Dalla Santa Sede

Abbonamento a feed Dalla Santa Sede
vatican.va
Aggiornato: 17 min 22 sec fa

Udienza Generale del 9 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 12-22) 2. La dignità umana: dono e responsabilità

5 ore 57 min fa

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 12-22) 2. La dignità umana: dono e responsabilità

 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), dedicando il primo capitolo alla dignità della persona umana, sottolinea che essa è base e condizione di quei «valori che oggi sono più stimati», ma necessitano di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla «corruzione del cuore umano» (GS, 11).

Il cammino che ha permesso di evidenziare i tratti e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana. Tuttavia, il percorso da compiere non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione.

La Chiesa offre con chiarezza il suo contributo, ricordando che la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona. Ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente Enciclica Magnifica humanitas: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50). L’infinita dignità dell’essere umano, dunque, si radica nella sua identità di creatura fatta «“ad immagine di Dio” capace di conoscere e di amare il suo Creatore», progetto e dono di amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS, 12).

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, in quanto il Figlio «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri, dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali. Essere persona significa percepire sé stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio.

Tale dignità è affidata alla responsabilità di ciascuno: allo stesso tempo, essa esige anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione. Infatti, per le scelte contro la sua dignità operate lungo la storia, ancora oggi «l’uomo si trova diviso in sé stesso» e «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Questa condizione fragile e limitata, però, può essere guardata con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo” (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato» (GS, 13).

La Costituzione Gaudium et spes, inoltre, afferma che la dignità umana riguarda la totalità della persona e, perciò, vanno superate le visioni dualistiche: l’essere umano è «unità di anima e di corpo». La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona: «non è lecito […] disprezzare la vita corporale dell’uomo», e occorre «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno», vigilando che esso non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (GS, 14) dal momento che tutti noi siamo feriti dal peccato.

Infine, tre sono le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et spes richiama: l’intelligenza, che rende l’essere umano cercatore insaziabile della verità (n. 15); la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita (n. 16); la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni (n. 17). Sono dimensioni strettamente connesse tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità. Lo Spirito Santo, che dà vita in Cristo, ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio, affrancandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso: solo in Lui trova vera luce il mistero dell’uomo, da Lui riceviamo luce sull’enigma del dolore e della morte e con Lui andiamo incontro alla risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, creati a immagine di Dio, per mezzo di Cristo e in vista di Lui, abbiamo ricevuto una dignità unica e indelebile. Impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce e la forza del Vangelo.

______________________________

Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française que j’invite à s’émerveiller devant la dignité humaine reçue du Créateur. Celle-ci regarde la totalité de la personne car l’être humain est unité de corps et d’âme. C’est en prenant conscience de sa grandeur que vous trouverez la force nécessaire pour la défendre et la promouvoir dans vos cadres de vie respectifs.
Je vous bénis de tout cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese che invito a meravigliarsi davanti alla dignità umana ricevuta dal Creatore. Essa riguarda la totalità della persona, poiché l’essere umano è un’unità di corpo e anima. Prendendo coscienza della sua grandezza, troverete la forza necessaria per difenderla e promuoverla nei vostri rispettivi ambiti di vita. 
Vi benedico di cuore!
]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from Scotland, Wales, Ireland, Denmark, Norway, South Africa, Australia, China, Japan, Lebanon, the Philippines, and the United States of America.  In a particular way, I gladly renew my welcome to the members of the Steering Committee of the Interreligious Platform for Dialogue and Cooperation in the Arab World, who are present today.  I thank you for your cooperation with the King Abdullah bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dialogue, and pray that your efforts to promote peaceful coexistence in the Arab region will indeed bear much fruit.  Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.  God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern, einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache, besonders an die zahlreichen Teilnehmer der Wallfahrt der Kirchenchöre aus dem Bistum Würzburg in Begleitung ihres Bischofs. Erinnern wir uns daran, dass Gott zu loben und zu preisen unsere höchste Berufung ist. Sein Lob sei immer in eurem Mund (vgl. Ps 34,29)!

[Cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca, in particolare ai numerosi partecipanti al pellegrinaggio dei cori della Diocesi di Würzburg, accompagnati dal loro Vescovo. Ricordiamoci che rendere lode e gloria a Dio è la nostra vocazione più alta. La sua lode sia sempre sulla vostra bocca (cfr. Sal 34,2)!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los invito a revalorizar y a promover, en ustedes mismos y en los demás, la dignidad única e indeleble que han recibido como seres creados a imagen de Dios y, más aún, al haber sido redimidos por Cristo. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,圣神使我们变得自由,且引领我们迈向最终的目标,即耶稣借着复活向我们应许了那超越死亡的圆满生命。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo ci rende liberi e ci guida verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso nella risurrezione. Vi benedico di cuore.]

Saúdo com alegria todos os peregrinos de língua portuguesa! Queridos irmãos e irmãs, o nosso mundo exige de nós, de forma especial, que valorizemos a dignidade da pessoa. É sobretudo o pecado que desfigura a imagem de Deus no homem. Peçamos ao Espírito Santo que nos ajude a promover e a salvaguardar a dignidade de cada ser humano. Que o Senhor vos abençoe!

[Saluto con gioia tutti i pellegrini di lingua portoghese! Cari fratelli e sorelle, il nostro mondo ci impegna in modo speciale alla valorizzazione della dignità della persona. É soprattutto il peccato a sfigurare l’immagine di Dio nell’uomo. Chiediamo allo Spirito Santo che ci aiuti a promuovere e custodire la dignità di ogni essere umano. Il Signore vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً أعضاءَ جَماعَةِ ”الفَرَح في الرُّوح القُدُس“، القادِمينَ مِن لبنان. خَلَقَنا اللهُ علَى صُورَتِه، ومَنَحَنا كَرامَةً فَرِيدَةً لا تُمحَى. لِذَلِك، لِنَلتَزِمْ دائِمًا بِتَعزِيزِ هَذِهِ الكَرامَةِ وَلْنُدافِعْ عَنها، في نُورِ الإنجِيل. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare i membri della comunità “Gioia nello Spirito Santo”, provenienti dal Libano. Dio ci ha creati a sua immagine e ci ha donato una dignità unica e indelebile. Perciò, impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce del Vangelo. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Radosno pozdravljam hrvatske hodočasnike, osobito vjernike Vojnog ordinarijata u Republici Hrvatskoj u pratnji biskupa Vojnog ordinarija, Mons. Jure Bogdana i svećenika. Dragi prijatelji, slaveći godišnjicu osnutka Vojnog ordinarijata, u ovom hodočašću na grobove apostola Petra i Pavla zahvaljujte Gospodinu na svim darovima koje ste primili. Kao velika obitelj vjernika, svojom vjerom i djelima pokazujte svijetu i društvu u kojemu živite lice živoga Krista, koji izlazi u susret svakomu tko ga traži iskrena srca. Neka vas na vašem putu uvijek prati zagovor Blažene Djevice Marije. Od srca vas sve blagoslivljam. Hvaljen Isus i Marija.

[Saluto con gioia i pellegrini croati, in particolare i fedeli dell’Ordinariato militare in Croazia, accompagnati dal Vescovo Ordinario militare, S.E. Mons. Jure Bogdan, assieme ai sacerdoti. Cari amici, mentre celebrate il giubileo della fondazione dell’Ordinariato militare, con questo pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo ringraziate il Signore per tutti i doni che avete ricevuto. Come una grande famiglia di credenti, attraverso la vostra fede e le vostre opere mostrate al mondo e alla società in cui vivete il volto di Cristo vivo, che va incontro ad ognuno che lo cerca con cuore sincero. L’intercessione della Beata Vergine Maria vi accompagni sempre nel vostro cammino. Di cuore vi benedico tutti. Siano lodati Gesù e Maria!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. W tych dniach podczas dożynek, dziękując za plony ziemi, z Psalmistą chwalimy Stwórcę: „Ziemia wydała swój owoc; Bóg, nasz Bóg, nam pobłogosławił” (Ps 67, 7). Powierzajmy Panu pracę rolników, dzięki której nie brakuje nam codziennego chleba. Niech Maryja, najpiękniejszy z kwiatów ziemi, strzeże waszych rodzin i pól! Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. In questi giorni, durante la festa del raccolto, rendendo grazie per i frutti della terra, con il Salmista lodiamo il Creatore: «La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio» (Sal 67, 7). Affidiamo al Signore il lavoro degli agricoltori, grazie al quale non ci manca il pane quotidiano. Maria, il più bello tra i fiori della terra, custodisca le vostre famiglie e i vostri campi! A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i cresimati della Diocesi di Forlì-Bertinoro, accompagnati dal Vescovo S.E. Mons. Livio Corazza, assieme ai loro sacerdoti e ai catechisti.

Accolgo con affetto i fedeli dell’unità pastorale delle Parrocchie della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, come pure gli Assistenti ecclesiastici della Fondazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.

Cari fratelli e sorelle, siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità di figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo.

Il mio pensiero va, infine, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la Festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria; il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita.

A tutti la mia benedizione!

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 1a Giornata della Gioventù dell’Africa Occidentale [7 – 12 settembre 2026] (8 settembre 2026)

Mar, 08/09/2026 - 14:00

Cari giovani,
la pace sia con voi!

[In inglese]

Sono lieto di unirmi a voi in questa gioiosa occasione della prima Giornata della Gioventù dell’Africa Occidentale. Mi compiaccio di questa bella iniziativa delle Conferenze episcopali dei vostri Paesi, che hanno posto i giovani al centro delle loro priorità pastorali. Sono convinto che questi momenti forti trascorsi insieme vi aiuteranno a crescere nella fede e a essere sempre più profondamente arricchiti da valori come l’incontro e l’apertura verso gli altri.

In un tempo in cui così tante crisi sembrano oscurare il vostro orizzonte, desidero incoraggiarvi ad andare avanti senza perdere la speranza. So quanto il peso del dubbio, l’incertezza e talvolta l’insicurezza possano gravare fortemente sulle vostre spalle e sconvolgere i vostri piani per il futuro.

[In francese]

Tuttavia, non siete una gioventù sacrificata come molti possono pensare.  Nella Chiesa-Famiglia di Dio, voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa! Come diceva Papa Benedetto XVI, “voi siete ricchi di qualità, di energie, di sogni, di speranze: risorse che possedete in abbondanza! La stessa vostra età costituisce una grande ricchezza non soltanto per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo” (Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 22 febbraio 2010).

[In inglese]

Una delle sfide che affrontate è quella di camminare insieme per aiutare a realizzare un cambiamento positivo nelle vostre società. Camminare insieme significa assicurare che nessuno venga emarginato, isolato, escluso o rifiutato. Siate costruttori di ponti tra popoli, culture e religioni. Dobbiamo impegnarci a vivere come ha vissuto Gesù, nostro Maestro e Signore, che non ha escluso nessuno dal suo cammino. Egli ha riconosciuto la presenza di Dio in quanti vivevano ai margini della società, perfino in coloro che non appartenevano al suo popolo.

[In francese]

 Cari giovani, conto su di voi e ho fiducia in voi, la Chiesa ha fiducia in voi. Con le vostre parole e le vostre azioni, date un messaggio forte al nostro mondo attraversato da guerre e conflitti di ogni sorta. Siate i testimoni dell’amore, della giustizia, della pace. Non sacrificate la vostra giovinezza così preziosa sull’altare dei piaceri fittizi e della superficialità. In effetti, “le nostre domande più profonde non trovano né ascolto né risposta nello scorrere infinito dei nostri cellulari, che catturano la nostra attenzione lasciando le nostre menti stanche e i nostri cuori vuoti. Non ci porteranno lontano se le teniamo rinchiuse dentro di noi o in cerchie troppo ristrette. La realizzazione dei nostri desideri autentici richiede sempre di andare oltre noi stessi.” (Messaggio per la XL Giornata Mondiale della Gioventù, 7 ottobre 2025).

[In inglese]

 Vi affido alla Vergine Maria, Regina della Pace, pensando in modo particolare a quei vostri Paesi che, talvolta, affrontano crisi complesse. Possa intercedere presso suo Figlio, Gesù Cristo, per lo sviluppo umano integrale delle vostre care nazioni. Su di voi, sul clero e su tutti coloro che lavorano con i giovani, invoco un’abbondanza di grazie divine.

[In francese]

E ora vi imparto di tutto cuore la Benedizione:

[In inglese]

 Che il Signore vi conservi sempre nel suo amore.

 Il Signore sia con voi. Vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen.

Santuario della Madre del Buon Consiglio in Genazzano: Concelebrazione eucaristica (7 settembre 2026)

Lun, 07/09/2026 - 18:00

Cari fratelli e sorelle,

come ricorderete, già «nei primi giorni del pontificato ho sentito il dovere e un profondo desiderio di avvicinarmi a Genazzano, al santuario della Madonna del Buon Consiglio, che durante tutta la mia vita mi ha accompagnato con la sua presenza materna, con la sua saggezza e l'esempio del suo amore per il Figlio, che è sempre il centro della mia fede» (Dedica nel libro delle firme del Santuario, 10 maggio 2025). Con gioia sono di nuovo qui, a celebrare con voi la Vigilia della Natività della Vergine Santissima e ad affidare a Maria Bambina ciò che in questa povera e magnifica umanità nasce ancora: fragile come un germoglio, ma segno della fedeltà di Dio. Sì, Maria è l’aurora di un giorno diverso, del nostro mondo liberato finalmente dal male. E siamo qui, presso di Lei, attorno all’Altare da cui la salvezza viene a noi e ci trasforma, figli nel Figlio. Chiediamole il suo Buon Consiglio, per accogliere la Parola divina, custodirla in noi e darla alla luce attraverso decisioni coraggiose e sagge, decisioni di autentica conversione.

Carissimi, in questo luogo di antica presenza agostiniana ritornerò sulle pagine bibliche appena proclamate con l’aiuto di San Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano che, dedicando la propria vita al servizio dei poveri, penetrò a fondo la verità della fede. Egli seppe vedere il paradosso della piccolezza e, per così dire, della marginalità di Maria, resa centrale nell’economia della salvezza. Chiediamoci: che cosa doveva essere al tempo di Gioacchino e Anna la nascita di una bambina? San Tommaso scava in profondità: «Ho riflettuto molte volte – scrive – e mi sono chiesto perché gli evangelisti, che hanno parlato così ampiamente di San Giovanni Battista e degli apostoli, ci raccontino in modo così succinto la storia della Vergine Maria, che supera tutti per la sua vicenda e la sua statura personale. Perché, mi chiedo, non ci è stato descritto il modo del suo concepimento, della sua nascita, della sua educazione, delle sue abitudini, delle virtù che la adornavano, quale rapporto umano intratteneva con suo figlio, come si relazionava con lui, come visse con gli apostoli dopo la sua ascensione? Tutte queste cose erano importanti e i fedeli le avrebbero lette con singolare devozione e sarebbero piaciute alla gente del popolo. Oh, evangelisti, mi rivolgo a voi! Perché ci avete privato di una gioia così grande con il vostro silenzio? Perché avete tralasciato dettagli così gioiosi, così attesi, così piacevoli?» (Opere complete VII, 266,8).

Troviamo in queste parole un suggerimento importante per la nostra fede: interrogare la Scrittura e i suoi autori, discutere col testo e dialogare coi testimoni della Rivelazione, come con degli amici. Siamo infatti «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19) e da Maria stessa impariamo l’intelligenza che conversa con Dio, che pone domande (cfr Lc 1,34) e interpreta gli avvenimenti custodendoli e collegandoli nel cuore (cfr Lc 2,19.51). Il Vangelo secondo Matteo, tuttavia, sembra dare ragione col suo silenzio a San Tommaso da Villanova. Lo abbiamo ascoltato: di Maria riporta la presenza, ma non una parola. Eppure, il semplice esserci di Maria – e del Figlio in lei – muove la storia intera: quella di Giuseppe e di tutta la sua casa. La presenza di Maria causa come un salto nella genealogia, come una novità inattesa, capace di modificare non soltanto le aspettative, ma anche i comportamenti prevedibili di un uomo. Ciò che Giuseppe ascolta, ciò che decide e ciò che fa, in effetti, è risposta a Dio e alla presenza di Maria, alla sua assoluta differenza, che supera ogni possibile discorso e racconto. In Maria la salvezza trova casa: Dio con noi!

Scrive ancora il nostro San Tommaso: «Ebbene, riguardo a queste mie riflessioni a cui mi riferivo, sul perché non sia stato scritto un libro sulle gesta della Vergine, come invece è stato fatto per le gesta di Paolo, […] mi viene in mente solo che fu così perché così piacque allo Spirito Santo, e che per impulso gli evangelisti, su di lei, hanno taciuto, per la semplice ragione che la gloria della Vergine, come leggiamo nel salmo, era tutta in lei (cfr Sal 44,14 Volg.), e poteva essere immaginata più che descritta, e che, come sintesi della sua storia, basta ciò che è espresso nel titolo: che da lei nacque Gesù. Cos’altro vuoi sapere? Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio» (ibid.).

Cari fratelli e sorelle, proviamo come una vertigine davanti a questo Mistero: è impossibile abituarsi! Celebriamo la nascita di una bambina chiamata a diventare la Madre del suo Creatore, la Madre di Dio che salva. Eppure, nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio. Abbiamo oggi per lei titoli nobili e altissimi, di Signora e Regina, ma la via di Dio è stata e rimane più semplice e silenziosa, eppure non meno potente e trasformativa. È la via di Gesù stesso, «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Ebbene, come Maria, anche noi siamo «predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio» (ibid.): per grazia, certo, ma desiderando e preferendo ad altre vie la sua strada, le sue scelte, il suo cammino. In Gesù Cristo, Dio ha scelto le più umili condizioni storiche e la più umile delle creature per manifestare l’originalità del suo Regno, in cui la prepotenza non ha posto e l’onnipotenza è creazione, servizio e cura della vita.

Aggiunge poi San Tommaso da Villanova: «Lascia correre la fantasia, allarga i confini della comprensione e dipingi nel profondo della tua anima una giovane purissima, prudentissima, bellissima, devotissima, umilissima, mitissima, piena di ogni grazia, ricchissima di santità, adornata di tutte le virtù, abbellita da tutti i carismi, assolutamente gradita a Dio; amplificala quanto puoi, immagina quanto sei capace» (ibid.). San Tommaso ci invita a questo meraviglioso esercizio di immaginazione. E osserva: «Lo Spirito Santo non l’ha descritta per iscritto, ma ha aspettato che tu la dipingessi interiormente» (ibid., VII, 266,9). Cari fratelli e sorelle, è proprio così: nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già; ciò che ancora è invisibile, ma in sé ha un nuovo tipo di forza. Non si tratta di fantasia, ma di profezia. Ne abbiamo bisogno, in tempi di distruzione e di incertezza, per vedere l’opera di Dio e servirla.

Il profeta Michea nella minuscola Betlemme ha intuito il sorgere di un Re di pace, grazie al quale abitare la terra finalmente sicuri (cfr Mic 5,1-4). E oggi, nell’orazione Colletta, volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che «la festa della sua nascita accresca in noi la pace». Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace – allargare i confini della comprensione e dipingercela nell’anima – per riconoscere che già esiste, per accoglierla e servirla. È il dono di Dio, il soffio del Risorto, l’opera dello Spirito Santo. Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo. E la Madre del Buon Consiglio ci accompagnerà in questa missione.

Angelus, 6 settembre 2026

Dom, 06/09/2026 - 13:41

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La Parola di Dio proclamata nella liturgia di questa domenica ci offre alcuni criteri fondamentali di pensiero e di azione. Leggiamo dalla Lettera ai Romani che ogni comandamento «si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”» (Rm 13,9). San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive, infatti: «Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (v. 8).

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità.

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità. Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita. Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità.

C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Dice il Signore: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e attraverso la preghiera crescere nell’unità. Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore.

Chiediamo a Maria, che dopo l’annuncio dell’angelo raggiunse in fretta la cugina Elisabetta, per condividere la gioia e la fatica della gravidanza, di insegnare anche a noi il debito gioioso dell’amore fraterno.

______________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace! Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia.

Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti del mondo.

Do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini provenienti da vari Paesi. Grazie di essere qui!

In particolare saluto la Comunità del Seminario Interdiocesano “Studienhaus Sankt Lambert” di Lantershofen in Germania.

Accolgo con gioia il pellegrinaggio della Parrocchia di Sant’Ulderico Vescovo in Musestre (Treviso); come pure il Coro diocesano della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, accompagnato dal Vescovo.

Mentre gradualmente riprendiamo le ordinarie attività dopo la pausa estiva, chiediamo al Signore di accompagnarci e di sostenerci con la sua luce.

Auguro a tutti una buona domenica!

Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento - Federazione dello Spirito Santo (5 settembre 2026)

Sab, 05/09/2026 - 11:30

Cara madre Alma Ruth dello Spirito Santo,
care suore Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento,

Sono lieto di incontrarvi in questi giorni in cui state compiendo un pellegrinaggio in Italia, seguendo le orme della Beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, nel cinquantesimo della fondazione della Federazione dello Spirito Santo.

La vostra presenza è una luminosa testimonianza della gratuità di Dio, che semina nel cuore umano l’inquietudine di cercare e di contemplare il suo volto. È la risposta a un anelito profondo, splendidamente espresso dal salmista: «Il mio cuore sa che hai detto: “Cercate il mio volto!” Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto». (Sal 27, 8-9).

Questa ricerca costante del volto di Dio, che caratterizza in modo particolare la vita monastica, assume nella vocazione che avete ricevuto una sfumatura speciale: si traduce in una vita dedicata completamente all’adorazione continua e silenziosa di un Dio che si è fatto pane, e che invita a unirsi a Lui nel sacrificio dell’altare, per formare un solo corpo. «Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo» (Lettera enciclica Magnifica humanitas, n. 234). Per questo, occorre «una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Ibidem).

Care sorelle, manifestando nella Chiesa il carisma specifico che avete ricevuto dalla vostra fondatrice, siete chiamate a essere tessitrici di comunione con i fili della preghiera e del lavoro, dell’adorazione eucaristica e della condivisione fraterna nel monastero. Che questo tempo di grazia, che state vivendo come pellegrine nella Città eterna e nei luoghi dove è nato l’Ordine, vi rinnovi e vi rafforzi affinché possiate continuare a irradiare nel mondo la bellezza del volto di Cristo Sacramentato.

Che la testimonianza della beata Maria Maddalena dell’Incarnazione vi spinga a continuare a vivere la vostra consacrazione con rinnovata speranza e desiderio di santità, ricordando che la fedeltà all’antica e sempre nuova sapienza del Vangelo è il cammino migliore per quante, guidate dallo Spirito Santo, si dedicano ad amare Dio e il prossimo.

Che il Signore vi benedica e Nostra Signora di Guadalupe vi protegga con il suo manto celeste. Grazie.

 

__________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 202, sabato 5 settembre 2026, p. 2.

Delegazione dell’“Oriel College”, University of Oxford (4 settembre 2026)

Ven, 04/09/2026 - 11:45

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti, e benvenuti.
Eminenza,
Cari amici,

nel vostro pellegrinaggio a Roma, sulle orme di san John Henry Newman, per commemorare il 700° anniversario del conferimento della concessione reale all’Oriel College, sono lieto di accogliere in Vaticano il Rettore, insieme ad alcuni Fellow e ad altri membri del College.

Oriel ha senza dubbio una storia lunga e illustre che, naturalmente, in un lasso di tempo così esteso, ha visto e vissuto molti cambiamenti, eventi e perfino sconvolgimenti. Però il College è rimasto saldo nella sua identità cristiana. Il vostro anniversario, pertanto, è un’occasione per celebrare le sue origini cattoliche come “College della Beata Vergine Maria”. Di fatto, questa identità è centrale a ciò che ha reso e continua a rendere Oriel non semplicemente un’istituzione accademica, bensì una vera comunità di fede di studio nel suo significato più profondo. Il College può quindi guardare con fiducia ai suoi contributi passati come solide fondamenta e guida per le sue attività future.

A tale riguardo, san John Henry Newman costituisce un fulgido esempio di studioso che ha mostrato, non solo nelle sue opere, ma, in modo più ammirevole, anche nella sua vita, come fede e ragione siano inscindibili. C’era grande concretezza nelle sue idee, poiché le sue convinzioni religiose erano radicate nella sua relazione personale con Dio, mentre la sua attività accademica era tanto sublime quanto eminentemente pratica. La grande profondità di entrambe le dimensioni della sua vita è stata riconosciuta quando è stato proclamato Dottore della Chiesa universale e compatrono della missione educativa della Chiesa. È certamente provvidenziale che il vostro pellegrinaggio per l’anniversario si svolga in prossimità di un evento così importante sia per voi sia per tutta la Chiesa cattolica.

Inoltre, nel contesto delle sfide odierne, il pensiero di Newman sull’educazione è particolarmente pertinente, poiché egli propone una formazione cristiana che abbracci l’intera persona e misuri il valore dell’educazione sull’asse della dignità umana, della giustizia e della capacità di servire il bene comune (cfr. Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, n. 4.2, 28 ottobre 2025). Nei vostri impegni accademici personali, vi esorto similmente a ricercare con coraggio la verità e a promuovere questa visione antropologica integrale. Così il vostro lavoro potrà davvero favorire un incontro “cuore a cuore” con i vostri fratelli e le vostre sorelle, e specialmente con Nostro Signore Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita (cfr. Gv 14, 6).

Infine, nel suo famoso inno Guidami tu, luce gentile, Newman ha espresso la sua grande fiducia nel fatto che Dio lo avrebbe guidato malgrado le incertezze della vita. Vi esorto, quindi, ad affidare voi stessi e il futuro del College alla Luce imperitura del mondo, affinché anche voi, come Nostra Signora, possiate riflettere la sua gloria per il mondo.

Con questi pensieri, affido ognuno di voi all’intercessione di san John Henry Newman e della Beata Vergine Maria.

E ora vi invito ad alzarvi, così impartirò molto volentieri a tutti voi, alle vostre famiglie e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

 

__________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 201, venerdì 5 settembre 2026, p. 2.

Seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa (3 settembre 2026)

Gio, 03/09/2026 - 12:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

Cari fratelli nell’Episcopato,
sacerdoti, seminaristi, familiari,

anzitutto vi ringrazio di cuore per la vostra presenza qui, oggi.

Venite da due strade diverse e da due terre diverse, ma quest’anno le vostre case celebrano insieme un anniversario. A Molfetta ricordate il primo centenario della nuova sede, voluta da Papa Pio XI, di cui il vostro seminario porta il nome, mentre ad Aversa celebrate il tricentenario di apertura dell’attuale sede.

Nell’incontrarvi, mi preme sottolineare una dimensione del vostro percorso formativo: quella della relazione con Colui che vi ha chiamati. Lo studio, la disciplina, le tappe del cammino sono elementi importanti da tenere bene presenti, ma valgono soltanto se fondati nella relazione con Dio.

San Marco, nel suo Vangelo, racconta che Gesù «salì […] sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14).

In queste poche parole c’è già tutto. Soffermandoci su questa breve pericope possiamo scorgere una mirabile sintesi dell’esperienza valida per ogni chiamato, per tutti coloro che desiderano approfondire la verità della propria vocazione. C’è il monte da salire, dove raggiungere Cristo e, soprattutto, dove stare insieme a Lui. Il cuore dell’esperienza del seminario è tutto qui: imparare a stare con il Maestro, il Signore Gesù.

L’evangelista riporta che il Signore «chiamò a sé quelli che voleva», e mette subito in evidenza la libertà di Dio, da cui scaturisce ogni vocazione. Non c’è un concorso, non c’è una graduatoria, né è scritto che scelse i migliori: scelse quelli che voleva. In un mondo che si affanna tanto a celebrare l’autorealizzazione di sé, è davvero importante ribadire che nessuno di voi e nessuno di noi è qui perché se l’è meritato, ma soltanto per una libera elezione da parte di Dio Padre, segno e caparra di un amore gratuito che sempre ci previene e che non delude mai.

Carissimi seminaristi, la vostra stessa presenza in seminario è un segno di speranza per tutta la Chiesa. Non di un vago ottimismo, ma della certezza che il Signore chiama sempre, in ogni epoca della storia e in ogni luogo. Nel guardare ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio che non si stanca mai di sussurrare al cuore dei giovani la bellezza di donare la vita per Lui e per la Chiesa.

Ogni vocazione nasce da un dialogo intimo con Dio, coltivato nel silenzio e nella preghiera, che spesso avviene «nonostante il rumore talvolta assordante del mondo» (Leone XIV, Messaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le VocazioniMessaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 16 marzo 2026). È lì che si decide tutto, e perché quel dialogo accada occorre imparare a stare con Lui.

Di esempi ne avete molti, ma credo che per tutti voi il venerabile Vescovo don Tonino Bello mostri con particolare chiarezza che cosa significhi essere Sacerdote ed essere Vescovo: non nelle parole, ma in ogni gesto e in ogni decisione, e testimoniandolo fino in fondo.

Per questo il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così. Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti.

Dopo aver sentito la voce del Signore, infatti, bisogna raggiungerlo e salire sul monte, e questo a volte può essere faticoso, perché si sale a piedi, a momenti con il fiato corto, senza ancora vedere la cima.

La fatica della vita spirituale è sostenuta però dalla bellezza della fraternità e della condivisione della missione. Infatti, sul monte Gesù non chiama un uomo solo, ma ne chiama dodici, dalle personalità più disparate e talvolta improbabili al nostro sguardo. Il Signore li raduna, li tiene uno accanto all’altro, affinché imparino che la Chiesa si vive insieme: non è proprietà di nessuno di noi, e tutti siamo chiamati ad amarla e a servirla come un unico corpo. Voi che venite da Molfetta lo sperimentate in modo particolare, in quanto nel seminario regionale la comunione tra le Chiese di Puglia non è un ideale, ma un’amicizia concreta che nasce in questi anni e che vi accompagnerà da presbiteri per tutta la vita.

Perché, così come «nessun pastore esiste da solo» (Leone XIV, Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 8 dicembre 2025, 15), nemmeno un seminarista può concepire un cammino privato con il Signore: egli deve sempre sentire e sperimentare la bellezza della mediazione ecclesiale. Il seminario, dunque, prima ancora che un luogo dove acquisire informazioni, «dovrebbe essere una scuola degli affetti» (ibid., 12). E a voi, cari formatori, chiedo di essere i primi maestri di quella cura e di quella fraternità che si manifestano in relazioni autentiche, personali e comunitarie, fatte di verità e di carità. Formatori non ci si improvvisa: il vostro è un ministero delicatissimo a cui ci si prepara con scienza, pazienza e amore.

Resta poi l’ultimo passo: quello in cui dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita.

Sarete dunque chiamati a scendere dal monte, per essere mandati alla gente delle vostre terre: a quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza. Il sacerdote è mandato a tutti perché a tutti annunci la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona notizia della nostra salvezza. È la salvezza che ci è stata donata per mezzo di Maria. Affidatevi a Lei, come a Colei che per prima ha fatto quello che oggi è chiesto a voi. Chiedete a Maria la grazia di imparare a dire ogni giorno il vostro “sì” al Signore Gesù.

Carissimi seminaristi, prima di salutarci voglio dirvi grazie. Grazie, a nome della Chiesa, per il “sì” che avete pronunciato e che ogni giorno tornate a pronunciare: non è facile, né scontato nel mondo di oggi, e la Chiesa lo sa bene.

E un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo alle famiglie qui presenti. Una vocazione non nasce mai senza un contesto adatto, e spesso ha bisogno di una casa, di genitori che pregano e che sanno lasciar andare. A voi, care famiglie, la riconoscenza mia e di tutta la Chiesa.

Saluto e benedico i diaconi che saranno ordinati presbiteri fra pochi giorni: vi porto nella mia preghiera personale, affinché siate sempre discepoli fedeli, gioiosi e coraggiosi del Signore. Pregheremo per voi, tutti.

Vi benedico tutti di cuore, insieme ai vostri Vescovi, ai vostri formatori, alle vostre famiglie, e a quelle comunità che vi aspettano e già pregano per voi. Grazie.

Membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe (CELRA) (3 settembre 2026)

Gio, 03/09/2026 - 11:30

Beatitudine Eminentissima,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Carissimi convenuti,

con grande gioia accolgo voi, Pastori che formate insieme la Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe. Attraverso di voi, desidero rivolgere il mio saluto ai sacerdoti, alle persone consacrate e a tutti i fedeli delle vostre Comunità. Con le parole dell’Apostolo Paolo, auguro a tutti: «grazia a voi e pace da Dio» (Rm 1,7).

La vostra Conferenza abbraccia Chiese presenti in una realtà vasta e articolata, che operano in contesti spesso segnati da tensioni politiche, sociali e religiose.

Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio: pensiamo a suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, alle Missionarie della Carità uccise nello Yemen mentre servivano i più vulnerabili, e ai tanti sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno donato la vita in Iraq, in Siria e in altre terre segnate dalla violenza. I loro nomi forse non sono conosciuti dal mondo, ma sono ben noti a Dio. La loro fedeltà al Vangelo rimane una luce per le vostre comunità e un invito a non cedere né alla paura né alla rassegnazione.

Quando le comunità si fanno più fragili e molte famiglie sono costrette a emigrare, il vostro ministero diventa ancora più necessario. Siate sempre pastori vicini al vostro popolo, capaci di condividere le sue ferite, di ascoltare, sostenere e consolare, perché attraverso la vostra presenza possa rendersi visibile la vicinanza di Dio.

Non abbiate paura della vostra piccolezza. La fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo. Una comunità piccola, se radicata in Cristo, può essere una presenza preziosa: non perché cerca il potere, ma perché serve; non perché s’impone, ma perché testimonia; non perché risponde alla violenza con altra violenza, ma perché oppone alla forza la carità.

Nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni, le vostre comunità mostrino che è possibile vivere, servire e sperare insieme. Attraverso le parrocchie, le scuole, gli ospedali e le opere di carità, rendete concreto il Vangelo, accogliendo, ascoltando e sostenendo quanti sono nel bisogno. Sostenete, in particolare, le congregazioni religiose che continuano generosamente a stare accanto ai poveri e ai più fragili.

In mezzo alle emergenze, non perdete di vista l’essenziale della missione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire deve essere anzitutto una Chiesa che prega, ascolta la Parola e vive dei Sacramenti.

Abbiate particolare cura delle famiglie e dei giovani. Le famiglie, pur gravate da difficoltà e incertezze, possano, con il sostegno della comunità, rimanere il primo luogo nel quale la fede viene ricevuta e trasmessa. I giovani, spesso divisi tra grandi aspirazioni e un futuro incerto, trovino nella Chiesa una casa che li accolga, li ascolti e li aiuti a riconoscere il valore della loro vita. La catechesi accompagni bambini, giovani e adulti verso un incontro vivo con Cristo, affinché la fede sia conosciuta, vissuta e trasmessa di generazione in generazione.

Abbiate cura anche dei migranti, numerosi, soprattutto nei Paesi del Golfo. Molti vivono lontani dai propri cari e sperimentano solitudine e precarietà. Le vostre comunità siano case nelle quali nessuno si senta straniero. Difendete la dignità di ogni persona e riconoscete in ogni migrante un fratello e una sorella: così la carità diventa testimonianza del Vangelo e scuola di fraternità.

Custodite e rafforzate la comunione tra le Chiese e i diversi riti. La varietà delle tradizioni cristiane è una ricchezza da vivere nell’unità. Da questa comunione nasca un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose. Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell’incontro. Là dove la guerra ha seminato diffidenza, ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace.

La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo: annunciarlo nella Parola, celebrarlo nei Sacramenti, incontrarlo nella preghiera e riconoscerlo nei poveri, nei sofferenti, nei migranti e in ogni persona posta sotto la vostra cura.

Non siete chiamati a risolvere tutti i problemi delle vostre terre, ma a essere fedeli al Vangelo e al popolo che vi è affidato. Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà. Siate voce di verità, di giustizia e di pace; uomini di preghiera, pastori vicini alla vostra gente, artigiani della riconciliazione e testimoni della misericordia.

Non abbiate paura di seminare senza vedere subito i frutti. La semina appartiene a voi; la crescita appartiene a Dio. Nessun gesto compiuto nel nome di Cristo è inutile: una preghiera, una parola di consolazione, una famiglia accompagnata, un bambino educato alla fede, un povero accolto sono semi di un futuro nuovo.

Cari Fratelli, continuate il vostro cammino con fiducia. Non siete soli. La Chiesa universale guarda alle vostre comunità con affetto e riconosce nella loro perseveranza, nella fede vissuta nella prova e nel coraggio del servizio una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa.

Affido voi, le vostre Chiese e tutti i popoli delle vostre terre alla protezione della Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace. Ella accompagni le famiglie, i giovani, i migranti, i malati e i poveri; sostenga quanti soffrono e illumini quanti hanno responsabilità politiche e sociali, perché sappiano cercare il bene comune e aprire cammini di riconciliazione.

Su di voi e su tutti i fedeli che vi sono affidati invoco di cuore l’abbondanza delle benedizioni del Signore. Egli vi custodisca nella fede, vi renda perseveranti nella speranza e generosi nella carità, e conceda alle vostre comunità e a tutti i popoli delle vostre terre il dono prezioso della pace.

Udienza Generale del 2 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Mer, 02/09/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai «profeti di sventura» che, «sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). Da qui il compito affidato ai Padri conciliari: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Tre anni dopo, la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18).

In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, Gaudium et spes richiama il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da «nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 198).

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre «a suo servizio»; o una conoscenza più chiara delle «leggi della vita sociale», accompagnata però da incertezze «sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica», che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia «una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria» (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, […] facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

______________________________

Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française. Frères et sœurs, puissent la joie et l’espérance être le visage d’une Église qui annonce et vit l’Évangile, en allant à la rencontre des femmes et des hommes de notre temps. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente le persone di lingua francese. Fratelli e sorelle, possano la gioia e la speranza essere il volto di una Chiesa che annuncia e vive il Vangelo, andando incontro alle donne e agli uomini del nostro tempo. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Malta, Canada and the United States of America.  In a particular way, I welcome the delegation of the Interreligious Platform for Dialogue and Cooperation in the Arab World. In expressing my deep appreciation for the work of the King Abdullah bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dialogue, I offer prayers for the success of your deliberations, together with the assurance of my spiritual closeness in these days.  Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.  God bless you all!

Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache. Nehmen wir mit Freude und Hoffnung am Evangelisierungswerk der Kirche teil, damit das Licht Christi in den Herzen aller Menschen erstrahlen möge.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca. Partecipiamo con gioia e speranza all’opera evangelizzatrice della Chiesa perché la luce di Cristo possa risplendere nei cuori di tutti gli uomini.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a la Bienaventurada Virgen María que interceda por toda la Iglesia, para que anuncie el Evangelio con alegría y esperanza, cercana a los hombres y mujeres de nuestro tiempo, y sepa guiar a todos hacia Cristo, «la clave, el centro y el fin de toda la historia humana» (GS 10). Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,请你们追寻真生命的道路,始终做上主的良善工人。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, ricercate la via della vera vita e siate sempre i buoni operai del Signore. Vi benedico di cuore.]

Dirijo as minhas boas-vindas a todos os peregrinos de língua portuguesa e, de modo especial, aos grupos vindos do Brasil e de Portugal. Sabei que nenhuma das vossas legítimas aspirações escapa à atenção e ao cuidado pastoral da Igreja que, como Corpo de Cristo, possui um coração que vos acompanha com ternura e compaixão. Que Deus vos abençoe e Nossa Senhora vos guarde!

[Rivolgo il mio benvenuto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo. Sappiate che nessuna delle vostre legittime aspirazioni sfugge all’attenzione e alla cura pastorale della Chiesa che, come Corpo di Cristo, ha un cuore che vi accompagna con tenerezza e compassione. Dio vi benedica e la Madonna vi custodisca!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. لِنَقتَرِبْ مِن إخوَتِنا، ولا سِيَّما الفُقَراءَ والمُتَألِّمِين، فَنَصِيرَ لَهُم شُهودًا للإنجِيل، مُمتَلِئِينَ بالفَرَحِ والرَّجاء. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Avviciniamoci ai nostri fratelli, soprattutto ai poveri e ai sofferenti, diventando per loro testimoni del Vangelo, pieni di gioia e di speranza. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Rozpoczęty wczoraj nowy rok szkolny wyznacza kolejny etap zdobywania wiedzy i wychowania nowych pokoleń dzięki współpracy rodziców, szkoły i Kościoła. Niech udział w lekcjach religii i katechezie poszerza horyzonty, pogłębia poznanie Boga i świata oraz przygotowuje do owocnego przyjmowania sakramentów i uczestnictwa w życiu wspólnoty. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. L’anno scolastico, iniziato ieri, segna un’ulteriore tappa nel percorso di acquisizione delle conoscenze e di educazione delle nuove generazioni, grazie alla collaborazione tra genitori, scuola e Chiesa. La frequenza delle lezioni di religione e della catechesi possa ampliare gli orizzonti, approfondire la conoscenza di Dio e del mondo nonché preparare a ricevere con frutto i sacramenti e a partecipare alla vita della comunità. A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai gruppi parrocchiali: tutti esorto a modellare la vita sul Vangelo per essere nella società seminatori dell’amore di Cristo.

Saluto, poi, i volontari dell’Associazione “Abeo” di Verona, esprimendo apprezzamento per l’opera in favore dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero. 

 A tutti la mia benedizione!

Borgo Laudato Si’: Celebrazione della Santa Messa (1° settembre 2026)

Mar, 01/09/2026 - 18:30

Cari fratelli e sorelle,

nelle Letture scelte per la liturgia di oggi, Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, ci vengono rivolti due inviti alla contemplazione delle opere del Signore, esercizio che non risulta certo difficile nel contesto di questi meravigliosi giardini.

Il libro della Sapienza ci esorta a contemplare la bellezza e la potenza del creato per riuscire ad apprezzarne l’Artefice (cfr Sap 13,1-9). È superficiale fermarsi alla contemplazione del fuoco, del vento, dell’acqua impetuosa o delle stelle del cielo senza risalire al Creatore di tanta meraviglia.

Il Salmo 18 ci sprona ad alzare lo sguardo per contemplare i cieli che narrano la gloria di Dio e il firmamento che annuncia l’opera delle sue mani. Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore, purché lo sguardo e il cuore siano aperti a tanto mistero.

Anche il testo evangelico di Matteo (cfr Mt 6,24-34) ci invita alla contemplazione del creato, sottolineando l’amore speciale del Signore per l’essere umano. Ammirare stupiti gli uccelli del cielo e i gigli del campo, preziosi agli occhi del Creatore, ci conduce a comprendere quanto sia grande l’amore di Dio per noi. Se infatti il Signore non manca di assegnare sontuosa bellezza e provvedere quanto necessario a piante e animali, quanto più sarà attento alle esigenze dei suoi amati figli e figlie!

Stasera, mentre accogliamo l’invito a fermarci e a riflettere davanti alle opere di Dio, diamo inizio al “Tempo del creato”, periodo di cinque settimane dedicate alla preghiera e all’impegno nella cura della “casa comune”. In questa Giornata, perciò, e nei giorni a venire, diamoci qualche minuto di pausa dalla frenesia delle attività quotidiane per gustare la grande armonia di cui siamo parte. Mettiamo in “modalità silenziosa” tutti i rumori delle opere umane per ascoltare la voce melodiosa della creazione, in cui Dio, Autore di ogni cosa, ci parla.

Questo esercizio contemplativo, che favorisce l’incontro con il Signore, costituisce un primo passo verso «un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda» (Messaggio per la XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato).

Dalla contemplazione del creato e dall’incontro con il Creatore nasce la coscienza del nostro posto speciale all’interno del meraviglioso piano di Dio e della nostra responsabilità personale e collettiva nella custodia dell’armonia originale. Così, dalla presa di coscienza delle nostre mancanze e dei nostri errori, nasce un impegno rinnovato a restaurare le relazioni tra le creature secondo la volontà del loro Artefice.

Per questo il Messaggio dell’odierna Giornata riprende «la chiamata profetica a “forgiare le spade in vomeri” (cfr Is 2,4), […] a trasformare ciò che è male in vita». Non è ancora troppo tardi, e il Tempo del Creato ci chiama a una profonda conversione: «Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato» (Messaggio per la XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato).

Il tempo che apriamo oggi si concluderà il prossimo 4 ottobre, giorno in cui celebreremo l’ottavo centenario del Transito di San Francesco di Assisi. A lui si è particolarmente ispirato Papa Francesco per scrivere la sua Lettera Enciclica Laudato si’ e per dare vita a questo Borgo che ci accoglie.

Uniamoci dunque spiritualmente al Poverello di Assisi facendo nostro il suo Cantico di lode:

«Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole, […].
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle […].
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento […].
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua […].
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu […].
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa».

Con San Francesco vogliamo rinnovare il nostro impegno a vivere e promuovere quella fratellanza universale che è inseparabilmente unita al compito di custodire il creato.

 

Videomessaggio "Prega con il Papa" - Settembre 2026: Per la cura dell’acqua

Lun, 31/08/2026 - 15:00

SETTEMBRE: Per la cura dell’acqua

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Signore della Vita,
ci hai donato l’acqua,
fonte di fecondità, freschezza e speranza.
Essa disseta, feconda la terra e cura le ferite.

Ti ringraziamo
perché l’acqua è anche simbolo della tua grazia e del tuo amore,
che ci rinnovano attraverso il Battesimo.
Oggi ti chiediamo di insegnarci a custodirla
con gratitudine, giustizia e responsabilità.

Perdonaci per averla trasformata in merce,
dimenticando che è un dono universale,
un diritto senza confini, destinato a tutti i tuoi figli.
Guardiamo con dolore tanti fratelli e sorelle
senza acqua potabile,
che percorrono chilometri per trovarla,
e si ammalano per la sua scarsità.

Fa’ che il tuo Spirito ci renda pellegrini dell’essenziale,
capaci di vivere con sobrietà,
di denunciare lo spreco e l’inquinamento,
di difendere il diritto di ogni persona
a bere senza paura, senza disuguaglianze.

Che la nostra cura per l’acqua
sia segno di amore per il Creatore
e impegno per la vita dei più poveri,
educando le nuove generazioni
a valorizzare e proteggere le risorse della Terra.

Amen.

 

__________________________

Rete Mondiale di Preghiera del Papa

 

Angelus, 30 agosto 2026

Dom, 30/08/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che svela ai discepoli il Mistero della sua Pasqua imminente: il Messia – dice – dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21).

Ciò che afferma è molto lontano dalle loro attese di un Messia trionfatore e potente, con il cui aiuto sconfiggere e calpestare i nemici (cfr Sal 108,14). Già avevano avuto modo, nel tempo trascorso con Lui, di stupirsi di tanti suoi gesti e parole. Quest’ultimo messaggio, però, va davvero oltre ogni previsione. In particolare, Pietro manifesta il suo dissenso e rimprovera Gesù, dicendogli: «“Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”» (v. 22).

Poco prima ha riconosciuto in Lui «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Ora, invece, sorpreso e forse deluso da ciò che sente, in contrasto con la bellissima professione di fede che ha appena fatto, lo rimprovera. Sembra dirgli: “sì, credo che tu sei il Messia, ma non è così che si salva il mondo”. Il suo è un moto di zelo, certamente animato da amore sincero, e nondimeno ci fa riflettere.

Anche per noi, infatti, non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre. Allora la tentazione è di pensare, contro ogni logica di fede, che sia il Signore a sbagliare, o peggio ancora a non ascoltarci o a non interessarsi di noi. Di fronte a questa incertezza Pietro, pur nella sua impulsività, ci insegna due cose importanti.

La prima è di non interrompere mai, nemmeno in questi momenti, il dialogo con il Signore, anzi di manifestargli con fiducia anche la nostra difficoltà a comprendere ciò che ci chiede.

La seconda, però, è di non giudicare mai l’operare di Dio, ma piuttosto di metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che ci sta rivelando attraverso il suo agire, anche quando non corrisponde alle nostre attese.

E la grandezza del Primo degli Apostoli si manifesta anche in questo.

Gesù gli risponde: «Va’ dietro a me, Satana!» (v. 23), e spiega a lui e agli altri discepoli che, per calcare le sue orme, dovranno rinnegare sé stessi, prendere la loro croce e seguirlo (cfr v. 24). Pietro lo farà: dopo averlo ascoltato, accetterà la sfida e rimarrà fedele alle parole del Cristo, che ha riconosciuto come suo Redentore, per tutta l’esistenza, fino al martirio.

Chiediamo allora al Signore di avere anche noi, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, la stessa sincerità di Pietro, nel dirgli umilmente ciò che davvero sentiamo, anche quando il cuore è confuso, e al tempo stesso di saper coltivare la sua stessa docilità, nell’accettare ciò che ci chiede al di là delle nostre attese.

Ci aiuti Maria, che è stata obbediente ai disegni di Dio fin sotto la Croce del suo Figlio Gesù.

____________________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

da Haiti giungono notizie drammatiche del grave massacro perpetrato a Kenscoff, nel quale hanno perso la vita numerose persone mentre altre sono sequestrate. Esprimo la mia vicinanza orante alle vittime e ai loro familiari e chiedo che vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi. Rivolgo un accorato appello a tutti i responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza.

Assicuro la mia preghiera ai colpiti dalla terribile alluvione che si è verificata in Nepal e Tibet. Preghiamo per chi ha perso la vita, per i feriti e i dispersi, per le famiglie, per i soccorritori. Possa la sollecitudine di tutti contribuire ad alleviare le sofferenze e a recare gli aiuti necessari alla popolazione.

Continuiamo a pregare per la pace. Sant’Agostino, la cui memoria abbiamo celebrato in questi giorni, diceva che «la pace […] è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano» (Sermo 357, 2). Possano aumentare nel mondo quanti con coraggio spezzano e distribuiscono il pane della pace, superando le divisioni, promuovendo la giustizia, praticando il perdono, per il bene di tutti.

On Tuesday, we celebrate the World Day of Prayer for the Care of Creation.  This marks the beginning of the Season of Creation – observed by Christians of various denominations – whose theme this year is “Living Water.”  As I recalled in the Message for this Day, caring for our common home calls for a conversion of heart, so that what has been used to bring about destruction may instead be directed toward life.  I invite everyone to join in prayer and action, that we may become channels of the living water of God’s peace, refreshing our wounded world.

[Martedì celebriamo la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Essa segna l’inizio del “Tempo del Creato” – osservato dai cristiani di diverse Confessioni – il cui tema quest’anno è “Acqua viva”. Come ho ricordato nel Messaggio per questa Giornata, la cura della nostra “casa comune” richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato usato per portare distruzione possa invece essere orientato alla vita. Invito tutti a unirsi, in preghiera e azione, affinché possiamo farci canali di acqua viva della pace di Dio, dona ristoro al nostro mondo ferito].

Saluto tutti voi, fedeli di Castel Gandolfo e pellegrini di vari Paesi! In particolare do il benvenuto ai partecipanti alla manifestazione benefica “Run to Rome”, ai giovani che hanno vissuto il cammino della Via Lucis itinerante, al gruppo dei Devoti della Madonna dei Miracoli di Corbetta e ai motociclisti presenti per il loro tradizionale incontro annuale.

Ringrazio le Forze dell’Ordine e quanti hanno contribuito al mio soggiorno estivo qui a Castel Gandolfo, come pure al servizio a tutela della sicurezza durante gli incontri con i pellegrini. Tante grazie!

Invio il mio cordiale saluto ai fedeli che seguono l’Angelus da Piazza San Pietro.

E a tutti auguro una buona domenica!

 

Santa Messa e Processione mariana sul Lago (Castel Gandolfo, 29 agosto 2026)

Sab, 29/08/2026 - 18:00

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di celebrare con voi la Festa della Madonna del Lago, come già hanno fatto in passato alcuni miei Predecessori: San Paolo VI, che ha auspicato e sostenuto la costruzione di questa chiesa dedicata a Maria e l’ha consacrata, e San Giovanni Paolo II, che qui ha voluto ricordarne la memoria e rinnovarne il messaggio.

La Liturgia della Parola ci offre testi che ben si armonizzano con questo appuntamento tradizionale.

Nella prima Lettura il profeta Geremia ci parla del suo bisogno irresistibile di corrispondere alla chiamata che ha ricevuto: «Mi hai sedotto, Signore – dice –, e io mi sono lasciato sedurre […]. Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente […]; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,7.9). Dio gli ha rivelato di averlo conosciuto e scelto fin dal seno materno (cfr ibid. 1,5), e di amare il suo popolo di amore eterno (cfr ibid. 31,3); gli ha parlato del suo piano di salvezza, e lui non può più tacere. Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio, anche se sa che questo comporterà dover dire e fare cose che a molti non piaceranno, incontrare sofferenze e incomprensioni, fino a diventare «oggetto di derisione ogni giorno» (v. 7). Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine.

È ciò che ci insegna anche Gesù nel Vangelo. Da poco ha sfamato cinquemila uomini con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,15-21), e poi altri quattromila, con sette pani e pochi pesciolini (cfr Mt 15,32-38). Ora, al di là del successo riscosso con quei gesti, spiega ai discepoli il senso Messianico di ciò che ha compiuto: svela loro che dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21).

Gesù spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita (cfr Gv 10,17-18) e offrendo sé stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione: «Se qualcuno vuole venire dietro a me – ci dice –, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24).

Gesù rivela, così, che solo l’amore salva. L’amore che Dio ci ha mostrato facendosi uomo, morendo e risorgendo per noi e, in risposta, quello con cui anche noi ci offriamo umilmente a Lui e ai fratelli: nella costanza fedele della carità di ogni giorno come nei gesti più straordinari, fino al martirio, a volte, come accade purtroppo anche oggi a molti cristiani, in varie parti del mondo.

Sant’Agostino diceva che «la gioia del mietitore […] dimostra l'intenzione del seminatore» (Sermo 330, 2), e noi desideriamo fare nostri i suoi sentimenti: con l’aiuto di Dio, vogliamo spargere ovunque nel mondo i semi della sua carità infinita, senza stancarci, senza misura, perché oggi e sempre qualcuno possa gioire raccogliendone i frutti.

Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39) – dicono – è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti (cfr Mt 18,21-22) è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare (cfr Mt 16,22). Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita.

Non illudiamoci. L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo. Tutto conferma quello che Gesù ci ha insegnato: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25).

Cari fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni. Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore! Non conformiamoci alla mentalità del mondo (cfr Rm 12,2). Continuiamo ad amare, a donare, a perdonare, offrendoci «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (v. 1), per preservare e far crescere, in noi e negli altri, la dignità infinita dell’immagine divina che portiamo nell’anima. E non scoraggiamoci se è difficile: la nostra forza è nel Signore, e con il suo aiuto tutto è possibile (cfr Fil 4,13).

Ce lo ricorda anche il rito della processione sul lago, che faremo tra poco. Esso evoca un altro miracolo di Gesù, avvenuto poco prima dei fatti che abbiamo ascoltato, quando il Maestro, sul Lago di Tiberiade, ha raggiunto i discepoli impauriti camminando sulle acque e li ha condotti a riva sedando la tempesta (cfr Mt 8,23-27). Proprio quando erano più spaventati, in balia dei venti contrari, li ha esortati ad avere fede, a pregare, per ritrovare pace e, insieme a Lui, continuare a navigare verso la meta desiderata.

Con questa fede, stasera, partecipiamo all’Eucaristia. Sull’Altare doniamo noi stessi, assieme al pane e al vino. E il Signore unisce le nostre offerte alla sua, le consacra e ce le ridona, trasformate nel suo Corpo e nel suo Sangue, perché le condividiamo, come nutrimento per il cammino. Poi, come i discepoli, lasceremo assieme la riva, recando con noi l’immagine di Maria, nostro modello e guida, per portare lungo le sponde del lago, la benedizione che abbiamo ricevuto.

Sono gesti semplici, con cui rinnoviamo la nostra fiducia in Dio e la nostra devozione filiale alla sua Santissima Madre. E sono tanto più evocativi in quanto resi possibili – come amava ricordare San Paolo VI – dalla premura con cui la piccola comunità che vive qui, custodisce per tutto l’anno questo luogo di pace, perché nei momenti solenni vi si possa riunire tutto il popolo di Dio, proprio come Maria, che ha accolto nel suo grembo e nella casa di Nazareth il Figlio di Dio fatto uomo, perché a tutti potesse giungere la sua salvezza.

Così questo luogo di devozione mariana diventa anche un segno di come la Chiesa si sforzi, giorno per giorno, di fare di tutti noi un corpo solo, nella preghiera, nei sentimenti, nei propositi, nello sviluppo ordinato e unanime del nostro essere insieme, e un simbolo dell’amore con cui il Signore, per mezzo della sua Santissima Madre, ha voluto avvicinarsi a noi come uno di noi, fino a confondersi con la grande folla della nostra umanità (cfr Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, 15 agosto 1977).

Stringiamoci, allora, stasera, a Gesù e a Maria, al Figlio e alla Madre, per essere, uniti, non solo sul lago, ma in tutte le notti del mondo, un riflesso rasserenante della presenza di Dio, e un’eco irresistibile del suo amore che invita ad amare.

Lettera Apostolica in forma di “Motu Proprio” <i>Mutua Concordia</i> del Sommo Pontefice Leone XIV con la quale vengono modificati i Canoni 106 e 126 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (29 agosto 2026)

Sab, 29/08/2026 - 12:00

La mutua concordia tra il Pater et Caput di una Chiesa sui iuris orientale e i confratelli nella dignità episcopale, che insieme costituiscono il Sinodo dei Vescovi, è l’anima della comunione della Gerarchia ecclesiastica orientale.

Il Sinodo dei Vescovi rappresenta il luogo sorgivo dell’elezione del Patriarca. Ciò implica una intrinseca vocazione alla collegialità nel suo ministero primaziale, che si radica in un’antica e mirabile tradizione. Nelle Chiese orientali cattoliche, emerge l’opportunità di riconoscere e ampliare le facoltà dei Sinodi dei Vescovi, la qual cosa appare appropriata anche alla luce dei rapporti interconfessionali, segnatamente della sensibilità teologica e della prassi delle Chiese ortodosse.

Nelle Chiese cattoliche patriarcali e arcivescovili maggiori, tale sinodalità va costantemente ricercata e alimentata nel contesto di una comune responsabilità che, dopo esser stata assunta nell’atto di elezione del Pater et Caput, occorre sia esercitata anche nella gestione ministeriale della Chiesa e nel funzionamento ordinario del Sinodo dei Vescovi.

Se questa peculiare armonia ecclesiale risultasse gravemente inficiata, occorre che sia ripristinata nel contesto della comunione episcopale: pur essendo costitutivamente Primo e non mero Presidente dell’Assise dei Vescovi, il Patriarca non può essere infatti considerato indipendentemente da essa.

Qualora il sacro legame tra il Pater et Caput e gli altri Vescovi venisse irreparabilmente compromesso, ciò comporterebbe una grave ferita cui dover porre rimedio, come sollecitato anche da numerosi Presuli orientali. Circa le modalità di tale processo è appropriato, per le ragioni enunciate, ricorrere a prassi che consentano di manifestare anzitutto il principio della collegialità episcopale.

Pare dunque opportuno che il rimedio all’irreparabile compromissione della comunione avvenga, fatto salvo il ricorso al Romano Pontefice, attraverso l’Assise sinodale di ogni Chiesa patriarcale, così che, come evocava Sant’Ignazio di Antiochia, nell’armonia dello stesso accordo, prendendo nell’unità il tono di Dio, si canti a una sola voce (cfr Lettera agli Efesini, 4).

Perciò, in situazioni di particolare emergenza, che comportano una grave e irrimediabile compromissione della comunione, il Sinodo dei Vescovi è tenuto a poter esercitare l’autorità canonica tale da consentire ad esso di chiamare il Patriarca a rispondere del proprio operato.

Al fine di conferire una più compiuta espressione all’autonomia interna delle Chiese orientali patriarcali, e per analogia di quelle arcivescovili maggiori (cfr CCEO, can. 152), ferme restando le prerogative proprie di questa Sede Apostolica, riconosco e stabilisco pertanto la competenza dei rispettivi Sinodi dei Vescovi a ricomporre la comunione ferita, anche rimuovendo dall’ufficio, per causa grave, il proprio Patriarca, con una procedura che, nel rispetto delle norme, gli garantisca il diritto alla piena difesa dinanzi al Sinodo.

Non essendo presente nel Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium una disposizione che indichi come intervenire in tali casi, ho ritenuto necessario stabilire un procedimento ordinato per la rimozione dall’ufficio di un Patriarca da parte del Sinodo dei Vescovi. Ho riservato al Romano Pontefice la sola concessione dell’assenso alla decisione sinodale, per essere certi che sia garantita la piena libertà dei Padri nell’esprimere la propria scelta, al riparo da qualsiasi possibile indebita pressione interna o esterna.

Pertanto, dopo aver sentito il parere del Dicastero per i Testi Legislativi e del Dicastero per le Chiese Orientali, ho ritenuto di provvedere alla modifica del canone 106 e del canone 126 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium.

Tutto ciò considerato, dispongo quanto segue:

Art. 1. Al can. 106, dopo il § 2, si inserisce un nuovo paragrafo, di modo che la norma sia così formulata:

«§3 Qualora il Patriarca ometta di adempiere agli obblighi di cui ai paragrafi precedenti, il Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale può essere legittimamente convocato dal Vescovo più anziano per ordinazione episcopale, avente diritto di voto; e se anche questi omette di procedere alla convocazione, tale facoltà ricade sui successivi Vescovi, più anziani per ordinazione episcopale, a ciò disponibili, aventi diritto di voto.»

Art. 2. Il can. 126 è modificato nel modo seguente:

«§1. La Sede patriarcale diventa vacante con la morte o con la rinuncia del Patriarca.

§2. Competente ad accettare la rinuncia del Patriarca è il Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, dopo aver consultato il Romano Pontefice, a meno che il Patriarca non si sia rivolto direttamente al Romano Pontefice.

§3. Per una causa grave, riconosciuta tale dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, il medesimo Sinodo, convocato seguendo quanto previsto dai cann. 106 § 1, n. 3, e 108 § 3, può chiedere al Patriarca di rinunciare all’ufficio.

§4. Se, dopo la richiesta di cui al § 3, il Patriarca non rinunciasse al proprio ufficio, il Vescovo più anziano per ordinazione episcopale, avente diritto di voto, provvede all’elezione di un nuovo Presidente da parte del Sinodo, il quale sottopone la rimozione del Patriarca al suffragio segreto di almeno due terzi dei membri del Sinodo con diritto di voto, nel rispetto della sua facoltà di difesa dinanzi al Sinodo stesso. Il Presidente informi al più presto il Romano Pontefice, cui spetta l’assenso alla rimozione che rende vacante la sede patriarcale.

§5. Spetta al Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale valutare l’applicazione del can. 62 rispetto al Patriarca rimosso.»

Quanto ho deliberato con questa Lettera Apostolica, ordino che abbia fermo e stabile vigore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di speciale menzione, e sia promulgato tramite pubblicazione su L’Osservatore Romano, entrando immediatamente in vigore, e quindi pubblicato nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.

Dal Vaticano, il 29 agosto 2026, anno II del mio Pontificato.

LEONE PP. XIV

Membri dell’“Institut International des Sciences Administratives (28 agosto 2026)

Ven, 28/08/2026 - 11:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Signore e signori,
buongiorno e benvenuti,
e grazie per la vostra pazienza anche questa mattina!

Sono molto lieto di incontrarvi, al termine della vostra conferenza annuale qui a Roma: voi, membri dell’Istituto Internazionale delle Scienze Amministrative, venuti da tutto il mondo, e del quale anche la Santa Sede è membro.

Il vostro Istituto, che ha visto la luce nel 1930, all’indomani della grande crisi economica che ha colpito il mondo, ha la vocazione di essere «un incessante appello alla coscienza delle autorità politiche affinché adattino la vita sociale alle condizioni continuamente mutevoli dei tempi, di modo che essa possa realizzare le intenzioni e i disegni della Sapienza del Creatore». (cfr. Pio XII, Discorso ai partecipanti all’VIII Congresso Internazionale delle Scienze Amministrative, 5 agosto 1950).

Il tema della vostra Conferenza, che si è appena conclusa in questi giorni, lancia oggi un vibrante appello al nostro mondo, nell’era digitale, affinché si possa conservare l’equilibrio nell’utilizzo delle tecnologie digitali. Un appello che si unisce a quello che ho lanciato nella mia recente Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale. Oggi non possiamo non guardare in faccia questa realtà che tocca da vicino il nostro modo di vivere e che permea tutti i livelli della vita sociale. La velocità con la quale si sviluppano le innovazioni riguardanti l’Intelligenza Artificiale ci spinge a domandarci se in futuro sarà possibile controllare queste macchine, se l’uomo non corra il rischio di diventare vittima delle proprie invenzioni. Uno dei gravi problemi odierni è constatare che le decisioni concernenti la vita umana sono affidate a delle macchine.

Dinanzi a questa preoccupante situazione, plaudo al vostro incontro che mira a riaffermare il carattere insostituibile dell’intelligenza umana di fronte a questi strumenti tecnologici. Le vostre riflessioni e i vostri lavori potranno aiutare le autorità a prendere decisioni in questo ambito per il bene dell’umanità. «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana» (Magnifica humanitas, n. 106).

È dunque importante definire un’etica che accompagni l’utilizzo di questi importanti strumenti, che purtroppo si concentrano nelle mani dei grandi attori economici e tecnologici, e che lo Stato fa fatica a controllare. Occorre fare in modo che il bene della famiglia umana non venga sacrificato per interessi privati.

Vi incoraggio a proseguire le vostre ricerche per trovare vie e mezzi per apportare il vostro contributo all’amministrazione pubblica per l’umanizzazione delle tecnologie digitali, affinché siano al servizio della vita e della pace. È proprio a questo che ci ha invitati Papa Francesco quando ha lanciato l’allarme sull’uso responsabile di queste tecnologie, dicendo: «Abbiamo [...] il dovere di allargare lo sguardo e di orientare la ricerca tecnico-scientifica al perseguimento della pace e del bene comune, al servizio dello sviluppo integrale dell’uomo e della comunità” (Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2024).

Cari membri dell’Istituto Internazionale delle Scienze Amministrative, so che la vostra missione non è facile e che a volte lo sconforto può assalirvi. Prego l’Onnipotente affinché vi sostenga, perché possiate proseguire con determinazione questo nobile compito. Su tutti voi invoco le abbondanti Benedizioni di Dio. Grazie!

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 195, venerdì 28 agosto 2026, p. 2.

Delegazione della Società di San Vincenzo de’ Paoli, degli Stati Uniti d’America (28 agosto 2026)

Ven, 28/08/2026 - 11:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti. Benvenuti. Grazie per la vostra pazienza.
 

Eccellenze,
Cari amici
,

con grande gioia porgo i miei cordiali saluti a tutti voi, e spero che la vostra permanenza a Roma, nella Città Eterna rafforzi la vostra fede e renda più profondo il vostro desiderio di servire il Signore e di servire la sua Chiesa. Vi ringrazio in particolare per il vostro devoto servizio alla Società di San Vincenzo de’ Paoli e, attraverso di essa, ai vostri fratelli e alle vostre sorelle in tutti gli Stati Uniti d’America. Di fatto, offrendo liberamente i vostri doni e talenti dati da Dio, rendete una testimonianza eloquente della vostra fede al servizio dell’edificazione del Regno di Dio.

Allo stesso tempo, vi incoraggio ad approfondire la vostra relazione con nostro Signore, affinché la sua grazia possa continuare a guidare e a rafforzare il vostro servizio. San Vincenzo de’ Paoli dimostrò che la preghiera e la giustizia sociale non sono soltanto complementari, ma sono di fatto inscindibili. Pertanto, è mia speranza che continuiate a rivolgervi al vostro patrono celeste al fine di seguire il suo esempio e chiedere la sua intercessione.

Inoltre, come ho ricordato in Dilexi te, sant’Agostino insegnava la natura cristocentrica della cura per i poveri e sosteneva che Dio non si lascia vincere in generosità nei confronti di coloro che li servono. Pertanto, crediamo che la cura degli altri, quando nasce dall’amore, non solo aiuti chi è nel bisogno, ma apra anche il cuore di chi dona alla grazia di Dio (cfr. n. 46). Cari amici, vi esorto dunque a donare sempre voi stessi. In questo modo, la grazia del Signore purificherà costantemente i vostri cuori e le vostre menti e riconoscerete più prontamente Cristo nel vostro prossimo, sia nelle persone che servite sia in quelle con cui lavorate.

Infine, quando tornate alle vostre case, sappiate che lo fate accompagnati dalle mie preghiere. In modo particolare, vi chiedo di portare i miei cordiali saluti ai vostri colleghi e alle persone delle quali vi prendete cura. Con queste riflessioni, affido ognuno di voi all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa. E forse, oggi, in modo speciale, anche a sant’Agostino, nel giorno della sua memoria. Grazie.

Quindi per favore alzatevi e preghiamo insieme come ci ha insegnato il Signore. [Padre nostro…]

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 195, venerdì 28 agosto 2026, p. 2.

Partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni di dipendenza in America Latina (27 agosto 2026)

Gio, 27/08/2026 - 11:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.


Buongiorno a tutti e benvenuti!

Saluto con affetto fraterno ognuno di voi. Ringrazio in modo particolare il Consiglio Episcopale latinoamericano e dei Caraibi (CELAM) e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) per aver promosso questo incontro, come pure la Pontificia Commissione per l’America Latina e la Pontificia Accademia per la Vita.

Saluto anche i fratelli dei centri, d’ispirazione religiosa, di accompagnamento, prevenzione, recupero e integrazione per giovani, giunti qui da Asia, Africa, Europa e America, che con la loro presenza ci ricordano che la sofferenza e la speranza non hanno confini.

Il tema che ci riunisce è la riflessione, a partire della fede, sul problema delle droghe e sull’impatto che hanno sui nostri giovani. Le dipendenze sono un fenomeno complesso che mette in evidenza il fallimento di un mondo disumanizzato. La sofferenza dei giovani ci chiede risposte integrali: prevenzione comunitaria, assistenza scientifica, giustizia dal volto umano e accompagnamento pastorale prossimo. Il nostro contributo deve essere orientato alla cura, alla presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario.

Sono lieto di constatare come, in questo incontro, convergano quattro ponti che rappresentato altrettante vie di collaborazione in questo ambito.

Il primo ponte è tra la Chiesa e gli organismi internazionali, poiché nessuno può affrontare da solo il problema delle droghe. Pertanto, merita una menzione particolare la collaborazione in atto tra l’Organizzazione degli Stati Americani e il Consiglio Episcopale latinoamericano e dei Caraibi che coordinano attività di formazione per organizzazioni comunitarie d’ispirazione religiosa e creano reti di accompagnamento, e che hanno persino permesso al CELAM di presentare il Manuale della Pastorale Latinoamericana di Accompagnamento e Prevenzione delle Dipendenze.

Il secondo ponte è tra la scienza e la fede. La Chiesa non interviene nella problematica delle droghe con la pretesa di competere con le neuroscienze, la psichiatria o la sanità pubblica, o di occuparne il posto; ma cerca di illuminarla, a partire dal Vangelo, con una comprensione integrale della persona umana.

Il terzo ponte è all’interno della Chiesa che peregrina nei diversi continenti. In questi giorni sono giunte fin qui persone provenienti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa per condividere le loro sofferenze, le loro speranze e il loro entusiasmo pastorale.

Il quarto ponte è ecumenico. La Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali, nella pratica dell’amore concreto per quanti soffrono, trovano, a partire dalla fede, un linguaggio comune molto eloquente per accompagnare e integrare i giovani nei loro bisogni e nei loro sogni.

Ma consentitemi di soffermarmi un istante su un’istituzione che attraversa il nostro lavoro in maniera trasversale: la famiglia. La famiglia, che il Concilio Vaticano II ha chiamato giustamente “chiesa domestica” (cfr. Lumen gentium, n. 11), è il luogo dove si coltiva la vita, la si custodisce e la si proietta. Non esiste prevenzione migliore contro le droghe di una buona famiglia.

Attualmente, siamo testimoni del dolore di molte famiglie distrutte, a causa del consumo di droghe, della violenza, del reclutamento criminale di un figlio, della povertà o della mancanza di opportunità che spingono ai margini del cammino. San Giovanni Paolo II ci ha chiesto di fare della Chiesa “la casa e la scuola della comunione” (Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, n. 43). E Papa Francesco ci ha ricordato che Gesù vuole che “tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 270). Qui è espresso il nucleo della missione che voi portate avanti: che la Chiesa sia una famiglia, includendo soprattutto le persone che soffrono.

Infine, vorrei esprimere un desiderio: che la Chiesa sia la famiglia di tutte le persone che sono rimaste ai margini del cammino. Come il samaritano, che si fece prossimo dell’uomo caduto, non passiamo oltre; costruiamo una Chiesa che si ferma, si avvicina, si commuove, unge le ferite, nutre e diventa casa.

Grazie per il vostro lavoro.

Che Dio vi benedica.

Offriamo la benedizione del Signore. La grazia di Dio accompagni sempre tutti voi, le vostre famiglie, la vostra attività. È un lavoro tanto importante che svolgete in diverse parti del mondo.

[Benedizione]

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 194, giovedì 27 agosto 2026, p. 2.

Udienza Generale del 26 agosto 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica

Mer, 26/08/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica

 

Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).

__________________________________________

[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.

[2] Ibid.

[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).

_________________________________________________

Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française en particulier les fidèles du pèlerinage interdiocésain du Sénégal. Je vous invite à ouvrir vos cœurs et vos intelligences au mystère présenté par l’Église au cours de la liturgie en manifestant ainsi, à travers votre participation active, la transformation intérieure opérée par les rites, les gestes, les chants et les silences qui, tous, révèlent la présence vivante du Christ. Je vous bénis de tout cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i fedeli del pellegrinaggio interdiocesano del Senegal.  Vi invito ad aprire i vostri cuori e le vostre intelligenze al mistero presentato dalla Chiesa nel corso della liturgia; manifestando così, attraverso la vostra partecipazione attiva, la trasformazione interiore operata dai riti, dai gesti, dai canti e dai silenzi che, tutti insieme, rivelano la presenza viva di Cristo. Vi benedico di cuore!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Malta, Senegal and Canada.  A special greeting to those serving in the National Offices of the Pontifical Mission Societies.  Upon you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Liebe Pilger deutscher Sprache, ich lade euch an, an der heiligen Liturgie im Bewusstsein teilzunehmen, dass sie Höhepunkt des Tuns der Kirche ist und zugleich die Quelle, aus der all ihre Kraft strömt. Auf diese Weise richten wir unser Leben auf das immerwährende Lob Gottes aus und machen uns bereit, die Gnaden zu empfangen, die zu unserer Heiligung notwendig sind.

[Cari pellegrini di lingua tedesca, vi invito a partecipare alla Sacra Liturgia nella consapevolezza che essa è il culmine dell’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. In questo modo orientiamo le nostre vite alla lode perenne di Dio e ci disponiamo a ricevere le grazie necessarie alla nostra santificazione.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Hoy celebramos la memoria de santa Teresa de Jesús Jornet e Ibars, religiosa española, patrona de la ancianidad. Por su intercesión, pidamos al Señor que bendiga a todos los ancianos, así como a las personas que los cuidan y acompañan. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,你们要以笃行不怠的精神去找寻天主,并在你们的生活中以守真不伪且慷慨的心去事奉祂。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, cercate con perseveranza Dio e servitelo con generosa coerenza nella vostra vita. Vi benedico di cuore.]

Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, em especial o grupo de catequese de Válega, em Portugal. Caríssimos, alegrai-vos na Igreja Mãe e Mestra, e participai cada vez mais ativamente nas celebrações litúrgicas, nas quais vos enriqueceis com o ensinamento divino e vos nutris do Corpo de Jesus, que nos guarda na unidade. Deus vos abençoe!

[Saluto di cuore i pellegrini di lingua portoghese, specialmente il gruppo di catechismo di Válega, in Portogallo. Carissimi, gioite nella Chiesa Madre e Maestra, e partecipate sempre più attivamente nelle celebrazioni liturgiche, dove vi arricchite dall’insegnamento divino e vi nutrite del Corpo di Gesù che ci custodisce nell’unità. Dio vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. الليتُورجِيَّا لَيسَت مُجَرَّدَ حُضُورٍ خارِجِيّ، بَل هِي لِقاءٌ حَيٌّ مَعَ الله. فَلْنُشارِكْ فِيها بِوَعْيٍ وَتَقوَى وفاعِلِيَّة لِكَي نُنَمِّي إيمانَنا. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. La liturgia non è una semplice presenza esteriore, ma un incontro vivo con Dio; partecipiamo dunque ad essa consapevolmente, piamente e attivamente, affinché possiamo crescere nella fede. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Łączę się duchowo ze zgromadzonymi w Częstochowie, gdzie po 70 latach odnawiane są dzisiaj Jasnogórskie Śluby Narodu, opracowane przez uwięzionego kard. Stefana Wyszyńskiego. Niech zawarty w nich program odnowy moralnej społeczeństwa przez ochronę życia ludzkiego, troskę o małżeństwo i rodzinę oraz o wychowanie dzieci i młodzieży będzie ciągle inspiracją do budowania sprawiedliwości i braterstwa. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Mi unisco spiritualmente a quanti si trovano a Częstochowa, dove oggi, a distanza di 70 anni, vengono rinnovati i «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», redatti dal Cardinale Stefan Wyszyński durante la sua prigionia. Il programma di rinnovamento morale della società in essi contenuto, attraverso la tutela della vita umana, la cura del matrimonio e della famiglia e l’educazione dei bambini e dei giovani, continui a ispirare l’impegno per la giustizia e la fraternità. A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i partecipanti all’incontro estivo per Seminaristi, gli Ospiti della Residenza “Regina coelorum” di Santa Marinella e i diversi gruppi parrocchiali.

Saluto, altresì, i cresimati della Diocesi di Chiavari, accompagnati dal loro Vescovo. Cari ragazzi, con la cresima avete ricevuto il dono più bello, lo Spirito Santo: non è un tesoro da tenere nascosto, ma una luce che dovete far risplendere ogni giorno.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani e dopo domani la liturgia fa memoria di due grandi Santi, santa Monica e sant’Agostino, uniti in terra da vincoli familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria. Il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per testimoniarla con gioia nella vita di ogni giorno.

A tutti la mia benedizione!

Membri della “Federación Marsodeto” (Toledo-Spagna) (24 agosto 2026)

Lun, 24/08/2026 - 12:00

 

Eccellenza,
distinte autorità,
cari fratelli e sorelle,

È una grande gioia potervi ricevere questa mattina, durante il pellegrinaggio che state compiendo alla sede di Pietro, per rendere grazie a Dio per la fecondità dei quarantacinque anni della vostra istituzione. Mi unisco a questa celebrazione particolare e chiedo al Signore che continui a benedire l’opera che svolgete.

Un compito arduo, indubbiamente; con molto lavoro nascosto, che nessuno vede e che soltanto Dio può premiare, e dove è molto gratificante scoprire, nel volto di ogni persona, Gesù Cristo stesso. Con il vostro impegno, potete rendere testimonianza, in modo privilegiato, di ciò che ascoltiamo nel Vangelo: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Saper riconoscere, nelle vite dei più deboli e vulnerabili, lo sguardo di Cristo che ci interpella, è qualcosa che ci fa crescere come società umana e cristiana.

Sono molti i valori che caratterizzano il vostro modo di avvicinarvi a questa realtà delle persone con disabilità intellettiva e paralisi cerebrale: la solidarietà, la difesa della dignità umana e la piena inclusione. Grazie a tutto ciò, siete anche riusciti a suscitare il sostegno di una nutrita rappresentanza istituzionale, che vi accompagna oggi qui, rendendo così testimonianza del vostro impegno nella vostra attività e per il bene comune.

Con uno sguardo retrospettivo, rendiamo grazie a Dio per l’ispirazione di don Marcelino Casas Puente che, più di quarant’anni fa, diede avvio a quello che allora sembrava un sogno e che oggi contempliamo come una realtà: che nessuna famiglia in cui ci fosse una persona con disabilità intellettiva restasse abbandonata a sé stessa.

Oggi questa Federazione può essere orgogliosa di raggiungere tante persone, trasformando in realtà ciò che ho avuto l’occasione di ricordare nella mia recente visita in Spagna: “L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli (cfr. 2 Cor 5, 14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede” (Visita agli operatori e assistiti del progetto sociale “Cedia 24 Horas”, 6 giugno 2026).

Cari fratelli e sorelle, vi affido alla protezione materna di Maria Santissima affinché vi accompagni continuamente nella vostra missione. Che vi incoraggi nei momenti di maggiore difficoltà e vi faccia volgere sempre lo sguardo al Signore, di modo che la vostra Federazione continui a essere un’autentica opera di riferimento ecclesiale e sociale.

Che Dio vi bendica.

Grazie.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 191, lunedì 24 agosto 2026, p. 7.

Delegazione dell'Ordinariato Militare per il Portogallo (24 agosto 2026)

Lun, 24/08/2026 - 11:30

In nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito
Santo. Amen!
La pace sia con voi!


Eccellenza Reverendissima,
Distinte Autorità,
Reverendi Cappellani,
Cari fratelli e sorelle!

Siete venuti a Roma, e con voi sono venuti anche, in un certo senso, gli altri elementi delle vostre unità. Nell’accogliervi, estendo il mio saluto a tutti i membri — cristiani e non cristiani — dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina, della Guardia Nazionale Repubblicana e delle Forze di Pubblica Sicurezza in Portogallo. In modo particolare, alla luce di Cristo risorto, ricordo i due giovani militari dell’Esercito che, venerdì scorso, hanno perso la vita mentre, generosamente, come il buon samaritano, si sono fermati lungo la strada per prestare aiuto: li affido al Signore, insieme alle loro famiglie.

È stato pensando al bene dell’intero corpo delle Forze Armate e di Sicurezza, dei loro membri e delle rispettive famiglie, che sessant’anni fa è stato istituto il Vicariato, che nel 1981 ha assunto il nome di Ordinariato Castrense e, venticinque anni fa, ha avuto il suo primo vescovo. Siete, dunque, voluti venire a Roma per commemorare proprio questa ricorrenza. Possa l’Ordinariato, dando il suo inestimabile contributo al bene spirituale e alla conoscenza dei valori cristiani, continuare a essere uno spazio di costruttiva collaborazione con le autorità statali, governative e militari.

Per chi crede in Cristo, il pellegrinaggio a questa città rappresenta un’occasione unica di rinnovamento di sé, riconoscendo la centralità di Dio nella propria vita e rafforzando la fede attraverso la preghiera sulla tomba dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno, a ognuno di voi è affidata la nobile missione di difendere la sovranità della Patria e lo Stato di Diritto, tutelando la sicurezza dei vostri concittadini e proteggendoli dalle ingiustizie. Vorrei, quindi, ripetervi questa esortazione di san Paolo: “Attingete forza nel Signore […] State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace” (Ef 6, 10.14-15).

Siate forti nel Signore come il centurione che, a Cafarnao, si avvicinò a Gesù. Lui conosceva bene i valori che guidano la vostra vita: l’obbedienza, la disciplina, la rinuncia, la lealtà, il cameratismo, la dedizione, la responsabilità e il coraggio. Al tempo stesso, quel militare sentiva il bisogno di Dio, sapeva che l’essere umano non basta a sé stesso, ma aspira a qualcosa di più, a qualcosa che lo trascende. Avendo un servo che soffriva terribilmente, si avvicinò a Gesù, che gli assicurò che sarebbe andato a guarirlo. Egli dunque gli rispose: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: “Fa’ questo, ed egli lo fa”» (Mt 8, 8-9). In questo atteggiamento è possibile constatare come il centurione considerasse importante la gerarchia e come questa dimensione della sua vita quotidiana lo abbia portato a interpretare il rapporto con Gesù di Nazaret, che professa come suo Signore, come suo Dio. Meravigliato da tali parole, Gesù disse: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande» (v. 10). Se, da un lato, questo militare era consapevole della sua autorità, dall’altro, dinanzi al Figlio di Dio mostrò la forza della fede e il coraggio dell’umiltà. Di fatto, l’essere umano, per quanta responsabilità abbia, per quanto potere eserciti, per quanto irreprensibile sia, è sempre affamato di infinito e assetato di eternità. Ora, l’infinito e l’eternità sono alla nostra portata in Gesù Cristo: sono dono del Signore.

Eccellenza reverendissima, carissimi cappellani, a voi la Chiesa affida la crescita spirituale del personale militare e delle forze dell’ordine della vostra nazione. Accogliete tutti, ascoltateli, illuminateli con la sapienza della Parola di Dio, rimanete al loro fianco agendo in nome di Cristo nella celebrazione dei Sacramenti, accompagnate ognuno di loro senza dimenticare le loro famiglie. Da questo vostro ministero specifico si raccoglieranno i frutti della crescita personale nella pratica della vita cristiana e del rafforzamento dell’esprit de corps delle Forze Militari e di Sicurezza che servite. Grazie per la vicinanza che, come buoni pastori, offrite a quanti svolgono un servizio tanto importante, speciale ed esigente per il bene del Portogallo e non solo. La vostra testimonianza di amore per la Chiesa e per il Paese è balsamo, che conforta e dà speranza.

E, infine, desidero esprimere a tutti voi che siete venuti fin qui la stima, l’apprezzamento e il riconoscimento per il lavoro che svolgete nell’Ordinariato. Che Nostra Signora di Fátima vi accompagni nelle diverse missioni, sia in Portogallo sia all’estero. La gioia del Signore sia la vostra forza. Dio vi benedica!

Grazie.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 191, lunedì 24 agosto 2026, p. 7.

Pagine