Dalla Santa Sede
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con i Volontari nel Padiglione 3 dell’IFEMA Madrid (9 giugno 2026)
Eminenza Don José,
carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!
Questo incontro è l’ultimo della parte madrilena del mio Viaggio apostolico, ma sono molto contento che sia con voi, volontari e volontarie, ognuno di voi e tanti che non hanno potuto essere qui stamattina. Voi meritate un “grazie” tutto speciale, perché avete donato la vostra presenza e il vostro servizio e l’avete fatto per amore del Signore, della Chiesa e del Papa. Grazie di cuore!
Ringrazio l’Arcivescovo e i due “portavoce” che hanno offerto le loro testimonianze, come pure coloro che hanno realizzato il video e l’esibizione musicale.
Ho saputo che fin dall’inizio la vostra risposta all’appello è stata entusiasta: in pochi giorni avete superato i numeri richiesti e così le esigenze sono state abbondantemente soddisfatte. Avete preso giorni di ferie dal lavoro, alcuni di voi si sono dedicati per mesi a tempo pieno, ma ciascuno ha dato ciò che ha potuto, soprattutto ha dato sé stesso: cuore, mani, idee, competenze, sorrisi. Dio vi ricompensi come solo Lui sa fare!
Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità.
Gesù ha usato l’immagine del lievito in una parabola del regno dei cieli, riportata dall’evangelista Matteo: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33). La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili – penso al Giubileo dell’anno scorso –, è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità.
La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale. È la logica del Vangelo, che dice: «Se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? […] E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?» (Lc 6,33-34).
Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace. Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità. Grazie di averlo testimoniato in questi giorni qui a Madrid! Grazie! Forse le statistiche non lo registreranno, ma noi sappiamo che in questi giorni, anche grazie a voi, questa città è cresciuta ed è più vicina al Regno di Dio. Merito nostro? No! Tutta grazia sua! Questo è il segreto: l’amore di Dio, che muove il sole e gli astri e muove i cuori di coloro che hanno incontrato il Signore Gesù, il quale «disse: Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).
Sorelle, fratelli, avanti su questa strada! Con umiltà e mitezza, senza alcuna presunzione, ma saldi nella fede e generosi nel servizio. La Vergine Maria vi ottenga di essere lievito del Regno sempre e dovunque. Grazie! E arrivederci a Roma!
Poi, offrendo in dono il calice, il Santo Padre ha detto:
E desidero anche lasciare come dono per tutta la famiglia qui a Madrid, per tutta la comunità ecclesiale questo Calice, affinché non dimentichiamo mai ciò che celebriamo nel memoriale di Cristo che ci ha salvati. Grazie a tutti!
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con la Comunità diocesana nello Stadio “Santiago Bernabéu” (Madrid, 8 giugno 2026)
Cari fratelli e sorelle, buonasera!
Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma [si rivolge all’Arcivescovo], Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!
Questa veglia è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo, Don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano. Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati.
Cantare è un bisogno che attraversa la convivenza e interpella la cultura, la provoca a restare aperta e in costante divenire. Voi siete Chiesa diocesana dentro un popolo che ama la musica, la danza e lo stare insieme, eppure conosce anche conflitti, rassegnazione, talvolta disperazioni, situazioni che il Vangelo può aprire alla speranza. Testimoniate il Vangelo nella capitale di un grande Paese europeo, sede di Istituzioni e Organizzazioni in cui si prendono importanti decisioni per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle alla ricerca di nuove opportunità. La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. È l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse. Anche oggi l’amore di Cristo ci spinge (cfr 2Cor 4,14) – il verbo che usa San Paolo, significa anche “ci avvince”, “ci tiene uniti”, “ci possiede” – e così ci chiama alla responsabilità dell’azione.
Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune. Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino.
Nell’Enciclica Magnifica humanitas ho proposto, come alternativa a omologazione e confusione, la figura di Neemia, che coinvolge l’intera comunità nella ricostruzione di Gerusalemme. «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 11).
Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere. Emerge sempre più una specificità della missione cristiana all’interno di grandi realtà urbane, dove «una cultura inedita palpita e si progetta» (Francesco, Evangelii gaudium, 73). La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi», ovvero ai «nuclei più profondi dell’anima delle città» (ibid.)? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità.
Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia.
Carissimi, Madrid è una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse. Dio conosce uno per uno i cuori dei suoi abitanti. Li conosce come solo Lui sa e può fare, cioè nell’amore e dunque nella libertà. Egli è misericordia infinita e vuole che tutti siano salvati. Lo vuole al punto da farsi carne e prendere su di sé tutto il peccato, il male, il negativo del mondo. Ecco Gesù Cristo! Ecco la Buona Notizia, la Grazia che abbiamo ricevuto e che siamo mandati a condividere con tutti. Perché tutti, nessuno escluso, sono fatti per la vita e la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è parabola di questo mistero di salvezza. Viene in mente il Libro di Giona, uno dei gioielli della Bibbia che vi invito a leggere o rileggere, personalmente e in comunità. Non è un caso se è proprio nelle città che gli Apostoli hanno impiantato la Chiesa nascente, trovando non solo rifiuto, ma anche accoglienza dove più naturalmente le persone sono alle prese con la diversità e il cambiamento.
Nulla vi turbi, allora, nulla vi spaventi! Insieme, come Chiesa diocesana, potete offrire la testimonianza evangelica che libera le migliori energie di un’umanità bombardata di immagini e di parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità. Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà.
Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!
Le storie che questa sera abbiamo ascoltato dicono, anzi “cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa. Qualcuno ha testimoniato: “Posso dire senza esitazione che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto”. Un altro ha detto: “Ho provato una grande gioia e responsabilità nel diventare un membro più attivo della comunità e nel condividere con il resto dei membri della Chiesa i miei doni”. E ancora: “Per noi, servire non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto”. Ecco la Chiesa, cari fratelli e sorelle! Ecco la musica del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente. Quando arriva al cuore, fa dire, come alla famiglia venuta a Madrid dal Perù, di sentirsi accolti a braccia aperte. In molti, come lei e la sua famiglia, provano un iniziale timore ad avvicinarsi, hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: sui vostri volti e nella vostra vita si possa incontrare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è la lingua che fa sentire tutti a casa. Molte grazie.
Viaggio Apostolico in Spagna: Preghiera e omaggio alla Vergine dell'Almudena nella Cattedrale di Santa Maria dell'Almudena (Madrid, 8 giugno 2026)
Ringrazio Sua Eminenza, Arcivescovo di Madrid, per le parole che mi ha rivolto. Saluto con affetto tutti voi, fratelli e sorelle che, con gioia e fervore, vi unite oggi nell’omaggio alla Nostra Signora dell’Almudena, Madre e Protettrice di questa Arcidiocesi, durante il quale poserò ai suoi piedi la rosa d’oro, simbolo dell’amore filiale del Papa per la Vergine Maria.
Sono numerose le generazioni di madrileni che, nel corso dei secoli, hanno venerato quest’immagine di Maria Santissima, che porta in braccio il suo Figlio divino e ce lo porge. La tradizione narra che, in tempi difficili per la comunità cristiana, per proteggere la statua della Vergine, la si nascose in un anfratto delle mura della cittadella, dove rimase nascosta per molto tempo, fino a quando, dopo il crollo miracoloso di una parte delle mura, venne ritrovata intatta.
Questa millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino. Fu grazie a una muraglia distrutta che accadde il nuovo incontro della Madre con il suo popolo. Questo fatto è provvidenziale, perché indica il percorso che Gesù, attraverso la sua Santa Madre, ci invita a percorrere. In un primo momento, un muro che cade provoca un boato, caos, disordine, ma apre anche spazi, ristabilisce possibilità e sprona a restaurare. Nelle nostre società attuali esistono ancora molti muri che non proteggono, ma dividono, allontanano e isolano. A volte, pensando che abbatterli significhi dover affrontare ciò che non ci piace, preferiamo la comodità di puntellarli appena e, più frequentemente, di ignorarli.
Tuttavia, la Nostra Signora dell’Almudena, con la sua presenza e la sua sicura protezione, ci dice un’altra cosa: per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte. Siccome siamo convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene, vi esorto a non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre. Vi esorto a non mancare di carità, per unirvi come un’unica famiglia di fratelli e sorelle, e a non perdere la speranza, per sostenervi l’un l’altro nella vostra azione nel mondo. Prego che con l’esempio e l’intercessione di Santa Maria la Real de la Almudena, la Vergine del Magnificat che continua a proclamare la grandezza del Signore ed esultare in Dio suo Salvatore, Egli stesso custodisca e rafforzi il vostro amore per Gesù e per la Chiesa, affinché possiate essere costruttori di legami che restaurino il linguaggio universale della comunione, dell’amore fraterno e della concordia.
Facendo mie alcune parole dell’inno a lei dedicato, vi raccomando al potente aiuto del suo amore materno:
Santa Maria dell’Almudena,
Vergine e Madre del Redentore,
Regina del Cielo, Madre d’Amore,
sotto il tuo manto, Vergine umile,
cercano protezione i tuoi figli.
Madre amorevole, Tempio di Dio,
proteggici, Signora, e aiutaci a essere
costruttori di pace e riconciliazione.
Amen.
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con i Vescovi della Spagna nella sede della Conferenza Episcopale (Madrid, 8 giugno 2026)
Cari fratelli nell’Episcopato,
è con grande gioia che mi presento davanti a voi in questo terzo giorno del mio viaggio apostolico in Spagna. Dopo aver salutato i rappresentanti politici che mi hanno accolto in Parlamento, vorrei ora approfittare di questi momenti insieme per ravvivare la comunione così come Gesù consigliava ai suoi apostoli (cf. Mc 6,31). Ringrazio Monsignor Luis Javier Argüello García per le gentili parole che, come Presidente della Conferenza e a nome di tutti, mi ha rivolto, spero che le mie possano confluire in quel dialogo nello Spirito che implica accogliere tutto il bene che il Signore ci dice attraverso il fratello. Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali.
È un dialogo fecondo che come Chiesa state definendo in diversi modi. Uno concreto, che possiamo evocare, è quello dei congressi che state realizzando. Mi soffermo su quelli celebrati nel 2020 e nel 2025, che hanno avuto speciale eco: Pueblo de Dios en salida y ¿Para quién soy? Asamblea de llamados para la misión. I loro temi si concentrano su queste domande essenziali: come si possono affrontare le sfide attuali? E chi è chiamato ad accettare questa sfida?
Nel mio contributo a questa riflessione, ho pensato di proporvi l’immagine di un viaggio in cui la destinazione è Dio, verso il quale alziamo lo sguardo. È un viaggio sui generis, poiché non ci muoviamo materialmente, ma vogliamo far volare il cuore.
Una tentazione nel viaggio è diventare ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo. A questa tentazione si aggiunge quella dei bagagli, che, per motivi simili, riempiamo con cose inutili che finiscono per essere un peso. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicissitudini di tanti migranti: una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva.
In questo modo, in questa prima fase del nostro viaggio, la nostra risposta alla domanda su come possiamo affrontare questa sfida che ci siamo proposti deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita. Come non ricordare qui l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme, certamente, a cui siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace.
Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale. La vita sacramentale accompagna il ritmo della nostra esistenza come quella di un bambino che riceve il cibo dalla madre, come quella di uno sportivo che va misurando le forze necessarie per raggiungere il traguardo.
D’altra parte, qualcosa che spesso ci costa molto durante il viaggio è comunicare con l’altro. Sia a causa della lingua e della cultura diverse, sia per la sfiducia verso l’ignoto, sia per le liti e incomprensioni che possono verificarsi anche tra persone vicine, ci sentiamo limitati nell’esprimerci o nel comprendere il nostro interlocutore. È un’esperienza che possiamo calare nell’annuncio del Vangelo, nell’accoglienza dell’altro, nella capacità di rispondere ai quesiti del mondo che ci circonda o nella necessità di attivare la corresponsabilità dei membri della comunità nelle nostre azioni pastorali. Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali.
Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, per esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione. Come allora, siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, proprio come fece il famoso santo alfaquí di Granada, fra Hernando de Talavera, e più avanti ripeté in America san Turibio de Mogrovejo, del quale stiamo celebrando il terzo centenario di canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. Anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere.
Quali sono i punti essenziali di quello spirito? Il primo riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno. Il secondo è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede. Capaci di portare – come fece Turibio – l’esperienza di Granada in America, cioè di portare nel nostro bagaglio le risorse che ci permettano di affrontare con franchezza le sfide sempre nuove dell’evangelizzazione in ogni circostanza.
Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza.
I pellegrini solitamente partono di notte e molte volte quell’oscurità iniziale del cammino può spaventarli. Potremmo evocare l’inno dei vespri, La notte è tempo di salvezza, per dire che, se andiamo in buona compagnia, le difficoltà del camminare e il pericolo di smarrirsi si riducono. È il Signore che ci conduce, Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie, Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui, anzi, camminiamo con Lui come membri di un solo corpo. Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore.
In questo compito, il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure.
La comunione, vissuta in questo modo, possiede anche una forza missionaria. Una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a coloro che non credono, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune.
Questa chiamata a essere segno di comunione in Cristo, camminando nell’unità e tendendo la nostra mano al fratello che incontriamo, ci pone davanti a un’altra sfida che oggi tocca il cuore di molti: la difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali. In tanti giovani, e non solo in loro, la domanda: “Per chi sono?” risuona come una ricerca sincera di senso, di appartenenza e di dono. Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o garanzie provvisorie: si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se donata.
Per questo, la pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita. Prima abbiamo parlato di bagagli: i pellegrini del Cammino di Santiago sanno bene che nello zaino deve essere caricato solo l’essenziale.
Come ha ripetutamente proposto Papa Francesco, nel contesto vocazionale attuale, va detto che la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione. I seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a sacerdoti ben formati. Il criterio affinché i seminari siano autentici case di formazione è che garantiscano un’adeguata esperienza di vita comunitaria; che abbiano formatori totalmente dedicati allo studio e all’insegnamento, con esperienza nell’accompagnamento spirituale; e che dispongano di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la propria funzione. A tal fine, è essenziale, oltre a unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide.
In questo campo, le difficoltà possono essere affrontate come opportunità. A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei laici e la loro integrazione in questo cammino di vita che come Chiesa stiamo compiendo. D’altra parte, vediamo come in molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi, si ricorra a collaboratori laici per poter continuare a svolgere il lavoro. È una difficoltà che possiamo trasformare in opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata.
Come vedete, il nostro cammino è fatto di incontri: in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare (cf. At 3,1-10).
Anche quando collabora con altre istituzioni, religiose o civili, persino quando offre aiuto materiale, istruzione, assistenza o promozione umana, la Chiesa non smette mai di offrire ciò che le è proprio: l’amore di Dio rivelato in Cristo. Quel messaggio penetra nella società, che non esita a manifestare la propria stima per molte di queste opere. Così ogni gesto di carità cristiana che nasce dal Vangelo porta in sé una promessa più grande: restituire alla persona la convinzione di essere amata.
Nel nostro cammino percorriamo quella che san Giovanni Paolo II volle chiamare «Terra di Maria» [1]. Nella Santissima Vergine avete la vostra prima compagna di viaggio e il vostro principale tesoro, poiché ella ci mostra con la sua vita come accogliere la Parola e custodirla nel cuore, come accompagnare in questo itinerario i discepoli e rimanere presente nel cammino della Chiesa come madre di comunione e di speranza. A lei affido il vostro ministero, affinché vi aiuti a essere, in mezzo al popolo che vi è affidato, quel lievito nascosto di cui parla il Vangelo. Piccola agli occhi del mondo, ma capace, quando rimane unita a Cristo, di far fermentare la massa (cf. Mt 13,33): la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito.
In questo cammino vi accompagna anche san Giovanni d’Ávila, patrono del clero spagnolo, in quest’anno nel quale ricordiamo il quinto centenario della sua ordinazione presbiterale. San Paolo VI lo definì «un maestro di vita spirituale, provvido e sapiente; un rinnovatore esemplare di vita ecclesiastica e di costume cristiano» e, allo stesso tempo, «un semplice prete» [2]. In questo santo dottore, la Chiesa riconosce la vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio.
Guardandolo lui, penso a coloro che sono i più vicini compagni dei vescovi in questo viaggio, a quei “semplici sacerdoti”, nel senso più alto e più esigente del termine. Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quella essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questa peregrinazione piena di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo.
Concludiamo questo viaggio spirituale con una preghiera del santo dottore che ci ricorda che ogni rinnovamento ecclesiale nasce da un cuore configurato con Cristo: «Se mi mandate, Signore, a fare ciò che voi avete fatto, datemi il vostro cuore» (Sermone 57,20). Sia anche questa la nostra preghiera: Signore, dacci il tuo cuore, un cuore capace di alzare lo sguardo verso di te, di mettersi in cammino, di ascoltare, di discernere, di servire, di correggere con carità, di attendere con pazienza e di annunciare con gioia. Perché la Chiesa che riceve il cuore di Cristo porta con sé la colonna di fuoco che la guida, la sostiene, la difende e la conforta, il patrimonio necessario per affrontare qualsiasi sfida.
Che Dio vi benedica. Molte grazie.
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[1] Omelia nella celebrazione della Parola e Atto Mariano nazionale, Saragozza, 6 novembre 1982, 1.
[2] Omelia nella canonizzazione del beato Giovanni d’Avila, 31 maggio 1970.
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con i Membri del Parlamento spagnolo al Congresso dei Deputati (Madrid, 8 giugno 2026)
Presidente del Governo,
Presidente del Congresso dei Deputati,
Presidente del Senato,
Presidente del Tribunale Costituzionale,
Presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio Generale del Potere Giudiziario,
Membri del Congresso dei Deputati e del Senato,
Signore e Signori,
Ringrazio la Signora Presidente per le sue gentili parole, nonché per l’invito che la Sede Apostolica ha ricevuto in occasione del mio viaggio in questo Paese, e per la cortesia con cui mi avete accolto in questo storico Palazzo del Congresso dei Deputati, sede eminente della vita istituzionale, giuridica e democratica del Regno di Spagna. Mi presento davanti a voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli (cfr Lumen gentium, 23) pone la Santa Sede, in modo particolare, in dialogo con i popoli e con gli Stati.
La mia presenza tra voi vuol essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana. La Chiesa «cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare. Riconosce «l’autonomia delle realtà terrene» e «la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica»; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza (cfr Magnifica humanitas, 18-19).
In questo Emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze vengono ascoltate, ordinate e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono.
Di fronte a tale questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune.
Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58), fino alla profondità spirituale di Santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto» (Del sentimento tragico della vita, I), la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa.
Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato. La presenza simbolica in questa sala dei Re Isabella e Ferdinando rimanda a quel momento in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe dovuto assumere, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quella situazione richiedeva. In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana.
Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca — e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti — ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale.
Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale. Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare.
La domanda di Salamanca continua ad accompagnare l’impegno di chi opera nella vita pubblica. Oggi, i nuovi mondi che si aprono davanti a noi non sono più tracciati sulle mappe: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale.
Il progresso offre possibilità meravigliose, e oggi lo vediamo in modo particolare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica, la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza (cfr Magnifica humanitas, 9); per questo, di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune.
Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale tedesco, 22 settembre 2011). Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo (cfr ibid.). Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari.
Su questa base, mi è dato oggi di rivolgere una parola serena e decisa a coloro che hanno la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale. Tale convivenza può vedersi minacciata dalla cultura dello scarto, come ha più volte osservato Papa Francesco (cfr Discorso all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 27 settembre 2021). In questo senso, se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità.
Il bene comune è, in un certo senso, “la forma sociale della dignità umana” (cfr Magnifica humanitas, 59). Esso non consiste nella mera somma di interessi particolari, ma nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et spes, 26). Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti.
In questo contesto riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità. Nell’ambito familiare si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Laddove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni. La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere.
Anche le istituzioni educative rivestono un ruolo decisivo in questo compito. In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Perciò molti genitori, desiderosi che i propri figli imparino a relazionarsi con gli altri, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione. Questa collaborazione deve sempre rispettare il «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (cfr Magnifica humanitas, 143; Patto internazionale sui diritti civili e politici, art. 18.4).
L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta, quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami. Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani.
La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica (cfr Magnifica humanitas, 81).
Negli ultimi anni, le rotte sempre più pericolose hanno evidenziato il costo altissimo di questa realtà, spesso nascosta o ignorata. Molte persone continuano a essere vittime di trafficanti e contrabbandieri che approfittano della loro disperazione. È necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale.
Nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata. Per questo è indispensabile una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra. Quando la risposta istituzionale si fa vicina, equa e coordinata, le frontiere cessano di essere luoghi di abbandono e possono diventare spazi di tutela responsabile della dignità umana.
Onorevoli,
Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e diffidenza reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civile e il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze.
A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura.
Per questo motivo, è preoccupante che, in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana (cfr Discorso all’Università “La Sapienza”, 14 maggio 2026).
La comunità internazionale è chiamata a riscoprire il valore indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza. Da ciò nascono la fiducia e la speranza.
Come ricorda il motto dell’Unione Europea, In varietate concordia, la vera unità non uniforma, ma rende coesi nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni occasione di arricchimento reciproco.
Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente promuovere una cultura della reciprocità. Il pluralismo politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario. In una convivenza matura, anche il conflitto può diventare un passaggio verso la pace, quando le differenze si lasciano mitigare dall’ascolto e si orientano al riconoscimento dei bisogni, delle aspirazioni e delle capacità di tutti.
Ma la pace non è solamente una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio lasciano spazio alla riconciliazione. Perciò si instaura e si tutela anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro. Quanti esercitano una responsabilità pubblica hanno, pertanto, un obbligo speciale di custodire la parola per «disarmare il linguaggio» (Messaggio per la Quaresima del 2026, 13 febbraio 2026). La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione.
Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede.
Senza confondere il piano giuridico e quello morale, è bene ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata (cfr Dignitatis humanae, 1). In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica.
In questo contesto, il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, di organizzazione e di disciplina interna (cfr Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Atto finale di Helsinki, 1° agosto 1975, Principio VII). Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali (cfr Corte Penale Internazionale, Regole di procedura e prova, Regola 73.3).
Signore e signori:
Permettetemi di soffermarmi un momento su alcune immagini che adornano questa Camera. In quest’Aula delle Sessioni, la luce naturale entra attraverso il lucernario che corona la sala. La luce che viene dall’alto può ricordare che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera.
Anche i dipinti che, nella parte superiore della parete principale, evocano l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In questa scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che mai la vita umana può essere trattata come una merce.
Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi.
Vi invito quindi ad alzare lo sguardo: non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire. Poiché l’altezza di vedute consiste proprio nel guardare con maggiore profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo, accanto alle risposte tecniche e alle riforme legislative, è necessario anche un rinnovamento morale.
La Spagna può offrire molto in questo percorso. Ha una lingua che unisce i continenti; una tradizione culturale, giuridica e spirituale che ha saputo mettere in dialogo fede e ragione, diritto e coscienza, unità e pluralità. Questa esperienza storica ricorda anche il valore della concordia e dello sforzo paziente per costruire una convivenza pacifica e giusta.
Possa questa nobile Nazione non perdere mai la memoria delle proprie radici né il coraggio di guardare al futuro. Che la Spagna continui ad essere terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza. E che la sua vita pubblica sappia sempre unire la fermezza delle convinzioni alla nobiltà del dialogo e alla grandezza del servizio.
Dio conceda pace a tutte le Nazioni della terra, concordia alle famiglie e serenità alle coscienze. E sul Regno di Spagna, segnato dall’impronta apostolica di San Giacomo e dalla presenza materna della Vergine del Pilar, scendano giorni di prosperità, giustizia e pace duratura. Grazie!
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport” nella “Movistar Arena” (Madrid, 7 giugno 2026)
Eminenza,
cari amici e amiche,
è un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione.
In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità. Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana.
Dopo aver osservato con attenzione queste meraviglie create dalle generazioni precedenti, sorge inevitabilmente una domanda che interpella tutti noi: quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?
Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera. Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo.
Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune. A tal proposito, San Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto «esperta in umanità», la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano (cfr. Gaudium et spes, 1). Per questo motivo «l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione» (Magnifica humanitas, 2). Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?
La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità. «Per questo, la persona umana rimane sempre “la via prima e fondamentale della Chiesa” e il cuore di ogni autentico percorso di sviluppo umano integrale» (ibid., 50). E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo “è” di più (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 554).
E proprio perché il termine “cultura” evoca il concetto di “coltivazione”, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate.
Per rispondere a queste domande, c’è bisogno di un dialogo sociale che potremmo paragonare all’arte di tessere reti, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto.
Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano.
Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce.
Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8). Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo.
In secondo luogo, tessere reti significa creare insieme. «La fede – ha affermato Papa Benedetto XVI – è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza» (Catechesi, 21 maggio 2008). Tutti abbiamo sperimentato qualcosa di bello, tanto da cambiarci interiormente: una canzone, una poesia, una chiesa silenziosa, una voce, uno sguardo, persino una partita di basket vissuta con gli amici.
Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapestivolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di “saeta” durante la Settimana Santa, di poesia mistica e di maestria letteraria in autori come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila o San Giovanni della Croce, Calderón de la Barca, o nella prosa serena di San Tommaso d’Aquino, da cui abbiamo ereditato i bellissimi inni del Corpus Domini, che celebriamo oggi. Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che cotuisce la nostra esistenza.
Tessere reti significa, in terzo luogo, servire in modo disinteressato. Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.
È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.
Voglio chiedermi ad alta voce: chi viene escluso nonostante le proprie virtù e capacità? Non possiamo ignorare che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici, e la Chiesa (cfr Dilexi te, 9).
Infatti, Cristo restituisce al bene comune il posto che gli spetta in quanto saggio arbitro che placa l’avidità degli uni e alimenta la speranza degli altri, mentre desidera salvarli tutti.
Questa Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che «le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti» (Magnifica humanitas, 34).
Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti.
A questo proposito, San Giovanni Paolo II, in qualità di sportivo e pastore, ha affermato: «In questi tempi, in cui purtroppo varie forme di violenza e quindi di odio tendono nefastamente a lacerare il tessuto della solidarietà sociale, voi [gli sportivi] contribuite, per parte vostra, a dare una luminosa testimonianza di coesione, di pace, di unione, in una parola di “saper stare insieme”» (Discorso ai partecipanti al 33° Campionato di Sci Acquatico Europa, Africa e Mediterraneo, 31 agosto 1979).
Queste espressioni sono più attuali e opportune di quando risuonarono per la prima volta.
Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza.
Diventiamo fili nuovi seguendo il consiglio di San Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,15-18). Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità. Grazie!
Prima della benedizione:
Siamo tutti costruttori di questa nuova comunità!
Dopo la benedizione:
Molte grazie, congratulazioni a tutti.
Viaggio Apostolico in Spagna: Santa Messa in “Plaza de Cibeles” (Madrid, 7 giugno 2026)
Eminenze Reverendissime, Eccellenze,
carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà
fratelli e sorelle,
è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.
Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.
Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.
Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.
Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.
Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.
Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.
Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce: «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.
Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.
Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.
Videomessaggio del Santo Padre in occasione del VI Congresso Apostolico Mondiale della Misericordia sul tema "Costruiamo la Città della Misericordia" [Vilnius (Lituania), 7-12 giugno 2026] (7 giugno 2026)
Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,
sono lieto di salutare tutti voi, che state partecipando alla sesta edizione del Congresso Apostolico Mondiale della Misericordia, così fortemente desiderato dal mio venerabile predecessore Papa san Giovanni Paolo II. In questa occasione, vorrei rivolgere un saluto particolare a Sua Eccellenza l’Arcivescovo Gintaras Grušas di Vilnius, che sta accogliendo nella sua diocesi così tanti pellegrini della misericordia provenienti da tutto il mondo, come anche a Sua Eccellenza il Signor Gitanas Nausėda, Presidente della Repubblica di Lituania, e, non ultimo, a Sua Santità il Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, che ha gentilmente accettato di partecipare.
Sant’Agostino nelle Confessioni scrive che la sua unica speranza è riposta nell’immensa grandezza della misericordia di Dio (cfr. 10, 40). Di fatto, è fonte di grande gioia e vera speranza quando sperimentiamo quanto Dio sia misericordioso verso ognuno di noi e quanto sia bene per noi rinnovare la nostra fiducia nella sua misericordia.
Il mondo d’oggi, con le sue tante paure e preoccupazioni, tensioni e guerre, manifesta un bisogno sempre più urgente di pace nei cuori sia degli individui sia dei popoli. In mezzo al vortice di violenza che avvelena relazioni e distrugge vite, la misericordia di Dio chiede di poter entrare nei nostri cuori con il suo straordinario di rinnovamento. È questa la misericordia capace di trasformare le nostre vite, aprendo la via all’amore e al perdono quali tratti distintivi del volto di Dio che si manifesta attraverso di noi.
Cari amici, Dio non si stanca mai di mostrare la sua misericordia. Il suo amore, come dice il salmista, è per sempre (cfr. Sal 136), e quanto il nostro mondo sta implorando misericordia a ogni livello! Ma la pace che così profondamente desideriamo non può essere raggiunta senza misericordia. Pertanto, uniamo la nostra fiducia nell’infinita misericordia di Dio al nostro impegno personale a costruire una società più accogliente e misericordiosa, a partire dalle nostre famiglie.
È mia speranza che viviate queste giornate a Vilnius intensamente, di modo che possiate portare alle vostre comunità la ricchezza di tutto ciò che avete sperimentato in questo incontro internazionale. Dal profondo del cuore, imparto la Benedizione Apostolica del Dio misericordioso a ognuno di voi e alle vostre famiglie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 128, lunedì 8 giugno 2026, p. 14.
Viaggio Apostolico in Spagna: Veglia di preghiera con i Giovani in “Plaza de Lima” (Madrid, 6 giugno 2026)
(1) Sappiamo che Sant’Agostino è molto importante per Lei, ma quali altri Santi e quali altri riferimenti L’hanno aiutata nella Sua crescita come cristiano?
(2) Vorrei farLe una domanda sui Suoi anni come missionario in Perù. Quale ricordo o quale esperienza conserva come un tesoro di quegli anni?
Bene, innanzitutto: un saluto a tutti voi! Grazie per essere qui e grazie per condividere la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Alla prima domanda, riguardo ad alcuni santi che sono stati per me punti di riferimento durante la mia crescita e gioventù, ma anche come vescovo e come Papa… Avete già menzionato sant’Agostino – e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa – ma ho anche pensato a uno dei Padri della Chiesa orientale che si chiamava san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa “bocca d’oro”, un titolo che questo Padre della Chiesa si è meritato per la sua bella eloquenza. Fu studioso di filosofia prima del suo Battesimo, avvenuto nel 368 d.C. Si impegnò poi nell’esegesi della Sacra Scrittura, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un’esperienza da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo. E qui ne approfitto per dire a tutti voi: non abbiate mai paura di pensare a una vocazione alla vita sacerdotale, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa!
Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, ha dato una testimonianza molto grande, soprattutto con la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio. Mi hanno specialmente colpito le sue catechesi, i suoi discorsi, le sue omelie e i suoi scritti che coniugano l’amore per la verità e la rettitudine della sua vita.
Aveva anche molto coraggio: non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose che erano a favore della giustizia e non solo per compiacere l’altro. Era un uomo di parola.
L’altro santo cui ho pensato è san Tommaso da Villanova, agostiniano, che fu chiamato a diventare pastore della Chiesa. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalà, guadagnandosi con la sua sapienza la stima dell’Imperatore Carlo V. Poi fu nominato vescovo di Valencia, e avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla vita di castità e all’obbedienza. Per la sua ardente carità è conosciuto fino ad oggi come “il vescovo dei poveri”. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nei momenti di servizio
L’altro compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, anch’egli è spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Turibio unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo.
Guardando la vita di questi santi, mi sono detto, come sant’Agostino: se ne sono stati capaci loro, perché non io? (cfr Confessiones, VIII, 27). Una domanda che affido volentieri anche a voi, invitandovi a scegliere esempi di vita buona, che risultino attraenti sia per voi stessi sia per gli altri.
Riguardo agli anni vissuti in Perù, come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede della gente, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. Proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù. Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di questi popoli, spesso materialmente molto poveri, ma ricchi nella fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, di pace e di giustizia.
(3) Che cosa Lei pensa che potrebbe aiutarci a riconoscere la voce di Dio in mezzo a tante altre voci?
(4) Come possiamo noi, che pure siamo in ricerca, accompagnare altri nel loro percorso di scoperta della bellezza della fede?
Anzitutto, possiamo parlare di come ascoltare questa voce di Dio: come discernere se è veramente Dio che sta parlando o un altro, un’altra attrazione, un’altra difficoltà.
Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio.
Penso che sia molto importante che ciascuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte camminiamo con le cuffie, ascoltiamo musica, siamo distratti e non sappiamo stare in silenzio. Penso che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci: lì possiamo discernere la voce di Dio.
Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta.
Qui vorrei anche sottolineare l’importanza di cercare la verità, perché molte voci, molte cose nei social ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa ti allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!
In secondo luogo, state certi che Dio conosce bene la tua voce, la vostra voce: Egli vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere quel che sentite nel cuore. C’è un salmo che dice: «Chi ha fatto l’orecchio, forse non sente?» (Sal 94,9). Questo nostro discorso interiore diventa una preghiera, una lode, una domanda quando viene affidato all’unico che lo può ascoltare. La preghiera, infatti, è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per far vedere che siamo preparati o per farci sentire importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con il suo Verbo, diventato uomo per noi, affermando che ci ama con tutto sé stesso.
In terzo luogo, dunque, per riconoscere la voce di Dio occorre ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva, perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa che è il suo Corpo. Egli compie tutte le Scritture, quel testamento antico e nuovo dato agli uomini come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che stasera condividiamo, è proprio il luogo giusto per fare silenzio, liberare il cuore e dire noi stessi dinanzi al Signore, dialogando con Lui, eloquente nel suo amore fatto cibo per tutta l’umanità.
Inoltre, carissimi, per accompagnare a scoprire la bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro, e del Signore siamo tutti discepoli. Condividete dunque il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù ci rinnoverà costantemente, soprattutto nell’ora della fatica.
In questo è importante vedere che nessuno è solo credendo in Gesù. Guardate quanti siete qui! E così anche in comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia: lì tutti possiamo imparare la bellezza della nostra fede. Condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente.
Egli sta al nostro passo e illumina la via: sull’esempio del Maestro, proprio così vi invito a fare, come pastori, educatori e amici. Se pregate con amore, i giovani apprezzeranno l’importanza della preghiera. Se siete ardenti di fede, trasmetterete il suo vivo fuoco.
Cercate tutti nei vostri cuori questo fuoco dell’amore di Dio! Lì c’è la presenza di Gesù, e la vicinanza di Gesù si percepisce anche nei momenti delle nostre cadute, perché Gesù mai ci abbandona. Soprattutto quando diventiamo mano tesa, abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo come toccare la vita dell’altro con le sue ferite, nella sua tristezza, nelle sue difficoltà: lì la fede in Gesù Cristo diventa viva, e Gesù stesso ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino.
(5) Come possiamo vivere da giovani cristiani impegnati in questa società?
(6) Qual è la missione concreta che Lei vuole affidare ai giovani della Chiesa?
Bene, congratulazioni per il tuo matrimonio Fernando! Qui ho visto anche altre coppie che stanno per sposarsi: congratulazioni e benedizioni! Perché, se prima ho detto “non abbiate paura di pensare a una vocazione”, anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura di sposarvi e di formare una famiglia!
Lungo i secoli della storia della Chiesa, noi cristiani siamo vissuti in ogni tipo di società, attraversando i cambiamenti delle culture che abbiamo condiviso e contribuito a formare. C’è un testo antico – si chiama Lettera a Diogneto – che ci consegna a proposito una bella intuizione: «Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI). Ecco il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. In Cristo siamo liberi! Cristo ci ha liberato con il suo amore: grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte. Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita, che Dio prepara per tutti. In questa prospettiva, soprattutto voi giovani siete chiamati a dare direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro. Vedendo voi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo contagioso motivato dalla fede, penso con speranza alla capacità che avete di testimoniare Cristo nel mondo, inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo (cfr Christus vivit, 105; Saluto nel giubileo dei missionari digitali, 29 luglio 2025). Andate, questa missione è vostra!
Vi invito perciò, tutti insieme, a essere sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13). Per vivere così, occorre anzitutto interpretare la società presente, abitandola con saggezza, per poterla poi trasformare come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, diventa luminoso nella gioia come nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere. Questa è la nostra libertà, che ha la sua sorgente nella fede, capace di dare luce e buon sapore ad ogni società, ad ogni esperienza umana. Quando la vita non sa di niente, invece, è come se ci venisse tolta: non la sentiamo più nostra. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.
E allora, voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore! Grazie.
Viaggio Apostolico in Spagna: Visita agli Operatori e Assistiti dal Progetto Sociale “Cedia 24 Horas” presso il Centro di Informazione e Accoglienza (Madrid, 6 giugno 2026)
Eminenza,
Eccellenze,
carissimi fratelli e sorelle,
sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo.
Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, «nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 27). Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: «En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde». Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno.
Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta – piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza – Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.
Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.
Sempre grazie a un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova.
Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb (cfr Es 3,1-6), richiama la “terra santa” che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza.
Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio.
Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice San Giovanni: «se fossero scritte una per una […] il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). E il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le «cose compiute da Gesù» (ibid.) a cui si riferisce l’Evangelista.
L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui. Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa “mangiatoia” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno – anzi letteralmente giorno e notte – a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto.
Come motto per questa visita sono state scelte le parole di Gesù ai suoi discepoli: «alzate i vostri occhi» (Gv 4,35).
Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli (cfr 2Cor 5,14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede.
In realtà, se ci pensiamo bene, «anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici o economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi te, 15).
Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri (cfr Sal 112,1-9), tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza. Papa Francesco diceva in proposito: «Dinanzi al mistero della vita personale e alle sfide della società, chi crede ha un sussulto, una passione, un sogno da coltivare, un interesse che spinge a impegnarsi in prima persona» (Omelia della S. Messa allo “Stadio Vélodrome”, Marsiglia, 23 settembre 2023), e metteva in guardia contro il pericolo di un «cuore piatto, freddo, accomodato nel quieto vivere, che si blinda nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce» (ibid.). Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona.
Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto. Chiedeva: «Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?» (Angelus, 27 ottobre 2024) e concludeva: «L’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore» (ibid.). Coloro che amano veramente «non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause […] attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona» (Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri, 13 giugno 2023, 5).
E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana (cfr Gv 2,1-11), trepidante sulle orme del Figlio (cfr Lc 2,41-49; 8,19-21), vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce (cfr Gv 19,25-27). A Lei affido tutti voi e il vostro lavoro, in questa terra che Le è consacrata, augurandoci che sia sempre più lo spirito della sua maternità universale ad animare il grido della fede. Diciamole: «Insegnaci a saperti sempre Madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio della speranza, porta della Gloria» (Preghiera di san Giovanni Paolo II alla Vergine dell’Almudena, 15 giugno 1993). Grazie.
Bene, prima di dare la benedizione, preghiamo per un momento con la preghiera che Gesù Cristo ci ha insegnato.
Padre Nostro
Benedizione Apostolica
Congratulazioni a tutti, grazie mille per questa testimonianza d'amore.
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel Palazzo Reale di Madrid (6 giugno 2026)
Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!
Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!
Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.
A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» [1] – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». [2] Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).
Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.
Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.
La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.
Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.
Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.
Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).
Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.
Dio benedica la Spagna!
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[1] S. Giovanni della Croce, Notte oscura, Canto dell’anima, 3: Opere, Roma 1979, 347.
[2] Ibid., 5.
Viaggio Apostolico in Spagna: Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Madrid (6 giugno 2026)
Buongiorno, buongiorno a tutti!
Siamo già sul territorio spagnolo, perciò saluto, in primo luogo, in spagnolo, i giornalisti spagnoli che ci accompagnano e tutti quelli che sono qui. Grazie per il vostro servizio.
Come sapete bene, questo è il primo viaggio di un Papa in Spagna dopo molto tempo, e personalmente sono molto contento di compierlo. Sono venuto molte volte in Spagna, ma ora è il primo in questa missione: è una visita apostolica per incontrare i fedeli, celebrare la fede, annunciare il messaggio di Gesù Cristo, ma, al tempo stesso, per salutare tutti, tutta la società, perché la Chiesa ha un messaggio per tutti, come avrete visto, credo, con molta chiarezza, nella Lettera Enciclica che è stata pubblicata il giorno 25 maggio.
Spero quindi che sia un bel viaggio per tutti, che sia un’opportunità per coltivare molto entusiasmo. Ci sono molti cattolici: soprattutto desidero evidenziare la presenza dei giovani. Per quello che mi hanno detto, sembra che ci sarà un gran numero di giovani con il loro entusiasmo e credo che, in tal senso, condividendo tutti la gioia della fede, potremo dare un messaggio molto bello, un messaggio che in ogni porto dove arriveremo, per così dire, avrà un significato particolare: a Madrid, a Barcellona, nelle isole Canarie. Tutto avvenga per vivere la fede e per annunciare questo messaggio dell’amore di Dio, della carità, del rispetto per ogni essere umano. È stato un piacere salutarvi: buon viaggio!
Viaggio Apostolico del Santo Padre in Spagna (6-12 giugno 2026)
Sabato, 6 giugno 2026
ROMA - MADRID
08:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino per Madrid 10:30Arrivo all’Aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas
11:30 CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo Reale di Madrid 12:00 VISITA DI CORTESIA ALLE LL.MM. I REALI DI SPAGNA 12:30 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo Reale di Madrid 18:00 VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DAL PROGETTO SOCIALE “CEDIA 24 HORAS” presso il Centro di Informazione e Accoglienza 20:30 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI in “Plaza de Lima”
Domenica, 7 giugno 2026
MADRID
10:00SANTA MESSA in “Plaza de Cibeles”
Processione del Corpus Domini
16:30 INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELL’ORDINE AGOSTINIANO nella Nunziatura Apostolica 18:00 INCONTRO “TESSERE RETI CON IL MONDO DELLA CULTURA, DELL’ARTE, DELL’ECONOMIA E DELLO SPORT” nella “Movistar Arena” 19:30 Cena presso la Residenza del Cardinale Arcivescovo di Madrid
Lunedì, 8 giugno 2026
MADRID
09:30 INCONTRO CON IL PRESIDENTE DEL GOVERNO nella Nunziatura Apostolica 10:30 INCONTRO CON I MEMBRI DEL PARLAMENTO SPAGNOLO al Congresso dei Deputati 11:30 INCONTRO CON I VESCOVI DELLA SPAGNA nella sede della Conferenza Episcopale 12:50 Pranzo con i Vescovi nella Nunziatura Apostolica 18:00 PREGHIERA E OMAGGIO ALLA VERGINE DELL'ALMUDENA nella Cattedrale di Santa Maria dell'Almudena 19:00 INCONTRO CON LA COMUNITÀ DIOCESANA nello Stadio “Santiago Bernabéu”
Martedì, 9 giugno 2026
MADRID - BARCELLONA
10:20 INCONTRO CON I VOLONTARI nel Padiglione 3 dell’IFEMA Madrid 11:10 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas per Barcellona 12:25 Arrivo all’Aeroporto internazionale “Josep Tarradellas” Barcellona/El Prat 13:00 PREGHIERA DELL’ORA MEDIA nella Cattedrale della Santa Croce e Sant'Eulalia 20:00 VEGLIA DI PREGHIERA allo Stadio Olimpico “Lluís Companys”
Mercoledì, 10 giugno 2026
BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA
10:50 VISITA AL CENTRO PENITENZIARIO “BRIANS 1” 12:00 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nell’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat 13:00 Pranzo con la comunità benedettina di Montserrat 16:30 INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE nella Chiesa di San Agustí 19:30 SANTA MESSA nella Basilica della Sagrada FamíliaInaugurazione della torre di Gesù Cristo
Giovedì, 11 giugno 2026
BARCELLONA – LAS PALMAS DE GRAN CANARIA
08:30 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale “Josep Tarradellas” Barcellona/El Prat per Las Palmas de Gran Canaria 10:50 Arrivo alla base aerea di Gran Canaria/Gando 11:40 INCONTRO CON LE REALTÀ DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI nel porto di Arguineguín 13:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI nella Cattedrale di Sant’Anna 18:30 SANTA MESSA nello Stadio di Gran Canaria
Venerdì, 12 giugno 2026
LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – SANTA CRUZ DE TENERIFE – ROMA
08:30 Partenza in aereo dalla base aerea di Gran Canaria/Gando per Santa Cruz de Tenerife 09:10 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Tenerife Norte-Los Rodeos” 09:30 INCONTRO CON I MIGRANTI DEL CENTRO “LAS RAÍCES” 10:10 INCONTRO CON LE REALTÀ DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI in “Plaza del Cristo de La Laguna ” 12:15 SANTA MESSA nel porto di Santa Cruz de Tenerife 14:30 CERIMONIA DI CONGEDO presso l’Aeroporto internazionale di “Tenerife Norte-Los Rodeos” 15:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Tenerife per Roma 20:10 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma/FiumicinoFuso orario Roma +2 UTC Madrid +2 UTC Barcellona +2 UTC Las Palmas de Gran Canaria +1 UTC Tenerife +1 UTC
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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 6 maggio 2026
Associazioni studentesche cattoliche tedesche (5 giugno 2026)
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli e sorelle, benvenuti! Herzlich willkommen!
Mi dicono che i tedeschi sono molto puntuali! Ich bin ein Ausländer.
Cari amici,
sono lieto di salutare tutti voi, membri delle Associazioni studentesche cattoliche tedesche, che vi riunite per un convegno comune, la Cartellversammlung, per la prima volta fuori dalla Germania. La vostra decisione di venire qui a Roma, ad Petri Sedem, è motivata dalla fede cattolica che vi definisce, dalla comunione che ci lega come discepoli di Gesù e dalle attività culturali che svolgete. Vorrei riflettere brevemente su questi tre aspetti per rafforzare il vincolo di fratellanza che vi unisce e la vostra comune dedizione alla Chiesa.
Per quanto riguarda la vostra identità cattolica, il vostro saldo impegno verso la fede è rispecchiato dai quattro principi che guidano la vostra associazione: religio, scientia, amicitia e patria. Dinanzi al despotismo e alle ideologie del passato, la fede cattolica non è mai stata solo una facciata o un’etichetta, ma piuttosto uno stile di vita da condividere negli ambienti universitari e lavorativi. Come il lievito del Vangelo, la vostra fratellanza continua a crescere sia in ambito scientifico e politico, sia all’interno di diversi circoli accademici, professionali e sociali. Questa dimensione comune delle vostre attività non reca beneficio solo al vostro Paese, a anche a tutta l’Europa, al centro della quale si trova la Germania.
A questa centralità geografica giustamente aggiungete la centralità culturale della persona umana, creatura di Dio e artefice della propria vita. Dinanzi alle sfide della rivoluzione tecnologica, dovete dedicare una particolare attenzione allo studio e alla promozione della nostra comune umanità. Nella sua irriducibile espressione di maschio o femmina, la persona umana di fatto è sempre relazionale e limitata, e per questo chiamata a diventare un impegno per sé e un dono per l’altro. Proprio come l’esercizio della ragione, anche la luce della fede illumina le promesse e le illusioni del tempo presente, invitando ogni persona a fare del proprio meglio per contribuire a costruire una società giusta e pacifica.
Per quanto riguarda lo spirito di comunione che anima questa iniziativa, sono lieto di ricordare il vostro motto: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Queste parole testimoniano i veri fondamenti, il dialogo critico e la costante dedizione che caratterizzano la vostra associazione. Il rapporto tra membri di molte associazioni non si limita alla condivisione della conoscenza, ma diventa stima reciproca. Non è limitato alle idee, ma diventa una pratica collaborativa. Mentre tutti voi seguite Cristo, unico Signore e Maestro di vita, rappresentate i valori cattolici nella società non come portabandiera di parte, bensì come rappresentanti del bene comune dell’umanità. In Germania, in Italia e nel mondo intero, la stessa fede cattolica rafforza la nostra cooperazione senza scendere a compromessi con le mode del momento, senza anteporre le preferenze individualistiche alla Tradizione comune della Chiesa. Nella gioia della fratellanza, vi incoraggio pertanto a promuovere l’evangelizzazione della cultura: le vostre organizzazioni universitarie attraggono continuamente nuovi giovani perché danno testimonianza di passione, competenza e amicizia cristiana autentica.
Per quanto riguarda le varie attività culturali che svolgete nei diversi campi dello studio e del lavoro, vi siete resi conto che non si tratta semplicemente di dedicarsi a una professione (Beruf), ma di seguire una vocazione (Berufung). In effetti, la ricerca della verità è un bene che vale la pena desiderare e trasmettere. Quando la perseguiamo con metodo, ci rendiamo conto che nessun campo di studio può essere ridotto a mera speculazione. Proprio perché coinvolge l’esercizio sia dell’intelletto sia della volontà, lo studio è piuttosto un impegno che richiede autodisciplina e conversione: una trasformazione della mente, che coltiviamo come un terreno fertile perfezionando i nostri strumenti di lavoro. Facendo del nostro meglio, diventiamo custodi responsabili nella società senza essere sedotti da carriere incentrate sul denaro. Piuttosto, riconosciamo che la cultura è il bene dell’umanità: la verità ci rende liberi, mentre la falsità distorce nomi e cose. Dinanzi a ciò che deumanizza le persone — specialmente i più piccoli tra noi, i poveri e i malati — vi chiedo di essere testimoni dell’umanesimo cristiano. A tale riguardo, vi invito a riflettere profondamente su quanto ha detto Papa Benedetto XVI, un illustre ex membro della vostra associazione: sviluppate una coerente “ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare” (Visita al Parlamento nel Reichstag di Berlin, 22 settembre 2011). L’ecologia integrale, tanto cara a Papa Francesco (cfr. Lettera enciclica Laudato si’, n. 10-11, 62) mette in luce il fatto che il mondo è pieno di significato e non un’entità inerte da plasmare a proprio piacimento o per sete di potere. Noi, infatti, non siamo un insieme casuale di particelle, ma corpi aperti alla trascendenza: orientando la nostra sete di vita e di giustizia, di saggezza e di amore, scopriamo insieme la verità nel conoscere, nel fare e nel credere.
Dopotutto, gli esseri umani sono sempre alla ricerca di Dio, ed egli si è rivelato a noi come nostro Salvatore. Dunque, non è malgrado le nostre attività, ma proprio attraverso ciò che facciamo che instauriamo una relazione con Dio, che diventa un cammino verso la santità. Sì, la missione culturale dei cristiani consiste nell’orientare la società e la storia verso questa vetta di una vita incentrata su Dio. Per l’intercessione di san Bonifacio, evangelizzatore della Germania, possiate essere testimoni di questa saggezza del Vangelo nella società tedesca ed europea. Con stima per le vostre associazioni, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica a tutti voi e ai vostri cari. Danke sehr!
Preghiamo insieme: Pater noster…
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 126, venerdì 5 giugno 2026, p. 6.
Lettera del Santo Padre, a firma del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, a S.Em.za il Card. Kevin J. Farrell in occasione dell’incontro sulla Pastorale degli anziani [Sala Pio XI di Palazzo di San Calisto, 10 giugno 2026] (5 giugno 2026)
Eminenza Reverendissima,
a nome del Santo Padre e mio personale, sono lieto di rivolgere un caloroso saluto a Lei e al gruppo di esperti, convocati dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per riflettere sulla pastorale degli anziani e in particolare sul tema “Un ponte verso il cielo. Il magistero della fragilità nel tempo della forza”.
Nella società odierna la vecchiaia è una stagione complessa e ricca di prospettive, e per la Chiesa, che negli anziani ha sempre riconosciuto una presenza rilevante, questa iniziativa è certamente di grande significato.
Oggi, in molte regioni del mondo, le persone in età avanzata hanno spesso ancora molte energie da spendere a servizio della comunità. Lo testimoniano le svariate forme di volontariato, fondamentali in tanti settori della vita ecclesiale.
Oltre a questo, però, l’anzianità chiama in causa un aspetto più profondo e importante della vita cristiana: quello del valore della debolezza (cfr 2Cor 12,10).
L’innalzamento della vita media delle persone comporta infatti un prolungamento dell’età fragile della vecchiaia, e ciò pone la sfida di una riflessione sul senso di questa stagione dell’esistenza. Quale valore dare ai tanti anni che un uomo o una donna possono vivere in uno stato di debolezza fisica o mentale? Qual è la prospettiva cristiana con cui abitare questo tempo? Come annunciare che la vita umana conserva sempre, in tutte le sue fasi, la sua “dignità infinita”? [1] La riflessione che oggi, coi vostri lavori, avviate, può aiutare a rispondere a queste e ad altre domande che interpellano la nostra responsabilità.
Il Santo Padre Leone XIV ha affermato che la fragilità è «parte della meraviglia che siamo». [2] Essa ha dunque un valore spirituale e comunitario, ricordandoci che siamo dipendenti gli uni dagli altri e bisognosi di Dio.
Papa Francesco ne parlava come di un “magistero”, [3] che ha molto da insegnare all’umanità del nostro tempo. Gli anziani, nell’accettazione serena dei limiti legati al passare degli anni, senza nasconderli né vergognarsene, possono essere maestri di vita, capaci di mostrare a tutti — e specialmente ai giovani — che il valore di un’esistenza non si misura col metro dell’efficienza o dell’autosufficienza, ma in base alla capacità di amare e di lasciarsi amare, di donare e di ricevere.
La vecchiaia, allora, si connota come tempo di grazia, da vivere nella preghiera, nel servizio, nella tenerezza, nella memoria custodita e trasmessa: una benedizione per le generazioni a venire. Ciò fa della fragilità un luogo teologico, [4] secondo le parole di San Paolo: «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti […] perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore» ( 1Cor 1,27.31).
La società in cui viviamo è dominata dalla logica della prestazione e della competizione, per cui la forza è concepita come esibizione di potenza e tende a degenerare nella prevaricazione. Lo vediamo negli scenari internazionali, dove, tragicamente, la guerra è tornata ad essere uno strumento strategico diffuso. [5] Ma ce ne accorgiamo anche osservando tra le pieghe ordinarie del vissuto, nel modo in cui ci rapportiamo gli uni agli altri. Sempre più, infatti, nella vita quotidiana, si riscontrano segni di una mentalità che confonde la forza con la prepotenza e la mitezza con la debolezza.
Di fronte a questi atteggiamenti, la Chiesa continua a proporre il messaggio evangelico: quello che dice beati i miti e gli umili di cuore (cfr Mt 5,5; 11,29), e che promuove una pace disarmata e disarmante, [6] riconoscendo in Dio il Padre di tutti e negli altri non dei nemici, ma dei fratelli. I membri anziani delle nostre comunità sono, per esperienza e saggezza di vita, i primi e più autorevoli testimoni di questa visione cristiana dell’uomo.
Mi faccio dunque latore dei migliori auspici di Sua Santità, affinché il vostro lavoro possa contribuire a promuovere, nei confronti delle persone anziane e del tempo benedetto della vecchiaia, rinnovati atteggiamenti di rispetto, di gratitudine e di stima, e a risvegliare in chi è avanti negli anni la responsabilità di trasmettere alle generazioni future sani e solidi valori. Invocando la materna intercessione della Vergine Maria, Egli imparte di cuore a Lei, ai Collaboratori e a tutti i partecipanti all’evento la Benedizione apostolica.
Augurando a mia volta la buona riuscita dell’iniziativa, mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio
Dal Vaticano, 5 giugno 2026
dell’Eminenza Vostra Rev.ma dev.mo nel Signore
Pietro Card. Parolin
Segretario di Stato
[1] Cfr Dicastero per la Dottrina Della Fede, Dich. Dignitas Infinita, 2 aprile 2024, 1.
[2] Leone XIV, Omelia nella Santa Messa per il Giubileo dei giovani, Tor Vergata, 3 agosto 2025.
[3] Cfr Francesco, Udienza Generale, 1° giugno 2022.
[4] Cfr Francesco, Discorso ai Sacerdoti del Convitto San Luigi dei Francesi, 7 giugno 2021.
[5] Cfr Leone XIV, Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.
[6] Cfr Leone XIV, Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026.
Udienza Generale del 3 giugno 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 3. <i>Il rito, il segno, il simbolo</i>
I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 3. Il rito, il segno, il simbolo
Cari fratelli e sorelle,
proseguendo le catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC), vogliamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi costitutivi della sacra liturgia, quali il rito, il segno e il simbolo.
Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere (cfr SC, 48).
Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori (cfr ibid.) rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.
Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo.
La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (SC, 7). Il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce il valore di questi segni, ricordando che «il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo» (n. 1145). Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione.
“Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali.
Nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi, Papa Francesco, facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava «il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli» (n. 44). Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo (cfr 1Ts 5,23).
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Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes venus de l’île Maurice et de France. Frères et sœurs, puissent vos liturgies, par leur beauté et leur solennité, être toujours centrées sur le mystère et porter vos âmes à la contemplation de Dieu Trinité. Qu’elles construisent et manifestent l’unité de l’Église dans une authentique et accueillante charité. Que Dieu vous bénisse et qu’Il bénisse vos familles.
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i giovani provenienti da Mauritius e dalla Francia. Fratelli e sorelle, possano le vostre liturgie, con la loro bellezza e solennità, essere sempre incentrate sul Mistero e portare le vostre anime alla contemplazione di Dio Trinità. Possano costruire e manifestare l’unità della Chiesa in un’autentica e accogliente carità. Dio benedica voi e le vostre famiglie.]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Sweden, Australia, Indonesia, Myanmar, the Philippines, South Korea, Canada, and the United States of America. I greet in particular the scholars and participants in the conference “Revising the World Medical Association Declaration of Taipei” and the organizing partners of the Global Summit, “Fostering Hope for Children.” As we prepare for the Solemnity of the Most Holy Body and Blood of Christ, let us be strengthened by this divine gift and become witnesses of his love to all we encounter. God bless you!
Ein herzliches Willkommen den deutschsprachigen Pilgern. Ich wünsche euch einen guten Aufenthalt in der Ewigen Stadt, der euch helfen möge, im Glauben zu wachsen. Besonders grüße ich die Vereinigung der Österreicher in Rom, die ihr hundertjähriges Bestehen feiert.
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca. Vi auguro un buon soggiorno nella Città Eterna che vi aiuti a progredire nella Fede. In modo particolare vorrei salutare l’Associazione degli Austriaci in Roma, che festeggia il centenario della sua fondazione. Willkommen!]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los invito a dejarse formar por los ritos de nuestras celebraciones, participando activamente en ellos, para que estos verdaderamente sean un encuentro vivo con el Señor. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿你们切莫倦怠,无论何处,成为友爱与和平的见证者。我衷心地降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, non stancatevi di essere dappertutto testimoni di fraternità e di pace. Vi benedico di cuore.]
Saudos com cordialidade a todos os peregrinos de língua portuguesa! Queridos irmãos e irmãs, neste mês dedicado ao Sagrado Coração de Jesus, aproximemo-nos da fonte da misericórdia e da ternura de Deus, para que o Ressuscitado transforme o nosso coração, tornando-o mais paciente, generoso e compassivo. Que o Senhor vos abençoe!
[Saluto cordialmente tutti i pellegrini di lingua portoghese! Cari fratelli e sorelle, in questo mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, avviciniamoci alla fonte della misericordia e della tenerezza di Dio, affinché il Risorto trasformi il nostro cuore, rendendolo più paziente, generoso e compassionevole. Il Signore vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً الكَهَنَةَ والرُّهبانَ القادِمينَ مِن الشَّرقِ الأوسَط. الرُّوحُ القُدُس هو مُرشِدُنا وسَنَدُنا في مَسِيرَةِ حَياتِنا. لِنَفتَحْ قَلبَنا لَهُ لِكَي يَهدِينا إلى الحَقِّ ويَملأَنا بِسَلامِ المَسِيح. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare i sacerdoti e i religiosi provenienti dal Medio Oriente. Lo Spirito Santo è la nostra guida e il nostro sostegno nel cammino della vita. Apriamo il nostro cuore a Lui perché ci conduca alla verità e ci riempia della pace di Cristo. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków! Począwszy od uroczystości Bożego Ciała i w kolejnych dniach będziecie oddawać szczególną cześć Chrystusowi obecnemu w Eucharystii. Niech udział w procesjach eucharystycznych – zwłaszcza rodzin, dzieci i młodzieży – będzie odważnym świadectwem wiary i przypomina wszystkim, że Bóg jest obecny pośród swego ludu oraz towarzyszy mu w codziennym życiu. Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi! A partire dalla Solennità del Corpus Domini e nei giorni successivi renderete un culto particolare a Cristo presente nell’Eucaristia. La partecipazione alle processioni eucaristiche – soprattutto da parte delle famiglie, dei bambini e dei giovani – sia una coraggiosa testimonianza di fede e ricordi a tutti che Dio è presente in mezzo al suo popolo e lo accompagna nella vita quotidiana. Vi benedico tutti!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, i Membri della Famiglia Monfortana e le Suore di Nostra Signora del Cenacolo, incoraggiando ad essere un segno di speranza per quanti sono assetati di Dio, della sua verità e della sua pace. Una particolare parola desidero riservare ai Sacerdoti e ai Religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell’Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi. Espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi; a tale proposito, incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede.
A tutti la mia benedizione!
Delegazione dell’“Association of Catholic Colleges and Universities” (3 giugno 2026)
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Buongiorno a tutti voi, e benvenuti in questa buia e piovosa mattinata a Roma. Oggi la luce splende da dentro!
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
sono lieto di salutarvi in occasione del Seminario 2026 della Association of Catholic Colleges and Universities, che si svolge a Roma. Come presidenti e rettori di queste Istituzioni, confido che l’esperienza vissuta qui, nel cuore della Chiesa, servirà a rafforzare la vostra fede e a rinnovare il vostro impegno per la missione universale della Chiesa. In particolare, vista la vostra dedizione al compito educativo, prego perché i vostri cuori siano sempre più affascinati dalla bellezza della verità e dalla grandezza dell’umanità, creata da Dio e redenta da Cristo.
Alla luce della Lettera enciclica che ho recentemente pubblicato, vorrei rivolgervi alcune parole riguardanti l’importanza fondamentale dell’educazione cattolica nel mondo di oggi. Una delle sfide che il mondo dell’educazione sta attualmente affrontando è la crescente frammentazione della conoscenza. Mentre è facile trovare gente esperta in un determinato campo di studi, molte di queste persone “faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso” (Magnifica humanitas, n. 146). Spesso mancano di una visione globale della realtà in grado di unire non solo i vari campi della conoscenza, ma anche i molteplici aspetti della vita e i desideri più profondi del cuore umano.
L’educazione cattolica ha un ruolo particolarmente importante da svolgere a questo riguardo. Quando giovani uomini e donne si iscrivono ai vostri college e alle vostre università con l’intenzione di conseguire una laurea specifica, spesso spinti dalle prospettive lavorative future, spetta a voi il nobile compito di orientare quel desiderio di conoscenza di modo che possano anche “imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona” (Ibidem, n. 143). Non è un’impresa facile. Come tutti ben sapete, la ricerca della verità non richiede solo apprendimento e accompagnamento, ma anche grande sforzo (cfr. Ibidem, n. 139). A meno che l’educazione cattolica non infonda negli studenti un’autentica passione per la verità — e non solo per la verità intellettuale, ma anche per la Verità che è Cristo stesso (cfr. Gv 14, 6) —, difficilmente possiamo aspettarci che le persone siano disposte a compiere lo sforzo necessario per riconoscere la verità e adeguare la propria vita di conseguenza. Di fatto, le istituzioni cattoliche sono chiamate a essere “un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione” (Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, n. 5.2). La vostra autenticità come veri discepoli di Cristo certamente vi aiuterà nel trasmettere il Vangelo vivente in modo tale che quanti vi sono affidati possano davvero incontrare il Signore e scoprire nella fede cattolica la visione unificante che solo la Verità può dare.
Da un punto di vista più pratico o pedagogico, i recenti progressi tecnologici pongono anche numerose sfide al mondo dell’educazione. L’uso diffuso dell’intelligenza artificiale rende sempre più difficile valutare il lavoro degli studenti, costringendo gli educatori ad adattare i propri metodi in modo creativo per assicurare la formazione umana integrale di quanti sono affidati alle loro cure, anche se spesso ciò comporta un carico di lavoro maggiore per gli insegnanti. In questo senso, dobbiamo essere disposti a investire generosamente nell’educazione delle generazioni future. È essenziale che i giovani uomini e le giovani donne imparino a rapportarsi in modo positivo con le nuove tecnologie, sviluppando al tempo stesso le loro doti e capacità donate da Dio di ragionare, di pensare in modo critico e affidare la conoscenza alla memoria, preparandoli in tal modo a plasmare in modo responsabile il mondo a venire (cfr. Magnifica humanitas, n. 145).
Cari fratelli e sorelle, mentre continuate a svolgere la missione evangelizzatrice della Chiesa, è mia speranza che gli studenti possano sempre trovare nelle vostre Istituzioni la sana dottrina (cfr. 2 Tm 4, 3) affidata alla Chiesa, che servirà come vero e duraturo fondamento non solo per la loro vita, ma anche per il futuro della nazione. Ringraziandovi per la vostra presenza qui e per la vostra dedizione all’educazione cattolica, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle persone, alle comunità e alle Istituzioni che rappresentate. Molte grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 125, mercoledì 3 giugno 2026, p. 4.
Videomessaggio "Prega con il Papa" - Giugno 2026: Per i valori dello sport
GIUGNO: Per i valori dello sport
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore della vita,
ti ringraziamo per il dono dello sport,
per coloro che glorificano Dio con l’esercizio del corpo,
per le amicizie che nascono sul campo
e per la gioia di giocare in squadra.
Tu ci insegni che nella vita, come nel gioco,
nessuno si salva da solo.
Abbiamo bisogno degli altri per crescere,
per imparare il rispetto, superare i limiti
e celebrare insieme le vittorie raggiunte.
Ti chiediamo che lo sport sia sempre
una scuola di fraternità e non di sterile rivalità,
uno spazio d’incontro e non d’esclusione,
una via di pace e non di violenza.
Fa’ che chi gioca, allena o sostiene
scopra nello sport un linguaggio universaleche a
vvicina le culture, unisce i popoli,
e semina rispetto, solidarietà e crescita personale.
Signore Gesù,
fa’ che ogni sport sia parabola di una vita vissuta con Te,
collaborando con impegno e gioia,
vivendo con umiltà nella sconfitta
e con gratitudine nella vittoria che ci offri nella tua Risurrezione.
Che non ci manchi mai il tuo Spirito,
che ci rende un’unica squadra, unita a Te,
per costruire comunione e fraternità nella storia.
Amen.
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Chirografo del Santo Padre per l’istituzione della Fondazione “Fratello Sole” e Statuto della Fondazione (1° giugno 2026)
Con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Fratello Sole”, del 21 giugno 2024, il mio venerato predecessore Papa Francesco, ritenuto che “Occorre operare una transizione verso un modello di sviluppo sostenibile …”, ha affidato al Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica “l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano. Per l’espletamento di tale incarico, con lo stesso Motu Proprio il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e il Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica sono stati nominati “Commissari Straordinari con piena capacità di compiere i necessari atti di ordinaria e straordinaria amministrazione”.
Tenuto conto del suddetto Motu Proprio e del conseguente accordo sottoscritto con l’Autorità italiana il 31 luglio 2025 ed entrato in vigore il 27 maggio 2026 ritengo necessario procedere con sollecitudine a rendere visibile e concreto questo impegno e a tal fine costituisco la Fondazione “Fratello Sole”.
La Fondazione rappresenta un segno di speranza per il futuro e un esempio di come sia possibile conciliare la produzione energetica e l’agricoltura rispettando e proteggendo l’ambiente, in conformità ai principi della sostenibilità ambientale e della cura della casa comune contenuti nell’Enciclica Laudato Sì, nell’esortazione Laudate Deum, nel Motu Proprio “Fratello Sole” e, più in generale, nel Magistero sociale della Chiesa.
La Fondazione ha sede legale nello Stato della Città del Vaticano e piena attività operativa nella zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria. Stabilisco che detto Ente sia retto da un proprio Statuto, che contemporaneamente approvo e che viene emanato con il presente chirografo. Per il primo triennio, nomino il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e il Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, rispettivamente, Presidente e Vice Presidente, conferendo ai due summenzionati i poteri previsti dallo Statuto.
Dal Vaticano, il 1° giugno dell’anno 2026, secondo del Pontificato.
LEONE PP. XIV
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STATUTO
FONDAZIONE “FRATELLO SOLE”
Art. 1 - Natura giuridica, sede e durata
§1 La Fondazione “Fratello Sole” è costituita congiuntamente dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in attuazione della volontà del Romano Pontefice quale risultante dal Motu Proprio “Fratello Sole”, del 21 giugno 2024.
§2 La Fondazione è dotata di personalità giuridica pubblica vaticana, edi propria autonomia patrimoniale, tecnica, amministrativa e contabile.
§3 La Fondazione ha sede nello Stato della Città del Vaticano presso il Governatorato, il Consiglio di Amministrazione potrà istituire sedi secondarie o uffici anche all’estero.
Art. 2 - Rappresentanza dello Stato della Città del Vaticano e della Santa Sede
§1 La Fondazione designa i membri che rappresenteranno la Santa Sede nell’organismo paritetico previsto all’art. 3, comma 3, dell’Accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 31 luglio 2025.
§2 Rappresentanti dalla Fondazione potranno integrare la delegazione della Santa Sede negli organismi internazionali nel settore dell’energia sostenibile, dell’agricoltura, della tutela ambientale; potranno partecipare a programmi e progetti di sviluppo, nei propri ambiti di competenza e finalità istituzionali.
Art. 3 – Scopi e attività
§§1 La Fondazione persegue finalità di interesse pubblico nell’ambito della sostenibilità energetica, della tutela ambientale e dell’uso responsabile delle risorse naturali e agricole, in conformità ai principi della dottrina sociale della Chiesa, nonché agli indirizzi contenuti nell’Enciclica Laudato Si’, nell’Esortazione Apostolica Laudate Deum e nel Motu Proprio Fratello Sole, del 21 giugno 2024.
§2 Provvede alla costruzione e gestione, anche finanziaria, diretta ed indiretta del costituendo impianto agrivoltaico di cui all’articolo 1 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, del 31 luglio 2025 (Accordo), che a tal fine verrà concessa dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
§3 La Fondazione curerà, direttamente o indirettamente, la produzione, distribuzione, vendita, fornitura e monitoraggio di energia elettrica per l’approvvigionamento dello Stato della Città del Vaticano, degli immobili di cui agli articoli 14, 15 e 16 del Trattato dell’11 febbraio 1929 e comunque degli Enti ed Istituzioni collegate con la Santa Sede o facenti parte del bilancio consolidato della Santa Sede.
§4 In funzione delle necessità energetiche e della sostenibilità del sistema, la Fondazione potrà altresì promuovere, realizzare e gestire ulteriori impianti agrivoltaici o altra fonte rinnovabile in altri siti che verranno individuati, in base alle esigenze della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.
§5 La Fondazione, per il raggiungimento del proprio scopo, potrà, in particolare:
a. svolgere, anche in maniera continuativa, attività di raccolta fondi da destinarsi alla propria finalità istituzionale;
b. costituire e partecipare a società, fondazioni e enti, aventi finalità non lucrative eche assicurino il rispetto della Dottrina sociale della Chiesa e dello scopo primario della Fondazione;
c. promuovere e partecipare ad accordi, anche di stabile collaborazione e partenariato con altri soggetti pubblici e privati, preferibilmente appartenenti alla rete delle strutture cattoliche, utili o necessari ad assicurare la sostenibilità nel tempo dell'attività dell’impianto in oggetto;
d. collaborare con organismi scientifici e istituzioni della Santa Sede e altri enti, anche esteri, operanti nel settore ambientale, per lo sviluppo di progetti di ricerca e innovazione tecnologica nel campo delle energie rinnovabili;
e. definire attraverso l’Organismo paritetico di cui all’articolo 3.3 dell’Accordo le modalità operative per il transito dell’energia, nel rispetto delle normative energetiche internazionali e degli accordi bilaterali anche tra la Santa Sede e l’Italia;
f. concludere contratti di appalto, altri contratti e atti negoziali, relativi all’impianto agrivoltaico, agli eventuali altri beni strumentali e più in generale funzionali al raggiungimento degli scopi della Fondazione, inclusa l’eventuale stipula di accordi con enti creditizi e finanziari, assicurando il rispetto dei principi di trasparenza, sostenibilità e affidabilità tecnica, facendo espresso riferimento alla normativa applicabile al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ai sensi della Normativa sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano;
g. svolgere tutte le attività compatibili con la propria natura e finalizzate direttamente o indirettamente al perseguimento dei propri scopi istituzionali, inclusa l’eventuale stipula di accordi con enti creditizi e finanziari.
Art. 4 - Organi della Fondazione
§1 Sono organi della Fondazione:
a. il Presidente e il Vice Presidente;
b. il Consiglio di Amministrazione;
c. il Sindaco Unico.
Art. 5 - Presidente e Vicepresidente
§1 Il Presidente della Fondazione è ratione munere il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano o il Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, con alternanza triennale dei mandati.
§2 Il Vice Presidente della Fondazione è ratione munere il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano o il Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in caso di assenza o impedimento sostituisce il Presidente.
§3 Il Presidente:
a. ha la rappresentanza legale della Fondazione di fronte ai terzi e in giudizio, nonché i connessi poteri di firma;
b. convoca, di concerto con il Vice Presidente, il Consiglio di Amministrazione e lo presiede;
§4 Il Presidente e il Vice Presidente, congiuntamente:
a. possono rilasciare procure speciali per il compimento di determinati atti o categorie di atti;
b. hanno tutti i poteri inerenti agli atti di ordinaria amministrazione oltre alla soglia di euro cinquemila per ogni singolo atto, entro la quale possono agire disgiuntamente. Per gli atti di straordinaria amministrazione, è richiesto un mandato specifico dal Consiglio di Amministrazione;
c. assicurano l’attuazione delle decisioni prese dal Consiglio di Amministrazione;
d. vigilano sul buon andamento amministrativo della Fondazione;
e. vigilano sul rispetto dello Statuto e ne propongonoal Consiglio, se necessario, la modifica;
f. nei casi di necessità e urgenza, possono adottare provvedimenti immediati di straordinaria amministrazione, con ratifica successiva del Consiglio di Amministrazione.
Art. 6 Consiglio di Amministrazione
§ 1 Il governo della Fondazione è affidato ad un Consiglio di Amministrazione composto da tre membri.
§2 Il Presidente e il Vice Presidente sono di diritto componenti del Consiglio di Amministrazione. Il terzo componente è nominato dal Sommo Pontefice su proposta del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Il membro non di diritto è nominato per un triennio, salvo revoca, ed è rinnovabile per un uguale periodo per una sola volta. Il mandato cessa con l’approvazione del bilancio consuntivo relativo all’ultimo esercizio della carica.
§3 Il Consigliere deve dichiarare ogni situazione di conflitto, anche potenziale. Si astiene dalla discussione e dal voto sui relativi punti. Ne viene dato atto a verbale.
§4 La carica di Consigliere è gratuita. Ai Consiglieri spetta il solo rimborso delle spese documentate sostenute in ragione del mandato.
§5 Al Consiglio di Amministrazione compete l’autorizzazione al compimento degli atti di straordinaria amministrazione della Fondazione.
§6 Per atti di straordinaria amministrazione si intende:
a. l’alienazione di beni che costituiscono il patrimonio della Fondazione quando il valore ecceda la somma di 500.000,00 (cinquecentomila) euro per anno e comunque quei negozi che possono modificare in pejus lo stato patrimoniale della Fondazione;
b. l’accettazione di offerte e donazioni gravate da oneri o da modalità di adempimento.
Art. 7 - Sedute del Consiglio di Amministrazione
§1 II Consiglio di Amministrazione è convocato, congiuntamente, dal Presidente e dal Vice Presidente in base al calendario stabilito all’inizio di ogni anno ovvero ogni qualvolta ne ravvedano la necessità, mediante avviso da inoltrare, con qualunque mezzo che dia prova dell’avvenuta ricezione, all'indirizzo personale di ciascun membro, almeno cinque giorni prima della riunione del Consiglio, con indicazione del luogo, della data, dell’ora e dei punti all’ordine del giorno. Alla convocazione devono essere allegati i documenti oggetto delle questioni all’ordine del giorno.
§2 Le sedute del Consiglio possono tenersi in video o audio-conferenza e sono valide se vedono la partecipazione di almeno due Consiglieri. Le deliberazioni sono prese a maggioranza assoluta degli intervenuti, in caso di parità prevale il voto del Presidente o, se questo è assente, del Vice Presidente. Le deliberazioni del Consiglio di Amministrazione relative al compimento di atti di straordinaria amministrazione e alle modifiche dello Statuto, necessitano altresì dell'approvazione congiunta del Presidente e del Vice Presidente.
§3 Alle sedute del Consiglio ha diritto di partecipare, senza diritto di voto, il Sindaco.
§4 Di tutte le riunioni è redatto verbale sottoscritto dal Presidente e dal Vice Presidente.
Art. 8 - Programma di attività
§1 Il programma annuale di attività della Fondazione, su proposta del Presidente e del Vice Presidente, è approvato dal Consiglio di Amministrazione.
§2 Esso deve contenere:
a. gli indirizzi programmatici d’azione per i settori di intervento della Fondazione;
b. i progetti specifici identificabili al momento della definizione del programma di attività, da promuovere e privilegiare nell’ambito di detti indirizzi programmatici, anche tenendo conto delle iniziative pregresse e dell’attività complessiva dell’Ente;
c. una previsione finanziaria di massima relativa a ciascun progetto specifico e al programma di attività nel suo complesso;
d. le fonti di finanziamento attivabili;
e. la proposta di tariffa per l’energia fornita agli enti determinata in base a criteri di sostenibilità economica, equilibrio gestionale e nel rispetto degli accordi istituzionali vigenti.
Art. 9 – Sindaco Unico
§1 Il Sindaco Unico è nominato congiuntamente dal Presidente e dal Vice Presidente, resta in carica per tre esercizi e può essere rinnovato solo una sola volta per un uguale periodo.
§2 Vigila sull’osservanza e rispetto dei principi di corretta amministrazione e sulla corretta tenuta della contabilità della Fondazione.
§3 Il Sindaco Unico indirizza al Consiglio di Amministrazione, con cadenza almeno annuale, in occasione dell’approvazione del bilancio di esercizio, una propria relazione sulle verifiche eseguite e sull'andamento generale della Fondazione.
§4 Il Sindaco Unico partecipa alle sedute del Consiglio di Amministrazione e può esaminare i libri contabili e amministrativi chiedendo le informazioni che ritenga necessario acquisire sull’andamento dell’attività della Fondazione.
§5 È in ogni caso dovere del Sindaco riferire immediatamente al Consiglio di Amministrazione, circa situazioni di gravi irregolarità nella gestione, di eventuali violazioni della legge o dello Statuto e di un eventuale pericolo di dissesto economico della Fondazione.
§6 L’incarico di Sindaco è remunerato e prevede il rimborso delle spese documentate sostenute in ragione del mandato.
Art. 10 - Struttura amministrativa e di supporto
§1 La Fondazione si avvale:
a. del personale e della struttura organizzativa del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica o, con l’approvazione dei relativi Superiori, di altri enti della Santa Sede;
b. di personale appositamente individuato solo in caso di necessità o opportunità legate alle esigenze operative.
Art. 11 – Patrimonio, conferimenti e bilancio
§1 Il patrimonio iniziale della Fondazione è costituito dagli apporti iniziali del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
§2 L’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica concederà alla Fondazione per tutta la durata della stessa, il godimento del terreno destinato all’installazione dell’impianto fotovoltaico e più in generale agli scopi della Fondazione, costituendo su di esso ogni necessario diritto reale e/o personale.
§3 Il Governatorato si impegna a garantire il supporto autorizzativo, operativo e, se richiesto, logistico necessario per l’installazione, la gestione e la manutenzione dell’impianto agrivoltaico e delle relative infrastrutture.
Il Governatorato nella zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria cura la tutela della salute, della sanità, dell’igiene pubblica, dell’ambiente e dell’ecologia, delle infrastrutture, dell’attività edilizia, degli impianti tecnici, idraulici, elettrici e della loro vigilanza e manutenzione.
§4 Ogni diritto, conferimento, apporto o utilizzo di beni e risorse sarà disciplinato da specifici accordi tra il Governatorato, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e la Fondazione, che definiranno le modalità, la durata, le condizioni e le eventuali limitazioni dei diritti conferiti, nel rispetto della normativa vaticana vigente, del presente Statuto e delle competenze proprie di ciascun ente.
§5 Il patrimonio della Fondazione è incrementato:
a. dalle donazioni e lasciti ricevuti e dagli altri proventi eventualmente ritratti dall’attività istituzionale;
b. dai trasferimenti eventualmente effettuati dallo Stato della Città del Vaticano e dalla Santa Sede;
c. dai rendimenti degli investimenti eseguiti nel tempo;
d. da eventuali avanzi di gestione ed eccedenze attive di bilancio che potranno essere reinvestite o ripartite tra il Governatorato e l’APSA.
Art. 12 - Esercizio finanziario
§1 L’esercizio finanziario ha inizio il 1° gennaio e termina il 31 dicembre di ciascun anno.
§2 Il Consiglio di Amministrazione, entro il mese di ottobre, delibera il bilancio preventivo per l’anno seguente ed il bilancio consuntivo entro il mese di aprile dell’anno successivo.
§3 Al bilancio preventivo va allegata la relazione contenente la programmazione annuale e pluriennale delle attività della Fondazione, curata dal Consiglio di Amministrazione. Al bilancio consuntivo va allegata una relazione di sintesi sui risultati delle attività svolte nell’anno precedente.
§4 Per l’approvazione dei bilanci, è necessario che i Consiglieri ricevano la relazione dei progetti almeno quindici giorni prima della adunanza del Consiglio di Amministrazione.
§5 Agli organi e uffici competenti per la revisione devono essere presentati:
a. il bilancio preventivo entro il 31 ottobre dell’anno precedente cui si riferisce l’esercizio e comunque non oltre il 31 dicembre;
b. il bilancio consuntivo entro il 30 giugno dell’anno successivo cui si riferisce l’esercizio.
Art. 13 - Adempimenti contabili e di conservazione
§1 Le scritture contabili e i documenti giustificativi devono essere conservati per un periodo non inferiore a dieci anni dall’ultimo giorno dell’esercizio cui si riferiscono.
§2 Altresì devono essere conservati, per un pari periodo a quello di cui al primo comma, i documenti e le informazioni relative alle transazioni finanziarie, quali fatture, contratti e estratti di conti bancari, necessari a dimostrare che le risorse sono state utilizzate in modo corrispondente alle finalità proprie della Fondazione.
Art. 14 - Estinzione
§1 Lo scioglimento della Fondazione è disposto dal Romano Pontefice.
§2 Lo scioglimento della Fondazione è proposto al Santo Padre congiuntamente dal Presidente e dal Vice Presidente quando lo scopo è stato raggiunto, è divenuto impossibile, contrario alla legge o quando il patrimonio è insufficiente per lo svolgimento delle attività dirette al conseguimento del fine e, in generale, quando si verifichino le cause di estinzione previste dalla legge.
§3 Il Consiglio di Amministrazione nomina uno o più liquidatori i quali devono predisporre un progetto di liquidazione .
§4 Il patrimonio residuo all’esito della liquidazione è devoluto secondo le determinazioni del Romano Pontefice.
Art. 15 - Regolamento attuativo
§1 Il Consiglio di Amministrazione deve promulgare ed approvare un Regolamento attuativo di funzionamento dell’attività della Fondazione entro tre mesi dalla sua costituzione.
§2. Il Presidente e il Vice Presidente congiuntamente possono proporre al Consiglio di Amministrazione la modifica del Regolamento.
Membri dell'Associazione Italiana Guide e Scouts d'Europa Cattolici (1° giugno 2026)
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
“Se piace a Dio, per sempre!”. È questo il motto che avete scelto per il cinquantesimo anniversario della vostra Associazione. Poiché ho il piacere di incontrarvi pochi giorni dopo la solennità di Pentecoste, che letteralmente significa “cinquantesimo”, vi auguro che questa felice ricorrenza sia per voi come una nuova Pentecoste. Lo Spirito Santo scenda su ciascuno di voi, come ha fatto con gli Apostoli riuniti nel cenacolo (cfr At 2,1). Il libro degli Atti degli Apostoli ci ricorda che il dono dello Spirito infiamma la vita, apre alla missione e crea intesa tra lingue diverse (cfr At 2,4): infatti il dono di Cristo risorto ci aiuta a trovare modi sempre nuovi di testimoniare la bellezza della fede. Questo annuncio di salvezza è carico di speranza e ci incoraggia ad agire rettamente in ogni scelta di vita, in ogni nostra opera.
In questi cinquant’anni, l’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici ha consolidato uno specifico stile educativo per declinare la testimonianza della fede. Utilizzando gli strumenti elaborati secondo l’intuizione di Baden-Powell, voi accompagnate ragazzi e ragazze all’incontro con Gesù, Maestro di vita buona, Amico fedele, Guida giusta e forte per il nostro cammino.
La vita all’aria aperta, il contatto con la natura sono dimensioni imprescindibili delle vostre attività, che parlano della bontà di Dio attraverso le tracce che il Creatore stesso ha lasciato nella creazione.
Al libro della natura unite con saggezza la Parola di Dio, che custodisce il senso della storia e ci sostiene quando il sentiero della vita ci mette alla prova. Come a una sorgente d’acqua fresca, vi invito ad attingere alle Sacre Scritture per illuminare e sostenere le vostre esperienze di crescita umana e spirituale, sia nella dimensione personale sia in quella comunitaria. Come diceva Papa Francesco, «vi invito a tenere sempre con voi, come vostro navigatore, il Vangelo – vera mappa della vita – e ad aprirlo ogni giorno» (Discorso all’Unione Internazionale Guide e Scouts d’Europa, 3 agosto 2019).
Cari capi-scout, il Vangelo è ben più di un libro: è la persona stessa di Cristo, buona notizia per un’umanità confusa, illusa, delusa da molti mali. Egli sazia la nostra sete di giustizia e di verità e ci infonde il coraggio di perseverare nel bene e di metterci a servizio del prossimo, in prima persona. Di quest’impegno siete testimoni per i ragazzi a voi affidati: la coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere. Insieme a loro, vivete dunque la bellezza della fede nei gesti quotidiani e nella preghiera condivisa, nei Sacramenti e nel discernimento della vocazione di ciascuno: rispondete con generosità all’appello di Cristo, che vi invita a salire in cima, a prendere il largo, a percorrere insieme il sentiero della virtù.
I sacerdoti vostri Assistenti sono garanzia del legame tra la Chiesa e la vostra Associazione: vivono il ministero sacerdotale al servizio dei ragazzi e della vostra azione di capi, condividendo con voi la responsabilità dell’azione educativa e della crescita spirituale dei giovani.
Il metodo scout mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana. La scelta pedagogica della vostra Associazione si esprime, al riguardo, nell’educare in distinte sezioni maschili e femminili, per dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica. Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione. La formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout, realizzato attraverso l’intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo nelle varie tappe del percorso.
In questa fase storica così complessa, apprezzo anche la vostra scelta di coltivare come associazione la dimensione dell’europeismo, non a livello politico, ma culturale, rinnovando l’impegno a costruire un’Europa dei popoli, non solo degli affari, unita dai più alti valori dell’umanesimo cristiano.
A tal fine, il servizio è il punto che unifica tutti gli elementi del metodo di Baden-Powell: è il cuore del suo pensiero educativo. Servire significa mettere le proprie capacità e il proprio tempo a disposizione degli altri, in piena gratuità, senza aspettarsi nulla in cambio. Attraverso il servizio si sviluppano altruismo, solidarietà, attenzione verso il prossimo e senso di responsabilità sociale. Vissuto nella fede, il servizio ci libera dalla tendenza a essere centrati su noi stessi, indifferenti e chiusi, aprendoci all’esperienza della comunità e al senso della responsabilità: dalle piccole cose fatte bene fino alla cura vicendevole. L’avventura dello scoutismo aiuta a scoprire come la nostra umanità viene illuminata e coinvolta dall’opera di Dio, vero educatore di tutti noi.
Cari scout e care guide, mentre vi incoraggio a continuare con gioia e impegno le attività della vostra Associazione, prego che lo Spirito Santo moltiplichi tra voi i suoi doni, affinché sappiate parlare e diffondere il linguaggio della carità, dell’accoglienza e della pace. Vi affido alla guida materna di Maria Santissima e di cuore imparto su voi tutti e sui vostri cari la Benedizione Apostolica.