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Conferenza Episcopale Italiana
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80° anniversario della Repubblica: il messaggio della CEI al Presidente Mattarella 

Lun, 01/06/2026 - 13:46

Di seguito il Messaggio che il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha inviato al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella, in occasione dell’80° anniversario della Repubblica.

Illustrissimo Signor Presidente,

nell’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana Le invio, a nome mio personale e delle Chiese in Italia, un sentimento di gratitudine, affetto e responsabilità condivisa. Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia.

La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune. Alcuni seppero guardare oltre se stessi e consegnare alle generazioni future la Costituzione, che ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo. L’articolo 54 richiama il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e impone a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore; questo richiamo orienta l’impegno comune per il bene di tutti.

La Repubblica non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. L’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. A conferma, nel suo intervento all’apertura della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia a Trieste, Ella ha riconosciuto il contributo dei cattolici alla comunità nazionale, sottolineando che la Costituzione ha dato nuovo senso all’unità del Paese e che l’adesione dei cattolici a essa ha rafforzato coesione e unità.

Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità.
L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro.

Signor Presidente, in questa ricorrenza Le rinnoviamo la nostra sincera gratitudine per il servizio che presta al Paese. Ricordiamo quanti hanno contribuito alla costruzione della comunità civile e riaffermiamo il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione pericolosa e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale.
Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea.

Con profonda stima e riconoscenza, Le assicuriamo la nostra preghiera per Lei, per le istituzioni della Repubblica e per il Paese.

 

 

82ª Assemblea Generale: il discorso di Papa Leone XIV

Gio, 28/05/2026 - 14:07

Pubblichiamo il discorso che giovedì 28 maggio 2026 Papa Leone XIV ha rivolto ai partecipanti all’82ª Assemblea Generale della CEI. 

Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!
Grazie, Eminenza, per le parole che mi ha rivolto. Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio.

È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi. Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi.

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

In questo processo, le varie strutture della CEI sono chiamate a continuare a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e sostegno alle Chiese che sono in Italia. Proprio perché ha questo ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica.

Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025).

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.

Vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

Assemblea Generale: il saluto del Card. Zuppi al Papa

Gio, 28/05/2026 - 14:03

Pubblichiamo l’indirizzo di saluto che il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha rivolto a Papa Leone XIV in occasione dell’udienza ai partecipanti all’82ª Assemblea Generale
della CEI. 

Padre Santo, grazie per questo nuovo incontro. Grazie per la sua mitezza, che è la forza di cui il
mondo ha bisogno, per la fermezza con cui affronta i problemi e crea unità, per la pazienza con cui ci
richiama a essere comunione in questo tempo di enormi sofferenze e sfacciate disuguaglianze, tempo che
ci aiuta a capire la grazia di essere cristiani.
Grazie per le parole della “Magnifica humanitas”, che ci aiutano a misurarci con la storia, ad
essere cristiani che sanno custodire l’umano e vivono l’annuncio del Vangelo «dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture» (MH 25). In questi giorni abbiamo sperimentato tanta collegialità tra noi e sentiamo il legame privilegiato tra Papa e Vescovi italiani solo come una
responsabilità in più per comunicare il Vangelo con la nostra gente. Grazie anche per le visite già
realizzate in Italia, così commoventi e popolari, a Pompei, Napoli, Acerra e quelle nelle parrocchie di
Roma, e per quelle che compirà a Pavia, Sant’Angelo Lodigiano e Lampedusa.
Siamo andati avanti nelle prospettive emerse nel Cammino sinodale, tracciando le linee pastorali
per i prossimi anni, mettendo Gesù Cristo al centro e aiutando le persone a vivere una relazione personale con Lui dentro le comunità, in un mondo segnato da individualismo e solitudine e proprio per questo con una fortissima nostalgia di Dio e di umano. Abbiamo preso sul serio il suo invito a essere case di pace e di non violenza. Sentiamo la sfida della riconciliazione, per sottrarre spazio a quella «cultura violenta della potenza» (MH 192) che inizia con la polarizzazione invece del dialogo, il pregiudizio, l’odio, la rabbia aumentata da colpevoli e interessati seminatori di zizzania.
Ecco: vogliamo rimettere al centro Gesù e tanta attenzione all’umano, alla persona, non come la
immaginiamo noi o la vorremmo, ma come è, a cominciare dai poveri che sono cresciuti e si sono
cronicizzati. Conosciamo le fatiche, le diminuzioni, le fragilità, una trasformazione della nostra presenza ma vogliamo vivere però in un’estroversione missionaria, facendo nostro il suo monito: «Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana» (Omelia, 2 aprile 2026). Dobbiamo tornare all’essenziale, a una fede non scontata, ma libera, scelta, testimoniata, proposta con amicizia e senza arroganza, parlando al cuore, con parole comprensibili e vite credibili, nei modi gioiosi. Non abbiamo timore di scelte coraggiose e responsabili, per rivedere anche i nostri stessi meccanismi decisionali, non per complicare inutilmente, ma per essere comunità vive e responsabili.
Abbiamo fiducia nello Spirito Santo, che c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli:
c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. Una rinnovata Pentecoste nella Babele del mondo. La sobria ebrezza. Tantum aurora est.

82ª Assemblea Generale: Comunicato finale

Gio, 28/05/2026 - 13:48

Un orizzonte ampio con un impegno deciso – “riportare al centro il dono della fede” – è quello che i Vescovi italiani hanno assunto con l’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, per il prossimo quinquennio. “La priorità è il Vangelo”, ha affermato Papa Leone XIV nel suo intervento, a conclusione dell’82ª Assemblea Generale della CEI, che si è tenuta in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna. Vi hanno partecipato il Nunzio Apostolico in Italia, Mons. Edgar Peña Parra, 212 membri, 33 Vescovi emeriti, 21 delegati delle Conferenze Episcopali estere, alcuni rappresentanti di presbiteri, religiosi e religiose, degli Istituti secolari, delle Aggregazioni laicali.

Il coraggio dell’essenziale
“È dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa”, ha ricordato il Papa, sottolineando che “oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”. E ha aggiunto: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”. Ecco, dunque, l’invito ad avere “il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza”.

Radicati e costruiti in Cristo
Con il nuovo testo, la Chiesa in Italia aggiunge un ulteriore filo alla trama del suo impegno a custodire, alimentare e trasmettere la fede come esperienza viva dell’incontro con il Risorto. “Radicati e costruiti in Cristo” offre linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia, ispirandosi al Documento di sintesi senza sostituirsi a esso, nel solco dell’itinerario sinodale della Chiesa universale.
La prima linea di orientamento evidenzia la necessità di riconnettere vita e Vangelo, prendendo atto che la fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate. La seconda, strettamente connessa alla prima, riguarda la vita comunitaria: se la fede è un atto personale, non è questione solo individuale; la Chiesa è il soggetto per antonomasia e l’esperienza ecclesiale il luogo in cui la fede si vive, si trasmette e si celebra. In un contesto segnato dall’individualismo la vita comunitaria diventa una testimonianza concreta della fede.
La terza linea tratta della “corresponsabilità differenziata”, con attenzione alla presenza missionaria dei laici, agli organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali. La quarta richiama a verificare l’adeguatezza delle strutture per la trasmissione della fede, riguardando le comunità parrocchiali o interparrocchiali, le Conferenze Episcopali Regionali e alcuni aspetti della struttura della CEI.
Il testo, articolato in introduzione, quattro capitoli e conclusione, è stato approvato a larga maggioranza; la Presidenza procederà alle integrazioni richieste dalle osservazioni e dagli emendamenti. Il documento definitivo sarà pubblicato nei prossimi giorni.

Una visione maturata nel tempo
Le condivisioni e le riflessioni emerse hanno evidenziato che occorre far crescere la visione ecclesiale maturata negli anni. Si sono ribadite la centralità della comunità cristiana e il coinvolgimento delle famiglie, oltre all’urgenza di rinnovare linguaggi e strumenti catechistici. I Vescovi hanno sottolineato il valore delle esperienze avviate nelle Diocesi, suggerendo di valorizzarle e armonizzarle.
Dall’Assemblea è giunto l’invito a chiarire identità, funzioni e modalità operative dei Consigli pastorali, promuovendone la formazione e favorendo una maggiore integrazione con gli altri organismi ecclesiali, perché diventino motori di rinnovamento.
Si è condivisa la necessità di garantire trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica, non solo per i fondi dell’8xmille. In quest’ottica si è messa in luce l’utilità del bilancio di missione come strumento per comunicare in modo chiaro la vita e le scelte della comunità.
Nel rinnovato slancio missionario – inteso come annuncio del Vangelo, testimonianza di una Chiesa aperta al dialogo e valorizzazione dell’aspetto culturale della fede – i Vescovi hanno rilanciato l’attenzione alla famiglia, alla cura dei presbiteri, alla dimensione vocazionale, alla formazione, alla pace e alla non violenza, all’accompagnamento delle fragilità e alla questione educativa.
Il dibattito ha poi permesso di condividere esperienze e buone pratiche diffuse sul territorio, che saranno raccolte e rese disponibili su una piattaforma nazionale.

Cammino sinodale: i primi passi a livello nazionale
Se “Radicati e costruiti in Cristo” rappresenta l’orizzonte teologico‑pastorale per la ricezione del Cammino sinodale nelle Diocesi, a livello nazionale si sono già avviate iniziative per attuare le indicazioni del Documento di sintesi. È iniziata la raccolta dei dati sui percorsi di Iniziazione cristiana nelle Diocesi italiane e in altre Chiese europee, e si lavora alla costituzione di un centro per il censimento di esperienze sui temi della pace. In vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027 sono stati attivati processi per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media.
Per la tutela di minori e adulti vulnerabili è stato costituito un gruppo di studio per elaborare strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle comunità ecclesiali. In ambito giuridico‑amministrativo saranno presto pubblicate indicazioni sull’amministrazione dei beni parrocchiali, accompagnate da sussidi operativi e gestionali. Inoltre, si sta procedendo all’aggiornamento dell’Istruzione in Materia Amministrativa 2005.

La scelta della pace
L’Assemblea ha lanciato un appello unanime per la pace in Medio Oriente, in Ucraina e in tutte le aree colpite da conflitti spesso dimenticati. In linea con il Cardinale Presidente, i Vescovi hanno espresso vicinanza a quanti, con sacrifici e a rischio personale, esprimono solidarietà verso i popoli colpiti da violenze. Richiamando l’invito del Papa a lavorare con pazienza e determinazione per una pace “disarmata e disarmante”, i Presuli hanno confermato l’impegno a promuovere percorsi di riconciliazione, dialogo e opposizione alla logica della forza. Per le Chiese in Italia, la pace non è un’opzione ma una responsabilità da assumere con coraggio. Con le parole del Cardinale Presidente, è stato ribadito che “la Chiesa riceve la pace per diventare artigiana creativa di pace; riceve il perdono per diventare luogo di riconciliazione; riceve lo Spirito per non vivere più prigioniera della paura. Questo è anche il senso dei nostri lavori: non difendere un recinto, ma rilanciare nuovamente una missione”.

Varie
Santi Patroni. L’Assemblea Generale si è pronunciata sulla richiesta di elevare il Beato Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani. I Vescovi hanno espresso all’unanimità parere favorevole, riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio: come ha sottolineato Leone XIV, “col suo impegno incrollabile per la giustizia, ha testimoniato che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei Vescovi, la richiesta verrà presentata al competente Dicastero Vaticano per la conferma.

Adempimenti giuridico‑amministrativi. Come ogni anno, i Vescovi hanno svolto alcuni adempimenti: l’approvazione del bilancio consuntivo della CEI per l’anno 2025; l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’8xmille per l’anno 2026; la presentazione del bilancio consuntivo, relativo al 2025, dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero.

Comunicazioni
Congresso Eucaristico. Sono stati condivisi alcuni aspetti organizzativi del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà dal 23 al 26 settembre 2027 a Orvieto, città dove Urbano IV, con la Bolla Transiturus, estese a tutta la Chiesa la solennità del Corpus Domini. L’appuntamento non sarà un grande evento, ma una statio: un momento intenso di riflessione e preghiera delle comunità attorno all’Eucaristia.

GMG Seul 2027. È stato presentato il percorso di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, in Corea dal 3 all’8 agosto 2027. Il cammino accompagnerà giovani ed educatori in un’esperienza di fede, condivisione e testimonianza sul tema “Coraggio, io ho vinto il mondo”, attraverso tappe formative, momenti liturgici e iniziative comunitarie. L’obiettivo è vivere la GMG non solo come evento internazionale, ma come autentico pellegrinaggio spirituale fondato su verità, amore e pace.

Giornata per la Carità del Papa. La Giornata, che si celebrerà domenica 28 giugno, è un’occasione per riscoprire l’essenziale e sostenere le attività di magistero e carità del Papa. Nel 2025 le Diocesi italiane hanno offerto per l’Obolo di San Pietro 1.497.931 euro; alla Santa Sede sono pervenuti 4.527.741 euro a titolo di can. 1271 del Codice di Diritto Canonico. Anche nel 2026 i media della Chiesa in Italia (Avvenire, Tv2000, InBlu2000, Agenzia Sir) e le testate e reti diocesane associate a FISC e CORALLO promuoveranno iniziative a partire da maggio.

Media CEI. Prosegue l’impegno dei media CEI (Agenzia Sir, Avvenire, Tv2000‑InBlu2000‑Play2000) per garantire informazione di qualità e dare voce ai territori.

È stato presentato, infine, il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale 2026‑2027.

Adempimenti statuari
L’Assemblea ha proceduto all’elezione di un Vice Presidente della CEI, dei membri del Consiglio per gli Affari Economici e dei Presidenti delle Commissioni Episcopali.
È stato eletto Vice Presidente per l’Area Nord S.E.R. Mons. Gianmarco Busca, Vescovo di Mantova: succede a S.E.R. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Abate di Modena-Nonantola e Vescovo di Carpi, che ha terminato il mandato secondo quanto previsto dallo Statuto della CEI.
Sono stati quindi eletti i membri del Consiglio per gli Affari Economici: S.E.R. Mons. Vincenzo Calvosa, Vescovo di Vallo della Lucania; S.E.R. Mons. Fabio Dal Cin, Arcivescovo-Prelato di Loreto; S.E.R. Mons. Maurizio Gervasoni, Vescovo di Vigevano; S.E.R. Mons. Mauro Parmeggiani, Vescovo di Tivoli e di Palestrina.
Infine, come previsto dallo Statuto, sono stati eletti i Presidenti delle dodici Commissioni Episcopali, che faranno parte del Consiglio Permanente per il prossimo quinquennio: S.E.R. Mons. Riccardo Battocchio, Vescovo di Vittorio Veneto, Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi; S.E.R. Mons. Claudio Maniago, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Presidente della Commissione Episcopale per la liturgia; S.E.R. Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico, Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute; S.E.R. Mons. Francesco Beneduce, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata; S.E.R. Mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia, Presidente della Commissione Episcopale per il laicato; S.E.R. Mons. Bernardino Giordano, Vescovo di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello, Presidente della Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita; S.E.R. Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti, Presidente della Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese; S.E.R. Mons. Gaetano Castello, Vescovo ausiliare di Napoli, Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo; S.E.R. Mons. Daniele Gianotti, Vescovo di Crema, Presidente della Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università; S.E.R. Mons. Michele Tomasi, Vescovo di Treviso, Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace; S.E.R. Mons. Domenico Beneventi, Vescovo di San Marino-Montefeltro, Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali; S.E.R. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, Presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni.

***

Nel corso dei lavori dell’Assemblea Generale, il 27 maggio si è riunito il Consiglio Episcopale Permanente, in sessione straordinaria, avviando una prima riflessione sul tema dell’83ª Assemblea Generale, che si terrà dal 23 al 26 novembre 2026 ad Assisi.
Ha poi provveduto alle seguenti nomine:

  • Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale: Don Alberto ZANETTI (Treviso);
  • Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia: Don Enzo BOTTACINI (Verona);
  • Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici: Don Pietro RESCIGNO (Salerno – Campagna – Acerno);
  • Assistente ecclesiastico nazionale per la Branca Lupetti-Coccinelle dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): Don Lorenzo RUSSO (Siracusa);
  • Assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane – Protezione della Giovane – Federazione Nazionale (ACISJF): Mons. Andrea MANTO (Roma);
  • Presidente Nazionale maschile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI): Sig. Vito ARCULEO (Monreale).

 

 

82ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Mer, 27/05/2026 - 12:23
1 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.2 di 11Vaticano, 26 maggio 2026. Assemblea Generale della CEI. I lavori dei gruppi di studio3 di 11Vaticano, 26 maggio 2026. Assemblea Generale della CEI. I lavori dei gruppi di studio4 di 11Vaticano, 26 maggio 2026. Assemblea Generale della CEI. I lavori dei gruppi di studio5 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.6 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.7 di 11Vaticano, 26 maggio 2026. Assemblea Generale della CEI. L'interventoi di mons. Cesar Essayan, vicario episcopale di Beirut dei Latini8 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.9 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.10 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.11 di 11Vaticano, 25 maggio 2026. Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L'introduzione del card. Matteo Zuppi.jQuery(document).ready( function(){ var cci_slider_16763241 = new Swiper (".cci_photo_gallery_16763241", { loop: true,nextButton: ".cci_photo_gallery_slider_next",prevButton: ".cci_photo_gallery_slider_prev",slidesPerView: 'auto',spaceBetween: 15,})});

Eletti i membri del Consiglio per gli Affari Economici e i Presidenti delle Commissioni Episcopali

Mar, 26/05/2026 - 19:11

L’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha eletto nel pomeriggio di martedì 26 maggio i membri del Consiglio per gli Affari Economici:

S.E.R. Mons. Vincenzo Calvosa, Vescovo di Vallo della Lucania; S.E.R. Mons. Fabio Dal Cin, Arcivescovo-Prelato di Loreto; S.E.R. Mons. Maurizio Gervasoni, Vescovo di Vigevano; S.E.R. Mons. Mauro Parmeggiani, Vescovo di Tivoli e di Palestrina.

L’Assemblea Generale ha anche eletto i Presidenti delle dodici Commissioni Episcopali, che faranno parte del Consiglio Permanente per il prossimo quinquennio:

  • Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi: S.E.R. Mons. Riccardo Battocchio, Vescovo di Vittorio Veneto
  • Commissione Episcopale per la liturgia: S.E.R. Mons. Claudio Maniago, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace
  • Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute: S.E.R. Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico
  • Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata: S.E.R. Mons. Francesco Beneduce, Vescovo ausiliare di Napoli
  • Commissione Episcopale per il laicato: S.E.R. Mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia
  • Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita: S.E.R. Mons. Bernardino Giordano, Vescovo di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello
  • Commissione Episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese: S.E.R. Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti
  • Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo: S.E.R. Mons. Gaetano Castello, Vescovo ausiliare di Napoli
  • Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università: S.E.R. Mons. Daniele Gianotti, Vescovo di Crema
  • Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace: S.E.R. Mons. Michele Tomasi, Vescovo di Treviso
  • Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali: S.E.R. Mons. Domenico Beneventi, Vescovo di San Marino-Montefeltro
  • Commissione Episcopale per le migrazioni: S.E.R. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo

 

Mons. Busca eletto Vice Presidente (Area Nord)

Mar, 26/05/2026 - 16:50

L’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha eletto, nel pomeriggio di martedì 26 maggio, il Vice Presidente per l’Area Nord. Si tratta di S.E.R. Mons. Gianmarco Busca, Vescovo di Mantova.
Nato a Edolo (Brescia) il 30 novembre 1965, dopo la maturità entra nel Seminario Diocesano Maria Immacolata. Ordinato sacerdote l’8 giugno 1991 e successivamente vicario parrocchiale nella comunità di Borno in Valcamonica, dal 1994 al 1999 è a Roma per perfezionare gli studi. Nel 2000 consegue il dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana e, rientrato in Diocesi, dal 1999 al 2004 è incaricato della formazione nel biennio teologico del Seminario. Docente presso lo Studio Teologico “Paolo VI” del Seminario di Brescia e all’I.S.S.R. dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia), collabora con diversi centri di formazione.
È autore di diverse pubblicazioni di teologia e spiritualità.
Il 3 giugno 2016 Papa Francesco lo nomina Vescovo della Diocesi di Mantova. Delegato per l’ambito pastorale della liturgia e per la Federazione italiana esercizi spirituali presso la Conferenza Episcopale Lombarda, dal 2021 al maggio 2026 è Presidente della Commissione Episcopale per la Liturgia.

 

 

 

 

 

Card. Zuppi: “Magnifica humanitas” un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza

Lun, 25/05/2026 - 16:40

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla 82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026). 

Carissimi Confratelli,

proprio un anno fa, abbiamo accolto le prime parole che Papa Leone XIV, appena eletto, ha rivolto a quanti accorrevano in Piazza San Pietro. Erano le parole semplici e decisive del Signore Risorto: «Pace a voi» (Gv 20,19). Non un semplice saluto, ma l’annuncio del Risorto alla comunità: la parola che apre le porte chiuse, fa superare la paura, rimette in cammino, fa gustare oggi quello che non finisce e di cui abbiamo bisogno. Da allora quelle parole non hanno smesso di accompagnarci e, direi, di lavorare dentro di noi e di indicare a tutti la scelta della pace. Il mondo è ancora di più un ospedale da campo e anche con meno difese perché, presi dagli individualismi e catturati dal vortice della forza, abbiamo sistematicamente indebolito i meccanismi di protezione, umiliando la garanzia del diritto come soluzione pacifica dei conflitti. Desideriamo dirlo all’inizio dei nostri lavori: Grazie, Santo Padre! Grazie per la sua mitezza, che è la vera forza di cui il mondo ha bisogno, per la fermezza con cui affronta i problemi e crea unità, per la pazienza con cui ci richiama a essere comunione.

Oggi sentiamo di estendere la nostra gratitudine per il dono dell’Enciclica “Magnifica humanitas”, che accogliamo come un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi. Questo documento, nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, ci sprona nell’impegno a fare del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà e della giustizia sociale i principi di riferimento in un’epoca in cui la grande sfida è custodire l’umano. Infatti, «può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce» (MH 94).
Ci sentiamo interpellati di fronte alle guerre, alle diseguaglianze sociali, allo sfruttamento del lavoro, al modello tecnocratico e agli egoismi verso le migrazioni dei popoli, alla cosiddetta “teologia della prosperità”. Questa è vantaggiosa solo per i potenti e legittima i conflitti armati, come fossero parte dello sviluppo di una cultura, chiamando addirittura in causa il nome di Dio, che starebbe dalla parte del più forte.

Papa Leone chiarisce un fraintendimento che pure tanti sostenitori ha trovato in passato, equivoco del quale era stato vittima anche Leone XIII «quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna» (MH 3). Con apostolica franchezza l’Enciclica ci ricorda che quel Papa «rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli» (MH 3). Come Leone XIII si misurò non con generiche «cose nuove», ma con la rerum novarum cupiditas, cioè la bramosia di esse, così Leone XIV aiuta tutti, cattolici e cristiani di altre tradizioni, credenti e non credenti, singoli e popoli, a guardare senza infingimenti ai rischi che ci stanno davanti e a cercare senza pigrizia ciò che può salvare il bene insostituibile della dignità umana, lasciandosi «provocare dalle domande» (MH 45) di questa generazione, diverse da quelle delle generazioni passate, ma uguali in un’urgenza che il Papa sottolinea.

Ci piace fare nostro, come Chiese in Italia, l’invito ad accogliere la verità come dono da condividere e non come possesso da esigere. Ci impegniamo a tradurre l’aspirazione verso la verità più profonda (cfr. MH 11) con scelte concrete che animeranno l’orizzonte pastorale dei prossimi anni, come peraltro il Papa ci ha chiesto nel nostro primo incontro del giugno 2025. Sentiamo, infatti, il pericolo di un fondamentalismo della verità, interpretata come forza delle proprie ragioni da imporre agli altri a qualunque costo, che ci rende chiusi al dono dello Spirito Santo e alla forza del messaggio di Gesù. La Chiesa non alza né pianta bandiere di conquista, ma cammina nella storia avviando processi di incarnazione della fede. Se «la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» (MH 25), dobbiamo accettare che la verità del Vangelo cresca nel tempo, maturi «dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture» (MH 25). Il magistero offerto dalla Chiesa è diventato creatività nel mondo laicale, dando risposta ai tanti problemi sorti nella storia. Proprio le diversità nel popolo di Dio hanno saputo esprimere la cattolicità della Chiesa. Per questo, non si può piegare il magistero a conferma del proprio pensiero estrapolandone parti che fanno comodo: il magistero, invece, va letto nella Chiesa e con la Chiesa, in comunione con il Papa e i Vescovi, ma anche in ascolto dei battezzati che ogni giorno hanno le mani in pasta con la vita sociale. Siamo popolo e non la somma di singoli interessi. La sinodalità rimane uno stile da vivere nel quotidiano. Come non rimanere consolati dall’affermazione della “Magnifica humanitas” secondo cui «non è realistico pensare che la Dottrina sociale possa proporre una risposta unica e valida per tutti i contesti» (MH 26)? Accogliamo la nuova Enciclica come un «cammino di discernimento comunitario» (MH 27), che metterà insieme le migliori energie del Paese per un rinnovato entusiasmo nella costruzione del bene comune.

Lo stile del cammino ci rende partecipi di un grande progetto comune: una società dove è consentito alle persone di fiorire per i loro talenti (sussidiarietà), ma dentro una trama di relazioni solidali. Leone ci ricorda che «non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico, per quanto può, della vita e delle ferite del fratello e della sorella» (MH 74). Intendiamo attivare percorsi di cura reciproca, di condivisione, di amicizia sociale e di cooperazione per non rimanere indifferenti verso i poveri e gli ultimi. La solidarietà è un modo di fare la storia perché fa crescere comunità e non assemblea di individui, ci rende comunità di destino e non frequentatori digitali.
Siamo chiamati a leggere questo tempo, con le sue ferite e le sue attese, alla luce di quella pace che il Risorto dona non quando tutto è facile, ma proprio mentre le porte sono chiuse e i discepoli hanno paura. Per questo, ci aiuta e possiamo farci accompagnare dalla scena del Risorto che visita i discepoli nel Cenacolo.

  1. Il Cenacolo e il nostro tempo

Il Vangelo di Giovanni ci mostra i discepoli chiusi in casa «per timore» (Gv 20,19). Le porte sono sprangate, la comunità è ferita, incerta, tentata di difendersi. È lì, non in un luogo sicuro e pacificato, che Gesù viene e sta in mezzo. Non rimprovera prima di tutto, non organizza subito, non distribuisce incarichi come se nulla fosse accaduto. Dice: «Pace a voi». Poi mostra le mani e il fianco. La pace cristiana nasce da ferite non cancellate, ma trasfigurate. Non è rimozione del male: la presenza del Risorto rende possibile una vita nuova proprio dentro la storia ferita. La pace la dona un uomo che ha affrontato il male e condivide con noi la sua vittoria. «L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (MH 118). È pace che dona la forza di affrontare i problemi.

Questa parola illumina il nostro tempo. Viviamo in un mondo attraversato da guerre, paure, solitudini, diffidenze. La violenza sembra tornata a essere considerata il linguaggio normale della politica internazionale. Il riarmo, diverso dalla difesa, viene presentato come un destino inevitabile. La diplomazia fatica, il diritto internazionale è indebolito, la fiducia tra i popoli appare fragile. Eppure, proprio qui, in questo Cenacolo largo che è la storia odierna, la Chiesa ascolta ancora la parola del Risorto: «Pace a voi». La Chiesa vive in questo tempo difficile, che è un tempo di conflitti per troppi popoli, un tempo in cui si fa ricorso all’odio e allo scontro più che al dialogo e all’incontro. «La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male», scrive papa Leone (MH 210). Sappiamo come questa «cultura violenta della potenza» (MH 192) produce tanti dolori, morti, distruzioni e come, progressivamente, crei una cultura della forza che si riverbera non solo nelle relazioni tra Stati, ma anche sulla società stessa e nel comportamento delle persone.

L’esperienza dolorosa di questi ultimi anni e dei conflitti aperti mostra la follia della guerra. Infatti, la guerra è cambiata, anche con un utilizzo sempre più largo della tecnologia, ed è sempre più lunga per le armi temibili – tecnologiche – messe in campo. Non è vero che può essere pulita, evitando un gran numero di vittime. E poi a livello globale, con le sue conseguenze, la guerra colpisce anche i Paesi che non sono direttamente coinvolti. «È errata la convinzione che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile per la sicurezza» (MH 194) e non «esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile» (MH 198).

Vediamo persino svilupparsi le agenzie di mercenari che fanno della guerra il loro modo di vivere: un vero regresso di civiltà. Aderiamo con tutto il cuore alla preghiera di Papa Leone, che nella Veglia a San Pietro dell’11 aprile ha avuto un suo momento alto e commovente. Il Papa ha detto con parole toccanti: «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita… […] Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra […] Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».

Ci uniamo, con tutte le nostre energie, al Papa e ai miliardi che scelgono la pace. Facciamo sentire la nostra voce, gridando che è tempo di fare la pace. La spesa militare mondiale ha raggiunto la punta più alta nel 2025 con 2.887 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 3%. È destinata a crescere di molto nel 2026. L’Europa è il Continente che ha conosciuto il maggiore investimento in armi con un incremento medio rispetto al 2024 del 14%. Tutti gli anni del Pontificato di Francesco sono stati segnati da una costante denuncia della pericolosità dell’investimento nelle armi, che diventa una premessa per la guerra.

Noi cristiani siamo – come abbiamo detto altre volte – il popolo della pace, eirenikòn genos, secondo Clemente di Alessandria, la stirpe della pace. Per questo Leone XIV, nel suo accorato appello nella Veglia per la pace, ha richiamato alla «responsabilità di tutti noi», a non rassegnarci nell’impotenza di fronte alla guerra. Sempre e ovunque, possiamo lavorare per la pace: «Un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica […] Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!».

L’invito del Papa va recepito nella vita quotidiana, ma anche nell’orizzonte di quella del Paese e dell’Europa. È una stagione in cui tutte le prospettive cambiano per i nuovi orizzonti internazionali caratterizzati da mutamenti nelle relazioni tra Stati, come il diverso rapporto tra Europa e Stati Uniti (pilastro storico della vita internazionale), dall’emersione di nuovi soggetti politici nel mondo, dalla crisi del sistema multilaterale e della diplomazia. Per questo, è importante rilanciare l’azione degli Organismi internazionali per porre fine alla spirale della violenza, che stringe sempre più forte la sua morsa in tanti contesti del mondo, spesso noti come l’Ucraina e il Medio Oriente, la Terra Santa, spesso meno noti e, per questo, colpevolmente dimenticati.

L’Italia naviga nel mondo dell’età della forza tra crisi e incertezze. In un appello per l’Europa firmato con i Presidenti delle Conferenze Episcopali di Francia, Germania e Polonia, abbiamo sottolineato che è necessario procedere a una maggiore e più rapida coesione europea, perché gli europei ne hanno bisogno e il mondo ne ha bisogno. L’appello afferma che i cristiani «sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale».
Il Santo Padre ci ha indicato con chiarezza alcune esperienze necessarie: percorsi di educazione alla nonviolenza, mediazione nei conflitti locali, iniziative di accoglienza capaci di trasformare la paura in incontro. Se non sappiamo più disinnescare l’ostilità con il dialogo, se non sappiamo custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia, rischiamo di perdere qualcosa della nostra missione. Disarmati nella convinzione che solo così si può disarmare: non è ingenuità, è Vangelo vissuto nella storia. La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri non contro o senza gli altri, con relazioni giuste, istituzioni credibili, diplomazia tenace, cooperazione tra i popoli. Il dialogo non è mai debolezza. Avviarlo non è resa o peggio complicità. Solo il dialogo può sottrarre il mondo al vortice del riarmo, con i suoi giganteschi interessi, per di più non accompagnato da un analogo sforzo per cercare, preparare e percorrere vie di pace. Sono profetiche le parole di Papa Leone XIV all’Università “La Sapienza” di Roma: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune» (Discorso, 14 maggio 2026).

La Nota pastorale «Educare a una pace disarmata e disarmante» che abbiamo approvato in Assemblea Generale ad Assisi, lo scorso novembre, è una prospettiva concreta che va promossa con slancio ed entusiasmo. Le nostre comunità siano case di pace e non violenza a tutti i livelli. Approfittiamo anche delle attività estive dei ragazzi per promuovere un’educazione alla pace e alla nonviolenza. Ringrazio tutti i genitori, i preti, gli educatori, i formatori che riserveranno energie per far crescere una vera cultura della pace, che accoglie, condivide, perdona, si prende cura e guarda al futuro. Non la paura, ma la fiducia è il terreno fertile perché cresca l’albero della pace. E ringrazio quanti in tanti modi, pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze, manifestano concreta solidarietà nell’enorme sofferenza dei popoli colpiti da volenze e guerre. A questo proposito, desidero ricordare che anche quest’estate, dal 21 giugno al 2 agosto, centinaia di bambini ucraini vivranno in Italia un tempo di serenità e fraternità grazie al progetto “È più bello insieme” promosso dalla rete Caritas. Un’esperienza resa possibile dalla collaborazione con l’Ambasciata ucraina presso la Santa Sede, Caritas Spes e Caritas Ukraine, segno di una relazione che non si esaurisce nell’accoglienza temporanea, ma continua nel tempo.

  1. Una memoria che si fa speranza

Quando il Risorto si presenta non nasconde le sue ferite (Gv 20,24-29) e queste sono il segno più eloquente e incontestabile che si tratta proprio di Gesù. È proprio dalla sua umanità ferita che risplende la gloria di Dio. Pochi giorni fa, a Gemona, abbiamo ricordato i cinquant’anni dal terremoto del Friuli (6 maggio 1976). In quella terra ho ritrovato una lezione che vorrei portare qui, nella nostra Assemblea, perché parla a noi e al Paese. Moltissime Chiese locali parteciparono al soccorso e alla ricostruzione, con una comunione ancora oggi ricordata con commozione da chi aiutava e da chi era aiutato. La speranza cristiana non è l’ottimismo di uno sguardo superficiale, istintivo, epidermico che poi, quando si scontra con il dolore, si volta altrove o diventa rassegnazione e disperazione. La Chiesa svolse un ruolo decisivo di speranza, anima della ricostruzione, compagna di un popolo che aveva visto improvvisamente distrutta tanta parte del suo mondo. Lo fece sotto la guida di un grande Vescovo, molto amato, Mons. Alfredo Battisti, ricordato come pastore “mite e forte”, che ho conosciuto. Senza arroganza, anzi con molta preveggenza, Mons. Battisti si fece carico di un programma di ricostruzione alla luce del bene comune, non di interessi particolari o ecclesiastici. Fin dai giorni successivi all’evento, disse: «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese». Ma la Chiesa non era al termine di questa storia, bensì dentro il processo di ricostruzione, anzi nel cuore di esso. Non è una vecchia storia, ma è una memoria che ci insegna molto anche nel presente, pur in mutate condizioni. La Chiesa può essere, rispettosamente e tenacemente, anima della ricostruzione morale, umana, del tessuto sociale del nostro Paese. Rispettosa con tutti, ma con l’ambizione di servire tutti.

A Venzone le pietre del Duomo furono numerate, una ad una, migliaia di pietre raccolte, custodite, ricollocate. È un’immagine che parla alla Chiesa e alla società. Non si ricostruisce cancellando il passato; non si rinnova cominciando da zero. C’è un futuro che nasce solo se sappiamo custodire ciò che ci ha preceduto, purificandolo, ricomponendolo, dandogli una nuova collocazione e prospettiva. Anche la Chiesa in Italia porta con sé pietre numerate: il Concilio, i Convegni ecclesiali nazionali, il Cammino sinodale, la carità diffusa, l’impegno educativo, la presenza capillare nelle comunità, patrimonio e memoria vivi, da trasformare perché possano rispondere alle sfide di oggi e siano condotte con l’indispensabile responsabilità sinodale.

  1. Con gratitudine

L’invito rivoltoci dal Papa nel nostro primo incontro – «guardate al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose!» (Discorso, 17 giugno 2025) – deve guidare le nostre scelte e azioni. La speranza non ci fa fuggire dalla realtà: ci rende responsabili dentro di essa.

La speranza apre anche alla gratitudine. Conserviamo con affetto e riconoscenza la memoria dei nostri fratelli defunti. Sono sette:

S.E.R. Mons. Mario Milano, Arcivescovo-Vescovo emerito di Aversa;
S.E.R. Mons. Eugenio Binini, Vescovo emerito di Massa Carrara – Pontremoli;
S.E.R. Mons. Riccardo Fontana, Arcivescovo-Vescovo emerito di Arezzo – Cortona – Sansepolcro;
S.E.R. Mons. Paolo Gillet, Vescovo già ausiliare di Albano;
S.E.R. Mons. Domenico Graziani, Arcivescovo emerito di Crotone – Santa Severina;
S.E.R. Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo emerito di Caserta;
S.E.R. Mons. Vincenzo Zarri, Vescovo emerito di Forlì – Bertinoro.

Accogliamo con gioia gli otto nuovi Confratelli:

S.E.R. Mons. Domenico Basile, Vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi;
S.E.R. Mons Andrea Carlevale, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Augusto Mascagna, Vescovo eletto di Pescia e Pistoia;
S.E.R. Mons. Michele Morandi, Vescovo eletto di Faenza – Modigliana;
S.E.R. Mons. Manuel Nin Güell, OSB, Esarca Apostolico di Santa Maria di Grottaferrata;
S.E.R. Mons. Stefano Sparapani, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Marco Valenti, Vescovo ausiliare di Roma;
S.E.R. Mons. Alessandro Zenobbi, Vescovo ausiliare di Roma.

Salutiamo anche i due Amministratori diocesani:

Mons. Francesco Iampietro (Benevento);
Don Matteo Antonelli (Terni – Narni – Amelia).

Ringrazio di tutto cuore i quattro Confratelli divenuti emeriti (che, come è ben noto, continuano il loro importante servizio e la loro presenza nelle nostre comunità):

S.E.R. Mons. Francesco Oliva, Amministratore Apostolico di Locri-Gerace;
S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo emerito di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi;
S.E.R. Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo emerito di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno;
S.E.R. Mons. Fausto Tardelli, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Pistoia e Pescia;
S.E.R. Mons. Mario Toso, Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Faenza – Modigliana.

Salutiamo anche S.E.R. Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, nominato Segretario del Dicastero per il Clero, che sta già svolgendo il suo ministero presso la Santa Sede, mentre continua a servire la Chiesa di Gorizia come Amministratore Apostolico fino all’ingresso di S.E.R. Mons. Dianin in programma il 12 luglio p.v. A Mons. Dianin e agli altri Confratelli che si preparano a vivere il ministero in altre Diocesi – S.E.R. Mons. Michele Autuoro (Benevento) e S.E.R. Mons. Cesare Di Pietro (Locri – Gerace) – il nostro ricordo nella preghiera, insieme a un sentito augurio.

Mi sia permesso anche un ringraziamento particolare a S.E.R. Mons. Erio Castellucci per il servizio svolto come Vice Presidente CEI e per il coordinamento del Cammino sinodale, ai membri uscenti del Consiglio per gli Affari economici e a tutti i Presidenti e membri delle Commissioni Episcopali.

Rivolgiamo un saluto cordiale e fraterno al nuovo Nunzio in Italia e nella Repubblica di San Marino, S.E.R. Monsignor Edgar Peña Parra, al quale rinnoviamo la nostra piena collaborazione, e un pensiero grato al suo predecessore, Monsignor Petar Rajič, Prefetto della Casa pontificia, per il servizio svolto, per la dedizione con cui ha accompagnato il cammino delle nostre comunità. Ricordiamo nella preghiera il Card. Emil Paul Tscherrig, che ha servito la Nunziatura fino al 2024, chiamato alla Casa del Padre lo scorso 12 maggio.

  1. Annuncio del Vangelo e promozione umana: un unico respiro

L’incontro con il Risorto allarga e scalda i cuori dei discepoli. A cominciare da Tommaso, che in un primo tempo era stato il più rivendicativo, forse perché ferito e diventa scontroso e dubbioso (cfr. Gv 20,24-29). Anche noi vogliamo far nostro questo entusiasmo basato sull’incontro con il Signore. E vorremmo che diventasse vita delle nostre comunità, quell’indispensabile visione che ci permette di affrontare i problemi. In queste giornate rifletteremo collegialmente sulle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale. Ringraziamo il Cardinale Repole e il gruppo di Vescovi da lui coordinato, che ha lavorato al testo, raccogliendo le indicazioni preziose emerse dal Consiglio Permanente e dalle Conferenze Episcopali Regionali, e che così ha portato a compimento il mandato affidato dall’Assemblea Generale dello scorso novembre.

Il percorso sinodale ha dato conferma a un’intuizione antica della nostra Conferenza Episcopale, cui peraltro venne dedicato il primo Convegno ecclesiale nazionale di cui ricordiamo i cinquant’anni (Roma, 30 ottobre – 4 novembre 1976), ovvero che l’annuncio del Vangelo e la promozione umana non sono due binari paralleli. Sono invece un unico respiro. Quando la Chiesa annuncia Cristo, non si disinteressa dell’uomo; quando serve l’uomo, non mette tra parentesi Cristo. Il Vangelo non è un’idea religiosa da custodire in un recinto, ma – come ricorda Papa Leone sulle orme di Giovanni XXIII – una vita che entra nelle vene dell’umanità, le raggiunge, le risana, le rende più umane. Non siamo una Chiesa stanca. Conosciamo le fatiche, le diminuzioni, le fragilità, le distanze crescenti. Stiamo vivendo un’estroversione missionaria e una rinnovata capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione, nella trasmissione della fede e della bellezza di essere discepoli missionari. «Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana» (Omelia, 2 aprile 2026).

È significativo che Papa Leone, nella lettera ai Cardinali per l’assemblea di giugno, abbia parlato della «necessità di rilanciare Evangelii gaudium per verificare con onestà che cosa, a distanza di anni, sia stato realmente recepito e che cosa invece resti ancora sconosciuto e inattuato». Il testo di Papa Francesco rimane la base su cui lavorare per pensare e vivere la Chiesa in questo XXI secolo globale. In qualche misura, questo invito può essere anche ripreso da noi, riportando Cristo al centro del nostro agire.
Un punto ineludibile resta, per la natura stessa della Chiesa, popolo di Dio, ma anche per la conformazione individualista della società, (da cui il relativismo così pericoloso) la costruzione della comunità o la conversione a essa delle nostre realtà (ristabilire le relazioni, l’io che trova se stesso dentro il noi). Su questo ho più volte insistito. È la risposta di accoglienza a quanti accedono al Battesimo da adulti: come e con chi continuare la vita cristiana? È una risposta anche a una società intrisa di solitudine e di relazioni inesistenti o poco affidabili. Mi ha confortato in questo senso la lettura degli scritti di Robert Prevost, quando era priore generale degli agostiniani, in cui sostiene più volte il valore centrale del fare comunità: «La “comunità” costituisce una dimensione fondamentale della nostra identità», afferma. Non si tratta solo di qualcosa che riguarda la spiritualità agostiniana, ma della vita cristiana in senso evangelico. Una comunità cristiana può tanto. Dobbiamo trovare le parole che sappiano rendere ragione della speranza che è in noi e che tanti cercano. Dobbiamo tornare all’essenziale, a una fede non scontata, ma libera, scelta, testimoniata, proposta con amicizia e senza arroganza. La Chiesa non guadagna nulla rimpiangendo il tempo in cui sembrava più ascoltata. Guadagna tutto se torna a parlare al cuore, con parole comprensibili e vite credibili, nei modi gioiosi. E dialogare con la modernità è indispensabile. Farlo non è cedevolezza perché dialogare non significa scendere a compromessi, ma compiere lo sforzo indispensabile per comunicare la bellezza e la forza del Vangelo.

Papa Leone nella Messa crismale ha detto: «I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. […] La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna. […] La sorpresa di Pentecoste si ripete quando non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo, che “c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista. Noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”».

  1. Costruire comunità in un Paese di solitudini

Mi colpisce il fatto che – secondo il racconto giovanneo – il Risorto sceglie di farsi vedere e di interloquire con il gruppo dei discepoli insieme. Li abbiamo conosciuti lungo tutto il Vangelo: ciascuno ha le sue caratteristiche personali, le sue virtù e le sue debolezze. Il Risorto sembra avere una attenzione per ciascuno, ma in quanto parte di una comunità credente.
Il nostro Paese conosce tante solitudini. Ci sono anziani che non aspettano più nessuno, giovani che faticano a immaginare il futuro, famiglie appesantite da ritmi e precarietà, adulti che portano in silenzio fallimenti e paure, fragili chiusi in un mondo in cui non sono padroni di sé stessi, poveri che diventano invisibili perché disturbano poco. Anche le nostre comunità ecclesiali possono essere attraversate da stanchezza, frammentazione, incomprensioni. Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale. È la forma stessa della fede. Crediamo in un Dio che convoca, riconcilia, fa di molti un corpo solo.
Per questo continuiamo a stare vicino alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuiamo a spenderci nella cura dei poveri. Continuiamo a educare al legame, alla pazienza, alla prossimità. E continuiamo, con serietà, il cammino di promozione della tutela dei minori contro ogni forma di abuso: l’ascolto delle vittime, il riconoscimento delle ferite, la conversione comunitaria, la responsabilità delle istituzioni ecclesiali. Una Chiesa adulta non nasconde le proprie ombre. Le porta alla luce della verità e della misericordia, perché solo ciò che è portato alla luce può essere guarito.

La comunità cristiana non è il luogo dei perfetti. Guai alla tentazione di comunità di presunti puri! Diventeremmo tutti dei fratelli maggiori che non comprendono non solo il minore ma lo stesso Padre! Siamo chiamati a essere santi, cioè pieni dell’amore di Dio, come solo la grazia di Dio può permettere. La comunità è il luogo di coloro che si lasciano riconciliare, il luogo del dialogo tra diversi. Per questo può diventare, anche nella società, laboratorio di umanità: non perché possiede soluzioni immediate, ma perché continua a credere che, annunciando il Signore Risorto, nessuno debba essere lasciato solo, scartato, straniero in casa propria.

  1. Giustizia: un metodo che rimetta al centro la persona

Quelli dopo Pasqua saranno stati giorni in cui i discepoli hanno potuto riprendere e approfondire ciò che Gesù aveva già detto in precedenza con la sua tipica amabilità e, insieme, decisione: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Il Regno e la giustizia non possono non essere anche le nostre stelle polari, come Chiesa in Italia.

Il nostro mondo è segnato da una crescente “polarizzazione”, che ostacola il dialogo e l’incontro e alimenta un linguaggio aggressivo, oppositivo e violento, anche nel contesto politico. Il confronto democratico rappresenta un grande valore, ma troppo spesso si dissolve e lascia spazio a uno scontro che prescinde dai contenuti. Si accusa l’altra parte di non voler collaborare, mentre nello stesso tempo si rinnovano giudizi e modalità che rendono impossibile ogni collaborazione. Più volte, con libera e accorata insistenza — che solo il pregiudizio o un’ignoranza strumentale possono fraintendere — abbiamo ribadito che, per le riforme che riguardano l’architettura fondamentale della vita del Paese, è necessario un clima costituente, capace di coinvolgere il più possibile le forze politiche e la società civile. L’adagio di Papa Roncalli, «cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide», appare quanto mai distante dal clima corrente, contraddistinto spesso da semplificazioni e contrapposizioni. Eppure, quell’adagio conserva tutta la sua saggezza. Esiste un bene comune da ricercare insieme. La Chiesa non si sottrae a questa responsabilità come popolo di Dio: essa è seme di speranza e di unità nella storia del nostro popolo.

Il recente referendum sulla giustizia ha consegnato al Paese un risultato che ci sembra rappresentare un invito, rivolto a tutti, a riaprire con serietà e nel rispetto delle istituzioni la domanda essenziale: quale giustizia vogliamo costruire? Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili.
La Costituzione ci ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È una pagina che non abbiamo ancora finito di leggere. Il sovraffollamento carcerario, la condizione di chi è detenuto e di chi opera negli istituti di pena, il dolore delle vittime, le attese delle famiglie, il bisogno di responsabilità e di riparazione chiedono un confronto ampio, competente e non ideologico. La giustizia non può essere indifferenza verso il male compiuto, ma non può nemmeno rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato. Essa deve perseguire verità, responsabilità, sicurezza, certezza della pena, riparazione e dignità: è questo il modo migliore per rispondere anche al dolore delle vittime. È pertanto auspicabile che si apra un dialogo serio e non ideologico, un metodo che abbia qualcosa dello spirito costituente, perché solo un confronto largo, paziente e plurale può rendere onore alla complessità della materia.

  1. Giovani: evitare che odio generi altro odio

Nelle ultime settimane le cronache ci hanno consegnato immagini drammatiche: morti sul lavoro; violenza nei confronti di docenti, operatori sanitari, persone impegnate nella propria professione. Li ricordiamo tutti e di tutti sentiamo la ferita e la sofferenza, per chi è colpito, per i familiari, per tutta la comunità. Una tragedia immane che unisce destini di italiani e stranieri. Questi ultimi sono una parte non piccola della ricchezza del Paese. Non sono ospiti provvisori della nostra umanità. Sono persone, famiglie, volti, storie. Uno di loro, Sako Bakari, veniva dal Mali, aveva 35 anni e faceva il bracciante a Taranto. Il 9 maggio scorso è stato colpito a morte da un gruppo di giovanissimi, vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti. Dietro questo fatto, così come dietro altri, c’è una povertà educativa profonda, come ha ricordato anche l’Arcivescovo di Taranto, Mons. Ciro Miniero: quando mancano relazioni significative, punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non si riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole. E se per anni il linguaggio pubblico alimenta sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile, allora la violenza trova un terreno ancora più fertile. Il problema dei giovani oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare. È difficile non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, ma poi ecco, sulle pagine di “Avvenire”, la lettera di Davide, 22 anni, accoltellato lo scorso ottobre a Milano da alcuni giovanissimi, in buona parte minorenni. «Non odio – scrive Davide –. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce… Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio».

Sono parole importanti in un tempo in cui prevalgono rabbia e invocazioni di vendetta. Forse il punto è proprio questo: i giovani non possono essere descritti soltanto come “violenti” o “smarriti”. Accanto a chi si perde nella brutalità, esistono ragazzi capaci di una maturità straordinaria. Che mondo stiamo consegnando ai più giovani? Che mondo vogliamo costruire insieme a loro? Come annunciare e vivere con loro il Vangelo di Gesù e che sia una passione personale e radicale? Occorre evitare che odio generi altro odio: la differenza, probabilmente, la fanno gli incontri, le comunità, l’annuncio incarnato della Parola e il coinvolgimento in esperienze che rendano concrete le esperienze spirituali.

  1. La sinodalità come forma della Chiesa

Oggi la nostra Chiesa ha uno stile, un metodo per essere testimone: si chiama sinodalità. È una forma della Chiesa. Significa, come ci è stato ricordato dal Cammino sinodale, camminare insieme con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione con tutta l’umanità. Non riguarda solo alcune procedure. Riguarda il modo in cui ascoltiamo, decidiamo, esercitiamo l’autorità, accogliamo i conflitti, riconosciamo i carismi, assumiamo le responsabilità. Lo stile diventa sostanza. Una Chiesa, che ascolta, discerne, condivide passi e scelte comuni, annuncia il Vangelo in modo credibile. Da qui discende una conseguenza che dobbiamo nominare con franchezza e serenità: la riforma dei nostri processi decisionali. È una responsabilità ecclesiale. Si tratta di rendere più conforme le nostre strutture al cammino che abbiamo intrapreso. Una Conferenza Episcopale è un luogo di confronto, di discernimento, di sintesi del pensiero dei Vescovi sulle questioni rilevanti per la vita della Chiesa e per il bene comune. Diventa però segno credibile soltanto se nei suoi processi interni pratica davvero la collegialità che desidera promuovere.

In questa Assemblea, in cui eserciteremo la nostra collegialità con le elezioni di un Vice Presidente, dei membri del Consiglio per gli Affari economici e dei Presidenti delle Commissioni Episcopali, cominceremo a mettere a fuoco alcuni nodi decisivi: l’annuncio del Vangelo, l’iniziazione cristiana, l’istituzione strutturata dei Consigli pastorali, la corresponsabilità e la trasparenza nella gestione economica diocesana, un processo di verifica e revisione dello Statuto e del Regolamento della Conferenza Episcopale Italiana. Su alcuni il Papa ci ha indicato una direzione precisa: non si tratta di moltiplicare passaggi per rendere tutto più lento. Si tratta di rendere più ecclesiale ciò che facciamo. La collegialità è anche discernimento condiviso, esercizio evangelico dell’autorità, comunione che dà forma alla missione.
Questo è il nostro cantiere: lo avviamo non perché costretti dalle circostanze, ma perché desideriamo che la CEI sia sempre più uno strumento al servizio delle Chiese in Italia, capace di ascoltare, orientare, accompagnare, parlare al Paese con una voce che nasce dalla comunione e non dalla somma delle opinioni.

  1. La speranza come compito comune

Mi rendo conto di aver richiamato temi diversi: la pace, la memoria, l’annuncio, la comunità, la sinodalità, la giustizia. Ne aggiungo due: la casa e i cambiamenti climatici. È importante che le istituzioni tornino finalmente a guardare con attenzione alle tante persone e famiglie che soffrono per la mancanza di un alloggio dignitoso. In quest’ottica, il Piano Casa del Governo può rappresentare un passo significativo: auspichiamo che le risorse stanziate possano crescere ulteriormente e che fin da subito si promuovano – con i ministeri, gli enti locali e il Terzo Settore – percorsi di accompagnamento sociale, relazionale ed educativo che aiutino i più vulnerabili a ricostruire autonomia. Anche su questo siamo pronti a dare il nostro contributo.

Mi preme ricordare, però, un’altra questione molto importante e spesso dimenticata: sulle persone e sui territori più fragili incide fortemente la crisi climatica, che colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi, chi vive in abitazioni precarie, chi abita zone esposte, chi dispone di minori reti di protezione. Non possiamo limitarci a intervenire soltanto nell’emergenza: occorre educare le comunità alla prevenzione, alla cura del creato, alla responsabilità collettiva e alla custodia concreta dei luoghi. Sabato scorso, nella sua visita ad Acerra, Papa Leone ha detto: «Il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!». E ha ricordato «chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza» (Discorso, 23 maggio 2026). La carità, oggi, passa anche dalla capacità di leggere i segni di questo tempo, accompagnare le persone, diventare “ostinata resistenza”, passione educativa, onestà nel lavoro, equa distribuzione del potere e delle ricchezze, rispetto per le persone e per tutte le creature, e contribuire a costruire comunità più coraggiose e consapevoli. Tutte queste attenzioni non sono separate. Sono un solo filo. Il filo di una Chiesa che, in un tempo confuso, non rinuncia a essere lievito. Una Chiesa che non si rifugia nella prudenza quando occorre il coraggio e non si abbandona all’impazienza quando occorre la perseveranza. Una Chiesa che sa di non possedere il mondo, ma di doverlo amare; che non pretende di salvarlo da sé, ma testimonia il Salvatore.

Torniamo ancora al Cenacolo. Dopo aver detto «pace a voi», Gesù aggiunge: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). La pace non chiude i discepoli in una consolazione privata. Li manda coraggiosamente nel mondo. La Chiesa riceve la pace per diventare artigiana creativa di pace; riceve il perdono per diventare luogo di riconciliazione; riceve lo Spirito per non vivere più prigioniera della paura. Questo è anche il senso dei nostri lavori: non difendere un recinto, ma rilanciare nuovamente una missione.

Permettetemi di tornare, in chiusura, ad Assisi e a San Francesco. Davanti alla Porziuncola il Papa ci ha ricordato che Francesco e i primi frati condivisero insieme le tappe del loro cammino, si recarono dal Papa, perfezionarono e arricchirono insieme il testo iniziale. È un’icona semplice e luminosa dello stile sinodale. Nessuno cammina da solo. Nessuno possiede tutto il disegno. La fedeltà cresce camminando, ascoltando, correggendo, affidandosi.
Camminiamo anche noi così, con umiltà e fiducia. Non ci mancano le fatiche, né le domande, né le resistenze. Ma non ci manca il Signore. Ed è questo che basta per non cedere alla rassegnazione. Il Risorto continua a stare in mezzo a noi, anche quando le porte sembrano chiuse, e continua a dirci: «Pace a voi». Da questa pace ripartiamo. Con questa pace serviamo la Chiesa e il Paese. A questa pace affidiamo il nostro lavoro, invocando la materna intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, del suo sposo Giuseppe e dei Santi e delle Sante venerati nelle nostre Chiese.

“La Fede senza filtri”: online il terzo episodio

Ven, 22/05/2026 - 13:35

“I giovani sono lontani dalla Chiesa”: una frase ripetuta spesso, quasi fosse una verità definitiva. Ma è davvero così? E soprattutto: cosa si nasconde dietro quella distanza? Parte da queste domande il nuovo episodio di La Fede senza filtri, il podcast del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile (Snpg), disponibile sulle piattaforme SpreakerSpotify Amazon Music/Audible. Protagonista di questo appuntamento è Giorgia, una ragazza che porta nel confronto con don Salvatore Corvino del Snpg non solo la propria esperienza personale, ma anche le domande raccolte tra tanti coetanei attraverso i social. Il dialogo, diretto e puntuale, si sofferma sulla fede trasmessa in famiglia, sul passaggio da una fede ricevuta a una fede scelta, sul bisogno di autenticità, il rapporto tra libertà e religione, fino alle grandi domande sul credere e sul senso della vita.
Il dialogo si chiude con un interrogativo che farà da filo rosso al prossimo episodio: “Posso fidarmi di chi mi guida?”.

Dal 25 al 28 maggio, in Vaticano, l’82ª Assemblea Generale

Ven, 22/05/2026 - 13:30

Dal 25 al 28 maggio si terrà in Vaticano, presso l’Aula del Sinodo, l’82ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana: i lavori si apriranno alle ore 16:00 di lunedì 25 maggio con l’Introduzione del Cardinale Presidente Matteo Zuppi e termineranno giovedì 28 maggio con l’intervento di Papa Leone XIV.

L’attenzione dell’Assemblea si concentrerà sulle “Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia” e su alcune determinazioni per la ricezione del Cammino sinodale: i Vescovi saranno chiamati ad approvare una prospettiva pastorale per i prossimi anni, portando a frutto il percorso sinodale compiuto e raccolto nel Documento di sintesi e individuando alcune priorità per la vita ecclesiale. Le Linee di orientamento, infatti, non sostituiscono il testo sinodale, ma mettono in luce pochi aspetti su cui appare necessario convergere: a fare da sfondo la consapevolezza che la fede non può essere più data per scontata e la conseguente percezione che la società non fa più normalmente riferimento al Vangelo.

Durante i lavori si svolgeranno le elezioni del Vice Presidente (per l’area Nord), dei Membri del Consiglio per gli Affari Economici e dei Presidenti delle Commissioni Episcopali.
All’ordine del giorno, inoltre, alcuni adempimenti di carattere giuridico-amministrativo e una comunicazione sul Congresso Eucaristico Nazionale, in programma nel 2027.

Alle ore 13:00 di mercoledì 27 maggio, nell’Atrio dell’Aula Paolo VI, il Cardinale Presidente incontrerà i giornalisti. Il Comunicato finale verrà diffuso giovedì 28.

Modalità di accreditamento e partecipazione

I giornalisti e gli operatori media che intendono partecipare agli eventi aperti alla stampa devono inviare richiesta, entro 24 ore dall’evento, esclusivamente attraverso il Sistema di accreditamento online della Sala Stampa della Santa Sede, all’indirizzo: https://press.vatican.va/accreditamenti

I giornalisti e gli operatori media accreditati potranno seguire:

  • l’introduzione del Card. Zuppi, prevista per lunedì 25 maggio alle ore 16:00 (appuntamento alle ore 15:30 di fronte l’ingresso dell’Aula Paolo VI);
  • la Celebrazione Eucaristica nella Basilica di San Pietro presieduta da Mons. Filippo Iannone, Prefetto del Dicastero per i Vescovi, prevista per mercoledì 27 maggio alle ore 08:30;
  • la conferenza stampa nell’Atrio dell’Aula Paolo VI, prevista per mercoledì 27 maggio alle ore 13:00.

Il Messaggio per la 76ª Giornata Nazionale del Ringraziamento

Ven, 22/05/2026 - 11:02

Pubblichiamo il Messaggio per la 76ª Giornata Nazionale del Ringraziamento che si celebrerà il prossimo 8 novembre sul tema: “Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese”. 

L’Italia non vive solo nelle metropoli, lungo i grandi assi infrastrutturali o nei distretti produttivi: la sua anima pulsa nel suo sistema alpino, sulle colline degli appennini, nelle città medie, nei paesi e nei borghi ancora oggi depositari di relazioni umane straordinarie, di un notevole patrimonio artistico, di risorse che possono costituire un capitale di innovazione.

Potremmo definirla un’Italia “linfatica”, che non fa rumore ma tiene in vita il Paese: essa merita uno sguardo carico di gratitudine e di apprezzamento. È l’Italia delle aree interne, dove circola ancora la linfa della vita civile, fatta di prossimità, solidarietà, creatività quotidiana, connessione con la natura. Esprimiamo gratitudine a chi in questi luoghi decide di restare e investire umanamente ed economicamente, a chi vi ritorna impiantandovi attività, dando non solo un contributo all’economia generale del Paese, ma proponendo un modello di vita alternativo a quello dei grandi centri urbani, spesso caotici. In questi luoghi, l’economia agricola e l’allevamento costituiscono una risorsa che mantiene in vita il territorio, nel rispetto delle diversità e della cultura peculiare di ogni posto. In essi ci sono anche esperienze di accoglienza verso i lavoratori immigrati che con le loro famiglie contribuiscono a non abbandonare antiche attività. Così è più facile percepire quella che papa Francesco chiamava «la carezza di Dio» della «casa comune», che ci spinge a guardare con gratitudine al Creatore: «Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene» (Laudato si’, 84).

Eppure, sotto la spinta di un modello di sviluppo omologante si tende sempre più a cancellare questa storia di varietà in nome di un’identità basata su un racconto unico. Già agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, san Paolo VI, a fronte dell’allora crescente urbanizzazione, poneva questi interrogativi: «Dopo lunghi secoli, la civiltà agricola va declinando. Ma si dedica sufficiente attenzione al buon ordinamento e al miglioramento della vita dei rurali, la cui condizione economica di inferiorità e talvolta di miseria provoca l’esodo verso i tristi ammassamenti delle periferie, dove non troveranno né impiego né alloggio?» (Octogesima adveniens, 8).

La logica dell’attrattività, quella che porta a concentrare gli investimenti e a premiare economie estrattive, e la logica dell’abbandono, che procede smantellando scuole e presidi sanitari, chiudendo sportelli bancari, esponendo i territori a rischi ambientali, appaiono come due facce della stessa identica crisi civile. Entrambe vanno lette in relazione tra loro, superando la dinamica centro-periferia, perché generano – in modi diversi – diseguaglianze e impoverimento di comunità e di luoghi. Anche dal punto di vista pastorale le aree interne interrogano le comunità cristiane, ed è per queste che dal 2021 alcuni vescovi si incontrano per fare discernimento e avanzare proposte condivise sulla situazione di territori di cui constatano con sofferenza il depauperamento e lo spopolamento soprattutto di giovani. Le loro riflessioni, sviluppate negli anni, sono culminate in una “lettera aperta” al Governo e al Parlamento con la richiesta di avviare un percorso condiviso in cui gli attori interessati contribuiscano a costruire partecipazione e confronto, per “ripopolare” le proposte su questo tema e non rassegnarsi a “politiche di accompagnamento” di un processo che ad alcuni sembra inesorabile.

Se guardiamo l’Italia da una prospettiva plurale, riconoscendo la ricchezza di paesaggi e di culture locali, di una economia agricola da incentivare e tutelare, dobbiamo respingere la logica del sacrificio necessario di alcune aree, quell’idea semplificante che esista un solo modello di sviluppo, una sola idea di abitare, una sola idea di nazione a cui tutti debbono conformarsi.

Non si tratta di selezionare dall’alto quali realtà locali debbano essere accompagnate in un percorso di spopolamento irreversibile e quali debbano essere salvate, ma di entrare in una prospettiva di interconnettività tra territori: agire sugli squilibri territoriali richiede, oggi più che mai, nuove politiche economiche che puntino su agricoltura e allevamento, politiche migratorie che integrino il capitale umano dei nuovi lavoratori; esige anche nuovi investimenti sulle infrastrutture che garantiscono la mobilità e l’assistenza sanitaria, la garanzia degli studi superiori e universitari, un impegno rinnovato intorno alla domanda di accesso alla casa, di lavoro da remoto, di servizi di welfare territoriale. Dal punto di vista pastorale vanno incoraggiate le esperienze che aiutano le comunità ecclesiali ad animare la vita delle aree interne. Sarà importante attingere anche all’esperienza promossa dal Progetto Policoro, ora in fase di aggiornamento, che non poche volte ha contribuito a rigenerare porzioni di questi territori.

Il futuro del Paese dipenderà, in definitiva, dalla capacità di prendersi cura dei beni comuni e del patrimonio ereditato dal passato in modo innovativo e sostenibile. L’immagine di un’Italia “linfatica” allude a un sistema di reti orizzontali, fatte di prossimità, di economie locali, di relazioni comunitarie, di creatività quotidiana, che sono il vero metabolismo dei nostri territori.

 

Roma, 17 maggio 2026
Solennità dell’Ascensione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace

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