Dalla CEI
A Roma il Convegno nazionale degli Uffici catechistici diocesani
Come accompagnare i cambiamenti che attraversano l’esistenza e fare della vita quotidiana un luogo nel quale annunciare e testimoniare il Vangelo? È la prospettiva al centro di “Abitare i passaggi di vita”, il Convegno nazionale degli Uffici catechistici diocesani, in programma dal 25 al 27 settembre a Roma, presso l’Hotel Roma Aurelia Antica.
Tre giornate di ascolto, approfondimento e confronto dedicate alle trasformazioni che segnano la vita delle persone e delle comunità e alle sfide che queste pongono alla catechesi. “Vogliamo riflettere sulle situazioni e sui cambiamenti antropologici per individuare la postura migliore per un rinnovato annuncio del Vangelo, offrendo chiavi di lettura alla luce della Parola e della teologia. Abbiamo la necessità di recuperare un atteggiamento maggiormente missionario e di imparare a riconoscere i modi attraverso i quali lo Spirito oggi si fa presente a noi e ci chiede di favorire un cambiamento”, sottolinea don Alberto Zanetti, direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale. L’obiettivo del Convegno è dunque quello di “aiutare i direttori e le équipe degli Uffici catechistici diocesani a fare la fatica della ricerca: non offrire risposte pronte, ma interrogarsi, imparare a leggere il proprio territorio e discernere quali pratiche ecclesiali e catechistiche possano meglio rispondere alla realtà”. Ecco allora che, evidenzia don Zanetti, “in queste giornate condivideremo delle domande, non delle risposte, perché esse sono il frutto del discernimento che ogni équipe è chiamata a fare nel proprio contesto”.
“Il mondo dell’Ufficio catechistico normalmente è legato a quello dei bambini, mentre il suo compito primo è in riferimento agli adulti”, afferma il direttore CEI ricordando che “la catechesi riguarda tutti gli ambiti della vita: agli Uffici catechistici vogliamo quindi consegnare una visione più ampia del loro compito”.
I lavori, venerdì 25, si apriranno con il saluto di don Zanetti e con l’introduzione di Mons. Valentino Bulgarelli, già Direttore dell’Ufficio CEI. Dopo l’ascolto della Parola, guidato da don Paolo Mascilongo, referente diocesano per l’Apostolato Biblico di Piacenza-Bobbio, il teologo Pierangelo Sequeri approfondirà il tema “La vita quotidiana come luogo teologico”. Nel pomeriggio, Nicoletta Pavesi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presenterà “Il Pastoral Familens: un modello di valutazione pastorale”. La giornata si concluderà con Lelio Bonaccorso, autore e fumettista, che proporrà un percorso su “Storie e fumetti per una nuova narrazione”.
Sabato 26 l’attenzione si concentrerà sull’accompagnamento e sul discernimento. Don Roberto Massaro, moralista e docente presso la Facoltà teologica pugliese, interverrà su “Identità in transito. Accompagnare i cambiamenti”, mentre don Giorgio Nacci, moralista e docente presso la stessa Facoltà, si soffermerà su “Discernimento comunitario e mediazione ecclesiali”. Nel pomeriggio spazio ai laboratori sugli ambiti di vita, realizzati in collaborazione con alcuni Uffici e Servizi della CEI. “Si partirà da esperienze concrete nelle quali nasce una conversione, un’apertura al Vangelo, un atto di fede, per comprendere quali situazioni possano essere generative”, spiega don Zanetti.
La giornata conclusiva, domenica 27, allargherà lo sguardo alla Scrittura e all’esperienza di altre Chiese. Don Sebastiano Pinto, biblista e Direttore dell’Ufficio Catechistico Regionale della Puglia, proporrà una riflessione su “Passaggi di vita nella Bibbia: tra fenditure e fioriture”. A seguire don Marco Gallo, liturgista e Direttore dell’Institut Supérieur de Liturgie, presenterà “Comunità vive in una società secolare: il caso della Francia”. Le conclusioni sono affidate a don Zanetti.
Sessione autunnale del Consiglio Permanente: comunicato finale
La responsabilità di trasmettere la fede oggi ha orientato il confronto tra i Vescovi riuniti a Roma, dal 21 al 23 settembre, per la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi. Aprendo i lavori, il Cardinale ha ricordato l’invito rivolto da Papa Leone XIV all’Assemblea Generale di maggio a essere comunità «più libere di annunciare Cristo», perché la priorità resta il Vangelo: un appello che ha attraversato l’intero dialogo, dalla vita missionaria delle comunità a una fede capace di intercettare le domande delle persone e di tradursi in scelte concrete, fino alla verifica pastorale rilanciata, il 18 settembre, dal Santo Padre all’assemblea diocesana di Roma.
Annunciare Cristo, formare alla vita cristiana
“Annunciare Cristo” non è una semplice dichiarazione di intenti, ma l’essenza stessa della vita dei credenti; per questo, hanno sottolineato i Vescovi, occorre interrogarsi su come la fede si trasmetta nel contesto odierno, considerando che tale domanda riguarda anche chi vive assiduamente la vita ecclesiale e non può darsi per acquisita. Alle comunità spetta accompagnare l’incontro con il Signore risorto e aiutare a comprenderne le conseguenze nel modo di pensare, nelle relazioni, nelle responsabilità quotidiane: in quest’ottica, i Vescovi hanno ribadito che l’annuncio non può essere mai astratto, ma capace di vicinanza e ascolto. Ad alimentarlo devono essere la Parola, la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia, in un cammino che chiede continuità e attenzione alle diverse stagioni della vita. Diventano allora fondamentali la formazione del Popolo di Dio, a partire dagli adulti, e una rinnovata cura dell’iniziazione cristiana. Chi si accosta alla fede per la prima volta, o riprende un percorso interrotto, ricorda alle comunità il valore della testimonianza e ne interroga la capacità di accogliere e accompagnare, anche attraverso sacerdoti, consacrati e laici formati all’accompagnamento spirituale. Secondo i Presuli, infatti, è nella vita quotidiana delle comunità, non altrove, che deve farsi riconoscibile l’umanità generata dal Vangelo: una testimonianza che interpella pure le consuetudini legate ai Sacramenti e il loro significato per le famiglie.
Tornare a pensare: una fede pensata e vissuta
Il radicamento a Cristo e la coerenza di vita di fede si intrecciano con lo sguardo sulla realtà, la capacità di rendere ragione della propria speranza in un tempo incline alle semplificazioni. I Vescovi hanno posto l’accento sul valore del pensiero critico, in grado di confrontarsi con le trasformazioni culturali senza smarrirsi in esse; ed è stato naturale, riguardo a tale snodo, il ricordo del Cardinale Camillo Ruini, scomparso lo scorso giugno, e della sua idea di una fede pensata e vissuta, che sappia generare una proposta culturale riconoscibile.
Riprendendo le parole del Cardinale Presidente nella sua Introduzione, i Vescovi si sono soffermati sul cinquantesimo anniversario del Convegno ecclesiale di Roma su Evangelizzazione e promozione umana, occasione per rileggere, anche attraverso il contributo di Mons. Enrico Bartoletti, domande che restano attuali. Poiché l’annuncio cristiano concerne la dignità della persona e la qualità della convivenza, questo legame va approfondito sul piano teologico e reso concreto nell’impegno dei credenti nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella cultura, nella vita pubblica. Spetta in particolare ai laici portare il pensiero cristiano negli ambienti dove si formano le coscienze e si decide per la collettività.
Cammino sinodale, riforma delle strutture, Assemblea ecclesiale
Con lo stesso spirito di verifica e ripensamento richiamato a proposito di una fede pensata e vissuta, i Vescovi hanno focalizzato l’attenzione anche sulle strutture della Chiesa. Nel percorso di ricezione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, si sono confrontati sul tema della riforma dello Statuto della CEI, presente con proposte concrete sia nel Documento di sintesi dell’Assemblea sinodale, Lievito di pace e di speranza, sia nelle Linee di orientamento pastorale della CEI, Radicati e costruiti in Cristo. In entrambi i testi viene rilevata la necessità di riformare le “strutture” della Chiesa perché siano più funzionali alla sua missione; oltre agli Organismi diocesani e parrocchiali, si parla espressamente della CEI. Il Consiglio Permanente ha dunque deciso di avviare un percorso di riflessione e approfondimento che porti a individuare criteri di una possibile riforma. L’intento è delineare un quadro entro il quale collocare quei cambiamenti dello Statuto che parranno più opportuni, senza dimenticare le specifiche competenze, in materia, della Santa Sede. Questo processo sarà articolato in diverse tappe per giungere alla formulazione di alcune proposte che saranno sottoposte all’Assemblea Generale.
In questo quadro, i Vescovi hanno anche condiviso percorso, finalità e tempistiche che condurranno alle Assemblee del 2027-2028, secondo quanto indicato dalla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi. La prima tappa coinvolgerà le Chiese locali, invitate a un lavoro di verifica e discernimento sulla recezione delle pratiche sinodali, in vista dei successivi passaggi verso l’appuntamento ecclesiale nazionale del 2028.
La vicinanza ai sacerdoti e l’incontro con il Papa
Un’attenzione particolare è stata riservata ai sacerdoti, alla loro vita e alle fatiche che accompagnano il loro ministero. I Vescovi hanno evidenziato l’esigenza di supportarli affinché possano ritrovare, nell’incontro personale con Cristo, la gioia della vocazione e del servizio. In questo cammino, la fraternità presbiterale e la corresponsabilità con i laici sono dimensioni essenziali per accompagnare le persone e costruire comunità vive. È stata inoltre messa in luce l’importanza di proseguire l’ascolto dei sacerdoti attraverso gli Organismi di partecipazione e i momenti di confronto a livello diocesano e regionale. In questa prospettiva si inserisce l’incontro del clero italiano con Papa Leone XIV, in programma a Roma l’11 e il 12 dicembre, nel primo anniversario della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro: un’esperienza di pellegrinaggio, preghiera e fraternità sacerdotale. La veglia dell’11 dicembre, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, attorno ai temi “chiamati, insieme, inviati”, aiuterà i sacerdoti a fare memoria della vocazione e a rinnovare l’appartenenza al presbiterio e lo slancio missionario; il giorno successivo, il 12 dicembre, nella Basilica di San Pietro, l’udienza con il Santo Padre e il rinnovo delle promesse sacerdotali saranno preceduti dalla preghiera delle Lodi e seguiti dalla Celebrazione eucaristica.
Una pace disarmata e disarmante
I Vescovi hanno allargato il loro sguardo anche alla situazione internazionale: nell’ambito della responsabilità pubblica, hanno ribadito l’urgenza di una pace disarmata e disarmante, che interpella le coscienze e chiede un impegno concreto per contrastare le ingiustizie, fermare la violenza e percorrere con determinazione le vie del dialogo. In questa prospettiva assumono un significato particolare due ricorrenze: l’ottavo centenario del transito di san Francesco e il quarantesimo anniversario dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986, che ha mostrato la forza del dialogo e il contributo delle religioni alla costruzione della pace. Due anniversari che, per i Vescovi, rappresentano un’occasione per rilanciare le indicazioni della Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante.
La responsabilità educativa e la scuola
Alla responsabilità verso il mondo si affianca quella verso le nuove generazioni: facendo proprie le preoccupazioni espresse dal Cardinale Presidente, il Consiglio Permanente si è soffermato sulla responsabilità educativa che coinvolge famiglie, scuola e comunità cristiane e sulla necessità di offrire ai giovani, adulti capaci di ascoltarli, accompagnarli nella ricerca della verità e sostenerli nel maturare scelte consapevoli. In particolare, i Vescovi hanno riaffermato l’importanza di custodire la capacità di pensare, assicurando tempo e spazio allo studio, al confronto e alla costruzione del senso critico. In questo percorso, anche le opportunità offerte dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale devono essere poste al servizio della crescita della persona, senza perdere di vista il ruolo insostituibile degli insegnanti e l’esigenza di contrastare le disuguaglianze educative.
La cura della persona nel fine vita
Nella stessa attenzione alle fragilità, che riguarda anche i più giovani, si inserisce il confronto sul fine vita, che ha posto al centro un impegno culturale e formativo capace di affrontarne la complessità e di promuovere la cura della persona. Nel ribadire la contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito, i Vescovi hanno sottolineato la distinzione tra il rifiuto dell’accanimento terapeutico e l’intenzione di procurare la morte: la dignità della persona chiede accompagnamento, sollievo dalla sofferenza, sostegno alle famiglie, perché nessuno sia lasciato solo o si senta un peso.
In questa prospettiva, il Consiglio ha insistito sulla conoscenza e la diffusione delle cure palliative e della terapia del dolore anche dentro le comunità cristiane, e su un maggiore coinvolgimento degli operatori sanitari e delle associazioni professionali cattoliche. È stata inoltre rilevata l’urgenza di approfondire, alla luce della fede, le questioni poste dalle trasformazioni che la tecnica introduce nel nascere e nel morire, nella certezza che la formazione delle coscienze e il dialogo con il mondo della sanità e con le istituzioni possono contribuire a un confronto pubblico più consapevole e alla diffusione di una cultura della cura.
Comunicazioni
Congresso Eucaristico. Il Consiglio Episcopale Permanente ha approvato il tema del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, in programma a Orvieto dal 23 al 26 settembre 2027: “Unum corpus, multi sumus. L’Eucaristia segno di unità e fermento di pace”. L’appuntamento, pensato non come un grande evento ma come un tempo forte di preghiera, riflessione e carità, manterrà il focus sulla sinodalità, quale espressione della comunione ecclesiale che trova nell’Eucaristia la sua forma e la sorgente della missione. Al centro anche la pace, bene prezioso e fragile da affidare alla preghiera e all’adorazione. Il cammino di preparazione, che prenderà avvio con l’incontro dei delegati diocesani l’11 e il 12 ottobre a Orvieto, sarà accompagnato da un sussidio liturgico-pastorale.
Tribunali ecclesiastici. Ai Vescovi è stata illustrata l’attività dei Tribunali Ecclesiastici in materia di nullità matrimoniale in relazione alla ripartizione dei contributi. Il 2026 è l’ottavo anno di applicazione della revisione delle Norme circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici italiani in materia di nullità matrimoniale. È stato presentato un quadro del servizio dei Tribunali operanti in Italia, con alcuni dati riguardanti il costo medio delle cause e il fondo per i meno abbienti.
Adempimenti
I Vescovi hanno approvato il programma dell’Assemblea Generale straordinaria, in programma ad Assisi dal 23 al 26 novembre prossimi.
È stato dato poi il via libera ad alcune proposte di riforma da sottoporre all’Assemblea Generale in materia di sostentamento del clero, riguardanti in particolare la revisione della Delibera 58 e la riorganizzazione degli Statuti degli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero. Inoltre, il Consiglio Permanente ha innalzato a 13,65 euro il valore del punto per il calcolo del sostentamento del clero relativo al 2026. Tale incremento, pari al 2%, rimane tuttavia nettamente inferiore all’aumento del costo della vita registrato negli ultimi anni. Il valore attuale, di 13,38 euro, era stato stabilito nel 2024.
Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto alla nomina dei membri delle Commissioni Episcopali, i cui Presidenti erano stati eletti nel corso dell’Assemblea Generale tenuta nel maggio 2026. Di ciascuna Commissione Episcopale fa parte un Vescovo emerito, indicato dalla Presidenza.
Le Commissioni Episcopali per il quinquennio 2026-2031 risultano così composte:
– Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi
BATTOCCHIO S.E.R. Mons. Riccardo, Vescovo di Vittorio Veneto, Presidente; ANDREOZZI S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Fano – Fossombrone – Cagli – Pergola; BELLANDI S.E.R. Mons. Andrea, Arcivescovo di Salerno – Campagna – Acerno; CASTELLUCCI S.E.R. Mons. Erio, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola e Vescovo di Carpi; CROCIATA S.E.R. Mons. Mariano, Vescovo di Latina – Terracina – Sezze – Priverno; GISANA S.E.R. Mons. Rosario, Vescovo di Piazza Armerina; GIUSTI S.E.R. Mons. Simone, Vescovo di Livorno; MIGLIAVACCA S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Arezzo – Cortona – Sansepolcro; NERI S.E.R. Mons. Francesco, ofm Cap, Arcivescovo di Otranto; SORRENTINO S.E.R. Mons. Domenico, Arcivescovo-Vescovo emerito di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno.
– Commissione Episcopale per la liturgia
MANIAGO S.E.R. Mons. Claudio, Arcivescovo di Catanzaro – Squillace, Presidente; FALLICA P. Ab. Antonio Luca, osb, Abate Ordinario di Montecassino; LA PLACA S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Ragusa; MARINI S.E.R. Mons. Guido, Vescovo di Tortona; MEINI S.E.R. Mons. Mario, Vescovo emerito di Fiesole; MORFINO S.E.R. Mons. Mauro Maria, sdb, Vescovo di Alghero – Bosa; SACCHI S.E.R. Mons. Gianni, Vescovo di Casale Monferrato; VEZZOLI S.E.R. Mons. Ovidio, Vescovo di Fidenza.
– Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute
AMBARUS S.E.R. Mons. Benoni, Arcivescovo di Matera – Irsina e Vescovo di Tricarico, Presidente; BRUNETTI S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Alba; CORAZZA S.E.R. Mons. Livio, Vescovo di Forlì – Bertinoro; DE LUCA S.E.R. Mons. Antonio, cssr, Vescovo di Teggiano – Policastro; PISANELLO S.E.R. Mons. Vincenzo, Vescovo di Oria; REGATTIERI S.E.R. Mons. Douglas, Vescovo emerito di Cesena – Sarsina; RICCIARDI S.E.R. Mons. Paolo, Vescovo di Jesi; TREVISI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Trieste.
– Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata
BENEDUCE S.E.R. Mons. Francesco, si, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente; BRESCIANI S.E.R. Mons. Carlo, Vescovo emerito di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto; CEVOLOTTO S.E.R. Mons. Adriano, Vescovo di Piacenza – Bobbio; D’ASCENZO S.E.R. Mons. Leonardo, Arcivescovo di Trani – Barletta – Bisceglie; DIANIN S.E.R. Mons. Giampaolo, Arcivescovo di Gorizia; GIOMBANCO S.E.R. Mons. Guglielmo, Vescovo di Patti; INTINI S.E.R. Mons. Giovanni, Arcivescovo di Brindisi – Ostuni; REGA S.E.R. Mons. Stefano, Vescovo di San Marco Argentano – Scalea.
– Commissione Episcopale per il laicato
TREMOLADA S.E.R. Mons. Pierantonio, Vescovo di Brescia, Presidente; D’ANGELO S.E.R. Mons. Antonio, Arcivescovo di L’Aquila; FARINELLA S.E.R. Mons. Roberto, Vescovo di Biella; FAVALE S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Conversano – Monopoli; ISACCHI S.E.R. Mons. Gualtiero, Arcivescovo di Monreale; LAMBIASI S.E.R. Mons. Francesco, Vescovo emerito di Rimini; RAIMONDI S.E.R. Mons. Giovanni Luca, Vescovo ausiliare di Milano; VARI S.E.R. Mons. Luigi, Arcivescovo di Gaeta.
– Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita
GIORDANO S.E.R. Mons. Bernardino, Vescovo di Grosseto e di Pitigliano – Sovana – Orbetello, Presidente; LAGNESE S.E.R. Mons. Pietro, Arcivescovo di Capua e Vescovo di Caserta; NAPOLIONI S.E.R. Mons. Antonio, Vescovo di Cremona; PASCARELLA S.E.R. Mons. Gennaro, Vescovo emerito di Pozzuoli e di Ischia; PICCINONNA S.E.R. Mons. Vito, Vescovo di Rieti; SALERA S.E.R. Mons. Daniele, Vescovo di Ivrea; SALVUCCI S.E.R. Mons. Sandro, Arcivescovo di Pesaro e di Urbino – Urbania – Sant’Angelo in Vado; SOLMI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Parma.
– Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese
PRASTARO S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Asti, Presidente; ALBERTI S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Oppido Mamertina – Palmi; AUTUORO S.E.R. Mons. Michele, Arcivescovo di Benevento; BRUGNOTTO S.E.R. Mons. Giuliano, Vescovo di Vicenza; FERRETTI S.E.R. Mons. Giorgio, Arcivescovo di Foggia – Bovino; GAMBELLI S.E.R. Mons. Gherardo, Arcivescovo di Firenze; SANTORO S.E.R. Mons. Filippo, Arcivescovo emerito di Taranto; VEGEZZI S.E.R. Mons. Giuseppe Natale, Vescovo ausiliare di Milano.
– Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo
CASTELLO S.E.R. Mons. Gaetano, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente; ACCROCCA S.E.R. Mons. Felice, Arcivescovo-Vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno; CANNISTRÀ S.E.R. Mons. Saverio, ocd, Arcivescovo di Pisa; MARCIANÒ S.E.R. Mons. Santo, Arcivescovo-Vescovo di Frosinone – Veroli – Ferentino e di Anagni – Alatri; NIN GÜELL S.E.R. Mons. Manuel, osb, Esarca Apostolico di Santa Maria di Grottaferrata; PALLETTI S.E.R. Mons. Luigi Ernesto, Vescovo di La Spezia – Sarzana – Brugnato; PAOLUCCI BEDINI S.E.R. Mons. Luciano, Vescovo di Gubbio e di Città di Castello; SPREAFICO S.E.R. Mons. Ambrogio, Vescovo emerito di Frosinone – Veroli – Ferentino e di Anagni – Alatri.
– Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università
GIANOTTI S.E.R. Mons. Daniele, Vescovo di Crema, Presidente; CAMPIOTTI S.E.R. Mons. Roberto, Vescovo di Volterra; CASCIO S.E.R. Mons. Pasquale, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia; LAMBA S.E.R. Mons. Riccardo, Arcivescovo di Udine; MARANGONI S.E.R. Mons. Renato, Vescovo di Belluno – Feltre; MOSCIATTI S.E.R. Mons. Giovanni, Vescovo di Imola; PANZETTA S.E.R. Mons. Angelo Raffaele, Arcivescovo di Lecce; RONCARI S.E.R. Mons. Gianni, ofm Cap, Vescovo emerito di Grosseto e di Pitigliano – Sovana – Orbetello; SODDU S.E.R. Mons. Francesco Antonio, Arcivescovo di Sassari; Torriani S.E.R. Mons. Alberto, Arcivescovo di Crotone – Santa Severina.
– Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace
TOMASI S.E.R. Mons. Michele, Vescovo di Treviso, Presidente; AIELLO S.E.R. Mons. Arturo, Vescovo di Avellino; Battaglia S.Em. Card. Domenico, Arcivescovo di Napoli; DAMIANO S.E.R. Mons. Alessandro, Arcivescovo di Agrigento; DE ANGELIS S.E.R. Mons. Raffaele, Vescovo di Piana degli Albanesi; GIRAUDO S.E.R. Mons. Alessandro, Vescovo ausiliare di Torino; RUZZA S.E.R. Mons. Gianrico, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia e di Porto – Santa Rufina; TASCA S.E.R. Mons. Marco, ofm Conv., Arcivescovo di Genova; TISI S.E.R. Mons. Lauro, Arcivescovo di Trento; TOSO S.E.R. Mons. Mario, sdb, Vescovo emerito di Faenza – Modigliana.
– Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali
BENEVENTI S.E.R. Mons. Domenico, Vescovo di San Marino – Montefeltro, Presidente; AMBROSIO S.E.R. Mons. Gianni, Vescovo emerito di Piacenza – Bobbio; LOMANTO S.E.R. Mons. Francesco, Arcivescovo di Siracusa; LOVIGNANA S.E.R. Mons. Franco, Vescovo di Aosta; MAFFEIS S.E.R. Mons. Ivan, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve; MORANDI S.E.R. Mons. Michele, Vescovo di Faenza – Modigliana; PACCOSI S.E.R. Mons. Giovanni, Vescovo di San Miniato; RUSSO S.E.R. Mons. Giuseppe, Vescovo di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti; SANGUINETI S.E.R. Mons. Corrado, Vescovo di Pavia; SPINA S.E.R. Mons. Angelo, Arcivescovo di Ancona – Osimo.
– Commissione Episcopale per le migrazioni
LOREFICE S.E.R. Mons. Corrado, Arcivescovo di Palermo, Presidente; CHECCHINATO S.E.R. Mons. Giovanni, Arcivescovo di Cosenza – Bisignano; DI TORA S.E.R. Mons. Guerino, Vescovo già ausiliare di Roma; FANELLI S.E.R. Mons. Ciro, Vescovo di Melfi – Rapolla – Venosa; GHIZZONI S.E.R. Mons. Lorenzo, Arcivescovo di Ravenna – Cervia; MIRAGOLI S.E.R. Mons. Egidio, Vescovo di Mondovì; SALVI S.E.R. Mons. Marco, Vescovo di Civita Castellana; SPARAPANI S.E.R. Mons. Stefano, Vescovo ausiliare di Roma.
Il Consiglio Episcopale Permanente ha proceduto inoltre alle seguenti nomine:
– Consiglio per gli Affari Giuridici: MIGLIAVACCA S.E.R. Mons. Andrea, Vescovo di Arezzo – Cortona – Sansepolcro, Presidente; DI PIETRO S.E.R. Mons. Cesare, Vescovo di Locri – Gerace; GIOMBANCO S.E.R. Mons. Guglielmo, Vescovo di Patti; MIRAGOLI S.E.R. Mons. Egidio, Vescovo di Mondovì; PAVANELLO S.E.R. Mons. Pierantonio, Vescovo di Adria – Rovigo: Membri.
– Vescovi membri della Presidenza della Caritas Italiana: RICCIARDI S.E.R. Mons. Paolo, Vescovo di Jesi; TREVISI S.E.R. Mons. Enrico, Vescovo di Trieste.
– Collegio dei Revisori dei Conti della Conferenza Episcopale Italiana: MINIERO S.E.R. Mons. Ciro, Arcivescovo di Taranto, Presidente; VACCARI S.E.R. Mons. Mario, ofm, Vescovo di Massa Carrara – Pontremoli; CERETTA Dott.ssa Vanna.
– Presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto: LOVIGNANA S.E.R. Mons. Franco, Vescovo di Aosta.
– Assistente ecclesiastico centrale del settore adulti dell’Azione Cattolica Italiana (ACI): PIERPAOLI Don Francesco (Fano – Fossombrone – Cagli – Pergola).
– Animatore spirituale nazionale dell’Associazione “Cursillos di Cristianità in Italia”: ARENA P. Luigi, msscc.
– Assistente ecclesiastico nazionale della Gioventù Operaia Cristiana (GIOC): LUCENTE P. Antonio Teodoro, csi.
– Presidente della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia: SARDELLONE Dott. Augusto.
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La Presidenza della CEI, nella riunione del 21 settembre 2026, ha nominato Membri del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto:
FRANCESCHINI Don Luca, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, Membro di diritto;
– Sezione Beni culturali:
GAIARDI Mons. Gianluca (Cremona), Rappresentante dell’area Italia settentrionale; POLIDORI Arch. Alessandro, Rappresentante dell’area Italia centrale; SIMONE Don Francesco (Taranto), Rappresentante dell’area Italia meridionale; SISTI Dott.ssa Barbara, BARBISAN Don Paolo (Treviso);
– Sezione Edilizia di culto:
POSENATO Don Enrico (Vicenza), Rappresentante dell’area Italia settentrionale; LARI Don Antonio (Firenze), Rappresentante dell’area Italia centrale; MARTINO Ing. Paolo, Rappresentante dell’area Italia meridionale; MC MANUS Prof. Kevin; BERERA Dott. Giovanni; GIARDINA Don Alberto, Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale, Membro di diritto.
Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone
Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 21-23 settembre 2026).
Cari Confratelli,
ci ritroviamo in questo Consiglio Episcopale Permanente, rinnovato in larga misura dall’elezione dei nuovi Presidenti delle Commissioni Episcopali nell’Assemblea Generale di maggio. Diamo il benvenuto a mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona-Noli, eletto Presidente della Conferenza Episcopale Ligure. Il nostro incontrarci è sempre arricchente: le tante angolature diverse si completano e ci offrono gli elementi per un discernimento sapiente e per decisioni evangeliche e coraggiose. Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente per rispondere alle attese che ci sono state affidate dal Cammino sinodale, per una Chiesa che sia arca di salvezza nel mare minaccioso di questo mondo. Papa Leone XIV ha ricordato che «sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo» (Discorso, 22 agosto 2026). È lo spirito con cui desideriamo vivere questo Consiglio Permanente: tra i vari impegni del suo mandato, c’è quello prioritario di dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte sono già in cantiere nelle singole Diocesi e in parte allo studio della CEI, compresa la riforma dello Statuto.
Siamo, infatti, convinti che ascoltarci, condividere le responsabilità, cercare insieme come servire le nostre Chiese sono parte dell’annuncio, non una sua premessa organizzativa. La comunione che viviamo rende credibile la parola che rivolgiamo agli altri, genera e rigenera la nostra decisiva unità. Gesù prega «perché tutti siano una sola cosa; […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità non serve a proteggerci dal mondo: è un dono per raggiungerlo con il Vangelo. Avviene anche il contrario: i discepoli discutono su chi è il più grande e il Signore resta solo. La comunione con il Successore di Pietro e tra noi Vescovi chiede di diventare cura vicendevole, disponibilità a portare insieme le fatiche, libertà di parlare con franchezza senza smettere di ascoltare. La comunione è la nostra forza, che fa vivere come nostre le gioie o le sofferenze dei fratelli (cfr. Gaudium et spes, 1). In una società di legami così deboli e dove è facile separarsi, una Chiesa fedele all’amore, che impara a volersi bene e a camminare insieme, diventa un faro di speranza che rende concreto l’amore di Dio. Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone.
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Desidero ricordare con riconoscenza e affetto il cardinale Camillo Ruini, che il Signore ha chiamato a sé il 16 giugno scorso. La nostra Conferenza gli deve molto: l’ha servita a lungo, prima come Segretario Generale e poi come Presidente, accompagnando le nostre Chiese in anni di profondi cambiamenti. Ricordo personalmente il suo affettuoso incoraggiamento, i suoi consigli puntuali e intelligenti, quando iniziai il mio servizio come Presidente. Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo. Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al Successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo. Non vogliamo disperdere questa dedizione. Lo affidiamo al Signore risorto con la gratitudine di una famiglia che non dimentica e vive la pienezza della comunione in Cristo.
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Un annuncio mai disincarnato
Il nostro pensiero va a papa Leone XIV, al quale rinnoviamo l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche attraverso le visite nei territori italiani. All’Assemblea Generale di maggio ci ha ricordato che «la priorità è il Vangelo» (da qui «il coraggio dell’essenziale») e ci ha chiesto di essere «comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» (Discorso, 28 maggio 2026). Possiamo spendere tante energie per custodire ciò che abbiamo ma mai perdere di vista le persone alle quali siamo mandati! È il rischio di cercare formule e non relazione, di curare più l’organizzazione che l’incontro con il Vangelo e la trasmissione della fede attraverso i legami di amicizia e l’esperienza. Non smettiamo di guardare con la compassione di Gesù il dolore e la stanchezza della folla dove siamo inviati e alla quale la nostra vita è intimamente unita. Non si è Chiesa di Gesù senza la “folla”! L’annuncio non è mai disincarnato: raggiunge le persone nelle loro domande vere, nel lavoro, nello studio, negli affetti, nelle preoccupazioni quotidiane. Ha bisogno, quindi, di farsi dialogo, conoscenza, interiorità, cultura, rapportandosi con la ricerca scientifica, l’arte, la politica, con tutto ciò attraverso cui gli uomini comprendono sé stessi e costruiscono il futuro. Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta. Ci è chiesto di incontrare, di ascoltare, di lasciarci interrogare: la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio e facilmente finiamo per giudicare come il fratello maggiore della parabola o i lavoratori della prima ora che abbiamo ascoltato ieri.
A Pavia il Santo Padre ci ha richiamato all’interiorità con sant’Agostino: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (Omelia, 20 giugno 2026). Quanto ne abbiamo bisogno anche noi! Presi dalle urgenze, rischiamo di trascurare la relazione con il Signore che dà senso al nostro servizio e ci chiede di parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca. Anche il dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere ragione della propria speranza. È la stessa fede che diventa accoglienza e carità operosa, come ci ricorda santa Francesca Cabrini, della quale il Papa ha venerato il cuore a Sant’Angelo Lodigiano. A Lampedusa, rileggendo la parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10, 25-37), ce ne ha indicato la concretezza: «Prossimi ci si fa, prossimo si diventa» (Omelia, 4 luglio 2026). Non basta sapere chi è il nostro prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella vita. Altrimenti si resta virtuali, coinvolti nel misero e pericoloso gioco delle polarizzazioni, amanti di categorie astratte e poco della vita, convinti che sia sufficiente offrire definizioni, finendo per leggere solo in maniera malevola i problemi senza cogliere le straordinarie opportunità che il Signore ci offre.
Le nostre comunità, piccole e grandi, nelle aree interne o nelle grandi città, senza apparire, accompagnano chi arriva, sostengono chi è solo, aiutano a ricominciare, restano vicine a chi è nella sofferenza. In questa fedeltà quotidiana, il Vangelo, cioè la verità che è sempre Cristo e l’incontro con Lui, diventa comprensibile anche a chi è lontano dalla Chiesa. Ma la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui. Anche la libertà, a cui il Santo Padre ha fatto riferimento a San Marino, si misura nella responsabilità verso gli altri, nel primato della coscienza, nella capacità di donarsi. A questa libertà dobbiamo educare. Il bene non cresce tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la vita, accettando la fatica dell’incontro. È l’impegno educativo rilanciato dal Papa al Meeting di Rimini: accompagnare, suscitare domande, testimoniare una fede che attrae perché rende più umana l’esistenza.
Vorrei poi sottolineare un tassello importante che il Papa ha indicato alla Chiesa di Roma, ovvero la verifica pastorale. E ne ha tracciato anche alcune attenzioni distinte, ma in un unico dinamismo: «Incontrare Cristo e farlo incontrare»; «generare comunità»; «abitare e servire la città»; «la formazione del Popolo di Dio». «Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo – ha spiegato Leone XIV –, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità» (Discorso, 18 settembre 2026).
Infine, ritengo opportuno ricordare ancora la lettura del nostro mondo che papa Leone ci ha offerto con la sua Enciclica Magnifica humanitas (Mh), che rappresenta un punto di partenza per riflessioni ulteriori nella nostra realtà. È una bussola preziosa in momenti in cui si è, tante volte, umanamente e intellettualmente spaesati. Non possiamo, come è accaduto anche con rilevanti documenti dei Papi, lasciarla cadere o collocarla tra tanti altri discorsi o ridurla ad un richiamo rituale o consumarla senza assumerne i contenuti. Il Papa ci ha proposto «una lettura della storia alla luce della fede» (Mh, 45). «La storia – ha scritto – è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli» (Mh, 22).
La testimonianza di Francesco di Assisi
Siamo alla vigilia degli ottocento anni del transito di san Francesco, nostro patrono insieme a santa Caterina da Siena. Insieme, come Chiesa italiana, lo celebreremo ad Assisi il 4 ottobre prossimo. La sua testimonianza, nonostante gli otto secoli trascorsi, parla ancora con incredibile attualità, perché è l’uomo del Vangelo, che ha desiderato in tutto conformarsi a Gesù. Mette sempre al centro Cristo. Il segreto della predicazione del Santo è la semplicità evangelica delle sue parole, offerte con prossimità, umanità, simpatia alla gente del suo tempo e in mezzo alle strade. Non dimentichiamo che la predicazione di san Francesco e dei suoi frati suscitò resistenze non solo in Italia, anche in una parte del clero, perché rappresentava un’altra strada, non controllata o interna alle istituzioni di allora. I Papi furono preveggenti nell’accogliere i doni dello Spirito. Tra Francesco e il popolo italiano c’è qualcosa di profondo e preghiamo che egli possa ispirare, proteggere e benedire l’attrazione di tanti al Vangelo di Gesù. E sappiamo che san Francesco ci spinge in una dimensione universale e non localista, di apertura e non di chiusura, di superamento delle frontiere e non di costruzione di muri perché ci fa vedere nel prossimo, chiunque, il nostro fratello. Certo, il nostro mondo è tanto differente da quello del Santo di Assisi, ma noi speriamo e preghiamo che egli torni tra di noi e ci ispiri. A San Damiano, il Crocifisso chiede: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando?», invitandolo a restaurarla. La risposta è: «Lo farò volentieri, Signore» (3Comp V, 13; FF 1411). Sono parole che restano una domanda aperta anche per noi. Quale Chiesa stiamo restaurando oggi? Non è questione di considerazioni catastrofiche: il Signore la sostiene sempre. È piuttosto un invito a capire se stiamo spendendo le nostre energie per fondarci in Lui e assumere il Vangelo come forma di vita quotidiana. Dalla fede nasce l’amore per il prossimo. Coltivando la relazione personale con il Signore con semplicità e sapienza possiamo essere ogni giorno persone di pace, che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine. C’è bisogno di credenti che, vivendo relazioni autentiche, testimonino nell’amore la presenza di Dio nella storia. È decisivo in questo tempo in cui è avvenuto «un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale» (Mh, 190). Sono parole della recente Enciclica di Leone XIV, che ben colgono i cambiamenti e le minacce dello scenario internazionale, ma anche come esso rischi di sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione. Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande. Solo la pace può garantire la fine di tanti conflitti che insanguinano il mondo, quelli più geograficamente a noi vicini e quelli più lontani o dimenticati.
Il racconto del lupo di Gubbio ricorda il valore della pace politica. In realtà San Francesco può parlare con il lupo proprio perché disarmato e proprio per questo lo disarma. Il suo amore per la pace diventa intelligenza umana e di relazione: negozia lui con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare, cedendo alla tentazione di risolvere i conflitti con le armi. Negozia perché ama la pace, conosce le cause della violenza e cerca le soluzioni, le crede possibili, le rende praticabili. Crede nelle soluzioni perché disarmato. Non è facile, scontato. Può apparire pericoloso, incauto, qualcuno facilmente lo giudica ingenuo o peggio ancora traditore di Gubbio e dei suoi valori. Dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune: «Io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male» (Fioretti, cap. XXI; FF 1852), dice Francesco al lupo. E fa un «patto della pace»: il lupo promette di non fare più del male agli uomini e, in cambio, gli abitanti di Gubbio si impegnano a nutrirlo e a mantenerlo ogni giorno. Pace, per san Francesco, non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Infatti, non porta il lupo lontano, pensando che questo dia sicurezza a Gubbio e in fondo anche al lupo. Sarebbe stata la soluzione più facile e accettata, ma premessa sempre per nuove violenze. Lo riporta proprio nella città, insegando agli uni e all’altro a vivere insieme, riconciliando, risolvendo le cause della violenza con il pensarsi insieme, ricostruendo la fraternità. Non è un sogno: è l’unica via possibile. Le città e i rapporti sociali non si pacificano senza perdono, che Francesco canta nel Cantico delle creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate et tribulazione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati» (FF 263).
L’incontro con il sultano al-Malik, in epoca di crociate, illumina il rapporto tra fedi religiose diverse. Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero «fratelli tutti»: è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza. Leone XIV ha chiesto ai Vescovi italiani di trasformare ogni comunità in «Casa della pace». Abbiamo rilanciato questo impegno con la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante. Siamo chiamati a convertire le nostre comunità in case di pace e di riconciliazione, senza pretendere di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui ignorando la trave nel nostro (cfr. Mt 7,3-5). Anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo. La nostra credibilità è un tassello per la pace nel mondo. Per questo non smettiamo di sperare e di pregare per la pace, dono per tutti e responsabilità di ciascuno. San Francesco ci illumini in scelte coraggiose per l’umanità, che sta scivolando nella cultura violenta della potenza. Leone XIV ricorda che «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (Mh, 192). Non rassegniamoci a tanta povertà relazionale! Diventiamo costruttori di pace, discepoli autentici di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14). In questo quadro fioriscono «la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (Mh, 119). Questo deve anche farsi cultura di pace. Dalla fede e dal Vangelo sgorga un umanesimo vissuto e pensato, ispiratore di visioni, azioni, cultura. Infatti, in questa società affrettata e che bada ai risultati, bisogna tornare a pensare.
L’attualità dello “spirito di Assisi”
Nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace. Ne indicò il senso: «Il nostro incontro attesta soltanto… che nel grande impegno per la pace, l’umanità… deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse» (Discorso, 27 ottobre 1986). Non un negoziato, ma una testimonianza: riunirsi per pregare per la pace, nel rispetto della fede di ciascuno. Concluse con parole che restano scolpite: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Discorso, 27 ottobre 1986). Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo. Lo abbiamo sperimentato quest’anno firmando il Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale» (25 giugno 2026). Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno. Come ricorda la Nota Un cammino di speranza, pubblicata il 16 settembre, riprendendo le parole di Leone XIV, lo «spirito di Assisi» è stato «suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco», e mostra che «i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato» (n. 36). Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi.
In un tempo di guerre che si moltiplicano, dobbiamo riconoscere quanto siamo peggiorati e ricostruire le infrastrutture di pace che abbiamo lasciato deteriorare. Siamo chiamati a tradurre quei gesti e quelle parole in scelte quotidiane. Ricordare Assisi non è nostalgia: l’annuncio del Vangelo e l’incontro con chi crede diversamente – o non crede – appartengono a un medesimo cammino di prossimità all’uomo.
Il convegno di Roma, cinquant’anni dopo
Nel fare memoria di questo anniversario, ricordiamo anche il cinquantesimo dal primo Convegno Ecclesiale Nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su «Evangelizzazione e promozione umana» (30 ottobre – 4 novembre). Non è un anniversario da archivio. Paolo VI, nell’omelia ai convegnisti, disse forte il “dovere” di tutti i cristiani di comunicare il Vangelo: «Questa è la nostra sorte stupenda e drammatica, quella d’essere coinvolti in un mirabile disegno divino, che ci vuole non solo favoriti e partecipi del regno di Dio, ma testimoni e diffusori altresì; il Vangelo non è un annuncio che si spegne stagnante in chi lo riceve, ma una voce che rimbalza e si fa eco, voce a sua volta, grido!» (Omelia, 31 ottobre 1976). Non era solo un’esortazione, tanto importante ancor oggi, ma un forte invito collocato nella rilettura della “situazione religiosa del nostro Paese”. Riprendendo in mano il documento base di quel convegno, non possiamo non provare stima e ammirazione per la fede e la lucidità di quei Pastori che, allora, posero questioni vitali per il cristianesimo italiano. In particolare, mons. Enrico Bartoletti, Segretario della CEI, uomo della Parola di Dio e scrutatore dei segni dei tempi, che fu l’architetto di quel convegno. Purtroppo, morì pochi mesi prima della celebrazione dell’appuntamento, stroncato da un infarto. È giusto fare memoria di questi maestri che hanno dato tanto alla Chiesa e all’Italia. Dice la lettera agli Ebrei (13,7): «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede». Nel documento preparatorio, firmato da Bartoletti, si legge un’analisi della situazione italiana: «Permane, è vero, una certa tradizione che riconosce ancora alcuni valori cristiani, ma diviene sempre più fragile e meno rilevante. Non sembra, però, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare… anche nel senso che occorre rigenerare in molti che sono e che si dicono cristiani una fede ormai divenuta stanca abitudine e senza alcuna rilevanza nella vita».
Il testo poi nota realisticamente che «l’ambiente cristiano – ci riferiamo alle Parrocchie, alle associazioni, alle varie e molteplici istituzioni –… sta vivendo un momento di crisi e la sua influenza sembra progressivamente ridursi». C’è bisogno di evangelizzare. Non basta un aggiornamento superficiale ma, si legge nel documento, «si avverte la necessità di una fede più profonda e consapevole, soprattutto più interiorizzata, dato il clima culturale nel quale il cristiano è chiamato a vivere». L’Italia è un Paese da evangelizzare! Allora sembrò un’affermazione forte per un Paese di antica cristianizzazione. Ma oggi quell’affermazione, senza divenire uno slogan, è un’eredità e un impegno per noi. In mezzo secolo, il clima culturale, sociale e politico è immensamente cambiato. Ma quei Vescovi avevano centrato la vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni. Si potrebbe anche leggere la situazione italiana in maniera pessimistica e dire che, dal 1976 ad oggi, nonostante gli sforzi di evangelizzazione, la situazione religiosa italiana non ha fatto che declinare e che il numero dei fedeli si è ristretto. Non facciamo nostro questo pessimismo che porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti. Innanzitutto, evangelizzare – scrive l’apostolo Paolo – «è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). Senza nascondere le difficoltà, la storia spirituale del popolo italiano non si fa con le misurazioni di efficacia, ma è qualcosa di più profondo. La Parola di Dio, ascoltata e accolta nel cuore della comunità cristiana, crea una dinamica positiva, animata dallo Spirito, per cui va comunicata, come dice Gesù: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10,27).
Dal primo appuntamento di Roma ha preso avvio il percorso dei successivi Convegni ecclesiali decennali fino al Cammino sinodale: ogni tappa, secondo le forme possibili del momento in cui veniva vissuta, ha segnato uno snodo importante per la nostra storia. In mezzo secolo, la Chiesa ha accompagnato diverse generazioni di italiani e italiane sulla via della fede, parlando al cuore delle persone, promuovendo tante e diverse forme di promozione umana – per usare il linguaggio del 1976 – che è «parte integrante dell’evangelizzazione». In questo, pur essendo molto realisti e consapevoli di quanto resti da fare e anche da correggere, siamo pieni di speranza: l’amore di questo popolo per il Signore Gesù, la venerazione per sua Madre, un rapporto positivo con la Chiesa e i sacerdoti sono vivi. Certo c’è un Paese da evangelizzare! Anche con il passare del tempo e delle generazioni, con la mondializzazione degli orizzonti.
Cinquant’anni dopo, il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità. È questo nesso, non un’esigenza organizzativa, a rendere non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali e per il nostro Statuto. Siamo chiamati a verificare «se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa» (cfr. Radicati e costruiti in Cristo): perché nessuna forma, per quanto giusta e funzionale, valga più della libertà di annunciare il Vangelo. Per fare questo non dobbiamo dimenticare che la principale decisione è l’impulso a rinnovare, con fiducia, l’impegno ad annunciare il Vangelo oggi. È la decisione radicale che ci deve assorbire. Anche in questi tempi, constatiamo che il Vangelo ha una sua forza di attrazione. E siamo grati al Signore che ispira i cuori e illumina le menti! In una grande missione c’è bisogno di tutti! Dobbiamo allargare il nostro sguardo oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle, accogliendo con favore tanti e diversi percorsi di evangelizzazione, di comunità cristiana. È stato sempre così nella storia del nostro Paese. E oggi, in una società complessa o in grandi città, è ancor più necessario che ci siano percorsi differenziati, tutti animati dallo spirito del Vangelo e dal desiderio di spezzare il pane della Parola di Dio. Meditiamo sulla risposta di Mosè a Giosuè. Quest’ultimo diceva rispetto a Eldad e Medad che profetizzavano mossi dalla Spirito ma non erano compresi tra i settanta: «Mosè, mio signore, impediscili!» Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11, 28-29).
La scuola, cantiere del nostro futuro comune
In questi giorni le scuole hanno riaperto i cancelli: tornano domande che riguardano tutti, non solo chi insegna o studia. La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo. Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV indica sfide non più rinviabili (cfr. 143-146). La prima è quella delle disuguaglianze educative. Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. La seconda è pedagogica e riguarda anche il cambiamento tecnologico. L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. A questo sguardo (degli insegnanti) va un grande riconoscimento. La terza sfida è forse la più profonda: custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.
All’inizio dell’anno scolastico non auguriamo soltanto buoni risultati. Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune.
Fine vita, nessuno sia lasciato solo!
In una pagina della Magnifica Humanitas (118), il Santo Padre richiama al senso del limite della nostra umanità, offrendo una preziosa lezione: «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine». La cura della persona ci porta al dibattito sul fine vita che seguiamo con preoccupazione. Come ha ricordato papa Leone al Corpo diplomatico il 9 gennaio 2026, è compito della società civile e delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia. È un richiamo che facciamo nostro con convinzione. In questi giorni due Conferenze Episcopali Regionali (Triveneto e Puglia), come altre in passato, hanno ribadito che non può esistere un «diritto a morire», ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare «un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico». Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. La Chiesa rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati. Per questo, mentre si moltiplicano le iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona e dunque l’intero Paese, auspichiamo un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori. Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre.
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Prima di concludere, mi sembra opportuno richiamare l’intervento delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con una decisione, resa pubblica a fine agosto (ordinanza n. 24778/2026), hanno riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille, stabilendo che la materia che governa la disciplina della gestione delle somme dell’otto per mille è regolata dall’ordinamento della Chiesa. Si tratta del riconoscimento di un principio che si inquadra correttamente nel sistema dei rapporti tra Stato e Chiesa così come previsto nella Costituzione italiana a garanzia del libero svolgimento della missione della Chiesa in Italia. È una conferma importante che, insieme al valore giuridico-amministrativo, rilancia il nostro impegno a rispondere sul piano della «verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse».
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Cari Confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nell’affrontare con umiltà i lavori di queste giornate; la Vergine Maria ci assista e ci protegga sempre!
Recitiamo insieme la preghiera di papa Leone per l’apertura dell’ottavo centenario del transito di san Francesco (Lettera, 7 gennaio 2026): «San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo. Amen».
Consiglio Permanente: dal 21 al 23 settembre a Roma la sessione autunnale
Il Consiglio Episcopale Permanente si riunirà a Roma dal 21 al 23 settembre, presso la sede della CEI (Circonvallazione Aurelia, 50), per la sessione autunnale. I lavori si apriranno lunedì 21, alle ore 16, con l’Introduzione del Cardinale Presidente Matteo Zuppi.
Tra i temi all’ordine del giorno la preparazione dell’incontro del clero italiano con Papa Leone XIV di sabato 12 dicembre e della Veglia di preghiera che lo precederà, nel pomeriggio di venerdì 11. I Vescovi si confronteranno sull’organizzazione di questo doppio evento promosso nel primo anniversario della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, pubblicata in occasione del 60° anniversario dei Decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis.
Il Consiglio Permanente procederà all’elezione dei membri delle Commissioni Episcopali e del Consiglio per gli Affari Giuridici. Proseguirà la riflessione “sull’adeguatezza delle strutture” secondo quanto previsto dalle Linee di orientamento “Radicati e costruiti in Cristo” e dal Documento di sintesi del Cammino sinodale “Lievito di pace e di speranza”.
Nel corso dei lavori sarà presentato, inoltre, il programma dell’83ª Assemblea Generale straordinaria, che si svolgerà ad Assisi dal 23 al 26 novembre. Un focus specifico riguarderà poi il XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà a Orvieto dal 23 al 26 settembre 2027, con la scelta del tema e la presentazione del programma.
Mercoledì 23 settembre, alle ore 15, presso la sede della CEI (Circonvallazione Aurelia, 50), il Segretario Generale, Mons. Giuseppe Baturi, incontrerà i giornalisti a conclusione dei lavori.
Fotografi e operatori tv che intendono effettuare riprese durante l’Introduzione del Cardinale Presidente (lunedì 21 settembre alle ore 16) devono inviare richiesta a media@chiesacattolica.it entro sabato 19 settembre alle ore 12.
I giornalisti e gli operatori media che intendono partecipare all’incontro con il Segretario Generale (mercoledì 23 settembre alle ore 15) devono inviare richiesta a media@chiesacattolica.it entro martedì 22 settembre alle ore 12.
Offerte per i sacerdoti: domenica 20 settembre la Giornata Nazionale
Imparare a riconoscere il valore di una presenza che accompagna le stagioni della vita e che, giorno dopo giorno, contribuisce a tenere vivo il tessuto di una comunità. È l’obiettivo della XXXVIII Giornata Nazionale di sensibilizzazione per il sostentamento del clero, che la Chiesa italiana celebra domenica 20 settembre. Un’occasione per ricordare che sostenere i sacerdoti significa supportare tutto quello che generano intorno a loro, ogni giorno.
“Un sacerdote, nella sua vita, accompagna centinaia di famiglie, apre le porte della sua canonica a chiunque bussi”, spiega Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica. “Viviamo in un’epoca in cui per ogni bisogno c’è un servizio da acquistare. Poi c’è chi sceglie di fare della propria vita un dono, e questo sovverte tutto. La gratuità però non si esaurisce in chi la pratica: chiede di essere riconosciuta, sostenuta, rimessa in circolo. Sostenere un sacerdote significa scegliere di rendere possibile quel dono per altri, per una comunità intera. È forse il gesto più controcorrente che esista in un’epoca in cui tutto ha un prezzo”.
A raccontare questa gratuità sono anche gli otto sacerdoti protagonisti della nuova campagna nazionale per il sostentamento del clero. Don Andrea Gaino (Verona), impegnato nella pastorale della salute; don Giovanni Battista Tillierici (Oppido Mamertina-Palmi), accanto alle persone con disabilità; don Paolo Jr. Dall’Olio (Bologna), nella pastorale sociale e del lavoro; don Alessandro Andreini (Fiesole), nel mondo della scuola e dell’università; don Donato Liuzzi (Conversano-Monopoli), nella pastorale familiare; don Gianluca De Marco (Novara), vicino ai giovani; don Nicola Garuccio (Albano), attraverso lo sport, il turismo e il tempo libero; e don Andrea Zapulla (Siracusa), nella pastorale carceraria. Storie diverse, provenienti da diocesi e territori differenti, ma unite dalla stessa scelta: donare gratuitamente la propria vita agli altri. Sostenere il ministero dei sacerdoti significa permettere che questo dono continui a generare bene per tutti.
Le Offerte deducibili per il sostentamento del clero sono uno strumento diverso per natura dall’8xmille e dalla questua domenicale, che pure rappresentano forme di sostegno preziose e radicate nella vita delle comunità. Nascono dalla scelta libera e personale di ogni fedele e sono destinate unicamente ai circa 31.000 sacerdoti nelle 226 diocesi italiane.
Nel 2025 la raccolta ha sfiorato gli 8 milioni di euro, grazie a oltre 64 mila donatori. L’importo si mantiene sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente, registrando una lieve crescita che conferma la stabilità e la continuità del sostegno da parte di tanti fedeli alla vita e alla missione delle comunità parrocchiali.
La Giornata Nazionale è un’occasione per fermarsi e riflettere, ma sostenere il proprio sacerdote è una scelta che si può fare in qualsiasi momento dell’anno.
Le Offerte deducibili per il sostentamento del clero si possono versare per qualsiasi importo attraverso il sito www.unitineldono.it, con diverse modalità. Chi le effettua può dedurle dal proprio reddito complessivo fino a un massimo di 1.032,91 euro annui.
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Gli auguri della Presidenza CEI a Papa Leone XIV
Di seguito il Messaggio di auguri che la Presidenza della CEI ha inviato al Santo Padre in occasione del suo 71° compleanno.
Beatissimo Padre,
nel giorno del Suo compleanno, Le porgiamo gli auguri delle Chiese in Italia, uniti alla preghiera di ringraziamento che eleviamo al Signore per il Suo ministero.
Rinnoviamo la nostra gratitudine per gli incontri avuti in questi mesi. Ci ha indicato nel Vangelo la priorità della vita della Chiesa, sorgente della fede intesa come incontro con Cristo morto e risorto, e nel «coraggio dell’essenziale» la via per viverla: comunità orientate all’annuncio, parrocchie capaci di accoglienza e di missione, organismi di partecipazione effettivamente operanti. Sono indicazioni che guidano il cammino delle nostre comunità.
Facciamo nostre anche le parole pronunciate nell’Angelus di ieri, sul legame tra perdono e pace e sulle divisioni e i conflitti che nascono quando il primo viene a mancare: un insegnamento che riteniamo particolarmente attuale, alla luce delle situazioni di guerra che interessano diverse aree del mondo. Le nostre Chiese continueranno a essere vicine alle popolazioni colpite dalla sofferenza attraverso gesti concreti di solidarietà.
Rinnoviamo l’augurio nella consapevolezza, da Lei stesso richiamata, che il ministero nella Chiesa è anzitutto servizio. Buon compleanno, Santo Padre!
Al via gli incontri regionali sulla rendicontazione 8xmille
Accompagnare le Diocesi nell’aggiornamento delle modalità di rendicontazione dei fondi 8xmille, offrire un supporto concreto nell’utilizzo dei nuovi strumenti e rafforzare la collaborazione a livello regionale. Con questi obiettivi, dal 14 settembre l’Economato della CEI promuove un ciclo di incontri nelle Regioni ecclesiastiche dedicati alla gestione e alla rendicontazione dei fondi 8xmille.
Gli appuntamenti rappresentano una nuova tappa del percorso avviato nei mesi scorsi con la pubblicazione del documento “Gestione dei fondi 8xmille nella Chiesa Cattolica” e proseguito con i webinar di presentazione rivolti alle Diocesi. “Ci siamo dati l’obiettivo – spiega don Claudio Francesconi, economo della CEI – di visitare tutte le Regioni ecclesiastiche per incontrare in presenza gli economi e i loro collaboratori. Sarà l’occasione per approfondire i contenuti del documento e, concretamente, testare e spiegare le funzionalità del nuovo modulo di rendicontazione, che recepisce gli aggiornamenti introdotti”. “Non cambia tutto, ma ci sono novità che richiedono un passaggio di competenze che vogliamo garantire anche attraverso la nostra presenza e il nostro accompagnamento, insieme all’assistenza del Servizio Informatico CEI”, sottolinea don Francesconi.
Il calendario prevede il primo appuntamento il 14 settembre a Chiavari per la Liguria. Seguiranno Oristano per la Sardegna (17 settembre), Milano per la Lombardia (18 settembre), Torino per Piemonte e Valle d’Aosta (29 settembre), Lamezia Terme per la Calabria (1° ottobre), Vittorio Veneto per il Triveneto (6 ottobre), Lanciano per Abruzzo e Molise (8 ottobre), Castellammare di Stabia per la Campania (14 ottobre), Assisi per l’Umbria (16 ottobre), Albano per il Lazio (20 ottobre), Massa Marittima per la Toscana (21 ottobre), Bari per la Puglia (28 ottobre), Ancona per le Marche (5 novembre) e Potenza per la Basilicata (12 novembre). Sono in fase di definizione gli incontri in Sicilia ed Emilia-Romagna.
Custodia del Creato: le iniziative per la 21ª Giornata Nazionale
È la Diocesi di Savona-Noli a ospitare, il 12 e 13 settembre, la 21ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, che quest’anno ha per tema “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4). La due giorni, organizzata dagli Uffici Nazionali per i problemi sociali e il lavoro e per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della CEI, sarà un’occasione di riflessione, incontro e preghiera sul legame tra la cura del Creato e la costruzione di una pace “disarmata e disarmante”.
La Giornata prenderà il via sabato, alle 10, nell’Auditorium di Santa Caterina a Finalborgo (finale Ligure). Dopo i saluti del sindaco di Finale Ligure, Angelo Berlangieri, e l’introduzione con la preghiera affidata a Natascia De Rosso, responsabile del Servizio diocesano l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, interverrà Muriel Fleury, responsabile della Sezione Comunicazione e Restituzione del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il rapporto tra cura della casa comune e costruzione della pace sarà al centro dell’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, mentre don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, affronterà il tema “Chiese e Religioni: ambiti di responsabilità e impegni condivisi per la pace e la riconciliazione in un mondo che cambia”. Modera Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire. Le conclusioni, alle 12.30, saranno affidate a Mons. Calogero Marino, vescovo di Savona-Noli.
Nel pomeriggio, dalle 16 alle 18.30, si svolgerà la passeggiata ecologica ecumenica e interreligiosa “Acqua viva”, dall’ex fabbrica Stoppani di Cogoleto al Convento dei Frati Minori di Varazze. Lungo il percorso si alterneranno le testimonianze di padre Gheorghe Andronic, parroco della Chiesa Ortodossa Romena di Savona; Marco Di Pasquale, pastore della Chiesa Metodista di Savona; Svamini Shuddhananda Ghiri, della Commissione Educazione e Dialogo U.I.I.; Silvia Gianotti, dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai Savona; Zahoor Ahmad Zargar, presidente della Comunità Islamica Savonese, UCOII Liguria; e fra Diego Taddei, del Convento dei Frati Minori di Varazze.
La Giornata si concluderà domenica, alle 10.30, nella Cattedrale di Nostra Signora Assunta a Savona, con la Celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Marino.
Costruire identità plurali al servizio della pace
Non aspettare che la guerra finisca per cominciare a costruire la pace. Prepararla prima, nei territori e nelle comunità, affrontando le diseguaglianze, riconoscendo i conflitti, disarmando le parole e contrastando ogni forma di strumentalizzazione delle identità. È la prospettiva emersa al termine del seminario nazionale “Costruire identità plurali al servizio della pace”, promosso dal 7 al 9 settembre a Frascati da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana. Tre giornate di ascolto, approfondimento e confronto hanno mostrato come le guerre vengano preparate molto prima dell’uso delle armi. Accade quando l’identità diventa una fortezza da difendere, il confine un muro invalicabile, l’interesse nazionale l’unico criterio delle scelte e l’altro una minaccia dalla quale proteggersi. Accade anche quando le diseguaglianze e il senso di abbandono alimentano paura e risentimento, offrendo nuovo spazio a nazionalismi e appartenenze contrapposte.
Il seminario ha messo in luce la necessità di superare l’idea di identità pure, compatte e autosufficienti. Le identità personali, culturali e religiose sono attraversate dalla storia, dalle differenze e dalle relazioni e non diventano più fragili nell’incontro con l’altro, ma possono, al contrario, diventare più consapevoli e generative. Anche il confine, senza essere cancellato, può trasformarsi da linea di separazione in luogo di riconoscimento e reciprocità. “L’impegno che ci assumiamo al termine di queste giornate è fare delle nostre comunità vere scuole di pace”, dichiara don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. “Significa attivarci nelle diocesi, costruire alleanze e cambiare narrazione, mostrando attraverso gesti concreti che alla pace ci si educa e ci si allena, a partire dagli ambienti della vita quotidiana. Dobbiamo trovare anche modi nuovi per informare e coinvolgere le nostre comunità, riuscendo ad arrivare a tutti. È uno sguardo di speranza, necessario per liberarci dalle paure e non permettere che siano queste a orientare le nostre scelte”.
Un secondo approdo riguarda il modo di intendere la pace che non coincide con l’assenza del conflitto, né con un generico invito alla concordia. Il conflitto appartiene alla vita delle persone e delle comunità e può diventare occasione di cambiamento. La guerra comincia quando alla relazione, al diritto e alla politica viene sostituita la logica della forza. “Dopo la Seconda guerra mondiale si era affermata la consapevolezza che la guerra non potesse più essere lo strumento per uscire dai conflitti. Oggi, invece, viene nuovamente ipotizzata come una soluzione normale”, afferma don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI. “È il segno di una povertà relazionale: abbiamo smesso di lavorare sulle relazioni e rischiamo di affidare alla forza ciò che dovremmo affidare al diritto, al dialogo e a una cittadinanza realmente inclusiva. Costruire identità plurali significa allora domandarci quali relazioni vogliamo generare tra le persone, nelle nostre comunità e tra i Paesi”.
Le riflessioni maturate a Frascati richiamano anche la responsabilità delle Chiese e delle religioni. La fede può essere piegata alla difesa di identità chiuse e utilizzata per sacralizzare il potere, la nazione e la contrapposizione. Ma l’esperienza religiosa custodisce anche un antidoto decisivo, perché ricorda all’essere umano di non essere principio di sé stesso e lo apre alla relazione con un’alterità che non può possedere, né ridurre alla propria misura. Le religioni possono contribuire alla pace riconoscendo nell’altro una storia, una dignità e un’esperienza di fede che chiedono ascolto. Un compito specifico riguarda la comunicazione. Le parole non si limitano a raccontare i conflitti: possono esasperarli, costruire il nemico e rendere progressivamente accettabile la violenza. In un sistema informativo condizionato dalla velocità, dalla polarizzazione e dagli algoritmi, disarmare la comunicazione significa verificare, contestualizzare, restituire complessità, moltiplicare i punti di vista e dare volto alle persone che rischiano di essere ridotte a categorie o numeri.
Lo sguardo è ora rivolto ai territori. Parrocchie, scuole, associazioni, movimenti e comunità religiose possono diventare luoghi nei quali i conflitti vengono riconosciuti prima che degenerino in inimicizia, le paure trovano ascolto senza essere strumentalizzate e le differenze possono concorrere alla costruzione del bene comune. La pace non è dunque un settore da aggiungere alle attività pastorali e sociali. È un criterio con cui ripensarle tutte: l’ascolto, l’educazione, la comunicazione, l’accoglienza, l’advocacy, la partecipazione democratica e la cura delle persone più esposte alle diseguaglianze. È questa la consegna con cui si chiude il seminario: dare forza alle relazioni, al diritto e alle istituzioni; attraversare i confini senza negare le differenze; creare nei territori luoghi reali nei quali sia possibile vivere la fraternità e affrontare i conflitti senza trasformare l’altro in un nemico, perché la pace inizia quando l’altro torna a esistere come persona, come interlocutore, come parte di un futuro comune.
Quando la cura del Creato si unisce al riscatto sociale
“Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio”. Così Papa Leone XIV nel Messaggio “Forgeranno le spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4) per la XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato del 1° settembre, inizio del Tempo del Creato che termina il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi. Cinque settimane dedicate alla preghiera, all’impegno nella cura della “casa comune”, in cui si inserisce anche la Giornata Nazionale per la Custodia del Creato ospitata quest’anno dalla Diocesi di Savona-Noli, dal 12 al 13 settembre. Un tempo forte per rilanciare l’urgenza di una “conversione ecologica” che unisce la salvaguardia dell’ambiente al riscatto sociale delle comunità locali. Quella conversione che la Chiesa cattolica sostiene grazie anche ai fondi dell’8xmille con migliaia di progetti in tutto il mondo.
È quello che accade nella Repubblica Democratica del Congo, dove il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) porta avanti la campagna “Proteggiamo la terra”. Oltre a obiettivi sociali come la tutela di minori e vulnerabili con centri di accoglienza e programmi di protezione per ragazze madri e minori a rischio, gli interventi includono la promozione di percorsi formativi e kit didattici per l’educazione ambientale, la formazione professionale e il sostegno a cooperative agricole locali per favorire tecniche di coltivazione sostenibili che non danneggino il delicato ecosistema del territorio. L’arte e i video sono utilizzati come strumenti di trasformazione sociale per denunciare lo sfruttamento iniquo delle risorse naturali e delle terre congolesi e dare voce ai giovani, perché possano essere protagonisti di un deciso cambio di rotta.
“Il Futuro è nelle nostre Mani! – Azioni integrate di protezione e promozione dei Giovani dell’Angola” è il titolo di un altro progetto realizzato sempre dal VIS in collaborazione con i Salesiani di Don Bosco e finanziato dall’8xmille. Una cinquantina di giovani sono stati formati sull’importanza delle loro azioni di mobilitazione a favore di un Paese più ecologico. Oltre agli argomenti ambientali, è stata dedicata particolare attenzione agli aspetti sociali legati alla relazione e comunicazione con le comunità locali di Cuanza Sul per raggiungere un livello più elevato di consapevolezza e trovare soluzioni innovative alle sfide ambientali.
Come è avvenuto nella Diocesi di Dindigul, in India, dove si è concluso con successo un progetto che ha garantito il sostentamento e la sicurezza alimentare. Nel corso del programma sono state lanciate 75.000 palline di semi (seed balls) e messi a dimora circa 50.000 alberelli. “La nostra terra stava morendo per la siccità, ma queste 75.000 ‘bombe di semi’ e i nuovi sistemi di raccolta dell’acqua piovana hanno letteralmente ridato vita ai nostri campi coinvolgendo 90 comunità”, racconta Meenakshi, una delle coltivatrici locali: “oggi, grazie agli orti comunitari, garantiamo cibo e sicurezza a più di 20.000 persone nella nostra comunità. Abbiamo dimostrato che la terra, se curata, risponde sempre”. La mappa verde della regione si è arricchita con la riforestazione di 30 ecosistemi di biodiversità, l’avvio di 30 orti e 9 vivai comunitari che hanno garantito una risorsa per 1.500 famiglie.
Un progetto di più limitato impatto ma altrettanto importante è stato promosso anche dalle Piccole Suore di Santa Teresa del Bambin Gesù a Fort-Liberté, Haiti, per contribuire alla salute e alla sicurezza alimentare della popolazione. La Congregazione ha messo a disposizione 15 ettari per la formazione pratica. Il progetto ha promosso una serie di attività chiave: dalla piantagione di alberi da frutto alla commercializzazione dei raccolti, fino alla trasformazione di frutta, verdura e legumi. Parallelamente, si è puntato al rilancio del comparto zootecnico attraverso l’allevamento bovino e ovino. È stato coinvolto un gruppo target di 50 agricoltori, 32 uomini e 18 donne. A questo nucleo si è affiancato un secondo gruppo interamente composto da giovani: 50 nuovi produttori con un’età media di soli 22 anni, 35 uomini e 15 donne. “Questo progetto – spiega Lovenson, un ventiduenne del secondo gruppo – ci sta dando una ragione concreta per restare nelle nostre campagne, guidando un vero ricambio generazionale. Non ci limitiamo più a coltivare: abbiamo imparato a trasformare frutta e legumi, a gestire l’allevamento ovino e a produrre formaggio locale sotto controllo veterinario”.
Ogni gesto di cura per il Creato diventa così parte di un flusso globale di speranza per dare corpo al “sogno” di Isaia e passare, come sottolinea Papa Leone XIV, “dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace”.
Ordinanza Cassazione 8xmille: il commento di Mons. Baturi
“La Corte dei conti non ha giurisdizione nei confronti delle Diocesi e dei Vescovi per le azioni di risarcimento del danno erariale causato dall’appropriazione o distrazione delle somme erogate alla Chiesa cattolica quale quota dell’otto per mille del gettito Irpef ai sensi dell’art. 47 della legge n. 222/1985”. È quanto stabilisce una recente ordinanza, la n. 24778/2026, delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, decisa nella camera di consiglio dello scorso 26 maggio e pubblicata il 26 agosto. “L’ordinanza – spiega Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, in una comunicazione inviata oggi ai Vescovi italiani – merita di essere segnalata perché affronta per la prima volta, in modo specifico, il tema della disciplina relativa alla gestione della quota dell’otto per mille assegnata alla Chiesa cattolica e derivante dalla ripartizione della somma dell’otto per mille del gettito Irpef, ai sensi degli artt. 47 e 48 della legge di esecuzione del Protocollo sottoscritto dalla Santa Sede e dallo Stato Italiano il 15 novembre 1984”.
A riguardo i Giudici della Suprema Corte chiariscono che “la disciplina sul finanziamento della Chiesa cattolica va […] intesa come un corpo normativo accurato e completo, ispirato alla logica pattizia che informa la disciplina dei rapporti Stato-Chiesa, in cui la formale assenza di disposizioni che prevedano l’applicazione delle norme di contabilità unilateralmente adottate dallo Stato o altri controlli pubblici sull’utilizzo dei finanziamenti non appare superabile in via interpretativa”. In questo modo, sottolinea Mons. Baturi, vengono statuite “sia l’inapplicabilità di norme di contabilità pubblica alla materia della gestione dei fondi otto per mille gestiti dalla Chiesa cattolica sia l’esclusione di un sindacato giurisdizionale per responsabilità erariale da parte della Corte dei conti”.
Nell’ordinanza viene inoltre evidenziato che l’utilizzo delle somme “che entrano a far parte del patrimonio della Chiesa si compie del tutto al di fuori di uno schema procedimentale di tipo contabile”, derivandosi da ciò che la materia della gestione delle somme assegnate alla Chiesa cattolica deve restare confinato nell’ordinamento canonico, poiché “la destinazione e l’impiego delle somme si svolgono […] nel circuito organizzativo e regolatorio dell’ordinamento ecclesiastico”.
Per Mons. Baturi, “trovano così, ora, anche autorevole conferma, nella materia del finanziamento alla Chiesa cattolica, sia il percorso normativo sin qui stabilito e seguito dalla Conferenza Episcopale Italiana sia le soluzioni di prassi istituzionale sin qui adottate e fatte valere nei rapporti con le Istituzioni dello Stato italiano competenti in materia e che in assenza di una specificazione nella legge concordataria avevano portato, nell’ultimo decennio, a tentativi di restringimento degli ambiti di autonomia e indipendenza della Chiesa”.
L’ordinanza, rimarca il Segretario Generale, “conferma, dunque, ora, autorevolmente, che la materia della gestione delle somme assegnate alla Chiesa Cattolica è definita nell’ordinamento canonico secondo le regole e la disciplina stabilite dalla Conferenza Episcopale Italiana, con esclusione di qualunque altra disposizione o normativa statale in materia di contabilità pubblica”.
La decisione, conclude Mons. Baturi, “non cambia e non intacca il sistema normativo della gestione delle somme assegnate alla Chiesa per come definito dai Vescovi in Italia, uniti nella Conferenza Episcopale Italiana, ma avvalora il percorso avviato di continua e costante attenzione e verifica della solidità del regime regolatorio, occorrendo dovere e potere sempre rispondere ‘sul piano della verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse’”.
Legge sul fine vita in Veneto: dichiarazione del Patriarca di Venezia
Condividiamo la dichiarazione del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia circa la nuova legge regionale sul fine vita, approvata oggi (2 settembre) in Veneto:
“A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile.
La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo.
Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l’inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.
Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato.
L’impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa.
L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore.
Infine, l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari”.
Venezia, 2 settembre 2026
Aree interne. Incontro dei Vescovi: comunicato finale
Dare continuità a un cammino nato dal basso, rafforzare il confronto tra i Vescovi e mettere a fuoco proposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei territori. Sono le prospettive emerse dall’incontro dedicato alle Aree interne, conclusosi oggi, 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, con la riflessione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.
Il tradizionale appuntamento ha permesso di fare un bilancio di quanto fatto a partire dal 2021 e – grazie agli spunti offerti dalla relazione introduttiva di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – di evidenziare che “non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità”, facendo eco anche all’espressione, “semplice ed efficace”, di Leone XIV, il quale ha ribadito che “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” (Magnifica humanitas, n. 42).
A dare concretezza alla riflessione sono state anche le buone prassi condivise durante i lavori. Le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità.
Nella seconda parte del Convegno, i Presuli si sono confrontati sul modo in cui dare continuità ed efficacia al ricco percorso, che ha assunto, nel corso degli anni, uno spessore nazionale. I Presuli hanno ritenuto utile proseguire il loro impegno: a tal fine è stato designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi anni è stata sempre attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno.
Aree interne: allargare gli spazi della riflessione e dell’iniziativa pastorale
Non territori marginali, ma luoghi capaci di custodire legami, memoria e fede popolare e di aprire nuove possibilità di futuro. È il volto delle Aree interne delineato nella prima giornata dell’incontro dei Vescovi, che si è aperto oggi, 31 agosto, a Benevento, presso il Centro “La Pace”.
Nel corso dei lavori, ai quali partecipano una trentina di Presuli, è emersa la necessità di abitare questo tempo con speranza, tessendo alleanze tra Chiesa, istituzioni e società civile. Obiettivo dell’appuntamento, promosso a partire dal 2021, è infatti quello di condividere buone prassi e individuare nuove prospettive per quelle comunità chiamate a confrontarsi con trasformazioni pastorali, sociali e demografiche. Il percorso ha portato, nel 2025, alla firma di una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, con l’invito tra l’altro ad “avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico”.
Al centro del confronto odierno – introdotto dagli interventi di Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento, e Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno – anche il ruolo delle comunità cristiane, chiamate a tutelare il patrimonio di relazioni e valori dei territori, contrastando l’individualismo e facendo crescere partecipazione, prossimità e responsabilità condivisa. Una visione che riguarda la stessa “forma di Chiesa” nelle Aree interne, valorizzando il ruolo dei battezzati, di famiglie testimoni e di comunità in grado di assumersi delle responsabilità, anche dove non è possibile garantire stabilmente la presenza di un parroco.
“Abbiamo preso coscienza che l’attenzione alle Aree interne non può essere sviluppata prescindendo da quella che dobbiamo comunque rivolgere a tutti i territori delle nostre Diocesi. Esse vanno piuttosto trattate come un ambito specifico nel quadro della sfida complessiva che oggi la Chiesa si trova ad affrontare nell’adempimento della sua missione di annuncio, servizio e testimonianza”, ha sottolineato Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, che ha richiamato l’urgenza di “integrare la dimensione pastorale con uno sguardo guidato dall’insegnamento sociale della Chiesa”.
Da qui alcune piste di impegno che guardano alla formazione, alla partecipazione alla vita pubblica, ai corpi intermedi e al Terzo Settore. “C’è bisogno – ha affermato il Vescovo – di fare rete e creare reti, esaltare la dimensione comunitaria e sostenere ogni forma di prossimità nei confronti del cittadino; c’è bisogno di creare luoghi di confronto e di mediazione, di promuovere responsabilità condivisa”.
L’incontro proseguirà domani con il confronto nei gruppi e in plenaria. Sarà il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a concludere i lavori con una riflessione sulle “Nuove prospettive per continuare il cammino”.
In allegato il testo integrale dell’intervento di Mons. Crociata.
Presidenza CEI: 500mila euro per le emergenze umanitarie in Colombia, Perù, Indonesia e Nepal
Un aiuto concreto alle comunità di Colombia, Perù, Indonesia e Nepal: la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deciso uno stanziamento complessivo di 500mila euro dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica per rispondere ai bisogni più urgenti.
“Si tratta – spiega il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI – di un segno di vicinanza della Chiesa italiana alle popolazioni che si trovano ad affrontare importanti emergenze umanitarie. La sofferenza di chi vive lontano non può esserci estranea: ci riguarda e ci chiama alla responsabilità. Tendere la mano a chi è in difficoltà significa riconoscere che nessuno può salvarsi da solo e che ciò che ci unisce è più forte delle distanze. Attraverso gesti di fraternità e di cura possiamo ricostruire legami, alimentare la speranza e rendere la pace una possibilità reale, soprattutto in un tempo che continua a essere caratterizzato da tensioni, divisioni e conflitti”.
Le risorse saranno destinate, attraverso Caritas Italiana e la rete delle Caritas locali, ad accompagnare nel tempo i percorsi di ripresa delle comunità colpite.
In Indonesia, il terremoto di magnitudo 7.7 che il 15 agosto ha devastato l’isola di Flores ha provocato oltre 100 vittime, più di 1600 feriti e oltre 180mila sfollati. Un’attenzione specifica – fa sapere Caritas Italiana – sarà riservata alle persone con disabilità e alle loro famiglie, attraverso interventi per l’accesso agli aiuti, ai servizi sanitari e riabilitativi, ai rifugi e al supporto psicosociale.
In Nepal, il violento fenomeno che il 26 agosto ha interessato diverse aree montane del distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet (Cina), ha causato morti, feriti e dispersi lasciando migliaia di famiglie senza casa e mezzi di sostentamento. La risposta prevede assistenza immediata, ripari, cibo e sostegno psicosociale, insieme a interventi di ricostruzione e di ripresa delle attività produttive.
Lo stanziamento disposto dalla CEI contribuirà, inoltre, alle iniziative di solidarietà promosse in Colombia e Perù, dove recenti fenomeni sismici hanno messo alla prova comunità già particolarmente vulnerabili.
Aree interne. A Benevento l’incontro dei Vescovi
Ascoltare i territori, condividere le buone prassi, individuare nuove prospettive per le comunità delle Aree interne. Con questi obiettivi, il 31 agosto e il 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, torna il consueto incontro dei Vescovi dei territori interessati, un appuntamento che si inserisce nel percorso avviato dalla Chiesa italiana per ragionare insieme sulle sfide pastorali, sociali e demografiche che attraversano le zone più fragili del Paese.
Saranno una trentina i Presuli chiamati a confrontarsi sulle trasformazioni che riguardano realtà spesso segnate dallo spopolamento e dall’invecchiamento, ma anche ricche di relazioni e risorse umane. “Mossi dalla sollecitudine per le comunità che vivono in questi territori, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano Vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia per intessere un dialogo capace di delineare alcune linee di pastorale”, ricorda Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, sottolineando che “in questo anno, la CEI ha avviato un coordinamento unitario delle diverse iniziative degli uffici e degli organismi nazionali per le Aree interne, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali”.
A Benevento si rinnova così un impegno che nel tempo ha assunto forme sempre più concrete e che, nel 2025, ha portato alla firma di una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”. Nel documento, sottoscritto da 141 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati, si chiedeva di esplorare “con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle Aree interne”, sollecitando le forze politiche e i soggetti coinvolti a “incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo”. L’invito era inoltre ad “avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico”.
L’edizione 2026 prenderà il via lunedì 31 agosto con il saluto di Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento. La prima sessione, dal titolo “Tra memoria e futuro”, prevede l’intervento di Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, e la relazione di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. A seguire, i partecipanti si confronteranno nei gruppi di studio.
Nel pomeriggio, la tavola rotonda “In ascolto dei territori e scambio di buone prassi” permetterà di mettere in comune percorsi maturati nelle diverse realtà locali.
Martedì 1° settembre, dopo la discussione nei gruppi e in plenaria, sarà il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a concludere i lavori con una riflessione sulle “Nuove prospettive per continuare il cammino”.
10° anniversario sisma. Messa ad Amatrice: omelia del Card. Zuppi
Il 24 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso il Campo Sportivo di Amatrice (RI) in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia.
Ricordare fa anche male. Riapre una ferita, suscita le lacrime e queste fanno piangere di nuovo. Ricordare assieme e ricordare accompagnati con il Signore e il suo amore che non dimentica ci fa sperimentare oggi quella beatitudine, altrimenti incomprensibile, che proclama beati coloro che piangono perché saranno consolati. Gesù non dice beata la sofferenza, anzi, ci protegge da questa, ma vuole che chi sperimenta la durezza della vita trovi il suo e il nostro amore, che significa consolazione, speranza, futuro. Per questo Gesù ha pianto: per consolare le nostre lacrime.
L’amore di Dio non è un palliativo, un narcotico per dimenticare e andare avanti, ma è sofferenza con chi soffre, sconfitta del male, ricostruzione di quello che è rovinato. Gesù affronta il male e ci insegna a combatterlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo: l’amore. Il ricordo ci rende attenti a coloro che oggi piangono, colpiti dai terremoti ma anche da quella distruzione causata dall’uomo che è la violenza e la guerra. Dio insegna a essere umani. Che umanità c’è nel girarsi dall’altra parte, nel ridurre la persona a numero e la morte a contabilità? Dio ha compassione per la sofferenza e vuole che le lacrime si trasformino in gioia. Per farlo piange con noi, fa sue le nostre lacrime e ci insegna a piangere con chi è nel pianto per trasformarlo in vita, futuro, speranza. Lui si fa comunità con noi perché anche noi impariamo a farla tra di noi facendo come Lui e con Lui. Lo abbiamo vissuto soprattutto all’inizio, sgomenti, quando ognuno ha dato il meglio di sé nelle difficoltà, tutti collaboravano e tutti volevano dare una mano, come i giorni di vita vissuta insieme nelle palestre. Ricordiamo quel dolore immenso. È sempre parziale, ma sappiamo che Dio conserva tutte le lacrime nel suo otre, le scrive nel suo libro (Sal 56,9) e questo ci rassicura.
“È crollato tutto! Vi prego, salvateci…”. La telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere. E ne arrivarono a migliaia, tutte insieme, quella notte, quando i vigili del fuoco e tutte le forze di soccorso si trovarono ad affrontare l’immensa tragedia del terremoto. “Avevo pensato al peggio, ma questo è di più”, commentarono allora. “Era buio pesto. Ci avevano detto che c’erano dei crolli parziali ma abbiamo trovato l’inferno. C’era odore di gas e i sopravvissuti che chiedevano aiuto per tirare fuori le persone da sotto le macerie”. Il frastuono del terremoto, le urla disperate, il buio, l’aria pesantissima, resa irrespirabile da una nube di polvere che entra fino alle ossa. Un sopravvissuto raccontò: “Finalmente vedo come è ridotta la mia povera casa. Non ci credo, mi sembra un incubo, arriviamo con affanno al portone d’ingresso che non si apre, è uscito fuori asse, bloccato. E tutto questo mentre la terra continua a tremare: 142 secondi di distruzione, interminabili, arriva un’altra scossa maledetta e sentiamo attorno a noi case crollare e gente urlare. Sono momenti che cambiano la vita, in cui ci si rende conto di quanto siamo piccoli e fragili di fronte a simili eventi potenti e catastrofici e di come chi esca vivo da un tale inferno debba doverosamente ringraziare il Signore e, nel mio caso, anche i miei genitori che mi hanno protetto dal Cielo”. “Stretti durante la scossa in un abbraccio che poteva essere l’ultimo, la paura si confonde con l’amore, e la storia e la geografia lasciano il tempo che trovano. Come non pensare alla via principale di Amatrice, il corso umbertino, ridotta completamente in macerie, con la torre civica sullo sfondo, unico edificio a rimanere in piedi. Poco più in là, hanno allineato i cadaveri dove nei giorni lieti della villeggiatura si andava a passeggiare o per un aperitivo. Figure la cui scomparsa suscita un senso di sconvolgente incredulità”.
Amatrice significa anche le sue importanti frazioni, tutte importanti, costellazione di comunità e case che forse hanno sofferto ancora di più dell’isolamento, che con dignità seguitarono a contare i morti. In quella frenetica “partita tra la vita e la morte”, ricordo l’emozione del recupero di una bimba sepolta dalle macerie. “Nella confusione si sente una vocina flebile che risponde. Scatta lo scavo a mani nude, nel terrore che un movimento o le scosse continue possano far franare tutto, chiudendo ogni speranza. La lucidità che si scontra con i sentimenti, la necessità di mantenere la calma. Poi, l’ultimo blocco di macerie che spalanca un varco e la vocina flebile della bimba, che fa battere forte il cuore”. Le mani della piccola che cercano le braccia del suo salvatore, che racconta: “Quando finalmente siamo riusciti a liberarla, è stata lei a venire tra le mie braccia e a saltarmi al collo: in quel preciso momento non l’avrei voluta lasciare mai più. In tutto quell’inferno, tirare fuori un angioletto così, per di più vivo, è qualcosa di indescrivibile. Una cosa simile a quando prendi in braccio per la prima volta un figlio”. Sono le parole che avremmo voluto per tutti.
Gesù è il primo soccorritore e anche sempre l’ultimo a restare là sotto. Ecco dove è Dio. Non dimentichiamo l’immagine dei funerali, sotto un tendone, con un Cristo in croce tenuto su con le corde che dava il senso della tragedia. In questa Apocalisse che portiamo nel cuore, la Scrittura ci parla di una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Costruiamola. Ci aiuta a non arrenderci, a credere che anche la nostra città, oggi ancora provata da quella desolazione, può trovare nuova vita e speranza.
Oggi celebriamo San Bartolomeo, la tradizione lo identifica con Natanaèle, segnato dallo scetticismo, che all’amico entusiasta e pieno di speranza contrappone l’amarezza. Gesù gli rivolge parole personali, che lo fanno sentire capito da Lui. Il Signore conosce quello che abbiamo nel cuore, il desiderio di futuro per noi e per chi ha perso tutto, specialmente per chi non c’è più. Un amore così ci aiuta a costruire con speranza e passione il futuro, a vedere il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo. “Vedrete!”. Il cielo e la terra possono unirsi, Gesù unisce cielo e terra, ci fa vedere quello che saremo ma anche amare quello che siamo e che vuole diventiamo. Gli angeli sono i riflessi di Dio, coloro che con la loro parola e i loro gesti portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri, angeli che ci fanno vedere il riflesso dell’amore di Dio, che è e sarà pieno. Ne abbiamo visti, specie negli infiniti gesti di amore, di gratuità, che furono la pronta risposta a quella tragedia. Papa Francesco fu vicinissimo sin dal primo istante, chiamando e manifestando anche in maniera molto concreta la sua solidarietà, come ricorda monsignor Domenico Pompili. “Alle sette del mattino, cioè poco più di tre ore dopo il terremoto, mi chiamò sul cellulare. Nei giorni e nei mesi successivi si informò continuamente e quando venne disse: ‘Dal primo momento ho sentito che dovevo venire da voi! Semplicemente per dire che vi sono vicino, che vi sono vicino, niente di più, e che prego, prego per voi! Guardare sempre avanti. Avanti, coraggio, e aiutarsi gli uni gli altri. Si cammina meglio insieme, da soli non si va. Avanti! Grazie’”. Sono parole che sentiamo vere ancora oggi! La vita continua, sempre intrecciata con la morte. “Quannu ne la vita va a fenì jo nterra Ha da tenè la forza de rearzatte e inizià la guerra”, dice lo spirito intrepido degli Amatriciani! Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. I cieli aperti ci aiutano a ritrovare motivazione e slancio per pensarci comunità, per vincere la stanchezza con l’unica forza che ci fa muovere: l’amore, cioè la passione per il futuro, la voglia di donare vita a chi viene dopo. Aiutiamoci tutti a guardare avanti. Le difficoltà e i problemi – che ovviamente ci sono e ci saranno – non ci paralizzino e anzi rafforzino il senso di comunità.
Papa Paolo VI disse che il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le sofferenze del prossimo. Proprio questo ci rende umani e ci aiuta a capire l’altro e a fare nostre le sue sofferenze, ma anche le speranze. Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto, consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi: “Amatrice non c’è più e non c’è ancora”, ma pezzo per pezzo riappare, in uno sforzo che ha delle proporzioni gigantesche e in un’avventura che è fantastica. Quando si rimane distanti gli uni dagli altri o quando non c’è ancora la piazza del paese è difficile, ma siamo sicuri che tornerà a essere piena di persone, perché la comunità si rigenera. Dio è comunità e ci ricorda che saremo una cosa sola, perché l’amore unisce, il male distrugge e divide. E questo dipende anche da ognuno di noi. Non interessano polemiche, ma l’impegno di tutti, a cominciare dallo Stato e dalle sue istituzioni, dalla Chiesa, dalla passione e dalla creatività di ognuno. “C’è molto da fare ma il peggio è alle spalle”. E vogliamo vedere angeli salire e scendere e portare speranza, luce, futuro, consapevoli che l’amore è più forte del dolore e della morte. Lasciamoci aiutare dalla Madonna di Filetta, perché “Soave e benigna e ornata di zelo la strada del cielo al mondo insegnò” e continua a mostrarcela perché la percorriamo insieme, con forza e speranza.
10° anniversario sisma Arquata del Tronto: omelia del Card. Zuppi
Il 24 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso l’area Sae di Pescara del Tronto, ad Arquata del Tronto (Ap), in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia.
Rinascere. È la prospettiva, bellissima e impegnativa per tutti, che accompagna questo ricordo doloroso del terremoto, della morte e della distruzione che ha causato. Rinascere: non è un auspicio! Il cristiano spera, non è un ottimista. Crede nella Provvidenza, non è fatalista e quindi lotta con tutto se stesso e combatte la rassegnazione, sottile veleno che rende tutto impossibile, inutile o troppo difficile. Vogliamo rinascere anche per onorare chi non c’è più, perché qui ci sono le radici e conservarle richiede diano nuovi frutti. E quanti germogli che proprio per questo vanno aiutati!
Il Vangelo parla di un uomo, Nicodemo, un fariseo, segnato dalla sua storia, che va a trovare di notte Gesù. Nella notte sentiamo l’angoscia della luce, il buio spinge a cercare quello che non abbiamo, ma sappiamo ci deve essere. Era disilluso, ma non stava bene. Forse portava nel cuore rabbia per la sua esperienza resa ancora più acuta per la convinzione triste che non c’era rinascita, cioè futuro. “Come fa a rinascere un uomo quando è vecchio?” chiese, amaramente, a Gesù. Anche noi, tutti, sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni, portiamo nel cuore le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto. A questo si aggiunge la condizione delle aree interne di tutto il nostro Paese, che sperimentano il terremoto silenzioso e senza crolli traumatici dello spopolamento e di un invecchiamento che appare senza speranza. Gesù, a lui e a noi, propone di rinascere nello Spirito e ci dona il vento del suo amore, forza che spazza la nebbia della rassegnazione. L’amore non cancella i problemi, anzi, ma ci dona forza nuova per affrontarli e superarli. Che sia così anche questa celebrazione.
Rinascere! Abbiamo ascoltato di Neemia. Al re, proprio come noi, confida il proprio dolore e tristezza “quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina”. Il profeta, però, chiede al re fiducia perché non si vuole arrendere, non può accettare la rovina. Il ricordo di questi dieci anni ci rende sapienti, non rassegnati, ancora più convinti e uniti nel dire come Neemia: “Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!”. E oggi anche noi diciamo: “Su, costruiamo!” e mettiamo anche noi mano “vigorosamente alla buona impresa”. Nel ricordo ci misuriamo con il mistero della terribile, inquietante forza distruttrice del terremoto, le cui conseguenze non finiscono con l’ultima scossa. Anche per questo sentiamo insopportabile la così diffusa cultura della potenza, che rovina la convivenza, le cose, e scatena violenza e guerra che tutto distrugge. Del terremoto conosciamo le conseguenze del male. Della guerra le responsabilità sono chiare, così come le complicità e tutto quello che favorisce quel vortice di violenza e di odio che poi nessuno riesce più a governare. La domanda di rinascere la portiamo nel cuore per le conseguenze di quei minuti drammatici, che sono segnate da queste pietre e che avete ricordato questa notte. Il terremoto ha spento la vita di quelle persone i cui nomi sono stati scanditi questa notte accompagnati dal suono della campana. Partiamo sempre da quel dolore quando il cielo crolla addosso e le fondamenta del mondo sono scosse, quando tutto diventa imprevedibile e si rivolta contro. Non vogliamo dimenticarlo. Non possiamo. Riviverlo ci fa sentire l’urgenza di curare le ferite che ha provocato, perché abbiano la cura necessaria. Quella notte fu un vero spartiacque. Ma la storia continua. Leggo alcuni dei racconti, che faccio miei nella compassione che non è dall’alto in basso, anzi, il contrario: è chinarsi per guardarsi negli occhi, fare dei tuoi i miei sentimenti. Come fece Papa Francesco che, quando visitò queste zone, abbracciò tutti i bambini e guardò in viso, uno per uno. “Ci siamo svegliati nel buio, senza capire cosa stesse succedendo, sentendo voci e rumori che poi abbiamo scoperto essere persone rimaste sotto le macerie. Di fronte casa mia c’era la più giovane vittima del terremoto, la piccola Marisol. Ogni volta che torna quel ricordo, annebbia tutto”. Qui ad Arquata furono cinquanta. “Ci siamo resi conto che la piazza non c’era più. Appena girato l’angolo per salire verso il borgo di Arquata, abbiamo visto i massi delle mura crollate. Non si è capito nulla, finché non si è fatto giorno. Solo allora abbiamo compreso la portata di quello che era successo. Pescara del Tronto? Lì ho visto di tutto: alcuni corpi di persone morte, persone ferite, persone salvate, amici che si stavano rimboccando le mani per salvare altre vite. Non ho capito più niente! Quello che mi sono trovato davanti sembrava uno scenario di guerra: cadaveri, feriti, detriti, urla, terrore negli occhi delle persone. Non era semplice andare sopra le macerie e recuperare le persone intrappolate al di sotto. Il dolore più grande è stato vedere i corpi dei bambini morti. Questo ce lo porteremo dentro per sempre. Nelle frazioni più colpite, come Pescara, Tufo e Capodacqua, di alcune persone non si trovavano neanche i corpi: anche quello dei dispersi è stato un altro grande dolore”. La tragedia è iniziata quella notte ma dura sempre: solitudine, spaesamento, distacco forzato dalla propria comunità. Oggi sappiamo che il percorso è ancora lungo, ma sappiamo anche che c’è futuro.
Rinascere. Papa Leone indica il metodo di Neemia per tutte le sfide che dobbiamo affrontare e per mettere per tutti sempre al centro la nostra magnifica humanitas. È il valore del lavoro condiviso che rende sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Dobbiamo sempre cercare di edificare insieme, trasformando la storia di ognuno in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. È quello che sperimentammo con le migliaia di volontari, associazioni, istituzioni, operatori, uomini e donne comuni che hanno sostenuto queste nostre terre con gesti concreti, vicinanza e condivisione. A dieci anni di distanza vogliamo manifestare un convinto segno di riconoscenza, per il valore di quell’immenso patrimonio umano che ha permesso alle comunità di non sentirsi mai sole e vorremmo che questo stesso spirito permetta di risolvere rapidamente le difficoltà restanti nella ricostruzione. Credo sia vero per tutti davanti a chi non ce l’ha fatta quanto scrisse un vigile del fuoco che confidò il suo dolore lasciando un biglietto sulla bara della bambina Giulia: “Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi”. La memoria di oggi ci spinge a non arrivare tardi.
Rinascere. Non promesse, ma lavoro, di tutti, ciascuno nelle proprie funzioni e responsabilità tutte importanti, con la forza di quella solidarietà che tanto ha consolato in quei giorni terribili, chiamando le difficoltà con il proprio nome, perché solo così si possono risolvere e trasformarle in nuova capacità ed efficacia con la resistenza di cui siete stati capaci. Sappiamo che non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date. Quanti anziani speravano di vedere di nuovo quello che il terremoto aveva distrutto e hanno sperimentato l’amarezza di chiudere gli occhi lontano dalle proprie case? Quanti non hanno la forza per aspettare e sono andati altrove? Ecco perché rinascere. L’amore accende nei cuori quella luce alla fine del tunnel che sembra non arrivare mai. Anche questa celebrazione ci aiuta a tessere di nuovo la comunità e l’unità tra di noi, perché ricostruire non è solo una questione di edifici ma soprattutto di relazioni, comunità, fiducia, solidarietà. La rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma soprattutto dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa. Ci aiuta il Signore che affronta il terremoto terribile del Venerdì Santo, fallimento di tutto, ma sapendo che il tempio del suo corpo sarà ricostruito. Il Signore accenda i nostri cuori di rinnovata speranza e di senso di responsabilità, di attenzione per tutti, a iniziare dai più deboli. La roccia sicura del suo amore ci fa affrontare quello che manca, perché ora sappiamo che lo Spirito, l’amore di Dio che diventa nostro, ci trasforma, ci dona forza, capacità, forza per fare nascere di nuovo quello che sembra perduto. Dio vi benedica e vi doni di rinascere. Come è scritto sull’architrave della porta di Santa Maria in Pantano ci affidiamo a Maria: “Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix”, “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.
Meeting per l’amicizia fra i popoli: omelia del Card. Zuppi
Domenica 23 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha presieduto la Santa Messa a Rimini, in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli 2026. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia.
Ringraziamo il Signore per questa domenica, per questi giorni, per l’incontro di ieri dove abbiamo accolto il Successore di Pietro che ci ha slegato da ciò che divide per legarci al Signore, alla grande messe di questo mondo e, quindi, tra noi. Questo legame si chiama comunione che è sempre dinamica e inclusiva: “non avete fatto del ‘Meeting’ una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini”. Nel mondo è così facile pensare di essere sicuri e di star bene chiudendosi in enclave! Anzi, il Papa ci ha invitato tutti a usare la comunità come “un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà”, non per perdercisi ma per combattere l’inimicizia con l’amicizia. “Uscite, invece, incontro a tutti!”.
Papa Francesco vi chiese di aiutarlo nella conquista della pace in un mondo sempre più violento, e questo chiede speranza. Chi entra al Meeting esce per amare tutti, a cominciare dai poveri, che richiedono la gratuità dell’amore. Il Signore continua, nelle diverse stagioni della nostra vita, a mostrarsi per essere anche noi, come Dante, percossi da “un fulgore” “in che sua voglia venne”, che risponde al nostro desiderio più personale. È l’amore che “move” il creato e le creature, perché Dio suscita il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore e nella nostra generazione possiamo “risplendere come astri nel mondo tenendo salda la parola di vita” (Fil 2,13). Quante esperienze, quanti fatti rivelano nell’ordinario il mistero che pure è sempre nascosto e ci aiutano a riconoscere nella vita di tutti i giorni questa forza che “move” e sazia la domanda di eterno e di infinito che tutti portiamo scritta nella nostra debolezza e caducità! Quanta gioia nello sperimentare che siamo affidati a questa Chiesa che è Madre, che raduna una famiglia, universale, tanto più preziosa in una stagione dove prevale l’insolente e pericolosa “cultura della potenza”, la Babele di “io” arroganti e imprevedibili ma anche di “noi” chiusi e contrapposti ad altri noi! Lì trova tanto spazio il divisore e quindi la violenza.
“Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità”. Non offendiamo mai questa Madre e non indeboliamola giudicandola come il mondo, usandole malevolenza, attribuendole categorie mondane. La Chiesa vive nel mondo, ma non è del mondo e, proprio perché non è del mondo, ne sente la responsabilità, decisiva, per aiutarlo a ritrovare se stesso, sciogliendo “la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. Non siamo fatti per vivere come bruti! L’humanitas è fatta per essere magnifica! Questa nostra Madre è anche affidata a ciascuno. Come Giovanni, prendiamola con rinnovata passione nella casa del nostro cuore e della nostra vita, con l’originalità e la responsabilità di ciascuno, con l’interiorità indispensabile per arricchire la comunione! La Madre non è divisibile – è nostra – e amarla personalmente ci unisce ancora di più. Gioisco, e gioisce la Chiesa tutta, per questa comunità che ha ricevuto un carisma di amore e che continua, nella ricchezza della sua storia, tutta, a “muovere” tanto amore, che significa incontri, storie, esperienze che generano l’amore di Dio nella storia. La comunione è liberazione dalla tirannia dell’io, che ha secolarizzato e ridotto la persona a individuo, facendogli credere di star bene affermando se stesso, possedendo, consumando, esaltandosi e finendo per distruggersi. Ringraziamo per questa compagnia affidabile, questa carovana che ci fa camminare perché diretta verso la casa del Padre. Possiamo essere tante stelle in un cielo reso troppo buio dal drago, che le stelle le fa cadere e rende deserta di umanità la terra con la cultura della potenza che lega solo alla “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII, 151) se non guardiamo al cielo.
Racconto un esempio, uno degli infiniti miracoli di un amore ordinario ma non per questo scontato, di una vita quotidiana piena di amore che ha mosso e continua a muovere cuori e menti. Nelle settimane scorse una vostra famiglia ha sperimentato la tragedia della morte improvvisa di un figlio di diciannove anni. Che consolazione essere sommersi di tanta amicizia umana insieme a tanta fede: l’una aiuta l’altra, la rende credibile, umana e cristiana, luce che illumina quel buio terribile e definitivo!
“La gente chi dice che io sia?”. Tanti, in tanti modi, cercano Gesù, ne sono attratti. La risposta la troveranno se incontrano un amore. Ma tu, voi, chi dite che io sia? Per guardare gli altri dobbiamo guardarci dentro e, soprattutto, guardare sempre Gesù. E guardare a Gesù ci permette finalmente di guardarci dentro proprio perché scopriamo il Tu che ci libera dallo specchio e dalla vana esaltazione di noi stessi, e non ci espone all’incomprensione, alla delusione di risposte affrettate, impersonali, banali. La domanda ci aiuta a capire, a passare dall’esperienza alla storia.
Non si segue Gesù senza capire, senza conoscere. Pietro ci aiuta e ci conferma, come la visita e le parole di colui che gli succede, pietra sulla quale Gesù edifica la sua famiglia, la sua Chiesa, assicurando peraltro che le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. Poi sta a noi non venire a patti con le potenze degli inferi, allontanare con l’amore per l’unità e con la passione per il Vangelo il fumo di satana, il divisore, che sempre minaccia la Chiesa stessa. Disse San Giovanni Paolo II: “è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”. Ecco: Sei tu Signore, il mio e nostro Signore, nella quale “la mia voglia” si realizza. Don Giussani commentava: “La domanda che Cristo fa agli apostoli è la domanda della nostra vita. Nessun’altra domanda che l’uomo possa pensare è più grave, più grande e più decisiva di questa; tutta la vita nostra, come valore, dipende dalla risposta a questa domanda: se egli sia esistito come uomo qualsiasi, o se egli esista come uomo-Dio. Ma chi non sa seguirlo, chi non osa lo sforzo di una familiarità, di una consuetudine di vita non arriva ad evidenziare la verità e non troverà risposta vera, personale e matura all’interrogativo fondamentale, definitivo che Gesù gli rivolge: e tu, chi dici che io sia? La familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua Parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia, la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi”. “La legge dell’io è amare. Vuol dire: non esiste l’io, non si attua l’io, se non nell’amore. E infatti se non si attua nell’amore, come amore, l’io è insoddisfatto, rabbioso con sé, ostile agli altri, incapace di bere e di assimilare la bellezza della realtà, annoiato, facilmente urtato. Ma l’amore all’altro non è una cosa generica. […] La dedizione di sé all’altro non è una cosa generica, è una cosa molto concreta. […] darsi all’altro significa muoversi per un altro. […] Voler bene a qualcuno vuol dire muoversi. Per donarsi agli altri bisogna muoversi per gli altri”. È un poco di quell’amore che muove il sol e le altre stelle. Perché “la nostra fede è “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Par. XXIV, 145-147). Pieni di questo amore camminiamo e cantiamo: “Ma non avere paura, non ti fermare mai, perché il mio amore è fedele e non finisce mai”. La festa sta per cominciare.
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