Dalla Santa Sede
Viaggio Apostolico in Francia: Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma (28 settembre 2026)
Matteo Bruni
Buonasera Santità, grazie per questi giorni di viaggio, grazie per questo viaggio intenso. Era un viaggio molto atteso sicuramente, un viaggio che ha reso molto felici molti francesi con la sua presenza, con le sue parole, e penso che con le sue parole abbia toccato anche delle corde profonde del popolo francese. E penso che abbia reso felice anche molti cattolici, molti cristiani, che hanno sentito di essere confermati nella fede. Però forse, magari, può cominciare lei a dirci come lei ha sentito questo viaggio.
Leone XIV
Inizierò parlando in inglese. E poi, se avete bisogno di una traduzione, possiamo darvi una mano. Innanzitutto, grazie ancora per il lavoro che avete svolto. Credo che siate stati piuttosto impegnati negli ultimi quattro giorni e, in un certo senso, è stato un programma molto intenso.
Questi quattro giorni sono stati letteralmente ricchi di benedizioni. Quasi dei miracoli, direi, specialmente il tempo trascorso a Lourdes, camminando insieme e accompagnando tante persone malate e sofferenti, e vedendo come la grazia della presenza di Dio, manifestandosi in tanti modi diversi, tocchi il cuore delle persone, trasformi le loro vite e, per usare un’espressione che ho citato lì, restituisca dignità ai malati, agli anziani e a coloro che in alcune parti della società vengono emarginati.
Ci sono stati quindi molti segni, molte espressioni, molti simboli nel corso di questi quattro giorni. E personalmente mi sono sentito molto benedetto per aver avuto il privilegio di visitare la Francia, per incoraggiare soprattutto i giovani che, naturalmente, sono alla ricerca di qualcosa.
Era così evidente allo stadio, la sera, con 80.000 giovani provenienti da tutta la Francia, con il loro entusiasmo, la loro gioia e il senso di speranza che hanno trasmesso, ma soprattutto, credo, che hanno ricevuto e che potranno condividere con gli altri.
Quindi, tra le tante cose diverse che abbiamo celebrato e vissuto durante questi quattro giorni, direi che questi sono alcuni dei momenti salienti, senza voler escludere gli altri, ma che sono stati piuttosto significativi. Sono molto felice che siate stati con me in questo viaggio, e se avete qualche domanda.
Matteo Bruni
La prima domanda viene da Cyriac Zeller, che lavora per un’agenzia di comunicazione francese che si chiama I-Media.
Cyriac Zeller
Buonasera, Santità. Ieri, durante una conferenza stampa, le vittime che ha incontrato ci hanno riferito che Lei avrebbe riconosciuto loro la natura sistemica degli abusi sessuali nella Chiesa. È davvero così? Potrebbe spiegare la Sua posizione al riguardo? Ritiene che gli abusi sessuali nella Chiesa siano sistemici?
Leone XIV
Direi, senza voler contraddire nessuno, perché ritengo che sia molto importante, che vorrei innanzitutto precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere ad altre vittime la disponibilità – mia e della Chiesa – ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso.
Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo.
Ma credo sia importante fare questa distinzione. L’abuso sessuale è innanzitutto un problema umano. Quando avviene all’interno della Chiesa, assume in realtà un’altra dimensione, perché la vita di fede delle persone viene profondamente ferita e talvolta persino distrutta. La Chiesa ha la responsabilità particolare di accompagnarle e aiutarle a cercare la guarigione. In questo senso ho parlato con loro di come la Chiesa, in un certo senso, sia stata vista come responsabile, ma allo stesso tempo del fatto che la Chiesa, io penso, abbia una parte importante nell’aiutarle a trovare la guarigione.
Matteo Bruni
Grazie, Cyriac. La seconda domanda, Santità, è di Xavier Normand, che lavora per la rivista francese Le Pèlerin.
Xavier Normand
Santo Padre, buonasera. Anzitutto, volevo ringraziarLa per il Suo Viaggio apostolico in Francia. Per quattro giorni il nostro Paese ha vissuto al ritmo dell’entusiasmo generale suscitato della Sua venuta. Ciò che in Francia è un exploit. Grazie, Santo Padre! Continuerò la mia domanda in inglese. Il motto del Suo viaggio apostolico era “Affinché il mondo abbia la vita”. Il tema delle cure di fine vita è emerso ripetutamente nei Suoi discorsi. In realtà, credo che ne abbia parlato in più della metà dei Suoi discorsi in Francia. Penso in particolare a quello tenuto all’Eliseo e a quello di ieri a Lourdes, quando ha affermato che ciò che è legale non è necessariamente morale, un chiaro riferimento alla recente legalizzazione dell’eutanasia in Francia. In Francia vige anche il principio della “laicità”, ovvero la separazione tra religione e politica. Ritiene che, quando è importante, quando la posta in gioco è alta, questo confine, questa linea, debba essere superata in nome del primato della coscienza? E, in tal caso, Lei ha superato quella linea?
Leone XIV
Grazie per la Sua domanda. Direi che, per quanto riguarda la concezione che la Chiesa ha della separazione tra Chiesa e politica, o tra Chiesa e Stato, non l’ho oltrepassata. E La invito a leggere o rileggere Magnifica humanitas, dove, nella prima sezione, nei primi due capitoli, parlo della Dottrina Sociale della Chiesa e affermo che quando la Chiesa parla di difesa della vita, quando affronta questioni di Dottrina sociale, non sta entrando in politica, ma sta applicando il Vangelo alla vita delle persone.
Possono esserci politici, diciamo, di sinistra o di destra, che sostengono che la religione dovrebbe rimanere solo nella sfera privata; lasciamo che le persone facciano ciò che vogliono per conto proprio, ma come Stato dobbiamo rimanere separati. In realtà, quando sono andato in Francia, ci sono andato principalmente per predicare il Vangelo, per predicare la Buona Novella, per riaffermare ciò che Gesù Cristo stesso dice quando afferma: «Io sono la via, la verità e la vita», dunque per dire la verità che Gesù ci offre.
La difesa della vita è un tema che, come tutti sapete, la Chiesa insegna e in cui crede profondamente. E così, da un lato, sapevo ovviamente che in Francia è stata recentemente approvata una legge, mentre in altri Paesi europei e in altre parti del mondo si sta discutendo sulle questioni relative al fine vita. Ma mi trovavo in un luogo speciale come Lourdes, dove le persone sono alla ricerca di qualcosa di molto più profondo e cercano di comprendere che la loro vita, anche in mezzo alla malattia, alla disabilità o a dolori di vario genere, ha un senso. La Chiesa, proprio grazie a Gesù stesso, vuole essere vicina a queste persone e affermare i valori che, credo, la vita stessa racchiude per tutti noi.
Quindi, direi che, se questa è politica, l’ho fatta, ma non per intromettermi nella politica francese. L’ho fatto per insegnare ciò in cui la Chiesa crede veramente.
Matteo Bruni
Grazie, Santità. La prossima domanda è di Íñigo Domínguez di El País.
Íñigo Domínguez
Buonasera, Santità, grazie di condividere questo momento con noi. Anche durante questo viaggio Lei ha parlato più volte della cultura dello scarto che ci circonda, dell’emarginazione di coloro che non sono considerati produttivi, tra cui gli anziani e le persone con disabilità. In Spagna, in questi giorni, abbiamo un caso che in qualche modo rappresenta tutto questo e che ha suscitato grande indignazione nel Paese: è quello di Mari Carmen, una donna di 87 anni con disabilità, che è stata sfrattata dalla sua casa a Madrid perché non riusciva a pagare l’affitto. Le hanno aumentato l’affitto di cinque volte in un colpo solo. Non so se conosce questo caso, il caso di Mari Carmen. Ma in ogni caso, cosa ne pensa del problema abitativo che esiste in tutta Europa, in tutto il mondo, dove la speculazione immobiliare espelle i residenti dalle città e i giovani non possono permettersi una casa? Cosa ne pensa di tutto questo problema?
Leone XIV
Credo che sia un buon esempio di come la Chiesa, in quanto comunità, o noi come esseri umani, in quanto comunità – anche per chi non ha fede – dobbiamo cercare soluzioni più giuste, affinché casi del genere non si verifichino. Non conosco il caso a cui Lei si riferisce, ma mi sembra che sarebbe un caso in cui i vicini, la comunità, la parrocchia, la diocesi o lo Stato dovrebbero intervenire per chiedersi: come è possibile che accada una cosa del genere? Qual è il problema nel sistema che permette che un’anziana, per di più con disabilità o con qualche difficoltà, venga, per così dire, cacciata dalla propria casa? La Chiesa parla molto dell’emarginazione e parla anche di giustizia. Invita, promuove, cerca, diciamo, di risvegliare in tutti la capacità di rispondere con un maggiore senso di umanità, di essere veramente sensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Il problema degli alloggi, che oggi esiste in molti Paesi, è un problema che una sola parrocchia, una sola diocesi o la Chiesa stessa non potranno risolvere. Ma credo che qui ci sia una grande sfida, per la quale forse dobbiamo esigere anche dai leader politici e dalle autorità che cerchino una soluzione. Perché il fenomeno sta evidentemente aumentando, e spesso reagiamo solo nel momento dell’emergenza, ma dobbiamo capire quale sia in realtà la causa sistemica di questo problema e come poter aiutare.
Matteo Bruni
Santità, la prossima domanda è di Manuela Tulli dell’Agenzia ANSA.
Manuela Tulli
Buonasera Santità, Lei oggi, e comunque durante tutto questo viaggio, ha sottolineato la necessità del dialogo, e anche parlando all'Europa Lei ha parlato dell'illusione del riarmo, ma allo stesso tempo ha detto di avere il coraggio di fare delle rinunce, dei sacrifici per il bene superiore della pace. Il conflitto in Europa è quello tra Russia e Ucraina, cosa intendeva quando parlava di questi sacrifici? E poi, Lei crede nel negoziato perché ha i suoi inviati - è andato prima Monsignor Gallagher, in questi giorni c'è il Cardinal Zuppi -, ma come si può parlare con uno Stato che aggredisce, bombarda e minaccia non solo l'Ucraina ma anche altri Stati europei? Grazie.
Leone XIV
Grazie. La prima cosa da sottolineare sono i principi della Dottrina sociale della Chiesa, secondo cui non intendiamo promuovere la violenza, l’odio, gli armamenti e i pericoli presenti nel mondo di oggi, compresi quelli provenienti da alcuni leader di Paesi che stanno ricominciando a parlare di armi nucleari e di guerre sempre più distruttive, soprattutto per quanto riguarda la questione della vita umana. Continuare ad armarsi, a spendere in quella tremenda industria militare, che già da molti decenni – dall’anno scorso, da cinque anni – continua a promuovere la spesa militare. Pochissimi si stanno arricchendo enormemente grazie a un’industria che promuove la guerra. Eppure, con questi miliardi e miliardi di euro o dollari si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, la disoccupazione, ecc. Tutti sono alla ricerca di una voce in grado di offrire un’alternativa, che non sia quella di spendere di più in armi, poiché ciò non fa altro che alimentare sempre più la tensione che potrebbe sfociare nello scoppio di un’altra guerra, di un altro conflitto.
E vediamo che la violenza, il fatto che le potenze cercano sempre di imporre le cose con la forza invece di dialogare e promuovere negoziati sulle differenze che naturalmente possono esistere, ci porta sempre più vicini a una guerra o a diverse guerre, conflitti come quelli che vediamo nel mondo di oggi. Non so cosa ne pensino gli altri, e non si tratta di essere politici o meno, ma una voce che cerchi di promuovere i valori della dignità umana, dell’importanza della vita, della possibilità di spendere forse di più per la sanità e l’istruzione e meno per le armi: credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come quelli di Russia e Ucraina e di altri Paesi, a venire, a sedersi al tavolo, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che ormai non hanno più senso. Quindi, in questo senso, la Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che possa essere inutile, ma continueremo a parlare, continueremo a invitare, continueremo ad annunciare il Vangelo.
Matteo Bruni
Grazie, Santità. La prossima domanda viene da Justin McLellan del National Catholic Reporter.
Justin McLellan, National Catholic Reporter
Grazie. Santo Padre, Le porrò la mia domanda in inglese. A Parigi Lei ha parlato dell’urgente necessità di un discernimento etico riguardo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e, sulla scia dei numerosi attacchi informatici perpetrati da agenti di intelligenza artificiale fuori controllo, diversi leader del settore tecnologico hanno avvertito che questa tecnologia potrebbe distruggere il mondo. Quanto è preoccupato che l’intelligenza artificiale possa comportare rischi catastrofici per l’umanità o addirittura annientarla completamente, e cosa devono fare le nazioni, in particolare gli Stati Uniti e la Cina, per garantire che le loro tecnologie siano sicure per l’umanità?
Leone XIV
Grazie. Se qualcuno mi chiedesse: “Sei in preda al panico?”, risponderei: “No, non lo sono. Di notte riesco a dormire”. Ritengo però che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti di intelligenza artificiale debbano essere prese sul serio. Non credo che si tratti di fake news, come alcuni hanno affermato, volte a ottenere un vantaggio finanziario o di altro tipo. È interessante notare che proprio oggi ho letto che il capo di NVIDIA sostiene di aver trovato un modo per inserire nell’IA delle barriere di sicurezza, per così dire, o dei limiti, in modo che non escano dai loro ambiti specifici e causino i danni di cui si parla.
È lo stesso, tuttavia, che sostiene che non dovrebbero esserci limiti né regolamentazioni governative, ecc. ecc. Questo è un problema di cui, a mio avviso, dobbiamo sederci a discutere. Dobbiamo continuare a invitare i leader politici, i leader del settore dell’IA, le organizzazioni sociali e le associazioni a riunirsi per esaminare ciò che sta già accadendo e ciò che potrebbe accadere in futuro.
Dire semplicemente: “Oh, non succederà”, e chiudere gli occhi di fronte a questa realtà, credo non sia probabilmente il modo più responsabile di affrontare la questione. Il Vaticano ha istituito una propria commissione sull’intelligenza artificiale che, da un lato, è nata come strumento per coordinare ciò che noi stessi stiamo facendo in Santa Sede, il modo in cui utilizziamo l’IA, quali sono i rischi e quali i benefici. Ma da quando è stata pubblicata la Magnifica humanitas, abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di persone provenienti da ambiti e settori molto diversi. Stiamo quindi cercando di continuare a promuovere il dialogo, lo studio e la ricerca, per trovare il modo di garantire che l’IA non arrivi al punto di poter distruggere l’umanità o di escludere l’umanità dal dibattito.
Sono relativamente ottimista sul fatto che ciò possa avvenire. Penso che ci siano abbastanza persone seriamente interessate a questo tema e disposte a guardare oltre le questioni, ancora una volta legate al potere, a chi arriverà per primo, a cosa accadrà quando l’IA diventerà quella che chiamano “Intelligenza Artificiale Generale”, ecc. ecc.
Ma dobbiamo continuare a lavorare, non possiamo semplicemente stare a guardare e fingere che non accadrà nulla.
Matteo Bruni
Grazie Santità. Forse possiamo fare un’ultima domanda, Ludwig Ring-Eifel, KNA.
Ludwig Ring-Eifel, KNA
Oggi ci trovavamo a Metz, vicinissima al confine tedesco, ma finora non è ancora venuto in Germania. La mia domanda fondamentale è quindi: quando possiamo aspettarLa dall’altra parte del confine, alla luce di due sviluppi che forse preoccupano anche Lei: il costante declino della Chiesa cattolica in Germania e la sorprendente ascesa dei partiti estremisti in Germania, che minacciano di far crollare il consenso sull’Europa, di cui ha parlato oggi a Metz.
Leone XIV
Grazie per la domanda. Con tutta umiltà dirò che sono Papa solo da circa quindici mesi. Ci sono molti luoghi che non ho ancora visitato. Ho ricevuto un invito. Spero davvero di tornarci, perché ci sono già stato ma non come Papa; spero comunque di visitare la Germania, così come spero di visitare molti altri luoghi. Ma non ho ancora un programma. Sto ancora lavorando al programma per il prossimo anno, e l’unico viaggio definitivamente programmato è la Giornata Mondiale della Gioventù in Corea. Quindi, ci stiamo arrivando. Ma grazie per la vostra pazienza e per la domanda.
Riguardo alla frase che Lei ha detto, cioè che la Chiesa in Germania sta morendo, o diminuendo numericamente: in passato si è detto lo stesso della Francia, eppure abbiamo visto cosa è successo negli ultimi quattro giorni. Credo che, se ritroviamo il vero spirito missionario e il modo giusto di agire, ci siano ancora moltissime persone in Germania che desiderano vivere e celebrare la loro fede cristiana e cattolica.
E quindi sono ottimista al riguardo, anche se riconosco i problemi, riconosco le diverse cause che hanno colpito duramente la Chiesa, ma che hanno colpito duramente anche — se così si può dire — la Chiesa evangelica o protestante, e hanno colpito la società più o meno allo stesso modo.
Ma spero davvero di poter allacciare un dialogo. Spero davvero di continuare a collaborare con i leader della Chiesa in Germania e di trovare modi per rispondere a questa situazione. Sarebbe interessante studiare, analizzare se e in che modo possa esserci una relazione, ad esempio, tra la crescita di questi gruppi di estrema destra – e anche l’estrema destra si sta frammentando ora, come si vede da un gruppo in particolare che sta diventando ancora più estremo rispetto ad altri cosiddetti gruppi di estrema destra – e una certa combinazione di questi punti di vista di estrema destra con un particolare tipo di religione, che – non solo secondo me, ma anche secondo quanto affermato dai leader della Chiesa cattolica e di quella protestante in Germania – non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo.
E ancora una volta torniamo ai valori del Vangelo, che non sono l’odio e la divisione, ma la comprensione, la compassione e l’accompagnamento. Spero profondamente – e spero che anche la Chiesa possa contribuire a questo – che riusciamo a trovare il modo di raggiungere la maggioranza delle persone di buona volontà, affinché comprendano quanto sia importante il loro impegno, anche in termini di partecipazione ai processi politici, per compiere scelte chiare a favore del bene comune e non a favore di idee estremiste che potrebbero causare danni ben più gravi di quanto ci rendiamo conto in questo momento.
Penso quindi che dobbiamo tutti incoraggiare in questo senso. Ancora una volta, spetta a noi, come Chiesa, Dottrina sociale della Chiesa, parlare, insegnare e predicare ciò che riteniamo essere questi valori che generano vita, anziché la distruzione, la divisione e l’odio.
Matteo Bruni
Grazie Santità, grazie per le sue parole, per la sua disponibilità e grazie molte per questi giorni di viaggio insieme.
Leone XIV
Grazie ancora a tutti per il vostro servizio. E vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le tantissime persone che lavorano dietro le quinte e che non ricevono gli applausi che il Papa riceve quando passa, ma che hanno contribuito in modo determinante all’organizzazione di questo viaggio: sia le persone della Santa Sede, sia quelle in Francia, i Vescovi francesi e i tantissimi laici che hanno lavorato all’organizzazione delle diverse attività. Vorrei quindi rivolgere un ringraziamento speciale a tutti loro e a voi. Grazie di cuore.
Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa presso la Cattedrale di Santo Stefano (Metz, 28 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
sono molto lieto di presiedere questa Eucaristia, durante la quale affidiamo al Signore il cammino della Comunità diocesana di Metz e quello di tutta l’Europa. In questa terra storica della Mosella, che non ha mai smesso di essere un crocevia di popoli e che è stata una frontiera dolorosa in Europa, la promessa di Dio risuona oggi con una forza singolare.
Nella prima Lettura (cfr Is 32,15-18), il profeta Isaia parla dell’avvento del Regno di Dio in termini di diritto, giustizia e pace. Egli ricorre a tre immagini: il deserto, il giardino e la casa.
Nel deserto, luogo della sobrietà e del silenzio, si instaura il diritto, cioè la legge che aiuta l’uomo a camminare sulla via del bene. Questa immagine austera ci ricorda l’importanza dell’essenzialità e della semplicità, che ci permettono di attribuire il giusto valore alle cose, formandoci al contempo alla rinuncia e al sacrificio.
La seconda immagine è quella del giardino, dove regna la giustizia. Se il deserto è il luogo dell’essenzialità, il giardino è il luogo della bellezza. Lì c’è acqua, i semi si aprono, spuntano i germogli e sbocciano i fiori, ciascuno con la propria particolare grazia. Questo è l’effetto di una vita retta, che permette alla persona di realizzarsi pienamente aderendo nella libertà ai disegni del Signore.
La terza immagine è quella della casa, luogo di pace. Notiamo che, se il deserto e il giardino sono contesti in cui prevale l’azione di Dio, che fa germogliare e crescere, la costruzione di una casa richiede invece un contributo più diretto e più importante da parte dell’uomo, con l’impiego di forze e competenze, attraverso uno sforzo comune, un vero e proprio “lavoro di cantiere”. Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso. Del resto, più che una semplice costruzione di pietre, la casa è un luogo di presenza umana e di amore. In questo senso, la Parola profetica ci ricorda come, in un mondo segnato dal limite, la concordia si costruisce solo nella carità, che sa condividere gioie e dolori, incoraggiare e perdonare, senza calcoli né limiti, come in una famiglia.
Anche il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ce ne parla (cfr Mt 5,38-48). Mentre oggi, nel mondo, assistiamo a tanta violenza, manipolazione e arroganza, a diversi livelli, Gesù ci insegna come trasformare il deserto in un’oasi, come piantare giardini e costruire case. Ci indica la via che passa attraverso il perdono, la misericordia e la magnanimità. «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Mt 5,39-41).
Queste parole potrebbero sembrare ad alcuni un segno di debolezza, o forse una resa di fronte al male; ma non è affatto così. Guardiamoci dentro, in profondità, e guardiamoci intorno: cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti? Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme.
Metz e la Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento. Ci vogliono forza e grande equilibrio per non lasciarsi sopraffare dal male, soprattutto quando le ferite subite sono profonde. Ma di fronte all’ingiustizia, l’unica via di salvezza per l’uomo è l’amore che si prende cura dell’altro e che cerca di dare fiducia a prescindere dalle circostanze, anche di fronte ai comportamenti più difficili da accettare (cfr Mt 5,42). Così, legge, giustizia e pace sono tappe di un cammino di conversione che, da personale, diventa sempre più comunitario, per una civiltà rispettosa dell’uomo e del suo Creatore.
Non è un caso che sant’Agostino definisca la pace della città celeste come una comunione armoniosa, in cui gli uomini godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri (cfr S. Agostino, De civitate Dei, XIX, 13.1). Egli parla anche della pace tra gli uomini come del frutto di una “tranquillitas ordinis”, in cui ciascuno riconosce e rispetta nell’altro una dignità e un ruolo unici e sacri.
Qui a Metz, è bene ricordare che sono proprio questi i valori su cui si è costruita, nel corso dei secoli, l’Europa che conosciamo, con il suo patrimonio spirituale e morale, ancor prima che economico e politico. Come san Giovanni Paolo II amava ricordare con commozione (cfr Atto Europeistico a Santiago De Compostela, 9 novembre 1982), essa affonda le sue radici nella vita e nell’opera di uomini e donne che hanno vissuto, predicato e condiviso gli insegnamenti del Vangelo. Ne sono testimonianza il grande contributo spirituale, culturale, e persino agricolo e artigianale che il monachesimo ha apportato alla storia del Continente, nonché l’opera di santi come il grande Crodegango, instancabile Pastore di questa comunità, che proprio qui, nella Regola dei canonici, ha dato una forma visibile alla comunione ecclesiale.
Da lì ci sono stati trasmessi i fondamenti morali del mondo in cui viviamo: principi quali il primato della persona e il carattere sacro e inviolabile della vita umana, in tutte le sue fasi e in ogni circostanza; la tutela della libertà degli individui; l’importanza primaria della famiglia come fondamento della società; l’attenzione verso i poveri e i più bisognosi; l’accoglienza dello straniero, il rispetto degli anziani.
La vostra Chiesa locale, che conserva l’eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede, in virtù del suo status particolare, ha la responsabilità di essere un laboratorio vivente di questa fedeltà. Rimanere fedeli a questi pilastri non è stato facile, nemmeno per coloro che ci hanno preceduto. Eppure, con coerenza e perseveranza, i nostri antenati ce li hanno lasciati in eredità come tesori, da trasmettere a nostra volta alle generazioni future, arricchiti della nostra esperienza, del valore dei nostri sforzi e delle nostre storie.
La magnifica Cattedrale di questa città, in cui ci troviamo, illustra molto bene tutto ciò: è detta Lanterne du Bon Dieu per via dei suoi 6.500 metri quadrati di vetrate istoriate. Sembra che i costruttori abbiano voluto ridurre al minimo le pareti, che pur rimangono solide, affinché la luce potesse giungere in abbondanza ai fedeli. Chi vi entra si ritrova così immerso in una ricchissima “biblia pauperum”, fonte di preghiera e meditazione, attraverso i riflessi di mille colori. E in codesto luogo di luce, lo splendore delle vetrate storiche si è recentemente arricchito del genio di Marc Chagall. Le opere di questo grande pittore ebreo, incastonate nelle pareti della Cattedrale, trasformano la “Lanterna del Buon Dio” in uno straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso. Questa Cattedrale ci dice che la luce del Signore non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti. Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce.
In questo c’è un simbolo della nostra identità di Chiesa. Anche noi utilizziamo strutture, che hanno senso solo nella misura in cui ci aiutano a portare al mondo la luce del Vangelo. Senza queste vetrate, le finestre della cattedrale di Saint-Étienne non sarebbero altro che spazi inondati da una luce accecante. Con le vetrate, diventano libri che ci riuniscono per ricordare storie meravigliose, piene di eroismo, di bontà, di misericordia, di amore e di bellezza morale, di cui a nostra volta dobbiamo essere testimoni generosi e coraggiosi.
Questo è l’augurio che condivido con voi, con gratitudine e fiducia, al termine del mio viaggio in Francia, per la vostra comunità di Metz, chiamata oggi più che mai ad essere un faro di speranza per questo Paese, per l’Europa e per il mondo, affidandola alle preghiere della Vergine Maria e dei vostri Santi Patroni.
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro “Alle Radici dell’Europa per la Pace e l’unità” presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz (28 settembre 2026)
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose,
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.
Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.
Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”.
È sempre difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave, fino a comprendere regioni sempre più vaste.
L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano.
Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» [1]. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.
Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo. Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermava: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo, per tutti, di impegnarvisi. Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si basano le relazioni sociali nel mondo cristiano» [2].
Un altro Padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco mettendo l’accento sul «retaggio comune europeo» [3], cioè «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria» [4].
Anziché essere un criterio confessionale esclusivo [5], il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare «lo status del quale godono» negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.
Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto» (Trattato sull’Unione Europea, Preambolo).
Nel contesto multiculturale di oggi, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.
Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un’effettiva consistenza a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, risulta prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, sottolineando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie» [6].
Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché – come ricordava sempre Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» [7].
L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.
Come ho detto durante la mia recente visita alle isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti).
Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere.
Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro.
Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage» [8], che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche» [9]. È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.
Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano» [10]. Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire.
L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra [...] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» [11].
L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore.
Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.
Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa – affermava – non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto» [12]. Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.
Condividendo queste riflessioni, penso prima di tutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come già osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte diventi d’ora in poi il motto per le giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura, che reimpara, dopo troppo tempo di divisioni, la fratellanza cristiana» [13].
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.
Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.
Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.
Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.
Siate costruttori di comunità!
E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.
Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!
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[1] S. Paolo VI, Lett. ap. Pacis nuntius (24 ottobre 1964): AAS 56 (1964), 965.
[2] R. Schuman, Pour l’Europe, Ginevra 2010 5, 57-58.
[3] Cfr A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.
[4] Ibid.
[5] Cfr ibid.
[6] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014).
[7] Francesco, Discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014).
[8] Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1 agosto 1917): AAS 9 (1917), 423.
[9] Dichiarazione Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
[10] Ibid.
[11] Ibid.
[12] Ibid.
[13] R. Schuman, Pour l’Europe, 46.
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro interreligioso presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz (28 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
cari amici rappresentanti delle diverse tradizioni religiose,
è con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.
Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro. Come diceva il mio predecessore, Papa Francesco: «Il dialogo tra persone di religioni differenti non si solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. [...] L’obiettivo è di stabilire amicizia, pace» (Lett. enc. Fratelli tutti, 271). Prima di lui, il santo Papa Giovanni Paolo II considerava il dialogo come un’esigenza intrinseca alla natura stessa dell’uomo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2001, 10). Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.
Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni.
D’altra parte, se la fecondità delle tradizioni religiose si manifesta innanzitutto nel loro servizio alla pace e alla fratellanza, essa si esprime anche nella loro capacità di proteggere, accompagnare e servire la vita. La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana.
Cari amici, «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà, la bellezza» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 23). Vi ringrazio ancora una volta per la vostra vicinanza e la vostra presenza. Che l’infinita bontà di Dio e la sua saggezza ci accompagnino e ci insegnino a vivere sempre più come suoi figli e come fratelli e sorelle gli uni per gli altri. E che così possiamo essere, là dove viviamo, artigiani di pace e testimoni di una speranza che non cessa di crescere nel nostro mondo.
Che Dio vi benedica!
Viaggio Apostolico in Francia: Preghiera del Santo Rosario e Processione <i>aux flambeaux</i> presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)
Siamo qui riuniti questa sera per rispondere alla richiesta che la Madonna rivolse ai sacerdoti per mezzo di santa Bernadette: «Che si venga qui in processione». Quanto è commovente vedere il popolo fedele, di generazione in generazione, rispondere con amore e fiducia al tenero invito della Vergine Maria. Quanto è consolante sentire i cristiani cantare inni pieni di fervore e di fede, e camminare, con un lume in mano, verso la loro Madre del Cielo, la Madre che Gesù ci ha donato sulla Croce. Rendo grazie al Signore di poter, a mia volta, rispondere questa sera all’appello della nostra Madre facendomi pellegrino tra i pellegrini.
Questa luce che ci guida e ci attira è quella della speranza che non ci abbandona mai, pur mentre percorriamo il cammino di questa vita, spesso costellata di prove, ma già pervasa dalla gioia di sapere di essere figli di Dio, amati e salvati da Gesù. Le persone malate sono testimoni privilegiati di questa trasfigurazione dell’esistenza, attraverso la fede e l’amore per Dio e per il prossimo. Bisogna venire qui a fare questa processione con voi, cari malati, per percepirne pienamente la realtà. Come diceva Papa Pio XII: «Giammai […] in un angolo della terra si è visto simile corteo di sofferenza, giammai un eguale irradiarsi di pace, di serenità, di gioia» (Lett. enc. Le pèlerinage de Lourdes, 2 luglio 1957, I).
E se un simile miracolo è possibile – quello di suscitare serenità e gioia nella prova – è perché Dio ci dona la grazia di percepire la presenza vivificante di Cristo risorto in mezzo a noi. Ci dona di volgere lo sguardo verso un futuro più lontano, al di là del nostro orizzonte terreno, un futuro di felicità infinita in Dio, che siamo certi di ottenere, se rimaniamo saldi nella fede e nella carità. A tal fine, san Paolo ci incoraggia: «Le sofferenze del tempo presente non [sono] paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). Tenete sempre a mente queste parole d’oro, cari malati: le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che sarà rivelata in noi.
Siamo quindi chiamati a perseverare nel nostro cammino, ancora e ancora, finché ci saranno concessi i giorni della nostra vita in questo mondo, in cui Maria ci precede. E correremo con fiducia verso di Lei, la cui Immacolata Concezione risplende come un faro nella notte. «Ella è […] il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore» (Benedetto XVI, Omelia per la Processione "aux flambeaux", 13 settembre 2008).
«Io sono l’Immacolata Concezione»! È esattamente così che Maria si è definita proprio qui, con la massima umiltà, ma riconoscente a Dio per il privilegio assolutamente unico di cui ha goduto e che rappresenta per noi l’alba della salvezza. Per i meriti della sua Passione e della sua Risurrezione, Gesù ha voluto preservare sua Madre da ogni traccia del peccato originale; ne fa una nuova Eva su cui il demonio non avrà mai alcun potere, da cui tutto ricomincia, per cui tutto torna ad essere possibile, per il mondo come per ciascuno di noi.
Ecco perché il suo sostegno e la sua intercessione non sono secondari per il cristiano che vuole accogliere la grazia della Redenzione ottenuta dal sangue di Gesù e lottare contro il male. Ella è la stella del mare – Stella maris – che ci soccorre nelle tribolazioni, come ha ben espresso san Bernardo: «Oh, chiunque tu sei, tu che avverti che nel flusso di questo mondo stai ondeggiando tra burrasche e tempeste invece di camminare sicuro sulla terra “non distogliere gli occhi” dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sopraffatto dalle tempeste! […] Seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non ti disperi, pensando a lei non sbagli. Se Lei ti tiene, non cadi; se Lei ti protegge, non temi; se Lei ti guida, non ti stanchi, se Lei ti dà il suo fervore, tu arrivi al tuo fine (S. Bernardo, Lodi alla Vergine Maria, Seconda Omelia, 17, in Opere di San Bernardo, II, Sentenze e altri testi, Milano 1990, p. 91).
Allora, cari fratelli e sorelle, pellegrini e malati, che siete venuti dalla Francia e da tutto il mondo per partecipare a questa processione di luce, fervida e serena, portiamo le nostre intenzioni più care e più urgenti e presentiamole a Nostra Signora: le nostre intenzioni personali e quelle per il mondo. Contemplandola nella sua Immacolata Concezione, una gioia e una speranza invincibile sorgono nel nostro cuore, perché, rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e coronata di stelle, Ella è gloriosa, potente; e, allo stesso tempo, umile, vicinissima a noi, è la Madre di Gesù, è nostra Madre.
O Vergine Immacolata, fa’ che questa luce che teniamo in mano stasera non si spenga mai nelle nostre vite, ma che illumini il futuro, aprendoci fin da oggi alle promesse della Vita eterna.
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con gli Operatori e gli Assistiti dell’Accueil Notre-Dame presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
Cari amici malati,
È una gioia grande per me trascorrere questo momento con voi, qui, a Lourdes, dove, da oltre centocinquant’anni, pellegrini di tutto il mondo vengono ad affidare a Gesù, per mezzo di Maria, le loro sofferenze, siano esse fisiche, psicologiche o spirituali. Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro.
Quest’anno, il tema pastorale del Santuario riprende il saluto dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Mette in luce questo meraviglioso scambio tra due sguardi, quello del messaggero del Signore e quello di Maria. In tale faccia a faccia, l’umiltà e la generosità di una giovane fanciulla permettono a Dio di compiere la sua opera di salvezza. Maria non ha tenuto il Signore per sé, ma lo ha offerto al mondo, dicendo a ciascuno di noi: «Il Signore è con te». Questa verità è il fondamento della nostra dignità di persone. E qui Maria guarda ciascuno di noi come una persona unica, come testimonia santa Bernadette durante le apparizioni nella grotta. Questo sguardo materno ci ribadisce che nessuno è invisibile agli occhi di Dio.
In un’epoca in cui alcune società tendono a distogliere lo sguardo o a chiudere gli occhi di fronte alla dignità della vita umana, «urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri, uno sguardo contemplativo […]. È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (cfr Gen 1,27; Sal 8,6). Questo sguardo […] si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà» (S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 83), affinché il mondo abbia la vita.
Nel dialogo dell’Annunciazione, mentre il Signore posa su di Lei il suo sguardo, Maria scopre di essere la prescelta di Dio. Ma, al centro di questo incontro, è ciascuno di noi a scoprire di essere personalmente chiamato e profondamente destinato all’amore di Dio, che è fonte di vita. La persona umana è infatti “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute.
So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita. Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale.
Qui a Lourdes, città dei malati e della speranza, invito tutta la comunità degli operatori sanitari a ricordare il significato profondo della propria vocazione: prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla. Sì, cari amici, siate servitori appassionati della vita! Nessuno ha il diritto, mai, «sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!» (Discorso ai membri della Fondation Jérôme Lejeune, 22 giugno 2026). In questo senso, vi invito, da un lato, a sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca; dall’altro ad accompagnare con tenerezza i malati, come avviene qui a Lourdes, dove medici, infermieri, barellieri, cappellani, équipe pastorali dei malati e tanti altri ancora esercitano la loro vocazione al servizio della dignità della persona umana, affinché il mondo abbia la vita. Curando i corpi, voi curate anche le anime. A voi, cari membri delle associazioni di ospitalità, ma anche a voi operatori sanitari, che vi dedicate al servizio dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, esprimo tutta la mia gratitudine. Cari fratelli e sorelle malati, ci tengo a dirvi: non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa. Accompagno con la preghiera le prove che state attraversando. Il mio pensiero va a tutti coloro che non possono essere qui e che, dalle loro case o dalle loro camere d’ospedale, sono uniti al nostro incontro. Vi affido tutti all’amore materno della Madre del Signore, chiedendole di procurarvi le consolazioni di suo Figlio Gesù. Che Dio vi benedica e vi protegga!
Viaggio Apostolico in Francia: Angelus (<i>Prairie</i> del Santuario di Nostra Signora di Lourdes), 27 settembre 2026
Cari fratelli e sorelle,
saluto con affetto tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione eucaristica. Grazie della vostra presenza! Ed estendo il mio saluto a quanti, specialmente malati, si sono uniti a noi attraverso i media.
Ora pregheremo insieme l’Angelus, preghiera semplice e stupenda, che ci aiuta a vivere ogni giorno in adesione alla volontà di Dio, sul modello della Vergine Maria.
Prima di farlo vorrei rivolgere un appello che sento forte nell’animo trovandomi in questo luogo. Qui l’Immacolata si è mostrata a santa Bernadette con la corona del Rosario e ha come guidato la sua preghiera. Per questo oggi invito tutti i fedeli e tutte le comunità cristiane a pregare il santo Rosario, durante il prossimo mese di ottobre, con la particolare intenzione che cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto. Accompagniamo la preghiera con atti concreti di penitenza e di misericordia e con l’impegno di favorire sempre il dialogo e la riconciliazione.
La nostra Madre santissima interceda per noi!
Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa nella <i>Prairie</i> del Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)
Fratelli e sorelle, pellegrini provenienti dalla Francia e da tutto il mondo, guardandovi questa mattina, riuniti nella casa della nostra Madre, vedo il volto universale della Chiesa. Alcuni di voi hanno attraversato continenti, superato fatiche, portato le vostre gioie e i vostri fardelli fino a questa Grotta santa. Che gioia essere insieme, un solo cuore, un’unica famiglia!
Desidero rivolgere un saluto particolare ai pellegrini giunti da tutte le province e Diocesi della Francia. Oggi calpestate il suolo di questa terra benedetta che ha ricevuto tante grazie. Possa questo pellegrinaggio ravvivare la fiamma della fede nelle vostre case e nelle vostre parrocchie. Portate il conforto di Lourdes ai vostri vicini, ai vostri cari e a tutto il popolo francese.
I testi che la Liturgia ci propone in questa domenica toccano un aspetto centrale del messaggio che la Vergine Maria è venuta a confidare a Santa Bernadette: un invito alla conversione, al tempo stesso tenero e pressante. Nel Vangelo, Gesù rivolge uno sguardo di verità e di profonda tristezza ai cuori chiusi: «non vi siete nemmeno pentiti» (Mt 21,32). Perché questa ferita nel cuore di Cristo? Perché Dio non vuole la perdizione dei suoi figli. Il profeta Ezechiele ce lo ricorda: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso», mentre se si converte, se «ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (cfr Ez 18,26.28). Ecco perché gli appelli alla penitenza risuonano nelle Sacre Scritture e attraversano tutta la predicazione del Vangelo nel corso dei secoli. Essi assumono un’importanza salutare per manifestarne l’urgenza e la necessità: è oggi – non domani – che bisogna convertirsi; è oggi il momento favorevole, il giorno della salvezza (cfr 2Cor 6,2). Sì, Dio desidera che l’uomo viva, che apra gli occhi e torni a Lui. Convertirsi significa abbandonare le vie dell’errore per abbracciare la Via della Vita, aprendo così il nostro cuore all’unica Gioia che non passa.
Gesù stesso non usa mezzi termini quando esorta alla penitenza, come ci riferisce, ad esempio, San Luca: «Se non vi convertite, perirete tutti» (13,5). Ma Egli allarga l’orizzonte della vita terrena a quello della vita eterna. Mentre la felicità quaggiù è una realtà effimera, relativa, a volte purtroppo inaccessibile per alcuni, la vera felicità è promessa a tutti, nella speranza, e dovrebbe essere l’oggetto principale della nostra ricerca, dei nostri sforzi e delle nostre scelte. La Vergine Maria non disse forse a Santa Bernadette: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell’altro»?
Questa promessa, proclamata proprio qui, risuona con particolare forza in questa terra di Francia e scuote le nostre mentalità contemporanee. In questo momento storico, all’interno di una società alla ricerca del progresso e del benessere materiale, ma talvolta tentata di dimenticare l’orizzonte dell’eternità, Maria viene a ricordarci la grandezza e la portata della nostra vocazione alla vita, alla vita eterna. Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana. Qui, nessuna fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio. Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita, poiché qui essa è accolta come un dono prezioso di Dio, chiamato a fiorire per l’eternità nell’amore del Padre.
«Te lo prometto»! Sì, la vita eterna è una promessa solida e certa che il Signore ci fa. Ce l’ha già ottenuta con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione, e la realizza ogni giorno in noi attraverso la grazia del battesimo. È alla nostra portata, ma spetta a noi accoglierla liberamente, afferrarla, non ostacolarla; ma l’ostacolo alla grazia e alla vita eterna, l’unico ostacolo a questo amore, è il peccato, il ripiegamento su sé stessi, quel rifiuto di Dio che ci rinchiude nelle nostre stesse tenebre! È quindi in gioco la nostra responsabilità personale, ed è grande. Dio ci ha voluti liberi, perché la libertà è una condizione dell’amore; non si può amare per costrizione. Questa libertà che ci è donata, dobbiamo impegnarla in un «sì» a Cristo e, con l’aiuto della sua grazia, sulle orme di Maria; un «sì» incessantemente rinnovato, fino al nostro ultimo respiro: «adesso e nell’ora della nostra morte…», diciamo nell’Ave Maria.
Ritroviamo l’insistente appello alla conversione nelle parole che Maria pronunciò proprio qui: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!». Ripete la parola tre volte… E invita Bernadette a compiere alcuni gesti. Perché mai? Siamo forse lenti a capire? Ci riteniamo troppo facilmente senza peccato? Non la pratichiamo abbastanza? La Vergine ci chiede di fare penitenza, non solo per noi stessi, che ne abbiamo bisogno, ma anche «per i peccatori», per un mondo che va male. Come potrebbero i nostri cuori non sentirsi interpellati di fronte ai conflitti sempre più diffusi, che distruggono tante vite innocenti? Eppure il male che affligge la nostra epoca proviene dal cuore dell’uomo, Dio non ne è responsabile: “Non è la mia condotta che non è retta – dice ai figli d’Israele –, ma la vostra” (cfr Ez 18,25). Sono quindi i cuori degli uomini che bisogna cambiare, a cominciare dal nostro.
La penitenza è un’opera suscitata dall’amore nella solidarietà con il genere umano: amore per Dio, di cui si vuole riparare la ferita del Cuore causata dai nostri peccati; amore per tutti i nostri fratelli che non ascoltano questa chiamata alla conversione e che le loro colpe trascinano verso la morte. Questa esigenza di conversione coinvolge la Chiesa stessa nel suo pellegrinaggio terreno. Essa deve avere il coraggio di vivere questa conversione in primo luogo. Per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno, dobbiamo porci umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore. Riconoscere i nostri errori è indispensabile per la crescita spirituale, come scriveva sant’Agostino: «Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei » (Sermo 169, 15.18).
Il richiamo della nostra Madre al dovere della preghiera e della conversione ci riempie di grande speranza, poiché ci indica il modo per cambiare il corso delle cose, che non è altro che quello di unirci alla passione di Cristo. Cari malati che conoscete la sofferenza, così numerosi a Lourdes, avete la possibilità di vivere le vostre pene e i vostri dolori in questo spirito di offerta per entrare in quel cammino redentore di cui il mondo ha tanto bisogno. In questo senso siete davvero nel cuore della Chiesa, e il vostro ruolo è insostituibile
Pellegrini, fratelli e sorelle, non ripartirete da Lourdes come siete arrivati: ripartirete come missionari della speranza. È il miracolo di questo luogo: suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore della prova e del dolore. La Vergine Maria risana i nostri sguardi e trasfigura i nostri cuori donando loro la pace. Siate, nei vostri paesi, nelle vostre Diocesi e nelle vostre famiglie, testimoni attivi di questa forza e di questa tenerezza divine, che ci permettono di proseguire il cammino e di raggiungere la meta. Sostenuti dalla preghiera dei malati e dall’amore della nostra Madre, camminate con fiducia verso il futuro. Non temete le tempeste del mondo: la Santa Madre di Dio veglia sul vostro cammino, avvolge la Chiesa nel suo manto di tenerezza e, come radiosa Stella del mattino, guida i vostri passi per farvi nascere, nella gioia, alla vita stessa del suo Figlio Gesù.
Amen.
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con i Vescovi della Conferenza Episcopale di Francia presso l’emiciclo “Sainte-Bernadette” del Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)
Eminenza, Eccellenze,
sono lieto di incontrarvi, cari fratelli nell’Episcopato, in questo luogo benedetto dal Cielo, a due passi dalla grotta dove la Vergine Maria apparve a santa Bernadette e dove vi riunite regolarmente per le vostre Assemblee plenarie. Con questa scelta manifestate chiaramente la vostra volontà di porre la Chiesa di Francia sotto la protezione della Madre di Dio, la Vergine Immacolata, affinché la guidi con maggiore sicurezza secondo la volontà del Signore. Non c’è infatti modo migliore per giungere a Gesù che passare attraverso Maria. Tutto in Lei ci conduce verso suo Figlio.
Voi perpetuate, in questo modo, l’eredità che avete ricevuto dai vostri padri nella fede, fin dai tempi più remoti dell’evangelizzazione del vostro Paese. Il culto della Madre di Dio vi si radicò così profondamente, che ben presto la Francia fu definita il «Regno di Maria» (Pio XI, Lett. Ap. Galliam, Ecclesiae filiam primogenitam, 2 marzo 1922). Questo legame privilegiato tra la vostra Nazione e la Santa Vergine si espresse in modo singolare quando la Francia Le fu solennemente consacrata, il 10 febbraio 1638, come ho potuto vedere l’altro ieri, in una bella rappresentazione, nella Cattedrale di Notre-Dame de Paris. E il mio predecessore, Pio XI, facendo riferimento a questo voto, dichiarò la Madonna Assunta Patrona di Francia (cfr ibid.).
Questo lungo cammino di fiducia e di tenerezza con Maria, segnato da tante devozioni e da tanti luoghi che portano il suo nome, da tante suppliche esaudite – spesso tra le lacrime –, da Santuari e pellegrinaggi, da Cattedrali, continua al di là di ogni ostacolo e testimonia la fede viva del popolo di Dio a voi affidato. Di fronte alle immense sfide del nostro tempo, vi esorto, cari fratelli, a dare prova di coraggio, audacia e creatività missionaria. Non lasciatevi scoraggiare dagli errori, dalle incoerenze, e nemmeno dalle cadute che hanno segnato la storia di questo Popolo in cammino. Abbiate sempre il coraggio di riconoscere gli errori con amore della Verità e determinazione nel medicare le ferite con la carità del Buon Pastore, che conosce le sue pecore e le chiama ciascuna per nome. Alzatevi dunque con speranza e non stancatevi mai di annunciare il Vangelo!
La storia della Chiesa in Francia è ricca, immensamente ricca. È bella e feconda; ed è importante farvi riferimento per costruire il futuro delle vostre comunità, così come quello del vostro Paese. La Chiesa ha assistito, e ha persino contribuito, alla lenta edificazione della vostra Nazione; ancora oggi è parte integrante della sua cultura, della sua identità e della sua vocazione nel mondo. Ecco perché la sua voce ha pienamente diritto ad essere presente nel dibattito pubblico in Francia; essa possiede, per sua natura, un’autorevolezza profetica. Anche se non sempre è intesa, è comunque attesa. Anche se non sempre è seguita, particolarmente su questioni essenziali, che toccano i fondamenti della civiltà, nondimeno è necessaria; non ne dubitate! Conosco la vostra determinazione e il vostro coraggio – lo avete dimostrato con chiarezza durante i recenti dibattiti sul fine-vita – e vi esorto alla perseveranza, assieme a tutte le persone di buona volontà che difendono gli stessi valori.
Vivete attualmente in un contesto di laicità molto particolare, frutto di una storia turbolenta, oggi pacificata, ma che deve consentire alla Chiesa di compiere la sua missione. Il fatto che l’equilibrio faticosamente raggiunto venga gradualmente messo in discussione, come sta accadendo altrove nel mondo occidentale, non deve indurvi alla rassegnazione. Vi invito ad essere vigilanti, per difendere la libertà e il diritto della Chiesa a evangelizzare, a educare alla vera libertà e a praticare pubblicamente il culto, affinché, in modo visibile, la carità possa essere esercitata nel nome di Gesù Cristo.
Papa Francesco vi ha scritto, in occasione della riapertura della Cattedrale di Notre-Dame de Paris: «Invito tutti i battezzati che entreranno con gioia in questa Cattedrale a provare un legittimo orgoglio e a riappropriarsi della loro eredità di fede […]. Questa dimora, che il nostro Padre del Cielo abita, è vostra: voi ne siete le pietre vive. Quanti vi hanno preceduto nella fede l’hanno edificata per voi» (Messaggio in occasione della riapertura di Notre-Dame di Parigi, 21 novembre 2024). Incoraggiare i battezzati a “riappropriarsi del proprio patrimonio di fede” fa oggi parte della vostra missione di Pastori in vista di un rinnovamento della Chiesa in Francia.
Ciò che il Signore ha donato a voi, cattolici di Francia, Figlia primogenita della Chiesa, è davvero motivo di grande rendimento di grazie: una scia ininterrotta di santità che arriva fino ai nostri giorni; un fiorire di arti, lettere e scienze sotto l’impulso della fede e l’azione dello Spirito Santo; la maturazione irreversibile della consapevolezza del valore inalienabile della persona umana, della sua dignità e della necessità di tutelare i suoi diritti e le sue libertà; senza dimenticare quel formidabile slancio missionario che ha portato frutto fino agli estremi confini del mondo. Sì, Gesù vi ha dato molto ... e vuole, nel suo amore, continuare a farvi doni ...
Ecco perché, guardando al futuro, Papa Francesco aggiungeva alle parole già citate: «Possa dunque la rinascita di questa ammirevole chiesa costituire un segno profetico del rinnovamento della Chiesa in Francia» (ibid.). Anch’io credo che siano maturati i tempi in cui molti dei nostri contemporanei attendono di sentire risuonare il messaggio pieno di speranza del Vangelo, e di veder risplendere ai loro occhi la luce di Cristo risorto. Il messaggio di pace che ha la sua fonte in Gesù è tanto più atteso in quanto si constata, in Francia come altrove in Occidente, un’inquietante polarizzazione, un declino della fratellanza, della cordialità e della qualità della vita sociale, nonché una recrudescenza della violenza, delle disuguaglianze e della povertà. Di fronte a tali sfide, la disillusione e il disorientamento prendono il posto delle false promesse di un mondo in cui Dio sarebbe assente, relegato alla sfera privata, e dove il soccorso della sua grazia sarebbe considerato inutile alla “costruzione della Città”. Eppure, Gesù ha chiaramente avvertito i suoi discepoli: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
I giovani, in particolare, nutrono grandi aspirazioni. Preoccupati per il mondo che viene loro lasciato in eredità, ansiosi per il futuro, sono pronti a impegnarsi con coraggio e generosità per tutto ciò che è bello, vero e buono. Mostrate loro la via del Vangelo: l’unica direzione sicura – per quanto esigente –, che ha già portato tanti frutti in questa terra di Francia. Ieri, a Parigi, abbiamo evocato il segno incoraggiante del Catecumenato, che coinvolge prevalentemente giovani adulti. È una grazia e una gioia per tutto il popolo di Dio. È importante che abbiate cura di accompagnare questa grazia, in particolare attraverso l’accoglienza dei giovani in comunità vivaci, che praticano la carità e vivono la solidarietà; e attraverso un solido insegnamento dottrinale radicato nella Parola di Dio, che permetta loro di affrontare obiezioni e dubbi.
Per realizzare questo rinnovamento della speranza, nell’ambito di un nuovo slancio missionario in Francia, che auspico vivamente, esiste un unico programma, sempre lo stesso: far conoscere e amare Gesù Cristo, in modo autentico, con passione, ancora e ancora … Nel contesto attuale, vi trovate ad affrontare alcune sfide importanti. Quella dell’educazione è di primario rilievo. É molto lodevole che le vostre Assemblee approfondiscano l’argomento. L’educazione è una missione particolarmente vasta, che tocca molteplici settori della vita. Vorrei semplicemente accennare a quello dell’insegnamento cattolico, il cui “carattere proprio”, in questi tempi, viene messo in discussione. È positivo che gli istituti di insegnamento cattolici siano ampiamente aperti a coloro che non condividono la nostra fede. Questa accoglienza generosa e rispettosa della libertà di coscienza di ciascuno promette grande fecondità per tutti, per la società e per la Chiesa stessa. Tuttavia, l’insegnamento cattolico non può, in alcun modo, rinunciare al proprio progetto educativo, un progetto incentrato su Cristo che mira allo sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni: spirituale, culturale, intellettuale, morale e sociale. Nessuno deve quindi stupirsi delle occasioni offerte, all’interno di ogni istituto cattolico, di incontrare Gesù Cristo e di ascoltare la sua Parola. Tanto meno, nessun alunno deve trovarsi emarginato nella propria classe, semplicemente perché crede in Gesù.
Negli ultimi anni avete affrontato con determinazione il doloroso flagello degli abusi sui minori commessi da membri del clero o nel contesto ecclesiale. Avete adottato misure coraggiose per farvi fronte, attraverso l’ascolto, la ricerca della verità, la giustizia, il perdono, la riparazione e un impegno risoluto a favore di una cultura della prevenzione e della protezione contro questi crimini. Vi ringrazio per quanto avete fatto, e so che alcuni momenti sono stati molto difficili per la vostra Conferenza. È necessario proseguire sulla strada intrapresa, mantenendo la massima vigilanza. Allo stesso tempo, il vostro clero ha bisogno di essere sostenuto e incoraggiato; so che è oggetto della vostra sollecitudine paterna. Affinché nascano le vocazioni sacerdotali, il sacerdote deve essere desiderato, accolto, amato e la sua identità – configurata a Cristo – deve essere chiara e ben compresa all’interno del Popolo di Dio, per la gioia del Vangelo e il servizio della sua missione.
Mi sta a cuore menzionare anche il triste calo delle vocazioni alla vita consacrata, in particolare alla vita contemplativa. Ho appreso con dolore della chiusura, recente o imminente, di antiche e prestigiose Comunità monastiche, che hanno avuto grande influenza nella storia. Impegnare la propria vita alla sequela di Gesù in un cammino così esigente presuppone, oltre all’opera della grazia, una particolare generosità, un solido radicamento nella fede, una vita interiore intensa, una vicinanza privilegiata a Lui. Tali condizioni si riscontrano più spesso nelle famiglie cristiane, che meritano la massima attenzione e il massimo sostegno. L’approfondimento e il radicamento della vita di fede all’interno delle famiglie sono certamente una chiave che permetterà di risolvere molte delle crisi che la Chiesa e le nostre società stanno attraversando. È infatti all’interno delle famiglie che si imparano la vita comune, il rispetto per l’altro, l’accettazione della diversità, il sostegno reciproco, la generosità, la gratuità del dono di sé e lo spirito di sacrificio. Forse è questa la sfida principale da affrontare: che Gesù viva pienamente nelle famiglie cattoliche di Francia e le illumini con la sua presenza!
A queste questioni si aggiunge un’altra sfida che può suscitare una certa preoccupazione per il futuro: quella dell’unità. A questo proposito, permettetemi di ricordare quanto sia essenziale che i discepoli di Gesù si ritrovino nella carità, come Egli ha chiesto al Padre suo: «tutti siano una sola cosa […], perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). La Chiesa in Francia è un piccolo gregge che deve unire le proprie forze per la missione. Le divisioni ideologiche renderebbero vana la sua testimonianza. Ci sono sempre state tensioni nella storia della Chiesa, ma è proprio quando esse si manifestano che possiamo apprezzare ancora di più il dono dell’unità. Quest’ultima non è una piatta uniformità, ma fa sì che ogni sensibilità autenticamente cattolica converga naturalmente in una comune professione di fede, mediante l’obbedienza ai pastori legittimi e, in particolare, al Successore di Pietro, «principio e […] fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 18). Si tratta di un’unità dinamica che si nutre della Tradizione della Chiesa – dai Padri fino al Concilio Vaticano II – e del Magistero postconciliare. Inoltre, essa si arricchisce nel dialogo reciproco, partendo dalla fede, secondo uno stile sinodale che stiamo cercando di approfondire in questi ultimi tempi.
Cari fratelli, la Chiesa in Francia è cara al cuore del Papa. Quanto vorrei trasmettervi i sentimenti di entusiasmo e di speranza che mi animano quando penso a voi!
Ricco di comunità vivaci, fraterne e aperte al mondo; ricco di una gioventù ardente e impegnata in molteplici iniziative; ricco anche di un’eredità che lo sostiene ma allo stesso tempo lo impegna, il Popolo di Dio che è in Francia – ne sono certo – proseguirà con ardore la sua missione di annunciare e far amare Gesù Cristo, perché il mondo abbia la vita.
Affidando la vostra Assemblea, le vostre Comunità diocesane e il vostro Paese alla protezione materna di Nostra Signora di Lourdes, vi impartisco con gioia la Benedizione apostolica. Grazie!
Viaggio Apostolico in Francia: Preghiera alla Grotta delle Apparizioni di Massabielle (Lourdes, 26 settembre 2026)
Nostra Signora di Lourdes, l’Immacolata Concezione, in questo luogo benedetto dove hai parlato, con tanta dolcezza e tenerezza, a santa Bernadette, umile figlia del popolo di Francia, per trasmettere al mondo un luminoso messaggio di preghiera, di conversione e di speranza, noi accorriamo a te con fiducia; perché tu sei la Madre che Gesù ci ha donato e sei attenta a tutti i nostri bisogni.
Ti preghiamo, Madre nostra, per la Francia, di cui sei la Patrona e che per tanti secoli hai circondato con la tua protezione. Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio, che consenta a ciascuno di lavorare, di fondare una famiglia e di vivere appieno la propria vita nella tranquillità e nella serenità. Che i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti. Ottieni per la Francia governanti saggi e generosi, pronti al sacrificio di sé, capaci di affrontare le sfide e desiderosi di servire il bene comune. Che la mantengano in pace nel concerto delle nazioni. Che facciano sentire la sua voce per promuovere la difesa dei diritti umani fondamentali e la pace nel mondo, respingendo per sempre le logiche di guerra.
Santa Vergine Maria, ti presentiamo il Popolo di Dio che cammina in questo Paese che tu hai tanto segnato con la tua vicinanza. Rinnova la fede e il fervore delle famiglie cristiane, così care al tuo cuore, affinché vivano giorno per giorno della presenza di Gesù, della sua grazia e del suo sostegno nelle difficoltà che attraversano. Che siano generosamente aperte alla vita e che Dio susciti in esse vocazioni, in particolare sacerdotali e religiose. Concedi alla tua Chiesa in Francia di indicare, specialmente ai più giovani, la via luminosa del Vangelo per costruire una società giusta e fraterna a cui essi aspirano.
Infine, Madre piena d’amore, ti affidiamo le nostre intenzioni personali più pressanti, in particolare quelle delle persone malate e sofferenti, come pure di tutti coloro che le accompagnano, venuti insieme ad attingere forza e guarigione alla fonte di Massabielle. Ti affidiamo i nostri cari e i nostri defunti. Rimuovi, ti preghiamo, tutti gli ostacoli che ancora ci separano dal tuo amato Figlio e fa’ che Egli regni in tutti i cuori.
Amen.
Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa in “Place de la Concorde” (Parigi, 26 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
ringrazio Dio per la grazia che mi è data di trovarmi qui, in questa Piazza della Concordia, per celebrare l’Eucaristia. Sì, com’è bello e dolce per i fratelli e le sorelle ritrovarsi insieme (cfr Sal 132,1), per magnificare la grandezza di Dio! Possa la mia presenza in mezzo a voi rafforzare la vostra fede e incoraggiarvi a irradiare e trasmettere incessantemente la vita, la pace e l’amore del nostro amato Signore Gesù Cristo.
«Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva» (Gv 7,37). Fratelli e sorelle, la nostra comunità assetata si protende verso Cristo, sorgente d’acqua viva; l’acqua che disseta e fa fiorire la vita, l’acqua dell’amore di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
Il desiderio di Dio abita nel più profondo del nostro cuore, e noi gridiamo con il Salmista: «La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 41,3). È il grido di un uomo, umile e appassionato, la cui sete più interiore ed esistenziale non smette di crescere. Ora, è Gesù Cristo, attraverso la sua incarnazione, che va incontro ad ogni uomo nella sua storia e si rivela a lui come la vera fonte d’acqua viva in grado di placare la sua sete. Non si tratta tanto di una sete materiale, quanto piuttosto di una sete di senso, di verità e di compimento che abita nel cuore di ciascuno. Gesù risponde a questo profondo desiderio di relazione, di comunione con Dio, in cui risiede la pienezza della vita per sempre.
Nella prima Lettura, il profeta Ezechiele vede l’acqua sgorgare dal Tempio e, diffondendosi nel deserto, purificare e fecondare ogni cosa (cfr Ez 47,1-2.8-9.12). Più tardi, san Giovanni vedrà l’acqua sgorgare dal costato trafitto di Gesù, che consegna lo Spirito (cfr Gv 19,30-34). Tutti possono allora dissetarsi a questa fonte per rinascere e ricevere il dono dello Spirito, per diventare figli di Dio, creature nuove.
Fratelli e sorelle, bisogna riconoscere che quaggiù nulla riesce mai a appagarci pienamente. Quando riteniamo finalmente concluso il nostro impegno e ricompensati i nostri sforzi, molto spesso il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo. Allora, per colmarlo, può capitare che cerchiamo nuovi piaceri, che vogliamo possedere nuove cose, che facciamo di tutto per “divertirci” pur di non provare quel malessere interiore!
La Liturgia della Parola di oggi ci invita a scrutare il nostro cuore: qual è la nostra sete più profonda? Cosa cerchiamo veramente nella vita? Tutti aspiriamo alla felicità, all’amore, alla realizzazione. Ma a quale fonte cerchiamo di placare la nostra sete? Ci accontentiamo dei beni materiali, delle soddisfazioni immediate, dei tanti piccoli idoli che promettono mari e monti ma lasciano il nostro cuore vuoto? Con il Battesimo abbiamo ricevuto l’acqua viva di cui parla il Vangelo, ma abbiamo davvero incontrato Cristo personalmente? L’essere umano è fondamentalmente un essere “desiderante” e solo Dio può colmare questo vuoto interiore.
Sì, fratelli e sorelle, Gesù Cristo, il Buon Pastore, ci guida, come il pastore guida le sue pecore, verso la fonte della felicità e della pace. Conosce ciascuno e ciascuna di noi per nome. Nulla gli sfugge dei nostri segreti, delle nostre intenzioni, delle nostre debolezze. Scruta le profondità del nostro cuore. Egli ha dato la sua vita per noi e continua a darla attraverso i Sacramenti. Porta sulle spalle le pecore stanche o ferite, e riporta con delicatezza quelle che si sono smarrite. Gesù rivela l’amore incondizionato di Dio per noi. Ai suoi occhi, nessuno di noi è un numero su una carta d’identità, né un codice identificativo, ma una persona, una persona unica e insostituibile.
Vedendovi qui riuniti, cari fratelli e sorelle, eredi di una lunga e bella storia santa in Francia, vi dico: abbeveratevi, a vostra volta, a questa fonte che è il Cuore trafitto di Gesù. Sì, avete sete di Dio, di vita, di verità, di unità, di pace, di comunione, di felicità. Aspirate a riscoprire un orizzonte luminoso, a costruire una nazione rinnovata a partire dalle sue radici irrigate dalla fede. Non tenete la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare per dissetare e colmare le persone che incontrate. Spetta a voi portare la speranza là dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale.
Infatti, è accettando di vivere nella verità sotto lo sguardo di Gesù che possiamo essere autentici, che possiamo guardare alle nostre vite con lucidità. Esse sono certamente fragili, vulnerabili, destinate al passaggio della morte, ma sono anche meravigliose, miracolose, capaci di rinnovarsi nelle loro relazioni e di aprirsi al vero amore.
«Beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”» (Gv 7,37-38). Abbeverandoci alla fonte che è il cuore di Cristo, diventiamo noi stessi, come ha scritto Origene, pozzi, sorgenti e fiumi per gli altri (cfr. Omelia 12, 1, 2-3). Infatti, il credente che vi beve diventa a sua volta fonte di vita grazie al suo legame esistenziale con Cristo e comunica questa stessa vita al prossimo.
Cari fratelli e sorelle, l’acqua viva dello Spirito Santo si è riversata in abbondanza e continua a portare i suoi frutti nella Chiesa attraverso i missionari e i testimoni in tutte le culture e in tutti i popoli. Essa feconda tutto ciò che si lascia toccare e trasformare da essa per produrre il suo frutto, cioè la santità di coloro che adorano il vero Dio e servono i fratelli e le sorelle con carità generosa. In questo splendido Paese che è la Francia, molti si sono dissetati a quest’acqua viva nel corso dei secoli e hanno consacrato totalmente la propria vita al bene: i primi martiri come Blandina, Potino, Ireneo; i santi fondatori e le sante fondatrici di Ordini religiosi, i santi vescovi come Martino e Francesco di Sales; gli uomini e le donne dal cuore sensibile ai bisogni del prossimo come Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam, Giovanna Jugan e tanti altri. Ancora oggi sono numerosissimi nella nostra società, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diverse attività, coloro che continuano a impegnarsi a favore della vita, della famiglia, della verità, della pace, della fraternità, della giustizia.
Da questa bella città di Parigi, prego con fervore affinché l’acqua viva dello Spirito Santo si diffonda su tutta la Francia. Penso a voi, care famiglie, che nonostante le molteplici difficoltà che affrontate quotidianamente, perseverate coraggiosamente nella vostra missione. Vi ringrazio di tutto cuore per tutto il bene che si realizza attraverso di voi; e che la presenza concreta di Gesù non si esaurisca mai in voi! Penso a voi, cari giovani: voi siete la Chiesa di oggi! Com’è bello vedere il vostro entusiasmo, il vostro dinamismo, il vostro impegno e la gioia all’interno delle comunità cristiane. Penso anche a voi, cari catecumeni e neofiti, che intraprendete il cammino della fede, della conversione e dell’iniziazione cristiana. Il dono dello Spirito Santo faccia di voi dei testimoni, pronti a diffondere intorno a voi la civiltà dell’amore.
Fratelli e sorelle, rivolgiamoci alla Madre di Dio, Fonte di salvezza, colei che guida le nostre vite verso il suo Figlio, autore di ogni grazia. Con il suo “sì” libero e fiducioso è diventata lo scrigno, umile e voluto da Dio, in cui l’amore del Padre si è incarnato per donarsi al mondo. Invochiamola con fiducia, affinché, per sua intercessione, sorgenti di acqua viva sgorghino in seno al Popolo di Dio e facciano fiorire ovunque in Francia i germogli della fede, della speranza e della carità. Amen!
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con i membri dell’Assemblea Sinodale Provinciale, i Catecumeni e i Neofiti presso l’Istituto cattolico di Parigi (26 settembre 2026)
Eccellenze,
cari preti e persone consacrate,
cari membri dell’Assemblea sinodale,
cari catecumeni e neofiti, fratelli e sorelle,
sono lieto di incontrarvi e di potermi soffermare, nel contesto di questo Viaggio Apostolico, sul cammino che state portando avanti nell’Assemblea Ecclesiale Provinciale.
Ringrazio Sua Eccellenza Monsignor Laurent Ulrich, Arcivescovo di Parigi, che ha richiamato l’importanza storica e spirituale del luogo in cui ci troviamo, ricordando anche Frate Lorenzo della Risurrezione, che ha segnato molto il mio percorso di fede con la sua mistica del quotidiano. Ma soprattutto esprimo la mia gratitudine per l’Instrumentum Laboris che mi avete consegnato, espressione di un cammino ecclesiale in cui è stato coinvolto il Popolo di Dio, in uno stile di ascolto reciproco e di sinodalità.
Oggi ci accoglie l’Institut Catholique de Paris, un’istituzione situata al crocevia tra scienza e fede, che da secoli contribuisce a formare le menti e i cuori al servizio del Vangelo. Saluto i docenti, gli studenti, il personale di questa università, ma anche tutti i membri di questa Assemblea Provinciale, impegnati a riflettere sulle prospettive pastorali per l’accoglienza dei neofiti e dei catecumeni, nonché sulla vita della Chiesa.
Osservando da vicino il lavoro che state portando, ma soprattutto ascoltando le testimonianze di Josué, di Marielle e di Sophie, avverto anzitutto tanta gratitudine per l’imprevedibile opera di Dio. Come voi e insieme a voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Può sembrare paradossale che questo fenomeno, per cui così tante persone riscoprono il Vangelo e abbracciano la fede, si collochi nel contesto di una società come quella francese, segnata da una cultura fortemente secolarizzata. La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono il segno tangibile dell’opera della grazia di Dio, che va oltre le analisi statistiche e sociologiche. Questo fenomeno, che contraddice ogni atteggiamento disfattista e quello che Papa Francesco chiamava “pessimismo sterile” (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 84-86), deve essere accolto con spirito di responsabilità.
Siamo infatti chiamati a rivolgerci ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, riscoprendo lo stile proprio di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza. Con tenerezza pastorale e carità fraterna, dobbiamo riconoscere, accogliere e custodire la piccola fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nell’oscurità della notte, il piccolo seme che aspira a crescere anche in mezzo ai rovi.
Lo stupore di fronte a ciò che sta accadendo a tanti nostri fratelli e sorelle non deve chiuderci in una beata ingenuità; al contrario, dobbiamo impegnarci, cercare, porci delle domande e intraprendere azioni pastorali concrete. Questo è lo Spirito che anima la vostra Assemblea sinodale e, più in generale, il cammino della Chiesa in Francia: meravigliati dall’opera imprevedibile di Dio, che cosa dobbiamo fare e dove ci sospinge lo Spirito per accompagnare i catecumeni, i neofiti, i “ricomincianti”?
Anzitutto, mi piace richiamare un’espressione usata dall’Episcopato francese qualche anno fa, ed esortarvi a immaginare e incarnare una Chiesa in “stato di iniziazione”, che si prende cura del percorso dei catecumeni, dei neofiti e dei ricomincianti, offrendo loro, nel tempo, un accompagnamento solido e costante. L’iniziazione cristiana nel suo insieme è stata infatti al centro della sollecitudine dei Pastori sin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Vi erano già allora numerose richieste e il fermento teologico e liturgico di quegli anni contribuì in larga misura al rinnovamento dei percorsi del catecumenato che si realizzò durante il Concilio Vaticano II.. Anche se oggi il contesto è diverso, voi potete riferirvi a questa tradizione pastorale ben radicata circa l’accompagnamento dei catecumeni. Non dimentichiamo, poi, che questa prassi già in atto è stata rinvigorita a partire dal 1996, anno in cui vedono la luce la Lettera ai cattolici di Francia e, al contempo, l’ultima edizione francese del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti.
Cari fratelli e sorelle, essere “in stato di iniziazione” significa accogliere i nuovi cercatori di Dio scoprendovi un’opportunità e una missione: l’opportunità sta nel fatto che, grazie a loro, anche la comunità dei credenti rinnovi il proprio cammino di fede e sperimenti in modo nuovo la gioia del Vangelo. La missione, a tal proposito, consiste nel prendersi cura di loro e nel fungere da guida, anche dopo che hanno ricevuto i Sacramenti. Bisogna accogliere con gioia chi si presenta, partire dalla sua esperienza spirituale, rispettare la sua storia e favorire un annuncio essenziale del kerygma, anche attraverso le formule conosciute nel cammino personale o di comunità. Non dimentichiamo, però, che in molte di queste persone emerge poi la domanda che abbiamo ascoltato nella testimonianza di Marielle: come evitare il vuoto post-battesimale?
Occorre, dunque, accompagnare e integrare pienamente queste persone nelle nostre comunità e nelle nostre assemblee oranti dopo il Battesimo, offrendo loro uno spazio familiare e una formazione il più possibile integrale, capace di abbracciare i diversi aspetti della vita cristiana e favorire l’unificazione fra la loro fede e la loro vita. In neofiti, infatti, hanno bisogno di approfondire le fondamenta della fede cristiana, di essere adeguatamente formati dal punto di vista biblico e teologico, di scoprire sempre più la ricchezza della dottrina e le diverse dimensioni dell’agire morale cristiano connesso alla professione di fede.
Non da ultimo, essi hanno anche bisogno di essere iniziati e introdotti nella vita liturgica della Chiesa. Anche nelle testimonianze abbiamo ascoltato di come la celebrazione dei riti liturgici sia stata per alcuni una porta di ingresso al mistero stesso della fede. Si tratta di un ambito fondamentale della vita della Chiesa, che richiede un’attenzione pastorale radicata negli insegnamenti del Concilio Vaticano II.. La liturgia, in effetti, non può essere intesa come una realtà “successiva” alla catechesi, nella quale applicare quanto è stato appreso lungo il percorso. Al contrario, essa manifesta e attualizza il Mistero della Pasqua di Cristo e, pertanto, è un evento capace di dischiudere il senso della Buona Notizia e la vita stessa di Dio. Con i suoi ritmi, i suoi linguaggi e i suoi riti, la liturgia è parte del cammino stesso di conversione e di preparazione ai Sacramenti.
Per portare avanti questa missione è di fondamentale importanza il ruolo dei formatori. Come ci insegna l’antica tradizione della Chiesa, si tratta di preparare padrini e madrine, espressione della comunità, appositamente formati per iniziare i neofiti. Nel quadro di questa formazione, desidero raccomandare una conoscenza approfondita del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti. Allo stesso tempo, è necessario che gli operatori pastorali siano formati – non solo sul piano biblico, teologico, liturgico e della vita spirituale, ma anche dal punto di vista delle qualità umane – per saper discernere e accompagnare coloro che hanno percorsi di vita più complessi e meno lineari. Lo abbiamo ascoltato poco fa: alcuni arrivano con una semplice sete spirituale, una ricerca di senso e un’attrazione nei confronti del Vangelo, mentre altri giungono segnati da esperienze dolorose, da situazioni di solitudine e difficoltà profonde. È qui che lo stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza assume tutto il suo significato: occorre trovare un sapiente equilibrio per accoglierli, ascoltarli e, allo stesso tempo, incoraggiarli ad affrontare le impegnative sfide della fede. Si tratta di un cammino in cui è necessario rispettare il ritmo dell’altro, procedendo con gradualità, attenzione e in un accompagnamento fraterno. Si tratta di assumere lo stile del “camminare insieme”. Sui sentieri della fede cristiana ci si arricchisce a vicenda, si cresce insieme: preti e laici, padrini, madrine e catecumeni, animatori pastorali e neofiti.
Penso a ciò che accadde a uno dei catecumeni più famosi della storia, sant’Agostino. Fu introdotto alla fede da sant’Ambrogio e la sua fede era solo un piccolo seme quando fu battezzato. Ma quel seme è cresciuto e si è moltiplicato, diventando un albero così grande che, sotto la sua chioma, ancora oggi possiamo trovare conforto.
Guardando voi, cari catecumeni e neofiti, non vedo solo il frutto dello Spirito che vi ha messo in cammino, ma anche una promessa di fecondità per la Chiesa in Francia. A vostra volta, siate missionari del Vangelo in questa società!
Che i grandi testimoni di questa terra amata vi sostengano nel vostro percorso. Penso a Santa Teresa di Gesù Bambino che, con la sua “piccola via”, ci insegna come la fiducia apra le porte della grazia; penso a San Martino di Tours, figura emblematica della condivisione e della carità fraterna. Insieme a tanti altri santi e sante provenienti da questa terra di Francia, essi ci ricordano che la missione si costruisce oggi, preservando innanzitutto la presenza del Signore nella vita quotidiana.
Accogliendovi gli uni gli altri, possiate formare tutti insieme il popolo vivente della Chiesa in Francia, capace di trasmettere la fede. Invocando la protezione materna della Vergine Maria, Patrona principale della Francia, e l’intercessione di Santa Genoveffa e di San Denis, protettori di questa città, vi imparto di tutto cuore la mia benedizione.
Grazie e buon cammino!
Viaggio Apostolico in Francia: Visita al Centro di accompagnamento e integrazione sociale <i>Maison Bakhita</i> (26 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono contento di iniziare con voi questa seconda giornata a Parigi, in una casa che testimonia a tutta la città che è possibile incontrarsi e vivere insieme nella dignità e nella pace. Ringrazio l’Arcidiocesi di Parigi, le Suore scalabriniane e tutti gli operatori e i volontari che fanno vivere questo luogo e sono a servizio di chi vi trova accoglienza, ascolto, formazione e amicizia. Rivolgo un “grazie” particolare a coloro che hanno condiviso la loro testimonianza.
Il nome del vostro Centro di accompagnamento e integrazione sociale, che fa riferimento a Santa Bakhita, ci stimola a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa alla cultura che disgrega le comunità e rende malate di solitudine le città. La storia della Chiesa e dell’umanità, a ben vedere, non è scritta da chi sembra vincere, imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi “fa spazio”, avvia processi di pace, genera fiducia e incoraggia alla vita. Non si tratta di semplici sentimenti, ma di decisioni e investimenti controcorrente, di cui comprendiamo sempre meglio rilievo pubblico e la promessa di futuro. Santa Bakhita ci impegna a vedere chi non è visto, a riscattare chi oggi l’economia e la cultura rendono schiavo, a onorare la dignità infinita di ogni fratello e sorella, nei quali Gesù stesso bussa alla nostra porta.
Carissimi, «la realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi in modo generale a enunciare la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata» (Esort. ap. Dilexi te, 110). Il Cristo povero e crocifisso si lascia incontrare e amare in uomini e donne che ci chiamano a uscire da noi stessi e a osare la carità.
Sorelle e fratelli, l’intuizione più importante che ispira il vostro impegno riguarda lo scambio di doni che in ogni incontro si rinnova. Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere. C’è vita in abbondanza dove il limite di ciascuno si apre alla misteriosa presenza degli altri, nei quali è l’Altro per eccellenza, il Dio della vita, a farsi vicino. Questo non nega la fatica che il peccato ha introdotto nella storia, ma ci aiuta a non restarne prigionieri. Noi annunciamo che la redenzione è possibile, è iniziata, è in corso e ci coinvolge, come membra vive del Corpo di Cristo.
E non dimentichiamo che «non può l'occhio dire alla mano: "Non ho bisogno di te"; oppure la testa ai piedi: "Non ho bisogno di voi". Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie» (1Cor 12,21-22). Sono parole di San Paolo ai cristiani di Corinto, una delle più ricche e dinamiche metropoli del suo tempo. Là il Vangelo era stato accolto da persone di diversa provenienza ed estrazione sociale, fra cui molti poveri e schiavi (cfr 1Cor 1,26-29), come alcuni di voi oggi. «Ma Dio – scrive ancora l’Apostolo – ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1Cor 12,24-25).
Vi ringrazio, dunque, del vostro lavoro, insieme a tutte le persone che, nella Francia intera, svolgono questo servizio in istituzioni simili. Continuate a testimoniare quella cura gli uni degli altri che, attraverso l’accoglienza fraterna, i percorsi formativi, il dialogo con la città, eleva lo spirito e umanizza il mondo. Intercedano per voi Santa Bakhita e i grandi testimoni della carità che hanno modellato la presenza della Chiesa in Francia, specialmente nelle epoche di travagliato cambiamento. Grazie! Il Signore vi benedica.
Viaggio Apostolico in Francia: Veglia di preghiera con i Giovani nello “Stade de France” di Saint-Denis (25 settembre 2026)
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Domanda di Chloé
Santo Padre, La ringraziamo per la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci offre.
Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste. Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia, in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute quotidianamente nei nostri quartieri.
Come dice san Paolo, «per noi, vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio. Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede?
Cari amici, la prima cosa che vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede. Voi siete i santi di Francia!
E grazie Chloé per la tua domanda. La frase di San Paolo che hai citato, cara non è una semplice affermazione. È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente, lo invia nel mondo.
In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.
È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.
Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.
Cara Chloé, cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi vivere è Cristo!
Grazie a Lui possiamo unire lo slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo.
Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.
Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!
Domanda di François
Santo Padre, grazie per essere venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il Vangelo!
Mi chiamo François Bigot, sono cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria della mia scuola.
Al servizio dei più fragili, al servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per servire e offrire la nostra vita?
Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene! Benvenuti!
Anzitutto vi ringrazio molto per il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità. Oggi questo grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite trovano allora consolazione e redenzione.
Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni. Allo stesso tempo, l’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.
Sì, insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr 2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza.
Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.
Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi (cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e l’annuncio.
Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede.
Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.
Ecco perché adesso, senza timore ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle orme dei santi: Eccomi, Signore!
Tutti insieme: Eccomi, Signore!
E mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.
Per concludere, possiamo riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II: «Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!
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Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.
Carissimi, per illuminare la nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso. Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.
La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.
L’Apostolo scrive a Timoteo: anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr 1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.
Quando decidiamo di non seguire questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero.
Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.
A questo proposito, l’Apostolo ci consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.
Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.
Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.
In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).
Viaggio Apostolico in Francia: Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi (Cattedrale di Notre-Dame de Paris, 25 settembre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
la preghiera della sera ci ha raccolti nel luogo che da secoli, più di ogni altro, invita Parigi a levare lo sguardo al cielo. Sono passati sette anni da quando il mondo intero, col fiato sospeso, ha osservato la cattedrale avvolta da un incendio spaventoso. Anche allora abbiamo sollevato lo sguardo, sconcertati, riconoscendo l’umana insufficienza di fronte all’imponderabile. Quel dolore non fu dei soli cattolici, né dei soli credenti. Ci accorgemmo, in quell’ora drammatica, che Notre-Dame è più di un monumento. La corale partecipazione alla ricostruzione e ora lo splendore del risultato rivelano che qui batte il cuore di un popolo, che ci troviamo al centro vitale di una civiltà, che si abbracciano passato e futuro, che si incontrano cielo e terra.
Ho desiderato incontrarvi in questo luogo-simbolo della Chiesa in Francia. È stata per me una gioia varcarne la soglia, poco fa, come avviene ogni giorno a migliaia di fratelli e sorelle che giungono qui da tutto il mondo. Il semplice fatto di entrare, ci pone di fronte a una bellezza che parla al nostro cuore inquieto e lo chiama alla pace. Nel restituire questo spazio all’intera umanità, è stato giustamente inteso quanto ogni visitatore possa lasciarsi rigenerare da ciò che vede, ascolta e prova. Le Istituzioni – pubbliche, ecclesiali e private – coinvolte nel restauro di Notre-Dame, col loro specifico contributo, hanno così concorso a riattivare i percorsi culturali, esistenziali e spirituali che la Cattedrale dischiude. In questo contesto, la Chiesa ha interpretato il proprio compito in termini non solo di conservazione, ma anche di creatività, facendo vivere la tradizione con l’audacia di chi ha fede ed è rivolto alla Speranza. Di questo desidero ringraziare l’Arcivescovo, i suoi collaboratori e la comunità diocesana di Parigi, che hanno anche immaginato un percorso pastorale di primo annuncio e di iniziazione cristiana alla portata di tutti. Ne è segno il fonte battesimale, che si incontra all’ingresso come benedizione ed invito.
La ricostruzione della Cattedrale è stata l’occasione di un incontro che ha dilatato gli spazi dell’accoglienza e della partecipazione al di là dei confini dell’appartenenza ecclesiale. Cari vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, seminaristi di Francia: lasciatevi ispirare da quanto è avvenuto qui! Anteponete a tutto l’Evangelii gaudium, ossia quella conversione missionaria che Papa Francesco ci ha testimoniato sin dalla sua prima Esortazione Apostolica.
Dalla Lettera ai Galati abbiamo ascoltato la ragione per cui non dobbiamo temere: «Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Lo mandò fra noi, in questo nostro mondo! Nel testo paolino il verbo descrive un avvenimento reale, storico, non circostanze ideali. I cristiani non rifuggono la complessità, perché Dio stesso li ha chiamati a seguire suo Figlio in un mondo già abitato, già in movimento, già segnato dalle miserie e dalla bontà degli esseri umani. Il cammino della Croce rivela, certo, le oscurità che attraversano il mondo, ma più radicalmente l’amore di Dio vittorioso della morte.
La pianta a croce della cattedrale, dove pietra e luce si fondono, evoca l'incontro tra la terra e il cielo. Essa raccoglie e ordina gli eventi della storia, intessuta di gioie e sofferenze umane. Le tiene insieme in una dinamica simbolica, che delle diverse espressioni fa una lingua viva, componendole in unità.
Cari amici, dall’Incarnazione – «Dio mandò il suo Figlio» – discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre “in uscita”. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta.
Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società. Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano.
D’altro canto, fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che la finalità per cui questo Tempio, come ogni altra chiesa, è stato innalzato è la preghiera e la lode di Dio. Esso è il luogo dove la Comunità cristiana celebra la forma più alta di preghiera e di lode, rinnovando nell’Eucaristia il Sacrificio redentore di Cristo. La Cattedrale non è un involucro di pietra da ammirare: vive nel mistero sacro che vi si celebra. Svuotata dell’azione liturgica, perderebbe la sua anima. Qui, in Notre-Dame, questa verità è posta in evidenza dalla collocazione dell’altare al centro dello spazio: la comunità che loda il Signore sta, così, al cuore dell’edificio, e i visitatori, anche durante le celebrazioni, le camminano intorno e osservano. La Chiesa vi appare per ciò che è: un organismo vivo, una comunità credente che raccoglie nella lode quanto la cultura e la Tradizione le consegnano, un corpo che, proprio celebrando, narra a chiunque la ragione per cui esiste.
Oggi più che mai facciamo i conti con un tempo che appare senza pienezza, senza profondità, senza promesse. La nobile semplicità del canto, della parola, del gesto liturgico possono rappresentare per molti uno squarcio, un’oasi di pace in una società iperconnessa e rumorosa, dove si può sperimentare la presenza dell’Autore del più grande amore: «Quando venne la pienezza del tempo. Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). La celebrazione dell’anno liturgico, della domenica e delle feste ci rendono anche contemporanei di Cristo, attenti ai diversi momenti della sua vita tutta donata al Padre per il mondo. Così, diventiamo anche più sensibili e aperti ai segni dei tempi. L’ascolto comunitario delle Scritture e la preghiera ci abilitano, in effetti, a vedere le vicende storiche sotto la luce di Dio, rendendoci più consapevoli delle nostre responsabilità, a smascherare i rapporti di potere ingiusti e a custodire i germogli di giustizia e di pace. E’ la speranza, allora, a muoverci e non la rassegnazione. Ed è da lì che sorgono legami di maggiore fraternità, reti di solidarietà, frutto della comunione all’unico Sacrificio di Cristo.
A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato. Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale (cfr Sacrosanctum Concilium, 10). Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.
La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. È il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile.
Cari vescovi, presbiteri, seminaristi e consacrati, che siete stati chiamati a seguire Cristo; vi ringrazio per la vostra risposta e fedeltà al Signore. Non trascurate mai quell’amicizia voluta dal Signore che va coltivata nella preghiera personale, fondamento essenziale di ogni vocazione. Come diceva Madeleine Delbrêl : «Senza la preghiera, non ameremmo il Dio dell’amore. Potremmo essere suoi servi, suoi combattenti, o addirittura suoi discepoli; ma non saremmo né i figli amorevoli del nostro Padre, né gli amici […] di Gesù Cristo» (Notre vie, tome XV des Œuvres complètes, Nouvelle cité, 2017, p. 41). Custodite perciò la vostra vita interiore con il Signore alla scuola dei tanti santi che vi hanno preceduti, attingendo sempre alla fonte dell’amore infinito di Dio nell’orazione silenziosa. La vostra missione parte innanzitutto da questo rapporto intimo con il Signore, che vi aspetta lì.
Nel cuore della città, la Cattedrale aperta è il segno di una comunità che dà lode al Signore e che vive l’ospitalità non come gesto occasionale, ma come la forma stessa della propria esistenza, in modo che tutti possano sentirsi a casa, senza più essere oppressi né emarginati in un mondo che cambia. «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). E «se figlio, sei anche erede» (Gal 4,7). Eredi per grazia, fratelli e sorelle qui convocati, tocca ora a ciascuno di voi, a questa assemblea orante e viva, farsi carne e voce di questa promessa. Voi, pastori e consacrati di Francia, siete chiamati a essere i primi custodi di questa casa aperta, pietre vive di una Chiesa che spera e non teme il futuro. Questa cattedrale è rinata perché voi possiate rinascere con essa in uno slancio di santità e di missione quotidiana. Siate, in mezzo al vostro popolo, l’espressione limpida della divina maternità della Chiesa che, testimoniando l’amore di Dio, ricompone e guarisce la famiglia umana.
Alziamo lo sguardo verso la statua trecentesca della Vergine col Bambino, che l’incendio non ha potuto toccare e che oggi brilla nuovamente davanti a noi. Maria, che ha custodito il Verbo nel suo grembo, custodisca la vostra fedeltà e sia la stella che guida la missione della Chiesa in Francia. Santa Maria, Nostra Signora di Parigi e Madre della Chiesa, prega per il popolo francese, sostieni i suoi pastori e cammina sempre al nostro fianco.
Viaggio Apostolico in Francia: Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) presso la sede dell’UNESCO (Parigi, 25 settembre 2026)
Signor Direttore Generale,
Signor Presidente della Conferenza Generale,
Signor Presidente del Consiglio Esecutivo,
Eccellenze,
Signore e Signori,
sono lieto di trovarmi oggi in questa assemblea delle Nazioni, dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana: «contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza rafforzando, con l’educazione, le scienze e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, allo scopo di garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (Costituzione della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura, art. 1, comma 1). Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace.
Come testimone di pace rivolgo il mio cordiale saluto a voi, Rappresentanti degli Stati membri e osservatori, delle Organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile. Ringrazio il signor Khaled El-Enany, Direttore generale di questa Organizzazione, per il suo caloroso invito [e per le parole che ci ha rivolto]. In qualità di Pastore, vi porto la parola della Chiesa, che sempre di nuovo si fa «messaggio» e «colloquio» verso tutte le genti, donne e uomini di buona volontà (cfr S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67).
Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere lungo la storia. A riguardo, l’UNESCO rappresenta sia un traguardo sia uno strumento per continuare oggi, con maggiore impegno, questo compito, secondo i nostri molteplici ambiti di attività. Nel 2027 ricorrerà il 75° anniversario della presenza della Santa Sede presso l’UNESCO: una presenza che scaturisce dalla convinzione che il futuro dipenda innanzitutto dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originario e uguale (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 59). Dal 1952, la Missione permanente di osservazione della Santa Sede valuta e accompagna, in questa prospettiva, le iniziative dell’UNESCO, apportando il proprio contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di sostenere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato «alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 14).
Parlando a quest’assise, il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II ricordava che «genus humanum arte et ratione vivit». Poiché, dunque, «l’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura» (Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, 6; cfr S. Tommaso d’Aquino, In Aristotelis Posteriora Analytica, 1), questa parola “cultura” indica il modo d’essere, tramite il quale l’uomo dà senso a tutto ciò che fa. Dopo quarantasei anni, mentre rinnovo tra voi l’impegno di collaborazione della Santa Sede, invito a concepire l’UNESCO non solo come un illustre organismo internazionale, ma come luogo nel quale l’umanità riflette su di sé, sulla propria storia e sul proprio futuro. Promuovere l’educazione, le scienze e la cultura è difatti impossibile senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono protagonisti.
Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica vanta un’esperienza molto antica: da secoli le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e a scrivere e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore Francesco ha voluto inserire questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti. Ma ciò che desidero trasmettervi non sono innanzitutto le opere: è la convinzione da cui esse scaturiscono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità (cfr ibid., 10-11).
Nella nostra assemblea merita allora di venir esplorata una domanda fondamentale, che ci interpella con urgenza: che cosa significa essere umani? Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi.
Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo.
In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare. Proprio questa drammatica alternativa ci ricorda che essere umani significa essere liberi per natura. Poiché ognuno di noi è figlio, questa nostra libertà inizia rispondendo a quella di chi ci rivolge per primo la parola, con gesti di affetto o di rifiuto, di amorevole accoglienza o di abbandono e crudeltà.
In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Chi si dedica all’educazione, alla scienza e alla cultura viene a maggior ragione chiamato a prendersi cura di ogni persona, così che possa risplendere la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere. Essere uomini implica quindi una responsabilità davanti all’appello della storia: l’uomo è colui che cresce, impara, lavora con la mente e con le mani. Mediante il suo impegno può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere. In questo particolare momento, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.
A tal proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con parole che conservano una sorprendente attualità – come abbiamo visto nel “Muro della Pace” –: «Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace» (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). Queste parole furono scritte all’indomani della Seconda Guerra Mondiale: la tragedia più devastante del secolo passato. L’umanità aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze. Gli Stati fondatori dell’UNESCO compresero che i trattati sono necessari, ma non sufficienti in sé. Essi richiedono una cultura e un impegno condiviso per la pace che li sostengano. La pace non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte. La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi.
Ottant’anni dopo, le parole della vostra Carta costitutiva non hanno perso nulla della loro forza. Eppure vediamo anche quanto profondamente questo principio comune sia minacciato da forme di barbarie che fomentano rivalità e conflitti. Tra le sfide poste oggi al mondo scientifico ed educativo, segnalo in particolare quelle aperte nel vasto campo della tecnologia. I nostri sforzi in quest’ambito devono far sì che le nuove tecnologie rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia.
Nel corso dei secoli, molte attività un tempo svolte dagli esseri umani sono state affidate alle macchine, le cui capacità e applicazioni hanno continuato ad ampliarsi. Più recentemente, ad alcuni sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza. Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione. Il paradosso è diventato sempre più evidente: mentre l’”intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate.
Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona umana, una dignità che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte stessa. Sì, l’essere umano è certamente colui che nasce, ma è pure colui che muore. La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.
Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo, il quale, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et Spes, 22). Nella sua luce, ogni persona ci appare come una creatura voluta e amata da Dio. Questa luce ci aiuta anche a cogliere più profondamente il significato della nostra comune esperienza umana.
Signori e Signore, in nome della nostra storia comune, come uomini e donne di scienza, voi siete costantemente chiamati a cooperare, affinché dalla diversità di prospettive possa maturare una convergenza di sguardi, e dalla convergenza di sguardi un’armonia di azione. Questa armonia si esprime nell’opera dell’UNESCO quando essa dà voce sinfonica ai più alti intenti di bene e di cura per l’umanità. Dove c’è armonia, c’è accordo tra voci diverse e quindi concordia tra le Nazioni che rappresentate.
A questo proposito, vorrei attingere due immagini dalla Bibbia, il grande codice culturale dell’umanità: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Le propongo a voi in quanto modi per rappresentare l’unità della famiglia umana che, anche oggi, è continuamente chiamata a discernere la direzione, il senso della storia che attraversa. Questi racconti biblici narrano, infatti, due forme sociali che ci portano a riflettere sulle circostanze del nostro presente.
La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio (cfr Gen 11,4). Al contempo, quest’edificio svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano. Lo si vede nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa, nonché nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi hanno celebrato la loro prepotenza, prima di consumarsi e crollare come una torre. Il risultato di questa superbia, esaltata e distrutta, è la dispersione. La presunzione di rendersi simili a Dio e di sottomettere le genti a un unico giogo ha per esito la confusione delle lingue e l’incomprensione generale. Anziché toccare il cielo, come pretendeva, la torre di Babele collassa, con un doppio effetto negativo. Come l’unità che imponeva era forzata, così la diversità che segue il suo crollo è conflittuale. Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio (cfr Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? 42). La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno.
In particolare, oggi disponiamo di strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, eppure assistiamo a nuove forme di isolamento, di miseria materiale e spirituale, di abbandono. La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i più vari canali di comunicazione rischiano di moltiplicare informazioni false, o di usare parole senza significato, ostacolando il dialogo anziché favorirlo.
L’intelligenza artificiale accentua questo problema: sebbene questi sistemi siano in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Perciò le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica. Ecco perché l’educazione in questo ambito è essenziale, e accolgo con favore l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di “Alfabetizzazione ai media e all’informazione” (MIL), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali.
Infatti, senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà. Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana.
A questo proposito, esorto la comunità internazionale nel suo insieme a dedicare particolare attenzione alla tutela dei bambini e dei giovani. Nell’era digitale, la loro vulnerabilità non deve mai diventare occasione di sfruttamento. Possano queste tecnologie sostenere la loro crescita, la loro formazione e le loro relazioni, salvaguardando la loro libertà di pensare e di discernere, e rimanendo sempre al servizio della dignità della persona umana.
La corruzione della cultura di cui stiamo parlando viene riscattata sulla piazza di Pentecoste. Lì, un messaggio di pace viene accolto come buona novella da tutti i popoli. Tale annuncio proclama la resurrezione di Gesù, cioè la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo. Il giorno di Pentecoste, la piazza diventa il luogo in cui si celebra la pace che risana ogni offesa alla persona umana. Ciascuno sente questo messaggio “nella propria lingua” e la comunione non impedisce affatto la diversità (cfr At 2,8). Al contrario, permette alla diversità di fiorire nell’armonia delle voci e dei volti. Nell’annuncio della pace, la varietà delle culture diventa veicolo di una verità universale. L’insegnamento biblico ci indica così la via per raggiungere ciò che tutti noi cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo» (Omelia nella Celebrazione Eucaristica per l’Inizio del Ministero Petrino, 18 maggio 2025). Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli. Ogni cultura avvera dunque la propria più alta sapienza quando cerca la pace e il bene di tutti, testimoniando il senso autentico della nostra umanità.
Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi. Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che avvertiamo ostacoli alla nostra missione, ricordiamoci che c’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza. Perciò coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. Infatti, come insegna l’etimologia del termine, ogni cultura è coltivazione. Rinnovo quindi l’appello dei miei Predecessori a prenderci cura della persona umana e del creato insieme: Papa Benedetto XVI ha parlato della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre Papa Francesco ha sviluppato la prospettiva dell’ecologia integrale (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, 22 settembre 2011; Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 137–162).
La pietra di paragone, che permette di valutare questo nostro impegno, è la cura che abbiamo per i più piccoli e per i poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi. Sono loro il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato. All’opposto sta una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare. Dunque, l’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica; inoltre, la Chiesa è convinta che ogni cultura rechi in sé una saggezza, che matura in un ecosistema dei popoli. Sì, habitat della persona umana è infatti la società: non un ambiente meramente fisico, come il deserto o l’oceano per gli animali, ma un ambiente morale e relazionale. Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia.
Di conseguenza, l’UNESCO trova qui la sintesi dei suoi alti compiti educativi e scientifici: nel lavoro paziente di costruzione della pace. Rispetto alle molte e complesse urgenze del nostro tempo, il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti. Da una parte, esse sono chiamate a rispondere a sfide che nessuno Stato può affrontare da solo. Dall’altra, le medesime istituzioni sperimentano una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene. Davanti a queste derive, occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia; fiducia che il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé. La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’UNESCO, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile. Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza. Ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza. L’UNESCO testimoni dunque questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture. Crediamo, infatti, che l’educazione sia lo strumento per superare reciproche paure e che la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro. Questa fiducia alimenta la nostra speranza nella carità, cioè nel servizio per il bene del prossimo: dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.
Nel collaborare a quest’opera, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. Infatti, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel disordine di Babele. L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro.
Auspico perciò che il nostro incontro rafforzi l’impegno di ciascuno a lavorare instancabilmente, affinché la consapevolezza di appartenere a un’unica umanità si faccia più viva, operosa e retta. Desidero a riguardo esprimere un sincero ringraziamento a tutto il personale dell’UNESCO, che svolge con competenza e dedizione questa missione così alta: edificare la pace coltivando ogni scienza e arte dell’umanità.
Affido queste parole a tutti voi, ai Popoli che rappresentate e, in modo particolare, ai giovani. Sono proprio le nuove generazioni, infatti, a osservare con più attenzione il nostro operato. Mentre sosteniamo i loro desideri di giustizia, con gratitudine e stima invoco su tutti voi e sulle vostre Nazioni l’abbondanza delle benedizioni di Dio, Creatore onnipotente e misericordioso. Grazie.
Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel Palazzo dell’Eliseo (Parigi, 25 settembre 2026)
Signor Presidente,
Distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori,
è per me una grande gioia trovarmi oggi tra voi. Le sono particolarmente grato, Signor Presidente, per il Suo cordiale invito a visitare la Francia, e La ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Attraverso di Lei, saluto anche tutti coloro che abitano questo Paese dal vasto patrimonio culturale e religioso. Insieme formano un popolo in cui la diversità delle origini contribuisce a vivificare e arricchire la convivenza e la vita democratica. Desidero inoltre assicurarvi, Signor Presidente, Signore e Signori, che la Francia è molto spesso al centro delle preghiere del Papa, che non dimentica le sue origini familiari normanne e bearnesi.
Il mio viaggio in Francia inizia dalla capitale del vostro Paese, Parigi, spesso definita la Ville lumière. Da secoli la Francia risplende come un faro culturale, artistico e spirituale, non solo in Europa, ma anche nel mondo. Forte delle sue Scuole cattedrali, delle sue Università e delle sue Accademie, luoghi essenziali di ricerca della verità, la Francia ha contribuito a forgiare l’intelligenza dei popoli, ben oltre i propri confini. L’illuminazione di menti francesi d’eccezione, che erano al tempo stesso grandi cattolici, sottolinea quanto le scienze, le arti, la letteratura e la filosofia possano contribuire al bene dell’umanità, quando sono orientate alla ricerca del bello, del bene e del vero, affinché il mondo abbia la vita.
Il savoir-faire francese è sinonimo di eccellenza in numerosi ambiti. Si è distinto in modo particolare nel grande cantiere di restauro della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, al quale hanno partecipato fin dall’inizio numerose istituzioni, sia private sia pubbliche, e al quale Lei, Signor Presidente, ha riservato un’attenzione particolare, cosa per cui La ringrazio. Rendo omaggio con gratitudine a tutti gli artigiani e alle categorie professionali che vi hanno dedicato il proprio impegno. La recente riapertura della cattedrale alla celebrazione del culto divino, così come ai visitatori di tutto il mondo, non è solo il coronamento di un’impresa tecnica, ma il simbolo di una speranza ritrovata, la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di tutti, e la testimonianza di un’unità realizzata nello sforzo comune. Un risultato così bello deve ispirare a tutti gli attori della vita politica, sociale e religiosa del Paese un nuovo slancio per operare incessantemente in uno spirito di unità, con la forza di una viva speranza.
La Francia è anche una terra dalle ricche radici cristiane. Dai tempi di sant’Ireneo e del battesimo di Clodoveo, l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo. È così che nella Francia del XVI secolo fiorì l’umanesimo, che cercava di unificare l’eredità greco-romana e la fede cristiana. Ai celebri pensatori del Rinascimento, e poi del Grand Siècle, seguirono quelli dell’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione.
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata in questa città di Parigi – e nella cui elaborazione il giurista francese e premio Nobel per la pace René Cassin svolse un ruolo di primo piano – ha avuto lo scopo di creare una coscienza generale della dignità inalienabile della persona umana. San Giovanni Paolo II, che considerava questo documento «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità», era consapevole che «ogni minaccia ai diritti umani, sia nell’ambito dei beni materiali che in quello dei beni spirituali, è ugualmente pericolosa per la pace, perché riguarda sempre l’uomo nella sua integralità». [1]
La questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico. Infatti, «lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 4). Già ai suoi tempi, Georges Bernanos intuiva il rischio di vedere l’obbedienza cieca e l’irresponsabilità diventare padrone di un «Paradiso delle Macchine». Egli sottolineava come, per sfuggirvi, la civiltà francese avesse invece lavorato per secoli alla formazione di uomini liberi, pienamente responsabili delle proprie azioni. [2]
Per questo motivo, mi è sembrato indispensabile affrontare, nella mia prima Lettera Enciclica, il tema dell’Intelligenza Artificiale, al fine di riportare la persona umana al centro di ogni riflessione. Per non perdere la nostra umanità in mezzo al “paradiso delle macchine” che invade e condiziona la nostra vita quotidiana, è urgente formare le menti a un discernimento etico, capace di riconoscere ciò che è moralmente buono. Questa esigenza è fondamentale per riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore e della sua sacra dignità. A questo proposito, vorrei ricordare che «una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026). Questo dialogo è tanto più urgente nel contesto della Francia odierna, dove persone di diverse appartenenze culturali e religiose sono chiamate a convivere e a dare il proprio contributo alla costruzione della società.
È proprio grazie alla ricchezza del suo tessuto sociale che, da secoli, la Francia si distingue per l’attenzione alla diversità e per un forte desiderio di solidarietà. Grazie all’opera illustre di uomini e donne rimasti fedeli alla loro umanità e ai valori del Vangelo, la Chiesa cattolica in Francia non ha mai smesso di operare per il bene dei più bisognosi, diventando il volto vivente della tenerezza e della compassione di Dio. Pensiamo alle opere di san Vincenzo de’ Paoli, al rinnovamento caritativo del XVII secolo e, ancora oggi, alle numerose istituzioni cattoliche in cui gli operatori sanitari accompagnano i fratelli e le sorelle resi fragili dalla sofferenza. Le loro testimonianze di attenzione e di servizio costituiscono una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura e un vibrante richiamo al valore unico e insostituibile di ogni essere umano. Sono anche un invito alla rinnovata fraternità che richiede di imparare ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere la fragilità con tenerezza, ad accompagnare con rispetto e nella fiducia reciproca ogni tappa dell’esistenza, e a difendere con coraggio e compassione coloro che non hanno voce o che non si sentono sufficientemente sostenuti. Per questo ribadisco «con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano» (ibid.).
Vi è oggi la tentazione di aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre sofferenze. Il rischio è spesso quello di cadere nell’illusione. Quando la scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene a cui aspirano profondamente. A volte constato con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata. Non dimentichiamo che il rispetto reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Come non vedere in un simile impegno anche l’espressione della giusta laicità della città terrena? Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa (cfr Discorso ai partecipanti all’incontro nazionale degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2026).
È proprio per questo motivo che la scuola cattolica occupa un posto di rilievo nel panorama educativo di un Paese come la Francia. «Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura» (ibid.).
Una giusta laicità non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia la vita. A questo proposito, esprimo il mio apprezzamento per il lavoro svolto nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese. Effettivamente, l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società. Tali scambi illustrano in modo molto positivo quella sana complementarità che è stata riaffermata durante il Concilio Vaticano II, nel senso che «[la comunità politica e la Chiesa], anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 76).
Constato inoltre con gioia che questa stessa volontà di servire insieme ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, ispira da secoli la cooperazione tra la Francia e la Chiesa cattolica al servizio dei cristiani d’Oriente. L’azione educativa, sociale, culturale e umanitaria svolta nei Paesi del Medio Oriente, in collaborazione con diverse associazioni quali “Aiuto alla Chiesa che soffre” o «Œuvre d’Orient», costituisce un prezioso contributo al dialogo tra i popoli e alla tutela dei diritti di ogni persona.
Si tratta di una testimonianza eloquente in cui cultura e fede si presentano come i pilastri che favoriscono l’armonia tra diversi popoli e religioni al servizio della pace e della mediazione tra gli uomini. Anche in questo ambito l’educazione costituisce una sfida particolarmente importante. Essa rimane infatti uno dei principali settori di cooperazione, trovando in particolare un’espressione concreta e feconda attraverso il Fondo per le scuole d’Oriente. A questo proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone impegnate in questo progetto che, sin dalla sua fondazione nel 2021, ha permesso di fornire sostegno a oltre duecentosessanta istituti scolastici in Medio Oriente, tra cui sette Università in Libano e l’Università di Betlemme.
Ma come evocare questa regione del mondo, dove duemila anni fa è nato il Principe della Pace, senza pensare anche a tutte quelle popolazioni colpite dalle conseguenze dei conflitti e a tutti coloro che sono afflitti dal flagello della guerra? Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tali sofferenze che feriscono la dignità umana e gridano giustizia a Dio. La gravità di queste situazioni deve interpellarci e chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un cambiamento di atteggiamento. È riconoscendo umilmente il bisogno che abbiamo gli uni degli altri che potremo insieme impegnarci maggiormente nella costruzione della civiltà dell’amore nel cuore del nostro mondo, diventato così complesso e interdipendente (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 182). Al tempo stesso, come affermava già al suo tempo il mio santo predecessore Giovanni XXIII, «giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci» (Lett. enc. Pacem in terris, 60). Infatti, si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 194). In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia.
Vi esorto quindi a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola “inevitabile”, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia, al fine di preservare società pacifiche, rispettose della dignità e dei diritti della persona e dei popoli. Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa. Possa la Francia, fedele ai propri valori, tracciare il solco di una pace disarmata e disarmante, e offrire con responsabilità il proprio insostituibile contributo a favore della pace. Che la vostra libertà cresca incessantemente nell’impegno per il bene comune; la vostra fraternità abbracci l’intera umanità; e l’uguaglianza a cui aspirate si fondi sempre sui fondamenti della giustizia e della carità, senza eliminare le differenze tra le persone, ma facendole fruttificare armoniosamente a beneficio di tutta la società.
Signor Presidente, Signore e Signori, desidero esprimervi ancora una volta la mia gratitudine per questo incontro che, per riprendere le parole – significative per ciascuno – pronunciate da Vostra Eccellenza ai Vescovi di Francia nel 2018, evidenzia come «una Chiesa che pretenda di disinteressarsi delle questioni temporali non adempirebbe appieno alla propria vocazione; e un Presidente della Repubblica che pretenda di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere». [3] Siate certi della mia fervida preghiera per la vostra bella Nazione.
Dio le conceda pace, unità e prosperità affinché il mondo abbia la vita. Affido questi auspici alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Patrona principale della Francia.
Dio benedica la Francia e tutti i francesi!
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[1] S. Giovanni Paolo II, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2 ottobre 1979), nn. 7 e 14.
[2] Cfr G. Bernanos, La France contre les robots, Rio de Janeiro 1946, p. 114.
[3] E. Macron, Discours du Président de la République devant les Evêques de France, Collège des Bernardins, 9 avril 2018.
Viaggio Apostolico in Francia: Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Parigi (25 settembre 2026)
Buongiorno a tutti!
Come si dice in inglese, benvenuti a bordo! Sono felice di vedervi tutti questa mattina e di potervi salutare brevemente in questo tratto del viaggio. Vorrei rivolgere un ringraziamento speciale a coloro tra voi che hanno viaggiato con me al ritorno da Roma in Spagna e desidero scusarmi personalmente per un incidente con cui non ho nulla a che fare, ma che so aver lasciato alcuni di voi insoddisfatti per il fatto che non abbiamo potuto prendere insieme il volo di ritorno a Roma.
Desidero quindi salutarvi tutti sinceramente e ringraziarvi per la vostra copertura di questo viaggio in Francia che, come sapete dalla conferenza-stampa che avete già ricevuto, verte su una serie di temi molto importanti. Io, prima di tutto, mi reco in Francia, come in qualsiasi altra parte del mondo, in qualità di discepolo di Gesù Cristo desideroso di proclamare la pace, la pace di Cristo in tutto il mondo. È un messaggio che in questo momento, come tutti sappiamo, è particolarmente importante.
Grazie quindi per essere qui, grazie per il lavoro che state svolgendo. Non vedo l’ora di incontrarvi durante il viaggio e avremo modo di scambiare qualche parola al ritorno. Grazie!
Viaggio Apostolico del Santo Padre in Francia e Visita alla Sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) (25-28 settembre 2026)
Venerdì, 25 settembre 2026
ROMA - PARIGI - SAINT-DENIS - PARIGI
07:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino per Parigi 10:00 Arrivo all’Aeroporto internazionale di Parigi/Orly CERIMONIA DI BENVENUTO 11:00 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo dell’Eliseo 11:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo dell’Eliseo 15:00 VISITA ALL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO) presso la Sede dell’UNESCO 17:15 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E I SEMINARISTI presso la Cattedrale di Notre-Dame de Paris 21:00 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI nello “Stade de France” di Saint-Denis
Sabato, 26 settembre 2026
PARIGI - LOURDES
09:00 VISITA AL CENTRO DI ACCOMPAGNAMENTO E INTEGRAZIONE SOCIALE MAISON BAKHITA 10:15 INCONTRO CON I MEMBRI DELL’ASSEMBLEA SINODALE PROVINCIALE, I CATECUMENI E I NEOFITI presso l’Istituto cattolico di Parigi 15:00 SANTA MESSA in “Place de la Concorde” 17:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Parigi/Orly per Lourdes 19:05 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Tarbes-Lourdes-Pyrénées” 19:40 PREGHIERA ALLA GROTTA DELLE APPARIZIONI DI MASSABIELLE presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes
Domenica, 27 settembre 2026
LOURDES
09:00 INCONTRO CON I VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DI FRANCIA presso l’emiciclo “Sainte-Bernadette” del Santuario di Nostra Signora di Lourdes 11:00 SANTA MESSA nella Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes 15:30 INCONTRO CON GLI OPERATORI E GLI ASSISTITI DELL’ACCUEIL NOTRE-DAME presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes 16:45 INCONTRO PRIVATO CON LE RELIGIOSE DI VITA CONTEMPLATIVA presso il Monastero del Carmelo di Lourdes 21:00 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO E PROCESSIONE AUX FLAMBEAUX presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes
Lunedì, 28 settembre 2026
LOURDES – METZ – ROMA
07:40 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di “Tarbes-Lourdes-Pyrénées” per Metz 09:20 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 10:00 INCONTRO INTERRELIGIOSO presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz 11:00 INCONTRO “ALLE RADICI DELL’EUROPA PER LA PACE E L’UNITÀ” presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz 16:00 SANTA MESSA presso la Cattedrale di Santo Stefano 18:30 CERIMONIA DI CONGEDO presso l’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 19:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 20:50 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma/FiumicinoFuso orario
Roma +2 UTC Parigi +2 UTC Lourdes +2 UTC Metz +2 UTC
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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 16 maggio 2026
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 7 agosto 2026
Membri della Pontificia Accademia delle Scienze (24 settembre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Eminenza,
Distinti membri
della Pontificia Accademia delle Scienze,
Signore e signori,
sono lieto di darvi il benvenuto in occasione della Sessione Plenaria dell’Accademia delle Scienze di quest’anno. Ringrazio il Cancelliere, Cardinale Turkson, e il Presidente, Joachim von Braun, unitamente al Consiglio, per aver organizzato questo incontro al fine di discutere il tema “Il futuro della scienza in un mondo che cambia”. Questo argomento è di fatto opportuno, poiché «[n]egli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo» (Magnifica humanitas, n. 4). Sebbene il loro pieno impatto rimanga incerto, questi strumenti ci danno motivo di sperare in un futuro più luminoso per l’umanità. Possono, per esempio, portare a scoperte scientifiche fondamentali e a innovazioni tecnologiche capaci di fare progredire la medicina, migliorare la diagnosi e il trattamento delle malattie, rafforzare i sistemi alimentari ed energetici, approfondire la nostra comprensione dell’universo e del mondo naturale e dischiudere nuove possibilità per la creatività umana e la cooperazione.
Tuttavia, proprio perché tali sviluppi recano in sé queste promesse, dobbiamo anche riconoscere i rischi che li accompagnano. L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per sorvegliare, manipolare e discriminare (cfr. nn. 103, 150). Capacità informatiche sofisticate e armi autonome possono, se sviluppate o dispiegate senza misure di sicurezza adeguate e senza controllo umano, presentare nuovi pericoli per la sicurezza e la pace internazionale (cfr. nn. 183, 197). Inoltre, «[g]li attuali sistemi di IA richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva» (n. 101).
Queste possibilità e questi rischi ci ricordano che il progresso tecnologico non è mai semplicemente una questione tecnica. Ogni tecnologia rispecchia, esplicitamente o implicitamente, una particolare comprensione della persona umana, della società e del futuro che desideriamo costruire. Il progresso scientifico e tecnologico, pertanto, deve essere accompagnato da una corrispondente crescita della responsabilità. Più è grande il nostro potere di trasformare il mondo, più deve essere grande la nostra capacità di discernere ciò che davvero serve la dignità umana donata da Dio, di governare saggiamente e di prenderci cura di coloro che potrebbero subire le conseguenze più grandi delle nostre scelte (cfr. n. 173).
Questa stessa esigenza di responsabilità è particolarmente urgente dinanzi al cambiamento climatico. Stiamo assistendo a ondate di calore, siccità, inondazioni, tempeste, incendi boschivi e altre catastrofi naturali con sempre maggiore frequenza e intensità. Questi sconvolgimenti colpiscono più pesantemente i poveri, le comunità con meno risorse per adattarsi e coloro la cui sussistenza dipende direttamente dalla terra o dalle foreste e dagli oceani (cfr. Francesco, Laudato si’, n. 25). Ne consegue che la questione climatica non è meramente una sfida ambientale, ma è fondamentalmente una questione di giustizia, di dignità umana e di solidarietà tra popoli e generazioni. Non possiamo rispondere a queste sfide solo dopo che il disastro si è già verificato. Dobbiamo passare dalla gestione delle emergenze alla prevenzione, dalla vulnerabilità alla prontezza e dalle misure a breve termine a una visione saggia e lungimirante per l’umanità. Ciò esige un approccio di responsabilità e di discernimento alla scienza che costruisca resilienza: un approccio improntato alla scoperta, che tenga anche conto, fin dall’inizio, delle conseguenze che le scelte scientifiche e tecnologiche possono avere per l’umanità e per l’integrità del creato che ci è stato affidato da Dio.
In questo impegno è indispensabile una cooperazione interdisciplinare. La resilienza climatica esige la collaborazione di scienziati, ingegneri, economisti, medici e sociologi, insieme alle comunità locali e ai responsabili delle politiche. Le sfide di un clima che cambia superano tutti i confini tra discipline, istituzioni e nazioni; pertanto, anche la nostra risposta deve superarli. Come ci ha ricordato Papa Francesco, la nostra interdipendenza ci esorta ad affrontare le sfide ambientali da una prospettiva globale e a lavorare per un piano comune (cfr. n. 164). Per questa ragione, apprezzo la serie di Summit sulla resilienza climatica tenuti negli ultimi due anni dalla vostra Accademia, insieme alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e a partner accademici di molte parti del mondo. È incoraggiante il fatto che questi incontri non riuniscano solo scienziati, ma anche giovani, autorità pubbliche, rappresentanti della società civile e membri di differenti tradizioni religiose. Questi incontri creano spazi in cui la conoscenza può essere condivisa attraverso i confini, dove si può imparare da esperienze positive e adattarle e dove la comprensione scientifica può essere tradotta in azione concreta. Vi incoraggio a proseguire su questo cammino.
Con questi sentimenti, spero sinceramente che le vostre riflessioni in queste giornate possano offrire una preziosa guida per il futuro della scienza. Con i giovani tra noi, ci viene ricordato il futuro! E questo è molto, molto importante. È mia preghiera che possiate promuovere una cultura scientifica che sia ambiziosa ma umile, rigorosa ma aperta al dialogo, innovativa ma responsabile, cooperativa a livello globale ma inclusiva di quanti sono più a rischio e più nel bisogno. In questo modo, la collaborazione scientifica, come bene pubblico al servizio della pace, potrà continuare a focalizzarsi sulla salvaguardia della dignità umana donata da Dio, promuovendo il bene comune e prendendosi cura del creato.
Che lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità, illumini le vostre menti e rafforzi il vostro impegno. E volentieri invoco su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio Onnipotente. Grazie.
Quindi, preghiamo insieme e chiediamo la benedizione di Dio, prima pregando con le parole che ci ha insegnato Gesù.
Padre nostro…
Benedizione.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 217, giovedì 24 settembre 2026, p. 8.