Dalla Santa Sede
Delegazione dell'Ordinariato Militare per il Portogallo (24 agosto 2026)
In nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito
Santo. Amen!
La pace sia con voi!
Eccellenza Reverendissima,
Distinte Autorità,
Reverendi Cappellani,
Cari fratelli e sorelle!
Siete venuti a Roma, e con voi sono venuti anche, in un certo senso, gli altri elementi delle vostre unità. Nell’accogliervi, estendo il mio saluto a tutti i membri — cristiani e non cristiani — dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina, della Guardia Nazionale Repubblicana e delle Forze di Pubblica Sicurezza in Portogallo. In modo particolare, alla luce di Cristo risorto, ricordo i due giovani militari dell’Esercito che, venerdì scorso, hanno perso la vita mentre, generosamente, come il buon samaritano, si sono fermati lungo la strada per prestare aiuto: li affido al Signore, insieme alle loro famiglie.
È stato pensando al bene dell’intero corpo delle Forze Armate e di Sicurezza, dei loro membri e delle rispettive famiglie, che sessant’anni fa è stato istituto il Vicariato, che nel 1981 ha assunto il nome di Ordinariato Castrense e, venticinque anni fa, ha avuto il suo primo vescovo. Siete, dunque, voluti venire a Roma per commemorare proprio questa ricorrenza. Possa l’Ordinariato, dando il suo inestimabile contributo al bene spirituale e alla conoscenza dei valori cristiani, continuare a essere uno spazio di costruttiva collaborazione con le autorità statali, governative e militari.
Per chi crede in Cristo, il pellegrinaggio a questa città rappresenta un’occasione unica di rinnovamento di sé, riconoscendo la centralità di Dio nella propria vita e rafforzando la fede attraverso la preghiera sulla tomba dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno, a ognuno di voi è affidata la nobile missione di difendere la sovranità della Patria e lo Stato di Diritto, tutelando la sicurezza dei vostri concittadini e proteggendoli dalle ingiustizie. Vorrei, quindi, ripetervi questa esortazione di san Paolo: “Attingete forza nel Signore […] State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace” (Ef 6, 10.14-15).
Siate forti nel Signore come il centurione che, a Cafarnao, si avvicinò a Gesù. Lui conosceva bene i valori che guidano la vostra vita: l’obbedienza, la disciplina, la rinuncia, la lealtà, il cameratismo, la dedizione, la responsabilità e il coraggio. Al tempo stesso, quel militare sentiva il bisogno di Dio, sapeva che l’essere umano non basta a sé stesso, ma aspira a qualcosa di più, a qualcosa che lo trascende. Avendo un servo che soffriva terribilmente, si avvicinò a Gesù, che gli assicurò che sarebbe andato a guarirlo. Egli dunque gli rispose: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: “Fa’ questo, ed egli lo fa”» (Mt 8, 8-9). In questo atteggiamento è possibile constatare come il centurione considerasse importante la gerarchia e come questa dimensione della sua vita quotidiana lo abbia portato a interpretare il rapporto con Gesù di Nazaret, che professa come suo Signore, come suo Dio. Meravigliato da tali parole, Gesù disse: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande» (v. 10). Se, da un lato, questo militare era consapevole della sua autorità, dall’altro, dinanzi al Figlio di Dio mostrò la forza della fede e il coraggio dell’umiltà. Di fatto, l’essere umano, per quanta responsabilità abbia, per quanto potere eserciti, per quanto irreprensibile sia, è sempre affamato di infinito e assetato di eternità. Ora, l’infinito e l’eternità sono alla nostra portata in Gesù Cristo: sono dono del Signore.
Eccellenza reverendissima, carissimi cappellani, a voi la Chiesa affida la crescita spirituale del personale militare e delle forze dell’ordine della vostra nazione. Accogliete tutti, ascoltateli, illuminateli con la sapienza della Parola di Dio, rimanete al loro fianco agendo in nome di Cristo nella celebrazione dei Sacramenti, accompagnate ognuno di loro senza dimenticare le loro famiglie. Da questo vostro ministero specifico si raccoglieranno i frutti della crescita personale nella pratica della vita cristiana e del rafforzamento dell’esprit de corps delle Forze Militari e di Sicurezza che servite. Grazie per la vicinanza che, come buoni pastori, offrite a quanti svolgono un servizio tanto importante, speciale ed esigente per il bene del Portogallo e non solo. La vostra testimonianza di amore per la Chiesa e per il Paese è balsamo, che conforta e dà speranza.
E, infine, desidero esprimere a tutti voi che siete venuti fin qui la stima, l’apprezzamento e il riconoscimento per il lavoro che svolgete nell’Ordinariato. Che Nostra Signora di Fátima vi accompagni nelle diverse missioni, sia in Portogallo sia all’estero. La gioia del Signore sia la vostra forza. Dio vi benedica!
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 191, lunedì 24 agosto 2026, p. 7.
Vescovi della Chiesa Luterana di Norvegia (26 agosto 2026)
Cari amici,
sono lieto di darvi il benvenuto a Roma e qui in Vaticano, questa mattina, e spero che abbiate, o abbiate avuto, il tempo per visitare i diversi luoghi santi associati ai primi cristiani e martiri, la cui testimonianza della fede in nostro Signore continua a essere una fonte d’ispirazione duratura, incoraggiando anche noi a dare la nostra vita per la gloria di Dio e per il bene dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.
Non vi è alcun dubbio che ai nostri giorni affrontiamo sfide difficili, poiché il mondo sta attraversando un periodo particolarmente turbolento. Sembra esserci una crescente animosità tra popoli, evidente non solo nei conflitti e nelle dispute internazionali, come avete osservato, ma anche all’interno di singoli Paesi, come dimostra l’acredine che spesso caratterizza il dibattito politico e sociale.
Vista la nostra condizione umana decaduta, è fin troppo facile assumere un atteggiamento di ostilità verso coloro con i quali siamo in disaccordo. Per questa ragione, occorre uno sforzo concertato per cercare cammini concreti di riconciliazione e di fraternità. A tale riguardo, Gesù ci mostra un’altra via, rivelando che la bontà e la carità hanno il potere di disarmare. Sono pertanto sinceramente grato per la vostra presenza qui e per il vostro desiderio condiviso di cercare modi per costruire comunione. Di fatto, anche piccoli gesti possono ispirarci e guidarci sul cammino della riconciliazione.
Come ben sappiamo, nostro Signore ha pregato il Padre celeste per l’unità dei suoi discepoli: “perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23). Sulla base del nostro Battesimo comune e della nostra missione condivisa nel mondo, prego perché possiamo sempre crescere insieme nel nostro servizio alla promozione della pace e della giustizia.
Mentre proseguiamo su questo cammino, possiamo guardare all’esempio dei primi martiri e dei santi, come sant’Olav e santa Sunniva, le cui vite, dedicate a Dio e al prossimo, hanno aiutato a unire popoli e danno una testimonianza duratura della forza trasformatrice della carità.
Dunque, cari amici, cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora una volta per essere venuti questa mattina e per la vostra vicinanza. Chiediamo la benedizione di Dio, affinché, nell’infinita bontà e saggezza di Dio, ci aiuti a vivere in modo sempre più autentico come fratelli e sorelle e quindi a dare testimonianza comune del nostro Salvatore, nostro Signore Gesù Cristo.
Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 193, mercoledì 26 agosto 2026, p. 4.
Angelus, 23 agosto 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il Vangelo di questa domenica (Mt 16,13-20) ci mette davanti a un interrogativo che interpella ciascuno di noi nel cammino della nostra fede: chi è davvero Gesù per me?
Dal racconto evangelico si comprende quanto questo interrogativo sia decisivo per l’esperienza del discepolato. Infatti, nonostante i dodici apostoli avessero già condiviso molto della vita e del ministero del Maestro, Gesù non ha voluto dare per scontato che lo conoscessero davvero e che avessero compreso il mistero del Regno di Dio. Allora, dopo aver chiesto quali erano le opinioni della gente su di Lui, si rivolge direttamente a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).
Fratelli e sorelle, questo è un passaggio fondamentale per i discepoli di ogni tempo, per ciascuno di noi. La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e rinnovare le scelte della nostra vita, perché siano coerenti con quanto professiamo, vincendo la tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine.
La domanda che ogni giorno ci viene posta – chi è Gesù per me e qual è il significato della sua presenza nella mia vita – emerge specialmente nella preghiera e quando meditiamo sul Vangelo; ma anche quando ci troviamo davanti alle ferite e ai bisogni dei fratelli, oppure nelle relazioni e nelle situazioni che più interpellano la nostra coscienza. Nel campo della nostra vita, insomma, possiamo verificare se per noi il Signore Gesù è soltanto un grande personaggio della storia che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo.
Carissimi, impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo. A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate. Questo vale sia per il nostro percorso personale, sia per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?
Invochiamo la Vergine Maria, che nel suo cuore cercava la volontà di Dio attraverso il Figlio suo, perché ci guidi sempre nel cammino della fede.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
nella mia preghiera ricordo spesso la Repubblica Democratica del Congo, in particolare per il diffondersi dell’epidemia di Ebola che purtroppo sta provocando molte vittime. Incoraggio una risposta da parte della Comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane.
Sono vicino anche alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zamboyé. Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari.
Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche. Prego per i defunti e per le loro famiglie, e per tutte le comunità coinvolte. La fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione.
Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi.
In particolare, do il benvenuto al Coro Primaziale della Cattedrale di Gniezno, in Polonia; come pure ai seminaristi e ai superiori del Pontifical North American College; e ai giovani di Bormio e della Valfurva.
Auguro a tutti una buona domenica!
Visita Pastorale a Rimini: Santa Messa con i Fedeli della Diocesi (22 agosto 2026)
Cari fratelli e sorelle,
sono molto felice di presiedere questa Eucaristia con voi e per voi, Chiesa che è a Rimini. Lo faccio al culmine di una giornata intensa, in cui ho visitato la Repubblica di San Marino e il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Ora, mentre entriamo nel giorno del Signore, è il momento di celebrare il Mistero che dà senso a tutto ed è culmine e fonte di ogni nostra azione pastorale.
Nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Mt 16,13-20) Gesù domanda ai discepoli: «Voi, chi dite che io sia?» (v. 15). Pietro risponde, a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Anche noi, dopo due millenni, siamo chiamati a rinnovare la stessa professione di fede: siamo qui perché crediamo che Gesù è il Messia, il Figlio eterno del Padre, consacrato e inviato nel mondo «per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).
Sì, carissimi, nelle parole di Pietro, noi riconosciamo la verità che ci riempie di gioia e di speranza, e troviamo la via che conduce alla vita: la via di Dio che si mette al servizio dell’uomo (cfr Fil 2,5-8), del Maestro che si china a lavare i piedi ai discepoli (cfr Gv 13,12-15), del Pastore che si sacrifica per il suo gregge (cfr Gv 10,11). Ed è in questa luce che guardiamo al gesto di Gesù che consegna a Pietro le chiavi (cfr Mt 16,19-20), perché nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio.
Il Papa, i Vescovi, i sacerdoti e i diaconi sono chiamati per primi a viverla così, e ad essi deve unirsi tutto il Popolo di Dio, ciascuno secondo la sua specifica chiamata. Lo ha testimoniato molto bene, tra voi, il Servo di Dio don Oreste Benzi, il quale diceva: «La nostra vocazione consiste […] nel lasciarci conformare a Cristo povero, a Cristo servo, a Cristo che espia il peccato del mondo, a Cristo, l’Uomo Dio incarnato che vive in mezzo a noi in una forma di condivisione diretta a partire dagli ultimi» (Con questa tonaca lisa, a cura di Valerio Lessi, Bologna 1991, p.42).
Nella Chiesa, infatti, la missione di “legare” e di “sciogliere”, se da una parte riguarda il ruolo di quanti, nel nome del Signore, siamo chiamati a esercitare l’autorità, dall’altra descrive uno stile e un compito che coinvolge ogni battezzato: quello di abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare chiunque sia prigioniero del peccato e delle sue conseguenze, facendoci amministratori retti e sapienti dei beni che Dio ci affida, perché tutto concorra, nella carità, al bene di tutti.
Nella prima Lettura (cfr Is 22,19-23) il profeta Isaia ci ha parlato di Sebna, un funzionario a cui il re Ezechia aveva affidato un grande progetto di rinnovamento religioso, morale e sociale di Gerusalemme e del regno di Giuda. Per ambizione e avidità, però, quest’uomo potente aveva cominciato ad abusare dell’autorità conferitagli, accumulando ricchezze per sé e per la sua cerchia di amici e parenti e spadroneggiando sulle persone. Aveva dimenticato che la cosa più importante dell’avventura in cui il suo Signore lo aveva coinvolto, non erano i mezzi economici e il potere, ma la possibilità, attraverso di essi, di promuovere un disegno di rinascita per il bene di tutta la comunità. Per questo venne destituito e la sua missione affidata a Eliakim, uomo onesto e libero da condizionamenti, solido nella sua rettitudine come un piolo piantato nel muro, secondo le parole del Profeta (cfr v. 23).
Il messaggio è chiaro: tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di Dio, affidatoci perché, nelle sue mani, possiamo essere gli uni per gli altri, strumenti di salvezza nella giustizia, a partire dai luoghi e dalle persone con cui viviamo e lavoriamo ogni giorno, per rivolgerci, con un cuore grande e aperto, al mondo intero.
San Paolo, nella seconda Lettura, ci parla dei disegni di Dio e dice che sono imperscrutabili: non per la complessità dei suoi ragionamenti, ma per l’immensità disarmante del suo amore, che supera ogni nostra capacità e attesa, «poiché da lui – dice l’Apostolo –, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose» (Rm 11,36). Dio è semplice, perché è pura carità, e chiama anche noi ad amare con un cuore simile al suo, conformando alle sue vie le nostre vie e ai suoi pensieri i nostri pensieri (cfr v. 33).
Questi valori di onestà, di gratuità, di benevolenza, sono notoriamente cari alla gente di Romagna, schietta e di indole gioviale, laboriosa e solidale. Ne sono testimoni i numerosi esempi di santi e beati che qui hanno avuto i loro natali, esercitando la carità e vivendo il Vangelo, a volte fino al martirio. Lo attesta pure l’impegno che tuttora ferve nelle varie realtà ecclesiali, nelle parrocchie, nelle famiglie, nell’Azione Cattolica, nei diversi movimenti e associazioni, nelle opere di assistenza e di formazione cristiana. È certamente anche per questa ricchezza, oltre che per le bellezze naturali e artistiche della costa Adriatica e dell’entroterra, che tantissime persone, da molte parti d’Italia e del mondo, si recano qui, ogni anno, per le loro vacanze.
E, in proposito, vorrei incoraggiarvi a portare avanti l’impegno con cui cercate di far sì che questo territorio sia accogliente, oltre che per il ristoro e il divertimento, anche per lo spirito. San Giovanni Paolo II, in visita qui tanti anni orsono, parlando di tale vocazione, sottolineava che «riposarsi non vuol dire separarsi da sé stessi. Anzi – diceva –, riposarsi significa incontrarsi con sé stessi e riconciliarsi con il proprio intimo» (Omelia della S. Messa a Rimini, 29 agosto 1982).
Il mondo in cui viviamo offre tante forme di svago, alcune delle quali, però, portano piuttosto alla dispersione e alla rovina che non a un vero “tornare in sé”, e lasciano il vuoto nel cuore. C’è chi le chiama “evasione”, come se la vita ordinaria fosse una prigione da cui fuggire. Ma noi sappiamo che il luogo più vero in cui trovare ristoro, in cui incontrare Dio per incontrarci davvero tra noi, non è fuori, nel caos, ma dentro di noi, nel profondo dell’anima. Come comunità cristiana siamo dunque chiamati in modo speciale a coltivare tale esperienza e a trasmetterla, nell’apertura e nell’ospitalità personale e delle strutture, nella cura e nel raccoglimento delle chiese, nella predisposizione all’aiuto e alla carità. E questo sia nei confronti di chi cerca un meritato tempo di riposo dopo un anno di lavoro, sia verso chi, ferito nel corpo e nello spirito, chiede rifugio, cibo e assistenza lontano dalla propria terra.
Il vostro Vescovo, in una sua Lettera alla Diocesi, ha scritto: «La preghiera, l’unità, l’ascolto, il coraggio, la semplicità, la gratitudine, la bellezza […] vorrebbero indicare atteggiamenti sempre presenti in ogni frammento della vita» (Mons. Nicolò Anselmi, Lett. past. Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene, ora e nei secoli eterni, 14 ottobre 2024). Cari fratelli e sorelle, mentre ripropongo a tutti voi questo importante invito, per la vostra riflessione e il vostro impegno, vi ringrazio ancora per la vostra accoglienza, per la vostra partecipazione piena di fede e di gioia, e vi affido all’intercessione di Maria Santissima, di San Gaudenzio e dei vostri Santi Patroni.
Visita Pastorale al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e alla città di Rimini: Incontro con ammalati, disabili e poveri assistiti dalla Caritas (22 agosto 2026)
Carissimi fratelli e sorelle,
ringrazio il Vescovo e la Caritas di Rimini per aver organizzato questo incontro con voi, e ringrazio ciascuno di voi per aver risposto all’invito.
Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli.
Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte.
E allora, cari fratelli e sorelle, io vi ringrazio e vi incoraggio a seguire sempre il Signore partecipando attivamente alla vita della Chiesa, nella parrocchia, nelle associazioni, nei luoghi di accoglienza e di servizio, dove si impara e si sperimenta che il nostro Padre è grande nell’amore e noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. A Lui ci rivolgiamo ora con la preghiera, quella preghiera che Gesù ci ha insegnato e diciamo insieme:
[Padre nostro…]
[Benedizione]
Visita Pastorale al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e alla città di Rimini: Incontro con i partecipanti al 47° Meeting per l’Amicizia fra i Popoli (Fiera di Rimini, 22 agosto 2026)
Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium
Saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting (Villaggio Ragazzi)
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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium
Buongiorno!
Ciao, ragazzi! Buongiorno!
Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!
Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!
Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.
L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.
Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.
Tanti auguri!
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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi
Buongiorno a tutti!
Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!
Ascoltate un momento ... Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».
Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.
Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.
Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino: Incontro con la Comunità ecclesiale (Basilica di San Marino, 22 agosto 2026)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono felice di incontrarvi in questa Basilica – anche voi, che state fuori –, in questa Basilica dedicata al santo diacono Marino, vostro Patrono. Saluto Sua Eccellenza, il vostro Vescovo, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate, i rappresentanti della vita ecclesiale della Diocesi e tutti i presenti. Vorrei che vivessimo insieme questo momento come una sosta nel nostro comune cammino sulle orme di Cristo.
La Diocesi di San Marino-Montefeltro è erede di una ricca storia di fede e di coraggio: quella dei Santi Marino e Leone che, diciotto secoli orsono, con l’annuncio cristiano «portarono nel contesto di questa realtà […] prospettive e valori nuovi, determinando la nascita di una cultura e di una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio» (Benedetto XVI, Omelia, San Marino, 19 giugno 2011). Laici e scalpellini – solo in un secondo momento chiamati, in diverso grado, al Ministero ordinato –, essi seppero tradurre il messaggio del Vangelo in un modello comunitario e politico nuovo, fortemente caratterizzato dai principi cristiani di libertà, di rispetto reciproco e di comunione, un modello vivo fino ad oggi. Ed è bello constatare come la vostra Comunità diocesana e quella civile cercano di portare avanti il lavoro dei Fondatori con lo stesso entusiasmo e con la stessa fedeltà. Per questo motivo, vorrei fermarmi a riflettere con voi su alcuni aspetti del vostro itinerario di Chiesa che ritengo importanti.
Mi rivolgo prima di tutto ai giovani, ripartendo da ciò che a loro disse Papa Benedetto XIV, in visita qui quindici anni fa: «Non fermatevi alle risposte parziali, immediate […] più facili al momento e più comode, che possono dare qualche momento di felicità, di esaltazione, di ebbrezza, ma che non vi portano alla vera gioia di vivere» (Incontro con i giovani, 19 giugno 2011); e poi aggiungeva: «Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito!». Ecco, carissimi giovani: tenete aperta questa finestra! Seguite con lo sguardo dell’anima i sentieri tracciati in voi dai desideri grandi di bellezza, di bontà e di vita che portate nel cuore. Se ne osservate attentamente i percorsi e ne ascoltate la voce, essi vi porteranno in alto, all’incontro con Dio, là dove Lui vi cerca e vi aspetta; e con il suo aiuto i vostri sogni avranno la forza di incidere nella storia e migliorarla.
Ecco allora il secondo invito che vi rivolgo: abbracciate con entusiasmo la vostra missione nel mondo! Fatelo, prima di tutto, cercando di capire qual è la chiamata per voi, unica per ciascuno, e di apprezzarne la grandezza (cfr Ef 1,18). E poi spendetevi in essa, investendo senza risparmio tutta la ricchezza dei doni che Dio vi ha concesso. Non abbiate paura di fare scelte esigenti, come il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico; preparatevi nel modo migliore possibile alle responsabilità che vi attendono. Lasciatevi coinvolgere in iniziative e progetti di carità e di giustizia. Così contribuirete anche voi a dare “una testimonianza di pace che parla al mondo”, come dice il motto di questa mia visita.
Vorrei esprimere, a questo proposito, un sentito ringraziamento anche ai sacerdoti, ai catechisti e a tutti gli educatori che, con diversi itinerari e proposte, si adoperano per la crescita umana e cristiana dei ragazzi. Il vostro, carissimi, è un lavoro nascosto ma molto importante, è un servizio umile e prezioso, perché viene in aiuto ai genitori, primi responsabili dell’educazione alla fede dei figli. La famiglia, infatti, è il primo luogo di formazione alla fede, il grembo naturale in cui il Vangelo fin dall’infanzia si impara e si respira quotidianamente. Per questo una pastorale sapiente avrà cura di alimentare una forte sinergia formativa tra famiglie e comunità ecclesiali, un patto educativo, così che i genitori si sentano coinvolti, riscoprano loro stessi la fede in modo nuovo e abbiano la gioia di trasmettere ai figli i valori cristiani di cui sono depositari.
Quanto ai contenuti, i percorsi di crescita, specialmente nell’iniziazione cristiana, comunichino prima di tutto la bellezza e il gusto della vita battesimale e sacramentale, perché nascano e si rafforzino nelle comunità cammini di santità, e maturi in tutti la consapevolezza della propria dignità profetica, sacerdotale e regale. Alla scuola del Concilio Vaticano II, si curi con attenzione la liturgia e si formino i fedeli a viverla in modo corale, come azione comune di un unico corpo vivo (cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 26), in cui ogni membro attinge forza dalla Mensa del Signore, per portare la sua luce sulle strade del mondo.
Noi crediamo che il Vangelo è via di libertà per gli uomini e le donne di ogni tempo, e che in Gesù Cristo e nella sua Parola trovano senso e risposta definitiva le gioie, le ferite e le domande più profonde dell’umanità. Perciò siamo convinti che il dono più grande che possiamo fare ai fratelli e alle sorelle che il Signore mette sul nostro cammino è quello di aiutarli a incontrare Lui, il Dio fatto uomo, morto e risorto per noi, e in Lui trovare salvezza. In questa luce esercitiamo la carità in tutte le sue forme, senza risparmio, tenendo però sempre a cuore e ben presente il bene ultimo e integrale delle persone a cui offriamo il nostro sostegno.
Viviamo in un mondo ferito da molti conflitti, in cui con preoccupazione si vedono aumentare violenze, chiusure, paura dell’altro. Di fronte a queste derive inquietanti, la nostra risposta non può che essere quella di camminare con ancora maggiore convinzione sulla via del Vangelo. La sua ispirazione è alla base di una società «costruita sul rispetto della libertà propria e di quella degli altri e soprattutto sul rispetto della sacra Volontà di Dio» (S. Giovanni Paolo II, Omelia, San Marino, 29 agosto 1982), che insegna e comanda attenzione ai più deboli, perdono, comunione, solidarietà.
In proposito, desidero sottolineare l’importanza e la valenza profetica di alcune esperienze di sostegno vicendevole e di vicinanza con cui, nelle zone più interne di questo territorio, le piccole comunità affrontano i problemi legati allo spopolamento e alla carenza di servizi, tenendo vivo il senso di famiglia e di comunione. Queste realtà, apparentemente piccole e marginali, sono come fiammelle a cui attingere per riaccendere e rianimare in tutti il fuoco di valori solidi, antichi e sempre attuali. Tali esperienze testimoniano il calore di quella magnifica humanitas a cui è necessario tendere, per vincere l’individualismo di una certa cultura metropolitana e consumistica, come pure altre forme di campanilismo diffidente e divisivo, e ridonare ossigeno alle nostre speranze di fraternità e di pace.
Cari fratelli e sorelle, l’ultima parola è quella che più mi sta a cuore: comunione. Diamo, nelle nostre comunità, testimonianza di unità: tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri. Pure questo è parte del patrimonio di Vangelo vissuto che i Santi Marino e Leone ci hanno lasciato, e della missione che abbiamo di continuare con costanza e dedizione a far crescere ciò che loro hanno iniziato. Per loro intercessione, il Signore vi benedica e vi sostenga sempre nel vostro cammino.
Vi ringrazio di cuore per la vostra accoglienza! Vi porto con me nella mia preghiera, e sono certo che anche voi continuerete a pregare per il Papa. Grazie!
Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino: Discorso alle Autorità e alla Società civile (22 agosto 2026)
Signori Capitani Reggenti,
illustri Autorità,
sono molto lieto di visitare il vostro Paese, che vanta il primato di essere la più antica Repubblica del mondo, con una tradizione che risale all’inizio del IV secolo. Ringrazio di cuore i Capitani Reggenti per il cortese invito e per l’accoglienza riservatami, testimoniata anche dalle parole che mi hanno rivolto a nome di tutti i cittadini. La mia visita avviene sulla scia di quelle di San Giovanni Paolo II, nel 1982, e di Benedetto XVI, nel 2011, e intende confermare il profondo legame che unisce il Titano alla Sede Apostolica. Un nesso antico per la lunga coesistenza storica, ma nello stesso tempo recente se pensiamo che solo un secolo fa, nell’aprile 1926, furono formalizzate le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Serenissima Repubblica di San Marino.
Nella sua lunga storia, la vostra Repubblica ha reso perennemente attuali le parole che potremmo definire il testamento spirituale del suo Fondatore e che sono state ricordate poco fa: «Relinquo vos liberos ab utroque homine», la cui sintesi appare chiara nel motto Libertas. Una parola sola, ma di quale densità! Nel contesto della storia di un popolo e di uno Stato, essa esprime certamente l’aspirazione ad autodeterminarsi, a non dipendere da altre autorità politiche. Ma, nello stesso tempo, Libertas significa molto di più, e su questo vorrei soffermarmi brevemente con voi.
Anzitutto desidero sottolineare che non c’è vera libertà civile senza libertà personale, cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale. Questa libertà è donata e garantita, in ultima analisi, da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano.
Promuovere la libertà comporta difendere gli spazi della coscienza. E qui il pensiero va ai tanti uomini e donne che, in ogni epoca e in ogni luogo, sono martiri della libertà perché testimoniano proprio il primato della coscienza. Saldamente formati dalla ricerca della verità, essi sono pienamente responsabili delle proprie decisioni e dunque liberi da ogni vincolo che non sia quello, proprio della creatura, che li lega a Dio. Esemplare in questo è San Tommaso Moro, Patrono dei Governanti e dei Politici. Anche oggi, in molte parti del mondo, non mancano persone che rimangono fedeli alla loro coscienza anche in contesti di forte avversità, testimoni della vera libertà, quella che deriva dall’essere figli e figlie di Dio. Con ammirazione esprimiamo la nostra solidarietà a quanti, in questo momento, pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza.
Inoltre, la libertà si realizza nel dono, nella comunione, nell’incontro e nel dialogo. Essa è come una pianta che cresce e produce rami e foglie per offrire a tutti ossigeno, ombra, profumo, frutti e nuovi semi. E come potrebbe essere altrimenti, dal momento che sgorga dalla fonte che è Amore Uno e Trino? Potrà forse sembrare eccessivo questo riferimento teologico, ma credo che oggi esso sia necessario, di fronte all’idolatria che guasta alla radice quei progetti politici ed economici che si presentano in nome della libertà, ma in realtà sono schiavi degli idoli e del potere.
Nella visione cristiana, libertà e comunione stanno o cadono insieme. Molti santi e sante hanno dato inizio a esperienze di vita comunitaria in cui le persone esprimono la propria libertà nell’obbedienza a una regola, basata sul Vangelo. Nel vostro caso è sempre motivo di particolare interesse il fatto che all’origine della vostra comunità ci sono uomini come San Marino e San Leo, che possiamo definire costruttori di città libere e pacifiche. La loro opera si può interpretare secondo l’icona biblica della ricostruzione di Gerusalemme propiziata dal Profeta Neemia. È l’immagine “positiva”, opposta a quella della torre di Babele, che orienta la riflessione dell’Enciclica Magnifica humanitas (cfr n. 8). L’opera di Neemia è animata dalla preghiera, coinvolge le famiglie e tutto il popolo, costruisce i legami prima ancora delle pietre; lo stile è la comunione, non l’uniformità, «l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore» (ibid.). Così mi piace pensare al lavoro intrapreso dai vostri Fondatori, che ben si riflette nella laboriosità e nell’ingegno di questo popolo e di questa terra.
Libertas, per voi, vuol dire anche un impegno mai venuto meno di una partecipazione attiva e positiva alla costruzione della pace. Riguardo a questo aspetto, esprimo vivo apprezzamento e trovo una particolare consonanza con l’atteggiamento della Santa Sede. Per questo condividiamo la stima per la diplomazia e per il multilateralismo, quali vie privilegiate per coltivare le relazioni internazionali e promuovere l’intesa tra le Nazioni. «Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare, usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 224).
Signore e Signori, questa visita – analogamente a quanto accaduto nel Principato di Monaco – mi invita a sottolineare il valore peculiare di uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, in cui è possibile sperimentare la prossimità della politica ai bisogni dei cittadini e, dunque, una democrazia più effettiva, tanto più se animata anche dall’ispirazione cristiana. Perciò la Repubblica di San Marino può essere un “laboratorio” di buona politica, dove, senza derogare alla laicità dello Stato, si può attingere ai principi della dottrina sociale cattolica: la ricerca del bene comune, la destinazione universale dei beni, l’armonia di sussidiarietà e solidarietà, la giustizia sociale (cfr ivi., 59-81). Tale impegno appare oggi ancor più prezioso, nel momento in cui si accinge a divenire operativo l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea e la vostra Repubblica si troverà a relazionarsi stabilmente, seppure in modo peculiare, con una realtà complessa, la quale potrà trarre grande giovamento dal vostro contributo.
Andando ancora più a fondo, l’obiettivo principale a cui tendere in questo “laboratorio” è la cura dell’umano. Una comunità come la vostra, infatti, al tempo stesso ricca di valori tradizionali e al passo con i tempi sul piano tecnologico, può perseguire efficacemente tale obiettivo, mediante una cura che si traduce nella tutela di ogni vita, in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale. «La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani. […] La tecnologia può sostenere anche la cura reciproca tra persone, ad esempio se offre strumenti che aiutano a prevedere e organizzare, ma senza esautorare la libertà e il giudizio dell’essere umano, soggetto delle relazioni e responsabile delle decisioni» (ivi, 114).
Questa cura dell’altro è apparsa una nota distintiva della storia sammarinese fin dai suoi albori. Come è stato notato essa si è rivelata nella tradizione di accoglienza, che non è mai venuta meno lungo i secoli nei confronti di chi soffre ed è nella prova. Recentemente, si è mostrata con il sostegno e l’ospitalità al popolo ucraino, specialmente all’inizio del conflitto, come pure nell’impegno in favore del diritto internazionale umanitario in un momento storico in cui esso appare quotidianamente disatteso se non addirittura calpestato.
Tale sensibilità è anche frutto della tradizione cristiana di questo Paese e della costante e positiva collaborazione fra le Autorità politiche e il Vescovo nella ricerca del bene comune. Vi sono perciò particolarmente grato di questo vostro impegno e testimonianza e vi incoraggio a proseguire tutti, governanti, cittadini e comunità ecclesiale, l’impegno coraggioso e lungimirante a favore della dignità di ogni persona umana e del bene comune. A ciascuno di voi, rinnovo l’espressione della mia gioia per questa visita nella Repubblica di San Marino e invoco su tutti la benedizione del Signore.
Visita Pastorale del Santo Padre nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli e alla città di Rimini (22 agosto 2026)
Galleria fotografica: Repubblica di San Marino
Ore 8,00 decollo dall’eliporto del Vaticano Ore 9,00 atterraggio all’Aviosuperficie di Torraccia (Repubblica di San Marino)
trasferimento a Piazza della Libertà
Ore 9,45 Piazza della Libertà: onori militari, con l’esecuzione degli InniIl Santo Padre e gli Ecc.mi Capitani Reggenti entrano nel Palazzo Pubblico
Ore 10,00 Nell’Atrio, al Santo Padre vengono presentati i Segretari di StatoIl Santo Padre e gli Ecc.mi Capitani Reggenti raggiungono la Sala Consiglio dei XII, per il colloquio privato e la firma del Libro degli Ospiti Illustri
Ore 10,40 Incontro presso la Sala del Consiglio Grande e Generale Ore 11,15 Al termine, il Santo Padre, accompagnato dagli Ecc.mi Capitani Reggenti, si affaccia dal balcone centrale di Palazzo Pubblico per un saluto e la Benedizione ai fedeli in Piazzatrasferimento alla Basilica di San Marino
Ore 11,45 All’ingresso della Basilica, il Santo Padre è accolto da S.E. Mons. Domenico Beneventi, Vescovo di San Marino-Montefeltro, e da Don Marco Mazzanti, Rettore della BasilicaAdorazione del Santissimo Sacramento e venerazione delle Reliquie di San Marino con sacerdoti, consacrati e rappresentanti della vita ecclesiale della Diocesi
Ore 12,15 Il Santo Padre esce dalla Basilica e saluta i fedeli presenti in piazzatrasferimento all’Aviosuperficie di Torraccia
Ore 12,45 Il Santo Padre si congeda dagli Ecc.mi Capitani Reggenti e dalle Autoritàdecollo dalla Repubblica di San Marino
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In forma strettamente privata il Santo Padre visita la comunità del Monastero Sant’Antonio da Padova delle Monache Agostiniane a Pennabilli
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MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI
Ore 14,45 atterraggio all’eliporto della Fiera di Rimini Ore 15,00 Visita alla Mostra su Sant’Agostino Ore 15,15 Visita alla Mostra su Léon Harmel Ore 15,30 Villaggio Ragazzi: saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting Ore 16,00Grande Auditorium: incontro con i partecipanti al Meeting
trasferimento alla Cattedrale di Rimini
Ore 17,30 In Cattedrale: Incontro con ammalati, disabili, e poveri assistiti dalla Caritas
trasferimento al Piazzale del Porto
Ore 18,30 Porto di Rimini: Concelebrazione eucaristica Ore 20,00 Il Santo Padre si congeda dalle Autoritàdecollo dal Porto di Rimini
Ore 21,00 atterraggio nell’eliporto del Vaticano________________________________
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 19 febbraio 2026
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 12 agosto 2026
Ai Partecipanti al Meeting dell'International Catholic Legislators Network (21 agosto 2026)
Eminenze,
Distinti Signore e Signori,
Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,
è per me una grande gioia salutare voi, membri del International Catholic Legislators Network, e in particolare il Cardinale Schönborn e il Cardinale Bo, patroni di questo Network.
Il tema del vostro incontro annuale, “Dignità umana e intelligenza artificiale: sfide, opportunità e controllo”, vi offre l’occasione per riflettere su una delle questioni fondamentali della nostra epoca. Lo straordinario progresso dell’intelligenza artificiale sta schiudendo orizzonti che le generazioni precedenti avrebbero potuto a malapena immaginare. Tuttavia, ogni conseguimento tecnologico pone anche l’umanità di fronte a una questione morale: non soltanto che cosa possiamo fare, ma che cosa dovremmo fare? Di fatto, oggi la nostra famiglia umana si trova dinanzi a una scelta fondamentale. Come ho scritto nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, possiamo essere tentati di costruire una nuova Torre di Babele, dove il potere, l’efficienza e il controllo oscurano il volto della persona umana; oppure possiamo costruire una civiltà in cui la tecnologia serve lo sviluppo integrale di ogni persona (cfr. nn. 7-10). La domanda decisiva rimane la stessa: la tecnologia aiuta le persone a diventare più fraterne e responsabili verso sé stesse e le une verso le altre? A tale riguardo, i principi della dottrina sociale della Chiesa — la dignità inviolabile di ogni persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà e la solidarietà — forniscono criteri certi per il discernimento.
Cari legislatori, la vostra vocazione vi pone al centro di questa sfida. Responsabili di fornire politiche per la gestione della tecnologia ai fini del bene comune, il vostro compito non è di impedire l’innovazione bensì di guidarla con saggezza (cfr. Francesco, Discorso ai Partecipanti all’incontro promosso dal International Catholic Legislators Network, 27 agosto 2021). Una buona legislazione dovrebbe incoraggiare la creatività scientifica e tecnologica, salvaguardando al tempo stesso i diritti umani e le libertà. Dovrebbe proteggere gli utenti dallo sfruttamento, tutelare la privacy personale, garantire la trasparenza nell’uso delle tecnologie emergenti e assicurare che rafforzino le istituzioni democratiche.
A tal fine, “servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito” (Magnifica humanitas, n. 106). Questa vigilanza può operare a diversi livelli — locale, nazionale e internazionale — agevolando il dibattito aperto sul “codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa” (n. 107), e assicurando che nessuna ideologia o interesse specifico detti i valori incorporati nei sistemi d’intelligenza artificiale.
Al tempo stesso, il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale rischia di creare nuove forme di dipendenza tecnologica, con le nazioni più povere che dipendono sempre più da quelle più ricche. Dobbiamo restare vigili a questo riguardo, per evitare che l’innovazione diventi un altro veicolo di colonialismo ideologico o economico (cfr. nn. 178-179). Purtroppo, ci troviamo di fronte a una forma sottile di dominio quando sono gli algoritmi a decidere chi viene visto, chi rimane invisibile, quando le piattaforme digitali influenzano il dibattito pubblico senza dover rendere conto e quando la dignità dei lavoratori è subordinata all’ottimizzazione di sistemi (cfr. nn. 95, 150, 171). Questi sviluppi rivelano un nuovo volto dell’antica tentazione del dominio e del potere senza servizio.
Contro questa cultura del potere la Chiesa propone “la civiltà dell’amore” (Paolo VI, Regina Caeli, 17 maggio 1970; cfr. Magnifica humanitas, n. 186), una civiltà che sappia guidare saggiamente l’intelligenza artificiale, formando cuori capaci di carità, compassione e responsabilità. In una tale società, la prima scuola di umanità sarebbe la famiglia. Perché è in famiglia che impariamo la fiducia prima del calcolo, la generosità prima della competizione, il dialogo prima della divisione e l’amore prima del potere. Non bisogna mai consentire all’intelligenza artificiale di erodere questa cellula primaria della società, né riducendo le persone e le relazioni a dati e simulazioni, né inondando le giovani menti di contenuti che distorcono il desiderio, e nemmeno con modelli economici che rendono la vita familiare economicamente precaria. Per questo vi incoraggio a promuovere politiche che rafforzino il matrimonio e le famiglie, sostengano i genitori nella loro missione educativa e consentano ai giovani di guardare al futuro con fiducia.
Cari amici, il mondo non ha bisogno di un’intelligenza artificiale che sminuisca l’umanità; piuttosto, ha bisogno di intelligenza umana illuminata dalla saggezza, di autorità politica guidata dalla coscienza e di innovazione tecnologica guidata dalla carità. Solo allora l’intelligenza artificiale diventerà non un rivale dell’umanità, ma un servitore del bene comune.
Con queste riflessioni, prego perché le vostre deliberazioni diano abbondante frutto per le vostre nazioni e per l’intera famiglia umana. Che la Beata Vergine Maria, Madre del Buon Consiglio, vi accompagni sempre. Su di voi, sulle vostre famiglie e su tutti coloro che sono affidati al vostro servizio, invoco volentieri le abbondanti benedizioni di Dio. Grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 189, venerdì 21 agosto 2026, p. 3.
Udienza Generale del 19 agosto 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 7. La musica sacra
I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 7. La musica sacra
Cari fratelli e sorelle,
il sesto capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra. Esso afferma: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112) e specifica: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.).
Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare.
Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura.
Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121).
Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede.
Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio al tema della partecipazione attiva dei fedeli (cfr n. 114). Essa «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana» (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli» (ibid. 55). Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: «Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e «un sacro silenzio» (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio.
Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC, 120).
Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata «educazione del senso religioso» (SC, 119) e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre» (ibid.).
Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito «di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19).
A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica» (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3).
Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» (SC, 115), e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr ibid.).
Cari fratelli e sorelle, i Padri della Chiesa hanno tenuto in grande considerazione il canto liturgico, simbolo della comunione ecclesiale. Perciò possiamo concludere con queste belle espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo» (Lettera agli Efesini, 4, 2).
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Saluti
Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins venus duBurkina Faso et de la Côte d’Ivoire et du Liban. Frères et sœurs, puisse la participation active des fidèles à travers le chant liturgique renforcer les liens d’amour et d’unité au sein du peuple de Dieu et être le signe de la communion ecclésiale. Que Dieu vous bénisse !
[Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese, in particolare i pellegrini provenienti dal Burkina Faso e dalla Costa d’Avorio. Fratelli e sorelle, possa la partecipazione attiva dei fedeli attraverso il canto liturgico rafforzare i legami d’amore e di unità nel popolo di Dio ed essere segno di comunione ecclesiale. Dio vi benedica!]
I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from Malta. Upon you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!
Liebe Gläubige deutscher Sprache, es ist schön, sich bewusst zu machen, dass wir durch die Teilnahme an der Liturgie stets auch in unsichtbarer Gemeinschaft mit allen Engeln und Heiligen stehen und einstimmen dürfen in ihren Lobgesang auf den Herrn. Ihm sei Herrlichkeit und Ehre jetzt und in Ewigkeit.
[Cari fedeli di lingua tedesca, è bello ricordare che, partecipando alla liturgia, ci troviamo sempre anche nella comunione invisibile con tutti gli Angeli e i Santi e che, insieme a loro, possiamo cantare ad una sola voce l’inno di lode al Signore. A lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli.]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los invito a reflexionar sobre el canto litúrgico como símbolo de la comunión eclesial, pidiéndole al Señor que nos ayude a vivir en armonía y concordia, como un único coro, cuyas melodías y buenas obras glorifican y alaban al Padre por medio de Jesucristo. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿基督的慈爱指引你们在家庭、团体和社会中彼此的关系。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, la carità di Cristo ispiri i vostri rapporti in famiglia, nella comunità e nella società. Vi benedico di cuore.]
Saúdo cordialmente os fiéis de língua portuguesa. Santo Agostinho escreveu: «quem canta o louvor, não somente canta, mas ama Aquele a quem dirige o seu canto» (Enar. in Ps. 72, 1). Façamos do canto litúrgico uma expressão do nosso amor a Deus. Abençoo-vos de coração!
[Saluto cordialmente i fedeli di lingua portoghese. Sant’Agostino ha scritto: «Chi canta una lode, non soltanto canta, ma ama Colui a cui rivolge il suo canto» (Enar. in Ps. 72, 1). Facciamo del canto liturgico un’espressione del nostro amore a Dio. Vi benedico di cuore!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً القادِمينَ مِن لبنان. المُوسِيقَى الليتُورجِيَّةُ هي أداةٌ ثَمِينَةٌ جِدًّا نُؤدِّي بِها خِدمَةَ تَسبِيحِ الله، ونُعَبِّرُ فِيها عَن فَرَحِ الحَياةِ الجَدِيدَةِ في المَسِيح. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Libano. La musica liturgica è uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków! Dnia 23 sierpnia obchodzony jest Europejski Dzień Pamięci Ofiar Stalinizmu i Nazizmu. W liturgii wspominany jest wówczas Władysław Findysz, kapłan i pierwszy Polak beatyfikowany jako męczennik prześladowań komunistycznych. W czasie Soboru Watykańskiego II wspierał on duchowo jego obrady, angażując wiernych w „Soborowy Czyn Dobroci” przez dzieła miłości i moralnej odnowy. Niech jego świadectwo przypomina, że cywilizację miłości buduje się przebaczając i zwyciężając zło dobrem. Wszystkim wam błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi! Il 23 agosto si celebra la Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo. In quel giorno, nella liturgia, viene ricordato Władysław Findysz, Sacerdote e primo polacco beatificato come Martire delle persecuzioni comuniste. Durante il Concilio Vaticano II egli ne sosteneva spiritualmente i lavori, coinvolgendo i fedeli nell’«Opera conciliare di bontà» con atti di carità e di rinnovamento morale. La sua testimonianza ci ricordi che la civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene. A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Figlie della Divina Provvidenza, riunite per il loro Capitolo Generale, e le incoraggio a ravvivare la fiamma della carità che ha caratterizzato la vita della Fondatrice, la Venerabile Madre Elena Bettini.
Saluto, altresì, i religiosi passionisti e i cappuccini; i fedeli delle parrocchie di Macchia Valfortore, Castello di Godego e quelli dell’Unità pastorale di Ponteranica, come pure il coro Serpeddì di Sinnai. Tutti invito a testimoniare con gioia l’amore di Cristo per ogni creatura.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Desidero rivolgere a ciascuno l’invito a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace. Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società.
A tutti la mia benedizione!
Angelus, 16 agosto 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Ieri abbiamo contemplato la Vergine Maria nel suo indissolubile rapporto con il Figlio: nemmeno la morte ha potuto interrompere quella comunione di anima e corpo, che è vita eterna. Ogni domenica ci ricorda che la stessa pienezza è riservata a chi segue Gesù: la sua risurrezione non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge.
Lo dimostra oggi la donna cananea protagonista del Vangelo proclamato nella liturgia (Mt 15,21-28). Pur non appartenendo al suo popolo e abitando in una regione straniera, cerca con insistenza di parlare con Gesù, seguendolo come una discepola che ha già un legame con Lui. Non dovevano essersi mai incontrati, ma misteriosamente la fede era già sorta in lei. Non desidera qualcosa per sé, ma la pace per la figlia tormentata e confida in Gesù, nel quale riconosce il Messia discendente di Davide (cfr v. 22).
L’Evangelista non nasconde gli ostacoli che questa donna si trova ad affrontare. I discepoli la vedono come una persona molesta, e Gesù stesso resiste alle sue richieste. In effetti, il Maestro si era ritirato in quella regione (cfr v. 21) e possiamo immaginare che, come altre volte, cercasse un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi. In quel momento, tuttavia, accade qualcosa di imprevisto. Meditando su questo, possiamo comprendere l’obbedienza di Gesù, che compie la sua missione lasciandosi colpire da ciò che vede e ascolta. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28).
Anche oggi la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze, così che in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tendere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci.
Dalla donna cananea impariamo l’umiltà e la determinazione. Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole (cfr vv. 26-27), perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto. Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio.
Cari fratelli e sorelle: siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace. A Maria, nostra Madre, chiediamo di intercedere per noi. «Dalle sue labbra sgorga l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat» (Magnifica humanitas, 244): è il canto di chi vede ormai la realtà con lo sguardo di Dio e per questo non perde la speranza e opera nella carità.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura.
Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero.
Ed ora do il mio benvenuto a tutti voi, che vi siete radunati qui a Castel Gandolfo per l’Angelus domenicale.
Accolgo con affetto i pellegrini provenienti da vari Paesi. Nel salutare i polacchi, estendo la mia benedizione alle numerose partecipanti al tradizionale pellegrinaggio al Santuario di Piekary Śląskie, nell’Alta Slesia.
A tutti auguro una buona domenica.
Messaggio del Santo Padre per l'XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato [1° settembre 2026] (15 agosto 2026)
“Forgeranno le loro spade in vomeri
e le loro lance in falci” (Is 2,4)
Cari fratelli e sorelle,
nostro Signore Gesù Cristo è venuto nel mondo perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10). Tale dono è al centro stesso della nostra missione di discepoli e della nostra vocazione comune a costruire una civiltà dell’amore. Mentre celebriamo questa Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, siamo invitati ancora una volta a contemplare il dono della vita e ad avere a cuore la terra che la sostiene, rendendo così concretamente lode al nostro Creatore.
Siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito.
Il Dio della vita, che si è rivelato in Gesù Cristo, offre una pace che il mondo non può dare: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). Essa non è né superficiale né fugace; scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana.
Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4), trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra.
La guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia. Miete vittime, lacera famiglie e costringe milioni di persone a lasciare le proprie case, alimentando paura, ingiustizia e divisione (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 77-82); lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti.
Per di più, la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale, colpendo non solo le singole persone e le comunità, ma anche la loro più ampia rete di relazioni con l’intera famiglia umana, e la loro armonia con il creato. Essa rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata. Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace.
Le crisi menzionate richiedono, oltre che responsabilità, anche una conversione del cuore, che fruttifichi in una più profonda fedeltà a Dio, in amore reciproco e in rispetto per il dono del creato. Di fatto, le disarmonie che vediamo nel mondo, come la violenza, l’ingiustizia e il degrado ecologico, non sono semplicemente il risultato di sistemi o strutture imperfetti; essi «si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo» (ibid., 10). In realtà, è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia (cfr Gc 1,14-15). Le ferite della guerra e il degrado della terra, perciò, sono profondamente legati alla condizione del cuore umano. I conflitti che tormentano l’umanità sono per molti versi espressione esteriore di contrasti e divisioni interiori. Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine.
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Omelia per l’Inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005). Il che ci invita a riconoscere che, in qualche maniera, ciò che è spezzato attorno a noi lo è anche dentro di noi. Per questo motivo, per costruire una società pacifica, non dobbiamo solo riformare le strutture, ma anche rinnovare i nostri cuori. Le cause più radicali di conflitto e lo sfruttamento del creato sono conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana.
La chiamata profetica a “forgiare le spade in vomeri” (cfr Is 2,4) non è quindi solo un sogno per le nazioni, ma un appello rivolto a ogni persona. Ci invita a trasformare ciò che è male in vita. Tuttavia questa trasformazione non può essere realizzata soltanto attraverso un cambiamento esteriore. Essa richiede, in cooperazione con la grazia di Dio, una conversione più profonda, sia personale che collettiva: un ritorno al Signore, che riporterà ordine nei nostri desideri, guarirà le nostre ferite e ci aiuterà a crescere nella virtù.
Senza questa trasformazione interiore, la pace rimane fragile e di breve durata. Ma dove i cuori si rinnovano, si cominciano ad aprire nuove possibilità. Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda (cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 217). La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo.
Sebbene le sfide che ci attendono siano enormi, il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore. In questo modo siamo chiamati a tutelare i molti “ecosistemi” che ci sono stati affidati: del creato, delle relazioni umane e del cuore stesso dell’uomo.
Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio.
I veri strumenti per costruire la pace non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Questi scaturiscono da cuori plasmati dal Vangelo e sostenuti dalla grazia di Dio. Solo queste qualità hanno il potere di trasformare gli individui, rinnovare le comunità e guarire le ferite del nostro mondo.
Cari fratelli e sorelle, il cammino che abbiamo davanti è chiaro, seppure non facile. Siamo chiamati a lasciare che i nostri cuori siano rinnovati, perché possiamo cercare la pace e prenderci cura del creato. La Scrittura ci raccomanda di custodire i nostri cuori, poiché è da essi che sgorga tutto ciò che facciamo (cfr Pr 4,23).
Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace.
Il Signore ci dia il coraggio di percorrere questa via, perché in questo nostro tempo le “spade” siano realmente “forgiate in vomeri”, la promessa del Vangelo si radichi più profondamente nel nostro mondo e la pace di Cristo regni su tutto il creato.
Dal Vaticano, 15 agosto 2026, Assunzione della B.V. Maria.
LEONE PP. XIV
Angelus, 15 agosto 2026, <i>Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria</i>
Cari fratelli e sorelle,
oggi celebriamo la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Una festa di grande importanza, sia per la teologia cattolica, sia per la pietà popolare; infatti è una ricorrenza molto sentita in tante comunità, specialmente dove la cattedrale o la chiesa parrocchiale è intitolata alla Madonna Assunta.
Per contemplare questo mistero della fede, possiamo riferirci ai due modelli iconografici con cui nei secoli gli artisti lo hanno raffigurato.
Il primo, il più antico, che è stato l’unico per quasi un millennio, è quello della “dormizione” della Madre di Dio: ella appare coricata su un catafalco, addormentata nella morte; intorno ci sono gli Apostoli che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, sta Gesù risorto, che tiene in braccio l’anima di Maria, come una bambina appena nata. È venuto a prenderla per portarla con sé nella gloria di Dio, “in cielo”, come diciamo simbolicamente. Infatti, il Signore ha realizzato per sua Madre quello che ha promesso per tutti i suoi amici: «Quando sarò andato – al Padre – e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me» (Gv 14,3).
Questo primo modello mette in risalto la verità centrale: è Cristo morto e risorto che ci conduce alla meta alla quale da sempre siamo destinati, la vita eterna. È ciò che generazioni e generazioni di fedeli hanno contemplato pregando davanti alle icone della Dormizione, e che si può ammirare a Roma, nel grande mosaico dell’abside della Basilica di Santa Maria Maggiore.
L’iconografia più recente, sviluppatasi in seguito in occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, nel cielo, avvolta di luce, spesso circondata da angeli e santi. Qui al centro sta il corpo glorificato della Madonna, in consonanza con quanto si legge nel Libro dell’Apocalisse: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 12,1).
Alcuni artisti hanno messo insieme i due schemi, rappresentando in alto la Vergine gloriosa e in basso la sua tomba vuota, spesso piena di fiori multicolori, e gli Apostoli con lo sguardo rivolto a lei, in cielo.
Questo secondo modello evidenzia la verità che Maria è stata assunta in anima e corpo, cioè nell’integrità della sua persona. Quella donna che sulla terra ha dato corpo e sangue al Verbo incarnato e lo ha seguito fino all’unione perfetta nel sacrificio d’amore, da Lui è stata attratta per sempre nella gloria.
Così anche questa iconografia ci permette di contemplare il nostro destino ultimo. La pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria, attende anche noi, alla fine dei tempi, quando, come dice San Paolo, Cristo Risorto «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), vestendo ciò che è corruttibile di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità (cfr 1Cor 15,54). Allora, con la nostra carne trasformata dall’amore del Redentore, vivremo in eterno, nella festa senza fine.
Lodiamo il Signore, che ha fatto grandi cose nella sua e nostra Santissima Madre!
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
Maria Santissima, assunta nella gloria del cielo, è per tutto il popolo di Dio segno di speranza e di consolazione. Per questo oggi desidero invocare la sua materna intercessione a nome di quelle comunità che hanno particolarmente bisogno di essere consolate e di continuare a sperare. Penso ai fratelli e alle sorelle della Terra Santa, che è per eccellenza anche la Terra di Maria. Penso al popolo ucraino e al popolo russo, entrambi legati da filiale devozione alla Santa Madre di Dio. Penso ai cristiani che soffrono discriminazione o addirittura persecuzione.
Continuo a pregare in questi giorni per le popolazioni colombiane che soffrono a causa del terremoto.
Mi unisco a queste comunità e a tutte quelle che vivono in contesti difficili, e insieme con loro invoco: “Santa Maria, prega per noi!”.
Rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Castel Gandolfo e pellegrini venuti dall’Italia e altri Paesi. Grazie della vostra presenza, grazie della vostra preghiera!
Auguro a tutti di poter vivere un tempo di riposo, per ritemprare il corpo e lo spirito, anche con qualche buona lettura e a contatto con la natura.
Buona festa per oggi e arrivederci a domani!
Parrocchia San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo: Santa Messa (15 agosto 2026)
Cari fratelli e sorelle,
con grande gioia anche quest’anno celebro con voi la Solennità dell’Assunzione.
Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Pio XII, Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata (cfr ibid.).
Per questo, molte opere d’arte la raffigurano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste. Esse si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» (cfr Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.
Questa immagine, in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non si fa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non prendono colore e lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?
Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni a cui abbiamo accennato: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.
La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cfr 1Cor 13,8).
Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo. Ed è facile capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione.
Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendovi dei piccoli squarci di cielo.
È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita.
San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno […], per figurarci in piccola dimensione l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, di infinito e finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).
Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente, e che l’ha portata alla gloria del Cielo, è un toccarsi di estremi, come Lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le espressioni umili della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di misteri grandiosi: di Dio che in Lei si fa uomo per salvare gli uomini, dell’Eterno che in Lei si manifesta nel tempo per riaprire anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui, come diceva San Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore.
La sublimità del Mistero che celebriamo, allora, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti”; infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.
Carissimi, il volto bellissimo dell’Assunta è unico, supera ogni possibile rappresentazione, eppure, al tempo stesso, ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa, […] segno di sicura speranza e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.
Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più […]. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui» (Enarratio in Psalmos 126, 7).
Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.
Videomessaggio del Santo Padre in occasione dell'Assemblea annuale della "Leadership Conference of Women Religious" nel 70° anniversario della fondazione [Rosen Center, Orlando (Florida), 11-14 agosto 2026] (12 agosto 2026)
Cari amici in Cristo,
saluto cordialmente i membri della Leadership Conference of Women Religious negli Stati Uniti d’America, che sta celebrando il 70° anniversario della sua fondazione durante l’Assemblea annuale 2026. Offro inoltre oranti buoni auspici alle religiose e ai religiosi di diverse Congregazioni di tutta l’America che stanno partecipando all’evento di quest’anno.
Anche se provenite da comunità con storie e apostolati differenti, è importante ricordare la necessità di promuovere l’unità nei vostri Istituti e tra loro, come anche nella Chiesa in generale. Tutti i cristiani sono chiamati a essere costruttori della comunione di Cristo, che prende forma in una Chiesa sinodale nella quale ognuno coopera alla stessa missione secondo il proprio carisma e il proprio ministero (cfr. Concistoro straordinario: Discorso di apertura, 26 giugno 2026). In modo speciale, i membri della vita religiosa sono chiamati a diventare esperti in sinodalità per via delle opportunità di praticarla offerte dalla vita in comunità, nonché per il modo stesso in cui le vostre Congregazioni sono organizzate (cfr. Incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita Consacrata, 10 ottobre 2025). In tal senso, sono stato lieto di apprendere che le procedure dell’Assemblea includeranno un metodo sinodale di ascolto, confronto e discernimento, con l’apertura e la disponibilità a comprendere ciò che gli altri stanno dicendo. Pertanto, spero che, attraverso questo formato di dialogo fraterno e ricettivo, possiate discernere ciò che lo Spirito Santo sta dicendo (cfr. Ap 2, 7) sul presente e sul futuro della vita consacrata nelle nazioni nelle quali servite.
In modo particolare, attraverso i molti carismi donati dallo Spirito Santo nel corso della storia, le donne e gli uomini consacrati hanno aiutato a rendere la missione e il mistero della Chiesa visibile nel nostro mondo (cfr. San Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, n. 1). A tale riguardo, esprimo gratitudine per i contributi duraturi dei vostri Istituti nei campi dell’evangelizzazione, dell’educazione e della cura per i poveri e gli emarginati, solo per citarne alcuni. Mentre riflettete sul vostro tema, “Many Charisms, One Spirit, One Call”, prego perché teniate presenti in modo particolare i carismi specifici che Dio ha affidato ai fondatori e alle fondatrici delle vostre rispettive comunità. La Chiesa ha bisogno di voi e di tutta la diversità e la ricchezza delle forme di consacrazione e di ministero che rappresentate, poiché con la vostra vitalità e la vostra testimonianza di una vita incentrata su Gesù potete contribuire a risvegliare il mondo (cfr. Incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita Consacrata, 10 ottobre 2025). Così, insieme, riuscirete ad affrontare la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza con il rimedio dell’amore e della misericordia di Cristo.
Al fine di promuovere il fiorire autentico della vita consacrata, il lavoro per favorire le vocazioni religiose riveste un’importanza fondamentale. Come molti di noi hanno sperimentato di persona, la chiamata di Cristo a seguirlo con cuore indiviso attraverso voti di povertà, castità e obbedienza, porta gioia, pace e realizzazione. Oggi, nonostante stia aumentando il fenomeno della secolarizzazione nel mondo, c’è anche una crescente fame di Dio. Di fatto, come ho recentemente osservato durante il mio Viaggio Apostolico in Spagna, “[n]umerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio” (Veglia di preghiera, 9 giugno 2026). Nelle vostre interazioni con i giovani, quindi, provate a cercare modi per far conoscere loro il vostro modo di vivere e aiutateli ad ascoltare la voce del Signore, che ci parla nel profondo del nostro cuore. Esortateli ad avere coraggio nel rispondere a Gesù, che non può essere superato in generosità, di modo che anche loro possano condividere la gioia che nasce dal seguire la sua chiamata.
Con questi sentimenti, vi auguro un fecondo incontro e vi assicuro della mia vicinanza spirituale. Affido il lavoro dell’Assemblea alla protezione materna di Maria, Madre della Chiesa, affinché interceda per tutti voi e per le comunità che rappresentate.
E vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 183, mercoledì 12 agosto 2026, p. 3.
Udienza Generale del 12 agosto 2026: I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 6. L’anno liturgico
I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 6. L’anno liturgico
Cari fratelli e sorelle,
il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente.
Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come “anno liturgico” si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875).
Nell’Enciclica Mediator Dei,Papa Pio XII afferma che non si tratta di «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato o una semplice […] rievocazione di realtà d’altri tempi. [L’anno liturgico] è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato […] in questa vita mortale […], allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti» (III Divinum Officium et Annus Liturgicus, II Cyclus Mysteriorum). L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia (cfr SC, 102c). L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale.
Perciò i Padri conciliari considerano «fondamento e nucleo dell’anno liturgico» proprio la domenica, «il giorno di festa primordiale» (cfr SC, 106). In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al “giorno del sole” (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero “sole di giustizia” che illumina ogni uomo!
San Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998), insegna che la domenica è giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, “giorno dei giorni”: «Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. […] Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía» (n. 75), quando tutti risorgeremo.
Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum (cfr SC, 106), cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a «rendere grazie a Dio che li ha generati, “mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3)» (ibid.).
A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.
Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, «massima solennità» (SC, 102), estesa al “lietissimo spazio” di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale (cfr SC, 109). Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo. La Chiesa ha inserito poi nei diversi tempi la venerazione della beata Vergine Maria, «congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo» (SC, 103) e «le memorie dei martiri e degli altri santi che […] in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi» (SC, 104).
L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale.
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Saluti
Je salue tous les pèlerins de langue française et plus particulièrement les fidèles du Diocèse de Yaoundé au Cameroun, accompagnés de leur évêque. Rassasiés à la table de l’Eucharistie, soyez pour le monde des témoins lumineux de l’amour du Christ. Que Dieu vous bénisse !
[Saluto tutti i pellegrini di lingua francese e, in particolare, i fedeli della Diocesi di Yaoundé, in Camerun, accompagnati dal loro Vescovo. Saziati alla mensa eucaristica, siate per il mondo testimoni luminosi dell’amore di Cristo. Dio vi benedica!]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Malta and Zimbabwe. Upon you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, der heilige Benedikt von Nursia schreibt in seiner Mönchsregel, dass »dem Gottesdienst nichts vorgezogen werden soll« (Regula 43,3). Ich wünsche euch, dass ihr stets die verwandelnde Kraft Christi erfahren dürft, die uns in der heiligen Liturgie im Hören auf das Wort Gottes und durch die Feier der Sakramnete zuteil wird. Der Herr segne und behüte euch!
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, San Benedetto da Norcia scrive nella sua Regola monastica: «non si anteponga nulla all’Opera di Dio» (Regula 43,3). Vi auguro che possiate sperimentare sempre la forza trasformatrice di Cristo, che attingiamo nella Sacra Liturgia, nell’ascolto della Parola di Dio e attraverso la celebrazione dei Sacramenti. Il Signore vi benedica!]
Deseo expresar mi cercanía a las hermanas y hermanos colombianos que sufrieron los efectos del reciente terremoto que causó numerosas víctimas y heridos, así como grandes daños materiales. Mientras ruego al Señor por el eterno descanso de los fallecidos, aseguro mis plegarias por sus familias y todos los que han sido golpeados por esta tragedia. Manifiesto mi gratitud a cuantos trabajan en las labores de rescate y de asistencia a los damnificados.
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidámosle a la Virgen María, quien llevó a Cristo en su seno, que interceda por nosotros para que, también como ella, podamos participar de los misterios de Cristo, especialmente en la celebración dominical de la Eucaristía. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿童贞圣母玛利亚日复一日地光照你们的生命,并护佑你们永沐和睦之中。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, la Vergine Maria illumini quotidianamente la vostra esistenza e vi custodisca nella concordia. Vi benedico di cuore.]
Saúdo com afeto todos os peregrinos de língua portuguesa, em especial o grupo vindo de Moçambique! Queridos irmãos e irmãs, encorajo-vos a santificar o domingo participando da Santa Missa, e não apenas assistindo-a virtualmente. A Eucaristia é o encontro vivo com o Senhor ressuscitado, que dá sentido à nossa vida e nos concede a graça necessária para enfrentar, na presença de Deus, cada dia da semana. Que o Senhor vos abençoe!
[Saluto con affetto tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale il gruppo venuto dal Mozambico! Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a santificare la domenica partecipando alla Santa Messa, non assistendovi soltanto in modo virtuale. L’Eucaristia è l’incontro vivo con il Signore risorto, che dà senso alla nostra vita e ci dona la grazia necessaria per affrontare, alla presenza di Dio, ogni giorno della settimana. Il Signore vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. السَّنَةُ الليِتُورجِيَّةُ لَيسَت مُجَرَّدَ إحياءٍ لِذِكرَى أَحداثٍ مِن المَاضِي، بَل هي حُضُورُ المَسِيحِ الحَيِّ الَّذي يُواصِلُ عَمَلَهُ الخَلاصِيّ في كَنِيسَتِهِ وَيَقُودُنا إلى اللقاءِ بِه. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba. L’anno liturgico non è una semplice commemorazione degli eventi del passato, ma è la presenza viva di Cristo, che continua nella sua Chiesa l’opera della salvezza e ci guida all’incontro con Lui. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków! Sierpień to miesiąc ważnych dla was rocznic. Dzięki wstawiennictwu Maryi, 15 sierpnia 1920 r., dokonało się zwycięstwo w Bitwie Warszawskiej, które odmieniło losy Polski i Europy. W wigilię Wniebowzięcia obchodzone jest wspomnienie liturgiczne św. Maksymiliana Marii Kolbego, który oddał życie za współwięźnia w niemieckim nazistowskim obozie Auschwitz. Niech wspominanie tych wydarzeń kieruje nasze kroki na drogę pokoju wskazywaną przez Niepokalaną. Wszystkim wam błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi! Agosto è per voi un mese ricco di importanti anniversari. Per intercessione di Maria, il 15 agosto 1920, si compì la vittoria nella Battaglia di Varsavia, che cambiò il corso della storia della Polonia e dell’Europa. Alla Vigilia dell’Assunzione si celebra la memoria liturgica di San Massimiliano Maria Kolbe, che offrì la sua vita per un compagno di prigionia nel campo nazista tedesco di Auschwitz. Il ricordo di questi eventi ci guidi sulla via della pace indicata dall’Immacolata. A tutti la mia benedizione!]
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Fratelli di San Gabriele, provenienti dall’Asia e dall’Africa, che ricordano il 25° anniversario di professione religiosa, e li incoraggio a perseverare con gioia nella missione al servizio del Vangelo.
Saluto, altresì, i partecipanti al Campo internazionale promosso dall’Opera per la gioventù “Giorgio La Pira” e il gruppo “Il Cenacolo” di Maropati.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tra qualche giorno celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Mi è caro esortarvi a rivolgere con costanza la vostra preghiera alla Madre di Dio, seguendone l’esempio nell’accogliere pienamente la vocazione alla “familiarità” con il Signore e alla sollecitudine verso il prossimo.
A tutti la mia benedizione!
Messaggio del Santo Padre per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2026
Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)
Cari fratelli e care sorelle!
Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).
Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità
I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.
A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata.
Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, ricordava che essi «sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari».
Eppure, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesialiscelgono di non voltarsi dall’altra parte (cfr Lc 10,29-37). Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle proprie case per restituire il calore di un focolare a questi minori, agli educatori nelle comunità d’accoglienza, ai volontari e agli operatori che ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano alla cura delle ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, testimoniano che l’amore può vincere l’indifferenza.
Anche uno solo di questi bambini
Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
Purtroppo, i minori migranti sono più facilmente ridotti all’invisibilità, perché privi di adulti che li proteggano e sostengano. È necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati sale oggi a Dio, proprio come quello ascoltato nel libro dell’Esodo: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8). Dio ascolta e per liberare interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, come aveva fatto con Mosè. Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza.
Un appello alla responsabilità di tutti
Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.
Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia.
Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Essa diventa terreno fecondo per un dialogo interreligioso concreto, dove i credenti, attingendo al proprio senso della trascendenza, cooperino nel tessere reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui.
Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra» (Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid, 8 giugno 2026).
Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.
Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.
LEONE PP. XIV
Angelus, 9 agosto 2026
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che, sul lago di Galilea, raggiunge i discepoli nel mezzo di una tempesta, camminando sulle acque (cfr Mt 14,22-33).
Dopo il miracolo dei pani e dei pesci (cfr Mt 14,13-21), il Maestro spinge i suoi a salire in barca e a prendere il largo, mentre Lui si ritira sul monte, da solo, a pregare. Lontani dalla riva, però, essi si trovano in balia del vento e faticano ad avanzare. Dopo un’esperienza di successo, in cui erano stati protagonisti di un segno prodigioso, ora si ritrovano impotenti e spaventati di fronte alla minaccia delle onde e del vento contrario.
Sul finire della notte, Gesù va loro incontro sulle acque agitate, e impauriti lo scambiano per un fantasma (v. 26). Ma Egli dice loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (v. 27). La presenza del Signore cambia tutto: Pietro addirittura riesce a fare alcuni passi sopra le onde verso di Lui; poi si spaventa, affonda e Gesù lo salva. Quando poi il Maestro sale sulla barca, la tempesta si calma., e allora sgorga spontanea dal cuore dei discepoli la professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» (v. 33).
Per giungere a questo, non è bastato loro aver assistito a un miracolo, né aver avuto successo davanti alla gente: hanno dovuto passare attraverso l’esperienza della loro debolezza e, in essa, riconoscere la presenza di Dio. Solo così hanno potuto aprire veramente gli occhi e il cuore alla sua vicinanza, ritrovando pace anche in mezzo alla tempesta.
Un giorno, tempo dopo, Gesù dirà loro: «Se avrete fede e non dubiterete […], se direte a questo monte: “Levati e gettati nel mare”, ciò avverrà» (Mt 21,21). E proprio questo essi hanno sperimentato sul lago: la pace di Cristo, che era stato sul monte a pregare, li ha raggiunti in mezzo alla furia delle acque.
Questo miracolo, allora, ci insegna una cosa importante: prima di tutto a non esaltarci davanti al successo e a non presumere mai di noi stessi; e al tempo stesso a non disperare, neanche nei momenti di buio, quando ci sentiamo impotenti davanti ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti. In qualsiasi circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo umilmente nella barca della nostra vita – con la preghiera, con i Sacramenti, con l’ascolto della sua Parola –, in Lui troveremo la pace, troveremo luce e forza per il nostro cammino.
Ci aiuti Maria a vivere così, con abbandono fiducioso in Dio, Lei che fu proclamata beata per la sua fede (cfr Lc 1,45).
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
I continue to follow with concern the tragic situation in Sudan, especially in the city of el-Obeid. In expressing my spiritual closeness to all the people of the nation, I renew my appeal to those in authority to guarantee humanitarian corridors for the civilian population. At the same time, I urge the international community to support efforts aimed at bringing about an immediate ceasefire. Let us pray that the Lord may sustain those who are suffering, convert the hearts of those who sow violence, and grant the long awaited peace.
[Continuo a seguire con preoccupazione la tragica situazione in Sudan, specialmente nella città di el-Obeid. Nell’esprimere la mia vicinanza spirituale al popolo della Nazione, rinnovo il mio appello alle autorità affinché siano garantiti corridoi umanitari per la popolazione civile. Al tempo stesso, esorto la comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a raggiungere un immediato cessate il fuoco. Preghiamo il Signore perché sostenga coloro che soffrono, converta i cuori di chi semina violenza e conceda la tanto attesa pace].
Continuano a giungere notizie dolorose di persone innocenti uccise e ferite in Ucraina e in Russia. Tragici episodi si susseguono, anzi, si moltiplicano, provocando sempre più vittime civili, tra cui anche bambini. Sono vicino alle famiglie delle vittime, ai feriti e a tutti coloro che soffrono a causa del conflitto in atto. Di fronte a tanto dolore rinnovo un accorato appello affinché si rispetti il diritto umanitario e cessino da entrambe le Parti gli attacchi che coinvolgono obiettivi civili. La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze. È tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace.
Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi!
Saluto in particolare i giovani della Comunità Santa Maria Maddalena della diocesi di Milano, che hanno percorso la Via Francigena da Siena a Roma; come pure gli scout di Enna, che hanno fatto il loro campo sui Colli romani, e i giovani di Pernumia, diocesi di Padova.
La presenza di tanti gruppi giovanili, che scelgono di impegnare alcuni giorni di vacanza in attività formative e di amicizia, è un segno di speranza; come lo è stato l’evento dei giovani francescani che ho avuto la gioia di incontrare giovedì scorso ad Assisi.
A tutti voi, ragazzi e ragazze che mi ascoltate, desidero ricordare che in questi giorni il calendario liturgico propone alcune stupende figure di Santi e Sante, che vi invito a conoscere meglio: ieri il grande San Domenico, fondatore dei Frati Predicatori; oggi Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, carmelitana uccisa ad Auschwitz e co-patrona d’Europa; domani San Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma; dopodomani Santa Chiara d’Assisi, che lasciò una vita agiata per seguire Gesù povero e umile, sul modello del suo concittadino San Francesco. Cari giovani, lasciatevi entusiasmare da questi esemplari testimoni del Vangelo!
Grazie a tutti della vostra presenza e buona domenica!
Visita Pastorale ad Assisi: Santa Messa per i partecipanti all'incontro "Go! Franciscan Youth Meeting" (Basilica di Santa Maria degli Angeli, 6 agosto 2026)
Carissimi fratelli e sorelle,
carissimi giovani!
La festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione. Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro.
Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada. Come Pietro, Giacomo e Giovanni siamo portati un po’ in disparte e Gesù è con noi. Questo conta: la sua presenza. Sul monte gli apostoli contemplano Gesù che si orienta al proprio futuro. Circa questo punto, c’era stata fra loro incomprensione. Sei giorni prima Pietro aveva contestato al Maestro il suo parlare apertamente della croce (cfr Mt 16, 21-26): si aspettava la gloria per il Messia, e forse anche per sé, senza mettere in conto resistenze e rischi, ma soprattutto senza domandarsi che cosa sia la gloria. Ora, nella trasfigurazione di Gesù, è Dio stesso a rivelarsi nella sua gloria, che ha l’aspetto di una nube che protegge e che avvolge. Indica il Figlio, invita ad ascoltarlo. La via della vita si scopre seguendolo insieme. La sua bellezza ha un nuovo aspetto, un’intensità senza precedenti, tanto che Pietro vorrebbe fermare il tempo e prolungare quella visione. Generosamente, si offre di costruire tre capanne, come per veder continuare la conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia. In quella conversazione, invece, bisogna entrare. Non si può restarne solo spettatori. Siamo infatti chiamati a leggere le Scritture col Maestro, a interpretare il nostro tempo e a prendere decisioni, seguendo il suo cammino. Siamo qui per vincere la rassegnazione e la paura, per sciogliere i dubbi che trattengono anche noi, come trattenevano gli apostoli. Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia, per scrivere nuove pagine di storia.
Mentre ascoltiamo che «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2) pensiamo al mattino di Pasqua, quando un angelo del Signore rovesciò la pietra che chiudeva il sepolcro e portò l’annuncio della risurrezione. «Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve» (Mt 28,3). È la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio. Ne vediamo l’aurora nei santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene. Non siamo soli! In questi giorni ne avete fatto esperienza: vi siete incontrati e ascoltati, passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione. Oggi contempliamo Gesù che si trasfigura proprio nella conversazione col Padre, con chi lo ha preceduto, Mosè ed Elia, e coi suoi contemporanei, i discepoli.
La Chiesa esiste per portarci in questo dinamismo di ascolto e di decisione, in cui comprendere per chi vivere e come vivere. È la comunità in cui imparare a distinguere la voce di Dio, che non coincide mai semplicemente con le nostre opinioni, e osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai.
In questo senso, all’inizio della mia prima Enciclica ho suggerito che «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza» (Magnifica humanitas, 1).
Cari amici, la ragione per cui San Francesco, ottocento anni dopo la sua morte, ci attrae ancora, sta nella magnifica umanità che lo portò ad abbandonare le vie già tracciate, perché se ne aprisse una nuova, più coerente col cammino di Gesù. Anche in una città già da secoli cristiana, come Assisi, questo apparve rivoluzionario. «La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!» (Udienza giubilare, 4 ottobre 2025). È l’energia del cristianesimo, quella dei suoi inizi e delle sue molteplici ripartenze.
Ebbene, cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci. Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio. Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla «tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano» (Francesco, Evangelii gaudium, 270).
Si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco. Eppure, sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera. Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare.
Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura – a immagine di Cristo – innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte. Unite le migliori energie della vostra magnifica umanità – gli studi, le competenze, il lavoro, le amicizie, l’amore, la preghiera – attualizzando in modi diversi la visione di Francesco. Immagino vi sia cara la preghiera a lui spesso attribuita, un testo del secolo scorso:
Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è l’odio, che io porti l’amore,
dove è l’offesa, che io porti il perdono,
dove è la discordia, che io porti l'unione,
dove è l'errore, che io porti la verità,
dove è il dubbio, che io porti la fede,
dove è la disperazione, che io porti la speranza,
dove sono le tenebre, che io porti la luce,
dove è la tristezza, che io porti la gioia.
Ecco “dove” andare! Go! Ma ecco specialmente “come” andare:
Signore, fa che io non cerchi tanto
di essere consolato, quanto di consolare,
di essere compreso, quanto di comprendere,
di essere amato, quanto di amare.
Poiché è nel donare che si riceve,
nel dimenticare sé stessi che si ritrova sé stessi,
nel perdonare che si è perdonati,
nel morire che si risuscita a vita eterna.
Cari amici, possano questi giorni ad Assisi imprimersi nella vostra memoria e il ritorno a casa, ai diversi Paesi d’Europa verso cui viaggerete, sia come la discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte alto della trasfigurazione. Un ritorno pensoso, aperto al futuro, impegnato con Gesù Cristo. Lui si fida di voi, conta su di voi, rimane sempre con voi.