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Aggiornato: 6 min 49 sec fa

Partecipanti all'Assemblea Generale delle Pontificie Opere Missionarie (1° giugno 2026)

Lun, 01/06/2026 - 11:15

Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.


Eminenza,
Eccellenze,
Cari Segretari Generali e Direttori Nazionali,

è con gioia e rendimento di grazie che saluto tutti voi, riuniti quest’anno a Roma per la vostra Assemblea Generale annuale, un anno veramente ricco di pietre miliari missionarie. Quest’anno ricorre il primo centenario dell’istituzione, su richiesta della Pontificia Opera della Propagazione della Fede, della Giornata Missionaria Mondiale, la penultima domenica di ottobre, da parte del mio predecessore Papa Pio XI. Per cento anni questa giornata è stata dedicata alla preghiera, alla riflessione e al contributo alla missione di evangelizzazione della Chiesa, specialmente nelle zone dove la proclamazione del Vangelo sta appena iniziando e dove la Chiesa è ancora giovane. In quel giorno, ogni comunità cattolica è invitata a pregare e a offrire sacrifici spirituali e materiali per l’impegno missionario nelle aree di prima evangelizzazione e per sostenere le giovani Chiese. Sono lieto di esprimere il mio ringraziamento a tutti voi e a chiunque lavori con voi nel mondo, per tutti i vostri sforzi, grandi e piccoli, nel promuovere la Giornata Missionaria Mondiale in ogni circoscrizione ecclesiastica nella comunione universale della Chiesa.

Se mi è consentito aggiungere, uno degli scopi specifici della Giornata Missionaria Mondiale è quello di ricordare ai fedeli delle Chiese più antiche, delle Chiese per così dire consolidate, quanto è importante che anche loro si uniscano allo spirito missionario dell’intera Chiesa.

Grazie ai fondi raccolti nella Domenica Missionaria Mondiale, la Pontificia Opera della Propagazione della Fede è in grado di fornire l’aiuto necessario alle oltre 1.130 circoscrizioni ecclesiastiche che dipendono dal Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, per aiutarle a istituire le necessarie infrastrutture ecclesiastiche e sostenere diverse iniziative missionarie. Sostengono anche l’amministrazione di cinque collegi a Roma per la formazione permanente di sacerdoti e uomini e donne consacrati, che vengono nella Città Eterna per studiare e diventare risorse preziose per le loro Chiese locali, alle quali ritornano una volta completati gli studi. Queste e molte altre iniziative missionarie sono possibili grazie alla generosità dei fedeli nella Domenica Missionaria Mondiale.

Quest’anno ricorre anche il centodecimo anniversario della fondazione della Pontificia Unione Missionaria da parte del beato Paolo Manna, dichiarata Pontificia da Papa Pio XII e definita da san Paolo VI l’“anima” delle altre Pontificie Opere Missionarie. Vi incoraggio tutti a partecipare alla sua missione di promuovere tra tutti i battezzati una spiritualità missionaria sempre più fervente e un impegno sempre più profondo nella missione universale di evangelizzazione della Chiesa in questo nuovo tempo missionario.

È inoltre provvidenziale che quest’anno, il 24 settembre, a St. Louis nel Missouri, verrà beatificato uno dei Direttori nazionali più famosi delle Pontificie Opere Missionarie, il venerabile Fulton J. Sheen. L’arcivescovo Sheen è stato un faro di fede, speranza e amore che per decenni ha brillato attraverso i mezzi radiofonici e televisivi. Io stesso sono stato testimone della sua evangelizzazione quando stavo crescendo. Le sue trasmissioni hanno raggiunto milioni di persone con la speranza del Vangelo e le sue iniziative e i suoi sforzi hanno prodotto un enorme aiuto spirituale e materiale alle Chiese nelle aree di prima evangelizzazione. Possa il nostro nuovo beato essere un esempio per tutti i Direttori Nazionali e Diocesani delle Pontificie Opere Missionarie nel mondo intero.

In un mondo sempre più segnato da divisione, guerra e conflitto tra nazioni e popoli, le quattro Pontificie Opere Missionarie, affidate al Dicastero per l’Evangelizzazione, alla Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, rendono un prezioso servizio alla missione della Chiesa di proclamare Cristo, Principe della Pace nonché rivelazione incarnata dell’Amore Divino per l’umanità. A questo riguardo, la Pontificia Opera Missionaria della Santa Infanzia svolge una missione particolarmente preziosa portando la luce della fede e la consolazione della carità cristiana a bambini in tutto il mondo, specialmente in regioni colpite da odio e violenza. Altrettanto importante è la Pontificia Opera Missionaria di San Pietro Apostolo, che promuove e sostiene la formazione del clero e dei religiosi consacrati indigeni nei territori di prima evangelizzazione. In molti luoghi, senza l’aiuto dell’Opera, i seminaristi e i novizi non avrebbero i mezzi necessari per la loro formazione umana, spirituale e pastorale.

Il tema della Domenica Missionaria Mondiale di quest’anno — Uno in Cristo, uniti nella missione — mette in evidenza l’unità dei credenti e segna il 100º anniversario di questa celebrazione globale. Invita tutti i membri della Chiesa a una comunione più profonda in Cristo e a un’unità più piena nella sua divina missione d’amore. Rispecchia il profondo desiderio del Signore, espresso nella sua preghiera al Padre prima della Passione (cfr. Gv 17, 20, 21, 26). Questi aspetti, espressi nel tema di quest’anno, richiedono un rinnovamento missionario nella Chiesa nei prossimi anni. Pertanto, vi incoraggio a tenere presente questo insegnamento, a vivere una spiritualità autentica di unità e di comunione incentrate su Cristo e a promuoverla attraverso le vostre attività tra i fedeli.

Miei cari fratelli e sorelle, il Concilio Vaticano II ha ribadito che “la Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (Ad gentes, n. 2). Tenendo presente questo, vi invito tutti a comprendere l’urgenza di intraprendere una conversione missionaria continua e di cercare insieme modi per essere una Chiesa missionaria per guarire il nostro mondo, così pieno di tensioni, conflitti e guerre. In questo importante compito, il lavoro delle Pontificie Opere Missionarie rimane essenziale. Pertanto, proseguiamo il nostro cammino missionario con gioia e rinnovato zelo. Che in tutto quel che facciamo per l’opera di evangelizzazione possiamo sempre porre Gesù Cristo al centro, abbracciando il bel principio evangelico espresso da Giovanni Battista: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3, 30).

Affidando tutti voi, i vostri collaboratori, benefattori e tutti quanti partecipano a questo lavoro missionario essenziale alla intercessione materna della Madre di Dio, Maria — Regina delle Missioni — e a quella di tutti i santi missionari, vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica. Grazie.

Preghiamo insieme come ci ha insegnato Gesù: “Padre nostro…”

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 123, lunedì 1° giugno 2026, p. 4.

Angelus, 31 maggio 2026<i>Solennità della Santissima Trinità</i>

Dom, 31/05/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Con la solennità di Pentecoste, una settimana fa, si è concluso il Tempo pasquale. Celebrando oggi il Mistero di Dio Trinità ci è offerta la possibilità di ripensare il cammino percorso, a partire dal suo centro: la vita di Dio che si è donata a noi in Gesù Cristo. Questa vita è una comunione dinamica, inesauribile, feconda, che ora ci coinvolge: lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è stato infatti riversato nei nostri cuori, così che nel mondo prende forma la Chiesa, sacramento di comunione, spazio di incontro, di amore e di vita in cui cielo e terra già si toccano.

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 3,16-18) ci presenta Nicodemo, una personalità di rilievo in Israele che sentì una profonda attrazione per Gesù. Infatti andò a trovarlo – di notte, per non essere visto –, desideroso di conoscere meglio questo misterioso Maestro e di porgli delle domande. Ospitandolo, il Signore diede importanza alla sua ricerca. Lo sorprese, suggerendogli che è possibile anche a un adulto rinascere; gli lasciò intuire che la vita di Dio avrebbe potuto trasformare la sua vita. Gesù parlò a Nicodemo dello Spirito Santo, illuminò la sua notte con la verità che nella festa di oggi risuona in tutte le nostre chiese: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (v. 16). E ancora: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (v. 17).

Carissimi, nel Mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, siamo a casa, come Nicodemo si sentì a casa presso Gesù. La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti: scopriamo che ogni creatura è fatta per la comunione, la relazione, l’incontro. E, per contrasto, comprendiamo perché le divisioni, le polarizzazioni, il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità.

Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo. Aveva ricevuto da Dio, attraverso Cristo stesso, lo Spirito della comunione, che apre il cuore alla nuova verità e alla vera novità. Chi non accoglie questo Spirito invecchia presto, nel lamento; si trova solo, non ha mai l’animo in festa. Oggi, invece, cari fratelli e sorelle, è festa! La festa di Dio è la nostra festa. Per questo San Paolo scrive ai Corinzi: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).

Ed ora, con la preghiera dell’Angelus, ci rivolgiamo alla Vergine Maria: nel suo “sì” alla divina Volontà fiorisca anche il nostro “sì” all’amore della Santissima Trinità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

in questo mese di maggio da tutta la Chiesa si è levata una corale invocazione di pace. Specialmente attraverso la preghiera del santo Rosario, come una catena ininterrotta ha affidato all’intercessione della Vergine Maria i popoli martoriati dalla guerra. Possa la divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura.

Oggi in Italia si celebra la 25ª “Giornata del sollievo”. Sono vicino alle persone malate e a quanti se ne prendono cura; ringrazio e incoraggio tutti coloro che diffondono la cultura della prossimità e della cura.

Saluto con affetto tutti voi che siete venuti oggi in Piazza San Pietro, romani e pellegrini!

In particolare, do il benvenuto al Vescovo e ai pellegrini della Diocesi di Kumba, in Camerun; come pure al coro parrocchiale di Dunajska Luzna, in Slovacchia. Saluto i polacchi qui presenti e anche i partecipanti al grande pellegrinaggio al Santuario di Piekary, dove Maria è venerata come Madre della Giustizia Sociale.

Saluto il Gruppo Alpini di Rivoli, i ragazzi di San Zeno Naviglio, e i partecipanti alla “Staffetta dell’inclusione” con alcuni vessilli realizzati da studenti di scuole superiori italiane.

Auguro a tutti una buona domenica.

Santo Rosario per la chiusura del mese mariano (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 19:00

«Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia» (Sal 85,9). Le parole del Salmo accompagnano bene la nostra preghiera del Rosario questa sera, perché esprimono la speranza della quale sentiamo il bisogno, soprattutto davanti alle difficoltà e alle violenze del tempo presente.

Disponiamo allora il nostro cuore all’ascolto della Parola di Dio, così che nella preghiera possiamo comprendere il senso di quanto accade nella storia, riconoscendo la provvidenza di Dio che sempre la guida e ci soccorre. La Vergine Maria è modello del credente, che porge l’orecchio del cuore per ascoltare “che cosa dice Dio”. Ella ci è di esempio con la sua obbedienza, che accoglie l’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo.

Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito. Il Signore non ci abbandona mai, anche quando noi lo dimentichiamo, anche quando perdiamo la via, Egli viene a cercarci e si fa vicino con l’amore di sempre. Come ricorda il profeta Isaia: «Io pongo sulle labbra: pace, pace ai lontani e ai vicini» (Is 57,19). Chi ha fiducia in Dio comprende questo annuncio di pace e ne diventa artefice, costruendola con le sue stesse mani (cfr Mt 5,9).

La pace, infatti, non è una teoria da verificare in laboratorio, né un’ingenua illusione, né un affare da gestire per interesse. Quando la si ricerca con cuore sincero, essa è piuttosto un impegno quotidiano della nostra vita: scaturisce dalla giustizia e dall’amore, come armonia che unisce le persone, le famiglie, le comunità, i popoli. Anche in questo tempo di tensioni e conflitti, la pace diventa possibile quando si vuole ascoltare il grido di chi ne è privato: bambini innocenti, madri e padri angosciati, prigionieri maltrattati, profughi, persone sofferenti di ogni età. Tutti costoro hanno sulle labbra una sola parola: pace!

Noi lo sappiamo: la pace è sempre possibile perché è dono di Dio. Questa pace, la sua pace, ha il volto di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che nella sua vita donata per noi ha riconciliato il cielo e la terra. Come scrive l’Apostolo Paolo: «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14): Colui che abbatte i muri dell’inimicizia, che vince l’arroganza con l’umiltà e riscatta dal peccato l’intera creazione.

Quando il Signore Gesù è con noi e ci comportiamo da veri discepoli del suo amore, allora lo Spirito Santo può realizzare ciò che appare umanamente impossibile. Quando invece ci si allontana da Dio, ci si allontana anche dall’uomo, dal nostro prossimo, restando indifferenti al suo dolore. Ogni volta che ritorniamo al Signore, la sua pace diventa il nostro impegno, secondo i compiti e le responsabilità di ciascuno.

La nostra preghiera diventa così missione e profezia: non dovrà più esserci pianto di innocenti nelle nostre città; nessuno dovrà fuggire dalla propria casa per la minaccia delle bombe; la bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media.

Cari fratelli e sorelle, la pace vera inizia in un cuore che ama; viene testimoniata da labbra che pronunciano parole di riconciliazione; si riflette negli occhi che guardano al mondo con mitezza e saggezza. Questa è la vera forza, la forza della verità e dell’amore.

Dio cerca costruttori di pace! La nostra Madre Santissima ci aiuti a rispondergli ogni giorno il nostro “eccomi”, non a parole ma con i fatti.

Comunità di Villa Nazareth (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 17:00

Grazie! Grazie a tutti!

Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
la pace sia con voi!

(Indirizzo di saluto del card. Segretario di Stato Pietro Parolin)

Cari fratelli e sorelle, buonasera e benvenuti!

Saluto Sua Eminenza il Card. Pietro Parolin e lo ringrazio per le sue parole di benvenuto e di introduzione alla bella realtà di Villa Nazareth, nonché Sua Eccellenza Mons. Claudio Maria Celli, i sacerdoti e i religiosi presenti. Saluto i rappresentanti delle varie componenti di Villa Nazareth –  la Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth, l’Associazione Comunità Domenico Tardini, la Fondazione Comunità Domenico Tardini – e gli studenti del Collegio, testimoni di un cammino che ha visto questa realtà crescere e mutare, come la carità richiede, per rispondere nel tempo alle esigenze sempre nuove della formazione giovanile. Vorrei ricordare, all’inizio di questo incontro, alcune figure significative della vostra storia: il Cardinale Domenico Tardini, Fondatore, il Cardinale Antonio Samorè, suo primo successore, e il Cardinale Achille Silvestrini, fecondo e autorevole interprete del progetto iniziale; ma la nostra riconoscenza va anche a numerosi studenti, ex-alunni, amici e famiglie che hanno dato un contributo prezioso.

Villa Nazareth è nata nel 1946, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come segno e strumento di educazione e di pace. Il Fondatore aveva capito che, per promuovere una pace duratura, era necessario formare i giovani facendone dei leader nel fare il bene, dando loro strumenti adeguati per vivere i valori del Vangelo in famiglia, nello studio, nello svago e nell’esercizio della professione. Per questo inaugurò a Villa Nazareth una realtà formativa di ampio respiro – spirituale, intellettuale e morale –, con il particolare scopo di rendere tale opportunità accessibile a chi, ricco in talenti e buona volontà, mancasse dei mezzi necessari per accedere a un corso di studi.

Villa Nazareth ha l’intento di proporre percorsi educativi animati da profonda ispirazione cristiana e umana, con una specificità di metodo, cioè il cammino comunitario, accompagnato da esperti formatori e realizzato attraverso il coinvolgimento di tutti, secondo quanto auspicato nella Costituzione apostolica Veritatis gaudium (cfr n. 4).

So quanto e come il Cardinale Silvestrini sia stato maestro e guida nel cammino formativo di tanti di voi, e come il suo insegnamento ispiri ancora molti progetti realizzati dalla comunità di Villa Nazareth. La vostra proposta formativa, che in definitiva contiene le linee-guida del cammino umano e spirituale di ciascuno di voi, contempla alcune icone bibliche: possano sempre essere fonte ispiratrice del vostro agire! In particolare, l’episodio evangelico della Lavanda dei piedi e la parabola del Buon samaritano aiutano a comprendere quale dovrebbe essere lo stile di vita di un discepolo del Signore: siamo chiamati non per essere serviti ma per servire, attenti a ogni uomo o donna che incontriamo sulla nostra strada, per offrire gesti concreti di amore.

In questa prospettiva, è bene ricordare quanto scriveva Papa Francesco: «Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). In effetti, come ho voluto sottolineare nell’Enciclica appena pubblicata, «ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma» (Magnifica humanitas, 128). Oggi l’umanità si trova «di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme […] in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile» (ibid., 1). E queste due icone ci ricordano come operare per rispondere alle sfide che abbiamo di fronte.

Alla luce di tutto questo, vorrei però ricordare e incoraggiare un ultimo aspetto del vostro lavoro: l’intento di fare di Villa Nazareth un focolaio e una fucina di pensiero cristiano, in cui il confluire degli sforzi intellettuali, morali ed economici di uomini e donne appartenenti a diverse generazioni e ambienti di vita contribuisca all’approfondimento, alla crescita e alla diffusione di una cultura sempre più illuminata dagli insegnamenti del Vangelo.

In occasione della visita per il 50° anniversario di fondazione della Comunità, San Giovanni Paolo II vi incoraggiava ad assimilare e trasmettere quella Sapienza che «purifica, integra, porta alla pienezza gli sforzi più nobili dell’intelligenza e dell’operosità umana, sottraendoli alla prigionia dell’orgoglio e della logica di dominio e aprendoli alla prospettiva dell’amore e del servizio» (Discorso alla Comunità di Villa Nazareth nel 50° di fondazione, 8 giugno 1996).

Papa Benedetto XVI, pochi anni dopo, ribadiva l’invito a Villa Nazareth di «formare i suoi giovani al coraggio delle decisioni, in un atteggiamento di apertura al dialogo, con riferimento alla ragione purificata nel crogiuolo della fede» (Discorso alla “Comunità Domenico Tardini”, 11 novembre 2006). E ricordando il colloquio tra il diacono Filippo e l’Etiope, narrato negli Atti degli Apostoli (cfr 8,26-40), aggiungeva: «È dunque importante che qualcuno arrivi accanto a chi è in cammino e gli annunci “la buona novella di Gesù”, come fece Filippo. È qui adombrata la “diaconia” che la cultura cristiana può svolgere nell’aiutare le persone in ricerca a scoprire Colui che è nascosto nelle pagine della Bibbia come nelle vicende della vita di ciascuno» (ibid.); e concludeva: «Nessuna cultura può essere contenta di se stessa finché non scopre che deve farsi attenta alle necessità reali e profonde dell’uomo, di ogni uomo» (ibid.).

Sono appelli più che mai validi anche oggi, in un tempo in cui i giovani dispongono di opportunità e di mezzi di conoscenza e di crescita meravigliosi, ma hanno anche tanto bisogno di luce e di guida, soprattutto per fare unità tra mente e spirito, tra fede, studio, professione e vita.

Per questo anch’io mi faccio eco dei miei Predecessori, esortandovi a continuare con slancio rinnovato la vostra opera. Ringrazio di cuore tutti voi – formatori, studenti, associati, ex-allievi, amici – per il bene con cui arricchite ogni giorno la Chiesa e la società.

Vi affido a Maria, Madre della Sapienza e Stella sul nostro cammino, mentre di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Grazie.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione del 16º Simposio Nazionale delle Famiglie ad Aparecida (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 14:30

Con grande gioia rivolgo questo messaggio a tutti i partecipanti a questo Simposio Nazionale, organizzato dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile nella Casa della Madre Aparecida, luogo speciale per tutti i brasiliani e anche per i cattolici del mondo intero. Mi sento in profonda sintonia con voi e con i lavori che insieme state svolgendo, con la preghiera e la riflessione di ognuno, su un tema di così grande rilevanza: la famiglia.

La Chiesa insegna che la famiglia è la «prima ed essenziale cellula della società» (Pio XII, Summi pontificatus, n. 47), e, per questo, deve essere protetta e promossa. Chiamata ad annunciare l’amore di Dio nel mondo di oggi, la singolare comunità di persone formata da un uomo e una donna — così uniti nell’amore da diventare “una sola carne” (Gn 2, 24) — comprende pienamente la sua identità solo quando guarda al Signore Gesù e al sacrificio che Egli ha fatto di sé stesso sulla croce per la sua Sposa, la Chiesa (cfr. Ef 5, 21-33; san Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 13). È in Cristo che impariamo a vedere nell’altro l’immagine di Dio, amando il prossimo come Lui ci ha amati (cfr. Gv 13, 34).

Tuttavia, è necessario guardare alle famiglie con realismo e compassione, sapendo delle innumerevoli difficoltà che le affliggono, ossia delle loro fragilità, crisi, angosce e tante altre situazioni di sofferenza. Tutto ciò esige dalla Chiesa e dagli agenti di pastorale un approccio misericordioso e un discernimento prudente e maturo (cfr. Francesco, Amoris laetitia, cap. VIII).

Pertanto, prestiamo attenzione all’esempio della Santa Famiglia di Nazaret. Le piccole e fondamentali virtù del focolare in cui Gesù è nato ed è cresciuto, imparando da san Giuseppe e dalla Vergine Maria, devono servire da ispirazione e modello per tutte le nostre famiglie ed essere fonte dove si cerca la vera pace. Di fatto, come ha indicato Benedetto XVI, la famiglia svolge una missione primordiale e insostituibile quale «educatrice alla pace» (Messaggio per la XLI Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2008, n. 3).

In vista di ciò, carissimi fratelli e sorelle, come pegno dei più abbondanti doni celesti e per intercessione di Nostra Signora Aparecida, Regina e Patrona del Brasile, invio la mia benedizione ai vescovi, ai partecipanti a questo Simposio e a tutte le famiglie.

Dio vi benedica!

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 122, sabato 30 maggio  2026, p. 4.

 

 

Membri del Rinnovamento Carismatico Cattolico (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 10:45

Sono lieto di questo mio primo incontro con il Rinnovamento Carismatico Cattolico, e di salutare tutti voi qui presenti, come anche le comunità, i gruppi e le scuole di preghiera e di evangelizzazione che rappresentate. Dio ha davvero benedetto le vostre comunità con tantissimi doni, tra cui la vitalità spirituale. Saluto anche i leader dei Servizi di Comunione nazionali e internazionali del Servizio Internazionale per il Rinnovamento Carismatico Cattolico (CHARIS), che hanno organizzato questo incontro.

Per il Rinnovamento Carismatico Cattolico, gli anni successivi al Concilio Vaticano II sono stati un tempo di grande espansione e crescita, e di integrazione nella vita della Chiesa, nonché di consolidamento delle sue strutture di servizio.

I miei venerabili Predecessori hanno riconosciuto questo sviluppo come grande dono per la Chiesa. Di fatto, san Paolo VI ha affermato che non vi è nulla di più necessario per questo mondo sempre più secolarizzato della testimonianza di questo rinnovamento spirituale, che lo Spirito Santo sta ispirando nelle più diverse regioni e comunità (cfr. Discorso ai partecipanti al III Congresso internazionale del rinnovamento cattolico carismatico, Pentecoste, 19 maggio 1975).

Nel sottolineare la vostra caratteristica attenzione all’evangelizzazione, san Giovanni Paolo II ha detto: «È lo stesso Spirito che vi spinge a portare testimonianza». E ha poi aggiunto: «Come può chiunque abbia gustato la bontà di Cristo rimanere silenzioso e inattivo? […] Cristo è il nostro Salvatore […] Come possiamo mancare di evangelizzare? Continuate a comunicare questo zelo per il Vangelo a coloro che vi circondano!» (Discorso ai membri della “Fraternità cattolica delle Comunità Carismatiche”, 7 dicembre 1991).

Da parte sua, Benedetto XVI ha parlato del contributo specifico che date alla Chiesa. Ha detto: «uno degli elementi e degli aspetti positivi delle Comunità del Rinnovamento Carismatico Cattolico è proprio il rilievo che in esse rivestono i carismi o doni dello Spirito Santo e loro merito è averne richiamato nella Chiesa l’attualità» (Discorso ai partecipanti alla XIII Conferenza Internazionale della Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowship, 31 ottobre 2008).

Come il Cardinale Suenens agli inizi del movimento, Papa Francesco ha spesso parlato di voi come di una “corrente di grazia” che è «per tutta la Chiesa, non solo per alcuni» (Veglia di preghiera di Pentecoste in occasione del “Giubileo d’Oro” del Rinnovamento Carismatico cattolico, 3 giugno 2017). In sintesi, egli ha descritto il vostro cammino come «evangelizzazione, ecumenismo spirituale, cura dei poveri e dei bisognosi e accoglienza degli emarginati», aggiungendo: «E tutto questo sulla base della adorazione! Il fondamento del rinnovamento è adorare Dio!» (Discorso ai partecipanti alla 37Convocazione Nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, 1° giugno 2014).

Anch’io desidero promuovere la relazione di rispetto reciproco, vicinanza e sostegno tra la Sede di Pietro e la grande famiglia del Rinnovamento Carismatico Cattolico. A tale riguardo, vorrei riflettere sui seguenti aspetti fondamentali della vostra esperienza spirituale: il battesimo nello Spirito; la preghiera di lode; la Parola di Dio, la comunione; e la carità.

Prima di tutto, il battesimo nello Spirito. Il vostro cammino di fede comune ha le proprie origini nell’esperienza personale dello Spirito Santo, che ha permesso alla grazia del Battesimo di diventare efficace in ognuno di voi, portandovi alla chiara consapevolezza dell’amore di Dio. È questa la prima potente esperienza della grazia vissuta dallo stesso sant’Agostino dopo la sua conversione, e che egli ha descritto con queste fervide parole: «o Cristo Gesù, mio soccorritore e mio redentore? Come a un tratto divenne dolce per me la privazione delle dolcezze frivole! Prima temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza, le espellevi da me, e una volta espulse entravi al loro posto, più soave di ogni voluttà» (Confessioni, IX, 1, 1).

Allo stesso modo, lo Spirito Santo vi ha permesso di assaggiare la dolcezza di Cristo. Anche per voi, infatti, da quel momento la vita è cambiata. Dio ha cessato di essere una mera idea ed è diventato l’espressione autentica e definitiva della paternità. Il suo Spirito ha portato riconciliazione interiore, pace e libertà dagli attaccamenti terreni e dall’oppressione del peccato. Ha inoltre reso possibile un nuovo atteggiamento caratterizzato dall’apertura e dalla speranza verso gli altri e verso il futuro, nella certezza che nulla ci potrà mai separare dall’amore di Cristo (cfr. Rm  8, 38-39). Da questa esperienza dello Spirito Santo deriva il desiderio profondo di essere testimoni e messaggeri del suo amore, portando la sua consolazione alle persone oppresse da un senso di vuoto e di solitudine.

Preghiera di lode. È stato proprio da questa esperienza avvincente dello Spirito Santo che è iniziata una nuova vita di preghiera, che ha assunto la forma di una nuova capacità di dialogare con Dio in modo spontaneo e sincero, e in una nuova apertura alla lode, all’adorazione e al rendimento di grazie a lui. L’adorazione e la lode, così caratteristiche dei vostri incontri, sono aspetti essenziali della preghiera cristiana, e negli ultimi anni voi avete contribuito a farli riscoprire e li avete riportati alla ribalta.

La Parola di Dio. La rinnovata effusione dello Spirito vi ha condotti anche a un incontro vivo con la Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo ha ispirato la Parola di Dio rivelata ed è anche colui che la mantiene sempre viva e attiva nella Chiesa, facendola risuonare nel cuore dei credenti, specialmente nella liturgia. La Scrittura, pertanto, è diventata per voi una meravigliosa fonte di nutrimento spirituale che illumina e conforta. È parimenti una fonte di discernimento per orientare le vostre scelte quotidiane e dà sostanza alla preghiera comune, permettendovi di rivolgervi al Signore con parole ispirate da Dio stesso.

Comunione. Lo Spirito Santo è la sorgente della comunione. In diversi documenti, Papa Leone XIII ha incoraggiato i cattolici a pregare ogni anno una novena allo Spirito Santo tra le solennità dell’Ascensione e della Pentecoste, specialmente per l’intenzione dell’unità dei cristiani. Voi chiaramente comprendete l’importanza di questo invito, dato che avete visto che l’unità nella Chiesa è il frutto dello Spirito, poiché, come afferma sant’Agostino, lo Spirito Santo «è dunque una specie di ineffabile comunione tra il Padre ed il Figlio» (De Trinitate, V, 11, 12). È lo Spirito a creare armonia tra i vari carismi e le componenti del Rinnovamento Carismatico, come anche con i nostri fratelli e sorelle di altre denominazioni cristiane.

E infine, la carità. Sant’Agostino ha scritto che lo Spirito Santo «una volta dato all’uomo, l’accende d’amore per Dio e per il suo prossimo, essendo lui stesso amore. L’uomo infatti non riceve se non da Dio l’amore per amare Dio» (De Trinitate, XV, 17, 31). È ciò che anche voi avete sperimentato. La rinnovata presenza dello Spirito ha risvegliato in voi una nuova capacità di amare, ispirata dalla divina carità stessa. Questo amore è rivolto verso Dio e verso i vostri fratelli e sorelle, e ispira vicinanza e compassione, specialmente per coloro che stanno soffrendo. Dal Rinnovamento Carismatico sono nate molte opere di carità per chi è nel bisogno, sia spirituale sia materiale. Vi invito, dunque, a mantenere vivo questo amore per i poveri, che rivela il vero volto di Dio.

Cari amici, vi ringrazio per il vostro impegno e vi incoraggio a proseguire la vostra missione. Mettetevi al servizio delle vostre diocesi e parrocchie, offrendo la vostra esperienza e i vostri metodi di evangelizzazione. Seguite fedelmente la guida dei vostri sacerdoti; e, nel vostro discernimento comune, ascoltate le voci delle persone sagge, anche se non fanno parte dei vostri gruppi. Coltivate l’armonia e la cooperazione delle comunità alle quali appartenete, facendo attenzione a non cedere mai al desiderio di autopromozione o di ricerca di potere o prestigio personale. Lo Spirito Santo sia sempre una luce e una fonte di forza nel vostro cammino personale e comune, e la Vergine Maria, Madre della Chiesa, vi protegga. E ora, con questi sinceri sentimenti, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 122, sabato 30 maggio  2026, p. 4.

Membri della Fondazione “Centesimus Annus Pro Pontifice” (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 10:00

Sono lieto questa mattina di dare il benvenuto a voi, Presidente e membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, come anche a quelli tra voi che hanno partecipato all’Assemblea Generale e Conferenza Internazionale 2026. La vostra presenza qui è dovuta al vostro impegno costante nello studio e nell’attuazione della Dottrina Sociale della Chiesa nella società odierna. Non è un segreto che questo è un tema che mi è molto caro, per non dire che è una parte essenziale della missione della Chiesa in questo mondo. Il vostro incontro annuale è coinciso con la recente pubblicazione di Magnifica humanitas, e ritengo che questa enciclica possa offrire degli orientamenti per sviluppare e valutare i molti temi che avete esaminato durante la Conferenza e la preparazione che l’ha preceduta.

A tale riguardo, il tema scelto per quest’anno — “Un mondo frammentato alla ricerca della spiritualità: libertà e pluralismo nella Dottrina sociale della Chiesa” — offre molti punti di riflessione. Anzitutto, riconosce l’infelice situazione in cui si trova attualmente l’umanità mentre viviamo in un’era caratterizzata da guerre e da una crescente polarizzazione, nonché da divisioni culturali e sociali. Tuttavia, in mezzo alla fragilità nasce una nuova speranza. Anche se le divisioni sembrano crescere, emerge un comune denominatore che indiscutibilmente ci unisce tutti: la nostra comune umanità. Di fatto, è proprio quando si trova ad affrontare circostanze avverse che la persona umana è chiamata a riesaminare le domande fondamentali che hanno gentilmente spinto il cuore di innumerevoli generazioni a una riflessione più seria: “dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?” (Magnifica humanitas, n. 6).

Tali domande sono una chiara manifestazione della ricerca di verità dell’umanità e fanno nascere un desiderio di qualcosa di più, una sete di Dio e un senso duraturo. Testimoniano anche gli aspetti essenziali della nostra umanità: i doni dati da Dio della ragione e della libertà, attraverso i quali possiamo arrivare a conoscere la verità e a seguire ciò che è bene. Sebbene la libertà venga spesso intesa come capacità di fare ciò che si vuole, è essenziale ritrovare un senso autentico della libertà che ci consenta di scoprire la sua dimensione relazionale, poiché è proprio qui che possiamo parlare della realizzazione della persona sia come individuo sia come società. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato che questa realizzazione la si trova quando la libertà è vissuta nel “dono di sé e l’accoglienza dell’altro” (Evangelium vitae, n. 19), ovvero quando la libertà viene usata per amare. Al contrario, “quando invece viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità” (Ibidem).

Ciò che scopriamo qui sono le due “città” descritte da sant’Agostino, che continuano a caratterizzare non soltanto il cuore umano, ma anche le civiltà che noi creiamo. La Città dell’Uomo, costruita sull’orgoglio e l’amore di sé, è caratterizzata da egoistico individualismo. La Città di Dio, edificata sull’amore di Dio fino all’altruismo e la coltivazione di relazioni, è ciò che rende davvero possibile costruire una civiltà dell’amore. In quest’ottica possiamo scoprire che ciò che si cela dietro la crisi delle democrazie contemporanee e l’indebolimento del multilateralismo è, di fatto, una crisi antropologica che deriva dall’aver in gran parte dimenticato il Creatore. Tuttavia, lungi dal lasciarci prendere dallo sconforto, siamo chiamati a fare la nostra parte, ricordando che “la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (Magnifica humanitas, 213).

Un altro aspetto della promozione e del lavoro per una vera civiltà dell’amore è il dialogo. Un dialogo fondato sulla verità che riconosce e apprezza la comune umanità di ogni persona. Di fatto, tenere presente l’innata dignità di ogni individuo permette di superare l’egoismo e gli interessi particolari in favore del bene comune. Questa stessa dignità fornisce anche il contesto in cui possiamo parlare di un sano pluralismo che riconosce la ricchezza di contributi che giungono dalle persone di origini diverse e che porta alla pacifica coesistenza.

Con queste brevi riflessioni, vi ringrazio della vostra presenza qui oggi e dei vostri sforzi per promuovere ulteriormente la Dottrina Sociale della Chiesa. Assicurandovi delle mie preghiere costanti, imparto di cuore la mia benedizione, che estendo volentieri alle vostre famiglie e a tutti i vostri cari. Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 122, sabato 30 maggio 2026, p. 2.

Partecipanti all'Incontro Internazionale su "Educación sobre salud mental" (30 maggio 2026)

Sab, 30/05/2026 - 09:30

Sono lieto di potervi incontrare in occasione di questo dialogo dedicato a una delle sfide più urgenti e decisive del nostro tempo: il rapporto tra educazione, salute mentale e tecnologie digitali.

Desidero esprimere la mia gratitudine all’Organizzazione degli Stati Iberoamericani, alla Pontificia Commissione per l’America Latina, al Dicastero per la Cultura e l’Educazione e a tutti coloro che hanno reso possibile questa iniziativa, nata dal desiderio condiviso di costruire insieme autentiche “mappe di speranza”.

Questo incontro nasce con lo sguardo rivolto in modo particolare allo spazio iberoamericano, che serbo nel profondo del mio cuore: una geografia di straordinarie riserve spirituali e umane. Troviamo un’immagine eloquente di questa saggezza, per esempio, nei tessuti artigianali che, con i loro molteplici fili e colori intensi, ci insegnano che nessun filo basta da solo a creare il disegno. Soltanto l’intreccio paziente genera bellezza e resistenza. Ogni filo conserva il proprio colore, ma acquista significato all’interno di una trama più ampia.

Anche l’educazione è chiamata oggi a riscoprirsi così: non come costruzione di individualismi isolati, né come semplice trasmissione di competenze, ma come arte di tessere comunione.

I popoli antichi levavano lo sguardo verso il cielo per leggere le costellazioni. In esse cercavano orientamento; imparavano a riconoscere il ritmo delle stagioni, il tempo della semina e quello del raccolto. Le stelle non si osservavano solo per curiosità astratta, ma anche perché aiutavano a comprendere qual era il momento opportuno per agire, preservando l’armonia tra l’uomo, la natura e il tempo.

Oggi abbiamo bisogno di tornare a levare lo sguardo (cfr. Gv 4, 35). Nella Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza ho invitato a costruire una costellazione educativa globale, nella quale ogni istituzione, ogni cultura e ogni popolo possano offrire il proprio contributo originale per illuminare il cammino dell’umanità. Ogni cultura trova un significato nell’osservazione delle costellazioni. Ogni cultura è chiamata a collaborare al disegno di un itinerario comune, maturando la consapevolezza di appartenere a un’unica famiglia umana.

La consapevolezza di questo grande patrimonio culturale potrà aiutarci ad affrontare una delle maggiori forme di povertà del nostro tempo: la perdita delle costellazioni interiori. Molti giovani possiedono strumenti tecnologici sempre più sofisticati, ma faticano a trovare un senso per cui vivere, sperare, amare e persino soffrire. Dietro tante difficoltà, solitudini e fragilità psicologiche si nasconde spesso una domanda silenziosa: “La mia vita ha un senso”? C’è una speranza affidabile per il futuro?”.

Nella suddetta Lettera apostolica ho ricordato che siamo un desiderio, non un algoritmo (cfr. Disegnare nuove mappe di speranza, 4.1). Quando l’essere umano si riduce a un rendimento, un consumo o un dato statistico, emerge inevitabilmente una profonda sofferenza interiore. Molti giovani vivono oggi sotto il giogo delle aspettative e del rendimento, immersi in una competitività esasperata che genera ansia, paura di non essere all’altezza e disorientamento.

Per questo non possiamo affrontare il tema della salute mentale unicamente come una questione clinica o tecnica. Senza dubbio sono indispensabili i contributi della scienza, della psicologia, della medicina e delle neuroscienze. Ma crediamo anche che l’uomo può vivere in modo autentico — e superare tante fragilità interiori — all’interno di un orizzonte di significato. Quando questo orizzonte si oscura, aumentano il vuoto interiore, l’isolamento e la disperazione. Quando, invece, una persona scopre che la sua vita ha valore, che è amata, attesa e chiamata a un compito nel mondo, allora nasce la speranza. E la speranza non è un’illusione ingenua: è una forza spirituale che sostiene la vita, persino nei momenti più difficili.

Per questo ho voluto aggiungere, tra gli obiettivi del Patto Educativo Globale, anche quello di coltivare la vita interiore. Di fatto, non basta connettere i giovani alle reti digitali, se poi rimangono disconnessi da sé stessi, dagli altri e dalla propria interiorità. Coltivare la vita interiore significa aiutare le nuove generazioni a riscoprire il silenzio, la riflessione, la capacità di porsi domande, la profondità delle relazioni e l’apertura alla trascendenza. Per ascoltare l’anima, è necessario affinare l’udito, perché la sua voce non è un grido, ma un sussurro (cfr. 1 Re, 19, 9-16).

Se la tecnologia ci connette, l’educazione ci forma. Educare significa accompagnare i giovani a scoprire non solo come vivere, ma anche perché vivere. In questa missione educativa, le istituzioni pubbliche, la scuola, le università, le famiglie, le comunità religiose, il mondo della cultura e quello della comunicazione sono chiamati a lavorare insieme. Nessuno può affrontare da solo sfide così profonde e tanto complesse.

Per questo desidero incoraggiarvi a rafforzare questa rete di cooperazione che state costruendo tra voi e con la Santa Sede. In questa epoca di transizione digitale, siamo chiamati a essere luce per molte persone, soprattutto per i giovani, che cercano punti di riferimento affidabili e mappe capaci di orientare il cammino della vita.

Abbiamo bisogno di visioni capaci di costruire nuove sintesi culturali, che abbiano il coraggio di coniugare pensiero e vita, contemplazione e azione, attenzione ai poveri e ricerca di significato, custodendo il patrimonio profondamente umano dell’educazione.

Che la Vergine Maria, modello di educatrice, ci ispiri in questo cammino e guidi i nostri sforzi per infondere fiducia alle nuove generazioni, affinché si impegnino nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 122, sabato 30 maggio  2026, p. 3.

Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (28 maggio 2026)

Gio, 28/05/2026 - 10:45

Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Grazie, Eminenza, per le parole che mi ha rivolto. Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio.

È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi.

Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi.

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

In questo processo, le varie strutture della CEI sono chiamate a continuare a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e sostegno alle Chiese che sono in Italia. Proprio perché ha questo ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica.

Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025).

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.

Vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

Partecipanti alla Plenaria del Dicastero per l'Evangelizzazione-Sezione per le questioni fondamentali dell'evangelizzazione nel mondo (28 maggio 2026) 

Gio, 28/05/2026 - 10:15

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
La pace sia con voi!

Eminenze, Eccellenze,
cari fratelli e sorelle,

è una gioia per me incontrarvi, a conclusione della Sessione Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo. La circostanza mi offre un’opportunità per condividere alcune considerazioni che riguardano la vita della Chiesa, soprattutto per gli anni che stanno davanti a noi.

Prima di tutto, però, desidero esprimere i miei più vivi ringraziamenti per il grande lavoro svolto dal Dicastero durante il Giubileo dello scorso anno. Abbiamo vissuto un tempo di grazia che ha visto giungere a Roma milioni di pellegrini. Il numero finale quanti erano? Dicono 30 milioni… [comunicano il dato] Più di 33 milioni! Tale evento ha richiesto un grande sforzo organizzativo, che si è manifestato in una felice accoglienza sui diversi fronti e, soprattutto, nell’attenzione alla dimensione spirituale per la sovrabbondanza di doni che il Signore ha riversato sui credenti.

La meta della Porta Santa delle quattro Basiliche Papali non ha impedito che l’Anno Santo fosse intensamente vissuto nelle Chiese locali. In tutto il mondo la speranza è diventata la protagonista nella vita cristiana. L’insistenza che è stata posta sulla “sorella più piccola”, che, quasi senza darlo a vedere, trascina le due maggiori, la fede e la carità, ha bisogno di essere ancora annunciata e vissuta con intensità e convinzione. Il mondo ha più che mai sete di speranza. Desidera vivere nella pace e nella certezza che l’impegno per costruire una città degna di figli di Dio non solo è possibile ma reale, perché intriso di una speranza che offre obiettivi veri, non illusori. Non interrompiamo, dunque, questo annuncio, sorretto dalla promessa del Signore Gesù di rimanere sempre con noi; esso si rende visibile nella testimonianza che siamo chiamati a offrire per essere discepoli fedeli alla sua parola (cfr Mt 28,18-20).

L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità.

Non possiamo sottovalutare che, soprattutto nei Paesi dell’Occidente, la crisi della fede, insieme ad altri fattori socio-culturali, ha dato luogo a una diffusa indifferenza religiosa. La fede, a molti, appare come non più rilevante per la propria vita. Il pericolo sotteso, non sempre percepito nella sua gravità, è che venga a mancare il respiro per quanto vi è di più propriamente umano, cioè la ricerca del senso. Le grandi questioni esistenziali rimangono inevase, mentre dilaga una cultura tecnologica che dovrebbe rispondere ad ogni esigenza.

Anche in tale contesto, l’incontro con Cristo è in grado di restituire pienezza di significato e di valore alla vita delle persone, e la Chiesa riscopre la perenne attualità del mandato che ha ricevuto dal Signore risorto. Nessuno può sostituirsi ad essa in questa missione, tanto urgente quanto necessaria per assicurare fondamenta affidabili al futuro dell’umanità, perché sia un futuro di pace, di giustizia, di libertà, di fraternità.

Come è emerso nel Concistoro del gennaio scorso, l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco continua a «rappresentare un punto di riferimento decisivo: essa non introduce semplicemente nuovi contenuti, ma ricentra tutto sul kerigma come cuore dell’identità cristiana ed ecclesiale» (Lettera ai Cardinali, 12 aprile 2026). Invito pertanto anche voi a riprendere Evangelii gaudium nel vostro lavoro a tutti i livelli, per promuovere una missione «cristocentrica e kerigmatica, che nasce da un incontro con Cristo capace di trasformare la vita» (ibid.).

Grande attenzione merita la forte richiesta di spiritualità che, soprattutto nei giovani, si fa strada e che si è espressa in maniera evidente in occasione del Giubileo dei giovani. La nuova generazione non ha preclusioni nei confronti del Vangelo; al contrario, molti, quando lo riscoprono, desiderano conoscerlo meglio, perché percepiscono che in esso si nasconde il segreto per essere veramente felici. Sono certo che il vostro Dicastero è particolarmente attento a questa domanda che i nostri contemporanei pongono con sempre maggiore insistenza, e che richiede una risposta credibile e coerente. L’evangelizzazione non fa affidamento sull’efficienza delle strutture o sulla rilevanza sociale, e nemmeno sul consenso che si può ricevere in qualche momento. Ciò che rimane essenziale è piuttosto avere fiducia nella guida dello Spirito Santo, seguire le strade che Lui indica per condurre molti a Cristo, alla sua parola che salva, al suo amore che rinnova la vita.

L’evangelizzazione deve misurarsi oggi, in modo particolare, anche con mutate condizioni e dinamiche nella trasmissione della fede di generazione in generazione. In alcune regioni del mondo questa trasmissione si è pressoché interrotta, e ciò richiede la capacità di farsi carico di nuove sfide. Le cause di tale situazione sono conosciute e molteplici; ciò che ne risulta è comunque, nelle giovani generazioni, una “povertà” spirituale, una carenza di motivazioni e di strumenti per poter maturare in piena libertà quell’adesione di fede che dà senso alla vita. Grazie a Dio sono numerose e varie, in tutto il mondo, le esperienze mediante le quali le comunità cristiane, le associazioni, i movimenti, i gruppi ecclesiali incontrano i giovani, li ascoltano e dialogano con loro. Il clima culturale diffuso nelle società ipermediatiche e consumistiche riduce la capacità di apprendere con pazienza e di compiere con fatica un percorso di ricerca personale della verità, con perseveranza e senso critico. Ogni messaggio rischia di essere percepito come un’opinione tra le tante.

La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio “la via, la verità e la vita” che ha convertito e santificato tante persone. Come affermava Benedetto XVI: «Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. […] Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Siena 2005, 63-64). La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura.

Vorrei anche dirvi una parola riguardo alla catechesi, che qualifica in modo determinante la vita della Chiesa nel suo impegno formativo e di trasmissione della fede. Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa. Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 31), per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco.

Simile cura va riservata ai ragazzi e alle ragazze che ricevono il sacramento della Confermazione. Incoraggio le molteplici iniziative che li accompagnano nel proseguimento del cammino di fede per la loro crescita umana e cristiana. Tali proposte vengono rese veramente efficaci dall’attenzione rivolta ad ognuno di essi personalmente, riflesso dell’amore unico e personale del Signore.

Carissimi, vi ringrazio per il vostro servizio al mio ministero e a tutta la Chiesa e, affidandovi alla Vergine Maria, perfetta discepola e missionaria del Vangelo, vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

Chirografo del Santo Padre per l’istituzione della Commissione di indirizzo e vigilanza sulla Fondazione “Casa Sollievo della Sofferenza - Opera di San Pio da Pietrelcina, O.F.M. Cap.” (27 maggio 2026)

Mer, 27/05/2026 - 12:00

La testimonianza della Sede Apostolica nell’accogliere l’esortazione a guarire ogni sorta di malattia e di infermità, che è parte così importante della missione affidata al Collegio Episcopale (Mt. 10,1), si è, per lunga tradizione, manifestata anche nell’includere tra le Istituzioni che ad Essa fanno riferimento e per le quali ha particolare attenzione, gestendole direttamente, le iniziative sorte nella Chiesa a sostegno di coloro che soffrono e a quanti se ne prendono cura, e che in quest’ambito prestano opere di carità sia spirituale sia temporale (114, §2 CIC).

Tra queste Istituzioni di cui la Sede Apostolica ha assunto la responsabilità e cura dirette, vi è l’Opera fondata da San Pio da Pietrelcina, eretta in Fondazione con la denominazione “Casa Sollievo della Sofferenza – Opera di San Pio da Pietrelcina, O.F.M. Cap.” (di seguito anche la “Fondazione”) con lo scopo di dare ospitalità, assistenza e cura agli ammalati, ai pellegrini e ai loro familiari, ispirandosi alla spiritualità e alla figura del Santo fondatore.

L’evoluzione dei tempi, della tecnica, del diritto e dell’economia pone la Missione della Chiesa di fronte alla sfida del rinnovamento continuo, in particolare in quei settori, come l’assistenza sanitaria e la cura degli infermi, che richiedono importanti investimenti e una prudente gestione degli stessi, anche mediante il supporto dei fedeli e di quelle istituzioni, pubbliche e private, che, condividendo la Missione della Chiesa e la Sua Dottrina, vengano in supporto della stessa o decidano di parteciparvi con apporti personali e materiali.

Al fine di affrontare e raccogliere questa sfida, sentito il parere di esperti e altri collaboratori, con il presente Chirografo istituisco una Commissione di Indirizzo e Vigilanza sulla Fondazione “Casa Sollievo della Sofferenza – Opera di San Pio da Pietrelcina, O.F.M. Cap.”, con il compito di analizzare la situazione attuale della Fondazione, individuare le migliori soluzioni per una sempre maggiore efficienza, efficacia e sostenibilità nel tempo della sua opera e della sua missione e per dare concreta attuazione alle soluzioni così individuate.

A tal fine, con il presente Chirografo,

dispongo quanto segue

1. È istituita la Commissione di Indirizzo e Vigilanza sulla Fondazione “Casa Sollievo della Sofferenza – Opera di San Pio da Pietrelcina, O.F.M. Cap. (di seguito anche la “Commissione”).

2. La Commissione ha il compito di

     i. analizzare l’attuale situazione economica, patrimoniale, operativa e gestionale delle attività della Fondazione;

     ii. individuare e sottoporre le soluzioni che, in base all’analisi svolta, consentano di migliorare l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità dell’attività della Fondazione, sia nel breve sia nel lungo periodo;

    iii. dare esecuzione e portare a compimento le soluzioni così individuate.

3. La Commissione è dotata di poteri e facoltà adeguati allo svolgimento delle proprie funzioni e finalità istituzionali entro i limiti stabiliti dal presente Chirografo e dalle norme proprie della Santa Sede e di quelle rilevanti poste dall’ordinamento italiano nel quale la Fondazione opera.

In particolare:

     i. la Commissione approva le modifiche dello Statuto e dei Regolamenti della Fondazione al fine di adeguarli al presente Chirografo e di dare esecuzione e portare a compimento le soluzioni di cui al §2;

     ii.  è attribuito alla Commissione il potere, anche in sostituzione degli organi statutari della Fondazione, di adottare le delibere e gli altri atti, negozi e contratti, di ordinaria e straordinaria amministrazione, necessari a dare esecuzione e portare a compimento le soluzioni di cui al §2 e quegli altri atti e delibere che si rendessero medio tempore e ancor prima prodromici o necessari ovvero avessero le caratteristiche di indifferibilità e urgenza. Le delibere così adottate dalla Commissione sono vincolanti per la Fondazione, gli organi statutari della stessa e per quanti vi prestano servizio;

    iii. nei limiti dei compiti e dei poteri attribuiti dal presente Chirografo alla Commissione e delle delibere da questa adottate, è attribuita al Presidente della Commissione la rappresentanza, quale procuratore speciale, della Fondazione, anche presso le amministrazioni pubbliche italiane, potendo questi provvedere a quanto necessario a rendere efficaci e pienamente operativi nell’ordinamento italiano i poteri e la rappresentanza attribuiti con il presente Chirografo alla Commissione e al suo Presidente e le altre delibere adottate dalla Commissione;

    iv. la Commissione, per l’esercizio delle proprie funzioni, può avvalersi di consulenti e collaboratori esterni, scelti fra persone e enti di comprovata competenza e adeguata esperienza nel gestire attività similari a quelle decise dalla Commissione;

    v. la Commissione, entro i limiti stabiliti dal presente Chirografo e dalle norme proprie della Santa Sede e di quelle rilevanti poste dall’ordinamento italiano, ha diritto di accedere e acquisire, tutti i dati, documenti e informazioni relativi alla Fondazione e alla sua attività detenuti dalla Fondazione medesima, dai consulenti di questa o da altri Enti della Santa Sede o della Chiesa;

   vi. per quanto ritenuto utile, la Commissione si serve della sollecita collaborazione degli organi statutari della Fondazione, nonché del suo intero personale. Le Istituzioni Curiali, gli altri Enti collegati alla Santa Sede e il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, collaborano ciascuno per quanto di competenza, con la Commissione, a richiesta di essa.

4. Per dare esecuzione e portare a compimento le soluzioni di cui al §2, la Commissione, in deroga alla normativa vigente e senza dover richiedere autorizzazione alcuna, ha la piena capacità di compiere i necessari atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. La Commissione deve a Noi riferire regolarmente sulle proprie attività e decisioni, e comunque prima di adottare atti di particolare importanza o che abbiano decisiva e significativa incidenza sul patrimonio della Fondazione ovvero che ne modifichino lo Statuto.

5. La Commissione è composta dal suo Presidente e da altri quattro membri, di cui un Coordinatore che ha poteri delegati dalla Commissione per l’esecuzione delle decisioni assunte, la gestione operativa di tutta l’attività della Commissione e il coordinamento dei tecnici e dei consulenti. Le decisioni della Commissione sono assunte a maggioranza dei suoi componenti.

6. Le sedute della Commissione sono convocate dal suo Presidente, che ne stabilisce l’ordine del giorno, e possono tenersi anche mediante collegamento a distanza. Delle sedute della Commissione è redatto processo verbale sottoscritto per la sua validità dal Presidente e dal Segretario e dal quale constano anche le delibere adottate.

7. La Commissione nomina un Segretario che può essere anche un soggetto esterno alla stessa. Il Segretario, se esterno alla stessa, partecipa alle sedute della Commissione senza diritto di voto.

8. La Commissione si avvale di un Comitato di tecnici ed esperti in materie giuridiche ed economiche con funzioni consultive. I componenti del Comitato tecnico partecipano alle sedute della Commissione senza diritto di voto. La Commissione tiene conto delle indicazioni dei componenti del Comitato e ne dà atto a verbale.

9. Nomino Presidente della Commissione il dott. Maximino Caballero Ledo, Coordinatore della Commissione il dott. Fabio Gasperini e membri della stessa S.E. Mons. Paolo Rudelli, S.E. Mons. Giordano Piccinotti, S.E. Mons. Giorgio Ferretti e nomino nel Comitato Tecnico il dott. Benjamín Estévez de Cominges, il dott. Gino Gumirato, l’Avv. Alessandro Ela Oyana.

10. La Commissione è istituita dalla data del presente Chirografo. Essa sarà sciolta, esaurito il suo compito, su Nostra disposizione.

Dispongo che quanto stabilito abbia immediato, pieno e stabile valore, nonostante qualunque disposizione in contrario anche degna di particolare menzione.

Ordino che il presente Chirografo sia promulgato tramite pubblicazione su L’Osservatore Romano, entrando immediatamente in vigore, e quindi pubblicato nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.

Dato in Vaticano il 27 maggio dell’anno 2026, secondo del Pontificato.

 

LEONE PP. XIV

Udienza Generale del 27 maggio 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 2. <i>La liturgia nel mistero della Chiesa</i>

Mer, 27/05/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 2. La liturgia nel mistero della Chiesa 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Nell’Enciclica Mediator Dei, Venerabile Pio XII scrive che «la Chiesa è un organismo vivente, e perciò, anche per quel che riguarda la sacra liturgia, ferma restando l’integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze che si verificano nel corso del tempo» (I,V).

In piena continuità con questo principio, il Concilio Vaticano II nel Proemio della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riconosce come «suo dovere interessarsi in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (n. 1). L’assise conciliare era stata riunita, infatti, con lo scopo «di far crescere sempre più la vita cristiana tra i fedeli, di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire tutto ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa» (ibid.).

In quel momento storico si avvertiva fortemente la necessità di un rinnovamento delle forme rituali, mediante le quali da secoli la Chiesa aveva realizzato la glorificazione di Dio e la santificazione del popolo cristiano. Grazie al Movimento liturgico era maturata la convinzione, espressa in seguito da San Giovanni Paolo II, che «esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa non solo agisce, ma si esprime anche nella liturgia e dalla liturgia attinge le forze per la vita» (Lett. Dominicae Cenae, 13).

Per favorire l’accesso dei fedeli alla ricchezza dei doni di grazia dispensati dalla sacra liturgia, la Costituzione Sacrosanctum Concilium indica dunque con una formula molto efficace la direzione da seguire: «conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso» (SC, 23).

Papa Benedetto XVI ha colto in questa dichiarazione d’intenti il «programma di riforma» dei Padri conciliari, «in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro», notando come «non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso», mentre, «in realtà, i due concetti si integrano: la tradizione include essa stessa in qualche modo il progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce» (Discorso ai partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, 6 maggio 2011).

Il Concilio afferma la legittimità di tale progresso radicato nell’autentica Tradizione, distinguendo all’interno della liturgia «una parte immutabile, perché di istituzione divina», da «parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero rese meno opportune» (SC, 21). Mutamenti di questo genere sono avvenuti costantemente lungo i secoli al fine di consentire ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni rituali, al mistero pasquale di Cristo, fondamento della fede cristiana. Il culto della Chiesa si è dunque “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace di influire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata così, per secoli, un motore di evangelizzazione. Oggi occorre rinnovare questa energia in continuità con l’autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a introdurre i credenti alla pienezza della verità.

Si comprende allora perché i Padri conciliari abbiano raccomandato che la revisione dei riti, quando corrisponde a «una vera e accertata utilità della Chiesa», sia sempre compiuta «con l’avvertenza che le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle esistenti» (SC, 23). Per il bene di tutta la Chiesa, ogni riforma dev’essere sempre «preceduta da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale» (ibid.). Il Magistero conciliare, in questo modo, invita a evitare il disorientamento dei fedeli, dissuadendo chiunque dall’aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa (cfr SC, 22). Il progresso evocato dalla Costituzione conciliare non compromette affatto la comunione ecclesiale: intende piuttosto confermarla e favorirla.

Esorto pertanto tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, in particolare i sacerdoti che esercitano il ministero della presidenza liturgica, a custodire sempre quel rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia che nasce dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale.

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Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins venus du Liban et de France. Frères et sœurs, invoquons l’Esprit Saint pour qu’un renouveau liturgique, fidèle à la Tradition authentique, consolide la communion ecclésiale et la pleine participation des fidèles. Que Dieu vous bénisse ! 

[Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese, in particolare i pellegrini provenienti dal Libano e dalla Francia. Fratelli e sorelle, invochiamo lo Spirito Santo affinché un rinnovamento liturgico, fedele all’autentica Tradizione, rafforzi la comunione ecclesiale e la piena partecipazione dei fedeli. Dio vi benedica!]

I greet the English speaking pilgrims and visitors taking part in today’s audience, in particular the groups from England, Ireland, Cameroon, Kenya, Nigeria, India, Pakistan, the Philippines, South Korea, Canada and the United States of America.  May the peace of God guard your minds and your hearts that you may know the love of Jesus Christ and joyfully share it with others.  God bless you!

Einen herzlichen Gruß  an die Pilger deutscher Sprache. Der Heilige Geist helfe uns, gläubig und andächtig an der heiligen Liturgie teilzunehmen, damit wir Christus immer mehr gleichgestaltet werden und durch ihn den einen und dreifaltigen Gott verherrlichen.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Lo Spirito Santo ci aiuti a partecipare con fede e devozione alla Sacra Liturgia per conformarci sempre più a Cristo e, per mezzo di lui, glorificare il Dio uno e trino.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Que la liturgia, que nos ayuda a la glorificación del Señor y a nuestra propia santificación, sea siempre valorada y respetada por todos, sobretodo en la celebración de los sagrados misterios. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿圣神在每天的生活中引领你们,使你们在爱中臻于完美,且在教会的共融中守护你们。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi guidi nella vita di ogni giorno, vi renda perfetti nell’amore e vi custodisca nella comunione della Chiesa. Vi benedico di cuore.]

Queridos irmãos e irmãs de língua portuguesa, bem-vindos! Unidos a Maria, Mãe da Igreja, mantenhamo-nos perseverantes e unidos na oração, e transmitamos a todos a esperança e a consolação do Evangelho. Que o Senhor vos abençoe, a vós e às vossas famílias!

[Cari fratelli e sorelle di lingua portoghese, benvenuti! Insieme a Maria, Madre della Chiesa, rimaniamo perseveranti e concordi nella preghiera, e trasmettiamo a tutti la speranza e la consolazione del Vangelo. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً القادِمينَ مِن لبنان. مَريَمُ أُمُّنا حاضِرَةٌ مَعَنا دائِمًا، وتُصَلِّي مِن أَجلِنا، وتَهتَمُّ بِنا بِمَحَبَّةٍ والِدِيَّة. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Libano. Maria, Nostra Madre, è sempre presente con noi, prega per noi e si prende cura di noi con amore materno. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Wczoraj obchodziliście Dzień Matki. Dziękuję wszystkim mamom, które z wielkodusznością przekazały dar życia i troszczą się o swoje dzieci, ucząc je miłości do Boga i bliźniego. Niech Święta Boża Rodzicielka wyprasza im łaskę trwałej więzi z Jezusem. Z Jej pomocą chrońcie w Waszej Ojczyźnie życie każdego człowieka – od poczęcia do naturalnej śmierci. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Ieri avete celebrato la Festa della Mamma. Ringrazio tutte le madri che con generosità hanno trasmesso il dono della vita e si prendono cura dei propri figli, insegnando loro l’amore per Dio e per il prossimo. La Santa Madre di Dio interceda per loro affinché ottengano la grazia di un legame duraturo con Gesù. Con il Suo aiuto, proteggete nella vostra Patria la vita di ogni persona – dal concepimento alla morte naturale. Vi benedico tutti.]

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APPELLO

Seguo con preoccupazione la guerra in Ucraina, che conosce in questi giorni una forte intensificazione. Desidero esprimere la mia vicinanza a quanti soffrono a causa dei recenti attacchi, compiuti anche contro civili.

La guerra non risolve i problemi, ma li aggrava; non costruisce sicurezza, ma moltiplica la sofferenza e l’odio. Dove cadono missili e droni, cadono anche le speranze, si distruggono case e luoghi di preghiera, si spezzano vite innocenti.

Affido tutti i popoli feriti dalla guerra alla protezione della Vergine Maria, Regina della Pace.

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le persone consacrate presenti a questa Udienza: le Religiose dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia, le Suore di San Paolo di Chartres, le Terziarie Cappuccine della Sacra Famiglia, le Orsoline Missionarie del Sacro Cuore, i Fratelli Maristi. A ciascuno auguro di ravvivare il fervore della consacrazione e di dare nuovo impulso alla missione delle rispettive comunità

Accolgo con affetto i Seminaristi del Seminario Regionale Pugliese, i partecipanti al campionato mariano festa dei popoli di Orte Scalo, la Confraternita del Beato Angelo da Furci: tutti incoraggio ad essere testimoni di autentica vita cristiana e di solidale apertura verso gli altri.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il vostro pellegrinaggio a Roma, e in particolare alle tombe degli Apostoli rinvigorisca la vostra fede in Cristo: sia Egli la luce e la via per la vostra esistenza.

A tutti la mia benedizione!

Promulgazione della Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas” (25 maggio 2026)

Lun, 25/05/2026 - 11:30

Cari fratelli e sorelle,

desidero ringraziare tutti voi per essere qui oggi, per il vostro interesse.

Ringrazio di cuore coloro che hanno organizzato l’incontro odierno, e in particolare coloro che hanno condiviso la loro competenza e la loro esperienza nelle diverse relazioni che abbiamo ascoltato.

In modo particolare desidero ringraziare il signor Olah per avere accettato il nostro invito. A mia volta, a nome della Chiesa, accetto il suo invito a camminare insieme, ad ascoltare e a parlare insieme per trovare il cammino per l’umanità in questo tempo dell’intelligenza artificiale.

Che grande segno di speranza il fatto che, con le nostre differenze, possiamo ascoltarci gli uni gli altri. Questo scambio indica chiaramente la gravità del momento, nonché la convinzione che, insieme, possiamo discernere le questioni più importanti del nostro tempo e, quindi, il futuro dell’umanità.

Nei momenti chiave della storia, la Chiesa è chiamata a decifrare “cose nuove” alla luce del Vangelo e della dignità della persona. 135 anni fa, il mio venerabile predecessore Leone XIII osservò la situazione degli operai, le loro famiglie sradicate e le nuove forme di povertà generate dalla rapida trasformazione industriale. Comprese che la Chiesa non poteva restare distante. In un momento di svolta epocale che minacciava la dignità umana, l’enciclica Rerum novarum espresse il suo messaggio evangelico e sociale sulle “cose nuove” che erano in corso.

Oggi ci troviamo di fronte a una trasformazione di dimensioni simili, con conseguenze forse perfino più grandi. L’intelligenza artificiale tocca già molti ambiti della nostra vita e incide su decisioni che modellano la coesistenza umana. Sta anche cambiando in modo drammatico il modo in cui viene condotta la guerra.

Come il “Leone” precedente, mi sento chiamato a guardare a un’altra grande trasformazione con gli occhi della fede, con la lucidità della ragione, con apertura al mistero e con le grida dei poveri della terra che risuonano nel mio cuore.

Magnifica humanitas è nata dall’ascoltare come fece Leone XIII. Ho ascoltato scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani.

Mi sono giunte anche altre voci molto preoccupanti, riguardo a sistemi d’armi sempre più autonomi, che praticamente nessun uomo e nessun governo può davvero controllare. Sento racconti molto preoccupanti di algoritmi che possono bloccare l’accesso alle cure sanitarie, al lavoro e alla sicurezza sulla base di dati inquinati da pregiudizi e ingiustizia. E ho sentito il silenzio di coloro che non hanno voce quando vengono prese le decisioni, decisioni che rischiano di generare nuove forme di esclusione e di sofferenza.

Da questo ascolto è maturata una convinzione allarmante espressa in Magnifica humanitas: l’intelligenza artificiale deve essere disarmata. Si tratta di una parola forte, lo so, ma è stata scelta volutamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare attenzione, risvegliare coscienze e indicare la strada da seguire per l’umanità.

La Chiesa si adopera da molto tempo per il disarmo nucleare, consapevole che ogni grande potere tecnologico può incidere sulla vita delle persone e quindi deve essere accompagnato da un discernimento morale e un controllo pubblico adeguati. Il disarmo nucleare continua a essere un servizio alla pace e alla dignità della famiglia umana.

In modo analogo, l’intelligenza artificiale esige ora di essere “disarmata”, liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione e morte. Come l’energia nucleare, deve essere al servizio di tutti e del bene comune. Le decisioni riguardanti la tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità. “Non dormiamo dunque come gli altri”, ammoniva l’apostolo Paolo, “ma vigiliamo” (1 Ts 5, 6). Questa vigilanza è necessaria oggi. La pace non è soltanto assenza di guerra, ma è giustizia in azione. Tuttavia, quando la tecnologia indebolisce il nostro senso critico, la pace stessa è a rischio.

Disarmare, però, non basta. Dobbiamo costruire.

La parola “costruire” mi ricorda gli anni trascorsi in Perú come missionario. Nel 2017, il nord del Paese fu colpito da piogge torrenziali e alluvioni: molte famiglie videro inghiottire dal fango le loro case, e anche molte strade. Lì ho imparato che ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto. Significa riparare legami, ripristinare fiducia e risvegliare la speranza nel futuro. Inoltre, nessuno ricostruisce da solo.

In Magnifica humanitas ricordo il profeta biblico Neemia. Davanti alle rovine delle mura di Gerusalemme, egli riunisce le persone scoraggiate per dare vita a una rinascita. L’immagine delle mura non legittima chiusure o divisioni, ma invita tutti e ciascuno a fare la propria parte. Mattone dopo mattone prende forma una coesistenza più giusta, capace di salvaguardare la dignità di tutti. Lo sforzo di Neemia parla al tempo presente. L’intelligenza artificiale può essere un cantiere della storia all’interno di un orizzonte di comunione, nel quale il progresso tecnico impara a servire la vita umana.

«Ma ciascuno stia attento a come costruisce!» (1 Cor 3, 10) avverte san Paolo. Egli non teme il cantiere; piuttosto mette in guardia dal costruire senza solide fondamenta. Non abbiamo paura dell’intelligenza artificiale, ma continuiamo a mantenere viva la questione dell’umano. Non possiamo essere negligenti nell’uso dei nostri strumenti tecnici più potenti.

Il vero sviluppo, afferma san Paolo VI, riguarda sempre «ogni uomo e tutto l’uomo». “Ogni” significa che nessuna persona può essere lasciata ai margini della trasformazione digitale. “Tutto” significa che nessuno può essere ridotto alla produttività, alle prestazioni cognitive o a semplici dati. Ogni persona reca in sé una libertà, un’interiorità e una vocazione all’amore e all’adorazione che nessuna macchina può sostituire o fermare.

Solo con questa visione integrale l’intelligenza potrà essere diretta al bene comune. Solo insieme — coloro che progettano i sistemi e coloro che ne subiscono gli effetti, i Paesi più ricchi e quelli più poveri, le istituzioni e gli individui, i centri di potere e le periferie — riusciremo a costruire un futuro non per pochi privilegiati, ma per l’intera famiglia umana.

È questa la civiltà dell’amore di cui parlava san Paolo VI e che san Giovanni Paolo II ha indicato con tanta forza come orizzonte da cercare insieme. Non è un sogno ingenuo. È una direzione. È il cammino che Gesù Cristo apre nella storia.

Per questa ragione, la Chiesa desidera, con umiltà e franchezza, essere parte delle conversazioni sull’intelligenza artificiale. Non possediamo risposte tecniche, ne cerchiamo di sostituirci a coloro che possiedono competenze. Ma portiamo una saggezza riguardante l’umano di cui il tempo presente ha un disperato bisogno: ogni persona è unica e insostituibile, un soggetto libero e intelligente dotato di coscienza, capace di cercare Dio, di servire l’altro e di prendersi cura della nostra casa comune.

Pertanto, invito tutti i membri della Chiesa e della famiglia umana: impariamo ad ascoltarci a vicenda, ad affrontare le sfide presenti con coraggio e a cooperare nel costruire una società più umana e fraterna.

Da questa presentazione di Magnifica humanitas per favore portate con voi l’impegno a rimanere vigili e, come “artigiani di speranza”, a continuare a costruire il cantiere del nostro tempo. Che lo Spirito del Signore Risorto Gesù sostenga il nostro lavoro insieme.

Affido ognuno di voi a nostra Madre Maria. Il suo Magnificat canta la grandezza di Dio, che innalza gli umili. Possa ella insegnarci a riconoscere la vera grandezza di ogni uomo e di ogni donna nell’amore e nel servizio. Dio Onnipotente renda feconda la grande impresa che oggi affidiamo alla sua grazia, facendo maturare nella storia la civiltà dell’amore.

Su tutti voi invoco di cuore la benedizione di Dio.

[Benedizione]

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 117, lunedì 25 maggio 2026, pp. 2-3.

Membri dell'Intergruppo Demografia del Parlamento Europeo (25 maggio 2026)

Lun, 25/05/2026 - 11:00

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Buongiorno a tutti,
e benvenuti!

Sono lieto di dare il benvenuto a voi, Membri dell’Intergruppo del Parlamento Europeo sulla demografia, insieme al Commissario Europeo per il Mediterraneo, il Ministro italiano per la famiglia, la natalità e le pari opportunità e il Rappresentante speciale dell’OSCE per i Cambiamenti Demografici e la Sicurezza, in occasione della vostra Conferenza sulla famiglia e la demografia.

Come rappresentanti dei vostri rispettivi popoli, rispecchiando una pluralità di opinioni politiche negli Stati Membri dell’Unione Europea, la vostra attenzione alla questione demografica del continente è certamente opportuna, poiché questa materia rappresenta una sfida urgente con implicazioni pratiche per milioni di persone e per le loro famiglie «in quello che sta diventando il vecchio Continente non più per la sua gloriosa storia, ma per la sua età avanzata», come ha spesso sottolineato Papa Francesco (Discorso all’apertura degli Stati Generali della Natalità, 14 maggio 2021). I problemi risultanti da una demografia a crescita zero sono molteplici e complessi e includono, non ultimo, la pandemia della solitudine. Inoltre, i dati demografici non sono soltanto statistiche, ma parlano di paternità, maternità e figli. E i figli sono il futuro! Tuttavia, parlare del futuro indica uno sviluppo integrale e sostenibile, che è seriamente ostacolato senza solidarietà tra generazioni (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 195). Purtroppo, questa solidarietà richiede un equilibrio intergenerazionale che in Europa attualmente manca.

Inoltre, negli ultimi decenni possiamo osservare che il rifiuto dell’ispirazione cristiana dei padri fondatori delle istituzioni dell’Unione Europea ha portato a un tempo di drastica sterilità, non solo perché troppi sono stati privati del diritto di nascere, ma anche perché non si è riusciti a trasmettere gli strumenti materiali e culturali di cui i giovani hanno bisogno per affrontare il futuro (cfr. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla Conferenza “(Re)Thinking Europe: A Christian contribution to the future of the European Project”, 28 ottobre 2017). Di conseguenza non di rado ci troviamo di fronte alle affermazioni contraddittorie di presunte politiche a favore delle famiglie, che al tempo stesso promuovono discriminazione nei confronti della maternità, esaltano l’aborto come diritto e minano le fondamenta stesse del desiderio di dare vita a una famiglia. Fortunatamente oggi qui con noi ci sono delle meravigliose eccezioni!

Tutte queste tematiche, pertanto, devono essere urgentemente esaminate e affrontate in modo coordinato da una grande varietà di istituzioni accademiche, politiche e sociali. La sfida demografica è in un momento cruciale per il futuro antropologico, sociale ed economico dell’Europa. Di fatto, il vostro impegno, grazie alla composizione trasversale dei membri, può svolgere un ruolo fondamentale e rappresenta un forum ideale per esplorare modalità volte a generare idee innovative, di cui l’Europa e il mondo hanno un disperato bisogno. Questo dialogo non deve coinvolgere solo le diverse istituzioni e i governi europei, ma anche tutto lo spaccato della società civile, della quale i cristiani sono parte integrante.

Al centro di queste sfide pressanti, e imprescindibili per offrire soluzioni, ci sono la dignità fondamentale di tutte le persone e il ruolo della famiglia nella società. Come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II, la famiglia è «prima e insostituibile scuola di socialità» (Familiaris consortio, n. 43) ed è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, una realtà che unisce la dimensione personale e quella pubblica. Alla luce di ciò, le vostre discussioni hanno anche il compito di promuovere la comune responsabilità e il ruolo attivo delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale (cfr. Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Celam, dalla Pontificia Accademia per la Vita e dall’Istituto Giovanni Paolo II, 19 settembre 2025). Di fatto, solo rispettando e promuovendo questa centralità della famiglia e applicando il principio di sussidiarietà è possibile evitare i due estremi dell’intervento statale eccessivo e dell’individualismo.

Infine, questo approccio non consiste nel ritornare ai modelli sociali del passato, ma nel fornire agli uomini e alle donne del nostro tempo i principi immutabili che possono sicuramente guidarli nel rispondere alle domande fondamentali poste in ogni tempo: qual è il senso e il valore della vita umana; che cos’è una società umana autentica; e che genere di mondo vogliamo consegnare alle generazioni future. A tale riguardo, occorre sviluppare e formulare politiche a livello nazionale e dell’Unione Europea in collaborazione con la società civile. Vorrei qui osservare che la cooperazione dell’Intergruppo con la Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa (FAFCE) e con la Commissione delle Conferenze episcopali dell'Unione Europea (COMECE) rappresenta un esempio eccellente di come diverse entità — ognuna con il proprio ambito di competenza — possono lavorare insieme per assicurare un cambiamento effettivo che migliori la qualità di vita di tutti. È questo l’impulso che i cristiani stanno dando al progetto europeo, affinché le politiche guardino alla persona umana nella sua interezza e promuovano sempre la dignità degli esseri umani. In tal modo, per risolvere la crisi demografica si può aprire un cammino autenticamente umano, orientato al bene comune e al benessere delle generazioni future. Di fatto, solo una nuova ventata di primavera potrà trasformare il freddo invernale delle nostre popolazioni che invecchiano!

Dunque, con queste riflessioni, prego perché proseguiate i vostri sforzi essenziali per promuovere le famiglie e la dignità di tutte le persone. Con i miei sinceri auguri a ognuno di voi, invoco su di voi e sui vostri cari un’abbondanza delle benedizioni di Dio Onnipotente. Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 117, lunedì 25 maggio 2026, p. 9.

Delegazione del "Círculo Ecuestre" di Barcellona (Spagna) (25 maggio 2026)

Lun, 25/05/2026 - 10:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Buongiorno
e benvenuti.

Do il benvenuto a tutti voi che avete voluto incontrare il Successore di Pietro in occasione del vostro anniversario di fondazione. Vi ringrazio per questo gesto di vicinanza.

Ogni credente in Cristo è chiamato a mantenere aperta la propria esistenza all’azione dello Spirito Santo, in atteggiamento d’instancabile disponibilità a vivere la carità cristiana, virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e gli altri come noi stessi, proprio per amore a Dio. Il cristiano, quindi, non è un semplice filantropo, ma una persona compassionevole, che ama in modo disinteressato e cerca attivamente il benessere integrale degli altri. Vi invito a mantenere il vostro sguardo fisso su Cristo, perché solo così è possibile riconoscere la sua presenza nei fratelli e nelle sorelle più piccoli e bisognosi.

Che, attraverso la vostra dedizione personale al servizio di Dio e degli altri, disposti ad accompagnarli con pazienza e compassione, il Signore vi conceda di crescere nel suo amore e benedica abbondantemente voi e i vostri cari.

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 117, lunedì 25 maggio 2026, p. 9.

Regina Caeli, 24 maggio 2026

Dom, 24/05/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

In questa Solennità della Pentecoste siamo chiamati a contemplare il dono dello Spirito Santo, effuso in abbondanza sulla Chiesa nascente e, oggi, nuovamente donato ai suoi membri, come luce e forza che li accompagna in ogni situazione della vita.

Possiamo soffermarci su un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia di oggi: lo Spirito apre le porte. Il Vangelo infatti ci dice che «erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e, al tempo stesso, il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta che lo Spirito arrivò come un vento impetuoso (cfr At 2,2), che aprì quelle porte, spinse i discepoli ad uscire e ad annunciare la Buona Notizia di Cristo risorto.

Possiamo chiederci anche oggi: quali porte apre lo Spirito Santo?

La prima porta è quella di Dio stesso, nel senso che ci apre l’accesso al mistero di Dio, così come si è rivelato in Gesù Cristo. Con il dono del suo Spirito, Dio ci dona la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture, si fa conoscere come vicino e ci permette di partecipare alla sua stessa vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare un’esperienza personale di Dio, a incontrarlo in Gesù e non solo nell’osservanza di una legge, a riconoscerlo in noi e a scoprire i segni della sua presenza nella vita quotidiana.

La seconda porta è quella del cenacolo, cioè della Chiesa. Senza il fuoco dello Spirito, la Chiesa rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano. Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere. Come ricordava Papa Francesco, siamo chiamati ad essere «una Chiesa che benedice e incoraggia […] una Chiesa dalle porte aperte a tutti» (Omelia nella Messa di apertura dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 4 ottobre 2023).

Infine, lo Spirito Santo apre le porte dei nostri cuori, aiutandoci a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi, e rendendoci capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi. Dove c’è lo Spirito del Signore nasce la fraternità tra le persone, i gruppi, i popoli della Terra, e tutti parlano l’unica lingua dell’amore, che unisce e armonizza le diversità.

Fratelli e sorelle, anche ai nostri giorni, specialmente in questo giorno di Pentecoste, dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse. Abbiamo bisogno di riscoprire Dio come Padre che ci ama, di edificare una Chiesa dove tutti si sentano a casa e di far crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli.

Come i primi discepoli, confidiamo nell’intercessione della Vergine Maria, Dimora dello Spirito Santo e Madre della Chiesa.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ricorre oggi la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con grandissima devozione nel santuario di Sheshan, a Shanghai. Uniamo la nostra preghiera a quella dei Cattolici cinesi, come segno del nostro affetto per loro e della loro comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro. L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace. In particolare, invoco la pace eterna per le vittime dell’incidente avvenuto nei giorni scorsi in una miniera nel nord della Cina.

A Maria Santissima, Aiuto dei Cristiani, affidiamo anche le comunità cristiane della Terra Santa, del Libano e di tutto il Medio Oriente, che soffrono a causa della guerra.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi!

In particolare, saluto il gruppo di persone con disabilità provenienti dalla Polonia; come pure i pellegrini venuti in bicicletta da Kelmis, in Belgio, complimenti!

A tutti auguro una buona domenica di Pentecoste.

Cappella Papale nella Solennità di Pentecoste (24 maggio 2026)

Dom, 24/05/2026 - 10:00

Cari fratelli e sorelle,

il Tempo di Pasqua raggiunge oggi, solennità di Pentecoste, il suo compimento. Per evidenziare l’unità di quest’evento di salvezza, il Vangelo ci porta nuovamente al “primo giorno della settimana” (cfr Gv 20,19), cioè a quel giorno nuovo nel quale Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro «le mani e il fianco» (v. 20). Il Signore rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre.

Al vedere il Signore, anche i discepoli tornano a vivere: si erano sepolti nel cenacolo pieni di paura, ma Gesù vi entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia. Egli passa attraverso la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c’era più via d’uscita. Al suo gesto, Cristo unisce la parola: «Pace a voi» (v. 19); e subito dopo alita sui discepoli lo Spirito Santo. Il Risorto è pieno di vita: dopo aver mostrato quella del corpo, come vero uomo, dona quella di Dio, come Figlio amato dal Padre, fatto per noi fratello e Redentore. Nello stesso cenacolo dove ha istituito l’alleanza nuova ed eterna, Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e, da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di risurrezione. Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi.

Celebrando questo mistero, vorrei soffermarmi su tre aspetti.

Anzitutto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace. Infatti, nella sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l’umanità, e lo Spirito Santo la infonde nei cuori e la diffonde nel mondo. Questa pace viene dal perdono e ci porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso. Sorprendendoci con il suo amore, proprio Lui, il risorto, dice: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Con queste parole Gesù ci affida un’opera divina, perché solo Dio può perdonare i peccati (cfr Mc 2,7). Tale autorità viene donata nel segno di una riconciliazione universale: il Signore effonde lo Spirito della pace da un capo all’altro della storia, perché non esclude nessuno Colui che ha redento tutti dalla morte. Lo Spirito Santo, infatti, è Signore e dà la vita sin dall’inizio della creazione, quando aleggiava sulle acque (cfr Gen 1,2), e ora, al suo riscatto, cambia la storia del mondo: davvero la Pentecoste si compie come festa del Patto nuovo, cioè dell’alleanza tra Dio e tutti i popoli della terra. Mentre il fragore dal cielo, il vento e le lingue di fuoco nel cenacolo ricordano gli antichi segni del Sinai (cfr At 2,2-3; Es 19,16-19), la santa legge di Dio viene scritta nei cuori, incisa dallo Spirito con caratteri d’amore nella carne di Cristo e nel suo corpo, che è la Chiesa.

Questa legge è il codice della pace: è il duplice comandamento dell’amore, che lo Spirito ci ricorda a ogni battito del cuore. Col nostro cuore possiamo perciò invocare: “Veni Sancte Spiritus”, perché Egli ci è già stato donato. Possiamo desiderarlo, perché ci è già stato promesso. Possiamo accoglierlo, perché Lui stesso è ospite dolce dell’anima.

Un secondo aspetto: lo Spirito del Risorto è lo Spirito della missione: «Come il Padre ha mandato me», dice il Signore, «anche io mando voi» (Gv 20,21). Veniamo così coinvolti nella missione di Gesù: quella di Colui che esce da Dio e a Dio ritorna con la potenza dello Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, con loro è adorato e glorificato, unico Dio. Lo Spirito Santo è la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione (cfr 2Cor 5,14). Mentre dà agli Apostoli il potere di esprimersi nella varietà delle lingue (cfr At 2,4), lo stesso Spirito insegna all’umanità la parola della salvezza. Ora che gli Apostoli hanno ricevuto il Soffio del Risorto dentro di sé, quest’annuncio viene dalla loro bocca, ha la voce di Pietro e di quanti sono con lui. Proprio nel giorno di Pentecoste gli Apostoli iniziano ad annunciare Gesù, crocifisso e risorto: le «grandi opere di Dio» (At 2,11) si riassumono tutte nella redenzione, che inizia con la fede. Infatti, la prima opera dello Spirito Santo in noi è la fede con la quale professiamo: «Gesù è Signore!» (1Cor 12,3). Questa fede vive e si esprime in ogni buona azione, in ogni atto di misericordia e di virtù. L’opera di Dio, dunque, siamo noi, che veniamo qui oggi da tutte le parti del mondo, invitati alla mensa del Signore, radunati nell’ascolto della sua parola e inviati a testimoniarla ovunque.

Carissimi, davvero noi siamo partecipi del Vangelo: tutta la Chiesa ne è protagonista, non solo custode. Con la forza dello Spirito, il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza, perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della terra (cfr Mt 5,13-14). Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo. Da una parte – lo vediamo bene –, ci sono cambiamenti che non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze. Dall’altra parte, invece, lo Spirito Santo illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. È così che trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione, trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi.

Questa missione inizia dicendo la verità di Dio e dell’uomo, perché lo Spirito del Risorto è lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). Il Signore stesso ce l’ha promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un’unità fondata sull’amore di Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, promuove sempre l’unità nella verità, perché suscita in noi comprensione, concordia e coerenza di vita. Come insegna Sant’Agostino, «lo Spirito Santo volle che questo fosse il segno della sua presenza» (Discorso 269,1): il dono di lingue che si capiscono nell’unica fede. Il Paraclito ci difende allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma dall’interno ogni cultura.

Lo Spirito del Risorto, infatti, non viene effuso una volta e poi basta, ma costantemente. Come l’Eucaristia è la presenza viva di Cristo, che sempre ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo, che ci fa cristiani; nella Cresima, che ci rende testimoni; nell’Ordine, che costituisce ministri e pastori per il popolo di Dio. In ogni Sacramento Egli è dator munerum, sorgente di santità che moltiplica doni e carismi nella preghiera, nelle opere di misericordia, nello studio della parola di Dio. Come insegna l’Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7). Proprio perciò siamo Chiesa, unico corpo che vive di Dio e serve il mondo. Grazie allo Spirito possiamo portare a tutti la pace vera, la verità che salva, cioè lo stesso Cristo Signore.

Carissimi, con cuore ardente, preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore. Preghiamo affinché liberi l’umanità dalla miseria, che viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono inesauribile. Preghiamolo di guarirci dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù. È questa la grazia che infonde coraggio agli Apostoli: lo infonda anche a noi, oggi e sempre, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa.

Visita Pastorale ad Acerra: Incontro con i Sindaci e i Fedeli dei Comuni della “Terra dei Fuochi” (23 maggio 2026)

Sab, 23/05/2026 - 10:30

Cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

Saluto le Autorità e ringrazio quanti hanno collaborato per preparare l’incontro di oggi. Grazie a tutti di essere qui!

Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte. Chi ha il dono della fede comprenderà che tale sussulto viene da Dio creatore, che in ogni uomo e in ogni donna cerca cooperatori ai suoi progetti di vita.

Poco fa, nel Duomo, ho incontrato alcuni familiari delle vittime dell’inquinamento che, negli ultimi decenni, ha reso tristemente nota quest’area come “Terra dei fuochi”: un’espressione che non fa giustizia al bene che c’è e che resiste, ma che ha certamente facilitato una presa di coscienza diffusa della gravità del malaffare e dell’indifferenza che ha lasciato spazio ai crimini. Ho desiderato ringraziare vescovi, preti, diaconi, religiose, religiosi e laici che hanno accolto prontamente il messaggio dell’Enciclica Laudato si’ e il costante invito di Papa Francesco a essere Chiesa in uscita, missionaria, sinodale. Camminare insieme, vincere l’autoreferenzialità, osare la profezia nonostante le resistenze e le minacce è ciò che il Signore ci chiede e il suo Spirito ispira.

In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano.

Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa. È il momento di uno sguardo contemplativo, quello cui l’Enciclica Laudato si’ ha richiamato tutti gli esseri umani, ciascuno a partire dalle sue responsabilità. «La cultura ecologica – scriveva Papa Francesco – non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (Laudato sì, 111). Sorelle, fratelli, quel paradigma si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo.

Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora. Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli.

Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta. Tra le persone, le istituzioni, le organizzazioni pubbliche e private occorre consolidare e allargare il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori. Qui vorrei ringraziare quei “pionieri” che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste. Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza. Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi.

È a partire da questa conversione che si possono ⁠costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni. Ma la via da percorrere è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo. Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. È talvolta un sentiero in salita e poco tracciato. Un esempio concreto: il nome “terra dei fuochi” rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello. Voi lo sapete bene!

In questo anno giubilare di San Francesco, Patrono d’Italia, proprio il Poverello di Assisi ci ricorda che la pace è fondata sulla cura verso l’altro, sulla fraternità: siamo stati posti in una casa comune per imparare a vivere insieme. I problemi di questa casa sono i nostri problemi; la sua bellezza è la nostra bellezza. Abbiamo il compito di vigilare come sentinelle nella notte. Possiamo essere tra quelli che osserveranno la nuova alba.

Sorelle e fratelli, vi ringrazio tanto: questa visita per il Papa è molto preziosa! Vi porto nella mia preghiera, affidando alla nostra Madre Maria, Stella del mattino, ognuno di voi, le vostre famiglie, il presente e il futuro delle vostre comunità. Grazie!

Visita Pastorale ad Acerra: Incontro con i Vescovi, il clero, i religiosi e le famiglie delle vittime di inquinamento ambientale (23 maggio 2026)

Sab, 23/05/2026 - 09:15

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

[Discorso del Vescovo diocesano]
 

Eminenze, Eccellenze,
cari fratelli e sorelle, buongiorno e grazie per la vostra accoglienza!

Ringrazio il Signore di potervi incontrare, ritornando in Campania pochi giorni dopo la mia visita al Santuario di Pompei e alla città di Napoli. Sapete che già Papa Francesco avrebbe desiderato venire qui, in quella che ha tristemente preso il nome di “Terra dei fuochi”, ma non gli fu possibile. Oggi vogliamo realizzare il suo desiderio, riconoscendo il grande dono che l’Enciclica Laudato si’ ha rappresentato per la missione della Chiesa in questa terra. Infatti, il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!

In questa Cattedrale viviamo un primo momento, quello ecclesiale e, vorrei dire, più familiare della mia visita. Poi, sulla piazza, incontreremo idealmente l’intera società. Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente. Sono qui, però, anche per ringraziare chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza. Così, sapendo di visitarvi alla vigilia di Pentecoste, ho cercato nelle Sacre Scritture una pagina che potesse interpretare e ispirare il vostro cammino. L’ho trovata in una grandiosa visione del profeta Ezechiele, portato dal Signore a fare un’esperienza che per il popolo in esilio dovrà diventare un forte messaggio di risurrezione. Ezechiele racconta: «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite» (Ez 37,1-2).

Carissimi, Dio aveva posto l’uomo e la donna in un giardino, perché lo coltivassero e lo custodissero. Tutto era vita, bellezza, fertilità. Anche questa terra anticamente era chiamata Campania felix, perché capace di incantare per la sua fecondità, i suoi prodotti e la sua cultura, come un inno alla vita. Eppure, ecco la morte, della terra e degli uomini. Possiamo immedesimarci nello sconcerto del profeta davanti a quella distesa di ossa inaridite. Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un meraviglioso ecosistema, luoghi, storie e memorie. Di fronte a questa realtà ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. Voi avete scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di impegno e di ricerca della giustizia.

Il Signore, poi, pone a Ezechiele una domanda: «Mi disse: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?”. Io risposi: “Signore Dio, tu lo sai”» (Ez 37,3). Carissimi, ecco che Dio ha per noi domande nuove, che allargano il nostro orizzonte. Lui sa che abbiamo un cuore che cerca la vita e sospira l’eternità, ma che le rinvia troppo facilmente a un tempo indefinito e lontano, a un mondo diverso e che ancora non c’è. Ezechiele, invece, deve servire il suo popolo, quello che c’è, nella situazione in cui si trova. Allo stesso modo le nostre Chiese hanno la missione di fare risuonare qui e oggi la Parola di Dio. Questa Parola ci domanda se crediamo nelle sue stesse possibilità: è Parola di vita. Se oggi ci incontriamo, è per rispondere a questa Parola. E rispondiamo così: Signore, la morte sembra essere dappertutto, l’ingiustizia sembra avere vinto, la criminalità, la corruzione, l’indifferenza uccidono ancora, il bene sembra restare inaridito. Però, se tu ci interroghi, «Potranno queste ossa rivivere?», noi crediamo e diciamo: «Signore Dio, tu lo sai!». Tu sai che possiamo rialzarci, perché tu stesso ci prendi per mano. Tu sai che il nostro deserto può fiorire. Tu sai cambiare il lutto in gioia.

Sorelle e fratelli, tutto questo è molto concreto: è una promessa che già diventa realtà. Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato si’, pur denunciando un paradigma di morte, ha chiaramente annunciato il silenzioso irrompere della vita nuova. Dopo avere elencato realtà in cui le persone già ripartono insieme e danno nuova forma alla giustizia sociale e ambientale, scrive: «L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente […]. Sarà una promessa permanente, nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?» (Laudato si’, 112). Carissimi, siate testimoni di questa “ostinata resistenza” che diventa rinascita, là dove il Vangelo illumina e trasforma la vita. Questo ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, in particolare con la Costituzione Gaudium et spes. Il Signore ci fa domande nuove su come si vive nei nostri quartieri, sulla disponibilità a lavorare insieme fra persone e istituzioni, sulla nostra passione educativa, sull’onestà nel lavoro, sull’equa distribuzione del potere e delle ricchezze, sul rispetto per le persone e per tutte le creature. Potranno queste terre rivivere? Siate voi stessi la risposta: una comunità unita, nelle fede e nell’impegno. La vita allora si moltiplicherà.

Ed ecco il comando del Signore al suo profeta: «Profetizza su queste ossa e annuncia loro: “Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete”» (Ez 37,4-5). Ezechiele obbedisce e osserva: «Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai, ed ecco apparire sopra di esse i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro» (Ez 37,7-8). Capiamo, quindi, che il miracolo non avviene in una volta sola. Il profeta è certamente stupito di quanto vede e sente, ma ancora non basta, ancora manca qualcosa. Vale anche per noi: occorre fidarsi ancora, ascoltare ancora, credere ancora. Le scelte che avete fatto, il cammino ecclesiale che avete percorso, le piccole e grandi ripartenze con cui avete affrontato il dolore non sono ancora tutto. Se ci si ferma, si torna indietro. In effetti, il Signore torna a parlare a Ezechiele: «Profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia allo spirito: “Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato» (Ez 37,9-10).

Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi conceda di vedere un “esercito” di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura, consolazione, attenzione, amore vero. In particolare voi, famiglie che la morte ha colpito, generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie, a nipoti e vicini quel senso di responsabilità che troppe volte sin qui è mancato. Lasciate morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete, testimoniate la vita, educate alla cura.

E voi, ministri ordinati, religiose e religiosi, siate membra vive di questo popolo: manifestate quotidianamente l’autorità del servizio, che si abbassa e avvicina, che fa il primo passo e perdona. Va infatti scardinata una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo. Soffi lo Spirito dai quattro venti e ispiri forme nuove di annuncio, di cooperazione, di rigenerazione ambientale e sociale. Esiste infatti una spiritualità dei luoghi, ma che deve tutto alla spiritualità delle persone. Il cambiamento del mondo, infatti, inizia sempre dal cuore. Ezechiele stesso, prima di questa profezia di morte e risurrezione, annunciò il rinnovamento di cui Dio solo è capace: «Così dice il Signore Dio […] vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36,22.27-28).

Ci doni Gesù Risorto di abitare insieme così, capaci di accogliere e di mettere in pratica la Parola di Dio, pellegrini quaggiù e cittadini nella sua eternità.

Visita Pastorale del Santo Padre ad Acerra (23 maggio 2026)

Sab, 23/05/2026 - 08:00
 

ore  8,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano

ore  8,45 Atterraggio nel campo sportivo “Arcoleo” di Acerra (Napoli)

Il Santo Padre è accolto da:

1. S.E. Mons. Antonio Di Donna, Vescovo di Acerra

2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania

3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli

4. Dott. Tito d’Errico, Sindaco di Acerra

immediato trasferimento in auto alla Cattedrale

ore  9,15 Nella Cattedrale sono presenti Vescovi della Campania, Clero e Religiosi; Famiglie che hanno avuto vittime dell’inquinamento ambientale

- saluto di S.E. Mons. Antonio Di Donna

* discorso del Santo Padre

al termine, il Santo Padre saluta alcuni Rappresentanti

Trasferimento in auto a Piazza Calipari

ore 10,30 Piazza Calipari: Incontro con i Sindaci e i Fedeli dei vari Comuni della “Terra dei Fuochi”

- saluto del Sindaco di Acerra, Dott. Tito d’Errico

* discorso del Santo Padre

- ringraziamento di S.E. Mons. Antonio Di Donna

- saluto ad alcuni Rappresentanti

Trasferimento in auto al campo sportivo “Arcoleo”

ore 12,00 Il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo

Decollo da Acerra

ore 12,45 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2025

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