Dalla Santa Sede
Angelus, 18 ottobre 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il Vangelo proclamato nella liturgia odierna (Mt 22,15-21) ci pone a confronto con uno dei detti più celebri di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (cfr v. 21). Per questo è importante collocarlo nel contesto in cui fu originariamente pronunciato.
L’evangelista Matteo descrive una situazione ostile verso Gesù: i farisei si radunano per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi (cfr v. 15). Decidono di mandare alcune persone a interrogarlo su una questione controversa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). La risposta del Maestro è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuol farlo cadere. Chiede loro la moneta del tributo, cioè un denaro. Quelli gliela danno, e Gesù dice: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli rispondono: «Di Cesare». Allora afferma: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (vv. 17-21).
In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla. Il suo Regno non toglie le cariche e le responsabilità umane. Chiede però di vivere senza compromessi, liberi da cattive ambizioni e ingiusti interessi, anteponendo a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cfr Mt 6,33). Colpisce, in questo senso, l’elogio che quelle stesse persone rivolgono a Gesù, seppure mosse da intenzioni non buone: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno» (v. 16).
Carissimi, è proprio questo il profilo di chi “rende a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene. Preghiamo il Signore che ci aiuti ad essere così. E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
oggi si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale. Pensiamo a quanta storia missionaria in questi cento anni! Preghiamo perché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me. Ho sentito davvero il vostro sostegno, grazie!
Particolare riconoscenza esprimo ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Policlinico “Gemelli”.
Questa esperienza mi ha fatto provare in modo particolare la vicinanza a quanti attraversano la malattia e una condizione di infermità.
Superata questa fase delicata, come sapete adesso riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere.
Grazie ancora, grazie a tutti e buona domenica!
Santa Messa alla conclusione dell’incontro in occasione del 10° anniversario della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris lætitia (14 ottobre 2026)
Ora leggerò l’omelia preparata dal Santo Padre, Papa Leone XIV.
«La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa» (Francesco, Esort. ap. Amoris laetitia, 19 marzo 2016, 1). Così il Santo Padre Francesco, dieci anni fa, iniziava l’Esortazione apostolica Amoris laetitia (AL).
Oggi celebriamo l’Eucaristia presentando al Signore i frutti del lavoro compiuto sul Documento in questo periodo, cercando di assimilarne la ricchezza e di attuarne le indicazioni pastorali.
La Liturgia odierna ci offre al riguardo alcuni spunti di riflessione. Abbiamo ascoltato, nella prima Lettura, l’“inno alla carità” di San Paolo (cfr 1Cor 12,31-13,13), che l’Esortazione, al capitolo quarto, pone alla base di una ricca meditazione sulle virtù del Matrimonio cristiano, unione «affettiva, spirituale e oblativa» (AL, 120) e icona dell’amore di Dio (cfr AL, 121). È infatti attraverso questi valori che gli sposi, a immagine della Trinità e con l’aiuto della grazia, crescono insieme, giorno per giorno, maturando ciascuno nella propria peculiarità e, al tempo stesso, realizzando quella mutua somiglianza che cresce attraverso il «progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza» (AL, 123). Così, la vera gioia dell’amore è un lento fondersi insieme, in cui l’unicità dell’uno fiorisce, nel dono, attraverso la presenza dell’altro.
L’Apostolo, del resto, rivolgeva le sue parole a una comunità ricca di doni e di carismi (cfr 1Cor 12,4-11), ma bisognosa di maturare nella carità. Ricordava ai Corinzi che senza di essa, pur con tutti i talenti ricevuti, l’uomo è «come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (1Cor 13,1): una voce priva d’amore, un orecchio incapace di portare messaggi al cuore, una individualità lontana, fredda, impenetrabile.
Noi non siamo fatti per questo. Ce lo ha ricordato anche il Salmo responsoriale, definendoci “popolo” e “gregge” di un Dio il cui «amore è per sempre» e la cui fedeltà si estende «di generazione in generazione» (Sal 99,5), di un Signore che ama senza mai tirarsi indietro, senza mai smettere di cercarci, di darci fiducia e di rinnovarci la sua amicizia.
È questa la carità che Amoris laetitia ci invita a porre a fondamento delle nostre famiglie. È l’amore vero al quale ci esorta, in modo particolare, a educare i giovani che si preparano al Matrimonio, insegnando loro «l’importanza delle virtù», tra le quali un posto speciale assegna alla castità, «condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale» (AL, 206). Sono lodevoli, a tale scopo, i cammini che con impegno si fanno a livello parrocchiale o di zone pastorali. Ricordiamo, però, che questi percorsi da soli non bastano, se non sono preceduti e sostenuti da un’educazione all’amore che accompagni tutta la crescita, fin dall’infanzia. Papa Francesco, in proposito, osservava che «imparare ad amare qualcuno non è qualcosa che si improvvisa, né può essere l’obiettivo di un […] corso previo alla celebrazione del matrimonio» (AL, 208). E spiegava: «In realtà ogni persona si prepara per il matrimonio fin dalla nascita» (ibid.), e tutto ciò che un giovane vive in famiglia deve contribuire a «renderlo capace di un impegno pieno e definitivo» (ibid.).
Così la carità domestica, concreta, non priva di momenti di fatica, di errori e di cadute, e al tempo stesso meravigliosa nella sua imprevedibile quotidianità, è la prima scuola degli affetti, il primo prezioso e insostituibile apprendistato della “gioia dell’amore”. Per questo meritano di essere valorizzati e sostenuti gli sforzi di tante famiglie che, nelle nostre città e nei nostri paesi, vivono la loro vocazione e missione giorno per giorno, senza clamore, ma con fedeltà a volte eroica. Esse sono una risposta generosa e comprensibile per tutti alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Attraverso la testimonianza di questi genitori, figli, nonni, giovani e anziani, piccoli e grandi, il messaggio di verità e di pienezza di vita del Vangelo si diffonde efficacemente nel mondo.
L’Evangelista Giovanni ci ha riportato la consegna semplice e chiara lasciataci da Gesù al termine della sua vita terrena: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Mettiamola in pratica, per crescere come Chiesa che è «famiglia di famiglie» (AL, 87), in un clima di cura reciproca da cui tutti trarremo beneficio: i giovani sposi, che si sentiranno incoraggiati mentre iniziano il loro cammino coniugale; i genitori, che avranno aiuto nell’affrontare le sfide impegnative legate alla crescita dei figli e alla gestione della vita familiare; gli anziani, che vedranno riconosciuto e valorizzato il loro ruolo di testimoni di saggezza e di virtù, mentre le forze fisiche diminuiscono. Qui troverà appoggio e motivazione anche chi è più fragile, o vive situazioni difficili e momenti di crisi, circondato da affetto e protetto da giudizi e pregiudizi. Ricordiamoci che, «per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può sempre crescere a partire dall’amore» (XIV Ass. Gen. Ord. del Sinodo dei Vescovi, Relatio finalis, 10).
In questa carità, fondamentale per il nostro stesso esistere e stare insieme come esseri umani, affondano poi le loro radici anche i valori dell’apertura e del rispetto verso la vita, dal concepimento al termine naturale. Di tali valori la famiglia è depositaria per eccellenza, come faro per il bene dell’umanità. Papa Francesco, in merito, sottolineava che «nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita […] assicura il futuro della società» (AL, 52). Senza famiglie solide, aperte al dono dei figli, attente alla loro educazione e alla loro crescita, il mondo non ha avvenire.
Nei testi che abbiamo ascoltato, c’è però ancora un importante invito di Gesù che vorrei richiamare: quello a “chiedere al Padre nel suo nome” (cfr Gv 15,16). Queste parole ci ricordano che la famiglia è luogo privilegiato di preghiera. Bisogna riconoscere, purtroppo, che oggi, in molte parti del mondo, l’abitudine a pregare insieme tra le mura domestiche – prima dei pasti, all’inizio e al termine della giornata, o in occasioni particolari – si è assai indebolita. Amoris laetitia ci rammenta che farlo è fondamentale: «Va sottolineata – afferma – l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale» (AL, 223), e raccomanda che anche tra famiglie ci si riunisca «regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita» (ibid.). La preghiera comune e i Sacramenti hanno un ruolo molto rilevante nella vita familiare, perché, aprendo i cuori all’agire di Dio, permettono di giungere insieme anche là dove da soli non si arriverebbe mai. Sono un nutrimento solido e una medicina salutare; perciò esorto calorosamente tutti a riscoprire e promuovere questa pratica.
Cari fratelli e sorelle, ho anche l’onore di presiedere questa celebrazione con uno speciale mandato del Santo Padre Leone XIV, al fine di manifestare pubblicamente la comunione ecclesiastica da Lui concessa a Sua Beatitudine Polis III Nona, Patriarca di Baghdad dei Caldei, che partecipa a questa Eucaristia.
La comunione di un Patriarca con il Successore di Pietro richiama una prassi antica, che sanciva l’unità nella fede e nella carità di una Chiesa patriarcale con la Sede di Roma e, all’epoca, delle stesse Chiese tra di loro: non rappresenta dunque una mera formalità, ma una realtà viva, che attinge la propria ragione d’essere nella Comunione eucaristica, fonte e culmine dell’unità della Chiesa in Cristo.
Beatitudine, la Sua presenza ci aiuta a meglio comprendere il nostro essere Chiesa, comunione in Cristo Signore di Chiese di vari riti e tradizioni nell’unità visibilmente manifestata con il Successore di Pietro. Le assicuriamo l’affetto di tutta la Chiesa cattolica e la preghiera per i fedeli affidati alle Sue cure pastorali, da tempo provati, ma saldi e spesso eroici nel testimoniare, tra molte avversità, la fede in Gesù.
Cari fratelli e sorelle, affidiamo tutte le famiglie e la Chiesa intera alla Santa Famiglia di Nazaret, riprendendo la preghiera posta da Papa Francesco al termine di Amoris laetitia.
«Santa Famiglia di Nazaret,
rendi le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
autentiche scuole di Vangelo
e piccole Chiese domestiche. […]
Mai più ci siano nelle famiglie
episodi di violenza, di chiusura e di divisione;
[…] chiunque sia stato ferito o scandalizzato
venga prontamente confortato e guarito.
[…] Fa’ che tutti ci rendiamo consapevoli
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
della sua bellezza nel progetto di Dio.
Gesù, Maria e Giuseppe,
ascoltateci e accogliete la nostra supplica. Amen» (AL, 325).
Messaggio del Santo Padre al termine dell’Incontro in occasione del decimo anniversario di <i>Amoris laetitia</i> (13 ottobre 2026)
Cari fratelli nell’Episcopato,
Care famiglie,
Cari fratelli e sorelle,
come sapete, in questi giorni non mi è stato possibile essere tra voi. Vi ringrazio di cuore per le vostre preghiere e per il lavoro che avete svolto assieme. La condivisione delle vostre esperienze e il vostro ascolto attento costituiscono veramente un dono per tutta la Chiesa.
Sono particolarmente grato alle famiglie che hanno parlato delle loro gioie, delle difficoltà e delle speranze, nonché ai Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, per la loro preparazione e per il tempo che hanno dedicato a questo incontro.
Leggerò i frutti del vostro lavoro e delle vostre discussioni, e a suo tempo offrirò le mie riflessioni. Intanto vi incoraggio a cominciare a condividere con le vostre Conferenze Episcopali e Diocesi ciò che avete vissuto e ricevuto, e a continuare a proclamare il Vangelo insieme alle famiglie, attingendo alla ricchezza di Amoris Laetitia.
In particolare, spero che le famiglie stesse siano sempre attivamente coinvolte nella vita e nella missione delle vostre Chiese locali, e che vi aiutino a discernere le vie da percorrere. Tornando a casa, vi prego di assicurare a tutti i membri delle vostre comunità la mia vicinanza spirituale e il mio incoraggiamento.
Mentre affido ciascuno di voi alla protezione della Sacra Famiglia di Nazareth, vi chiedo di pregare per me, come io faccio per voi. Volentieri imparto a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 13 ottobre 2026
LEONE PP. XIV
Soci del Circolo San Pietro (12 ottobre 2026)
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Carissimi fratelli e sorelle, benvenuti!
Sono molto lieto di accogliere per la prima volta il Circolo San Pietro. Ringrazio di cuore il Presidente e tutti voi soci oggi convenuti.
Dal 1869 il vostro benemerito Sodalizio raggiunge, a nome del Papa, tante persone bisognose della nostra amata città di Roma, offrendo i pasti che quotidianamente distribuite, gli asili notturni per le persone senza fissa dimora, gli alloggi per le famiglie in difficoltà e altri servizi. È un’opera lodevole, che realizza il comandamento del Signore di una carità che, nel segreto, attende solo da Dio la sua ricompensa (cfr Mt 6,3-4). Contribuite a formare il volto bello della Chiesa, che testimonia il Vangelo tra i poveri e gli ultimi. Grazie!
Riflettendo sui tre cardini del vostro carisma – preghiera, azione e sacrificio – vorrei consegnarvi oggi una parola che le raccoglie in perfetta armonia: carità.
In primo luogo, infatti, la preghiera è il fondamento della carità. Non è casuale che la prima parola del vostro motto rimandi al legame con Dio. Non si può dare se non ciò che si è ricevuto. E la preghiera è appunto quella relazione attraverso la quale riceviamo la medesima carità che siamo chiamati a donare. Vi incoraggio sempre a tornare alla Parola di Dio e alla preghiera come fonte inesauribile della vostra dedizione.
La seconda parola del vostro motto, “azione”, indica la prospettiva verso cui volgere l’amore ricevuto da Dio. La preghiera, infatti, diventa efficace quando tende verso il prossimo. La caritas generata dallo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori: un amore che si fa impegno di vita e servizio. Questo amore deve diventare meta, stile e senso del nostro vivere.
Il terzo perno attorno a cui ruota il vostro carisma, il sacrificio, rinvia, infine, al cuore della carità, indicandoci il modo con cui vivere l’equilibrio tra preghiera e azione. «Vero sacrificio – scrive Sant’Agostino – è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Infatti, sebbene il sacrificio sia compiuto e offerto dall’uomo, è cosa divina» (De Civitate Dei, X, 6). Nell’offerta del vostro tempo, del vostro entusiasmo e anche della vostra fatica a favore dei più piccoli, voi prendete parte all’opera stessa di Cristo, che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi. Uniti al suo sacrificio, dunque, non siamo più noi a vivere, ma Cristo stesso vive in noi (cfr Gal 2,20).
Carissimi, la carità sia sempre fonte della vostra preghiera, anima della vostra azione, espressione del vostro sacrificio spirituale.
Vi sono grato per l’obolo di San Pietro che oggi consegnate come segno della vostra fedeltà e devozione al Santo Padre. La vostra devozione è sempre presente con me, perché porto sempre anche il dono che mi avete fatto al momento della mia elezione e vi ringrazio sinceramente. Esso sostiene – qui parlo dell’obolo che voi oggi consegnate – la sollecitudine del Vescovo di Roma per questa città ed è, al contempo, aiuto alle esigenze della Sede Apostolica nel servizio di tutta la Chiesa.
Affido il Circolo San Pietro alla protezione della Vergine Maria, Salus Populi Romani, e benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e quanti incontrate nel vostro apostolato caritativo. Grazie.
Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2026 (12 ottobre 2026)
Sua Eccellenza Qu Dongyu
Direttore Generale della FAO
Eccellenza,
1. Il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione di quest’anno è “Innovare oggi per nutrire domani”. Aiutando la terra a produrre i suoi frutti, l’umanità non si limita a compiere un’operazione tecnica, ma adempie al comando di custodire la terra e di coltivarla (cfr Gen 2,15), un comando che precede ogni quadro giuridico e ogni innovazione tecnologica. Ciononostante, ci troviamo attualmente in una situazione paradossale, in cui il progresso globale avanza a un ritmo sempre più sostenuto, mentre la fame e la povertà continuano a persistere. Non si tratta di un problema tecnico o finanziario, ma piuttosto di una profonda crisi antropologica ed etica.
2. Oggi si parla di innovazione con gran disinvoltura. Tuttavia, questo termine viene spesso utilizzato solo in riferimento allo sviluppo di dispositivi e algoritmi, oppure all’ottimizzazione delle prestazioni con l’unico fine di ottenere un guadagno economico. È quindi necessario cambiare il modo in cui concepiamo tale progresso, poiché la vera innovazione non sostituisce la creazione, ma implica un’indagine rispettosa delle leggi complesse che guidano l’opera delle mani del Creatore. L’uso di una tecnologia adeguata per coltivare la terra è un’espressione del ruolo della persona umana come collaboratrice di Dio nell’opera della creazione. Eppure, quando la tecnologia moderna viene impiegata in agricoltura in modi che privano il suolo della sua fertilità naturale o allontanano gli agricoltori dalle loro terre, spinti soltanto da motivi economici, ciò non può essere considerato un progresso, ma una forma sofisticata di distruzione. Inoltre, l’uso irresponsabile della tecnologia per interessi esclusivamente egoistici, anziché per il bene comune, non solo viola il principio di solidarietà, ma ignora anche il dovere dell’umanità di salvaguardare il creato. Il tipo di innovazione di cui il mondo ha bisogno, quindi, non si misura solo in base alla quantità di grano prodotto, ma anche alla tutela della dignità umana che Dio ha donato a ciascuno di noi e all’integrità dell’ecosistema che siamo chiamati a preservare.
3. La fame non può essere considerata un’anomalia statistica, poiché è causata principalmente dalla mancanza di volontà politica e di solidarietà collettiva. Né le carenze alimentari sono geograficamente inevitabili. Infatti, in un’epoca caratterizzata da un progresso tecnologico senza precedenti, è intollerabile che il pane sia considerato un privilegio e l’acqua una merce contesa. L’accesso regolare a un’alimentazione sicura, adeguata e sufficiente, in linea con la dignità di ogni persona, è un diritto umano fondamentale. Garantire questo diritto è un obbligo di giustizia che vincola sia i singoli Stati che la comunità internazionale. Eppure, mentre le innovazioni accelerano la produzione, la distribuzione viene trascurata. I mercati dei cereali vengono capitalizzati in borsa, mentre i semi che germogliano nel terreno finiscono nelle mani di monopoli che soffocano l’agricoltura su piccola scala.
4. Per garantire che le esigenze alimentari di domani siano soddisfatte, è necessario liberare la produzione di cibo da una mentalità puramente speculativa. Il pane non dovrebbe essere né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile. Né deve mai essere usato come arma di guerra. Infatti, impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana. Il pane è prezioso perché sostiene la vita che Dio ci ha donato. Dobbiamo quindi superare la tentazione di una visione a breve termine. Il mito secondo cui la crescita possa essere infinita nonostante le risorse limitate ha raggiunto il punto di rottura. Oggi l’innovazione richiede l’adozione di un senso di responsabilità intergenerazionale che guardi oltre i bilanci annuali. Innovazione significa conciliare la tecnologia con la saggezza, compresa quella ancestrale, mantenendo al contempo una visione per il futuro. Non si tratta di rifiutare i progressi tecnologici, ma piuttosto di integrarli con la saggezza dei contadini, che hanno maturato la loro conoscenza della terra e del clima attraverso secoli di osservazione coscienziosa. Ciò comporta anche la tutela dell’acqua come bene comune inalienabile.
5. Signor Direttore Generale, incoraggio l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura e i suoi Stati membri a non accontentarsi di analisi astratte o di dichiarazioni di efficacia limitata. È giunto il momento di dare prova di audacia morale. È essenziale un nuovo ordine alimentare globale, in cui l’innovazione tecnologica sia incondizionatamente subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale. Inoltre, esiste un imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati. Il domani non è un arco di tempo astratto che ci attende passivamente; è piuttosto il raccolto di ciò che seminiamo oggi attraverso le nostre decisioni. Se seminiamo un’innovazione non etica, basata sul desiderio di dominare la terra ed escludere i deboli, raccoglieremo aridità e conflitti. Se invece l’innovazione scaturisce dal rispetto per l’ordine naturale e dalla giustizia verso chi ha fame, il domani porterà una tavola imbandita per il sostentamento dell’umanità.
6. Con questi pensieri nei confronti di coloro che si dedicano alla coltivazione e alla tutela del creato, invoco su tutti le benedizioni di Dio Onnipotente e assicuro il costante sostegno della Santa Sede alle iniziative che assistono la FAO nei suoi nobili sforzi.
Dal Vaticano, 12 ottobre 2026
LEONE PP. XIV
Lettera del Santo Padre al Cardinale Giovanni Battista Re, Decano emerito del Collegio Cardinalizio (11 ottobre 2026)
Al Signor Cardinale
GIOVANNI BATTISTA RE
Decano emerito del Collegio Cardinalizio
Venerato e caro Fratello,
dopo aver accettato la Sua rinuncia all’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, svolto egregiamente per più di sei anni, desidero esprimerLe la mia gratitudine per il servizio reso da Vostra Eminenza, che è stato per me e per tutti una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa.
Chiamato già da giovane sacerdote al servizio della Santa Sede, Ella è diventato, attraverso i numerosi e delicati incarichi nella Curia Romana, collaboratore fidato dei Sommi Pontefici, in particolare di San Giovanni Paolo II, che La volle prima Assessore della Segreteria di Stato, poi Segretario della Congregazione per i Vescovi e quindi Sostituto della Segreteria di Stato.
Al fianco del Papa del Grande Giubileo del 2000, Ella ha diretto e coordinato con efficacia i molteplici uffici posti a disposizione del suo magistero e della sua missione pastorale, accompagnandolo in una serie memorabile di Viaggi apostolici in Italia e in tutto il mondo. All’inizio del nuovo millennio, il Santo Pontefice La pose a capo della Congregazione per i Vescovi e La creò Cardinale.
Questo lungo cammino Le ha permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali. Penso di non sbagliare dicendo che Lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati. A ciò ha contribuito non poco il Suo stile aperto, cordiale, franco, e la Sua capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro.
Nell’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, la Sua figura è apparsa ancora più visibile e molti, nel Popolo di Dio e non solo, hanno apprezzato la Sua testimonianza sacerdotale nelle Celebrazioni eucaristiche da Lei presiedute, da ultimo in occasione delle esequie di Papa Francesco.
Caro e venerato Fratello, tutti abbiamo sempre ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo nel ministero, così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica. Ma il motto che scelse al momento dell’elezione all’episcopato, “Virtus ex alto”, attesta quanto Lei abbia sempre saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia, e questo accresce in chi La conosce la stima e la gratitudine.
Con questi sentimenti, Le assicuro il mio ricordo nella preghiera, che affido all’intercessione della Vergine Maria e di San Giovanni Battista, e di cuore Le rinnovo la mia Benedizione, estendendola volentieri ai familiari e alle persone care.
Dal Vaticano, 11 ottobre 2026
LEONE PP. XIV
Angelus, 11 ottobre 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Oggi, nel Vangelo, Gesù parla della festa di nozze preparata da un re per suo figlio (cfr Mt 22,1-14).
Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia. Offre un banchetto e invita tante persone. San Tommaso d’Aquino dice, in proposito, che il bene tende per sua natura a diffondersi: «Bonum dicitur diffusivum sui» (Summa theologiae, I, q. 5 a. 4, ad 2), e anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità.
Di fronte a un’offerta così bella, però, gli invitati, invece di unirsi alla festa, si tirano indietro e preferiscono continuare a occuparsi dei loro affari. Alcuni, anzi, infastiditi, insultano e addirittura uccidono i messaggeri del re. Anche questo purtroppo, succede: non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci. Il re, davanti al rifiuto, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, anzi, estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti.
A questo punto, ci domandiamo: chi rappresentano i protagonisti di questa storia? San Girolamo identifica il re con il Padre dei Cieli, lo sposo con Gesù e la sposa con la Chiesa (cfr Commento a Matteo, Libro III, cap. 22). Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”. Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi.
La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo.
Chiediamo dunque a Maria, Madre del Signore, che ci aiuti a crescere in questa gioia e ad annunciarla sempre e ovunque, anche là dove non è compresa, con generosità, con coraggio e con fede.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Mantova, è stata beatificata Suor Maria Ignazia Isacchi, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si prodigò con carità coraggiosa per i bisognosi e disagiati. Il suo esempio ravvivi in tutti noi il desiderio di essere nel mondo testimoni di amore evangelico verso tutti.
La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali. Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero. Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra.
Oggi in Italia ricorre la Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro. Saluto l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro e incoraggio gli sforzi per la prevenzione.
Rivolgo il mio caloroso benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini!
Saluto i membri della Hermandad del Señor de los Milagros a Roma e quanti hanno partecipato alla processione con la venerata Icona del Crocifisso. Grazie della vostra preghiera per la Visita pastorale che compirò in Perù.
Accolgo con gioia i fedeli dell’Eparchia Greco Cattolica di Mukacevo in Ucraina, accompagnati dal loro Vescovo; la Asociación de fieles Hakuna; las “Antiguas Alumnas Jesús Maria España”; il Coro e la Scuola corale della Cattedrale di Haarlem, nei Paesi Bassi; e i fedeli provenienti da Vienna.
Saluto i giovani della vicaria di Chiaravalle, in diocesi di Senigallia; i soci dell’AIDO provinciale di Belluno; il gruppo “Ars Enotria” di Cosenza; e la squadra di calcio femminile dell’Ospedale di Biella.
Carissimi, di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera.
Grazie e buona domenica!
Partecipanti al Meeting dei Direttori dei Musei di tutto il mondo (Bizot Group) (10 ottobre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Signore e Signori,
ho colto con piacere la possibilità di incontrarmi con voi membri del Bizot Group, che rappresentate alcuni tra i più prestigiosi Musei del mondo. Saluto il vostro Presidente, Dottor Taco Dibbits, e ciascuno di voi. Per lavoro e per passione, sapete bene che ogni museo è luogo di memoria, di bellezza e di storia, che favorisce l’incontro tra generazioni, promuovendo la cultura e l’umana creatività.
Nel corso dei secoli la Chiesa ha coltivato un rapporto speciale con la dimensione artistica, apprezzando ogni sua forma. L’arte, infatti, è il modo attraverso il quale l’uomo, con il proprio ingegno, valorizza e trasfigura la materia, ovvero il creato che abita a immagine e somiglianza di Dio. Il tema del vostro incontro, la Materialità, risulta al riguardo di particolare interesse, oltre che per esplorare i rapporti tra oggetto e interpretazione dell’opera d’arte, anche per riflettere sulla qualità specifica della materia, come luogo nel quale Dio stesso ha voluto rivelarsi.
A questo proposito, vorrei condividere con voi stamattina alcune brevi riflessioni.
Anzitutto, la materia è disponibile: è un dono che ci viene consegnato. Con la sua maestria l’artista trasforma quanto ha tra le mani facendone a propria volta dono per gli altri: è così che l’elaborazione della cultura valorizza la bellezza del creato. Lo stesso «Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano» (Francesco, Lett. Enc. Laudato sì’, 98).
La materia, inoltre, è duttile: può essere modellata secondo l’idea dell’artista, per esprimerne l’intuizione, dando corpo o suono a emozioni, sogni e parole. L’arte, infatti, è un processo creativo attraverso cui l’uomo, imitando l’opera di Dio, plasma la materia per infondervi un significato trascendente. Essa diventa così segno di quella bellezza che ridesta gli occhi del cuore e della mente, orientando l’uomo verso l’alto.
E infine la materia è memoria. Le opere conservate nei musei sono testimonianze di una storia che interpella ogni persona, di generazione in generazione. L’oggetto museale porge così al presente la sapienza del passato. La Chiesa, pellegrina nel tempo, proprio in questo modo ha inteso l’arte: non come mero estetismo, ma come forma d’annuncio evangelico attraverso la bellezza.
Mi congratulo pertanto con tutti voi per il lavoro di conduzione e amministrazione dei Musei ai quali vi dedicate, custodendo un patrimonio comune all’umanità. Auguro ogni bene per le iniziative del vostro Gruppo e invoco per voi, per i vostri cari e i vostri collaboratori la benedizione del Signore.
Partecipanti al Sinodo dei Vescovi della Chiesa di Antiochia dei Greco-Melchiti (10 ottobre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Beatitudine,
Cari Fratelli Vescovi,
fratelli e sorelle,
è un piacere incontravi in occasione del vostro Sinodo, che non è soltanto un atto di governo, ma anche un momento di comunione e di servizio come vescovi. Attraverso voi porgo un cordiale saluto ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi e a tutti gli amati fedeli della Chiesa melkita, sia nei vostri territori sia nella diaspora in tutto il mondo.
Come ben sapete, fu ad Antiochia che i seguaci di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani». Adesso come allora, i cristiani sono chiamati a vivere la propria vita in un modo che dia testimonianza della presenza viva di Dio che dimora in mezzo a noi. Di fatto, i primi cristiani si distinguevano dagli altri per la loro vita di carità, cosa che ancora avviene nelle vostre parrocchie. Voi non portate semplicemente la fede nelle vostre menti, ma le permettete di penetrare nei vostri cuori, spinti dallo Spirito a condividere cibo con gli affamati, a fornire istruzione e cure sanitarie, ad accompagnare e a incoraggiare chi soffre, per permettere alla Chiesa di essere un faro — la luce di Cristo — specialmente in questo periodo tumultuoso.
In molte delle terre tradizionali della vostra Chiesa i fedeli sono afflitti da guerre, disordini, estremismi religiosi e difficoltà economiche. Per tramite vostro, vorrei dire alla vostra amata Chiesa: sono con voi. Tutta la Chiesa cattolica è con voi. Perché quando un membro soffre, tutto il corpo soffre insieme (cfr. 1 Cor 12, 26). E proprio perché state soffrendo e cercando di imitare Gesù nella mitezza con cui ha redento il mondo, voi siete nel cuore della Chiesa. Penso in particolare alle ferite, alle difficoltà che affrontate, che spingono molti vostri fedeli a recarsi in Paesi lontani per trovare lavoro, per sfuggire ai pericoli e talvolta persino alla persecuzione, per far crescere la loro famiglia in sicurezza.
Che grande vocazione ha la vostra Chiesa: essere testimone di riconciliazione e di pace in terre devastate dal conflitto. Voi siete i semi di comunione in terre che sono deturpate dalla violenza. Questa testimonianza vi rende davvero icone di secoli di fede nei luoghi più santi della nostra salvezza.
Talvolta la propensione umana per il conflitto può riguardare anche noi all’interno della Chiesa. Non a caso, nel sacro ed evocativo rito della vostra tradizione bizantina la prima istruzione per il sacerdote e il diacono che si preparano a celebrare la Divina Liturgia è di essere riconciliati con tutti, non serbare alcun rancore verso nessuno e non nutrire nessuna malvagità nel cuore. Questa riconciliazione è di per se stessa un sacrificio in e con Cristo.
A tale riguardo, il vostro Sinodo dei Vescovi funge da custode della comunione. Avete una grande responsabilità, che deve essere salvaguardata e alimentata in seno alla collegialità episcopale, come ho voluto sottolineare attraverso la Lettera Apostolica Mutua concordia. Dobbiamo essere sempre vigili per non cadere nella tentazione di elevarci al di sopra degli altri, cercando il potere invece del servizio, il profitto invece della trasparenza e dell’onestà e il successo personale invece della cura pastorale. Lo Spirito Santo ci spinge a cercare e a pregare, a pregare per quell’unità che aiuterà tutte le persone a riconoscere che Cristo è in mezzo a noi.
Inoltre, l’espressione più eloquente della nostra fede e la comunicazione più chiara della Buona Novella a coloro che non conoscono Cristo avviene quando prendiamo la nostra croce e scegliamo di manifestare amore nei momenti in cui proviamo paura, rabbia o sofferenza. Noi che serviamo la Chiesa come clero diamo ai nostri fedeli una speranza più grande nel Vangelo quando esaminiamo noi stessi e ci consideriamo responsabili non solo nella gestione dei beni materiali, ma anche nel modo in cui cerchiamo la riconciliazione.
Nel corso della storia abbiamo visto che le prove che affrontiamo — che sia il martirio o i semplici sacrifici che compiamo per amore del prossimo — di danno l’opportunità di mostrare la nostra fede in un modo che riecheggia nei cuori di quanti stanno cercando la vera pace. Prego, dunque, perché, con speranza cristiana e con amore per tutte le persone con le quali vivete, continuiate a formare i giovani e a incoraggiare tutti nelle vostre più nobili tradizioni.
Da parte sua — e grazie alla generosità di così tanta gente — la Sede Apostolica sta assicurando che vi siano borse di studio per i fedeli in Siria, Libano e Iraq, affinché ricevano un’educazione cattolica. Il nostro obiettivo è di sostenere i giovani, di modo che le famiglie cristiane abbiano l’assistenza necessaria per restare in Medio Oriente e mantenere una presenza cristiana.
Vi ringrazio per ciò che fate e vi assicuro della mia vicinanza spirituale. Affidando questo Sinodo all’intercessione della Theotokos — la genitrice di Dio — prego perché lo Spirito Santo vi illumini e vi guidi nelle vostre decisioni. Su tutti voi e sui fedeli della Chiesa melkita, invoco l’abbondanza delle benedizioni di Dio.
Grazie.
___________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 231, sabato 10 ottobre 2026, p. 2.
Celebrazione eucaristica per l’inaugurazione dell’Anno Accademico delle Università Pontificie (8 ottobre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca. Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa. Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione. Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore. Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione.
L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare. Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico. In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo.
Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita. Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire “ammaliati” o “incantati” (cfr Gal 3,1). La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo. La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica. Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca. È una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione.
Troviamo poi un ulteriore suggerimento nelle parole dell’Apostolo. Egli, infatti, invita i Galati a ricordare da dove avevano cominciato. Scrive: «Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? Avete tanto sofferto invano?» (Gal 3,3-4). L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà. Tutto ciò che è buono inizia “nel segno dello Spirito Santo” e ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore. La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi. Occorre allora ritornare al cuore. Lì tutto è cominciato, lì è l’inizio che rimane con noi. Carissimi, custodite il cuore! Che siate studenti, ricercatori o docenti, custodite il cuore, perché ogni età e responsabilità siano vissute “nel segno dello Spirito”.
Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo. Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande. E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte (cfr Lc 11,5-13). Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione. Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire. Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica. Condividiamo ciò che ci nutre. Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto. Apriamo la porta, non chiudiamoci.
Come ho suggerito nella mia prima Enciclica, siamo oggi chiamati ad assumere l’atteggiamento del popolo al tempo di Neemia, per costruire la città che Dio desidera abitare con l’intera umanità nella pace (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 8). Ognuno ha il suo compito in questo cantiere, nel quale è importante lavorare insieme. Ad esempio, chi fa i conti con la frammentazione del sapere e con l’impatto delle nuove tecnologie sulla mente umana si accorge che «occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa» (ibid., 146).
Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi. In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori.
Cari fratelli e sorelle, che possiate vivere con pienezza questi vostri anni romani. Non lasciateli passare invano! Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio. Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede (cfr 2Tm 4,7). In università, guardatevi intorno: nelle vostre aule siede il mondo. Accanto a voi studiano persone provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Oceania. Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita.
Il Signore ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10). Forti di questa promessa, perseveriamo uniti nella preghiera. Affidiamo il nuovo anno accademico alla materna intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, e accogliamo lo Spirito Santo che il Padre nostro celeste non fa mancare a coloro che lo chiedono con fiducia filiale.
Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 ottobre 2026)
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie.
La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.
Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).
Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.
Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.
Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 ottobre 2026)
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie.
La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.
Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).
Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.
Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.
Udienza Generale del 7 ottobre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. <i>La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo</i> (<i>GS</i>, 40-45)
I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)
Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è “sopra” o “accanto” al mondo, ma come innestata in esso. «Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva S. Agostino (Sermo 96): la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cfr GS, 40).
Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana. Perciò, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture, e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 19).
La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cfr GS, 41). La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.
I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune. Alla Chiesa, dunque, «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune» (GS, 42).
Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS, 43).
Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cfr ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita.
La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa (cfr GS, 44). È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità. Infatti, «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).
Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45). A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno. Scriveva San Paolo VI: «Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76). Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare.
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Saluti
Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins provenant des diocèses d’Amiens, d’Arras, de Marseille et le groupe de “Gens du Voyage”, ainsi aux fidèles venus du Sénégal. Frères et sœurs, apprenons à cultiver l’ouverture d’esprit et la capacité de porter un regard positif sur les personnes, afin de les aider à accueillir le message évangélique et à devenir des semeurs d’espérance dans la société. Que Dieu vous bénisse !
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalle diocesi di Amiens, Arras e Marsilia, al gruppo “Gens du Voyage”, nonché ai fedeli venuti dal Senegal. Fratelli e sorelle, impariamo a coltivare l’apertura mentale e la capacità di guardare le persone con uno sguardo positivo, per aiutarle ad accogliere il messaggio evangelico e a diventare seminatori di speranza nella società. Dio vi benedica!]
I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Ireland, Uganda, South Africa, Australia, New Zealand, India, Indonesia, the Philippines, Sri Lanka, Canada and the United States of America. Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!
Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache, besonders die jungen Männer aus der Schweizerischen Eidgenossenschaft, die an der Informationswoche der Päpstlichen Schweizergarde teilnehmen. Allen wünsche ich einen guten Aufenthalt hier in Rom. Möge der Herr euch segnen und euch immer beschützen.
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i giovani provenienti dalla Confederazione Elvetica che partecipano alla settimana informativa della Guardia Svizzera Pontificia. A tutti auguro un buon soggiorno qui a Roma. Il Signore vi benedica e vi protegga sempre.]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los animo a ser dóciles a las inspiraciones del Espíritu Santo, para que cada uno, desde su propio estado de vida, colabore a fin de que se instaure el Reino de Dios en el mundo y toda la humanidad reciba la salvación obtenida mediante el sacrificio de Cristo. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.
我向中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹,愿玛利亚,耶稣的母亲,在你们困难与苦难时,成为你们的避难所与力量。我由衷地降福你们。
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, Maria, la madre di Gesù, sia per voi rifugio e forza nei momenti di difficoltà e di sofferenza. Vi benedico di cuore.]
Uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa, em especial aos grupos vindos do Brasil e de Portugal. Queridos irmãos e irmãs, na próxima segunda-feira, 12 de outubro, celebra-se Nossa Senhora Aparecida, Padroeira do Brasil. Confio todos vós e as vossas famílias à sua intercessão maternal. Que Nossa Senhora vos proteja sempre! Deus vos abençoe!
[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale, ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo. Cari fratelli e sorelle, il prossimo lunedì 12 ottobre si celebra Nossa Senhora Aparecida, Patrona del Brasile. Alla sua materna intercessione affido voi e le vostre famiglie. La Madonna vi custodisca sempre! Dio vi benedica!]
أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَشهَدَ لِلمَسِيحِ بالمَحَبَّةِ والعَدلِ والسَّلام، مِن أجلِ بِناءِ عالَمٍ يَسُودُ فِيهِ الخَيرُ العام والأخُوَّةُ بَينَ الجَمِيع. باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba. Siamo chiamati a testimoniare Cristo attraverso l’amore, la giustizia e la pace, per costruire un mondo in cui il bene comune e la fraternità prevalgano tra tutti. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków, a szczególnie pielgrzymów z Diecezji Łomżyńskiej przybyłych wraz ich Biskupem, by dziękować za 100 lat tego Kościoła lokalnego, a także pielgrzymów z Diecezji Siedleckiej z ich Biskupami. Polecam was wstawiennictwu Maryi, Matki Pięknej Miłości, oraz wspominanej niedawno św. Faustyny Kowalskiej, „Apostołki Bożego Miłosierdzia”, byście na drogach codzienności zawsze ufali Bogu, który jest Panem dziejów. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!
[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini della Diocesi di Łomża, venuti con il loro Vescovo per rendere grazie per i 100 anni della Chiesa locale, nonché i pellegrini della Diocesi di Siedlce con i loro Vescovi. Vi affido all’intercessione di Maria, Madre del Bell’Amore, e di Santa Faustina Kowalska, «Apostola della Divina Misericordia», di cui abbiamo fatto di recente memoria, affinché nel cammino quotidiano confidiate sempre in Dio, Signore della storia. Sia lodato Gesù Cristo!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Frati Minori della Puglia e del Molise, ai fedeli delle parrocchie di Montenero di Bisaccia e di Bisceglie, all’Associazione nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario mi offre l’opportunità per ricordare l’importanza del Santo Rosario, preghiera mariana tanto cara alla tradizione della Chiesa. Vi invito a recitarla per sperimentare il conforto della nostra Madre celeste, rifugio sicuro in mezzo alle difficoltà della vita.
A tutti la mia Benedizione.
Incontro con un gruppo di “Patrons of the Arts in the Vatican Museums” dalla Louisiana (7 ottobre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari amici,
sono lieto di incontravi questa mattina e di accogliervi in Vaticano. Come Patrons of the Arts in the Vatican Museums siete indubbiamente attirati a Roma dal vostro amore per l’arte e la bellezza, nonché dal desiderio di preservare il patrimonio artistico e religioso dell’umanità a beneficio delle generazioni future. Ma oggi venite anche come pellegrini, spinti a visitare i luoghi sacri di Roma al fine di chiedere la grazia e la benedizione di Dio, sperimentare la sua misericordia e trovare rinnovata forza nel vostro cammino di fede quotidiano. In modo particolare, spero che il tempo da voi trascorso in preghiera presso le tombe degli Apostoli rafforzi i vostri vincoli con il Successore di Pietro e con la Chiesa Universale.
Come ben sapete, Papa san Paolo VI ha avuto un ruolo importante nella serie di eventi che alla fine hanno dato vita alla vostra Organizzazione. Una volta disse che “[q]uesto mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, […] che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione” (Messaggio agli artisti a conclusione del concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965). Come Patrons, sono certo che abbiate sperimentato in prima persona che la bellezza ha il potere di risvegliare i desideri più nobili del cuore umano, invitandoci ad andare oltre noi stessi e aprendo le nostre anime alla gratuità dei doni di Dio. È in questo contesto che vorrei ringraziarvi per la vostra generosa collaborazione degli ultimi decenni nell’aiutare a conservare l’arte dei Musei Vaticani.
In un’epoca dominata dalla tecnologia, in cui l’efficienza e il profitto spesso hanno la precedenza, è molto importante che continuiamo a coltivare uno spirito di contemplazione e concediamo tempo e spazio alla bellezza. Questo atteggiamento sarà di grande aiuto all’umanità, specialmente ai giovani, non solo per scoprire la capacità dell’arte di elevare e di rivelare le profondità dello spirito umano e la nostra apertura al divino, ma anche per comprendere che il dono di sé è essenziale per una realizzazione autentica. Infine, la contemplazione offre una straordinaria opportunità per incontrare il Dio che è Bellezza, descritta da sant’Agostino come sempre antica e sempre nuova, una Bellezza che cattura e continuamente attira a sé tutte le persone (cfr. Le Confessioni, X, 27); Gv 12, 32). Cari amici, mentre proseguite il vostro pellegrinaggio, vi incoraggio ad aprirvi a questa Bellezza e a contemplare modi per aiutare altri a fare lo stesso.
Con rinnovata gratitudine e affidando tutti voi e le vostre famiglie all’amorevole intercessione di nostra Signora del Rosario, la cui memoria celebriamo oggi, vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutti coloro che sono associati ai Patrons of the Arts in the Vatican Museums, come pegno di pace e di gioia nel Signore.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 228, mercoledì 7 ottobre 2026, p. .
Sacerdoti e Religiose della Corea residenti in Roma (5 ottobre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti. Benvenuti!
joh-eun achim-ieyo (buongiorno).
Eminenza,
cari fratelli e sorelle,
È una gioia accogliere oggi voi, sacerdoti, religiose e religiosi coreani a Roma. Qui, presso le memorie degli Apostoli Pietro e Paolo, la fede che avete ricevuto in Corea trova le proprie radici e può ricevere nuovo slancio missionario. Venite da lontano, è vero, ma qui siete a casa.
Saluto in particolare quanti sono impegnati nella preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul 2027. Ricorre inoltre il venticinquesimo anniversario dell’inaugurazione della sede del Pontificio Collegio Coreano: rivolgo alla comunità del Collegio il mio augurio e il mio ringraziamento per il servizio reso alla Chiesa in Corea e alla Chiesa universale.
La storia della vostra Chiesa è davvero singolare. La fede germogliò in Corea spontaneamente e si sviluppò anche attraverso la ricerca sincera della verità di uomini che conobbero i testi cristiani e vollero sapere di più su Gesù Cristo. Da quella ricerca nacque il desiderio del Battesimo e dal Battesimo una comunità che ricordava la Chiesa delle origini (cfrAt4,32).
Questa storia ci consegna due parole: memoria e speranza. La memoria cristiana non è nostalgia, ma gratitudine per ciò che Dio ha compiuto e responsabilità per ciò che Egli affida oggi alle nostre mani. La speranza non è mero ottimismo, ma la certezza che Cristo è risorto e che nessuna oscurità può avere l’ultima parola.
La Chiesa in Corea è cresciuta sulla testimonianza dei martiri. Il popolo coreano ha mostrato nella sua storia una straordinaria forza d’animo: ha attraversato persecuzioni, guerre, povertà e divisioni, sapendo rialzarsi e guardare avanti. Illuminata dal Vangelo, questa tenacia è diventata fortezza cristiana: capacità di attraversare la prova senza perdere la speranza e senza lasciare che la sofferenza indurisca il cuore.
Custodire la memoria dei martiri significa permettere che la loro fede continui a vivere nelle nostre scelte, nel servizio, nel perdono e nel dono di noi stessi. Penso, in particolare, al Venerabile Tommaso Choe Yang-Eop, secondo sacerdote della storia coreana, ricordato come il “martire del sudore”. Per undici anni percorse instancabilmente le strade della Corea per raggiungere comunità cristiane lontane e nascoste, portando loro la Parola di Dio e i Sacramenti, fino a consumare la propria vita nel servizio. La sua testimonianza ci ricorda che esiste il martirio di chi offre la vita in un momento e quello, più nascosto, di chi la dona giorno dopo giorno. Sì, a questo sono chiamati tutti i cristiani: donare la vita con amore, ogni giorno.
Il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: di uomini e donne che abbiano il coraggio di fare il bene anche quando costa. Fatevi prossimi di chi è solo, sostenete chi è stanco, cercate chi si è allontanato. Abbiate il coraggio di perdonare, di ricominciare, di dialogare. Il bene non sempre viene riconosciuto e spesso costa fatica, ma è questo coraggio quotidiano della carità che rende credibile il nostro annuncio del Vangelo.
La forza per vivere così viene dall’amicizia con Gesù Cristo, che disse ai suoi discepoli: «Vi ho chiamato amici» (Gv15,15). Cari sacerdoti, religiosi e religiose, custodite questa amicizia. Alimentatela nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nel silenzio davanti al Signore. È nello stare con Lui che ritroviamo la gioia della nostra vocazione e impariamo ad amare come Lui.
E l’amicizia con Cristo ci apre alla fraternità. Voi provenite da diocesi, istituti, congregazioni ed esperienze diverse: fate di questa diversità una risorsa per la sinodalità. Una Chiesa sinodale è una Chiesa che cammina insieme dietro lo stesso Signore, ascoltando, accogliendo e riconoscendo nell’altro un fratello e un compagno di strada, mai un concorrente.
Questo assume un significato particolare pensando alla vostra terra. La penisola coreana porta ancora la dolorosa ferita della divisione. Per questo vi chiedo di essere sempre uomini e donne di riconciliazione. La pace comincia nel cuore e nei rapporti quotidiani, quando ascoltiamo invece di giudicare, perdoniamo invece di serbare rancore, scegliamo la comunione invece della contrapposizione. Siate uniti e siate artigiani di pace. Continuiamo ad adoperarci e a pregare perché si aprano nuove strade di incontro e perché il Vangelo della pace possa essere annunciato liberamente in ogni parte della penisola coreana e del mondo.
La Corea, un tempo terra di missione, è diventata oggi patria di missionari. È un frutto prezioso della fede e del sacrificio di quanti vi hanno preceduto: la memoria genera missione e la missione apre alla speranza. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù renderà visibile tutto questo. Giovani provenienti da ogni parte del mondo arriveranno in una terra dove il Vangelo è cresciuto attraverso la testimonianza dei martiri. Vorrei che fosse un grande incontro tra memoria e futuro: i martiri consegnano la fede alle nuove generazioni e i giovani la ricevono per portarla sulle strade del mondo.
Ascoltate i giovani, camminate con loro e aiutateli a scoprire che seguire Cristo non diminuisce la libertà, ma la rende piena; che la fede non restringe la vita, ma le apre un orizzonte più grande. Preparate dunque la GMG con passione – come già fate –, custodendo nel cuore le parole: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). I vostri martiri lo avevano compreso: la loro speranza non dipendeva da circostanze favorevoli, ma dalla certezza che Cristo aveva già vinto.
Cari fratelli e sorelle, avete ricevuto una grande eredità. Siate forti nella fede, generosi nella carità e perseveranti nella speranza. Non stancatevi mai di fare il bene, anche quando costa e anche quando nessuno lo vede: nessun gesto compiuto per amore va perduto davanti a Dio.
In questo mese dedicato al Santo Rosario, affido voi e il cammino verso la Giornata Mondiale della Gioventù alla Vergine Maria Immacolata, Patrona della Corea. Chiedo a Sant’Andrea Kim Tae-gon, a San Paolo Chong Ha-sang e a tutti i santi e beati martiri coreani di accompagnarvi e di rendervi custodi della memoria, testimoni della speranza e artigiani di pace.
A voi, alle vostre famiglie, ai vostri confratelli e consorelle e a tutto il Popolo di Dio che è in Corea imparto di cuore la Benedizione Apostolica. Grazie!
Delegazione dell'Associazione Dipendenti Laici Vaticani; e dell'Associazione Donne in Vaticano (5 ottobre 2026)
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliervi, vi ringrazio per la vostra visita e, ancora di più, per la dedizione e lo spirito di servizio con cui svolgete il vostro lavoro quotidiano in diversi organismi della Sede Apostolica, collaborando, in questo modo, al ministero pastorale del Papa.
Dinanzi alle sfide odierne poste al mondo del lavoro, in particolare dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, è più che mai decisivo tenere desta l’attenzione sulla centralità insostituibile della persona umana e sulla dignità inalienabile del lavoro; esso, infatti, «non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale». [1]
Mediante il lavoro «contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo». [2]
Cari amici e care amiche, voi appartenete a due Associazioni differenti, ma che hanno in comune l’ambiente di lavoro, cioè il Vaticano. I miei Predecessori, nei loro insegnamenti dedicati alla natura del lavoro nella Sede Apostolica, hanno posto al centro due concetti di fondamentale valore: quello di comunità e quello di unità, che stanno molto a cuore anche a me.
In effetti, tutti coloro che, a vario titolo e con diversi compiti, sono chiamati a collaborare con il proprio lavoro al ministero del Papa costituiscono una comunità ecclesiale, partecipe, in spirito di fede e di unità, dell’unica e universale missione che il Signore Gesù ha affidato all’apostolo Pietro e ai suoi successori.
Con pari dignità, tutti contribuiscono, ciascuno nel proprio ruolo e con il proprio impegno lavorativo, alla medesima missione, manifestando tale consapevolezza e responsabilità anzitutto «nella scrupolosa fedeltà a tutti i compiti e doveri assegnati, come pure nello zelo, nella laboriosità e nella professionalità che debbono distinguere chiunque partecipa alle attività della medesima Sede Apostolica». [3]
San Giovanni Paolo II ha riconosciuto che – cito – «per promuovere tale spirito […] potranno svolgere un compito valido di collaborazione Associazioni di prestatori d’opera, come l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani», precisando che «non risponde alla dottrina sociale della Chiesa lo slittamento di questo tipo di organizzazioni sul terreno della conflittualità o della lotta». [4]
La via del dialogo, dunque, rimane la strada maestra sulla quale anche io vi esorto a camminare sempre, con fiducia e creatività, nella comune ricerca di soluzioni adeguate ai problemi che insieme dobbiamo affrontare e nell’edificazione quotidiana della nostra comunità di lavoro.
Rilanciare il dialogo, a tutti i livelli, è infatti ciò che, nella mia prima Enciclica, ho voluto proporre alla Chiesa intera e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, quale «parte integrante della vocazione della Chiesa» [5], «strumento principale della convivenza tra le persone» [6] e «via ordinaria per affrontare i conflitti». [7] In particolare, l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani viene definita, nel vigente “Quadro normativo” che la riguarda, «una struttura di dialogo dei suoi associati con l’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica». [8]
Da parte sua, l’Associazione Donne in Vaticano può contribuire a far crescere nei nostri ambienti lo stile di collaborazione, di ascolto reciproco, di attenzione alle situazioni di difficoltà. La presenza delle donne costituisce una ricchezza che va riconosciuta e valorizzata sempre più. Esse apportano, oltre a una particolare sensibilità verso le persone e le relazioni, anche l’insieme dei talenti umani, professionali e intellettuali propri dell’esperienza e del pensiero femminile. La loro competenza, capacità di discernimento, creatività e concretezza incrementano la vita delle istituzioni e contribuiscono ad acquisire uno sguardo più ampio sulla realtà e sui problemi che si incontrano.
Percorrendo insieme questo cammino, ci impegneremo a costruire sempre di più una comunità di lavoro dove le persone non vengano usate e scavalcate, dove ci si aiuti a vicenda, si riconosca a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori. [9]
Con questi sentimenti di apprezzamento e di fiducia benedico di cuore voi, i vostri cari e il vostro lavoro. Grazie.
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[1] Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), 149.
[3] S. Giovanni Paolo II, Lettera circa il significato del lavoro prestato alla Sede Apostolica (20 novembre 1982): AAS 75 (1983), p. 121.
[5] Lett. enc. Magnifica humanitas, 2.
[8] “Quadro normativo dei rapporti tra Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (ULSA) e Associazione Dipendenti Laici Vaticani (ADLV)”, approvato con Provvedimento del Segretario di Stato (N. 343.814/A, del 16 aprile 1994).
[9] Cfr Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi (22 dicembre 2025).
Incontro con i Capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, in occasione del decimo anniversario di “Amoris laetitia” (7 ottobre 2026)
Miei cari fratelli nell’Episcopato,
care famiglie,
cari fratelli e sorelle,
ho desiderato convocare questo incontro a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, e vi ringrazio per aver riorganizzato i vostri impegni in modo da poter trascorrere questi giorni insieme. Ringrazio di cuore le coppie sposate e tutti coloro che sono venuti a condividere qualcosa della loro vita in Cristo e che prenderanno parte alle nostre conversazioni, così come gli esperti e i facilitatori.
Permettetemi di iniziare ricordando il lungo e fecondo cammino sinodale e missionario che la Chiesa ha compiuto in relazione al matrimonio e alla famiglia, un cammino che siamo chiamati a proseguire.
La famiglia ha sempre occupato un posto importante nella preoccupazione pastorale del Successore di Pietro e dei Vescovi che lo assistono attraverso la loro partecipazione al Sinodo dei Vescovi. Il Sinodo del 1980 riprese un desiderio già espresso da Papa Giovanni Paolo I durante il suo breve pontificato, che portò infine all’Esortazione apostolica Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II.
All’inizio del proprio pontificato, Papa Francesco ha posto nuovamente la famiglia al centro di un processo sinodale, riconoscendo la necessità di proseguire il discernimento della Chiesa di fronte ai profondi cambiamenti che interessano un ambito così strettamente legato alla sua missione nel mondo di oggi. Quel percorso ha portato, dieci anni fa, all’Esortazione apostolica Amoris laetitia.
A questo proposito, la Chiesa ha proseguito lungo il cammino indicato dal Concilio Vaticano II. Quando i Padri conciliari posero la dignità del matrimonio e della famiglia all’inizio della seconda parte della Gaudium et spes, riconobbero che la vita familiare offre un punto di accesso privilegiato alle grandi questioni culturali, economiche, sociali e politiche del nostro tempo, compresa l’opera di promozione della pace tra i popoli. L’interdipendenza di queste questioni è diventata oggi ancora più evidente, sempre alla luce della Parola di Dio: «Li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (Mc 10,6-7). La famiglia rimane fondamentale per un approccio che coniughi il locale e il globale, guidato dalla ricerca di una fraternità universale in Cristo che il Vangelo ci chiama a costruire con tutti. Questa storia di oltre mezzo secolo attribuisce al nostro incontro una responsabilità particolare come Pastori, mentre la vocazione sinodale di tutta la Chiesa continua a dispiegarsi.
All’interno di questa storia, Amoris laetitia ha segnato una tappa importante e i dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione sono entrati a far parte della vita delle nostre Chiese particolari. In questo periodo, l’Esortazione Apostolica è stata accolta in diverse culture e contesti pastorali, ha accompagnato la vita concreta delle famiglie e ha ispirato iniziative e percorsi.
Sono questi i dieci anni che ora portiamo insieme davanti al Signore Gesù. Con la guida dello Spirito Santo, guardare con attenzione a ciò che è accaduto può aiutarci a riconoscere più profondamente ciò che Cristo ha insegnato alla sua Chiesa in questi anni.
Gli Atti degli Apostoli ci offrono una bella immagine di ciò che stiamo per fare. Al termine del loro viaggio missionario, Paolo e Barnaba «riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro» (At 14,27). In seguito, mentre si recavano a Gerusalemme, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando ciò che era accaduto durante la missione e il loro racconto portò grande gioia ai fratelli e alle sorelle. Quando raggiunsero Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e ancora una volta «riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro» (At 15,4).
C’è qualcosa di questo movimento nel nostro stesso incontro. Come ho detto, la Chiesa ha trascorso questi dieci anni accogliendo Amoris laetitia e camminando con famiglie in circostanze molto diverse.
Anche noi portiamo con noi storie di ciò che Dio ha fatto in mezzo a noi. Sono storie raccolte lungo il cammino della missione: storie di conversione, di frutti inaspettati e delle relazioni che Dio ha intessuto all’interno delle famiglie mentre le nostre comunità cercavano di accompagnarle, insieme alle difficoltà che abbiamo affrontato, alle domande che sono emerse e a ciò che abbiamo imparato lungo il percorso. Ci danno fiducia mentre iniziamo il nostro lavoro insieme. Presentiamole al Signore e condividiamole tra di noi, cercando di riconoscere ciò che Dio ha operato in mezzo a noi e dove il suo Spirito sta guidando la Chiesa oggi.
Nel mio messaggio del 19 marzo, in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia, ho ricordato che «vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa «non può diventare sale della terra» se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie». In effetti, Amoris laetitia ci invita a prendere sul serio questa vocazione e questa responsabilità. Le famiglie stesse partecipano alla missione della Chiesa nel tessuto quotidiano della loro vita, attraverso l’amore e la fedeltà, la cura e il perdono, l’educazione dei figli, l’impegno nella trasmissione della fede, l’attenzione agli anziani e alle persone vulnerabili, e i molti modi in cui servono le loro comunità e la società. In tutti questi modi, le famiglie rendono testimonianza al Vangelo e contribuiscono alla vita e alla missione della Chiesa.
Come pastori, abbiamo ricevuto la responsabilità, a tempo opportuno e inopportuno, di proclamare la bellezza del piano di Dio per il matrimonio e la famiglia e la sua chiamata all’amore e alla tenerezza. Questo ci sfida ad accompagnare le persone nel loro cammino verso la realizzazione della propria vocazione nelle circostanze concrete della loro vita.
Questo ministero ci pone anche in una scuola di ascolto. La sapienza del Popolo di Dio ci raggiunge attraverso la nostra fede comune, che illumina tutte le famiglie, comprese quelle segnate da difficoltà, solitudine e talvolta persino da apparenti fallimenti. Il Signore stesso ci insegna con pazienza, quando ci prendiamo il tempo di ascoltare, e abbiamo certamente molto da imparare dalle famiglie.
Le loro vite ci pongono anche delle domande che meritano di essere affrontate con coraggio. In molti contesti è emersa una crescente distanza tra il modo in cui vengono vissuti il sesso e l’intimità e la visione cristiana del matrimonio. I giovani continuano ad anelare all’amore, alla fedeltà e al senso di appartenenza, eppure molti trovano difficile comprendere come una tale visione dell’amore possa concretizzarsi nella propria vita o credere che un impegno per tutta la vita sia la condizione per raggiungere ciò che desiderano. L’insicurezza economica, la migrazione, la violenza, la solitudine e altre forme di fragilità emotiva influenzano anch’esse le scelte che le persone compiono e le possibilità che riescono a immaginare per il proprio futuro.
Queste realtà sollevano una serie di domande che dobbiamo affrontare con coraggio. Cosa cercano veramente le persone all’interno di questi cambiamenti culturali? Cosa ci rivelano le loro gioie e speranze, i loro dolori e le loro angosce? In quali ambiti il nostro linguaggio e le nostre pratiche pastorali riescono ad aprire una strada, e in quali non riescono a toccare il cuore delle persone o a sostenere i loro sforzi nel fare il bene? Cosa ci insegna l’esperienza vissuta delle famiglie — un’esperienza dalla quale non abbiamo ancora imparato appieno? Cosa possiamo offrire come formazione per una vita familiare salutare e santa? In particolare, cosa possiamo imparare dai genitori che cercano di accompagnare i propri figli e i giovani in tali contesti?
La fragilità merita un’attenzione particolare, poiché può plasmare profondamente il modo in cui le persone vedono sé stesse, il proprio futuro e persino il proprio rapporto con Dio e con la Chiesa. L’esperienza della fragilità solleva la domanda se siamo in grado di rimanere vicini gli uni agli altri quando la vita non corrisponde più a ciò che si era sperato, e se riusciamo a riconoscere l’opera della grazia anche in situazioni segnate da limiti, ferite e apparenti fallimenti.
Anche sotto questo aspetto, l’esperienza delle famiglie ha qualcosa da insegnare a tutti, poiché la fragilità appartiene alla nostra comune condizione umana e quindi anche alla vita della Chiesa. Conosciamo tutti il divario tra il bene che desideriamo e ciò che siamo in grado di vivere. Abbiamo bisogno di grazia, perdono e nuovi inizi per compiere la volontà di Dio, e impariamo che la fedeltà è essa stessa una grazia da ricevere e un cammino da rinnovare gradualmente, spesso attraverso la prova. Il riconoscimento di questa sfida condivisa dovrebbe plasmare il modo in cui ci accompagniamo a vicenda nella Chiesa. Che tipo di Chiesa, allora, incontrano le persone proprio quando sono più fragili? Le nostre comunità le aiutano a scoprire che hanno ancora un posto, una responsabilità e doni da offrire? La verità che proclamiamo può essere incontrata attraverso la pazienza, la vicinanza e la misericordia della nostra presenza pastorale? Come possiamo annunciare loro la pienezza dell’insegnamento del Vangelo sulla famiglia?
In questi giorni, vi invito a dare a tali domande tutto il loro peso. Lo Spirito Santo spesso parla proprio attraverso le situazioni che ci mettono alla prova e ci illumina affinché possiamo scoprire come la misericordia di Dio e la grazia salvifica di Cristo possano raggiungere le nostre famiglie oggi, in particolare nella loro debolezza e nella loro resilienza, nelle loro speranze e nelle loro delusioni, nel loro desiderio di comunione e nella loro ricerca di senso. Il nostro compito, quindi, non è solo quello di interpretare queste realtà, ma di lasciare che esse ci interpellino e stimolino la nostra responsabilità pastorale, affinché la Chiesa possa trovare modi rinnovati di annunciare il Vangelo, offrire le grazie sacramentali, accompagnare le famiglie e rendere visibile la tenerezza con cui Cristo continua a camminare in mezzo al suo popolo.
Voglia il nostro dialogo reciproco essere improntato alla libertà evangelica che vediamo negli Atti degli Apostoli. Possiamo condividere ciò che ha portato gioia nelle nostre Chiese, ciò che ci ha messo alla prova e quali domande sono emerse con maggiore chiarezza attraverso l’esperienza. Inoltre, la diversità delle situazioni da cui proveniamo può diventare un dono per il discernimento di tutta la Chiesa.
Il quadro tematico preparato per questo incontro ha lo scopo di tenere presente l’ampiezza di Amoris laetitia e di mettere in dialogo l’Esortazione Apostolica con ciò che le nostre Chiese hanno vissuto negli ultimi dieci anni. Traiamo ispirazione dalla ricchezza della parola di Cristo e dalla tradizione della Chiesa. Il programma è stato reso pubblico affinché il Popolo di Dio possa accompagnare il nostro lavoro attraverso la preghiera e la riflessione sinodale.
Da parte nostra, ascoltarci a vicenda, lasciare che ciò che sentiamo risuoni dentro di noi e rimanere attenti ai suggerimenti dello Spirito Santo può risvegliare la creatività pastorale di cui abbiamo bisogno di fronte alle nuove domande.
Ecco perché il nostro ritiro comune di questa sera e la preghiera con cui inizieremo ogni giornata sono al centro del nostro lavoro. Chiedo al Signore di aiutarci a raccogliere i frutti che Amoris laetitia ha portato nelle nostre Chiese locali, affinché possano nutrire l’intera Chiesa.
Spero che, attraverso le numerose testimonianze che portate dalle vostre Chiese e da diversi contesti culturali, possa gradualmente prendere forma una narrazione condivisa di questi dieci anni, caratterizzata da gioia e speranza, e che ci renda capaci di affrontare con onestà le prove e le difficoltà che ancora permangono. Ciò alimenterà il discernimento pastorale delle Conferenze Episcopali e delle strutture gerarchiche delle Chiese orientali. Aiuterà inoltre le Chiese locali a riconoscere nuovi percorsi e a coinvolgere più profondamente tutti i battezzati nel cammino sinodale della Chiesa. Chiedo inoltre che tutti noi preserviamo la discrezione e la riservatezza che questo tempo di ascolto e di discernimento richiede.
Ci doni il Signore la libertà di ascoltarci a vicenda, la saggezza di riconoscere la sua opera in mezzo al suo popolo e il coraggio di seguire la strada che Egli ci indica, affinché, ogni giorno, il Vangelo possa diventare sempre più pienamente una buona notizia per le famiglie di tutto il mondo. Grazie.
Angelus, 4 ottobre 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
La parabola evangelica che viene proclamata nella Liturgia di questa domenica parla della vita di Gesù e illumina il senso della sua missione (cfr Mt 21,33-43). Egli è il Figlio di Dio inviato nel mondo, che però viene rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte. Chi è venuto per portare la salvezza, riceve una condanna; chi vuole donare la vita, viene messo a morte. Mentre ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli, l’insegnamento di Cristo rivela la sempre più grande misericordia del Padre suo.
Quel violento rifiuto, infatti, non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42; cfr Sal 118,22). Gesù stesso ricorda queste parole del salmo, che celebra l’opera meravigliosa fatta dal Signore: proprio lo scarto diventa il fondamento che sostiene tutto. Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!
Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa. Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa. San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.
Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli.
In quest’opera ci accompagni sempre l’intercessione di Maria Santissima nostra Madre, alla quale ora ci rivolgiamo, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
domenica scorsa, a Lourdes, ho invitato a pregare il Rosario, durante questo mese di ottobre, con la speciale intenzione che cessino le guerre e si costruisca la pace. Fra i primi a farlo sono stati i bambini, e lo stanno facendo: dal 1° al 7 ottobre la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” promuove l’iniziativa “Un milione di bambini recita il Santo Rosario”, per la pace e l’unità nel mondo. Ringrazio di cuore tutti i bambini e le bambine che, in tante parti del mondo, si uniscono a questa preghiera; e seguiamo tutti il loro esempio, invocando l’intercessione della Vergine Maria perché i popoli siano liberati dal flagello della guerra. In particolare, preghiamo per la Terra Santa e per le vittime innocenti della violenza.
Nei prossimi giorni, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, avrà luogo in Vaticano un incontro a cui ho convocato i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Sarà un momento di discernimento sinodale, per individuare i passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo con le famiglie e le giovani generazioni. Affido alla vostra preghiera questo impegno e soprattutto le famiglie, che, con l’aiuto di Dio, sono segno di speranza e ricchezza inestimabile per la Chiesa e per la società.
Sono lieto per le molteplici iniziative che celebrano l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Ricordo, in particolare, quelle che hanno avuto luogo ad Assisi, con la presenza delle massime Autorità dello Stato Italiano. E saluto anche i Radioamatori di Assisi e Foligno che diffondono il messaggio di pace di San Francesco.
Rivolgo ora il mio saluto a tutti voi, che siete presenti oggi in Piazza San Pietro!
Do il benvenuto ai partecipanti alla International Week of Sacred Music, organizzata dal Pontificio Istituto di Musica Sacra; come pure ai fedeli di Puente Alto in Santiago del Cile; agli insegnati e agli studenti del Gymnasium Sankt Bonaventura di Dillingen, in Germania.
Saluto i cresimandi di Pinerolo; i fedeli di Fasana Polesine; i ragazzi della Val Brembana che hanno camminato sulla Via Francigena da Viterbo a Roma; l’Associazione FIABA, che promuove campagne per migliorare l’accessibilità dei luoghi pubblici; il gruppo “Mamme che regalano un sorriso”, di Taranto; e l’associazione “Studenti con le Stellette”, di Lurago d’Erba.
Benedico di cuore i fedeli che oggi, da questa Piazza, si recheranno in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Rivelazione sulla Via Laurentina, proseguendo la tradizione avviata dal Papa Pio XII.
A tutti auguro una buona domenica.
Santa Messa per il Corpo della Gendarmeria (3 ottobre 2026)
Cari fratelli e sorelle,
sono molto contento di celebrare per voi e con voi l’Eucaristia, in occasione dalla festa del vostro Patrono San Michele Arcangelo. Poco fa quindici di voi hanno pronunciato il loro giuramento. Questo è il momento della preghiera. In particolare, ora soffermiamoci brevemente a riflettere sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato: essa ci aiuta a comprendere che cosa significa servire, custodire e proteggere.
Il profeta Isaia (5,1-7) ci ha parlato della vigna amata e curata con tanta attenzione. È simbolo dell’amore di Dio per il suo popolo. Dio ha fatto di tutto per la sua vigna e attende da essa frutti buoni. E il Signore chiama tutti i suoi figli a lavorare nella sua vigna, così che noi siamo nello stesso tempo vigna e operai. Per voi, Gendarmi, questo servizio è un modo di essere operai nella vigna del Signore. Alla vostra cura sono affidati luoghi, ingressi, edifici, ma soprattutto persone. Un tratto che appare nell’incontravi è proprio la cura: è bello vedere come guardate l’altro non come un problema da risolvere, ma come una persona da rispettare e custodire.
Nel Vangelo (Mt 21,33-43), la parabola di Gesù ci ha mostrato un esempio negativo: i vignaioli che, nel tempo, hanno dimenticato che la vigna non appartiene a loro, ma è stata loro affidata perché se ne prendano cura. È un richiamo prezioso per chi vive un servizio: ciò che riceviamo è una responsabilità da custodire con umiltà e dedizione, da vivere con discrezione e senso del dovere. Sapete bene che l’autorità, alla luce del Vangelo, si esprime anzitutto nella capacità di custodire, ascoltare e accompagnare, con equilibrio, fermezza e rispetto.
E poi Gesù racconta che il padrone della vigna manda il proprio figlio. Al centro della parabola c’è questo figlio, che rappresenta il Cristo. E al centro della vostra vita e del vostro servizio deve esserci Lui: Gesù Cristo. Prima ancora di essere gendarmi, siete uomini chiamati a seguirlo. Da Lui impariamo la forza che sa farsi mitezza, la vigilanza che nasce dalla fiducia, l’autorevolezza che cammina insieme all’umiltà e il coraggio di intervenire con cuore misericordioso.
Nella seconda Lettura San Paolo ci ha detto: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste» (Fil 4,6). Anche questa è una parola molto appropriata per il vostro servizio. Ci saranno giornate tranquille e giornate difficili; momenti in cui sarà necessario decidere rapidamente; situazioni che porteranno stanchezza e preoccupazione. Il gendarme non porta tutto da solo: prega, sa affidarsi, sa ritrovare in Dio quella pace che gli permette di agire con lucidità e con cuore sereno.
E l’Apostolo aggiunge: “Quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (cfr Fil 4,8). Ecco un altro tratto del vostro “identikit”: un cuore e una mente educati al bene. Prima di ogni gesto esterno c’è uno sguardo interiore. Chi custodisce gli altri deve custodire prima dentro di sé la verità, la giustizia, la bontà e il rispetto. Custodire gli altri chiede un cuore custodito dal Signore.
Il vostro lavoro vi chiede certamente di essere vigili, ma la Parola di oggi vi invita a qualcosa di ancora più profondo: a vegliare con cura anche su voi stessi. A custodire il cuore, perché non si indurisca ma sia sempre docile a Dio e attento agli altri; a custodire la coscienza, perché continui a guidarvi con rettitudine; a custodire la fraternità tra voi, perché ciascuno possa sentirsi accolto, sostenuto e mai solo. Perché un gruppo diventa davvero “comunità” quando i suoi membri si prendono cura gli uni degli altri e imparano a camminare insieme, sostenendosi con semplicità e amore.
Concludo anche quest’anno con un pensiero di affetto e di gratitudine per le vostre famiglie. Ai genitori, alle mogli, ai figli, alle fidanzate: grazie! Voi conoscete i sacrifici, le assenze, gli orari, le preoccupazioni e anche il peso di un servizio che non sempre si vede.
A chi serve da tanti anni e ai quindici che oggi hanno giurato, dico: non dimenticate mai per chi e per che cosa avete scelto di servire. Siate uomini affidabili, discreti, leali. Lasciate che sia Gesù ad ispirare il vostro servizio. Il vostro distintivo più bello sia un cuore che sa custodire.
Affidiamo tutto questo alla Madonna. Maria, donna della cura e della fiducia, accompagni le vostre famiglie e ciascuno di voi. E a San Michele Arcangelo chiediamo di starvi accanto nella vigilanza e nella lotta contro ogni male. Che vi protegga nel vostro servizio e vi aiuti a rimanere fedeli, perché il Signore Gesù sia sempre al centro della vostra vita, del vostro servizio e del vostro cuore.
Comunità del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria in Campo Santo, nel 150° anniversario di fondazione (3 ottobre 2026)
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eccellenze,
Reverendo Mons. Rettore,
cari sacerdoti del Collegio,
cari membri dell’Arciconfraternita,
care sorelle e cari fratelli,
sono lieto di incontrarvi in occasione del 150° anniversario della fondazione del vostro Collegio e vi do un caloroso benvenuto. Le origini del Campo Santo come punto di riferimento privilegiato per i pellegrini diretti a Roma provenienti dal territorio del Sacro Romano Impero risalgono all’VIII secolo. Nel XIX secolo questo luogo assunse particolare importanza per i sacerdoti dei rispettivi Paesi, quando l’attività del clero era stata notevolmente ostacolata, se non resa del tutto impossibile, a causa delle misure di politica ecclesiastica del Kulturkampf nell’Impero tedesco. Divenne così, grazie all’accoglienza dell’Arciconfraternita del Campo Santo Teutonico, un luogo di rifugio e di studio per i sacerdoti provenienti dall’area di lingua tedesca, trasformandosi poi sempre più in un importante centro per l’archeologia cristiana, la storia della Chiesa e la ricerca sulle origini cristiane. Tutti voi potete guardare con gratitudine ai ricchi frutti di questa storia.
Anche oggi il Collegio sacerdotale vuole essere un luogo sicuro di formazione, in cui i chierici che qui vivono possano approfondire il proprio cammino intellettuale e spirituale, per poter poi rispondere alle domande delle persone nella loro patria di fronte alle grandi sfide del nostro tempo e rendere conto della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15).
Una caratteristica peculiare del vostro Collegio è la vicinanza unica alla tomba di san Pietro Apostolo, che nella storia di questa Istituzione, sin dai suoi inizi, è andata di pari passo con una fedele adesione al Romano Pontefice. Ciò traspare dal titolo di «Pontificio Collegio», che Papa Benedetto XVI le ha conferito nel 2010. A tale onore è legato anche un impegno: custodire questa vicinanza e questa unità con il Successore di Pietro e con la Fede degli Apostoli che egli proclama.
Questa unica Fede in Cristo è il principio dell’unità tra i fedeli, per la quale il Signore ha pregato per suoi discepoli, poiché essa costituisce un elemento essenziale per la credibilità della nostra testimonianza (cfr Gv 17,20-21). Fate vostra questa supplica accorata di Gesù, chiedete questo dono, affinché la comunità del vostro Collegio sia un luogo in cui tale unità possa essere concretamente praticata e resa visibile.
A tal fine chiedo per voi l’aiuto dello Spirito Santo. Affido voi e il vostro Collegio, insieme all’Arciconfraternita e alla Società di Görres a Roma alla vostra patrona Santa Maria della Pietà e vi benedico tutti di cuore. Grazie.