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Aggiornato: 6 min 21 sec fa

Membri della "Association of Jesuit Colleges and Universities" (25 giugno 2026)

Gio, 25/06/2026 - 11:30

Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Cari fratelli e sorelle,

 sono lieto di dare il benvenuto, qui questa mattina, a tutti voi, Presidenti e rappresentanti dei College e delle Università dei Gesuiti del Nord America, e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono certo che la vostra visita a Roma e al Vaticano servirà a rafforzare i vostri vincoli sia con il Successore di Pietro, sia con la leadership della Compagnia di Gesù, che da secoli è impegnata nel campo dell’educazione.

 Mentre possiamo guardare al passato con gratitudine per tutto ciò che è stato realizzato nella storia di ognuno dei vostri istituti educativi, siamo anche ben consapevoli della moltitudine di sfide che l’umanità deve affrontare oggi. Di fatto, il nostro è stato definito un tempo di cambiamenti epocali. Le società stanno diventando sempre più secolarizzate, con molti che cercano di eliminare ogni menzione di Dio dalla sfera pubblica e dalla cultura popolare. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri, dei migranti e di coloro che il mondo considera emarginati. Molte volte i giovani sono lasciati senza speranza in un mondo che sembra privo della promessa di un futuro migliore, e l’ambiente naturale continua a essere degradato da coloro che vorrebbero sfruttare le risorse del pianeta per i propri interessi invece che per il bene comune. Il nostro mondo è anche sempre più consapevole del crescente impatto dell’intelligenza artificiale e degli effetti a più ampio raggio che può avere sull’umanità.

 A tale riguardo, le quattro Preferenze Apostoliche Universali della Compagnia di Gesù, che sono state confermate dal mio predecessore nel 2019, propongono cammini che potrebbero aiutare ad affrontare tali sfide al livello dell’educazione superiore. Vorrei riflettere con voi su queste quattro Preferenze. La prima, indicare il cammino verso Dio mediante gli Esercizi Spirituali e il discernimento, integra in modo naturale le vostre attività accademiche. Chi conduce ricerche, chi si dedica agli studi e chi cerca la verità, in definitiva sta cercando Dio, che se ne renda conto o meno (cfr. Visita pastorale all’Università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026). È pertanto essenziale fornire modi perché i membri delle vostre comunità accademiche imparino a conoscere Colui che è Verità. Di fatto, nel nostro tempo, come ho osservato durante la recente visita in Spagna, “[n]umerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio” (Veglia di preghiera, 9 giugno 2026). Alla luce di questa tangibile e crescente fame di Dio tra i giovani, vorrei quindi incoraggiarvi a continuare a mettere a disposizione nei vostri campus opportunità di partecipazione agli Esercizi. In tal modo, i membri delle vostre comunità accademiche potrebbero riuscire ad avere un incontro personale con nostro Signore e cercare liberamente di servirlo nella loro vita quotidiana. In modo analogo, i principi degli Esercizi riguardanti il discernimento possono essere strumenti utili per voi, perché siate aperti ai suggerimenti dello Spirito Santo nelle decisioni che prendete quotidianamente.

 La seconda preferenza della Compagnia, camminare insieme ai poveri e agli esclusi del mondo, è particolarmente importante in un tempo in cui un numero record di nostri fratelli e sorelle sta vivendo in povertà. Molti alla fine sono costretti a lasciare le proprie case per diverse ragioni, come la guerra, la persecuzione religiosa o politica, la fame e gli effetti del cambiamento climatico. I vostri istituti sono chiamati non solo a far conoscere agli studenti le ingiustizie subite da quanti sono ai margini della società, ma anche di essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico attraverso la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune (cfr. Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025). È anche importante offrire agli immigrati, ai rifugiati e a quanti hanno uno status socioeconomico più basso opportunità per beneficiare di un percorso di studi avanzato. In tal modo, riusciranno a integrarsi più pienamente nelle società nelle quali vivono oltre che ad arricchire la comunità degli studenti nel suo complesso con le loro esperienze e prospettive diverse.

 I vostri college e le vostre università sono anche luoghi naturali per accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza, che è la terza preferenza. Gli studenti di solito iniziano il loro percorso accademico pieni di idealismo e di energia, spesso cercando di servire i bisogni degli altri. Gli studi svolti nei vostri campus, le amicizie che vi nascono in modo naturale e l’opportunità d’incontro con il pensiero e la ricerca di grandi studiosi, passati e presenti, per tutti nelle vostre comunità accademiche, possono portare un senso di speranza e la promessa di ciò che potrebbe cambiare in meglio (cfr. Discorso ai docenti e agli studenti, Università “Sapienza” , 14 maggio 2026). Vi invito a continuare a promuovere quel senso di speranza tra i membri delle vostre comunità attraverso opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la risurrezione di Cristo è la fonte ultima della nostra speranza (cfr. 1 Pt  1, 3) e che con lui tutto è possibile (cfr. Mt 19, 26).

 La quarta preferenza riguarda un altro dovere urgente, ovvero collaborare nella cura del creato. Si tratta di un compito particolarmente importante alla luce delle realtà che viviamo quotidianamente, quali gli effetti del cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte di pochi a scapito del bene comune. A tale riguardo, vi incoraggio a perseverare nei vostri sforzi di sensibilizzare le comunità dei vostri campus riguardo ai pericoli attuali, ma anche a lasciare “che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio” (Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025). In tal modo, i vostri istituti potranno insegnare con l’esempio, e non solo con la teoria.

 Infine, il nostro è un tempo che sta subendo sempre più l’impatto dell’intelligenza artificiale, con la quale altre “nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere” (Lettera Enciclica Magnifica humanitas, 15 maggio 2026, n. 4). È importante iniziare adesso ad affrontare le conseguenze, sia positive sia negative, derivanti da questi progressi. I college e le università hanno un ruolo speciale da svolgere a questo riguardo, specialmente dando ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa nuovo slancio “in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale” (Ibidem, n. 47).

 Miei cari amici, con queste riflessioni esprimo gratitudine per tutto ciò che fate nelle vostre importanti attività educative. Con l’aiuto delle preghiere di sant’Ignazio di Loyola, possiate continuare la tradizione gesuita di formare quanti sono affidati alle vostre cure a essere “uomini e donne per gli altri”. Imparto con piacere a ciascuno di voi la mia Benedizione Apostolica, che estendo volentieri ai vostri cari e alle comunità degli istituti che rappresentate. Grazie.

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 143, giovedì 25 giugno 2026, p. 2.

 

Lettera del Santo Padre in occasione del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d'America (25 giugno 2026)

Gio, 25/06/2026 - 10:00

 

Porgo i miei cordiali auguri a tutti gli americani in occasione del 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza. Questa ricorrenza dei 250 anni ricorda quel momento unico nella storia degli Stati Uniti d’America, il 4 luglio 1776, che ha dato voce duratura agli ideali di libertà, di uguaglianza, di ricerca della felicità, di giustizia e di autogoverno democratico.

Per due secoli e mezzo, generazioni di americani hanno lavorato insieme per portare avanti questi principi, attraverso sacrificio, servizio, innovazione e partecipazione civica. Il presente anniversario rappresenta un invito non solo a celebrare lo straordinario percorso della nazione, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri e verso le generazioni che erediteranno la nazione che viene plasmata oggi.

Uno dei principi più cari tra questi è la libertà religiosa: il diritto di ogni persona di rendere culto secondo la propria coscienza e di praticare la sua fede apertamente, senza coercizione o paura. Nel celebrare questo anniversario, è importante riconoscere che la libertà di religione è da molto tempo centrale alla promessa americana, tutelando sia la dignità individuale, sia la pacifica coesistenza di un popolo variegato.

Questa stessa libertà ha consentito alla Chiesa cattolica di radicarsi e prosperare negli Stati Uniti, a vantaggio non solo dei suoi membri, ma anche dell’intera nazione. Come figli e figlie fedeli della Chiesa, i cattolici sono chiamati a permeare ogni dimensione della loro esistenza della carità di Cristo (cfr. 2 Cor 5, 14), vivendo il Vangelo nelle circostanze della vita quotidiana. Questo modo di vivere ha dato origine ai molti benefici con cui la Chiesa nel corso degli anni ha contribuito allo sviluppo di questa nazione. In particolare vorrei ricordare il suo servizio negli ambiti dell’educazione, la cura preferenziale per i poveri, l’assistenza sanitaria e i servizi sociali di base, solo per citarne alcuni.

Nell’Enciclica Sapientiae christianae, il mio predecessore Papa Leone XIII scrisse che “[n]essun cittadino […] è migliore di un vero cristiano, memore del proprio dovere” (n. 7). Di fatto, la fede — ben lungi dall’essere in contrasto con le responsabilità civiche — presta nuovo vigore alla ricerca della giustizia, della pace e del bene comune, portando a perfezione ogni dono naturale elargito dal Creatore. Lo stesso san Paolo incoraggiava i primi cristiani a pregare per coloro che occupavano posizioni di autorità al fine di vivere una vita tranquilla secondo il volere di Dio (cfr. 1 Tm 2, 2). A tale riguardo, è nel fedele adempimento del dovere — verso Dio e verso il Paese — che i cattolici sono chiamati a continuare a servire la nazione, come lievito per la crescita di una civiltà dell’amore (cfr. Mt 13, 33).

Tra i principi che hanno guidato la crescita di questo Paese, c’è anche la dignità donata da Dio di ogni vita umana, essendo ogni persona dotata di un valore inerente che esige riverenza, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio con il concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore.

La difesa della vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e i cui contributi hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dall’inizio. In ogni generazione, quanti sono arrivati alla ricerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno aiutato a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è soltanto un atto di carità, ma anche il riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana.

Nella mia recente Lettera Enciclica, Magnifica humanitas, ho scritto sul lavorare insieme per il bene comune. «Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige [...] una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo» (n. 13). Abbiamo bisogno gli uni degli altri, e abbiamo bisogno di lavorare insieme in unità per affrontare le sfide dinanzi alle quali si trova oggi il mondo.

Possa questa pietra miliare rinnovare l’impegno comune verso la promessa di libertà, giustizia, opportunità e democrazia. Possano gli americani onorare il coraggio e la visione di quanti li hanno preceduti, rafforzando le loro comunità, rispettando le loro differenze e lavorando insieme per un’unione più perfetta.

Auguri in questo straordinario anniversario nazionale. Possa lo spirito del 1776 continuare a ispirare speranza e unità mentre gli Stati Uniti d’America procedono verso il futuro. Assicurando tutti voi delle mie preghiere nei vostri rinnovati sforzi per rafforzare la nazione nei principi che guidarono i suoi Padri Fondatori, vi affido all’intercessione dell’Immacolata Concezione, patrona di questo Paese, affinché continui a vegliare sull’America e a proteggere tutti coloro che vi dimorano.

Dal Vaticano, 25 giugno 2026

Leone PP. XIV

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 150, sabato 4 luglio 2026, p. 5.

Messaggio del Santo Padre a firma del Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, per il raduno sulla Salute del <i>Caritas Internationalis</i> [Centro Mariopoli - Castel Gandolfo, 24-25 giugno 2026] (24 giugno 2026)

Mer, 24/06/2026 - 14:30

Sua Santità Papa Leone XIV invia cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale a tutti coloro che partecipano alla Conferenza sulla Salute, incentrata su “Un approccio olistico alla salute nella Confederazione Caritas”. Egli prega perché le deliberazioni contribuiscano a un nuovo slancio per la cooperazione e la solidarietà nei vostri sforzi per migliorare l’assistenza sanitaria ai malati basata sui valori evangelici. Di fatto, la Scrittura spesso ritrae Gesù come Medico Divino che porta salus agli infermi guarendo una vasta gamma di afflizioni mentali, fisiche e spirituali che causavano loro dolore, umiliazione e isolamento. Sua Santità di recente in Magnifica humanitas ha affermato che la «dignità ontologica […] appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (n. 52), e pertanto trascende le circostanze individuali della persona. Restituendole la salute, Gesù rivela questa dignità inerente (cfr. Gen 1, 26) e quindi indica la nostra salvezza eterna in Dio. Il Santo Padre vi incoraggia a continuare a contribuire alla missione della Chiesa mentre proclama il Regno di Dio attraverso la sua presenza tra i malati, dimostrando che la salvezza non è un’idea astratta ma inizia con l’azione concreta di guarire le ferite di quanti soffrono (cfr. Dilexi te, n. 52). In tal modo, confida che il vostro lavoro sarà sempre teso a portare la compassione e la bontà di Dio ai più bisognosi. Con questi sentimenti, Papa Leone XIV imparte volentieri la sua Benedizione Apostolica, come pegno di saggezza, forza e gioia nel Signore, a tutti voi e ai vostri collaboratori.

Pietro Card. Parolin
Segretario di Stato

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 142, mercoledì 24 giugno 2026.

 

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» sulla revisione della Costituzione Apostolica <i>In Ecclesiarum Communione</i> (24 giugno 2026)

Mer, 24/06/2026 - 12:00

Conferma i tuoi fratelli (cfr. Lc 22,32), questa è la missione che il Signore Gesù affidò all’Apostolo Pietro e che continua nel ministero dei suoi Successori che governano la Chiesa che è in Roma. La Diocesi di Roma, nella peculiarità del suo legame con il ministero petrino, è chiamata a rendere particolarmente visibile quella comunione ecclesiale che costituisce insieme dono e compito per tutti i discepoli del Signore.

In un tempo nel quale l’evangelizzazione domanda rinnovato slancio apostolico e una sempre più efficace capacità di testimonianza, appare necessario che anche le strutture ecclesiastiche siano costantemente orientate a sostenere la missione, a promuovere la comunione ecclesiale e a sostenere l’esercizio ordinato dei compiti affidati a coloro che partecipano alla vita della Chiesa di Roma.

In questo contesto, il Vicariato di Roma è chiamato a essere non soltanto strumento di governo ecclesiale, ma anche espressione di quella comunione missionaria che deve animare ogni dimensione della vita della Chiesa che è in Roma.

In questa prospettiva si colloca il costante impegno di rinnovamento che ha accompagnato, nel corso degli anni, l’evoluzione dell’ordinamento del Vicariato. Questo cammino ha trovato una significativa tappa nella Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione, promulgata dal mio venerato Predecessore Papa Francesco il 6 gennaio 2023, con la quale è stato delineato un nuovo assetto istituzionale volto a rendere più efficace il servizio pastorale della Diocesi di Roma e a rafforzarne l’impulso missionario.

L’esperienza maturata nell’applicazione di tale Costituzione Apostolica e l’ascolto attento delle esigenze emerse nella vita pastorale della Diocesi hanno tuttavia suggerito l’opportunità di procedere a una ulteriore verifica di alcune disposizioni, affinché gli strumenti giuridici e organizzativi del Vicariato possano corrispondere sempre meglio alle finalità ecclesiali che sono chiamati a servire.

Per questo motivo, con il Decreto circa l’assegnazione dei Settori territoriali ai Vescovi Ausiliari e al Vicegerente della Diocesi di Roma del 25 febbraio 2026, ho disposto la costituzione di uno specifico Gruppo di lavoro incaricato di esaminare la vigente disciplina e di formulare eventuali proposte di aggiornamento.

Ora, dopo aver attentamente ponderato le indicazioni ricevute, ritengo opportuno apportare alcune modifiche alla Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione, affinché il Vicariato di Roma possa rispondere con sempre maggiore efficacia alle esigenze della missione evangelizzatrice, favorire una più intensa comunione ecclesiale e sostenere il servizio pastorale della Chiesa che è in Roma.

Pertanto, dopo aver attentamente esaminato il lavoro compiuto e dopo matura riflessione, con la presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio stabilisco e dispongo che la Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione del 6 gennaio 2023, entrata in vigore il 31 gennaio 2023, sia integralmente sostituita dal testo allegato alla presente Lettera Apostolica e che ne costituisce parte integrante.

Quanto deliberato con questa Lettera Apostolica, ordino che abbia fermo e stabile vigore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di speciale menzione, e che sia promulgato tramite pubblicazione su L’Osservatore Romano, entrando in vigore il giorno stesso della pubblicazione, e in seguito inserito nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 24 giugno dell’anno 2026, Solennità della Natività di San Giovanni Battista, secondo del Pontificato                                      

 

LEONE PP. XIV

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FRANCESCO

COSTITUZIONE APOSTOLICA

IN ECCLESIARUM COMMUNIONE

CIRCA L’ORDINAMENTO
DEL VICARIATO DI ROMA

 

Proemio

1. Nella comunione delle Chiese, alla Chiesa di Roma è affidata la particolare responsabilità di accogliere la fede e la carità di Cristo trasmesse dagli Apostoli e di testimoniarle in modo esemplare. È quindi primaria preoccupazione del suo Vescovo provvedere a quanto è necessario perché questa Chiesa corrisponda a ciò che le dice lo Spirito del Signore Gesù Cristo (cfr Ap 3,22).

Congiunto agli altri Vescovi nella comune successione apostolica, [1] il Vescovo di Roma, successore di Pietro e, in quanto tale, «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli», [2] esercita il proprio ministero anzitutto garantendo che il popolo di Dio nella Diocesi a lui affidata sia confermato nella fede e nella carità (cfr Lc 22,32). In questo modo egli per primo onora il principio secondo il quale ciascun vescovo, reggendo bene una porzione della Chiesa universale, contribuisce «efficacemente al bene di tutto il corpo mistico, che è anche il corpo delle chiese». [3]

2. La Chiesa è posta nel mondo come “samaritana” (cfr Lc 10, 25-37), [4] come sacramento di salvezza, [5] in intima solidarietà con la storia delle donne e degli uomini che vivono in questo mondo, [6] nell’attesa del suo compimento in Cristo. Mentre ricordiamo i sessant’anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, sentiamo con particolare urgenza la chiamata alla conversione missionaria di tutta la Chiesa, accompagnata da una più viva consapevolezza della sua dimensione costitutivamente sinodale. [7]

Per rianimare la missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, vanno sostenute e promosse, in sinergia, la collegialità episcopale e l’attiva partecipazione del popolo dei battezzati.

In questo orizzonte si colloca l’impegno per la riorganizzazione del Vicariato, l’organismo che a Roma svolge la funzione di Curia diocesana, [8] riprendendo e proseguendo l’opera compiuta dai miei predecessori, San Paolo VI e San Giovanni Paolo II, con le Costituzioni Apostoliche Vicariae potestatis (1977) ed Ecclesia in Urbe (1998), e da quanti hanno generosamente contribuito ad adempierle nella cura pastorale. Anche il Vicariato di Roma - come altre strutture direttamente collegate al ministero petrino: la Curia Romana, il Sinodo dei Vescovi - è chiamato a diventare sempre più «un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione», [9] a servizio di una Chiesa che si riconosce di fronte a tutti, anche a chi vive nell’indifferenza religiosa, come «comunità evangelizzatrice [che] si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo». [10]

Se ogni chiesa locale è, «ciascuna nel proprio territorio, il popolo nuovo chiamato da Dio nello Spirito Santo», [11] desidero che quella di Roma, affidata al mio servizio episcopale, possa risplendere come esempio della comunione di fede e di carità, pienamente coinvolta nella missione dell’annuncio del Regno di Dio, custode della speranza divina di accogliere tutti nella sua salvezza (cfr Is 25, 6 ss.). Valga per Roma quello che san Gregorio Magno scrisse di sé al Patriarca Eulogio di Alessandria: «non ricerco la mia grandezza con le parole, ma con la mia condotta […] Scompaiano le parole che gonfiano la vanità e ledono la carità». [12]

3. Siamo in un tempo di rinnovamento nel quale bisogna operare insieme, come popolo di battezzati, vincendo la «tentazione pelagiana» che tutto riduce all’ennesimo piano «per cambiare strutture, ma radicandosi in Cristo e lasciandosi condurre dallo Spirito». [13] Sogno una trasformazione missionaria che coinvolga integralmente le persone e le comunità, senza nascondersi o cercare conforto nell’astrattezza delle idee. [14] Si tratta, dunque, di «porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno». [15]

4. Consapevole di avere sempre bisogno di convertirsi, non presumendo di essere migliore delle altre, è nella natura spirituale, pastorale e canonica della diocesi di Roma rappresentare in sé la missione di esemplarità in costante tensione verso il regno di Dio. Se nella Chiesa si riflette la luce che è Cristo (cfr Gv 8, 12) [16] - i Padri hanno parlato, a questo proposito, del “mistero della luna” - possiamo pensare alla Chiesa di Roma come a quella nella quale si riflette, con una singolare luminosità, il volto della Chiesa universale, popolo santo che ha il compito di essere testimone credibile dell’amore di Dio, riconoscendo e aiutando a vedere in particolare nei poveri e nei sofferenti l’immagine di Cristo povero e sofferente. [17] Nel nostro tempo la capacità della Chiesa di riflettere la luce divina è stata messa duramente alla prova: non vengono meno però né il desiderio profondo di questa luce né la disponibilità della Chiesa ad accoglierla e condividerla.

La Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo. Questo non è un problema solo per la Chiesa: lo è anche per coloro che la Chiesa, popolo di Dio, è chiamata a servire con l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Solo nella totale donazione di sé a Cristo per un servizio alla salvezza del mondo la Chiesa rinnova la sua fedeltà perché, come insegna Sant’Ambrogio, «tutto quel che si è svuotato riacquista pienezza». [18]

5. Per comprendere l’identità della Chiesa, anche della Chiesa di Roma, è necessario riconoscere la sua “trama sacramentaria”, cioè il suo essere riferita ad altro da sé. Si vigila così sulla “tentazione sostitutiva”: la tentazione di fare da soli, come se il Signore, ascendendo al cielo, avesse lasciato un vuoto da riempire con le nostre iniziative. [19] Superando la tentazione di sostituire alla luce di Cristo e alla voce dello Spirito luci e ispirazioni mondane e clericali, siamo ricondotti alla missione del popolo dei battezzati, chiamato a essere «segno e strumento» credibile «dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano». [20]

A Roma, come nelle altre Chiese particolari, bisogna continuare ad ascoltare la voce dello Spirito Santo che si manifesta anche oltre i confini dell’appartenenza ecclesiale e religiosa, curando uno stile sinceramente ospitale, animati dalla spinta di chi esce a cercare i tanti esiliati dalla Chiesa, gli invisibili e i senza parola della società (cfr Mt 22, 9). [21] Torniamo così alla lezione dei Padri che, guardando all’esperienza dell’esodo e dell’esilio, leggono la necessità per la Chiesa di essere come la tenda mobile nel deserto, da smontare, rimontare e “allargare” lungo il cammino (cfr Is 54, 2). Il primo effetto dello slancio evangelizzatore e sinodale dovrà essere recuperare fiducia nello Spirito Santo che guida i diversi cammini ecclesiali, apre nuove comprensioni del contenuto della Rivelazione, [22] distoglie dalla rigidità delle formule e delle strutture: meglio comunità inquiete, prossime «agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti», [23] che luoghi a chiusura stagna. [24]

6. Perché questo sia possibile, è necessario valorizzare la comune dignità battesimale, anche tramite istituzioni, strutture e organismi rinnovati. È compito essenziale del vescovo garantire uno spazio aperto a tutti, dove ciascuno trovi posto, abbia la possibilità di prendere la parola, sentendosi ascoltato e imparando ad ascoltare. Scrutando i segni dei tempi, [25] il discernimento spirituale permetterà di riconoscere nuove esigenze e di favorire più larghe e inclusive soggettività pastorali, estendendo la partecipazione e la condivisione delle responsabilità: «camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo». [26]

7. La riorganizzazione del Vicariato tiene conto delle molte e diverse realtà ecclesiali presenti nell’Urbe, oltre che della situazione sociale ed economica delle persone e delle famiglie che la abitano o che attorno ad essa gravitano.

Alla Chiesa di Roma appartengono a proprio titolo i membri del Collegio Cardinalizio ai quali spetta di eleggere, a norma di diritto, il Vescovo di Roma. Qui hanno sede le Istituzioni della Curia Romana, delle quali si avvale la Santa Sede per l’esercizio delle sue funzioni universali. Vi si trovano inoltre gli organi di governo di un gran numero di Istituti di Vita consacrata e Società di Vita apostolica, comunità deputate alla formazione dei ministri ordinati, qualificate, antiche e più recenti, istituzioni culturali della Chiesa e gli uffici centrali di diverse organizzazioni cattoliche internazionali. Roma è altresì la sede primaziale d’Italia e la sede della Conferenza Episcopale Italiana, nonché di varie organizzazioni apostoliche nazionali. A Roma studia e vive un elevato numero di presbiteri, di religiosi e di cristiani laici provenienti dalle varie parti del mondo: la loro presenza e la loro attività - se ben coordinate a fronte di esigenze umane, spirituali e pastorali - arricchiscono la vita cristiana di Roma con l’apporto di diverse spiritualità ed esperienze. Roma presenta anche tutte le caratteristiche proprie della capitale di uno Stato moderno, nella quale si riflettono come in uno specchio globale i problemi e le difficoltà dell’intera Nazione, dell’Europa e del mondo. Quale sede delle principali istituzioni nazionali, e di organismi internazionali, e centro culturale, sociale e politico di primaria importanza, essa contribuisce a creare nei suoi abitanti particolari esigenze.

8. Un numero rilevante di persone e di famiglie che abitano i diversi quartieri della città di Roma, non solo le periferie, è gravato da pesanti difficoltà economiche, sociali, psicologiche e sanitarie. L’invecchiamento della popolazione, la crisi demografica, la presenza di persone senza fissa dimora, sono conseguenza di scelte poco avvedute, oltre che sintomo delle fatiche e delle incertezze del nostro tempo. I cristiani di Roma, e in particolare coloro ai quali sono affidati incarichi e responsabilità pastorali, siano consapevoli di dover svolgere la loro missione in un contesto nel quale molte persone si trovano a vivere situazioni di grande sofferenza.

Particolare impegno deve riversarsi nell’accoglienza dei tanti rifugiati e migranti perché la Chiesa di Roma sia, per tutte le altre Chiese, testimone del fatto che nessuno deve essere escluso: «le tue porte saranno sempre aperte» (Is 60, 11). Attraverso programmi pastorali e sociali mirati va riconosciuto, sostenuto e valorizzato il contributo che ciascuno può dare al bene di tutti.

9. Per la sua storia singolare, Roma custodisce un patrimonio artistico unico, fiorito in gran parte nel contesto dell’esperienza della fede cristiana. La città è meta di pellegrinaggi religiosi e conosce ingenti flussi turistici. La Chiesa di Roma, attraverso i suoi organismi pastorali, dovrà prendersi cura anche delle persone che a Roma cercano testimonianze di autentica bellezza e di una ricca storia cristianamente connotata, ma pure debitrice verso altre tradizioni e culture.

10. Per la sua stessa singolare vocazione, alla Chiesa che è a Roma non può non stare particolarmente a cuore il cammino verso la piena e visibile unità dei cristiani. L’intento ecumenico, che non dipende da scelte o iniziative contingenti ma dalla stessa volontà di Cristo, dalla fede in Lui e dal Battesimo che accomuna i cristiani, rappresenta un impegno prioritario della diocesi. Esso va alimentato con la conoscenza reciproca, la carità vicendevole, lo scambio dei doni, la collaborazione con le sorelle e i fratelli di altre Confessioni cristiane.

11. La Chiesa di Roma, fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, continuerà a promuovere e a favorire l’amicizia e il dialogo con la Comunità ebraica romana, una delle più antiche presenti nel mondo.

12. La presenza di tante persone, famiglie e comunità appartenenti a diverse tradizioni religiose richiede anche alla Chiesa di Roma una particolare attenzione al dialogo interreligioso, evitando proselitismi senza rinunciare a una gioiosa testimonianza della fede trasmessa dagli apostoli e della carità cristiana.

13. La memoria viva dei missionari che nel corso dei secoli sono partiti dalla Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per annunziare il Vangelo in ogni parte della Terra, sollecita in tutta la Diocesi e in ogni fedele di Roma l’apertura alla missio ad gentes, per rendere testimonianza della carità universale che la anima e che anima la missione apostolica del proprio Vescovo, Pastore Universale della Chiesa.

14. Alla luce di queste considerazioni è bene richiamare alcuni dei più gravi e urgenti impegni, già in parte segnalati dalla Costituzione Apostolica Ecclesia in Urbe, che attendono la Chiesa di Roma e sollecitano l’azione pastorale del Vicariato e di ogni componente diocesana. Essi sono: l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità verso ogni abitante della Città e in ogni ambiente; la promozione di uno stile sinodale e di pratiche sinodali, così da favorire l’ascolto, la partecipazione, la corresponsabilità, e la missione di tutti i battezzati; la cura delle vocazioni al ministero ordinato e alle diverse forme di vita consacrata, accompagnando il discernimento con una formazione evangelicamente umanizzante dei candidati; l’ascolto e il sostegno ai ministri ordinati, favorendo periodiche occasioni di preghiera e riflessione comuni; il rinnovamento delle modalità di presenza parrocchiale nelle diverse zone della città, perché sia, al contempo, ospitale e in uscita verso chi è lontano; l’amministrazione dei sacramenti, assicurando la formazione continua e il confronto con i ministri ordinati e i catechisti; la pastorale familiare e giovanile di fronte all’infragilirsi dei legami e alla crescente incredulità; l’attenzione da rivolgere agli anziani, valorizzando il patrimonio delle esperienze e nella sollecitudine per i loro bisogni; la vicinanza alle persone sole, ai malati e ai carcerati; l’impegno nell’ambito della cultura e delle comunicazioni, perché il pensiero e le relazioni possano nutrirsi di Vangelo; la pastorale della mobilità umana, di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza, assicurando alle comunità straniere luoghi di culto e di incontro per sentirsi a casa lontano da casa, e, insieme, favorendo la graduale integrazione; l’impegno sociale e la testimonianza della carità verso le vecchie e nuove povertà di cui soffrono tante persone e famiglie nella città. Particolare attenzione deve essere rivolta al discernimento della vocazione al diaconato permanente, alla formazione nella prospettiva di una effettiva corresponsabilità pastorale, e per il servizio della carità. Bisogna, inoltre, assicurare la continua formazione di catechisti, lettori, accoliti e di altre figure ministeriali, per dare piena espressione dei doni battesimali; insistere nell’incontro ecumenico e nel dialogo interreligioso; prestare attenzione a quanti non hanno una fede, ma sono portatori delle domande che sfidano le nostre autoreferenzialità; tenere presente la necessità della ristrutturazione delle chiese e la costruzione delle nuove parrocchie, in particolare nelle periferie della città, armonizzando bellezza, sobrietà e sostenibilità ambientale ed economica, e assicurando strutture a servizio dell’attività pastorale e del quartiere. Chiedo, infine, di vigilare sulla gestione economica, perché sia prudente e responsabile, confidando sempre nella provvidenza divina, e condotta in coerenza con il fine che giustifica il possesso di beni da parte della Chiesa, sacramento di Cristo povero (cfr Fil 2, 5-8), a sostegno dell’attività pastorale e della carità.

15. Poiché ad ogni ufficio nel popolo di Dio sono collegati comportamenti e impegni corrispondenti alla sua natura, nel disporre questa nuova Costituzione per il Vicariato, di fronte a un «cambiamento epocale» [27] che tutto e tutti coinvolge, auspico che esso sia principalmente un luogo esemplare di comunione, dialogo e prossimità, accogliente e trasparente a servizio del rinnovamento e della crescita pastorale della Diocesi di Roma, comunità evangelizzatrice, Chiesa sinodale, popolo testimone credibile della misericordia di Dio. E chiedo a quanti ne fanno parte che, nell’adempimento della loro missione, facciano proprio lo sguardo di Gesù (cfr Lc 19, 5), che insegna a guardare dal basso. Lui che «si è abbassato fino a lavarci i piedi», riassumendo così «l’intera storia della salvezza». [28]

A questo scopo si dovranno osservare i principi e le norme qui di seguito riportati che sostituiscono quelli finora vigenti, derogando per quanto necessario a tutte le disposizioni generali e particolari di documenti antecedenti.

 

Titolo I

PRINCIPI ORIENTATIVI

 

Articolo 1

Ogni attività svolta nell’ambito del Vicariato di Roma, a qualsiasi livello e con qualsiasi grado di responsabilità, è sempre per sua natura pastorale, orientata alla realizzazione del mistero della salvezza per la Chiesa di Cristo che è in Roma, secondo uno stile sinodale, e favorisce così quell’esemplarità nella missione, nel primato della carità e nell’annuncio della misericordia divina, di cui questa Chiesa particolare di origine apostolica è debitrice all’intera Chiesa cattolica e alle donne e agli uomini del mondo. [29]

Articolo 2

Il fine di ogni attività svolta dagli Uffici del Vicariato di Roma è quello di sostenere l’annuncio del Vangelo, seguendo gli indirizzi del programma pastorale diocesano. Ponendosi al servizio di tutti i soggetti e di tutte le realtà ecclesiali, in specie delle parrocchie, ogni Ufficio è coinvolto nell’impegno a far crescere - mediante un’assidua opera di ascolto, formazione e coordinamento - la corresponsabilità dei fedeli, la comunione e l’unità pastorale, in vista di un più incisivo e permanente impegno missionario nella Città e nel Mondo.

Articolo 3

Pur nella distinzione dei compiti e nella responsabilità propria di ciascuno, tutti coloro che lavorano a qualsiasi titolo negli Uffici del Vicariato di Roma, scelti in base al loro percorso religioso di fede, esperienza pastorale e competenza, prestino la loro valida collaborazione in spirito di servizio, guardando alla diaconia di Cristo che è venuto a servire e non ad essere servito. [30]

Articolo 4

I singoli Uffici, pur rispondendo a peculiari finalità, nel rispetto delle competenze di ciascuno, avranno fra loro unità e stretta coordinazione di indirizzi, di scelte e di attività, al fine di realizzare un’effettiva sinodalità e ottenere una organica e fruttuosa azione pastorale, secondo gli orientamenti del programma pastorale diocesano, approvato dal Cardinale Vicario. [31]

Articolo 5

La vitalità degli Uffici deve essere assicurata anche mediante un’integrazione vicendevole e, ove possibile, mediante un opportuno avvicendamento del personale direttivo, nominato per un quinquennio. La proroga, per un ulteriore quinquennio, può essere concessa dal Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale. Per una più efficace mediazione con le comunità ecclesiali presteranno la loro collaborazione, anche a tempo parziale e secondo la loro specifica competenza, presbiteri, diaconi, religiose, religiosi, laiche e laici scelti dai diversi ambienti pastorali. [32]

Articolo 6

Da parte di tutti dovrà esserci l’impegno di una costante personale assiduità e di un progressivo aggiornamento, nonché un concreto inserimento nella vita e nell’azione pastorale diocesana e, da parte dei sacerdoti, anche un’attiva partecipazione alla cura d’anime. [33]

Articolo 7

Nel nuovo Regolamento Generale per il personale del Vicariato di Roma [34] sarà contenuta la normativa circa le competenze degli Uffici, le procedure da applicare, le funzioni e le attività del personale in servizio presso il medesimo Vicariato, sotto i diversi profili organizzativo, disciplinare ed economico. 
 

Titolo II

STRUTTURA CENTRALE DEL VICARIATO

 

Articolo 8

§ 1. Il Vicariato di Roma, organo della Santa Sede dotato di personalità giuridica ed amministrazione propria, svolge la funzione di Curia diocesana [35] caratterizzata dalla peculiare natura della Diocesi di Roma.

§ 2. La sua configurazione giuridica di Organo della Santa Sede lo rende soggetto alle norme del diritto canonico universale, nonché a quelle applicabili alle Istituzioni della Curia Romana. Si applicano al Vicariato di Roma le norme vigenti nello Stato della Città del Vaticano per ciò che riguarda il Palazzo Lateranense e gli altri immobili, indicati nel Trattato Lateranense, di cui il Vicariato abbia la disponibilità. Si applica la normativa italiana per tutte le altre fattispecie.

Articolo 9

Nell’ambito della Diocesi di Roma, i fedeli che si trovano nel territorio della Città del Vaticano sono soggetti alla giurisdizione dell’Arciprete pro tempore della Basilica Vaticana, mio Vicario Generale per la Città del Vaticano. [36]  

Articolo 10

Il Cardinale Vicario, a mio nome e per mio mandato, esercita il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la Diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria nei termini da me stabiliti. Egli, perciò, ha l’alta ed effettiva direzione del Vicariato ed è giudice ordinario della Diocesi di Roma [37], avvalendosi anche della collaborazione degli altri miei Vescovi Ausiliari, tra i quali nomino il Vicegerente.

Articolo 11

Il Cardinale Vicario è il legale rappresentante della Diocesi di Roma e del Vicariato di Roma. 

Articolo 12

Il Cardinale Vicario provvederà a riferirmi periodicamente e ogniqualvolta lo riterrà necessario circa l’attività pastorale e la vita della Diocesi. In particolare, non intraprenderà iniziative importanti senza aver prima a me riferito. [38]

Articolo 13

Il Cardinale Vicario non cessa dal suo Ufficio nella vacanza della Sede Apostolica. [39]

Articolo 14

Il Cardinale Vicario, nell’esercizio della sua potestà ordinaria vicaria, è coadiuvato dal Vicegerente e dagli altri Vescovi Ausiliari da me nominati. [40]

Articolo 15

§ 1. Il Vicegerente esercita la potestà ordinaria vicaria nei limiti da me stabiliti, in stretta comunione ed in costante raccordo con il Cardinale Vicario. Egli coadiuva il Cardinale Vicario nell’attuazione delle sue direttive.

§ 2. Esercita i poteri propri del Cardinale Vicario quando questi sia impedito o assente o l’Ufficio del medesimo sia vacante, [41] avendo cura di sottopormi le questioni di maggior rilevanza. 

Articolo 16

L’Ufficio del Vicegerente non cessa durante la vacanza della Sede Apostolica. [42]

Articolo 17

§ 1. I Vescovi Ausiliari sono Vicari episcopali ed esercitano il loro ministero nel settore territoriale o nell’ambito pastorale e amministrativo per cui sono stati nominati. Ogni Vescovo Ausiliare potrà esercitare il ministero sia nell’ambito territoriale che in quello pastorale e amministrativo.

§ 2. Essi hanno la facoltà ordinaria, in tutta la Diocesi, di celebrare i sacramenti ed i sacramentali nonché di assistere ai matrimoni. Hanno altresì le facoltà che il Cardinale Vicario conferirà loro con proprio decreto. Nel caso delle Sacre Ordinazioni, sono soggetti al disposto dei cann. 1015-1017 C.I.C. [43].

§ 3. Alle facoltà di cui al paragrafo precedente si applica il can. 409 § 2 C.I.C. 

Articolo 18

§ 1. I Vescovi Ausiliari operano al servizio delle realtà ecclesiali del Settore loro assegnato o del proprio ambito pastorale, in comunione con i chierici, i laici e i consacrati e in piena condivisione con il Cardinale Vicario. Essi si riuniscono periodicamente nel Consiglio Episcopale.

§ 2. Quando si presenta la necessità di provvedere alla nomina di un Parroco e di un Viceparroco, il Vescovo Ausiliare competente del Settore territoriale valuta le caratteristiche proprie e le esigenze della parrocchia e, sentito il Consiglio Pastorale parrocchiale interessato, presenta le proprie indicazioni al Consiglio Episcopale, che esprime il proprio parere. Il Cardinale Vicario, tenuto conto degli elementi acquisiti, sottopone i candidati all’ufficio di Parroco al Vescovo di Roma per la nomina e provvede inoltre alla nomina dei Viceparroci. 

Articolo 19

§ 1. Il Moderator curiae coadiuva il Cardinale Vicario nell’esercizio delle sue funzioni. È da me nominato su presentazione del Cardinale Vicario per un quinquennio e può essere riconfermato per un ulteriore mandato.

§ 2. Egli coordina le attività del Vicariato in attuazione delle direttive del Cardinale Vicario.

§ 3. Il Moderator curiae vigila sul corretto adempimento dei compiti affidati al personale. 

Articolo 20

In vista delle ordinazioni diaconali e presbiterali per la Diocesi di Roma, il Vescovo Delegato per i Seminari, sentito il Rettore e i formatori del Seminario, presenta una relazione al Consiglio Episcopale. Il Cardinale Vicario, tenuto conto degli elementi acquisiti e sentito il Consiglio Episcopale, mi sottopone i candidati per l’eventuale ammissione agli Ordini sacri.  

 

 

Titolo III

ORGANI DELLA SINODALITÀ
A SERVIZIO DELLA MISSIONE DELLA DIOCESI DI ROMA

 

Articolo 21

§ 1. Il Consiglio Episcopale, presieduto dal Cardinale Vicario, è composto dal Vicegerente e dai Vescovi Ausiliari [44].

§ 2. Il Cardinale Vicario, nell’esercizio della sua potestà ordinaria vicaria, si avvale del Consiglio Episcopale quale organo consultivo, al fine di favorire l’unità dell’azione pastorale e di governo. Esso esprime il proprio parere sulle principali questioni pastorali e amministrative riguardanti la Diocesi e il Vicariato di Roma.

§ 3. Il Consiglio Episcopale si riunisce periodicamente su convocazione del Cardinale Vicario. Alle riunioni del Consiglio Episcopale può partecipare il Moderator curiae su invito del Cardinale Vicario.

§ 4. Delle riunioni del Consiglio Episcopale viene redatto verbale, poi conservato nell’Archivio generale diocesano. 

Articolo 22

§ 1. Il Cardinale Vicario si avvale del parere del Consiglio Pastorale Diocesano, del Consiglio Presbiterale, del Collegio dei Consultori e del Consiglio dei Prefetti per l’elaborazione e la verifica del programma pastorale diocesano e per la formulazione delle linee direttive dell’azione pastorale. [45]

§ 2. I predetti Consigli sono convocati dal Cardinale Vicario e da lui presieduti e operano secondo le norme del Codice di Diritto Canonico e i rispettivi statuti, da lui approvati, nel rispetto della peculiare configurazione della Diocesi di Roma. 

Articolo 23

§ 1. Il Consiglio Diocesano per gli Affari Economici, costituito a norma dei cann. 492-494 C.I.C. e presieduto dal Cardinale Vicario o dal Vicegerente, ha il compito di predisporre ogni anno il preventivo della gestione economica della Diocesi di Roma e di approvare il rendiconto consuntivo delle entrate e delle uscite.

§ 2. Il Cardinale Vicario si avvale del parere del Consiglio Diocesano per gli Affari Economici negli atti di maggiore importanza e, nei casi previsti dal diritto, ne richiede il consenso.

Articolo 24

§ 1. In ogni parrocchia della Diocesi di Roma sia costituito il Consiglio Pastorale Parrocchiale, a norma del can. 536 C.I.C., presieduto dal Parroco.

§ 2. I Consigli Pastorali di Settore e di Prefettura sono costituiti secondo le disposizioni particolari della Diocesi di Roma.

§ 3. I predetti Consigli operano secondo i rispettivi statuti, approvati dal Cardinale Vicario.  

 

 

Titolo IV

UFFICI, SERVIZI E ORGANI GIUDIZIARI DEL VICARIATO

 

Articolo 25

Il Vicariato o Curia diocesana di Roma si articola in Uffici, Organi giudiziari ed eventuali altri organismi che siano previsti nel Regolamento.

Articolo 26

§ 1. Ogni Ufficio, oltre al Direttore, può avere un Vicedirettore ed uno o più Addetti.

§ 2. I Direttori degli Uffici sono nominati dal Cardinale Vicario previa mia approvazione; i Vicedirettori sono nominati dal Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, per un quinquennio e possono essere confermati per un ulteriore mandato. Gli altri Addetti sono nominati dal Cardinale Vicario a norma del Regolamento.

Articolo 27

Il Cancelliere ha le competenze previste dal Codice di Diritto Canonico e dirige l’Ufficio di Cancelleria. È nominato a norma dell’articolo 5.

Articolo 28

L’Economo, distinto dal Direttore dell’Ufficio amministrativo, ha le competenze previste dal Codice di Diritto Canonico. È nominato a norma dell’articolo 5.

Articolo 29

Presso il Vicariato di Roma è istituita come organo di controllo interno, una Commissione Indipendente di Vigilanza, con un proprio Regolamento da me approvato.

Articolo 30

Presso il Vicariato di Roma è costituita, sotto la presidenza del Cardinale Vicario, l’Opera Romana Pellegrinaggi, che per il raggiungimento delle sue specifiche finalità è dotata di un proprio statuto e di un proprio regolamento, approvati dallo stesso Cardinale Vicario.

Articolo 31

§ 1. Per rispondere alle esigenze della Diocesi di Roma, in conformità ai principi e alle norme di cui sopra, sono istituiti nel Vicariato i seguenti Uffici, raggruppati nei diversi ambiti pastorali e amministrativi:

Ambito della formazione cristiana

Ufficio per la formazione liturgica e la celebrazione dei Sacramenti
Ufficio catecumenato
Ufficio catechesi

Ambito per la cura del diaconato, del clero, e della vita religiosa

Ufficio per le vocazioni
Ufficio per il diaconato
Ufficio per il clero
Ufficio per la formazione permanente del clero
Ufficio per la vita consacrata

Ambito per la cura delle età e della vita

Ufficio per la pastorale familiare
Ufficio per la pastorale giovanile
Ufficio per la pastorale degli anziani e dei malati
Ufficio per la pastorale cimiteriale

Ambito dell’educazione

Ufficio per la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione
Ufficio scuola cattolica
Ufficio per la pastorale universitaria

Ambito della Diaconia della Carità

Ufficio della «Caritas» diocesana
Ufficio per la pastorale sanitaria
Ufficio per la pastorale carceraria

Ambito della Chiesa ospitale e «in uscita»

Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti
Ufficio Cultura
Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese
Ufficio per le aggregazioni laicali e le confraternite
Ufficio Migrantes per la pastorale della mobilità umana
Ufficio per la pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato
Ufficio per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport
Ufficio per la pastorale del pellegrinaggio

Ambito dell’Amministrazione dei beni

Ufficio Amministrativo

- sezione affari interni
- sezione affari esterni

Ufficio per l’edilizia del culto

- sezione affari interni
- sezione affari esterni

Ufficio del patrimonio, la cui competenza consiste nel censimento delle proprietà immobiliari a reddito e dei relativi contratti in uso e scadenza

Ambito giuridico

Ufficio Matrimoni e disciplina dei Sacramenti

Ufficio di Cancelleria

- sezione affari interni
- sezione affari esterni

Ufficio giuridico

- sezione affari interni
- sezione affari esterni

Servizio della Segreteria generale

Ufficio di segreteria
Ufficio di comunicazioni sociali
Ufficio affari informatici - Centro elaborazione dati
Ufficio dell’Archivio generale diocesano
Ufficio dell’Archivio storico diocesano

Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che riferisce al Consiglio Episcopale per il tramite del Vescovo Ausiliare da me nominato.

§ 2. Il Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, può istituire Sezioni interne a un Ufficio con specifiche competenze.

Articolo 32

Il Cardinale Vicario, sentito il Consiglio Episcopale, può sottoporre alla mia considerazione la creazione di nuovi Uffici o la modifica e la soppressione degli Uffici esistenti.  

 

 

Titolo V

I TRIBUNALI

 

Articolo 33

Presso il Vicariato di Roma sono costituiti due distinti Tribunali:

- il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma,

- il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio della Regione Lazio.

Articolo 34

§ 1. Il Cardinale Vicario, in virtù della potestà ordinaria vicaria che esercita in nome del Sommo Pontefice, è giudice ordinario della Diocesi di Roma e Moderatore dei Tribunali.

§ 2. Il Vicegerente di Roma esercita la potestà propria del Cardinale Vicario sui Tribunali nel caso di impedimento o di assenza del medesimo, o qualora l’Ufficio resti vacante.

Articolo 35

I singoli Tribunali sono costituiti dal Vicario Giudiziale, da un numero conveniente di Vicari Giudiziali aggiunti, da Giudici, da Promotori di Giustizia e Difensori del Vincolo, dal Cancelliere, da un congruo numero di Notari e dal personale ausiliario.

Articolo 36

§ 1. I Vicari Giudiziali dei suddetti Tribunali sono da me nominati per un quinquennio e possono essere riconfermati anche per più mandati consecutivi. Per il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma la nomina avverrà su presentazione del Cardinale Vicario; per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio avverrà su presentazione del Cardinale Vicario, previo consenso delle Diocesi che aderiscono ad esso.

§ 2. I Vicari Giudiziali aggiunti e i Giudici sono nominati dal Cardinale Vicario, col consenso del Consiglio Episcopale, previa mia approvazione, per un quinquennio, e possono essere riconfermati anche per più mandati consecutivi. Nel caso di nomina per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio, il Cardinale Vicario conferirà l’Ufficio udite anche le Diocesi che aderiscono ad esso.

§ 3. I Promotori di Giustizia, i Difensori del Vincolo, i Cancellieri, i Notari e gli altri addetti sono tutti nominati dal Cardinale Vicario, con il consenso del Consiglio Episcopale. Nel caso di nomina dei Promotori di Giustizia e dei Difensori del Vincolo per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio, il Cardinale Vicario conferirà l’Ufficio udite anche le Diocesi che aderiscono ad esso.

Articolo 37

§ 1. Salvo il prescritto del can. 1490 C.I.C., nei suddetti Tribunali fungono da Patroni e Procuratori delle parti nelle cause matrimoniali coloro che, iscritti all’Albo dei Procuratori e degli Avvocati del Tribunale della Rota Romana, sono stati approvati dal Cardinale Vicario, sentito il parere del Consiglio Episcopale.

§ 2. Altri Patroni e Procuratori, compresi quelli iscritti negli elenchi degli altri Tribunali ecclesiastici, possono assumere il patrocinio solo se approvati nei singoli casi dal Cardinale Vicario.

§ 3. Possono fungere da Periti coloro che sono stati ammessi dal Cardinale Vicario con suo decreto, ottenuto il consenso del Consiglio Episcopale.

Articolo 38

§ 1. Il Vicario Giudiziale esercita l’autorità amministrativa, disciplinare ed economica sul proprio Tribunale ed è tenuto a renderne conto al Moderatore.

§ 2. Ogni Tribunale è dotato di una propria amministrazione.

§ 3. I Tribunali si atterranno, per quanto compatibile con la loro condizione giuridica, alle disposizioni emanate dalla Conferenza Episcopale Italiana in materia di regime amministrativo e di regolamentazione dell’attività di patrocinio.

Articolo 39

Il Vicario Giudiziale di ogni Tribunale presenta il regolamento interno del proprio Tribunale al Cardinale Vicario che lo approva con suo decreto, udite anche le Diocesi che accedono ad esso quando si tratti del regolamento per il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità del matrimonio. Tale regolamento, complementare a quanto in materia già prevedono il Codice di diritto canonico e le disposizioni della Conferenza Episcopale Italiana di cui all’articolo precedente, deve stabilire i criteri per l’attività amministrativa disciplinare ed economica del Tribunale.

Articolo 40

§ 1. Il Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma, retto dai cann. 1419-1437 C.I.C., ha competenza nelle cause che il Codice attribuisce al Tribunale diocesano di primo grado, eccetto le cause di nullità di matrimonio.

§ 2. Il Tribunale Ordinario tratta altresì le cause dei Santi, in conformità alle disposizioni speciali emanate dalla Santa Sede, le cause di dispensa «super rato et non consummato», le cause di scioglimento del vincolo «in favorem fidei».

§ 3. Da questo Tribunale si appella al Tribunale della Rota Romana.

Articolo 41

§ 1. Il Tribunale Interdiocesano di Prima Istanza per le cause di nullità di matrimonio ha competenza sulle cause di nullità di matrimonio delle Diocesi che accedono ad esso.

§ 2. Da questo Tribunale si appella al Tribunale della Rota Romana.

Articolo 42

Le cause che erano devolute al Tribunale di Appello del Vicariato di Roma sono trattate e decise dal Tribunale della Rota Romana.

_________________
 

[1] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Lumen gentium, 22.

[2] Cfr  Ibidem, 23.

[3]  Ibidem.

[4] Cfr PAOLO VI,  Allocuzione per l’ultima Sessione Pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II  (7 dicembre 1965).

[5] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Lumen gentium, 1.

[6] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale  Gaudium et spes, 1.

[7] Cfr FRANCESCO,  Discorso in occasione della commemorazione del 50º anniversario dell’Istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015).

[8] Cfr  Codice di Diritto Canonico, can. 469.

[9] FRANCESCO, Esortazione apostolica  Evangelii gaudium, 27.

[10]  Ibidem, 24.

[11] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Lumen gentium, 26.

[12] GREGORIO MAGNO,  Epistola VIII, 30, PL 77, 933 C.

[13] FRANCESCO,  Discorso in occasione del Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.

[14] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica  Evangelii gaudium, 231-233.

[15] Ibidem, 25.

[16] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Lumen gentium, 1.

[17] Ibidem, 8.

[18] AMBROGIO,  I sei giorni della creazione, IV.

[19] Cfr FRANCESCO,  Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma (18 settembre 2021).

[20] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Lumen gentium, 1.

[21] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica  Evangelii gaudium, 20-24.

[22] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica  Dei Verbum, 8.

[23] Cfr FRANCESCO,  Discorso in occasione del Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015.

[24] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica  Evangelii gaudium, 49.

[25] Cfr CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale  Gaudium et spes, 4.

[26] Cfr FRANCESCO,  Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma (18 settembre 2021).

[27] Cfr FRANCESCO, Esortazione apostolica  Evangelii gaudium, 52.

[28] Cfr FRANCESCO,  Angelus (30 ottobre 2022).

[29] Cfr PAOLO VI, Cost. ap. Vicariae potestatis (6 gennaio 1977): AAS 69 (1977), 5-18, 1 § 1, l.c., 8.

[30] Cfr Ibid., 1 § 2, l.c.

[31] Cfr Ibid., 1 § 3, l.c., 9.

[32] Cfr Ibid., 1 § 4, l.c.

[33] Cfr Ibid., 1 § 5, l.c.

[34] Cfr Ibid., Regulae Vicariatus, 24, l.c., 18.

[35] Cfr Ibid., Principia directoria, 1, l.c., 8.

[36] Cfr Ibid., Normae 2 § 2, l.c., 10; GIOVANNI PAOLO II, Chirografo Dopo la costituzione (14 gennaio 1991): AAS 83 (1991), 147-148.

[37] Cfr PAOLO VI, Cost. ap. Vicariae potestatis (6 gennaio 1977), 2 § 1; 3 § 2: AAS 69 (1977), 9-10; 12.

[38] Cfr Ibid., 2 §§ 10-11, l.c., 11-12.

[39] Cfr Ibid., 2 § 1, l.c., 10-11; GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Universi Dominici Gregis (22 febbraio 1996), 14: AAS 88 (1996), 305-343.

[40] Cfr PAOLO VI, Cost. ap. Vicariae potestatis (6 gennaio 1977), 2 § 3: AAS 69 (1977), 10.

[41] Cfr Ibid., 2 § 4, l.c., 10.

[42] Cfr Ibid.

[43] Cfr Ibid.

[44] Cfr Ibid., 2 § 6; 3 § 4, l.c., 11-12.

[45] Cfr Ibid., 2 § 8, l.c., 11.

Udienza Generale del 24 giugno 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 4. <i>Il mistero eucaristico</i>

Mer, 24/06/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 4. Il mistero eucaristico
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguiamo le catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, in particolare sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) sulla Liturgia.

Quando Sant’Agostino vuole spiegare ai nuovi battezzati il mistero del Corpo di Cristo, riprende il passo di San Paolo che abbiamo ascoltato: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27). E aggiunge: «È il vostro mistero che ricevete. A ciò che siete voi rispondete: Amen, e la vostra risposta è come la vostra firma. Vi si dice: “Il corpo di Cristo”, e voi rispondete: “Amen”. Siate dunque membra del corpo di Cristo, perché il vostro amen sia vero. […] Siate ciò che vedete, e ricevete ciò che siete» (Sermone 272: PL 38, 1247).

Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani. Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti “essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio” (cfr SC, 48). È ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo. Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre (cfr Col 1,18), il quale ci prepara un posto nei cieli (cfr Gv 14,3): l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene. È il Pane del cammino, che ci conduce verso la Patria celeste, fino al giorno beato in cui «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

L’assemblea liturgica offre il Sacrificio «non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui» (SC, 48). In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani (cfr Eb 13,16; Rm 12,1), in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Partecipandovi, essi imparano «ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro» (ibid.). Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé. Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore (cfr SC, 47).

Carissimi, quando partecipiamo all’Eucaristia siamo invitati ad ascoltare la Parola di Dio e a nutrirci alla mensa del Signore, dove Lui stesso si offre al Padre. Queste due parti della Messa, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, «sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto» (SC, 56).

Per quanto riguarda la Parola, bisogna ricordare che non si tratta soltanto di acquisire un sapere intellettuale sulle Scritture, ma di ricevere la Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12), rivolta da Dio a tutti e al tempo stesso a ciascuno, Parola che nutre e alimenta insieme al Pane eucaristico e ci fa passare dalla decadenza del peccato alla vita nuova in Cristo. «L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura illumina e spiega a sua volta il Mistero eucaristico» (Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 55).

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio (cfr SC, 51). La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche. Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso (cfr SC, 23).

L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi. Lo cito: «Il nostro Salvatore nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (SC, 47).

Cari fratelli e sorelle, attingiamo con fede a questa fonte di vita divina e lasciamoci trasformare dal mistero che celebriamo.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus de Belgique, du Cameroun et de France. Frères et sœurs, puissions-nous trouver dans l’Eucharistie, source de l’unité du peuple chrétien, les forces nécessaires pour susciter la concorde et la charité dans nos familles et nos communautés souvent marquées par des conflits et des divisions. Que Dieu vous bénisse

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese provenienti dal Belgio, dal Camerun e dalla Francia. Fratelli e sorelle, possiamo trovare nell’Eucaristia, fonte dell’unità del popolo cristiano, le forze necessarie per promuovere la concordia e la carità nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, spesso segnate da conflitti e divisioni. Che Dio vi benedica]

I greet this morning all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly groups from England, Sweden, Malawi, Tanzania, Indonesia, Singapore, South Korea, Canada and the United States of America.  Upon all of you and your families, I invoke the peace and joy of our Lord Jesus Christ. God bless you!

Liebe Brüder und Schwestern, am heutigen Hochfest der Geburt des heiligen Johannes des Täufers hören wir auf seine Aufforderung, uns zu Christus zu bekehren, den er als das Lamm Gottes erkannt hat, das die Sünden der Welt hinwegnimmt. Folgen wir seinem Beispiel und bereiten auch wir die Wege des Herrn, damit die Welt an Christus, den Erlöser, glaubt. Ich segne euch alle.

[Cari fratelli e sorelle, oggi, nella solennità della Natività di San Giovanni Battista, accogliamo il suo invito alla conversione a Cristo, da lui riconosciuto come l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Seguendo il suo esempio, prepariamo anche noi le vie del Signore perché il mondo creda in Cristo Redentore. A tutti la mia benedizione]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Tal como indicó Jesús a sus discípulos, los invito a alzar la mirada para aprender a ver en las personas su deseo de vida, de verdad y de plenitud (cf. Jn 4,35). Que Él nos enseñe también a nosotros a mirar a los demás con los ojos de Dios, es decir, con amor, respeto y compasión. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,感恩圣祭是天路行粮,引领我们抵达天乡。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è il Pane del cammino che ci conduce verso la Patria celeste. Vi benedico di cuore.]

Saúdo com carinho todos os peregrinos de língua portuguesa, em especial o grupo de São José do Rio Preto e os sacerdotes de Sorocaba! Queridos irmãos e irmãs, gostaria de aconselhar a todos que não descuideis da preparação para a Missa: interiormente, através da confissão frequente; e, à nossa volta, silenciando os ruídos que nos impedem de ouvir a Palavra de Deus. Que o Senhor vos abençoe!

[Saluto con affetto tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale il gruppo di São José do Rio Preto e i sacerdoti di Sorocaba! Cari fratelli e sorelle, a tutti voi vorrei raccomandare di non trascurare la preparazione alla Messa: interiormente, con la confessione frequente, e attorno a noi, facendo tacere i rumori che ci impediscono di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أَنْ نَحتَفِلَ بالإفخارِستِيَّا علَى مَذبَحِ الرَّبّ، وأَيضًا في الحَياةِ اليَومِيَّة، حَيثُ يُمكِنُنا أَنْ نَعِيشَ كُلَّ شَيءٍ كَذَبِيحَةٍ وتَقدِمَةِ شُكر. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Siamo chiamati a celebrare l’Eucaristia sull’altare del Signore, ma anche nella quotidianità, dove è possibile vivere ogni cosa come offerta e rendimento di grazie. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, szczególnie dzieci i młodzież. Wakacje to czas odpoczynku oraz odnajdywania znaków Boga w pięknie stworzenia. Wykorzystajcie je na częstszy udział we Mszy św., medytację Słowa Bożego, rekolekcje, pielgrzymki i spotkania z bliskimi. Módlmy się także za młodych o mądre wybory szkół i studiów oraz roztropne rozeznanie własnego powołania. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i bambini e i ragazzi. Le vacanze sono un tempo di riposo e di ricerca dei segni di Dio nella bellezza del creato. Approfittatene per una maggiore partecipazione alla Santa Messa, la meditazione della Parola di Dio, i ritiri spirituali, i pellegrinaggi e gli incontri con i vostri cari. Preghiamo anche per i giovani, affinché scelgano con saggezza la scuola e l’Università e discernano con prudenza la propria vocazione. A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i fedeli delle tante parrocchie qui presenti nonostante il caldo di questi giorni, come pure i Membri della Fondazione Rubes Triva e i partecipanti alla quinta edizione del Festival Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro: cari fratelli e sorelle, possa la visita alle tombe degli Apostoli rinsaldare la vostra comunione fraterna e suscitare in ciascuno la disponibilità a mettersi al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.

Accolgo con affetto i Sacerdoti del Cammino Neocatecumenale, provenienti da diversi Paesi: auspico che l’offerta quotidiana del sacrificio Eucaristico sia per voi sostegno nel ministero a favore del Popolo di Dio.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli; oggi celebriamo la Solennità della natività di San Giovanni Battista, che ha preparato la via a Cristo: egli vi aiuti a riscoprire la vocazione battesimale per essere ovunque annunciatori lieti del Regno di Dio.

A tutti la mia benedizione!

Gruppo di Scrittori, in occasione dei 100 anni della Libreria Editrice Vaticana (24 giugno 2026)

Mer, 24/06/2026 - 09:00

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Sono lieto di dare il benvenuto a voi, scrittori e scrittrici provenienti da tante parti del mondo, convenuti a Roma in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede, sorta nel 1926.

Questa circostanza è propizia per riflettere sull’importanza del libro e dello scrivere, una forma di espressione umana di cui voi siete, con varietà di stili e di linguaggi, maestri e modelli.

Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. «La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» (Magnifica humanitas, 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti.

Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità. «Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo», argomentava Terenzio (Il punitore di sé stesso, I, 1, 25). Nelle letteratura si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: «Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità. Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia» (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34).

Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera.

Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico. È la struttura stessa della Rivelazione ad autorizzarci in questo: «Per i cristiani – ha scritto il Cardinale Radcliffe – nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo. Ogni tentativo di venire a capo degli interrogativi fondamentali della nostra vita – in quale modo amare, essere giusti, essere liberi, affrontare la sofferenza e la morte – ci aiuta a comprendere Cristo, colui che è il più umano di tutti» (T. Radcliffe, Accendere l’immaginazione, Verona 2021, p. 29).

Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83).

Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che San Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace. Vi ringrazio per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia.

Per questo vi incoraggio nel vostro lavoro e volentieri invoco per voi e per i vostri cari la benedizione del Signore. Grazie!

Visita alla Sede del Programma Alimentare Mondiale (PAM) (22 giugno 2026)

Lun, 22/06/2026 - 11:00

Illustri Autorità,
Eccellenze,
Signore e signori,

vorrei ringraziare Sua Eccellenza la Signora Cindy McCain per il suo gentile invito a intervenire a questo incontro annuale del Consiglio Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Saluto in particolare il signor Carl Skau, Direttore esecutivo ad interim, e Sua Eccellenza la Signora Carla Barroso Carneiro, Presidente di questa importante assemblea. Porgo i miei saluti ai Rappresentanti degli Stati Membri, ai distinti ospiti di questo incontro e al personale di questa istituzione intergovernativa, impegnata a salvare vite in situazioni di emergenza e a fornire aiuti alimentari in mezzo ai conflitti e alle catastrofi naturali. L’impegno della vostra istituzione è in profonda sintonia con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e promuovere la fratellanza, radicata nella chiamata evangelica ad amare il prossimo (cfr. Mc 12, 31). Insieme, condividiamo il compito urgente di combattere la fame e la malnutrizione, affrontando al tempo stesso le cause strutturali sottostanti che le mantengono. Per svolgere questo compito in maniera efficace, dobbiamo esaminare le sfide che si prospettano, le loro cause sottostanti e i cammini verso soluzioni durature.

Oggi, le crisi si sono trasformate da eventi isolati a realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche. Ciò solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è capace di produrre, riprodurre e, talvolta, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; si estende invece alla comprensione del perché il sistema produce di continuo gli stessi problemi che poi è costretto a correggere.

L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, dovuto in parte alla crisi del sistema multilaterale. Come ho osservato di recente nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, “[l]e istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite” (n. 201). In assenza di un orizzonte etico comune capace di sostenere la cooperazione autentica, il sistema internazionale è passato dal multilateralismo a “un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza” (Ibidem). Di conseguenza, gli Stati hanno destinato le proprie risorse sempre più alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra tali questioni e la cooperazione multilaterale.

Questa tendenza rivela un notevole paradosso: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone sempre più estese di estrema vulnerabilità. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso aggravano l’esclusione e la marginalizzazione. Sebbene alleviare la sofferenza umana di principio sia largamente riconosciuto come essenziale, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in secondo piano tra le priorità internazionali.

È proprio in questo divario tra il riconoscimento di principio e l’attribuzione di priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, accanto alla silenziosa mercificazione della vita umana. Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata di procedure burocratiche che possono ritardare gli aiuti a chi ne ha bisogno. Dall’altro, l’accesso a beni essenziali, tra cui il cibo, troppo spesso è influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili.

Questa duplice dinamica crea una sfida etica seria: la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale. In questo contesto, è importante riconoscere che “mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no” (Papa Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale, 13 giugno 2016). In effetti i conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite. Questa realtà rispecchia non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.

Le conseguenze si estendono ben oltre le persone direttamente coinvolte. Oltre a essere una preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata. Inoltre, mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire una educazione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile. Così facendo, perpetua cicli di fragilità che in ultima analisi incidono sulla comunità internazionale più ampia.

Da questo punto di vista, appare evidente che l’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale. Piuttosto, rispecchia la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, opporsi all’esclusione e riconoscere la dignità inerente donata da Dio di ogni persona umana. Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili. In tal senso, il Programma Alimentare Mondiale è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale. Di fatto, laddove le istituzioni nazionali si ritirano e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a evitare che le crisi umanitarie degenerino fino al collasso irreversibile.

Per questa ragione è essenziale un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale. In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato singolo può affrontare da solo le sfide globali. Una pace duratura e uno sviluppo umano sostenibile e integrale sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un dialogo internazionale autentico e da una cooperazione orientata al bene comune. Un tale approccio esige una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire in beni pubblici globali. “Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida” (Visita alla Sede centrale della FAO a Roma, 16 ottobre 2025, n. 6).

In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. Al tempo stesso, tale sostegno dovrebbe consolidare anche l’impegno con la Chiesa e la società civile. Rafforzare le capacità di tutti questi attori nel loro insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame.

L’attuazione efficace di questo appello esige la riduzione della burocrazia inutile, di modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone invece di ostacolare l’assistenza. In situazioni in cui i governi non hanno un controllo territoriale effettivo o in cui l’accesso umanitario è limitato, partner locali fidati diventano indispensabili. La Chiesa cattolica — attraverso parrocchie, diocesi, agenzie di Caritas, e altre iniziative confessionali — spesso raggiunge popolazioni vulnerabili in aree che sono inaccessibili per gli attori internazionali. Incoraggio pertanto il Programma Alimentare Mondiale e i suoi partner a continuare a sostenere questi sforzi.

È parimenti importante resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali. Acqua, cibo e assistenza sanitaria non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici. L’accesso a cibo adeguato è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona. Rispondere a questo bisogno non serve solo ad alleviare la sofferenza, ma anche ad affrontare le cause sottostanti di instabilità geopolitica. Di fatto, la sicurezza alimentare è una componente essenziale della sicurezza globale e integrale.

A tale riguardo, è lodevole che, accanto alle operazioni di intervento nelle emergenze, il Programma Alimentare Mondiale estenda il suo lavoro oltre agli aiuti immediati, dedicandosi anche alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti ai bambini nelle scuole. Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, rispecchiando una visione integrale dello sviluppo umano che promuova la dignità, le opportunità e il benessere di tutta la persona.

Eccellenze, cari amici, a essere in gioco non è solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità stessa della cooperazione internazionale. La vostra organizzazione dimostra che un cammino rinnovato è possibile; tuttavia, esige la determinazione a semplificare ciò che è diventato troppo complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e ad assicurare che nessuna persona venga dimenticata. Di fatto, questo impegno è radicato nel riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità inerente e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale. Radicata nell’amore incondizionato e sconfinato di Dio, questa dignità può essere descritta come infinita, poiché nulla ne può diminuire, cancellare o negare il valore (cfr. Lettera Enciclica Magnifica humanitas, n. 53). È proprio con la nostra fedeltà a questa verità che si misura l’umanità delle nostre politiche, e con ciò il futuro della comunità internazionale.

Con questi sentimenti, chiedo a Dio di benedire abbondantemente i vostri sforzi, di modo che tutti possano ricevere il loro pane quotidiano e vivere in dignità. Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 140, lunedì 22 giugno 2026, p. 2.

Saluto ai partecipanti all'"Estate Ragazzi in Vaticano" (22 giugno 2026)

Lun, 22/06/2026 - 10:00

Federico:

Caro Papa Leone, qui all’Estate Ragazzi ci divertiamo un mondo senza telefono e sappiamo che tutto questo è possibile grazie a Lei. Ma dobbiamo ammettere che durante il resto dell’anno, quando torniamo a casa, è quasi impossibile staccarsi dallo schermo. Spesso ci sentiamo un po’ catturati dal digitale e temiamo di perdere di vista i nostri amici veri o di chiuderci nel nostro mondo. Come possiamo essere dei campioni di tecnologia usandola per fare cose belle e senza dimenticare gli amici che ci stanno intorno? Grazie.

Papa Leone XIV:

Innanzitutto buongiorno a tutti! Buongiorno ai grandi e ai piccoli. Sono molto contento di trovarmi qui con voi questa mattina. Bene. Come staccarci un po’ dallo schermo? Questa è la domanda più o meno. In questo momento, se vedo bene, c’è solo uno che ha lo schermo in mano ed è perché sta facendo una foto, però nessuno ce l’ha vero? Quindi una cosa importante: la tecnologia può essere molto buona e ci serve per tante cose, però quando ci troviamo insieme non è necessario avere in mano in tutti i momenti il cellulare, il telefonino o il tablet. E infatti siamo felici quando qualche volta non siamo legati al tablet o al telefonino. E quindi questa sarebbe una prima cosa. È molto importante formare le amicizie, trovarci insieme, giocare insieme, magari anche studiare insieme come persone, non come computer o come macchine, come tecno-robot. Siamo esseri umani, persone, ed è molto importante il contatto con gli altri. Quindi questa sarebbe una prima cosa.

Anche in famiglia: la famiglia che si trova insieme, non è sufficiente che stiamo tutti lì ognuno guardano il suo telefonino. È molto importante imparare a dialogare, a conversare, a trovarci bene con gli altri, a giocare insieme, e anche a pregare insieme, perché anche se possiamo avere la Bibbia e qualche preghiera nel telefonino, Dio non vuole guardare il telefonino: Dio vuole guardare i nostri cuori, la nostra vita. E quindi essere liberi da queste cose che in sé stesse possono essere divertenti, un aiuto, una cosa bella, però è molto più importante sviluppare il nostro essere umano con l’amicizia, con la conversazione e anche con tutte le cose che state facendo durante questi mesi adesso, qui.

Quindi penso che questa sia una cosa molto importante.

L’altra è – questo per quelli un po’ più grandi – stare attenti al meccanismo: una specie di dipendenza che, di proposito, mettono nei programmi le applications, le applicazioni, che ci sono nel telefonino. Loro cercano di renderci dipendenti da questa tecnologia. Tante volte, quindi, aiuterebbe molto mettere dei limiti, dire: “Dopo una certa ora non guardo più il telefonino”, “In certi orari faccio piuttosto conversazione con la famiglia, cerchiamo di stare insieme”. Quindi, penso che queste cose aiuteranno a staccarci un po’. Non siamo tutti attaccati a un cavo, vero? Siamo esseri umani. Vivere e sviluppare questa dimensione umana. E anche la parte spirituale della nostra vita: cercare Dio nella preghiera, cercare Dio insieme, nella famiglia, vivere un po’ più liberi da questa dipendenza dalla tecnologia. Grazie.

Michela:

Caro Papa Leone, il tema di quest’anno dell’Estate Ragazzi è “Il giro del mondo in 80 giorni”. Ci porta a viaggiare con la fantasia, esplorando tanti mondi diversi. Tu, che nella tua vita hai viaggiato tanto, hai visitato tantissimi posti lontani e conosciuto tante persone diverse, ci sveli un segreto sui tuoi viaggi?

Papa Leone XIV:

Racconto una piccola cosa, che si collega con la prima domanda. Da piccoli abbiamo imparato tutti a leggere le mappe stradali. E se dovevamo andare da qui, da Roma a Napoli, o da Roma a Tivoli, prima di andare, studiavamo: cercavamo la mappa, vedevamo quale strada, per dove era meglio andare… Oggi tutti mettiamo il GPS nella macchina o nel telefonino e andiamo. Allora, più volte nella mia vita – in Italia mi è successo, in altri Paesi d’Europa, in Perù e una volta anche negli Stati Uniti – ho messo il GPS e mi ha portato per una strada sbagliata e sono rimasto bloccato e non potevo arrivare a destinazione. Per questo dico – anche parlando della prima domanda – che è importante non essere troppo dipendenti dalla tecnologia. È molto meglio imparare noi stessi a pensare, ad avere la capacità critica di sapere dove andiamo nella vita, nei viaggi, quello che sia. Studiare bene, usare la capacità che Dio ci ha dato! Non ho bisogno del telefonino se il cervello funziona! Sì, mi può aiutare, mi può dare informazione, ma anche è importante prepararsi bene per viaggiare.

Questo sì ho imparato, perché uno che va preparato, anche quando succede qualcosa, può sempre trovare una soluzione. Perché Dio ci ha dato una capacità meravigliosa con la nostra testa, con il nostro cervello. Quindi questo in generale direi è una cosa che serve per tutti.

Il Santo Padre viene nominato Capo Esploratore, gli vengono consegnati il kit dell’esploratore e una targa dell’Estate Ragazzi.

Papa Leone XIV:

Allora ci sono ancora tante altre domande, però purtroppo devo andare in un altro posto. Però prima di andare via pensavo sarebbe molto bello che tutti potete dire anche ai vostri genitori che avete pregato con il Papa, perché la preghiera è molto importante per noi. Vogliamo che Gesù sia qui con noi! Pregheremo insieme – potete restare ai vostri posti, seduti – la preghiera che Gesù ci ha insegnato, con una sola voce.

“Padre nostro...”

Benedizione.

Buona giornata! Tanti auguri!

Membri della "Fondation Jérôme Lejeune" (22 giugno 2026)

Lun, 22/06/2026 - 09:30

Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo,
la pace sia con voi!

Cari membri della Fondazione,
cari familiari del venerabile professore Jérôme Lejeune,
cari amici,

è una gioia celebrare il centenario della nascita di Jérôme Lejeune con voi, membri della Fondazione che porta il suo nome e che prosegue la sua opera.

Colpito dalla sofferenza dei bambini con disabilità, il professor Lejeune ha dedicato loro la sua vita di ricercatore scientifico. La sua scoperta più famosa, quella dell’anomalia cromosomica responsabile della trisomia 21, fece di lui il precursore della genetica moderna, riconosciuto in tutto il mondo; il lungo elenco dei suoi titoli onorifici lo testimonia. Ma fu anche un medico per vocazione e non smise mai di lavorare per trovare una cura, al fine di alleviare la sofferenza dei suoi pazienti che chiamava “i poveri tra i poveri”. Difese con ardore la vita e la dignità dei più fragili, anche a costo della propria carriera: «La medicina — amava dire — è l’odio per la malattia e l’amore per il malato».

Consapevole dell’eccellenza accademica del professor Lejeune e della sua instancabile dedizione alla Chiesa, Papa san Paolo VI lo nominò membro della Pontificia Accademia delle Scienze. In seguito, come sapete, la sua profonda amicizia con san Giovanni Paolo II e la loro visione comune a favore della difesa della vita sono state all’origine della creazione della Pontificia Accademia per la Vita, che il professor Lejeune vedeva come istituzione necessaria di fronte al moltiplicarsi delle minacce contro la vita.

Uomo di scienza e di saggezza, Jérôme Lejeune comprese presto che la sua scoperta scientifica sarebbe stata utilizzata per eliminare le persone con sindrome di Down prima della loro nascita. Non esitò allora a farsi loro difensore, denunciando la violazione del giuramento di Ippocrate e quella nuova eugenetica che definiva “razzismo cromosomico”. I suoi interventi profetici lo portarono a difendere la vita di ogni essere umano in nome dell’inviolabile dignità che ha la propria origine nell’atto creatore di Dio. A tale proposito, interpellò e consigliò istituzioni e sovrani del mondo intero. Quella battaglia gli valse aspre critiche in certi ambienti scientifici.

Il professor Lejeune era consapevole che se la tecnica può aiutare la medicina, non può tuttavia sostituirla. Sapeva inoltre che la tecnica può essere utilizzata contro la medicina — che è per natura al servizio della vita — come avviene quando la tecnica sfugge a ogni indispensabile controllo etico e quando prevalgono calcoli di efficacia, di redditività o di utilità. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce. Per questo un medico non dovrebbe mai permettersi, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!

Cari amici, oggi la Fondazione Lejeune, di cui voi siete membri attivi, prosegue l’opera iniziata dal professor Lejeune nelle tre dimensioni della ricerca, della cura e della difesa incondizionata della persona umana. Mi rallegro del posto che occupate a livello mondiale nella ricerca sulle disabilità intellettive di origine genetica. Avete anche creato e sostenuto l’Istituto Jérôme Lejeune, che offre consulenze a migliaia di pazienti affetti da diverse disabilità mentali.

Ci tengo a esprimervi il mio incoraggiamento nel vostro impegno a favore della vita e della dignità umana, in particolare presso le autorità pubbliche. So che intervenite regolarmente nei dibattiti sociali al fine di proteggere ogni persona in tutte le circostanze della sua esistenza. E so che siete anche attenti a promuovere la cultura della vita attraverso la Cattedra Internazionale di Bioetica, che offre una formazione accademica ai diversi operatori di questo settore: personale sanitario, giuristi e filosofi. Vi ringrazio per questa formazione che dispensate a uomini e donne che domani potranno così contribuire a garantire un’etica medica al servizio della dignità umana e della vita.

A voi, cari amici con Sindrome di Down e ai vostri famigliari, a voi figli del venerabile professor Lejeune presenti qui questa mattina, a voi tutti, membri delle Fondazioni Jérôme Lejeune di Spagna, Argentina e Stati Uniti, e infine a voi, membri venuti da Portogallo, Italia, Tunisia, Costa d’Avorio e Corea, desidero esprimere la mia soddisfazione per l’opera che, come laici, portate avanti nella carità della verità, sulle orme del venerabile Jérôme Lejeune. Siate come lui testimoni impegnati nella società, al servizio della ricerca costante del bene comune. È questo il primo grande principio dell’insegnamento sociale della Chiesa, e della “forma sociale” della dignità riconosciuta a ciascuno (Magnifica humanitas, n. 59). Il bene comune non esclude nessuno di coloro che sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio.

Il messaggio e l’opera del venerabile Jérôme Lejeune si fondano sull’universalità della ragione e del cuore uniti. Possa ispirare il coraggio della verità ai numerosi giovani e professionisti desiderosi di coerenza; possa aiutarli a unire senza rigidità la ragione e la fede, la parola e gli atti, l’assenza di giudizio sulle persone e il rifiuto della menzogna.

Vi affido all’intercessione di Nostra Signora, chiedendole di guidare i vostri passi, di sostenere i vostri sforzi e di diffondere la sua tenerezza su tutte le persone fragili. A voi tutti qui presenti imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i membri della Fondazione, alle loro famiglie e ai “cari protetti” di Jérôme Lejeune.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.  140, lunedì 22 giugno 2026, p. 9.

Angelus, 21 giugno 2026

Dom, 21/06/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nel Vangelo della Liturgia odierna (Mt 10,26-33) Gesù, inviando i discepoli in missione, tra l’altro rivolge loro questa esortazione: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (v. 27).

Fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno.

La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta. San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q. 40, a. 1, ad 2).

E non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti. Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita. Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato.

San Matteo – autore del brano biblico a cui ci riferiamo – scriveva per comunità che non avevano vita facile. Dovevano affrontare ostilità e persecuzioni, come succede ancora oggi a tanti cristiani in vari luoghi della terra, e la tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura era grande.

Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!

La Vergine Maria ci aiuti a essere discepoli missionari del Signore Gesù, ciascuno secondo la propria vocazione.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri è stata celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dalle Nazioni Unite, nella ricorrenza del 75° anniversario della Convenzione sullo statuto dei rifugiati, nata per proteggere quanti sono perseguitati e costretti a lasciare la propria terra, la casa e la famiglia. Auspico che lo spirito che animò l’elaborazione di questo importante strumento internazionale continui ancora oggi a illuminare le coscienze dei responsabili delle nazioni. Nessuno può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza. Esorto inoltre tutti ad accogliere coloro che sono vittime di persecuzione, perché possano vivere in pace, con dignità, e guardare al futuro con speranza.

I would like to greet the members of the Catholic Pentecostal International Dialogue. “The Church believes as she prays”, and reflecting together on the principle “lex orandi, lex credendi” is particularly relevant nowadays.

Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da diversi Paesi.

Dirigindo-me aos peregrinos que vieram do Brasil, asseguro as minhas orações pelos jovens que morreram, há alguns dias, num acidente rodoviário, no Estado do Ceará.

Saluto i ragazzi della Cresima di due parrocchie di Ozieri, in Sardegna.

A tutti auguro una buona domenica!

Visita Pastorale a Sant’Angelo Lodigiano: Adorazione del Santissimo Sacramento e venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini (Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini, 20 giugno 2026)

Sab, 20/06/2026 - 19:00

Discorso del Santo Padre

Parole a braccio del Santo Padre prima di lasciare Sant'Angelo Lodigiano

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Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

sono felice di salutare tutti voi, concittadini e conterranei di Santa Francesca Saverio Cabrini! Ringrazio il Vescovo, Mons. Maurizio Malvestiti, e il Parroco, il Sindaco e le altre Autorità civili.

Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, Patrona dei migranti, prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917. Quando ho saputo che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato subito di cogliere l’occasione… Ed eccomi qua. Grazie, grazie della vostra calorosa accoglienza! Così voi mi dimostrate l’amore della Chiesa laudense per il Papa, un amore che madre Cabrini nutriva con singolare devozione e obbedienza.

Infatti, quando fu il momento della scelta decisiva sulla “rotta” da dare alla missione del suo istituto religioso, volle che fosse il Papa a indicarla. E Leone XIII fu chiaro: “Non all’oriente, ma all’occidente”, al servizio delle migliaia di emigrati italiani in America, come già le aveva suggerito il Vescovo di Piacenza, San Giovani Battista Scalabrini.

Attraverso le voci di questi due Pastori illuminati, madre Cabrini interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando San Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno.

Ma, care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa.

Domandiamoci: se madre Francesca vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? O meglio, che cosa direbbe il Cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata a Lui e al servizio del suo Regno? E che cosa le avrebbe chiesto un Papa come Francesco, il quale, figlio di emigrati italiani, ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti-chiave del suo pontificato?

Carissimi, Papa Francesco ha voluto che la sua terza Enciclica, Dilexit nos, che è risultata poi l’ultima, fosse dedicata all’“amore umano e divino del Cuore di Cristo”, cioè a quel mistero di carità infinita che è l’unico vero “motore” della vita di Santa Cabrini, di tutto ciò che ha realizzato e, ancor più, di come lo ha fatto. Ebbene, in questa EnciclicaPapa Francesco scrive: «L’attualità della devozione al Cuore di Cristo è particolarmente evidente nell’opera evangelizzatrice ed educativa di numerose congregazioni religiose femminili e maschili che sono state segnate fin dalle loro origini da questa esperienza spirituale cristologica» (n. 150).

Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il Magistero di Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di “accompagnare i migranti”, compare, proprio accanto a San Giovani Battista Scalabrini, la figura di Santa Francesca Saverio Cabrini. «Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto – gli emigrati –: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere» (n. 74). Lei stessa ha scritto così: «Nessun lavoro sarà troppo difficile, nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del Cuore di Gesù e per tutti coloro invitati ad essere portatori dell’amore di Cristo nel mondo».

Fratelli e sorelle, cosa c’è di più attuale di questo carisma? Lo dico qui, davanti alla Reliquia del cuore di madre Cabrini, portata dalla Casa-madre di Codogno. Lo dico salutando e ringraziando con affetto le sue figlie spirituali, le Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?

Colgo dunque questa occasione per rivolgere un appello, specialmente ai giovani: conoscete Santa Francesca Cabrini! Leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Chi conosce madre Cabrini, ne rimane conquistato. La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie, coerentemente con il motto paolino che aveva scelto per l’Istituto: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).

Questo appello lo rivolgo in modo speciale alla Chiesa che è a Lodi, che oggi mi ha accolto con tanto affetto! E vorrei esprimerlo in forma di augurio: la Chiesa di San Bassiano si distingua sempre per quei tratti che risplendono in questa sua figlia così gloriosa. Con il suo esempio e la sua intercessione, Santa Cabrini vi aiuti a essere innamorati di Cristo, testimoni del suo Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri. Vi aiuti a vivere una sinodalità effettiva, camminando uniti e tendendo insieme alla santità, nella varietà dei doni e dei ministeri. Per questo vi assicuro la mia preghiera.

Infine, prego il Signore per le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in ogni loro comunità: Dio le benedica e le rinnovi nella fedeltà al carisma di madre Cabrini. E possa la Chiesa intera guardare a questa stupenda missionaria dell’Amore, per imparare che cosa significa servire il Regno di Dio nel vivo della storia.

A tutti voi e ai vostri cari imparto di cuore la benedizione apostolica. Grazie!

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Parole a braccio del Santo Padre prima di lasciare Sant'Angelo Lodigiano

Ragazzi buonasera,

c'è un gran dono che avete avuto oggi, tutti: pazienza e capacità di aspettare. Aspettare è un segno di speranza. Grazie per essere testimonianza di speranza! Non dimenticate mai: voi giovani potete cambiare il mondo, e noi aspettiamo, ognuno di voi. Che il Signore vi benedica oggi e sempre!

Grazie per essere qui, grazie per questa gioia, per questa accoglienza. Accogliete tutti nel vostro cuore e con le vostre opere di carità. Il Signore sia con voi.

Vi benedica Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

Grazie, grazie a tutti! Arrivederci!

Visita Pastorale a Pavia: Incontro con la Cittadinanza in Piazza Vittoria (20 giugno 2026)

Sab, 20/06/2026 - 17:30

Parole a braccio del Santo Padre all'esterno del Duomo

Discorso del Santo Padre

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Parole a braccio all'esterno del Duomo

Buonasera a tutti!
Grazie! Grazie a tutti per essere qui.
Un saludo a los peruanos, a todos los latinoamericanos.
Un saluto grande a tutti voi!
Evviva Pavia! Viva! 

Abbiamo sentito un momento fa dell’importanza della speranza e della pace. Tutti vogliamo vivere in pace. È molto importante che non perdiamo mai la speranza, perché come ci ha detto Sant’Agostino: “Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare con noi stessi”. Ciò vuol dire: basta con parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione.  

A tutti gli animatori che sono qui: grazie a voi per il vostro lavoro, per il vostro servizio!  

E a tutti i ragazzi: perseverate, partecipate, cercate di costruire autentica amicizia, non un’amicizia solo con lo schermo, con il telefonino. Autentica amicizia, di persona! Presenti! Tutti presenti! E così troveremo che Gesù davvero vive fra noi. Gesù sarà presente. 

Allora, grazie a tutti voi. Vi do la benedizione e vi incoraggio davvero a vivere la fede, a vivere questa gioia di essere discepoli di Gesù. 

Benedizione

Che siate sempre una comunità viva, di fede, di speranza e di amore.

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Discorso del Santo Padre

Eccellenza Reverendissima,
Signor Sindaco,
Distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio per la vostra accoglienza, così festosa, e per le cortesi parole di benvenuto. Per bocca del Vescovo e del Sindaco, Pavia stessa si presenta dando voce alla bellezza della vostra città. È una bellezza esigente, in quanto rappresenta l’eredità preziosa di un passato che diventa impegno per il presente. La città è in effetti un dono e un compito per chi vi abita: da questa piazza tutti ce ne rendiamo conto, guardando come la vita dei cittadini si rifletta sugli edifici e sulle pietre circostanti.

Ci troviamo tra monumenti che parlano di voi, e che perciò parlano a voi. Mi riferisco non solo a quelli antichi, ma alle case, alle scuole, all’università, all’ospedale, ai centri parrocchiali. Sono tutti luoghi significativi, strutture dotate di senso proprio, che testimoniano accoglienza, educazione, cultura. In forme distinte attestano una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta Costituzionale italiana.

Attraversando il centro storico di Pavia, nelle vie e nelle piazze si respira una bellezza carica di storia, non superficiale. È questa una caratteristica delle città europee: mentre riconosciamo in esse l’ingegno e il senso civico di chi le ha edificate, ci rendiamo conto di come il valore del tessuto urbano sostenga la loro vita quotidiana e il ruolo proprio che ciascuna di esse ricopre nell’ambito nazionale e internazionale.

Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Il popolo che la abita vi costituisce una società, cioè un organismo che dev’essere ben ordinato nelle sue relazioni e nelle sue leggi. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte. I cittadini sono sempre concittadini! Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano.

Poiché dunque il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio, che custodiscono piazze, parchi, strade come luoghi di incontro per eccellenza. Questa buona cittadinanza sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture che animano Pavia.

Oggi invito ciascuno di voi a ripetere dentro di sé: mi interessa la nostra città! Mi interessa la salute di chi ho accanto, mi interessa la bellezza del luogo in cui abito, mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura.

La coltivazione della terra rispecchia la promozione della cultura, che trova a Pavia un modello particolarmente felice. Ricordando la vostra illustre tradizione accademica, penso soprattutto ai giovani e agli studenti che frequentano l’Università cittadina. In questo polo culturale, essi non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro. Promuovere le scienze, infatti, significa promuovere l’uomo, che deve sempre restare protagonista delle proprie ricerche.

In tale prospettiva, ad ogni sapere corrisponde una forma di cura: come la scienza medica provvede al corpo umano, così la giurisprudenza si preoccupa del corpo sociale e la filosofia considera il pensiero, da cui l’uomo sviluppa ogni sua arte. Tutto ciò che veniamo a sapere del mondo ci fa conoscere noi stessi e ci fa interrogare nuovamente sulla nostra esistenza, assetata di verità e di giustizia. Di questa sete fu pieno l’animo di sant’Agostino, esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca, in chi studia, in chi educa. La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza.

Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede. Con questa fiduciosa apertura, infatti, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita.

A questo proposito, anche nella città di Pavia la Chiesa opera come grembo che accoglie tutti, generando una nuova umanità. Ancora oggi, la più antica istituzione cittadina è chiamata a evangelizzare anzitutto come focolare di fede e casa di carità al servizio di chi è più piccolo, povero, solo o anziano, coinvolgendo in questa cura dell’umano tutte le forze di volontariato, alle quali indirizzo la mia stima e la mia riconoscenza. Grazie al vostro impegno, Pavia è prospera, oltre che di beni, anche di virtù: onorate sempre la dignità di ogni vita umana! La croce, che sta nello stemma della vostra città, è ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che la storia di Pavia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra cittadini e associazioni, tra la Chiesa e gli Enti pubblici, tra generazioni e culture.

Care sorelle e cari fratelli, mentre invito ciascuno a dare il meglio di sé per il bene di tutti, di cuore imparto su di voi, sulle vostre case e sulle vostre famiglie la mia benedizione. Grazie!

Visita Pastorale a Pavia: Celebrazione della Parola e venerazione delle Reliquie di S. Agostino (Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, 20 giugno 2026)

Sab, 20/06/2026 - 16:15

Parole a braccio del Santo Padre nel chiostro del Convento dei Padri Agostiniani

Omelia del Santo Padre

Parole a braccio del Santo Padre fuori la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia

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Parole a braccio del Santo Padre

Grazie, grazie! Buongiorno a tutti! 

Se resto trenta secondi in più riconosco tanti di voi.  

Sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato: amare Dio, amare i fratelli e le sorelle. Quando gli hanno domandato: “Qual è più importante dei due?”, rispose: “In ordine a quello che hai scritto, amare Dio, però non sappiamo se stiamo amando Dio se non amiamo i fratelli”. Quindi l’amore fraterno è tanto importante! La carità verso tutti, oggi, è un messaggio di Sant’Agostino, di Gesù Cristo, molto importante per il mondo. Che siamo tutti veramente questo segno di amore, di carità nel mondo! Che sappiamo vivere il perdono, la riconciliazione, la pace!  

Dio benedica tutti voi. Grazie per essere qui. È un piacere salutarvi e vi diamo la benedizione.

Benedizione. 

Grazie, grazie! Auguri!

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Omelia del Santo Padre

Eminenza,
Eccellenze, cari fratelli nell’Episcopato,
cari presbiteri e diaconi,
cari religiosi, religiose e seminaristi,
miei confratelli agostiniani,
fratelli e sorelle,

sono felice di trovarmi qui in mezzo a voi e ringrazio il Vescovo, Mons. Corrado Sanguineti, e Padre Joseph Farrell, Priore Generale dell'Ordine di Sant'Agostino, per le parole di benvenuto che mi hanno rivolto. Sono contento di quanto ho sentito su questa Chiesa che è in Pavia: una Comunità di antica tradizione che rimane viva e presente nella città e nel territorio, attenta ai segni di questo tempo e alle sue sfide, senza lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede.

Per non scoraggiarsi serve uno sguardo animato dallo spirito della fede, che aiuti a leggere la realtà in modo più profondo rispetto a ciò che appare a prima vista, e a non scivolare in un atteggiamento negativo, pessimista, incapace di generare vita nuova. Lo sguardo che ci è richiesto – e che lo Spirito Santo ci dona – è invece quello di Gesù. In mezzo alle difficoltà e alle incomprensioni, Egli vede la mano provvidente del Padre nei gigli dei campi, negli uccelli del cielo (cfr Mt 6,28-29), nutre la speranza nel piccolo seme che cresce (cfr Mc 4,30-33) e invita ad alzare i nostri occhi e guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura (cfr Gv 4,35). Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ci ha spronato a questa lettura spirituale della realtà, dicendo: «Lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità […]. La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo alla zizzania» (n. 84).

Illuminati dalla speranza del Vangelo e prendendo spunto da quanto ci ha detto nella Lettura l’Apostolo Pietro (cfr 1Pt 2,4-10), che chiama “pietre vive” i discepoli del Signore, chiediamoci: come possiamo oggi, qui a Pavia, essere una Chiesa viva?

La prima indicazione dell’Apostolo è essenziale: stare uniti a Cristo, pietra viva, scartata dagli uomini ma scelta da Dio. Cristo è il fondamento dell’edificio spirituale, è la pietra angolare posta come base del nostro cammino ecclesiale, dell’agire pastorale e dell’evangelizzazione (cfr vv. 4-5).

Questo essere costruiti e costruire in Cristo ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale. Naturalmente siamo chiamati a essere realisti, e sappiamo che nelle comunità parrocchiali e nella vita di una diocesi ci sono tante urgenze e tanti impegni che richiedono presenza e molteplici attività. Si tratta però di ricondurre tutto al centro, di costruire sempre a partire dalla pietra angolare, di impedire che le nostre azioni risultino dispersive, centrate unicamente su noi stessi e sui nostri sforzi. Poiché il centro è Cristo, tutti attingiamo da quest’unica fonte e sottoponiamo il nostro impegno al discernimento che proviene dalla sua luce e dalla sua Parola. Allora facciamo crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi, in cui tutti si riconoscono fratelli e lavorano con gioia al servizio del Regno di Dio.

Questo implica quanto all’inizio diceva il vostro Vescovo: dobbiamo imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale, anche se ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato. L’essenziale è vivere con Cristo, e diffondere il suo Vangelo è ciò che ci deve stare a cuore. Lo raccomando anzitutto ai presbiteri, che talvolta possono soffrire il senso di dispersione interiore, di stanchezza per le molteplici incombenze: ritornate sempre al centro, unificate tutto nella relazione con il Signore, e in Lui scoprite la gioia della fraternità presbiterale e il comune lavoro pastorale con i laici. E lo raccomando anche alle religiose e ai religiosi, che conoscono spesso la fatica di attualizzare il carisma a cui appartengono, ma che hanno sempre bisogno di ripartire da Cristo e di mettere in comune i talenti ricevuti sia con altre comunità religiose sia con l’insieme della Chiesa diocesana.

Aderire a Cristo, pietra angolare, ci permette anche di affrontare le problematiche odierne che riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa. In un tempo nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana per la loro vita, siamo chiamati anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede. Perciò, bisogna annunciare il nucleo del Vangelo, cioè Gesù, che nella sua incarnazione, morte e risurrezione ci rivela il mistero di Dio e al tempo stesso il mistero che siamo noi stessi. «Una pastorale in chiave missionaria […] si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario» (Evangelii gaudium, 35).

In questo contesto, la figura di Sant’Agostino brilla di luce preziosa. Il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (De vera religione, XXXIX, 72). Il bisogno di rientrare in sé stessi, di non disperdersi nella frammentazione esteriore, di cercare e trovare un senso che orienti la nostra vita e animi le nostre relazioni, è un’esigenza comune a tutti: oggi esso riaffiora in modi diversi anche nella fretta e nella dispersione del vivere quotidiano, soprattutto negli interrogativi dei più giovani.

Quando la nostra testimonianza di fede è coerente e appassionata, noi stessi diventiamo “pietre vive” che compongono l’edificio spirituale che è la Chiesa. Lo stile di vita dei cristiani, che era nuovo e stupefacente agli inizi, nel confronto con il mondo giudaico e con quello pagano, deve esserlo tutt’ora, nel mondo di oggi. Uniti a Cristo possiamo infatti esprimere il nostro sacerdozio santo, offrendo ogni giorno sacrifici spirituali (cfr 1Pt 2,5). Intessuto di preghiera e di servizio al prossimo, questo culto trasforma la nostra vita in segno del Vangelo attraverso le scelte, le azioni e le relazioni.

Carissimi, come pietre vive, siamo chiamati a essere Chiesa ben radicata nel territorio, Chiesa che cammina in mezzo alle fatiche e alle speranze della gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede.

So che siete già animati da questa passione pastorale e vi invito a coltivarla senza scoraggiarvi, cercando di raggiungere tutti con la gioia del Vangelo, valorizzando il meglio della vostra storia – pensiamo agli oratori – e sperimentando nuove possibilità di incontro. Particolare cura merita l’impegno di rendere organiche le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale. L’ascolto della Parola genera vivacità spirituale, stimola la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni, spinge a farsi prossimi dei poveri. E, specialmente qui a Pavia, sottolineo l’importanza della pastorale universitaria e del dialogo con la cultura. Lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano. So che avete iniziato a compiere passi significativi per assumere uno stile sinodale nella vita comunitaria, integrando il cammino tradizionale delle parrocchie con nuove iniziative di evangelizzazione. Vi invito perciò a proseguire su questa strada, imparando sempre più a camminare insieme, nel comune discernimento ed elaborando progetti condivisi, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità.

Cari fratelli e sorelle, Maria Santissima, Madre della Chiesa, vi ottenga il desiderio ardente di vivere e testimoniare il Vangelo, nella carità fraterna che ci rende unico popolo in cammino verso Dio. Venerando le reliquie del santo padre Agostino, chiedo che egli, insieme al vostro Patrono San Siro, interceda sempre per questa Chiesa e per la città di Pavia. Grazie!

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Parola a braccio del Santo Padre

Buonasera a tutti! Ciao, buonasera!

Grazie per essere qui. Avete seguito tutta la cerimonia in preghiera qui fuori. Adesso do anche a voi una benedizione, chiedendo che il Signore vi accompagni e vi protegga sempre.

Benedizione.

Auguri a tutti voi! Grazie, grazie!

Visita Pastorale del Santo Padre a Pavia e Sant’Angelo Lodigiano (20 giugno 2026)

Sab, 20/06/2026 - 13:00

ore 13,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano

ore 14,45 Atterraggio nel Campo di Rugby CUS di Cravino

Il Santo Padre è accolto da:

1. S.E. Mons. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia

2. On. Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia

3. Dottoressa Francesca De Carlini, Prefetto di Pavia

4. Dott. Michele Lissia, Sindaco di Pavia

5. Dott. Giovanni Palli, Presidente della Provincia di Pavia

immediato trasferimento in auto al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO)

ore 15,00 All’ingresso del CNAO il Santo Padre è accolto da:

1. Dott. Gianluca Vago, Presidente

2. Dott. Sandro Rossi, Direttore

Il Santo Padre incontra e saluta alcuni Dirigenti, Personale Medico, e alcuni bambini in cura, con i genitori

ore 15,30 Il Santo Padre lascia il CNAO e si trasferisce in auto alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro

ore 15,45 Convento dei Padri Agostiniani:

il Santo Padre è accolto da:

1. Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale

2. Padre Gabriele Pedicino, Priore Provinciale

3. Padre Gianfranco Casagrande, Priore del Convento

breve incontro con la Comunità Agostiniana

Nel Chiostro: saluto ai Vescovi della Lombardia e ad alcuni Collaboratori

ore 16,15 In Basilica: sono presenti Vescovi Lombardi, Clero, Consacrati e Diaconi permanenti

- Saluto di S.E. Mons. Corrado Sanguineti

Celebrazione della Parola e venerazione delle Reliquie di S. Agostino

* discorso del Santo Padre

ore 17,00 Il Santo Padre lascia la Basilica e saluta i Fedeli nel Piazzale antistante

Trasferimento in auto a Piazza Duomo

Sul sagrato del Duomo il Santo Padre riceve l’omaggio floreale dei bambini, e saluta i bambini e la Comunità sudamericana presenti in Piazza

Il Santo Padre entra in Cattedrale, accolto dai Membri del Capitolo: adorazione del Santissimo Sacramento e sosta davanti all’altare di San Siro, primo Vescovo e Patrono della Diocesi e della Città

ore 17,15 Il Santo Padre esce dal Duomo, e raggiunge a piedi Piazza Vittoria

ore 17,30 Piazza Vittoria: Incontro con la Cittadinanza

- saluto del Dott. Michele Lissia, Sindaco di Pavia

- saluto di S.E. Mons. Corrado Sanguineti

* discorso del Santo Padre

al termine, il Santo Padre saluta una Rappresentanza di Autorità e di Fedeli

ore 18,30 Il Santo Padre lascia Piazza Vittoria e raggiunge il Campo di Rugby CUS di Cravino, dove si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo

ore 18,45 Decollo da Pavia

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ore 18,55 atterraggio nello Stadio comunale “Carlo Chiesa” in Via Francesco Cortese

Il Santo Padre è accolto da:

1. S.E. Mons. Maurizio Malvestiti, Vescovo di Lodi

2. Dott. Cristiano Devecchi, Sindaco di Sant’Angelo Lodigiano

trasferimento in auto alla Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini, dove è accolto dal Parroco, Mons. Enzo Raimondi

In chiesa: adorazione del Santissimo Sacramento e venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini

- saluto di S.E. Mons. Maurizio Malvestiti

* discorso del Santo Padre

ore 19,30 Il Santo Padre lascia la Parrocchia e raggiunge lo Stadio comunale, dove si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo

ore 19,45 Decollo da Sant’Angelo Lodigiano

ore 21,15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano

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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2025

Partecipanti ai “Borgo Laudato si’ Dialogues” (19 giugno 2026)

Ven, 19/06/2026 - 10:00

Cari fratelli e sorelle,
buongiorno e benvenuti.

Avete appena concluso due giornate di intenso lavoro nel Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo. Vi siete riunti per partecipare alla prima edizione dei “Dialoghi del Borgo” — come ha appena spiegato il Cardinale Baggio —, il primo passo di un processo volto a rinnovare e a reimmaginare la guida morale in un mondo che oggi appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche.

E, fratelli, avete discusso di temi importanti, che preoccupano anche la Chiesa cattolica: l’intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’umanità, l’invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia e il futuro della sostenibilità. Avete esaudito il desiderio che ho espresso di recente nella mia Lettera Enciclica Magnifica humanitas: “entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti” (n. 2).

Nello stesso documento ho anche affermato che “viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di ‘nuova creazione’ sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi” (n. 204).

I vostri dialoghi sono stati costruiti sulla visione di sinodalità della Chiesa cattolica, ascoltando dal basso e promovendo al tempo stesso l’unità globale. Voi siete esperti, leader e professionisti provenienti da diverse parti del mondo, che lavorano in campi diversi, con una varietà di competenze, esperienze e visioni. E nonostante questa diversità, siete tutti profondamente impegnati nella trasformazione ecologica, sociale ed economica del mondo.

Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale.

“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione” (Magnifica humanitas, n. 213).

È questo che avete fatto nel magnifico scenario dei Giardini Pontifici del Borgo Laudato Si’, lasciando che la bellezza del creato — e del Creatore — vi ispirasse a coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria.

Grazie per la vostra apertura e disponibilità a partecipare a questo processo, che vi riunirà novamente in altri importanti contesti e che apre cammini per ulteriori progressi.

Il Signore benedica i vostri sforzi e vi doni la grazia di essere umili costruttori della Nuova Gerusalemme, la città di Dio, che offre acqua viva agli assetati e cure, riconoscimento, parole gentili e mani capaci di tenerezza a ogni essere umano.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 138, venerdì 19 giugno 2026, p. 3.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione del 50° anniversario delle "Steubenville Summer Youth Conferences" (19 giugno 2026)

Ven, 19/06/2026 - 01:00

Cari amici,

sono lieto di salutare tutti voi mentre vi riunite in diversi luoghi per le «Steubenville Summer Youth Conferences», nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario di questi incontri. Come forse sapete, quest’anno celebriamo anche l’ottavo centenario della morte di san Francesco. Poiché questo evento è organizzato dall’Università Francescana di Steubenville, ho pensato che sarebbe opportuno riflettere sul messaggio che san Francesco potrebbe dare ai giovani oggi. Penso che potrebbe parlarci di molte cose, ma specialmente della pace autentica e della perfetta letizia, poiché questi temi sono stati una parte importante della sua vita.

Se nel tredicesimo secolo aveste incontrato san Francesco per le strade di Assisi, probabilmente vi avrebbe guardati con un sorriso sereno e amorevole e avrebbe detto “Pace e bene”. È così che san Francesco spesso salutava le persone, ed esprime uno dei desideri che aveva nel cuore. Anche noi possiamo domandarci: desidero la vera pace per coloro che entrano in contatto con me? Tratto gli altri in un modo che porti loro pace? Ora, potreste dire che ciò non è sempre facile. A volte il nostro comportamento, anche verso coloro ai quali vogliamo molto bene, può portare frustrazione e conflitto invece che pace. Dobbiamo tenere a mente che san Francesco riuscì a seminare pace non per i propri sforzi, ma perché possedeva dentro di sé la fonte della vera pace. Ho ripetuto spesso che la pace è un dono di Dio, un dono che riceviamo quando invitiamo il Signore a entrare nel nostro cuore. Allora siamo chiamati a diventare strumenti della sua pace, portandola alle nostre famiglie, alle nostre comunità, ai nostri Paesi e al mondo intero. Vorrei pertanto invitarvi ad approfittare dei momenti di silenzio durante questa conferenza per scoprire la pace di Cristo, che egli ha promesso di dare ai suoi discepoli (cfr. Gv 14, 27).

San Francesco era anche conosciuto come persona particolarmente gioiosa. Si rallegrava della bellezza del creato, della bontà e della misericordia infinite di Dio, della conversione dei peccatori. E tuttavia potrebbe sorprendervi il modo in cui una volta spiegò che cosa fosse la perfetta letizia. Una sera d’inverno, mentre tornava a piedi ad Assisi con frate Leone, uno dei primi membri dell’Ordine francescano, san Francesco iniziò a fare un elenco delle cose in apparenza “buone” che non portano alla gioia perfetta. A un certo punto, frate Leone esclamò: «Padre Francesco, dimmi dove si può trovare la perfetta letizia!». Rispondendo, il santo descrisse una situazione tragica che implicava soffrire per il freddo, la fame e il rifiuto — il contrario di ciò che ci si aspetterebbe — aggiungendo poi che se quelle difficoltà venivano accolte con pazienza, senza lamentarsi e con amore verso Dio, “questa è perfetta letizia”.

Potremmo domandare: è davvero possibile provare gioia in circostanze tanto difficili? È possibile solo se la nostra vita è fondata sulla nostra relazione con Dio come Padre amorevole. Di fatto, la gioia di san Francesco, la gioia di cui parlava san Francesco, non può essere trovata attraverso dispositivi elettronici, trascorrendo ore davanti a uno schermo o scrollando ogni giorno all’infinito nei social media. Queste attività spesso fanno sprecare tempo prezioso che potrebbe essere usato per momenti di preghiera silenziosa, per coltivare amicizie autentiche, per trascorrere tempo di qualità con la famiglia, per imparare di più della fede, per studiare o praticare sport. La gioia non va mai ricercata attraverso l’uso di droga, l’abuso di alcol, la promiscuità, le relazioni superficiali, l’ossessione per la nostra immagine o qualsiasi altro tipo di comportamento dannoso. Sorprendentemente non può essere trovata nemmeno in beni come la ricchezza, la bellezza, la fama o persino la salute, perché un giorno ci lasceremo dietro tutto ciò.

Solo l’amore di Dio può darci una gioia vera e perfetta. Se siamo profondamente convinti che Dio si prende cura di noi come suoi amati figli, non saremo confusi o scoraggiati, nemmeno nelle situazioni difficili. Molti di voi si sono sentiti dire sin da piccoli che Dio li ama. Ma lo credete veramente? Voi siete preziosi agli occhi di Dio! (cfr. Is 43, 4). Voi siete amati da lui incondizionatamente! Siete certi di questo? Se coltivate con lui un rapporto di fiducia, attraverso la preghiera regolare, attraverso la ricezione dei sacramenti, se vi abbandonate nelle sue mani, allora l’ansia o la tristezza e la solitudine svaniranno mentre la sua grazia vi colmerà e il suo amore infiammerà il vostro cuore. È questo il segreto per riuscire ad affrontare le circostanze impegnative con un sorriso. Aprite i vostri cuori per scoprire questa realtà.

Dunque, il messaggio di san Francesco — e il mio — è semplice: la vera pace e la perfetta gioia sono doni di Dio che giungono quando ci apriamo a Lui e confidiamo nel suo potere di cambiarci. Che cosa possiamo dargli in cambio di un amore così grande, di questi doni così generosi? Niente, se non noi stessi! Oggi il Signore ha bisogno di missionari che portino la Parola a coloro che non lo conoscono, di uomini e donne santi che diano vita a famiglie cattoliche amorevoli, di sacerdoti che siano padri spirituali e ministri dei sacramenti, nonché di religiosi e di religiose che testimonino la vera gioia del suo Regno. Se avete la sensazione che forse il Signore vi stia chiamando a una di queste vocazioni, non chiudetevi in voi stessi o non allontanatevi per la paura, ma fate un passo avanti e dite al Signore: “Eccomi, manda me!” (Is 6, 8). Allo stesso tempo non abbiate paura di parlarne con qualcuno, un amico fidato, un sacerdote o una religiosa.

Auguro a tutti voi una conferenza feconda, pregando perché in queste giornate siate colmati dell’amore di Cristo e conosciate altri giovani che desiderano donare la loro vita totalmente a lui e, così facendo, trovare la vera felicità. Affidando tutti voi all’intercessione materna di Nostra Signora, Causa della nostra Gioia, invoco volentieri su ognuno di voi le benedizioni divine della pace e della fortezza.

E vi benedica Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 139, sabato 20 giugno 2026, p. 3.

Cappella Papale per le Esequie del Signor Cardinale Camillo Ruini (18 giugno 2026)

Gio, 18/06/2026 - 16:30

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo questa Eucaristia affidando alla misericordia del Signore il nostro fratello Cardinale Camillo Ruini, pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo.

Per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità che il Signore ha voluto affidargli, come sacerdote, Vescovo e Cardinale: nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità.

Moltissimo gli deve la Chiesa in Italia, che ha servito per circa diciassette anni come Presidente della Conferenza Episcopale; come pure la Diocesi di Roma, in cui per altrettanto tempo ha svolto il ministero di Vicario del Santo Padre. Ha saputo guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’Episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide.

A lui si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile. Pensiamo al “Progetto culturale”; all’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana; al grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione, qui a Roma; alla sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa, come pure del mondo laico e della società.

Mentre lo ricordiamo e lo affidiamo alle braccia del Padre celeste, ci lasciamo illuminare dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato e anche da alcuni pensieri che lui stesso ha lasciato scritti.

Nella prima Lettura sono risuonate le parole vibranti dell’Apostolo Paolo: «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,38-39). È questa la verità che ha animato anche il Cardinale Ruini nel suo ministero. L’amore di Dio è fedele, niente può sconfiggerlo né separarcene, perché è dono suo, viene da Lui, e ci è profuso al di là di ogni nostro merito e debolezza. Molteplici sono state le vicissitudini attraverso le quali il nostro caro fratello ha accompagnato i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio, ed è proprio nella carità invincibile del Signore e nella risposta di fede a questo dono che dobbiamo cercare la radice della forza con cui le ha affrontate.

Nel suo Testamento spirituale, parlando delle tante persone nei confronti delle quali sentiva gratitudine per il bene elargitogli, il Cardinale Camillo ha scritto: «Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare». Penso siano parole che possono aiutare anche noi a vivere le nostre responsabilità e i nostri diversi servizi con la stessa umiltà e con la medesima fiducia in Dio.

Del resto, egli stesso ha testimoniato che una delle risorse che più lo hanno accompagnato nella sua lunga esistenza, fin dall’infanzia, è stata la preghiera, semplice, accorata, fresca negli anni più teneri e poi maturata nel corso del tempo, fino alla stagione della fragilità e della malattia.

Un’altra frase della Scrittura che la Liturgia ci ha offerto, e che può aiutarci a vivere con frutto questo momento di grazia, sono le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io» (Gv 17,24). In esse troviamo riassunto il programma, la direzione e lo scopo ultimo di una vita spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza. Il Cardinale Ruini ha scritto in merito: «Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore» (Testamento spirituale). È bello ricordare, in questo momento, la realtà che ha animato nel profondo, al di là e al di sopra di ogni altra preoccupazione, il suo cuore di Pastore. Mentre lo accompagniamo con la preghiera e con l’offerta dell’Eucaristia, facciamo nostro il suo desiderio, di giungere là dove il Signore ci attende e ci desidera, nella gioia eterna, e di camminare verso la meta, gli uni con il desiderio di esserne partecipi assieme agli altri, uniti, in Lui e tra noi, per sempre.

Il Cardinale Camillo Ruini ha avuto la grazia di conoscere personalmente e di lavorare con alcuni grandi Santi dei tempi recenti, quali San Paolo VI e San Giovanni Paolo II. In particolare, del suo rapporto con Papa Wojtyła, del quale per tanti anni è stato collaboratore, ha scritto: «In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare» (ibid.). Ritengo che dall’esempio di unità di vita del grande Pontefice il Cardinale abbia saputo trarre tanto, perché possiamo ritrovare anche in lui molti dei tratti con cui descrive il Santo Papa; e penso che tale consonanza di sentimenti possa animare anche noi nel nostro cammino.

Come motto del suo Episcopato, il nostro fratello aveva scelto una frase ispirata al Vangelo di San Giovanni: Veritas liberabit nos, “La verità ci renderà liberi” (cfr Gv 8,32). Queste parole riassumono la profonda concezione di persona e di libertà che Cristo ci ha rivelato e che la Chiesa insegna: siamo fatti per la verità e per il bene, e solo in questo troviamo unità, pace e piena realizzazione, nella vita terrena e per l’eternità. Esse ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo. Guardando alla vita del Cardinale Ruini, a come è vissuto e a come ha lasciato questo mondo, possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza.

Desidero, in conclusione, rivolgere una parola di ringraziamento alle persone che, come già accennato, hanno accompagnato, coadiuvato e sostenuto il Cardinale nel suo lavoro, durante il suo servizio pastorale e specialmente negli anni della vecchiaia e dell’infermità. In particolare, vorrei ringraziare chi gli è stato vicino fino all’ultimo con devota dedizione. Il Signore ricompensi tutti, doni conforto ai parenti e alle persone care, e conceda a lui il premio della sua pace che non ha fine.

Partecipanti all’Assemblea Plenaria della “Riunione delle Opere per l’Aiuto delle Chiese Orientali” (ROACO) (18 giugno 2026)

Gio, 18/06/2026 - 12:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

 

Eminenza, Eccellenze,
cari sacerdoti, fratelli e sorelle
,

a tutti voi il più cordiale benvenuto! Sono lieto di incontrarvi al termine della vostra Assemblea plenaria annuale; saluto il Prefetto, Cardinale Gugerotti, gli altri Superiori e gli Officiali del Dicastero per le Chiese Orientali e in particolare voi, membri delle Agenzie della ROACO.

Oltre al lavoro sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche, che costituisce il motivo principale del vostro ritrovo, so che questa volta avete concentrato le vostre riflessioni su un argomento specifico: la formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.

Credo sia stata una scelta molto opportuna. Soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a diffonderne le ricchezze spirituali. E le comunità cattoliche orientali ne custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese Ortodosse. Sì, le Chiese Orientali Cattoliche hanno un grande dono da arrecare all’intera compagine cattolica, spesso ignara di abbracciare al suo interno tradizioni ecclesiali diverse.

La nostra Madre Chiesa è dunque unita, ma non uniforme; il suo grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda. Ci fa bene approfondire tali tesori con i milioni di fratelli e sorelle orientali cattolici, mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le Chiese Orientali. Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare, testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza che svelano. Inducono inoltre i fedeli a dar voce alla propria orazione secondo le caratteristiche teologiche e antropologiche a ciascuna più confacenti, tanto che il Concilio Vaticano II ha osservato, a proposito dell’Oriente e dell’Occidente cristiano: «Non fa quindi meraviglia che alcuni aspetti del mistero rivelato siano talvolta percepiti in modo più adatto e posti in miglior luce dall’uno che non dall’altro, cosicché si può dire che quelle varie formule teologiche non di rado si completino, piuttosto che opporsi» (Unitatis redintegratio, 17).

Ebbene, l’Oriente cristiano lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa. Ma per apprenderlo e amarlo bisogna investire sulla formazione. Già più di trent’anni fa San Giovanni Paolo II ne indicò l’opportunità, ribadendo con forza, tra l’altro, la necessità di «conoscere la liturgia delle Chiese d'Oriente; approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano; […] offrire nei seminari e nelle facoltà teologiche un insegnamento adeguato su tali materie, soprattutto per i futuri sacerdoti» (Lett. ap. Orientale lumen, 24).

Per questo la scelta di aiutare a promuovere la formazione dei ministri sacri, mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni, è un bel segno di concreta attenzione a queste Chiese.

Questo legame tra conoscenza e carità, tra menti aperte e mani operose, necessita però anche di spirito: di un cuore non solo generoso, ma pure abitato dalla grazia, infiammato dallo Spirito Santo. Perciò, per il buon esito del vostro adoperarvi con grande impegno e dedizione, mi permetto di raccomandarvi di coltivare sempre la vita spirituale, soprattutto attraverso la costanza nella preghiera e nella vita sacramentale. Le opere di bene, infatti, non portano frutto duraturo se non si alimentano alla sorgente del bene, la sorgente che è Dio. E se è anzitutto vero che «la fede senza le opere è morta», come leggiamo nella Lettera di Giacomo (2,26), è vero pure che le opere, senza una fede viva, sono sterili.

Carissimi, guardandovi e pensando al servizio silenzioso e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno, non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre. Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente.

Come non pensare alla dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri, causata anzitutto dalla guerra che, lo ribadisco, non risolve problemi, ma crea tragedie, tragedie spesso lasciate cadere nell’oblio generale. Figlia della guerra, c’è una piaga di cui vorrei parlare oggi e che continua a dissanguare soprattutto le Chiese Orientali. La definisco con una parola: precarietà.

Quando un visitatore si reca in un Paese che ha conosciuto conflitti sui quali è poi calato il silenzio, le cose possono sembrare generalmente tranquille, anche se fortemente segnate dai drammi del passato. Eppure quelle società sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte. E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei poveri.

Questo fa sì che in molti Paesi la paura e l’insicurezza dominino ovunque: il lavoro appare precario, il pagamento dei salari discontinuo, la sanità, quando funziona, va a singhiozzo, l’istruzione è provvisoria. E ciò a discapito della gente comune, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, degli anziani e degli ammalati. Diventa un dramma che pesa sui cuori di tutti, divora la speranza e impedisce la costruzione del futuro, favorendo la compulsione ad andarsene, come accade per tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, specialmente in Medio Oriente.

Vorrei rivolgere ancora una volta un appello a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili. La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza, del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le persegue. Preghiamo Gesù, Signore della pace, e sollecitiamo le coscienze perché siano sensibili allo sdegno; e si ridestino il rispetto per l’umanità e un doveroso senso di civiltà!

A voi e a tanti donatori che, in nome del Vangelo, continuano a impegnarsi a porre rimedio a tanta disumanità, dico grazie dal profondo del cuore. Vi benedico, cari fratelli e sorelle, e vi incoraggio a perseverare nella carità senza scoraggiarvi, animati dalla speranza di Cristo. Grazie!

Membri del Board of Governors della Hebrew University di Gerusalemme (18 giugno 2026)

Gio, 18/06/2026 - 09:30

Cari amici,

sono lieto questa mattina di salutare tutti voi, che rappresentate il Consiglio di amministrazione della Hebrew University di Gerusalemme mentre visitate il Vaticano e visitate Roma. E spero che il tempo che trascorrerete qui vi consentirà di approfondire la vostra conoscenza sia della Città del Vaticano sia di Roma, un luogo che non è solo centrale alle origini e alla crescita della fede cristiana, ma che per millenni ha pure favorito gli incontri tra culture e popoli.

Anche le università sono da sempre luoghi d’incontro, che riuniscono studenti e docenti per crescere in sapere attraverso lo studio accademico e la ricerca, come anche attraverso le amicizie e i legami professionali che si instaurano spontaneamente. Sebbene non sia sempre facile, le università devono lavorare costantemente per assicurare che continuino ad esservi opportunità per incontri significativi. È una parte essenziale della vita di qualsiasi istituto di educazione superiore, poiché le nostre relazioni con gli altri, le nostre lingue e le nostre culture sono estremamente importanti per quel che siamo come esseri umani (cfr. Discorso ai docenti e agli studenti dell’università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026).

In quanto luoghi naturali d’incontro, dunque, le università sono state tradizionalmente anche luoghi privilegiati di dialogo, in cui la ricerca della conoscenza è intrinsecamente legata agli scambi di idee tra tutti i membri della comunità accademica. In un clima in cui il dialogo rispettoso è possibile, tutti possono crescere nella conoscenza imparando dai punti di vista e dalle vive testimonianze degli altri, anche di coloro con cui si può essere in disaccordo. In questi ambienti, con paziente perseveranza, è possibile lavorare gradualmente per abbattere qualunque barriera di fraintendimento e di sfiducia possa sorgere.

A questo riguardo, in un tempo spesso caratterizzato dalla violenza e da pungente retorica, i membri della vostra variegata comunità universitaria possono continuare a essere “artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli” (Ibidem). I Salmi ci dicono che Dio che ci ama incondizionatamente parla di pace al suo popolo e a coloro che si rivolgono a lui nel loro cuore (cfr. Sal 85, 8-9). Dio ci chiede di essere suoi strumenti per portare pace al mondo, ma dobbiamo iniziare da noi stessi. Come ha scritto sant’Agostino d’Ippona, “Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso” (Discorso 357, 3). Invece di pensare che la pace sia impossibile e fuori dalla nostra portata, dobbiamo cercare di promuoverla nelle nostre comunità e di accoglierla e riconoscerla nella nostra vita (cfr. Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026). Prego perché, formando artigiani di pace, la comunità universitaria possa continuare a essere un faro di speranza e di unità in un mondo sempre più diviso.

Miei cari amici, con questi sentimenti vi ringrazio per la vostra presenza e invoco su tutti voi e sui vostri cari le divine benedizioni della sapienza e dell’armonia.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 137, giovedì 18 giugno 2026, p. 3.

Udienza Generale del 17 giugno 2026 - Catechesi. Il Viaggio Apostolico in Spagna

Mer, 17/06/2026 - 10:00

Catechesi. Il Viaggio Apostolico in Spagna

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero proporre alcune riflessioni sul viaggio apostolico che ho compiuto la settimana scorsa in Spagna, visitando Madrid, Barcellona, l’Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie.

Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica. Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto. Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al Re e alle Autorità civili, ai Vescovi e alle Comunità ecclesiali.

Il popolo di Dio mi ha molto confortato con la festosa manifestazione della sua fede e del suo affetto. A mia volta, ho confermato i fedeli e, come Vescovo di Roma, li ho incoraggiati a superare ogni forma di divisione e di contrapposizione coltivando sempre la comunione, il dialogo, l’unità nella diversità. Questo è il servizio proprio del Successore di Pietro, servizio che nei viaggi apostolici trova un’espressione specifica, ogni volta adatta alle situazioni ecclesiali e sociali dei Paesi visitati.

Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del Papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore. Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione. Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale. Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie “inculturazioni”, può trasmettere nella vita dei popoli. Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia.

A Madrid e a Barcellona ci siamo radunati nelle grandi Cattedrali come pure negli stadi modernissimi. Abbiamo pregato il santo Rosario nell’Abbazia di Montserrat. Abbiamo celebrato nella Sagrada Familia, maestoso simbolo, sinfonia di pietra e di luce che parla a tutti del mistero cristiano. Questo incontro di antico e moderno, di tradizione cattolica e cultura contemporanea mi ha fatto percepire dal vivo il carattere proprio dell’Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata. Si tratta di un patrimonio da custodire con cura, per poterlo investire nell’oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l’ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana. Sono sfide che il Concilio Vaticano II aveva già chiaramente riconosciuto e sulle quali è ritornato il Magistero successivo, fino alla mia recente Enciclica Magnifica humanitas, che mira a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole. Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare – testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti –, l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie.

Proprio là, alle Isole Canarie, ultima tappa del nostro itinerario, mi è stata offerta una chiave di lettura complessiva. Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa. Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati. Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo. E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore.

Cari fratelli e sorelle, il motto di questo Viaggio Apostolico era “Alzad la mirada”, “Alzate lo sguardo!” (cfr Gv 4,35). Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli, per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza. A me per primo il Signore ripete quelle parole, e con la sua grazia ne ho fatto esperienza anche durante il Viaggio. Oggi vorrei condividere con voi questo invito: alziamo lo sguardo! Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione.

Infine, voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato per la buona riuscita di questo Viaggio Apostolico, in modo particolare le comunità di monache contemplative, che in Spagna, grazie a Dio, sono molto numerose. Continuate a pregare, perché, con l’intercessione della Vergine Maria, i semi che ho sparso portino frutti abbondanti. Grazie!   

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus du Bénin, et de France, en particulier le groupe de La Réunion, les prêtres et les élèves des diverses écoles. Apprenons de Jésus à regarder le prochain, les personnes et le monde avec les yeux de Dieu, c’est-à-dire avec amour, respect et compassion. Je vous bénis de grand cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, venuti dal Benin e dalla Francia, in particolare il gruppo proveniente da La Réunion, i sacerdoti e gli studenti delle varie scuole. Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, le persone e il mondo con gli occhi di Dio, cioè con amore, rispetto e compassione. Vi benedico di cuore!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from England, Cameroon, Taiwan, The Philippines and the United States of America. As the summer holidays begin for many, may this time be an opportunity to grow closer to the Lord through moments of prayer and to support one another through generous acts of charity. Upon all of you and your families, I invoke the peace and unity of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern, das Motto der Apostolischen Reise nach Spanien lautete: „Erhebt den Blick“ (vgl. Joh 4,35). Richten wir alle unseren Blick auf Jesus Christus, den guten Hirten. Von ihm lernen wir, unsere Mitmenschen und die ganze Welt mit den Augen Gottes zu sehen – voller Liebe, Respekt und Mitgefühl.

[Cari fratelli e sorelle, per il Viaggio Apostolico in Spagna è stato scelto il motto «Alzate lo sguardo» (cfr. Gv 4,35). Rivolgiamo tutti il nostro sguardo a Gesù Cristo, il Buon Pastore. Da Lui impariamo a guardare gli altri e il mondo intero con gli occhi di Dio, pieni di amore, rispetto e compassione.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Tal como indicó Jesús a sus discípulos, los invito a alzar la mirada para aprender a ver en las personas su deseo de vida, de verdad y de plenitud (cf. Jn 4,35). Que Él nos enseñe también a nosotros a mirar a los demás con los ojos de Dios, es decir, con amor, respeto y compasión. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,我鼓励你们在属神的喜乐和对福音的忠信中日益成长。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a progredire sempre più nella letizia spirituale e nella fedeltà al Vangelo. Vi benedico di cuore.]

Tenho a alegria de dar as boas-vindas aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente ao grupo de sacerdotes vindos de Portugal e à família marista proveniente do Brasil. Queridos irmãos e queridas irmãs, o Senhor Jesus pede-nos que levantemos os olhos e observemos a humanidade com o seu olhar compassivo, transformando cada lugar com a esperança e a caridade. Que Deus vos abençoe!

[Sono lieto di dare il benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese, specialmente al gruppo di sacerdoti arrivato dal Portogallo e alla famiglia marista proveniente dal Brasile. Cari fratelli e care sorelle, il Signore Gesù ci chiede di alzare gli occhi e di osservare l’umanità con il suo sguardo compassionevole, trasformando ogni luogo con la speranza e la carità. Dio vi benedica!]

أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَرفَعَ عُيونَنا ونَنظُرَ إلى العالَمِ بِعَينَيِ الله، المَملوءَتَينِ مَحَبَّةً واحتِرامًا وَرأفَةً. باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Siamo chiamati ad alzare lo sguardo e a guardare il mondo con gli occhi di Dio, pieni di amore, rispetto e compassione. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Trwają obchody 30-lecia reaktywacji Akcji Katolickiej w Polsce. Stało się to dzięki inspiracji św. Jana Pawła II, który nazwał ją „szkoła wiary”. Dziękuję wszystkim asystentom i członkom tego stowarzyszenia za zaangażowanie w ewangelizację. Niech wasza wiara będzie znakiem nadziei dla bliźnich. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Sono in corso le celebrazioni del 30° anniversario della riattivazione dell’Azione Cattolica in Polonia, avvenuta grazie all’ispirazione di San Giovanni Paolo II, che la definì una «scuola di fede». Ringrazio gli assistenti e i membri dell’associazione per il loro impegno nell’evangelizzazione. La vostra fede sia un segno di speranza per il prossimo. Vi benedico tutti!]

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APPELLI

Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione. Esprimo gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le Parti e rendere possibile tale intesa. Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli.

Arrivano invece notizie dolorose sulla guerra in Ucraina, che continua ad allargarsi: tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme. Sono vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio. Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto il pellegrinaggio della Diocesi di Volterra, con il Vescovo Mons. Roberto Campiotti: cari fratelli e sorelle, possa la sosta presso le tombe degli Apostoli rafforzarvi nella fede e spingervi a proseguire con rinnovato entusiasmo nel cammino della santità, fedeli al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa.

Accolgo con affetto i sacerdoti novelli di Brescia e di Cremona, i Chierici Regolari Teatini e i Cappellani delle carceri italiane: a ciascuno auguro di essere operai laboriosi nella vigna del Signore. Saluto, altresì, i fedeli di Borgo Velino, San Bartolomeo in Galdo e Santa Barbara in Salento, come pure l’Associazione sportiva Vjs Velletri, la squadra di basket Jungle Tea Palestrina e l’Associazione Banca del Tempo di Piana degli Albanesi: su tutti invoco la grazia del Signore e l’assistenza materna della Beata Vergine Maria.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siamo alle soglie del periodo estivo, tempo di turismo e di pellegrinaggi, di ferie e di riposo. Cari giovani, mentre penso ai vostri coetanei che stanno ancora affrontando gli esami, auguro a voi già in vacanza di profittare dell’estate per utili esperienze sociali e religiose. Esorto voi, cari malati, a trovare conforto e sollievo nella vicinanza dei vostri familiari. E a voi, cari sposi novelli, rivolgo l’invito ad utilizzare questo periodo estivo per approfondire sempre più il valore della missione nella Chiesa e nella società.

A tutti la mia benedizione!

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