di risolvere i conflitti con le armi. Negozia perché ama la pace, conosce le cause della violenza e cerca le soluzioni, le crede possibili, le rende praticabili. Crede nelle soluzioni perché disarmato. Non è facile, scontato. Può apparire pericoloso, incauto, qualcuno facilmente lo giudica ingenuo o peggio ancora traditore di Gubbio e dei suoi valori. Dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune: «Io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male» (Fioretti, cap. XXI; FF 1852), dice Francesco al lupo. E fa un «patto della pace»: il lupo promette di non fare più del male agli uomini e, in cambio, gli abitanti di Gubbio si impegnano a nutrirlo e a mantenerlo ogni giorno. Pace, per san Francesco, non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Infatti, non porta il lupo lontano, pensando che questo dia sicurezza a Gubbio e in fondo anche al lupo. Sarebbe stata la soluzione più facile e accettata, ma premessa sempre per nuove violenze. Lo riporta proprio nella città, insegando agli uni e all’altro a vivere insieme, riconciliando, risolvendo le cause della violenza con il pensarsi insieme, ricostruendo la fraternità. Non è un sogno: è l’unica via possibile. Le città e i rapporti sociali non si pacificano senza perdono, che Francesco canta nel Cantico delle creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate et tribulazione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati» (FF 263).

L’incontro con il sultano al-Malik, in epoca di crociate, illumina il rapporto tra fedi religiose diverse. Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero «fratelli tutti»: è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza. Leone XIV ha chiesto ai Vescovi italiani di trasformare ogni comunità in «Casa della pace». Abbiamo rilanciato questo impegno con la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante. Siamo chiamati a convertire le nostre comunità in case di pace e di riconciliazione, senza pretendere di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui ignorando la trave nel nostro (cfr. Mt 7,3-5). Anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo. La nostra credibilità è un tassello per la pace nel mondo. Per questo non smettiamo di sperare e di pregare per la pace, dono per tutti e responsabilità di ciascuno. San Francesco ci illumini in scelte coraggiose per l’umanità, che sta scivolando nella cultura violenta della potenza. Leone XIV ricorda che «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (Mh, 192). Non rassegniamoci a tanta povertà relazionale! Diventiamo costruttori di pace, discepoli autentici di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14). In questo quadro fioriscono «la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (Mh, 119). Questo deve anche farsi cultura di pace. Dalla fede e dal Vangelo sgorga un umanesimo vissuto e pensato, ispiratore di visioni, azioni, cultura. Infatti, in questa società affrettata e che bada ai risultati, bisogna tornare a pensare.

L’attualità dello “spirito di Assisi”
Nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace. Ne indicò il senso: «Il nostro incontro attesta soltanto… che nel grande impegno per la pace, l’umanità… deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse» (Discorso, 27 ottobre 1986). Non un negoziato, ma una testimonianza: riunirsi per pregare per la pace, nel rispetto della fede di ciascuno. Concluse con parole che restano scolpite: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Discorso, 27 ottobre 1986). Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo. Lo abbiamo sperimentato quest’anno firmando il Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale» (25 giugno 2026). Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno. Come ricorda la Nota Un cammino di speranza, pubblicata il 16 settembre, riprendendo le parole di Leone XIV, lo «spirito di Assisi» è stato «suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco», e mostra che «i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato» (n. 36). Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi.

In un tempo di guerre che si moltiplicano, dobbiamo riconoscere quanto siamo peggiorati e ricostruire le infrastrutture di pace che abbiamo lasciato deteriorare. Siamo chiamati a tradurre quei gesti e quelle parole in scelte quotidiane. Ricordare Assisi non è nostalgia: l’annuncio del Vangelo e l’incontro con chi crede diversamente – o non crede – appartengono a un medesimo cammino di prossimità all’uomo.

Il convegno di Roma, cinquant’anni dopo
Nel fare memoria di questo anniversario, ricordiamo anche il cinquantesimo dal primo Convegno Ecclesiale Nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su «Evangelizzazione e promozione umana» (30 ottobre – 4 novembre). Non è un anniversario da archivio. Paolo VI, nell’omelia ai convegnisti, disse forte il “dovere” di tutti i cristiani di comunicare il Vangelo: «Questa è la nostra sorte stupenda e drammatica, quella d’essere coinvolti in un mirabile disegno divino, che ci vuole non solo favoriti e partecipi del regno di Dio, ma testimoni e diffusori altresì; il Vangelo non è un annuncio che si spegne stagnante in chi lo riceve, ma una voce che rimbalza e si fa eco, voce a sua volta, grido!» (Omelia, 31 ottobre 1976). Non era solo un’esortazione, tanto importante ancor oggi, ma un forte invito collocato nella rilettura della “situazione religiosa del nostro Paese”. Riprendendo in mano il documento base di quel convegno, non possiamo non provare stima e ammirazione per la fede e la lucidità di quei Pastori che, allora, posero questioni vitali per il cristianesimo italiano. In particolare, mons. Enrico Bartoletti, Segretario della CEI, uomo della Parola di Dio e scrutatore dei segni dei tempi, che fu l’architetto di quel convegno. Purtroppo, morì pochi mesi prima della celebrazione dell’appuntamento, stroncato da un infarto. È giusto fare memoria di questi maestri che hanno dato tanto alla Chiesa e all’Italia. Dice la lettera agli Ebrei (13,7): «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede». Nel documento preparatorio, firmato da Bartoletti, si legge un’analisi della situazione italiana: «Permane, è vero, una certa tradizione che riconosce ancora alcuni valori cristiani, ma diviene sempre più fragile e meno rilevante. Non sembra, però, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare… anche nel senso che occorre rigenerare in molti che sono e che si dicono cristiani una fede ormai divenuta stanca abitudine e senza alcuna rilevanza nella vita».

Il testo poi nota realisticamente che «l’ambiente cristiano – ci riferiamo alle Parrocchie, alle associazioni, alle varie e molteplici istituzioni –… sta vivendo un momento di crisi e la sua influenza sembra progressivamente ridursi». C’è bisogno di evangelizzare. Non basta un aggiornamento superficiale ma, si legge nel documento, «si avverte la necessità di una fede più profonda e consapevole, soprattutto più interiorizzata, dato il clima culturale nel quale il cristiano è chiamato a vivere». L’Italia è un Paese da evangelizzare! Allora sembrò un’affermazione forte per un Paese di antica cristianizzazione. Ma oggi quell’affermazione, senza divenire uno slogan, è un’eredità e un impegno per noi. In mezzo secolo, il clima culturale, sociale e politico è immensamente cambiato. Ma quei Vescovi avevano centrato la vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni. Si potrebbe anche leggere la situazione italiana in maniera pessimistica e dire che, dal 1976 ad oggi, nonostante gli sforzi di evangelizzazione, la situazione religiosa italiana non ha fatto che declinare e che il numero dei fedeli si è ristretto. Non facciamo nostro questo pessimismo che porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti. Innanzitutto, evangelizzare – scrive l’apostolo Paolo – «è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). Senza nascondere le difficoltà, la storia spirituale del popolo italiano non si fa con le misurazioni di efficacia, ma è qualcosa di più profondo. La Parola di Dio, ascoltata e accolta nel cuore della comunità cristiana, crea una dinamica positiva, animata dallo Spirito, per cui va comunicata, come dice Gesù: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10,27).

Dal primo appuntamento di Roma ha preso avvio il percorso dei successivi Convegni ecclesiali decennali fino al Cammino sinodale: ogni tappa, secondo le forme possibili del momento in cui veniva vissuta, ha segnato uno snodo importante per la nostra storia. In mezzo secolo, la Chiesa ha accompagnato diverse generazioni di italiani e italiane sulla via della fede, parlando al cuore delle persone, promuovendo tante e diverse forme di promozione umana – per usare il linguaggio del 1976 – che è «parte integrante dell’evangelizzazione». In questo, pur essendo molto realisti e consapevoli di quanto resti da fare e anche da correggere, siamo pieni di speranza: l’amore di questo popolo per il Signore Gesù, la venerazione per sua Madre, un rapporto positivo con la Chiesa e i sacerdoti sono vivi. Certo c’è un Paese da evangelizzare! Anche con il passare del tempo e delle generazioni, con la mondializzazione degli orizzonti.

Cinquant’anni dopo, il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità. È questo nesso, non un’esigenza organizzativa, a rendere non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali e per il nostro Statuto. Siamo chiamati a verificare «se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa» (cfr. Radicati e costruiti in Cristo): perché nessuna forma, per quanto giusta e funzionale, valga più della libertà di annunciare il Vangelo. Per fare questo non dobbiamo dimenticare che la principale decisione è l’impulso a rinnovare, con fiducia, l’impegno ad annunciare il Vangelo oggi. È la decisione radicale che ci deve assorbire. Anche in questi tempi, constatiamo che il Vangelo ha una sua forza di attrazione. E siamo grati al Signore che ispira i cuori e illumina le menti! In una grande missione c’è bisogno di tutti! Dobbiamo allargare il nostro sguardo oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle, accogliendo con favore tanti e diversi percorsi di evangelizzazione, di comunità cristiana. È stato sempre così nella storia del nostro Paese. E oggi, in una società complessa o in grandi città, è ancor più necessario che ci siano percorsi differenziati, tutti animati dallo spirito del Vangelo e dal desiderio di spezzare il pane della Parola di Dio. Meditiamo sulla risposta di Mosè a Giosuè. Quest’ultimo diceva rispetto a Eldad e Medad che profetizzavano mossi dalla Spirito ma non erano compresi tra i settanta: «Mosè, mio signore, impediscili!» Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11, 28-29).

La scuola, cantiere del nostro futuro comune
In questi giorni le scuole hanno riaperto i cancelli: tornano domande che riguardano tutti, non solo chi insegna o studia. La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo. Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV indica sfide non più rinviabili (cfr. 143-146). La prima è quella delle disuguaglianze educative. Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. La seconda è pedagogica e riguarda anche il cambiamento tecnologico. L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. A questo sguardo (degli insegnanti) va un grande riconoscimento. La terza sfida è forse la più profonda: custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.

All’inizio dell’anno scolastico non auguriamo soltanto buoni risultati. Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune.

Fine vita, nessuno sia lasciato solo!
In una pagina della Magnifica Humanitas (118), il Santo Padre richiama al senso del limite della nostra umanità, offrendo una preziosa lezione: «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine». La cura della persona ci porta al dibattito sul fine vita che seguiamo con preoccupazione. Come ha ricordato papa Leone al Corpo diplomatico il 9 gennaio 2026, è compito della società civile e delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia. È un richiamo che facciamo nostro con convinzione. In questi giorni due Conferenze Episcopali Regionali (Triveneto e Puglia), come altre in passato, hanno ribadito che non può esistere un «diritto a morire», ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare «un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico». Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. La Chiesa rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati. Per questo, mentre si moltiplicano le iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona e dunque l’intero Paese, auspichiamo un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori. Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre.

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Prima di concludere, mi sembra opportuno richiamare l’intervento delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con una decisione, resa pubblica a fine agosto (ordinanza n. 24778/2026), hanno riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille, stabilendo che la materia che governa la disciplina della gestione delle somme dell’otto per mille è regolata dall’ordinamento della Chiesa. Si tratta del riconoscimento di un principio che si inquadra correttamente nel sistema dei rapporti tra Stato e Chiesa così come previsto nella Costituzione italiana a garanzia del libero svolgimento della missione della Chiesa in Italia. È una conferma importante che, insieme al valore giuridico-amministrativo, rilancia il nostro impegno a rispondere sul piano della «verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse».

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Cari Confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nell’affrontare con umiltà i lavori di queste giornate; la Vergine Maria ci assista e ci protegga sempre!
Recitiamo insieme la preghiera di papa Leone per l’apertura dell’ottavo centenario del transito di san Francesco (Lettera, 7 gennaio 2026): «San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo. Amen».

 

 

 

Consiglio Permanente: dal 21 al 23 settembre a Roma la sessione autunnale

Gio, 17/09/2026 - 13:27

Il Consiglio Episcopale Permanente si riunirà a Roma dal 21 al 23 settembre, presso la sede della CEI (Circonvallazione Aurelia, 50), per la sessione autunnale. I lavori si apriranno lunedì 21, alle ore 16, con l’Introduzione del Cardinale Presidente Matteo Zuppi.

Tra i temi all’ordine del giorno la preparazione dell’incontro del clero italiano con Papa Leone XIV di sabato 12 dicembre e della Veglia di preghiera che lo precederà, nel pomeriggio di venerdì 11. I Vescovi si confronteranno sull’organizzazione di questo doppio evento promosso nel primo anniversario della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, pubblicata in occasione del 60° anniversario dei Decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis.

Il Consiglio Permanente procederà all’elezione dei membri delle Commissioni Episcopali e del Consiglio per gli Affari Giuridici. Proseguirà la riflessione “sull’adeguatezza delle strutture” secondo quanto previsto dalle Linee di orientamento “Radicati e costruiti in Cristo” e dal Documento di sintesi del Cammino sinodale “Lievito di pace e di speranza”.
Nel corso dei lavori sarà presentato, inoltre, il programma dell’83ª Assemblea Generale straordinaria, che si svolgerà ad Assisi dal 23 al 26 novembre. Un focus specifico riguarderà poi il XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà a Orvieto dal 23 al 26 settembre 2027, con la scelta del tema e la presentazione del programma.

Mercoledì 23 settembre, alle ore 15, presso la sede della CEI (Circonvallazione Aurelia, 50), il Segretario Generale, Mons. Giuseppe Baturi, incontrerà i giornalisti a conclusione dei lavori.

Fotografi e operatori tv che intendono effettuare riprese durante l’Introduzione del Cardinale Presidente (lunedì 21 settembre alle ore 16) devono inviare richiesta a media@chiesacattolica.it entro sabato 19 settembre alle ore 12.

I giornalisti e gli operatori media che intendono partecipare all’incontro con il Segretario Generale (mercoledì 23 settembre alle ore 15) devono inviare richiesta a media@chiesacattolica.it entro martedì 22 settembre alle ore 12.

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